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2020-09-15
Mike Pompeo in arrivo in Vaticano. Giallorossi in fibrillazione sul 5G
Mike Pompeo (Ansa)
Giornata di esternazioni in Vaticano. Il segretario di Stato, Pietro Parolin, dopo essere intervenuto sulla questione Libano («Far emergere le nuove forze politiche che superino le logiche particolari») è entrato sul tema molto caldo dei rapporti con la Cina e delle nomine dei vescovi nella terra (...) del Dragone. «La nostra intenzione è che sia prolungato, che si continui ad adottarlo ad experimentum», ha detto Parolin ai giornalisti. A prestare particolarmente attenzione a quanto accadrà tra Vaticano e Pechino nel corso del mese di ottobre non sono tanto i giornalisti italiani, quanto quelli internazionali. Perché gli equilibri lungo l'asse tra Papa Bergoglio e Xi Jinping impatteranno sulle scelte e sulle mosse di molte nazioni. L'Italia innanzitutto, ma anche la Germania e gli Stati Uniti. Non è un caso se per fine mese è previsto che il segretario di Stato Mike Pompeo voli a Roma per una visita ufficiale dentro le Mura. I rispettivi apparati sono in contatto già da giugno scorso per organizzare l'evento. Visto la delicatezza dei temi e la sicurezza del profilo è normale che l'organizzazione venga avviata e stoppata più volte. Non si esclude che riaccada, però a quanto risulta alla Verità la scadenza del mese dovrebbe rappresentare la volta buona. Pompeo a Roma significherebbe un incontro diretto con Parolin, ma anche la possibilità di organizzare con meno impegno formale incontri con rappresentanti del governo italiano. E il primo tema sul tavolo è il 5G. Il mese di agosto, come ha più volte scritto La Verità, ha visto il tentativo riuscito da parte di Giuseppe Conte di far autorizzare un operatore come Tim all'utilizzo di tecnologia Huawei.
Il governo, dopo il parere positivo del comitato sul golden power, ha firmato un Dpcm con il chiaro intento di far entrare dalla finestra partner cinesi per la rete italiana. Ovviamente, la normativa su 5G e golden power è in evoluzione, e quando i testi diventeranno legge potrebbero esserci sorprese. Inasprimenti sulle prescrizioni in modo retroattivo o addirittura un bando sul modello inglese. Quando la notizia - anche grazie alla Verità - è diventata pubblica è emersa una frattura dentro il governo. La componente atlantista del Pd (guidata dal ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, e dal titolare degli Affari Ue, Vincenzo Amendola) ha chiesto una verifica sul tema. E ha preteso di fissare uno specifico cdm per dare alla scelta dei fornitori del 5G il peso politico che merita. In pratica, mezzo Pd ha voluto far sapere a Conte che non si possono prendere decisioni di tale importanza geopolitica con atti amministrativi. E che è, inoltre, il caso di allinearsi alle mosse dell'Unione europea. Il prossimo 22 settembre il premier dovrà presentarsi al cospetto del Copasir. Il membri del comitato lo sentiranno per capire se ci sono possibilità di trovare una mediazione e quindi cambiare in modo soft le nuove norme sui rinnovi dei vertici dei servizi. Riportandole all'interno dei paletti della legge statutaria del 2007. Una volta lì, al premier verrà anche sottoposta la questione del 5G, e si dovrebbe creare quel combinato disposto utile a mettere in agenda il famoso cdm richiesto ad agosto dal Pd.
Gli Stati Uniti, nella loro componente diplomatica, si aspettano evidentemente che la partita del 5G venga definita una volta per tutte. Venga rimessa sul piano geopolitico che merita e che al limite il governo si impegni ad allinearsi con le prossime scelte dell'unione. Che tradotto vuol dire con le normative che suggerirà Angela Merkel. E la cancelliera attentissima ai ritorni economici delle imprese tedesche potrebbe riservare nelle relazioni con Pechino sorprese di grande peso. Le relazione tra i due Paesi sono basate molto più rispetto a Francia o altre nazioni Ue sul commercio reciproco. Ad esempio la Francia si muove su compartimenti stagni. Quali possono essere il business del nucleare o l'aviazione. Berlino invece fino ad ora ha sviluppato l'interscambio con la Cina in modo capillare. Fino ad ora perché lentamente la strategia della Merkel sta cambiando. Nel silenzio di numerosi media italiani e internazionali, la Germania ha aderito agli accordi Indopacifici. Il che significa per i tedeschi aprirsi a rapporti più strutturati con i Paesi posti a Sud del Pacifico, esattamente dove sta anche l'Australia, pilastro anti cinese del mondo meridionale. Recentemente l'ambasciatore cinese a Berlino, Wu Ken, ha spiegato in una intervista che le relazioni con la Germania sono andate ben oltre le influenze strategiche. Tradotto, ha lanciato un messaggio per rivedere le alleanze reciproche sapendo che Berlino si sta lentamente smarcando dall'abbraccio cinese.
Ma al tempo stesso pensa alla propria industria automobilistica e alla necessità di un rilancio poderoso. Insomma, la Cancelliera è a un bivio. Se gli Stati Uniti dovessero chiudere il cerchio sulla Germania (fare leva in Europa esattamente come hanno fatto nelle relazioni Indopacifiche), riuscirebbero a sterzare la politica dell'intera Unione. Ovviamente la Cina si muove nella direzione opposta. Mike Pompeo è attivo più che mai, e la tappa romana di fine mese avrebbe il vantaggio di toccare nel medesimo lasso di tempo i fili scoperti del Vaticano, dell'Italia e dell'Europa. A differenza del collega cinese Wang Yi che, con il suo tour europeo, è andato alla montagna, il segretario Usa potrà permettersi di stare fermo nella città eterna e attendere i risultati dei suoi input.
Oltre 4.500 italiani schedati in Cina
Zhenhua Data, società tecnologica cinese con sede a Shenzhen, ha raccolto un'enorme mole di dati appartenenti a circa 2,4 milioni di cittadini stranieri. Secondo quanto riportato dal Guardian, i dati sarebbero stati ottenuti dall'accademico americano, Christopher Balding, il quale li avrebbe poi girati a Internet 2.0, società australiana che vanta tra i suoi clienti i governi di Canberra e Washington. Proprio Internet 2.0 sarebbe a sua volta riuscita a recuperare una parte delle informazioni, inviandole a un circuito di giornali internazionali. Secondo Balding, «la persona che ha fornito il database di Zhenhua, mettendosi a rischio per ottenere questi dati, ha reso un servizio enorme ed è la prova che molti in Cina sono preoccupati per l'autoritarismo e la sorveglianza del Partito comunista cinese».
Secco il commento di società di Shenzhen. «Il rapporto è davvero falso», ha dichiarato al Guardian un suo rappresentante. «I nostri dati sono tutti dati pubblici su Internet. Non raccogliamo dati. Questa è solo un'integrazione dei dati. Il nostro modello di business e i nostri partner sono i nostri segreti commerciali. Non esiste un database di 2 milioni di persone», ha aggiunto. «Siamo una società privata», ha detto, negando qualsiasi legame con il governo o l'esercito cinese. Stando al Guardian, tuttavia tali legami avrebbero realmente luogo. In particolare, secondo l'Australian broadcasting corporation, Zhenhua avrebbe tra i propri clienti il Partito comunista cinese e l'Esercito popolare di liberazione. Inoltre, sempre secondo la medesima emittente, sarebbe probabile che, oltre a fonti di pubblico dominio, la società cinese abbia attinto dal dark Web. Più cauto il Washington Post, secondo cui non ci sarebbero prove di un controllo diretto di Zhenhua da parte del governo cinese. La testata sottolinea comunque che la società si muova in un'orbita non troppo lontana dalle alte sfere della Repubblica Popolare. Come che sia, secondo Robert Potter, cofondatore di Internet 2.0, tra le fonti dei dati risulterebbero presenti social network come Linkedin, Facebook e Twitter.
Il database raccoglie diversi personaggi di spicco del nostro Paese. In particolare, i nomi italiani - analizzati da Il Foglio - risulterebbero oltre 4.500 e per lo più appartenenti al mondo politico. Tra le figure maggiormente famose, si annoverano: Matteo Renzi, Silvio Berlusconi, Walter Veltroni, Giulio Tremonti ed Enrico Letta. Presenti anche nomi di noti imprenditori e di prelati. La lista è divisa a sua volta in tre categorie: una contenente le persone «politicamente esposte», una seconda con «parenti e collaboratori» e una terza comprendente «persone di interesse speciale» (in cui figurano nomi di criminali, legati alla malavita organizzata e al terrorismo). Secondo La Repubblica - differentemente dagli elenchi di altri Paesi - in quello italiano non compaiono nomi di esponenti dell'attuale governo. Stando al Guardian, nel database figurerebbero circa 52.000 americani, 35.000 australiani e quasi 10.000 britannici. Ed è proprio da questa massa di nomi che spuntano quello del primo ministro del Regno Unito, Boris Johnson, e quello del suo omologo australiano, Scott Morrison.
È altamente probabile che la questione Zhenhua contribuisca a cementare un asse tra Stati Uniti, Australia e Regno Unito in funzione anticinese. Per il momento, è stata comunque soprattutto Canberra a prendere posizione, con il ministro dell'Energia, Angus Taylor, che ha definito «preoccupante» il database. Del resto, è proprio in Australia che - almeno per il momento - il dossier Zhenhua ha suscitato il maggiore scalpore politico e mediatico.
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Pietro Parolin si appresta a rinnovare gli accordi con Pechino, ma il segretario di Stato Usa è atteso a fine mese Oltretevere. Una volta a Roma, avrà incontri informali con il governo a cui chiederà del Dpcm su Huawei.Il database della società di big data Zhenhua contiene più di 2,4 milioni di nomi da tutto il mondo. Presenti Matteo Renzi, Silvio Berlusconi, Walter Veltroni, cariche militari, terroristi e mafiosiLo speciale contiene due articoliGiornata di esternazioni in Vaticano. Il segretario di Stato, Pietro Parolin, dopo essere intervenuto sulla questione Libano («Far emergere le nuove forze politiche che superino le logiche particolari») è entrato sul tema molto caldo dei rapporti con la Cina e delle nomine dei vescovi nella terra (...) del Dragone. «La nostra intenzione è che sia prolungato, che si continui ad adottarlo ad experimentum», ha detto Parolin ai giornalisti. A prestare particolarmente attenzione a quanto accadrà tra Vaticano e Pechino nel corso del mese di ottobre non sono tanto i giornalisti italiani, quanto quelli internazionali. Perché gli equilibri lungo l'asse tra Papa Bergoglio e Xi Jinping impatteranno sulle scelte e sulle mosse di molte nazioni. L'Italia innanzitutto, ma anche la Germania e gli Stati Uniti. Non è un caso se per fine mese è previsto che il segretario di Stato Mike Pompeo voli a Roma per una visita ufficiale dentro le Mura. I rispettivi apparati sono in contatto già da giugno scorso per organizzare l'evento. Visto la delicatezza dei temi e la sicurezza del profilo è normale che l'organizzazione venga avviata e stoppata più volte. Non si esclude che riaccada, però a quanto risulta alla Verità la scadenza del mese dovrebbe rappresentare la volta buona. Pompeo a Roma significherebbe un incontro diretto con Parolin, ma anche la possibilità di organizzare con meno impegno formale incontri con rappresentanti del governo italiano. E il primo tema sul tavolo è il 5G. Il mese di agosto, come ha più volte scritto La Verità, ha visto il tentativo riuscito da parte di Giuseppe Conte di far autorizzare un operatore come Tim all'utilizzo di tecnologia Huawei. Il governo, dopo il parere positivo del comitato sul golden power, ha firmato un Dpcm con il chiaro intento di far entrare dalla finestra partner cinesi per la rete italiana. Ovviamente, la normativa su 5G e golden power è in evoluzione, e quando i testi diventeranno legge potrebbero esserci sorprese. Inasprimenti sulle prescrizioni in modo retroattivo o addirittura un bando sul modello inglese. Quando la notizia - anche grazie alla Verità - è diventata pubblica è emersa una frattura dentro il governo. La componente atlantista del Pd (guidata dal ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, e dal titolare degli Affari Ue, Vincenzo Amendola) ha chiesto una verifica sul tema. E ha preteso di fissare uno specifico cdm per dare alla scelta dei fornitori del 5G il peso politico che merita. In pratica, mezzo Pd ha voluto far sapere a Conte che non si possono prendere decisioni di tale importanza geopolitica con atti amministrativi. E che è, inoltre, il caso di allinearsi alle mosse dell'Unione europea. Il prossimo 22 settembre il premier dovrà presentarsi al cospetto del Copasir. Il membri del comitato lo sentiranno per capire se ci sono possibilità di trovare una mediazione e quindi cambiare in modo soft le nuove norme sui rinnovi dei vertici dei servizi. Riportandole all'interno dei paletti della legge statutaria del 2007. Una volta lì, al premier verrà anche sottoposta la questione del 5G, e si dovrebbe creare quel combinato disposto utile a mettere in agenda il famoso cdm richiesto ad agosto dal Pd.Gli Stati Uniti, nella loro componente diplomatica, si aspettano evidentemente che la partita del 5G venga definita una volta per tutte. Venga rimessa sul piano geopolitico che merita e che al limite il governo si impegni ad allinearsi con le prossime scelte dell'unione. Che tradotto vuol dire con le normative che suggerirà Angela Merkel. E la cancelliera attentissima ai ritorni economici delle imprese tedesche potrebbe riservare nelle relazioni con Pechino sorprese di grande peso. Le relazione tra i due Paesi sono basate molto più rispetto a Francia o altre nazioni Ue sul commercio reciproco. Ad esempio la Francia si muove su compartimenti stagni. Quali possono essere il business del nucleare o l'aviazione. Berlino invece fino ad ora ha sviluppato l'interscambio con la Cina in modo capillare. Fino ad ora perché lentamente la strategia della Merkel sta cambiando. Nel silenzio di numerosi media italiani e internazionali, la Germania ha aderito agli accordi Indopacifici. Il che significa per i tedeschi aprirsi a rapporti più strutturati con i Paesi posti a Sud del Pacifico, esattamente dove sta anche l'Australia, pilastro anti cinese del mondo meridionale. Recentemente l'ambasciatore cinese a Berlino, Wu Ken, ha spiegato in una intervista che le relazioni con la Germania sono andate ben oltre le influenze strategiche. Tradotto, ha lanciato un messaggio per rivedere le alleanze reciproche sapendo che Berlino si sta lentamente smarcando dall'abbraccio cinese.Ma al tempo stesso pensa alla propria industria automobilistica e alla necessità di un rilancio poderoso. Insomma, la Cancelliera è a un bivio. Se gli Stati Uniti dovessero chiudere il cerchio sulla Germania (fare leva in Europa esattamente come hanno fatto nelle relazioni Indopacifiche), riuscirebbero a sterzare la politica dell'intera Unione. Ovviamente la Cina si muove nella direzione opposta. Mike Pompeo è attivo più che mai, e la tappa romana di fine mese avrebbe il vantaggio di toccare nel medesimo lasso di tempo i fili scoperti del Vaticano, dell'Italia e dell'Europa. 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Secondo quanto riportato dal Guardian, i dati sarebbero stati ottenuti dall'accademico americano, Christopher Balding, il quale li avrebbe poi girati a Internet 2.0, società australiana che vanta tra i suoi clienti i governi di Canberra e Washington. Proprio Internet 2.0 sarebbe a sua volta riuscita a recuperare una parte delle informazioni, inviandole a un circuito di giornali internazionali. Secondo Balding, «la persona che ha fornito il database di Zhenhua, mettendosi a rischio per ottenere questi dati, ha reso un servizio enorme ed è la prova che molti in Cina sono preoccupati per l'autoritarismo e la sorveglianza del Partito comunista cinese». Secco il commento di società di Shenzhen. «Il rapporto è davvero falso», ha dichiarato al Guardian un suo rappresentante. «I nostri dati sono tutti dati pubblici su Internet. Non raccogliamo dati. Questa è solo un'integrazione dei dati. Il nostro modello di business e i nostri partner sono i nostri segreti commerciali. Non esiste un database di 2 milioni di persone», ha aggiunto. «Siamo una società privata», ha detto, negando qualsiasi legame con il governo o l'esercito cinese. Stando al Guardian, tuttavia tali legami avrebbero realmente luogo. In particolare, secondo l'Australian broadcasting corporation, Zhenhua avrebbe tra i propri clienti il Partito comunista cinese e l'Esercito popolare di liberazione. Inoltre, sempre secondo la medesima emittente, sarebbe probabile che, oltre a fonti di pubblico dominio, la società cinese abbia attinto dal dark Web. Più cauto il Washington Post, secondo cui non ci sarebbero prove di un controllo diretto di Zhenhua da parte del governo cinese. La testata sottolinea comunque che la società si muova in un'orbita non troppo lontana dalle alte sfere della Repubblica Popolare. Come che sia, secondo Robert Potter, cofondatore di Internet 2.0, tra le fonti dei dati risulterebbero presenti social network come Linkedin, Facebook e Twitter. Il database raccoglie diversi personaggi di spicco del nostro Paese. In particolare, i nomi italiani - analizzati da Il Foglio - risulterebbero oltre 4.500 e per lo più appartenenti al mondo politico. Tra le figure maggiormente famose, si annoverano: Matteo Renzi, Silvio Berlusconi, Walter Veltroni, Giulio Tremonti ed Enrico Letta. Presenti anche nomi di noti imprenditori e di prelati. La lista è divisa a sua volta in tre categorie: una contenente le persone «politicamente esposte», una seconda con «parenti e collaboratori» e una terza comprendente «persone di interesse speciale» (in cui figurano nomi di criminali, legati alla malavita organizzata e al terrorismo). Secondo La Repubblica - differentemente dagli elenchi di altri Paesi - in quello italiano non compaiono nomi di esponenti dell'attuale governo. Stando al Guardian, nel database figurerebbero circa 52.000 americani, 35.000 australiani e quasi 10.000 britannici. Ed è proprio da questa massa di nomi che spuntano quello del primo ministro del Regno Unito, Boris Johnson, e quello del suo omologo australiano, Scott Morrison. È altamente probabile che la questione Zhenhua contribuisca a cementare un asse tra Stati Uniti, Australia e Regno Unito in funzione anticinese. Per il momento, è stata comunque soprattutto Canberra a prendere posizione, con il ministro dell'Energia, Angus Taylor, che ha definito «preoccupante» il database. Del resto, è proprio in Australia che - almeno per il momento - il dossier Zhenhua ha suscitato il maggiore scalpore politico e mediatico.
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In venti contro 4 li aggrediscono armati di spranghe. Le immagini sono al vaglio della Digos. Uno dei quattro militanti è stato trasportato in ospedale in codice giallo.
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Domani 9 gennaio a Milano arrivano migliaia di trattori per dire no all’accordo; si mobilitano da Rivolta agricola, agli allevatori piemontesi, fino ai Comitati degli agricoltori ormai diffusi in tutto il Nord e Centro Italia. Fanno quello che sta succedendo in Francia dove da settimane il Paese è bloccato dalle proteste, in Polonia dove alla fine dell’anno i trattori hanno bloccato le autostrade, in Ungheria, in Romania e in Repubblica Ceca dove oltre al no al trattato commerciale con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay a cui si aggiunge la Bolivia, c’è anche il no all’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Queste proteste stanno raffreddando i governi e l’intesa che appena 48 ore fa era data per fatta dopo che Giorgia Meloni aveva ottenuto la disponibilità di Ursula von der Leyen a mettere sulla prossima Pac 45 miliardi (all’Italia ne andrebbero 10 con un miliardo di vantaggio rispetto alla quota consolidata) è tornata in discussione.
Ieri il presidente della Commissione aveva favorito una riunione dei ministri agricoli dei 27 con i commissari all’agricoltura e al commercio per arrivare alla ratifica del Mercosur. Il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha detto: «Firmiamo solo se ci sono delle garanzie. Guardiamo agli accordi che eliminano le barriere tariffarie e non tariffarie con uno sguardo positivo, ma non si può mettere in discussione il nostro sistema economico o una parte di questo». Tradotto: senza clausola di reciprocità (sui fitofarmaci, sui controlli sanitari e di qualità, sull’utilizzo di manodopera regolare) il Mercosur non passa. Lollobrigida ha rivendicato che la Commissione si è «convinta ad accettare la proposta italiana sulla Pac che torna centrale nelle politiche europee. La dotazione finanziaria», ha specificato, «deve garantire alcuni settori rispetto alle fluttuazioni di mercato. Ma non ci interessa pagare il funerale a qualcuno, ci interessa che qualcuno resti in vita e continui a produrre». La preoccupazione è per un’invasione di prodotti del Sudamerica (il Brasile è già il primo fornitore dell’Ue di materia agricola per quasi 10 miliardi): dalla carne alla soia, dal riso allo zucchero.
Ieri si è svolto anche un vertice dei Paesi di Visegrad. I ministri di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno detto: «Siamo qui per difendere i nostri agricoltori, la sicurezza alimentare non deve essere oggetto dei giochi politici». L’ungherese Itsvan Nagy ha aggiunto: «Sono a Bruxelles sul campo di battaglia, le preoccupazioni degli agricoltori sono giustificate». Gianmarco Centinaio, vicepresidente del Senato (Lega, ex ministro agricolo) annuncia: «La Commissione europea non può pensare che le garanzie chieste dai nostri agricoltori siano in vendita. Un conto sono le risorse per la Pac, finalmente aumentate grazie al governo italiano, un altro conto è l’accordo Mercosur, per il quale serve reciprocità. Condivido la richiesta degli agricoltori e venerdì andrò ad ascoltare quanti scenderanno in piazza a Milano».
Del pari la Coldiretti sta in guardia sul Mercosur: un sì dell’Italia senza clausola di reciprocità è inaccettabile. Ettore Prandini, presidente, e Vincenzo Gesmundo, segretario, in una nota sostengono: l’annuncio dei 10 miliardi in più sulla Pac «ottenuto grazie al ruolo determinante svolto dal governo e dal ministro Lollobrigida» così come la marcia indietro sui tagli e le modifiche al fondo sulle aree rurali sono positivi, ma ora «devono seguire atti legislativi europei». Coldiretti non si fida della «tecnocrazia di Bruxelles» e annuncia: «Proseguiamo la mobilitazione permanente: dal 20 gennaio e fino alla fine del mese manifestazioni coinvolgeranno oltre 100.000 soci; inizieremo con Lombardia, Piemonte, Veneto e Lazio e si proseguirà in Emilia-Romagna, Toscana, Puglia, Campania, Sicilia e Sardegna. Saranno le occasioni per difendere le conquiste ottenute sulla Pac e chiarire la nostra contrarietà a un accordo Mercosur che non garantisca parità di trattamento tra agricoltori europei e sudamericani».
In Francia i trattori stanno preparando l’assedio di Parigi. Ieri è stato approvato un decreto che blocca l’import dal Sudamerica e l’ex ministro dell’Interno Bruno Retailleau ha detto: «Se Emmanuel Macron firma il Mercosur presento la mozione di sfiducia al governo». La baronessa Von der Leyen deve attendere.
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Ansa
Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
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Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».