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2020-09-15
Mike Pompeo in arrivo in Vaticano. Giallorossi in fibrillazione sul 5G
Mike Pompeo (Ansa)
Giornata di esternazioni in Vaticano. Il segretario di Stato, Pietro Parolin, dopo essere intervenuto sulla questione Libano («Far emergere le nuove forze politiche che superino le logiche particolari») è entrato sul tema molto caldo dei rapporti con la Cina e delle nomine dei vescovi nella terra (...) del Dragone. «La nostra intenzione è che sia prolungato, che si continui ad adottarlo ad experimentum», ha detto Parolin ai giornalisti. A prestare particolarmente attenzione a quanto accadrà tra Vaticano e Pechino nel corso del mese di ottobre non sono tanto i giornalisti italiani, quanto quelli internazionali. Perché gli equilibri lungo l'asse tra Papa Bergoglio e Xi Jinping impatteranno sulle scelte e sulle mosse di molte nazioni. L'Italia innanzitutto, ma anche la Germania e gli Stati Uniti. Non è un caso se per fine mese è previsto che il segretario di Stato Mike Pompeo voli a Roma per una visita ufficiale dentro le Mura. I rispettivi apparati sono in contatto già da giugno scorso per organizzare l'evento. Visto la delicatezza dei temi e la sicurezza del profilo è normale che l'organizzazione venga avviata e stoppata più volte. Non si esclude che riaccada, però a quanto risulta alla Verità la scadenza del mese dovrebbe rappresentare la volta buona. Pompeo a Roma significherebbe un incontro diretto con Parolin, ma anche la possibilità di organizzare con meno impegno formale incontri con rappresentanti del governo italiano. E il primo tema sul tavolo è il 5G. Il mese di agosto, come ha più volte scritto La Verità, ha visto il tentativo riuscito da parte di Giuseppe Conte di far autorizzare un operatore come Tim all'utilizzo di tecnologia Huawei.
Il governo, dopo il parere positivo del comitato sul golden power, ha firmato un Dpcm con il chiaro intento di far entrare dalla finestra partner cinesi per la rete italiana. Ovviamente, la normativa su 5G e golden power è in evoluzione, e quando i testi diventeranno legge potrebbero esserci sorprese. Inasprimenti sulle prescrizioni in modo retroattivo o addirittura un bando sul modello inglese. Quando la notizia - anche grazie alla Verità - è diventata pubblica è emersa una frattura dentro il governo. La componente atlantista del Pd (guidata dal ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, e dal titolare degli Affari Ue, Vincenzo Amendola) ha chiesto una verifica sul tema. E ha preteso di fissare uno specifico cdm per dare alla scelta dei fornitori del 5G il peso politico che merita. In pratica, mezzo Pd ha voluto far sapere a Conte che non si possono prendere decisioni di tale importanza geopolitica con atti amministrativi. E che è, inoltre, il caso di allinearsi alle mosse dell'Unione europea. Il prossimo 22 settembre il premier dovrà presentarsi al cospetto del Copasir. Il membri del comitato lo sentiranno per capire se ci sono possibilità di trovare una mediazione e quindi cambiare in modo soft le nuove norme sui rinnovi dei vertici dei servizi. Riportandole all'interno dei paletti della legge statutaria del 2007. Una volta lì, al premier verrà anche sottoposta la questione del 5G, e si dovrebbe creare quel combinato disposto utile a mettere in agenda il famoso cdm richiesto ad agosto dal Pd.
Gli Stati Uniti, nella loro componente diplomatica, si aspettano evidentemente che la partita del 5G venga definita una volta per tutte. Venga rimessa sul piano geopolitico che merita e che al limite il governo si impegni ad allinearsi con le prossime scelte dell'unione. Che tradotto vuol dire con le normative che suggerirà Angela Merkel. E la cancelliera attentissima ai ritorni economici delle imprese tedesche potrebbe riservare nelle relazioni con Pechino sorprese di grande peso. Le relazione tra i due Paesi sono basate molto più rispetto a Francia o altre nazioni Ue sul commercio reciproco. Ad esempio la Francia si muove su compartimenti stagni. Quali possono essere il business del nucleare o l'aviazione. Berlino invece fino ad ora ha sviluppato l'interscambio con la Cina in modo capillare. Fino ad ora perché lentamente la strategia della Merkel sta cambiando. Nel silenzio di numerosi media italiani e internazionali, la Germania ha aderito agli accordi Indopacifici. Il che significa per i tedeschi aprirsi a rapporti più strutturati con i Paesi posti a Sud del Pacifico, esattamente dove sta anche l'Australia, pilastro anti cinese del mondo meridionale. Recentemente l'ambasciatore cinese a Berlino, Wu Ken, ha spiegato in una intervista che le relazioni con la Germania sono andate ben oltre le influenze strategiche. Tradotto, ha lanciato un messaggio per rivedere le alleanze reciproche sapendo che Berlino si sta lentamente smarcando dall'abbraccio cinese.
Ma al tempo stesso pensa alla propria industria automobilistica e alla necessità di un rilancio poderoso. Insomma, la Cancelliera è a un bivio. Se gli Stati Uniti dovessero chiudere il cerchio sulla Germania (fare leva in Europa esattamente come hanno fatto nelle relazioni Indopacifiche), riuscirebbero a sterzare la politica dell'intera Unione. Ovviamente la Cina si muove nella direzione opposta. Mike Pompeo è attivo più che mai, e la tappa romana di fine mese avrebbe il vantaggio di toccare nel medesimo lasso di tempo i fili scoperti del Vaticano, dell'Italia e dell'Europa. A differenza del collega cinese Wang Yi che, con il suo tour europeo, è andato alla montagna, il segretario Usa potrà permettersi di stare fermo nella città eterna e attendere i risultati dei suoi input.
Oltre 4.500 italiani schedati in Cina
Zhenhua Data, società tecnologica cinese con sede a Shenzhen, ha raccolto un'enorme mole di dati appartenenti a circa 2,4 milioni di cittadini stranieri. Secondo quanto riportato dal Guardian, i dati sarebbero stati ottenuti dall'accademico americano, Christopher Balding, il quale li avrebbe poi girati a Internet 2.0, società australiana che vanta tra i suoi clienti i governi di Canberra e Washington. Proprio Internet 2.0 sarebbe a sua volta riuscita a recuperare una parte delle informazioni, inviandole a un circuito di giornali internazionali. Secondo Balding, «la persona che ha fornito il database di Zhenhua, mettendosi a rischio per ottenere questi dati, ha reso un servizio enorme ed è la prova che molti in Cina sono preoccupati per l'autoritarismo e la sorveglianza del Partito comunista cinese».
Secco il commento di società di Shenzhen. «Il rapporto è davvero falso», ha dichiarato al Guardian un suo rappresentante. «I nostri dati sono tutti dati pubblici su Internet. Non raccogliamo dati. Questa è solo un'integrazione dei dati. Il nostro modello di business e i nostri partner sono i nostri segreti commerciali. Non esiste un database di 2 milioni di persone», ha aggiunto. «Siamo una società privata», ha detto, negando qualsiasi legame con il governo o l'esercito cinese. Stando al Guardian, tuttavia tali legami avrebbero realmente luogo. In particolare, secondo l'Australian broadcasting corporation, Zhenhua avrebbe tra i propri clienti il Partito comunista cinese e l'Esercito popolare di liberazione. Inoltre, sempre secondo la medesima emittente, sarebbe probabile che, oltre a fonti di pubblico dominio, la società cinese abbia attinto dal dark Web. Più cauto il Washington Post, secondo cui non ci sarebbero prove di un controllo diretto di Zhenhua da parte del governo cinese. La testata sottolinea comunque che la società si muova in un'orbita non troppo lontana dalle alte sfere della Repubblica Popolare. Come che sia, secondo Robert Potter, cofondatore di Internet 2.0, tra le fonti dei dati risulterebbero presenti social network come Linkedin, Facebook e Twitter.
Il database raccoglie diversi personaggi di spicco del nostro Paese. In particolare, i nomi italiani - analizzati da Il Foglio - risulterebbero oltre 4.500 e per lo più appartenenti al mondo politico. Tra le figure maggiormente famose, si annoverano: Matteo Renzi, Silvio Berlusconi, Walter Veltroni, Giulio Tremonti ed Enrico Letta. Presenti anche nomi di noti imprenditori e di prelati. La lista è divisa a sua volta in tre categorie: una contenente le persone «politicamente esposte», una seconda con «parenti e collaboratori» e una terza comprendente «persone di interesse speciale» (in cui figurano nomi di criminali, legati alla malavita organizzata e al terrorismo). Secondo La Repubblica - differentemente dagli elenchi di altri Paesi - in quello italiano non compaiono nomi di esponenti dell'attuale governo. Stando al Guardian, nel database figurerebbero circa 52.000 americani, 35.000 australiani e quasi 10.000 britannici. Ed è proprio da questa massa di nomi che spuntano quello del primo ministro del Regno Unito, Boris Johnson, e quello del suo omologo australiano, Scott Morrison.
È altamente probabile che la questione Zhenhua contribuisca a cementare un asse tra Stati Uniti, Australia e Regno Unito in funzione anticinese. Per il momento, è stata comunque soprattutto Canberra a prendere posizione, con il ministro dell'Energia, Angus Taylor, che ha definito «preoccupante» il database. Del resto, è proprio in Australia che - almeno per il momento - il dossier Zhenhua ha suscitato il maggiore scalpore politico e mediatico.
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Pietro Parolin si appresta a rinnovare gli accordi con Pechino, ma il segretario di Stato Usa è atteso a fine mese Oltretevere. Una volta a Roma, avrà incontri informali con il governo a cui chiederà del Dpcm su Huawei.Il database della società di big data Zhenhua contiene più di 2,4 milioni di nomi da tutto il mondo. Presenti Matteo Renzi, Silvio Berlusconi, Walter Veltroni, cariche militari, terroristi e mafiosiLo speciale contiene due articoliGiornata di esternazioni in Vaticano. Il segretario di Stato, Pietro Parolin, dopo essere intervenuto sulla questione Libano («Far emergere le nuove forze politiche che superino le logiche particolari») è entrato sul tema molto caldo dei rapporti con la Cina e delle nomine dei vescovi nella terra (...) del Dragone. «La nostra intenzione è che sia prolungato, che si continui ad adottarlo ad experimentum», ha detto Parolin ai giornalisti. A prestare particolarmente attenzione a quanto accadrà tra Vaticano e Pechino nel corso del mese di ottobre non sono tanto i giornalisti italiani, quanto quelli internazionali. Perché gli equilibri lungo l'asse tra Papa Bergoglio e Xi Jinping impatteranno sulle scelte e sulle mosse di molte nazioni. L'Italia innanzitutto, ma anche la Germania e gli Stati Uniti. Non è un caso se per fine mese è previsto che il segretario di Stato Mike Pompeo voli a Roma per una visita ufficiale dentro le Mura. I rispettivi apparati sono in contatto già da giugno scorso per organizzare l'evento. Visto la delicatezza dei temi e la sicurezza del profilo è normale che l'organizzazione venga avviata e stoppata più volte. Non si esclude che riaccada, però a quanto risulta alla Verità la scadenza del mese dovrebbe rappresentare la volta buona. Pompeo a Roma significherebbe un incontro diretto con Parolin, ma anche la possibilità di organizzare con meno impegno formale incontri con rappresentanti del governo italiano. E il primo tema sul tavolo è il 5G. Il mese di agosto, come ha più volte scritto La Verità, ha visto il tentativo riuscito da parte di Giuseppe Conte di far autorizzare un operatore come Tim all'utilizzo di tecnologia Huawei. Il governo, dopo il parere positivo del comitato sul golden power, ha firmato un Dpcm con il chiaro intento di far entrare dalla finestra partner cinesi per la rete italiana. Ovviamente, la normativa su 5G e golden power è in evoluzione, e quando i testi diventeranno legge potrebbero esserci sorprese. Inasprimenti sulle prescrizioni in modo retroattivo o addirittura un bando sul modello inglese. Quando la notizia - anche grazie alla Verità - è diventata pubblica è emersa una frattura dentro il governo. La componente atlantista del Pd (guidata dal ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, e dal titolare degli Affari Ue, Vincenzo Amendola) ha chiesto una verifica sul tema. E ha preteso di fissare uno specifico cdm per dare alla scelta dei fornitori del 5G il peso politico che merita. In pratica, mezzo Pd ha voluto far sapere a Conte che non si possono prendere decisioni di tale importanza geopolitica con atti amministrativi. E che è, inoltre, il caso di allinearsi alle mosse dell'Unione europea. Il prossimo 22 settembre il premier dovrà presentarsi al cospetto del Copasir. Il membri del comitato lo sentiranno per capire se ci sono possibilità di trovare una mediazione e quindi cambiare in modo soft le nuove norme sui rinnovi dei vertici dei servizi. Riportandole all'interno dei paletti della legge statutaria del 2007. Una volta lì, al premier verrà anche sottoposta la questione del 5G, e si dovrebbe creare quel combinato disposto utile a mettere in agenda il famoso cdm richiesto ad agosto dal Pd.Gli Stati Uniti, nella loro componente diplomatica, si aspettano evidentemente che la partita del 5G venga definita una volta per tutte. Venga rimessa sul piano geopolitico che merita e che al limite il governo si impegni ad allinearsi con le prossime scelte dell'unione. Che tradotto vuol dire con le normative che suggerirà Angela Merkel. E la cancelliera attentissima ai ritorni economici delle imprese tedesche potrebbe riservare nelle relazioni con Pechino sorprese di grande peso. Le relazione tra i due Paesi sono basate molto più rispetto a Francia o altre nazioni Ue sul commercio reciproco. Ad esempio la Francia si muove su compartimenti stagni. Quali possono essere il business del nucleare o l'aviazione. Berlino invece fino ad ora ha sviluppato l'interscambio con la Cina in modo capillare. Fino ad ora perché lentamente la strategia della Merkel sta cambiando. Nel silenzio di numerosi media italiani e internazionali, la Germania ha aderito agli accordi Indopacifici. Il che significa per i tedeschi aprirsi a rapporti più strutturati con i Paesi posti a Sud del Pacifico, esattamente dove sta anche l'Australia, pilastro anti cinese del mondo meridionale. Recentemente l'ambasciatore cinese a Berlino, Wu Ken, ha spiegato in una intervista che le relazioni con la Germania sono andate ben oltre le influenze strategiche. Tradotto, ha lanciato un messaggio per rivedere le alleanze reciproche sapendo che Berlino si sta lentamente smarcando dall'abbraccio cinese.Ma al tempo stesso pensa alla propria industria automobilistica e alla necessità di un rilancio poderoso. Insomma, la Cancelliera è a un bivio. Se gli Stati Uniti dovessero chiudere il cerchio sulla Germania (fare leva in Europa esattamente come hanno fatto nelle relazioni Indopacifiche), riuscirebbero a sterzare la politica dell'intera Unione. Ovviamente la Cina si muove nella direzione opposta. Mike Pompeo è attivo più che mai, e la tappa romana di fine mese avrebbe il vantaggio di toccare nel medesimo lasso di tempo i fili scoperti del Vaticano, dell'Italia e dell'Europa. A differenza del collega cinese Wang Yi che, con il suo tour europeo, è andato alla montagna, il segretario Usa potrà permettersi di stare fermo nella città eterna e attendere i risultati dei suoi input.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/mike-pompeo-in-arrivo-in-vaticano-giallorossi-in-fibrillazione-sul-5g-2647645537.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="oltre-4-500-italiani-schedati-in-cina" data-post-id="2647645537" data-published-at="1600109727" data-use-pagination="False"> Oltre 4.500 italiani schedati in Cina Zhenhua Data, società tecnologica cinese con sede a Shenzhen, ha raccolto un'enorme mole di dati appartenenti a circa 2,4 milioni di cittadini stranieri. Secondo quanto riportato dal Guardian, i dati sarebbero stati ottenuti dall'accademico americano, Christopher Balding, il quale li avrebbe poi girati a Internet 2.0, società australiana che vanta tra i suoi clienti i governi di Canberra e Washington. Proprio Internet 2.0 sarebbe a sua volta riuscita a recuperare una parte delle informazioni, inviandole a un circuito di giornali internazionali. Secondo Balding, «la persona che ha fornito il database di Zhenhua, mettendosi a rischio per ottenere questi dati, ha reso un servizio enorme ed è la prova che molti in Cina sono preoccupati per l'autoritarismo e la sorveglianza del Partito comunista cinese». Secco il commento di società di Shenzhen. «Il rapporto è davvero falso», ha dichiarato al Guardian un suo rappresentante. «I nostri dati sono tutti dati pubblici su Internet. Non raccogliamo dati. Questa è solo un'integrazione dei dati. Il nostro modello di business e i nostri partner sono i nostri segreti commerciali. Non esiste un database di 2 milioni di persone», ha aggiunto. «Siamo una società privata», ha detto, negando qualsiasi legame con il governo o l'esercito cinese. Stando al Guardian, tuttavia tali legami avrebbero realmente luogo. In particolare, secondo l'Australian broadcasting corporation, Zhenhua avrebbe tra i propri clienti il Partito comunista cinese e l'Esercito popolare di liberazione. Inoltre, sempre secondo la medesima emittente, sarebbe probabile che, oltre a fonti di pubblico dominio, la società cinese abbia attinto dal dark Web. Più cauto il Washington Post, secondo cui non ci sarebbero prove di un controllo diretto di Zhenhua da parte del governo cinese. La testata sottolinea comunque che la società si muova in un'orbita non troppo lontana dalle alte sfere della Repubblica Popolare. Come che sia, secondo Robert Potter, cofondatore di Internet 2.0, tra le fonti dei dati risulterebbero presenti social network come Linkedin, Facebook e Twitter. Il database raccoglie diversi personaggi di spicco del nostro Paese. In particolare, i nomi italiani - analizzati da Il Foglio - risulterebbero oltre 4.500 e per lo più appartenenti al mondo politico. Tra le figure maggiormente famose, si annoverano: Matteo Renzi, Silvio Berlusconi, Walter Veltroni, Giulio Tremonti ed Enrico Letta. Presenti anche nomi di noti imprenditori e di prelati. La lista è divisa a sua volta in tre categorie: una contenente le persone «politicamente esposte», una seconda con «parenti e collaboratori» e una terza comprendente «persone di interesse speciale» (in cui figurano nomi di criminali, legati alla malavita organizzata e al terrorismo). Secondo La Repubblica - differentemente dagli elenchi di altri Paesi - in quello italiano non compaiono nomi di esponenti dell'attuale governo. Stando al Guardian, nel database figurerebbero circa 52.000 americani, 35.000 australiani e quasi 10.000 britannici. Ed è proprio da questa massa di nomi che spuntano quello del primo ministro del Regno Unito, Boris Johnson, e quello del suo omologo australiano, Scott Morrison. È altamente probabile che la questione Zhenhua contribuisca a cementare un asse tra Stati Uniti, Australia e Regno Unito in funzione anticinese. Per il momento, è stata comunque soprattutto Canberra a prendere posizione, con il ministro dell'Energia, Angus Taylor, che ha definito «preoccupante» il database. Del resto, è proprio in Australia che - almeno per il momento - il dossier Zhenhua ha suscitato il maggiore scalpore politico e mediatico.
Emmanuel Macron (Ansa)
La prima è contenuto nell’articolo 25 del regolamento del 2024, sostanzialmente invariata rispetto al passato, la seconda è prevista dall’articolo 26, che è stata frutto di un lungo compromesso sull’asse franco-tedesco ed è stata presentata a lungo come il simbolo della tanta invocata «flessibilità» di cui era priva la precedente versione del Psc. Ma è stato un compromesso che ha «avvelenato i pozzi», come spiegheremo di seguito.
L’effetto finale di entrambe le clausole è quello di consentire una deviazione temporanea dal percorso di spesa netta concordata e quindi fare più spesa e più deficit. Ma le modalità di attivazione ed esercizio delle due clausole sono diverse. La clausola nazionale (Nec, National escape clause) di distingue proprio per il suo approccio specifico e mirato alle esigenze del singolo Stato membro, mentre quella generale (Gec, general escape clause) riguarda la Ue nella sua interezza. Di conseguenza, sono ben diverse le condizioni attivazione della sospensione del Psc. Mentre la Gec richiede una «grave recessione» che deve riguardare la Ue nel suo complesso e quindi necessita un ampio coordinamento tra gli Stati, la Nec richiede il verificarsi di «circostanze eccezionali al di fuori del controllo dello Stato membro» che abbiano un «impatto rilevante sulle finanze pubbliche», stimato intorno al 1-1,5% del Pil. Intorno ai 30 miliardi per l’Italia. E cosa c’è di più «eccezionale» e «al di fuori del controllo» di uno shock dei prezzi energetici, che peraltro impatta in modo asimmetrico e disomogeneo sui singoli Stati membri, in dipendenza del loro specifico mix di approvvigionamento energetico? E qui sorgono i problemi.
La Commissione è convinta che la spese per la difesa rientrino nella definizione, al contrario delle spese per la crisi energetica e, nel fare questa valutazione, ha di fatto un potere insindacabile, scalfibile soltanto con una certosina opera di convincimento. Nulla di più. A meno di non voler far esplodere un conflitto istituzionale, che è quello che abbiamo potuto leggere in filigrana nelle ultime dichiarazioni a tale proposito di Giorgia Meloni e del ministro Giorgetti.
Un rischio reale perché chi decide sulla concessione della Nec è il Consiglio Ecofin con la particolare formula della maggioranza qualificata rafforzata (almeno 20 Paesi che rappresentino almeno il 65% della popolazione). Ma lo fa esprimendosi su una raccomandazione della Commissione la quale deve essere preceduta da un’esplicita richiesta dello Stato membro, che viene attentamente vagliata dalla Commissione. A quel punto il Consiglio stabilisce la durata della deviazione e può anche concedere più proroghe. Ovviamente tali fasi sono precedute e accompagnate da interlocuzioni informali, per far sì che la richiesta dello Stato membro diventi una raccomandazione della Commissione in senso favorevole ed entri in Consiglio con ragionevoli probabilità di successo. È questo probabilmente il motivo dell’attivismo verbale di Meloni e Giorgetti in questi giorni perché, non essendoci le condizioni per la clausola generale, bisogna convincere Commissione e Consiglio per ottenere quella nazionale. Possibilmente evitando di sfidarli presentando la richiesta e ricevendo un secco “no” in favore di telecamere e mercati.
E qui veniamo al grimaldello più pesante nelle mani della Commissione. Perché la «deviazione» non deve «mettere a rischio la sostenibilità fiscale nel medio termine». Una valutazione contraddistinta da una infinita discrezionalità, perché entrano in gioco diverse variabili come la traiettoria del debito, i costi di finanziamento, le proiezioni di crescita. Fattori su cui l’Italia è un osservato speciale a Bruxelles. Su tutto questo, come se non bastasse, si innesta la procedura per deficit eccessivo (Edp), dalla quale l’Italia non è riuscita ad uscire a causa del deficit/PIL al 3,1% nel 2025. Infatti la Nec è attivabile anche dal Paese che è già in Edp come l’Italia, ma subendo la conseguenza distorsiva e illogica di prolungare la procedura. Ecco così spiegata la recente pressione sul filo dei decimali per scendere sotto il 3%, perché se fosse avvenuto avremmo avuto potuto deviare dal Patto senza rientrare in procedura. In altre parole, per chi non è in Edp, come la Germania, attivare la clausola nazionale consente di spendere senza finire in Edp, invece per chi è in Edp spendere significa restare in Edp più a lungo. Fine pena mai. Soprattutto confrontandosi con la Francia che negli ultimi 17 anni è stata in Edp per 11 anni ed ha pure ottenuto tempo fino al 2029 per rientrare sotto il 3%, mentre noi abbiamo avuto tempo fino al 2026.
E proprio dalla sponda francese ieri sono arrivate le ambigue parole del Presidente Emmanuel Macron che ha proposto il rinvio del rimborso dei debiti del NextGenerationUE da parte degli Stati membri, previsto dal 2028 al 2058. Anziché consentire agli Stati lo sfruttamento della flessibilità nazionale, ricompare la «sirena» del debito comune, peraltro nemmeno nuove risorse, che serve solo a condizionarci.
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Claudio Borghi (Ansa)
La maggioranza di centrodestra dialoga al suo interno su come fronteggiare la grave crisi economica provocata dal prolungarsi della guerra tra Usa e Iran: diverse le proposte sul tappeto, in vista dell’esame parlamentare del Documento di finanza pubblica, in relazione al quale giovedì prossimo verrà votata la risoluzione di maggioranza, tra le quali tiene banco quella di uno scostamento di bilancio, che consiste nell’aumento del debito pubblico oltre la soglia già prevista. Una ipotesi caldeggiata in particolare dalla Lega: «Noi», spiega all’Ansa il capogruppo del Carroccio in Commissione Bilancio al Senato, Claudio Borghi, «sabato scorso a Milano abbiamo fatto una manifestazione per chiedere lo scostamento di bilancio. Noto che da quel momento la nostra posizione sta diventando sempre più patrimonio comune del centrodestra e ne sono più che felice. Si tratterà con gli alleati sui contenuti del documento unitario da portare in Parlamento ma la Lega insisterà per inserire anche l’abbandono del Patto di stabilità europeo, eventualmente anche unilaterale qualora l’Ue non dovesse dare risposte».
Posizione forte, ribadita da Matteo Salvini: «Uscire dal Patto di stabilità? Lo diciamo da settimane», sottolinea Salvini, «non è una proposta di ieri. Rischiamo il blocco dell’Italia per l’aumento del costo del gasolio, della luce e del gas. E quindi se Bruxelles non permetterà a tutti di investire per aiutare famiglie e imprese, noi chiederemo di poter aiutare gli italiani. Poi se non lo fanno i polacchi o i portoghesi o i finlandesi, saranno ragionamenti loro. Noi portiamo avanti la richiesta di poter usare i soldi degli italiani per aiutare gli italiani in difficoltà». Perfettamente in linea, il viceministro delle Infrastrutture Edoardo Rixi, anche lui della Lega: «Sugli extracosti il tema è molto semplice», sottolinea Rixi, «o ci fanno fare uno scostamento di bilancio particolarmente importante o dobbiamo riorientare le opere pubbliche da calendarizzare, non c’è nessuna azienda che può permettersi di lavorare senza essere pagata, lo dico in maniera molto chiara perché negli ultimi anni l’aumento dei costi delle materie prime è stato forte».
A favore dello scostamento di bilancio pure Confindustria: nel corso dell’audizione sul Dfp, il direttore del Centro studi Alessandro Fontana ha proposto uno scostamento di bilancio per aiuti di intensità proporzionata agli aumenti dei costi di gas ed elettricità fino a dicembre 2026 per tutte le imprese in media, alta e altissima tensione e aiuti mirati e di maggiore intensità per le imprese elettrivore e gasivore.
Su questi argomenti, abbiamo ascoltato l’opinione di uno dei massimi esperti economici della maggioranza, Ylenja Lucaselli, capogruppo di Fratelli d’Italia in commissione Bilancio alla Camera e vice responsabile del dipartimento economia del partito: «Bisogna essere molto cauti», dice la Lucaselli alla Verità, «quando si parla di scostamento di bilancio, perché non significa altro che debito, e sotto questo punto di vista la situazione italiana non è delle migliori. Se oggi facciamo altro debito, tutto ciò che abbiamo fatto in questi quattro anni per guadagnare l’affidabilità dei mercati finanziari rischia di essere vanificato. Così come non credo proprio che sia il momento di andare allo scontro con l’Europa. Infine, lo scostamento di bilancio si discute eventualmente durante l’esame della legge di bilancio, quando si precisa anche dove vengono destinati questi soldi». Parole improntate al più sano realismo e alla responsabilità, quelle della Lucaselli. «Ci sono due cose da fare», prosegue la deputata di Fdi, «per fronteggiare l’emergenza: innanzitutto razionalizzare le spese, e poi occorre riaggregare voci di bilancio, ma sono misure che puoi fare sistematicamente solo in manovra, altrimenti non puoi fruire appieno degli effetti. Inoltre, dobbiamo insistere con l’Europa affinché prenda misure adeguate che riguardino tutti». Infine una spiegazione tecnica molto preziosa sul famoso sforamento del 3% «C’è poi un altro aspetto da tenere presente», ci spiega la Lucaselli, «che riguarda il famoso 3,1 di rapporto deficit/ Pil stimato dall’Istat. Dunque: l’Istat arrotonda i decimali. Fino al 3,04%, diventa il 3; noi eravamo al 3,07% ed è diventato 3,1. La differenza tra 3,04 e 3,07 sono 600 milioni di euro, la esatta cifra che l’Agenzia delle Entrate ha comunicato all’Istat come ammontare di soldi bloccati per il Superbonus ma che non saranno mai erogati perché si tratta di truffe. L’Istat non ne ha tenuto conto, ma dovrà correggere la stima, e quindi a settembre torneremo al 3%».
Quanto a Forza Italia, il segretario Antonio Tajani si è detto «assolutamente contrario all’ipotesi di uscire unilateralmente dal Patto di stabilità. Poi lo dico e lo ripeto: ci sono i 400 miliardi del Mes, non vedo perché devono rimanere là congelati. Invece di aumentare il debito pubblico si potrebbe utilizzare quei soldi». «Per quel che riguarda lo scostamento di bilancio», sottolinea a Voce Libera Maurizio Casasco, responsabile economico del partito, «non va dimenticato che, facendo solo debito per debito, a pagare il conto sono e saranno sempre gli italiani: inciderebbe sui tassi e di conseguenza su mutui e crediti».
Corsa per tagliare ancora la benzina
Il 1° maggio o va in scadenza il taglio delle accise sui carburanti di 24,4 centesimi disposto dal governo a marzo, poi prorogato ad aprile, ma per ora non ci sono indicazioni su un’eventuale prolungamento dello sconto. Al ministero dell’Economia sono giornate febbrili alla ricerca della copertura in una condizione di equilibri di bilancio precaria. La certificazione del deficit al 3,1% del Pil è stata una doccia fredda come pure il no di Bruxelles alla sospensione del Patto di stabilità. Inoltre la mancanza di segnali di una rapida risoluzione del conflitto, rende il quadro ancora più cupo.
La proroga precedente del taglio alle accise (quella che scade il 1° maggio) ha avuto un costo intorno ai 500 milioni di euro. Secondo il governo, circa 200 milioni sarebbero stati recuperati da un aumento del gettito Iva legato proprio ai rincari dei carburanti. Allora si disse che altri 300 milioni sarebbero venuti da risorse legate al sistema europeo Ets sulle emissioni di CO2 non ancora utilizzate. È da vedere quindi se ci sono ancora soldi su questa voce mentre il gettito Iva è automatico.
Il decreto del 18 marzo prevedeva, quale copertura, tagli pesanti a diversi ministeri. Il ministero dell’Economia ha già avuto una sforbiciata di 127,5 milioni, quello delle Infrastrutture e dei Trasporti di 96,5 milioni e alla Salute sono stati tolti 86,05 milioni. Quindi difficilmente potrà essere chiesto di stringere ancora la cinghia.
La Staffetta Quotidiana ieri segnalava che le quotazioni dei prodotti raffinati sono in rialzo da cinque giorni consecutivi, ma al rincaro, comunque lieve, della benzina fa da contraltare il gasolio, ancora in calo. La benzina self service sulla rete stradale è a 1,738 euro/litro (+2 millesimi rispetto a venerdì), gasolio a 2,058 euro/litro (-4 millesimi). Sempre stando alla rilevazione di Staffetta Quotidiana, Tamoil ha aumentato di tre centesimi al litro i prezzi consigliati della benzina e di due quelli del gasolio.
L’aumento contenuto è una buona notizia per l’autotrasporto se non fosse che venerdì scade il taglio delle accise e senza un nuovo intervento di contenimento, il gasolio in Italia diventerebbe il più caro di tutta Europa, arrivando a quota 2,307 euro al litro. La benzina invece toccherebbe 1,981 euro al litro, poco al di sopra della media europea. Il Codacons ha rimarcato che proprio grazie al taglio delle accise la crescita dei prezzi dei carburanti nel nostro Paese è stata finora più contenuta del resto della Ue. In assenza di tale sconto l’Italia si piazzerebbe in testa alla classifica europea del caro-gasolio.
Intanto il prezzo del petrolio continua a crescere dopo weekend caratterizzato dallo stallo nei negoziati Usa-Iran, con l’annullamento del viaggio degli inviati Usa per i colloqui di pace e l’attentato al presidente americano Donald Trump. Il contratto per giugno sul Wti americano ieri ha guadagnato l’1,80% a 96,10 dollari mentre quello sul Brent è salito di quasi il 2% a 107,41 dollari al barile.
«Abbiamo due riunioni del consiglio dei ministri», una oggi e una il 30 e «in quella sede valuteremo cosa fare sul fronte dell’energia», ha detto il ministro delle Imprese, Adolfo Urso.
«Ne stiamo parlando, però da solo non basta, perché il taglio delle accise sui bilanci delle aziende di autotrasporto non arriva», ha aggiunto il ministro dei Trasporti, Matteo Salvini.
Il prossimo 25 maggio parte il lungo sciopero degli autotrasportatori, che sono tra i più esposti ai rincari del gasolio. Il loro fermo rischia di svuotare gli scaffali della grande distribuzione.
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