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2020-09-15
Mike Pompeo in arrivo in Vaticano. Giallorossi in fibrillazione sul 5G
Mike Pompeo (Ansa)
Giornata di esternazioni in Vaticano. Il segretario di Stato, Pietro Parolin, dopo essere intervenuto sulla questione Libano («Far emergere le nuove forze politiche che superino le logiche particolari») è entrato sul tema molto caldo dei rapporti con la Cina e delle nomine dei vescovi nella terra (...) del Dragone. «La nostra intenzione è che sia prolungato, che si continui ad adottarlo ad experimentum», ha detto Parolin ai giornalisti. A prestare particolarmente attenzione a quanto accadrà tra Vaticano e Pechino nel corso del mese di ottobre non sono tanto i giornalisti italiani, quanto quelli internazionali. Perché gli equilibri lungo l'asse tra Papa Bergoglio e Xi Jinping impatteranno sulle scelte e sulle mosse di molte nazioni. L'Italia innanzitutto, ma anche la Germania e gli Stati Uniti. Non è un caso se per fine mese è previsto che il segretario di Stato Mike Pompeo voli a Roma per una visita ufficiale dentro le Mura. I rispettivi apparati sono in contatto già da giugno scorso per organizzare l'evento. Visto la delicatezza dei temi e la sicurezza del profilo è normale che l'organizzazione venga avviata e stoppata più volte. Non si esclude che riaccada, però a quanto risulta alla Verità la scadenza del mese dovrebbe rappresentare la volta buona. Pompeo a Roma significherebbe un incontro diretto con Parolin, ma anche la possibilità di organizzare con meno impegno formale incontri con rappresentanti del governo italiano. E il primo tema sul tavolo è il 5G. Il mese di agosto, come ha più volte scritto La Verità, ha visto il tentativo riuscito da parte di Giuseppe Conte di far autorizzare un operatore come Tim all'utilizzo di tecnologia Huawei.
Il governo, dopo il parere positivo del comitato sul golden power, ha firmato un Dpcm con il chiaro intento di far entrare dalla finestra partner cinesi per la rete italiana. Ovviamente, la normativa su 5G e golden power è in evoluzione, e quando i testi diventeranno legge potrebbero esserci sorprese. Inasprimenti sulle prescrizioni in modo retroattivo o addirittura un bando sul modello inglese. Quando la notizia - anche grazie alla Verità - è diventata pubblica è emersa una frattura dentro il governo. La componente atlantista del Pd (guidata dal ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, e dal titolare degli Affari Ue, Vincenzo Amendola) ha chiesto una verifica sul tema. E ha preteso di fissare uno specifico cdm per dare alla scelta dei fornitori del 5G il peso politico che merita. In pratica, mezzo Pd ha voluto far sapere a Conte che non si possono prendere decisioni di tale importanza geopolitica con atti amministrativi. E che è, inoltre, il caso di allinearsi alle mosse dell'Unione europea. Il prossimo 22 settembre il premier dovrà presentarsi al cospetto del Copasir. Il membri del comitato lo sentiranno per capire se ci sono possibilità di trovare una mediazione e quindi cambiare in modo soft le nuove norme sui rinnovi dei vertici dei servizi. Riportandole all'interno dei paletti della legge statutaria del 2007. Una volta lì, al premier verrà anche sottoposta la questione del 5G, e si dovrebbe creare quel combinato disposto utile a mettere in agenda il famoso cdm richiesto ad agosto dal Pd.
Gli Stati Uniti, nella loro componente diplomatica, si aspettano evidentemente che la partita del 5G venga definita una volta per tutte. Venga rimessa sul piano geopolitico che merita e che al limite il governo si impegni ad allinearsi con le prossime scelte dell'unione. Che tradotto vuol dire con le normative che suggerirà Angela Merkel. E la cancelliera attentissima ai ritorni economici delle imprese tedesche potrebbe riservare nelle relazioni con Pechino sorprese di grande peso. Le relazione tra i due Paesi sono basate molto più rispetto a Francia o altre nazioni Ue sul commercio reciproco. Ad esempio la Francia si muove su compartimenti stagni. Quali possono essere il business del nucleare o l'aviazione. Berlino invece fino ad ora ha sviluppato l'interscambio con la Cina in modo capillare. Fino ad ora perché lentamente la strategia della Merkel sta cambiando. Nel silenzio di numerosi media italiani e internazionali, la Germania ha aderito agli accordi Indopacifici. Il che significa per i tedeschi aprirsi a rapporti più strutturati con i Paesi posti a Sud del Pacifico, esattamente dove sta anche l'Australia, pilastro anti cinese del mondo meridionale. Recentemente l'ambasciatore cinese a Berlino, Wu Ken, ha spiegato in una intervista che le relazioni con la Germania sono andate ben oltre le influenze strategiche. Tradotto, ha lanciato un messaggio per rivedere le alleanze reciproche sapendo che Berlino si sta lentamente smarcando dall'abbraccio cinese.
Ma al tempo stesso pensa alla propria industria automobilistica e alla necessità di un rilancio poderoso. Insomma, la Cancelliera è a un bivio. Se gli Stati Uniti dovessero chiudere il cerchio sulla Germania (fare leva in Europa esattamente come hanno fatto nelle relazioni Indopacifiche), riuscirebbero a sterzare la politica dell'intera Unione. Ovviamente la Cina si muove nella direzione opposta. Mike Pompeo è attivo più che mai, e la tappa romana di fine mese avrebbe il vantaggio di toccare nel medesimo lasso di tempo i fili scoperti del Vaticano, dell'Italia e dell'Europa. A differenza del collega cinese Wang Yi che, con il suo tour europeo, è andato alla montagna, il segretario Usa potrà permettersi di stare fermo nella città eterna e attendere i risultati dei suoi input.
Oltre 4.500 italiani schedati in Cina
Zhenhua Data, società tecnologica cinese con sede a Shenzhen, ha raccolto un'enorme mole di dati appartenenti a circa 2,4 milioni di cittadini stranieri. Secondo quanto riportato dal Guardian, i dati sarebbero stati ottenuti dall'accademico americano, Christopher Balding, il quale li avrebbe poi girati a Internet 2.0, società australiana che vanta tra i suoi clienti i governi di Canberra e Washington. Proprio Internet 2.0 sarebbe a sua volta riuscita a recuperare una parte delle informazioni, inviandole a un circuito di giornali internazionali. Secondo Balding, «la persona che ha fornito il database di Zhenhua, mettendosi a rischio per ottenere questi dati, ha reso un servizio enorme ed è la prova che molti in Cina sono preoccupati per l'autoritarismo e la sorveglianza del Partito comunista cinese».
Secco il commento di società di Shenzhen. «Il rapporto è davvero falso», ha dichiarato al Guardian un suo rappresentante. «I nostri dati sono tutti dati pubblici su Internet. Non raccogliamo dati. Questa è solo un'integrazione dei dati. Il nostro modello di business e i nostri partner sono i nostri segreti commerciali. Non esiste un database di 2 milioni di persone», ha aggiunto. «Siamo una società privata», ha detto, negando qualsiasi legame con il governo o l'esercito cinese. Stando al Guardian, tuttavia tali legami avrebbero realmente luogo. In particolare, secondo l'Australian broadcasting corporation, Zhenhua avrebbe tra i propri clienti il Partito comunista cinese e l'Esercito popolare di liberazione. Inoltre, sempre secondo la medesima emittente, sarebbe probabile che, oltre a fonti di pubblico dominio, la società cinese abbia attinto dal dark Web. Più cauto il Washington Post, secondo cui non ci sarebbero prove di un controllo diretto di Zhenhua da parte del governo cinese. La testata sottolinea comunque che la società si muova in un'orbita non troppo lontana dalle alte sfere della Repubblica Popolare. Come che sia, secondo Robert Potter, cofondatore di Internet 2.0, tra le fonti dei dati risulterebbero presenti social network come Linkedin, Facebook e Twitter.
Il database raccoglie diversi personaggi di spicco del nostro Paese. In particolare, i nomi italiani - analizzati da Il Foglio - risulterebbero oltre 4.500 e per lo più appartenenti al mondo politico. Tra le figure maggiormente famose, si annoverano: Matteo Renzi, Silvio Berlusconi, Walter Veltroni, Giulio Tremonti ed Enrico Letta. Presenti anche nomi di noti imprenditori e di prelati. La lista è divisa a sua volta in tre categorie: una contenente le persone «politicamente esposte», una seconda con «parenti e collaboratori» e una terza comprendente «persone di interesse speciale» (in cui figurano nomi di criminali, legati alla malavita organizzata e al terrorismo). Secondo La Repubblica - differentemente dagli elenchi di altri Paesi - in quello italiano non compaiono nomi di esponenti dell'attuale governo. Stando al Guardian, nel database figurerebbero circa 52.000 americani, 35.000 australiani e quasi 10.000 britannici. Ed è proprio da questa massa di nomi che spuntano quello del primo ministro del Regno Unito, Boris Johnson, e quello del suo omologo australiano, Scott Morrison.
È altamente probabile che la questione Zhenhua contribuisca a cementare un asse tra Stati Uniti, Australia e Regno Unito in funzione anticinese. Per il momento, è stata comunque soprattutto Canberra a prendere posizione, con il ministro dell'Energia, Angus Taylor, che ha definito «preoccupante» il database. Del resto, è proprio in Australia che - almeno per il momento - il dossier Zhenhua ha suscitato il maggiore scalpore politico e mediatico.
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Pietro Parolin si appresta a rinnovare gli accordi con Pechino, ma il segretario di Stato Usa è atteso a fine mese Oltretevere. Una volta a Roma, avrà incontri informali con il governo a cui chiederà del Dpcm su Huawei.Il database della società di big data Zhenhua contiene più di 2,4 milioni di nomi da tutto il mondo. Presenti Matteo Renzi, Silvio Berlusconi, Walter Veltroni, cariche militari, terroristi e mafiosiLo speciale contiene due articoliGiornata di esternazioni in Vaticano. Il segretario di Stato, Pietro Parolin, dopo essere intervenuto sulla questione Libano («Far emergere le nuove forze politiche che superino le logiche particolari») è entrato sul tema molto caldo dei rapporti con la Cina e delle nomine dei vescovi nella terra (...) del Dragone. «La nostra intenzione è che sia prolungato, che si continui ad adottarlo ad experimentum», ha detto Parolin ai giornalisti. A prestare particolarmente attenzione a quanto accadrà tra Vaticano e Pechino nel corso del mese di ottobre non sono tanto i giornalisti italiani, quanto quelli internazionali. Perché gli equilibri lungo l'asse tra Papa Bergoglio e Xi Jinping impatteranno sulle scelte e sulle mosse di molte nazioni. L'Italia innanzitutto, ma anche la Germania e gli Stati Uniti. Non è un caso se per fine mese è previsto che il segretario di Stato Mike Pompeo voli a Roma per una visita ufficiale dentro le Mura. I rispettivi apparati sono in contatto già da giugno scorso per organizzare l'evento. Visto la delicatezza dei temi e la sicurezza del profilo è normale che l'organizzazione venga avviata e stoppata più volte. Non si esclude che riaccada, però a quanto risulta alla Verità la scadenza del mese dovrebbe rappresentare la volta buona. Pompeo a Roma significherebbe un incontro diretto con Parolin, ma anche la possibilità di organizzare con meno impegno formale incontri con rappresentanti del governo italiano. E il primo tema sul tavolo è il 5G. Il mese di agosto, come ha più volte scritto La Verità, ha visto il tentativo riuscito da parte di Giuseppe Conte di far autorizzare un operatore come Tim all'utilizzo di tecnologia Huawei. Il governo, dopo il parere positivo del comitato sul golden power, ha firmato un Dpcm con il chiaro intento di far entrare dalla finestra partner cinesi per la rete italiana. Ovviamente, la normativa su 5G e golden power è in evoluzione, e quando i testi diventeranno legge potrebbero esserci sorprese. Inasprimenti sulle prescrizioni in modo retroattivo o addirittura un bando sul modello inglese. Quando la notizia - anche grazie alla Verità - è diventata pubblica è emersa una frattura dentro il governo. La componente atlantista del Pd (guidata dal ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, e dal titolare degli Affari Ue, Vincenzo Amendola) ha chiesto una verifica sul tema. E ha preteso di fissare uno specifico cdm per dare alla scelta dei fornitori del 5G il peso politico che merita. In pratica, mezzo Pd ha voluto far sapere a Conte che non si possono prendere decisioni di tale importanza geopolitica con atti amministrativi. E che è, inoltre, il caso di allinearsi alle mosse dell'Unione europea. Il prossimo 22 settembre il premier dovrà presentarsi al cospetto del Copasir. Il membri del comitato lo sentiranno per capire se ci sono possibilità di trovare una mediazione e quindi cambiare in modo soft le nuove norme sui rinnovi dei vertici dei servizi. Riportandole all'interno dei paletti della legge statutaria del 2007. Una volta lì, al premier verrà anche sottoposta la questione del 5G, e si dovrebbe creare quel combinato disposto utile a mettere in agenda il famoso cdm richiesto ad agosto dal Pd.Gli Stati Uniti, nella loro componente diplomatica, si aspettano evidentemente che la partita del 5G venga definita una volta per tutte. Venga rimessa sul piano geopolitico che merita e che al limite il governo si impegni ad allinearsi con le prossime scelte dell'unione. Che tradotto vuol dire con le normative che suggerirà Angela Merkel. E la cancelliera attentissima ai ritorni economici delle imprese tedesche potrebbe riservare nelle relazioni con Pechino sorprese di grande peso. Le relazione tra i due Paesi sono basate molto più rispetto a Francia o altre nazioni Ue sul commercio reciproco. Ad esempio la Francia si muove su compartimenti stagni. Quali possono essere il business del nucleare o l'aviazione. Berlino invece fino ad ora ha sviluppato l'interscambio con la Cina in modo capillare. Fino ad ora perché lentamente la strategia della Merkel sta cambiando. Nel silenzio di numerosi media italiani e internazionali, la Germania ha aderito agli accordi Indopacifici. Il che significa per i tedeschi aprirsi a rapporti più strutturati con i Paesi posti a Sud del Pacifico, esattamente dove sta anche l'Australia, pilastro anti cinese del mondo meridionale. Recentemente l'ambasciatore cinese a Berlino, Wu Ken, ha spiegato in una intervista che le relazioni con la Germania sono andate ben oltre le influenze strategiche. Tradotto, ha lanciato un messaggio per rivedere le alleanze reciproche sapendo che Berlino si sta lentamente smarcando dall'abbraccio cinese.Ma al tempo stesso pensa alla propria industria automobilistica e alla necessità di un rilancio poderoso. Insomma, la Cancelliera è a un bivio. Se gli Stati Uniti dovessero chiudere il cerchio sulla Germania (fare leva in Europa esattamente come hanno fatto nelle relazioni Indopacifiche), riuscirebbero a sterzare la politica dell'intera Unione. Ovviamente la Cina si muove nella direzione opposta. Mike Pompeo è attivo più che mai, e la tappa romana di fine mese avrebbe il vantaggio di toccare nel medesimo lasso di tempo i fili scoperti del Vaticano, dell'Italia e dell'Europa. 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Secondo quanto riportato dal Guardian, i dati sarebbero stati ottenuti dall'accademico americano, Christopher Balding, il quale li avrebbe poi girati a Internet 2.0, società australiana che vanta tra i suoi clienti i governi di Canberra e Washington. Proprio Internet 2.0 sarebbe a sua volta riuscita a recuperare una parte delle informazioni, inviandole a un circuito di giornali internazionali. Secondo Balding, «la persona che ha fornito il database di Zhenhua, mettendosi a rischio per ottenere questi dati, ha reso un servizio enorme ed è la prova che molti in Cina sono preoccupati per l'autoritarismo e la sorveglianza del Partito comunista cinese». Secco il commento di società di Shenzhen. «Il rapporto è davvero falso», ha dichiarato al Guardian un suo rappresentante. «I nostri dati sono tutti dati pubblici su Internet. Non raccogliamo dati. Questa è solo un'integrazione dei dati. Il nostro modello di business e i nostri partner sono i nostri segreti commerciali. Non esiste un database di 2 milioni di persone», ha aggiunto. «Siamo una società privata», ha detto, negando qualsiasi legame con il governo o l'esercito cinese. Stando al Guardian, tuttavia tali legami avrebbero realmente luogo. In particolare, secondo l'Australian broadcasting corporation, Zhenhua avrebbe tra i propri clienti il Partito comunista cinese e l'Esercito popolare di liberazione. Inoltre, sempre secondo la medesima emittente, sarebbe probabile che, oltre a fonti di pubblico dominio, la società cinese abbia attinto dal dark Web. Più cauto il Washington Post, secondo cui non ci sarebbero prove di un controllo diretto di Zhenhua da parte del governo cinese. La testata sottolinea comunque che la società si muova in un'orbita non troppo lontana dalle alte sfere della Repubblica Popolare. Come che sia, secondo Robert Potter, cofondatore di Internet 2.0, tra le fonti dei dati risulterebbero presenti social network come Linkedin, Facebook e Twitter. Il database raccoglie diversi personaggi di spicco del nostro Paese. In particolare, i nomi italiani - analizzati da Il Foglio - risulterebbero oltre 4.500 e per lo più appartenenti al mondo politico. Tra le figure maggiormente famose, si annoverano: Matteo Renzi, Silvio Berlusconi, Walter Veltroni, Giulio Tremonti ed Enrico Letta. Presenti anche nomi di noti imprenditori e di prelati. La lista è divisa a sua volta in tre categorie: una contenente le persone «politicamente esposte», una seconda con «parenti e collaboratori» e una terza comprendente «persone di interesse speciale» (in cui figurano nomi di criminali, legati alla malavita organizzata e al terrorismo). Secondo La Repubblica - differentemente dagli elenchi di altri Paesi - in quello italiano non compaiono nomi di esponenti dell'attuale governo. Stando al Guardian, nel database figurerebbero circa 52.000 americani, 35.000 australiani e quasi 10.000 britannici. Ed è proprio da questa massa di nomi che spuntano quello del primo ministro del Regno Unito, Boris Johnson, e quello del suo omologo australiano, Scott Morrison. È altamente probabile che la questione Zhenhua contribuisca a cementare un asse tra Stati Uniti, Australia e Regno Unito in funzione anticinese. Per il momento, è stata comunque soprattutto Canberra a prendere posizione, con il ministro dell'Energia, Angus Taylor, che ha definito «preoccupante» il database. Del resto, è proprio in Australia che - almeno per il momento - il dossier Zhenhua ha suscitato il maggiore scalpore politico e mediatico.
Pagamento? Azioni. Naturalmente. Perché il contante, nell’era della finanza quantistica, è archeologia. La preda si chiama Cursor, società che sviluppa intelligenza artificiale capace di scrivere il codice in autonomia. In sostanza un programmatore software che non chiede ferie, non sciopera e non vuole aumenti di stipendio. L’operazione, già di per sé sufficiente a scaldare i grafici, diventa però quasi secondaria rispetto allo spettacolo principale: la capitalizzazione. SpaceX è volata in zona 2,5–2,7 trilioni di dollari, con picchi che sfiorano i 3.000 miliardi. L’azienda di Musk adesso vale quanto il Pil dell’Italia. Per dare un’idea: a un certo punto ha superato Amazon e Microsoft. Il tutto con una struttura da manuale del paradosso: 19 miliardi di ricavi e quasi 5 di perdite, contro i 717 miliardi di fatturato e 78 di utili di Amazon. Ma Wall Street ormai è una narrazione collettiva con pricing dinamico. Elon Musk consolida la sua narrazione di primo trilionario al mondo. Non perché abbia trovato oro su Marte o monetizzato l’aria rarefatta dello spazio, ma perché il mercato ha deciso che la sua equazione personale vale più della somma di molti sistemi economici terrestri. Nel frattempo, un dettaglio tecnico passa quasi inosservato, come sempre accade con le cose che poi diventano fondamentali: sul mercato circola appena il 4% delle azioni. Il resto è vincolato, trattenuto, congelato in accordi e regolamenti. Vuol dire che il prezzo lo fanno pochissimi scambi, ma su quei pochi scambi si costruiscono montagne di trilioni. Una leva perfetta. O pericolosa. Dipende dal punto di osservazione. E così accade l’altra magia: più il titolo sale, meno azioni servono per pagare Cursor. Più il titolo sale, più l’acquisizione da 60 miliardi diventa “economica”. Il mercato si abitua a tutto con la velocità con cui un social network dimentica una notizia: SpaceX diventa valuta. Non solo società, ma moneta. Una moneta che non stampa la banca centrale, ma la fiducia. E mentre qualcuno ancora si chiede se sia sostenibile, Wall Street decide che la domanda è mal posta. Al terzo giorno di contrattazioni, SpaceX continua a correre, passando da 135 a 214 dollari. Per un attimo diventa la quarta società al mondo per capitalizzazione, dietro solo a Nvidia, Alphabet e Apple. Poi ritraccia, perché anche le vertigini hanno bisogno di pause. Come se non bastasse, si apre anche il fronte dei derivati: partono le contrattazioni delle opzioni al Cboe Global Markets e al Nasdaq. Insomma si inizia a scommettere non solo sul futuro dell’azienda, ma sul futuro delle scommesse sul futuro dell’azienda. Una specie di matrioska finanziaria dove l’ultimo strato non è mai l’ultimo.
Nel mezzo di questo spettacolo orbitale, il pezzo industriale viene quasi schiacciato dalla narrativa. Cursor entra come tassello strategico: servirebbe ad ampliare le capacità di Grok nello sviluppo software. L’intelligenza artificiale che scrive codice per un’altra intelligenza artificiale che già scrive codice. Un dialogo tra automi che, per ora, non chiede ancora la pensione. Almeno per ora. E poi ci sono loro, gli altri due poli del nuovo triangolo tecnologico.
OpenAI chiude il 2025 con 13 miliardi di ricavi e una perdita da 38,5 miliardi. Un rosso che, in qualunque altro settore, verrebbe definito emergenza industriale; nell’intelligenza artificiale viene archiviato come «fase di investimento strategico». L’emorragia è impressionante: due miliardi di dollari al mese, ChatGPT come motore principale, progetti secondari come Sora ridimensionati per concentrare fuoco e capitale. Valutazione: 730 miliardi. Obiettivo dichiarato: mille miliardi. Perché ormai anche i numeri hanno un piano industriale. E dietro, come ombra competitiva ma speculare, Anthropic si muove nello stesso perimetro: collocamento riservato, capitali in arrivo, corsa alla scala globale dell’intelligenza artificiale. Non è più una gara tra aziende, ma tra ecosistemi cognitivi.
Alla fine resta una sensazione semplice, quasi banale: la Borsa non sta più prezzando aziende. Sta prezzando un futuro per il momento solo frutto di immaginazione e speranza. E mentre qualcuno ancora cerca il confine tra economia reale e finanza narrativa, il mercato ha già deciso che quel confine non serve più.
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Le risorse per affrontare l’emergenza casa potranno arrivare a circa 10 miliardi entro il 2034, considerando sia i fondi nazionali - per un apporto pari a 7,3 miliardi - sia i fondi europei della politica di coesione, per 3,3 miliardi. È questo uno dei temi toccati dall’Ance (l’organizzazione dei costruttori associata a Confindustria) in occasione dell’ottantesimo anniversario dalla fondazione. All’evento, guidato dalla presidente Federica Brancaccio nella splendida cornice di Villa Giulia a Roma, sede del Museo Etrusco, hanno preso parte con un videomessaggio il premier Giorgia Meloni e il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, mentre erano presenti i ministri dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratini e della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo.
Il Piano Casa, ha detto Brancaccio, «era un’emergenza di cui parlavamo da anni. Ma», ha ammonito la presidente Ance, «sono centrali le tempistiche che devono essere veloci». Nelle interlocuzioni con la politica, l’Ance ha sempre chiesto di fissare tempi anche sulla governance. «Sappiamo che c’è un commissario ma ci vogliono i decreti attuativi e non si dice entro quando queste nomine ci saranno», ha sottolineato la presidente. Ieri, il ministro Salvini ha detto che «il nuovo commissario nazionale aiuterà nell’arco di un anno a recuperare 61.000 appartamenti di edilizia residenziale pubblica ad oggi non assegnati perché vanno risistemati, con una spesa media valutata tra 20 e 25.000 euro ciascuno». La nomina, fa sapere il vicepremier, avverrà nelle prossime ore.
Brancaccio ha sottolineato che «quasi il 90% degli appalti in qualche modo è sottratto alla gara classica, alla trasparenza totale». Inoltre, «sappiamo che c’è uno sforzo da parte del governo per anticipare la cassa e usare questi 10 miliardi, facendo ricorso a un mutuo da un’istituzione finanziaria. Se questo avesse esiti positivi, le risorse attivabili nel 2027 sarebbero più di un miliardo».
La presidente ha poi evidenziato che «c’è la bolla del mercato libero che ha delle enormi variabili a seconda di dove si realizzano le abitazioni. Quindi, le percentuali previste dall’attuale Piano Casa per gli investimenti dei privati (70% da destinare all’edilizia convenzionata e il restante 30% da vendere o affittare a prezzo di mercato libero) dovrebbero essere riviste». Una soluzione potrebbe essere quella di «dare un ruolo a chi amministra gli enti territoriali, che hanno ben presente le esigenze locali». E ha chiosato: «Sappiamo che questo piano partirà così com’è ma anche che ci saranno in corso d’opera degli aggiustamenti. Ora c’è il testo unico dell’edilizia in revisione, ma si deve andare per deroghe e commissari».
L’Ance ha tracciato un quadro positivo per le costruzioni, uno dei settori industriali che meglio ha sfruttato il Pnrr. Ad aprile, il 76% dei cantieri risultava concluso o in stato avanzato e, secondo la Banca d’Italia, i tempi di avvio delle opere si sono ridotti del 19%, mentre la probabilità di aggiudicazione è maggiore del 20% rispetto alle opere non Pnrr.
Intanto, Dl Piano Casa entra nel vivo alla Camera con il voto sui 275 emendamenti in commissione Ambiente. Il testo definitivo è atteso in Aula questo venerdì, giornata in cui il governo dovrebbe porre la questione di fiducia. Subito dopo passerà all’esame del Senato: la conversione definitiva in legge dovrà avvenire entro la scadenza del 6 luglio.
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