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2020-09-15
Mike Pompeo in arrivo in Vaticano. Giallorossi in fibrillazione sul 5G
Mike Pompeo (Ansa)
Giornata di esternazioni in Vaticano. Il segretario di Stato, Pietro Parolin, dopo essere intervenuto sulla questione Libano («Far emergere le nuove forze politiche che superino le logiche particolari») è entrato sul tema molto caldo dei rapporti con la Cina e delle nomine dei vescovi nella terra (...) del Dragone. «La nostra intenzione è che sia prolungato, che si continui ad adottarlo ad experimentum», ha detto Parolin ai giornalisti. A prestare particolarmente attenzione a quanto accadrà tra Vaticano e Pechino nel corso del mese di ottobre non sono tanto i giornalisti italiani, quanto quelli internazionali. Perché gli equilibri lungo l'asse tra Papa Bergoglio e Xi Jinping impatteranno sulle scelte e sulle mosse di molte nazioni. L'Italia innanzitutto, ma anche la Germania e gli Stati Uniti. Non è un caso se per fine mese è previsto che il segretario di Stato Mike Pompeo voli a Roma per una visita ufficiale dentro le Mura. I rispettivi apparati sono in contatto già da giugno scorso per organizzare l'evento. Visto la delicatezza dei temi e la sicurezza del profilo è normale che l'organizzazione venga avviata e stoppata più volte. Non si esclude che riaccada, però a quanto risulta alla Verità la scadenza del mese dovrebbe rappresentare la volta buona. Pompeo a Roma significherebbe un incontro diretto con Parolin, ma anche la possibilità di organizzare con meno impegno formale incontri con rappresentanti del governo italiano. E il primo tema sul tavolo è il 5G. Il mese di agosto, come ha più volte scritto La Verità, ha visto il tentativo riuscito da parte di Giuseppe Conte di far autorizzare un operatore come Tim all'utilizzo di tecnologia Huawei.
Il governo, dopo il parere positivo del comitato sul golden power, ha firmato un Dpcm con il chiaro intento di far entrare dalla finestra partner cinesi per la rete italiana. Ovviamente, la normativa su 5G e golden power è in evoluzione, e quando i testi diventeranno legge potrebbero esserci sorprese. Inasprimenti sulle prescrizioni in modo retroattivo o addirittura un bando sul modello inglese. Quando la notizia - anche grazie alla Verità - è diventata pubblica è emersa una frattura dentro il governo. La componente atlantista del Pd (guidata dal ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, e dal titolare degli Affari Ue, Vincenzo Amendola) ha chiesto una verifica sul tema. E ha preteso di fissare uno specifico cdm per dare alla scelta dei fornitori del 5G il peso politico che merita. In pratica, mezzo Pd ha voluto far sapere a Conte che non si possono prendere decisioni di tale importanza geopolitica con atti amministrativi. E che è, inoltre, il caso di allinearsi alle mosse dell'Unione europea. Il prossimo 22 settembre il premier dovrà presentarsi al cospetto del Copasir. Il membri del comitato lo sentiranno per capire se ci sono possibilità di trovare una mediazione e quindi cambiare in modo soft le nuove norme sui rinnovi dei vertici dei servizi. Riportandole all'interno dei paletti della legge statutaria del 2007. Una volta lì, al premier verrà anche sottoposta la questione del 5G, e si dovrebbe creare quel combinato disposto utile a mettere in agenda il famoso cdm richiesto ad agosto dal Pd.
Gli Stati Uniti, nella loro componente diplomatica, si aspettano evidentemente che la partita del 5G venga definita una volta per tutte. Venga rimessa sul piano geopolitico che merita e che al limite il governo si impegni ad allinearsi con le prossime scelte dell'unione. Che tradotto vuol dire con le normative che suggerirà Angela Merkel. E la cancelliera attentissima ai ritorni economici delle imprese tedesche potrebbe riservare nelle relazioni con Pechino sorprese di grande peso. Le relazione tra i due Paesi sono basate molto più rispetto a Francia o altre nazioni Ue sul commercio reciproco. Ad esempio la Francia si muove su compartimenti stagni. Quali possono essere il business del nucleare o l'aviazione. Berlino invece fino ad ora ha sviluppato l'interscambio con la Cina in modo capillare. Fino ad ora perché lentamente la strategia della Merkel sta cambiando. Nel silenzio di numerosi media italiani e internazionali, la Germania ha aderito agli accordi Indopacifici. Il che significa per i tedeschi aprirsi a rapporti più strutturati con i Paesi posti a Sud del Pacifico, esattamente dove sta anche l'Australia, pilastro anti cinese del mondo meridionale. Recentemente l'ambasciatore cinese a Berlino, Wu Ken, ha spiegato in una intervista che le relazioni con la Germania sono andate ben oltre le influenze strategiche. Tradotto, ha lanciato un messaggio per rivedere le alleanze reciproche sapendo che Berlino si sta lentamente smarcando dall'abbraccio cinese.
Ma al tempo stesso pensa alla propria industria automobilistica e alla necessità di un rilancio poderoso. Insomma, la Cancelliera è a un bivio. Se gli Stati Uniti dovessero chiudere il cerchio sulla Germania (fare leva in Europa esattamente come hanno fatto nelle relazioni Indopacifiche), riuscirebbero a sterzare la politica dell'intera Unione. Ovviamente la Cina si muove nella direzione opposta. Mike Pompeo è attivo più che mai, e la tappa romana di fine mese avrebbe il vantaggio di toccare nel medesimo lasso di tempo i fili scoperti del Vaticano, dell'Italia e dell'Europa. A differenza del collega cinese Wang Yi che, con il suo tour europeo, è andato alla montagna, il segretario Usa potrà permettersi di stare fermo nella città eterna e attendere i risultati dei suoi input.
Oltre 4.500 italiani schedati in Cina
Zhenhua Data, società tecnologica cinese con sede a Shenzhen, ha raccolto un'enorme mole di dati appartenenti a circa 2,4 milioni di cittadini stranieri. Secondo quanto riportato dal Guardian, i dati sarebbero stati ottenuti dall'accademico americano, Christopher Balding, il quale li avrebbe poi girati a Internet 2.0, società australiana che vanta tra i suoi clienti i governi di Canberra e Washington. Proprio Internet 2.0 sarebbe a sua volta riuscita a recuperare una parte delle informazioni, inviandole a un circuito di giornali internazionali. Secondo Balding, «la persona che ha fornito il database di Zhenhua, mettendosi a rischio per ottenere questi dati, ha reso un servizio enorme ed è la prova che molti in Cina sono preoccupati per l'autoritarismo e la sorveglianza del Partito comunista cinese».
Secco il commento di società di Shenzhen. «Il rapporto è davvero falso», ha dichiarato al Guardian un suo rappresentante. «I nostri dati sono tutti dati pubblici su Internet. Non raccogliamo dati. Questa è solo un'integrazione dei dati. Il nostro modello di business e i nostri partner sono i nostri segreti commerciali. Non esiste un database di 2 milioni di persone», ha aggiunto. «Siamo una società privata», ha detto, negando qualsiasi legame con il governo o l'esercito cinese. Stando al Guardian, tuttavia tali legami avrebbero realmente luogo. In particolare, secondo l'Australian broadcasting corporation, Zhenhua avrebbe tra i propri clienti il Partito comunista cinese e l'Esercito popolare di liberazione. Inoltre, sempre secondo la medesima emittente, sarebbe probabile che, oltre a fonti di pubblico dominio, la società cinese abbia attinto dal dark Web. Più cauto il Washington Post, secondo cui non ci sarebbero prove di un controllo diretto di Zhenhua da parte del governo cinese. La testata sottolinea comunque che la società si muova in un'orbita non troppo lontana dalle alte sfere della Repubblica Popolare. Come che sia, secondo Robert Potter, cofondatore di Internet 2.0, tra le fonti dei dati risulterebbero presenti social network come Linkedin, Facebook e Twitter.
Il database raccoglie diversi personaggi di spicco del nostro Paese. In particolare, i nomi italiani - analizzati da Il Foglio - risulterebbero oltre 4.500 e per lo più appartenenti al mondo politico. Tra le figure maggiormente famose, si annoverano: Matteo Renzi, Silvio Berlusconi, Walter Veltroni, Giulio Tremonti ed Enrico Letta. Presenti anche nomi di noti imprenditori e di prelati. La lista è divisa a sua volta in tre categorie: una contenente le persone «politicamente esposte», una seconda con «parenti e collaboratori» e una terza comprendente «persone di interesse speciale» (in cui figurano nomi di criminali, legati alla malavita organizzata e al terrorismo). Secondo La Repubblica - differentemente dagli elenchi di altri Paesi - in quello italiano non compaiono nomi di esponenti dell'attuale governo. Stando al Guardian, nel database figurerebbero circa 52.000 americani, 35.000 australiani e quasi 10.000 britannici. Ed è proprio da questa massa di nomi che spuntano quello del primo ministro del Regno Unito, Boris Johnson, e quello del suo omologo australiano, Scott Morrison.
È altamente probabile che la questione Zhenhua contribuisca a cementare un asse tra Stati Uniti, Australia e Regno Unito in funzione anticinese. Per il momento, è stata comunque soprattutto Canberra a prendere posizione, con il ministro dell'Energia, Angus Taylor, che ha definito «preoccupante» il database. Del resto, è proprio in Australia che - almeno per il momento - il dossier Zhenhua ha suscitato il maggiore scalpore politico e mediatico.
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Pietro Parolin si appresta a rinnovare gli accordi con Pechino, ma il segretario di Stato Usa è atteso a fine mese Oltretevere. Una volta a Roma, avrà incontri informali con il governo a cui chiederà del Dpcm su Huawei.Il database della società di big data Zhenhua contiene più di 2,4 milioni di nomi da tutto il mondo. Presenti Matteo Renzi, Silvio Berlusconi, Walter Veltroni, cariche militari, terroristi e mafiosiLo speciale contiene due articoliGiornata di esternazioni in Vaticano. Il segretario di Stato, Pietro Parolin, dopo essere intervenuto sulla questione Libano («Far emergere le nuove forze politiche che superino le logiche particolari») è entrato sul tema molto caldo dei rapporti con la Cina e delle nomine dei vescovi nella terra (...) del Dragone. «La nostra intenzione è che sia prolungato, che si continui ad adottarlo ad experimentum», ha detto Parolin ai giornalisti. A prestare particolarmente attenzione a quanto accadrà tra Vaticano e Pechino nel corso del mese di ottobre non sono tanto i giornalisti italiani, quanto quelli internazionali. Perché gli equilibri lungo l'asse tra Papa Bergoglio e Xi Jinping impatteranno sulle scelte e sulle mosse di molte nazioni. L'Italia innanzitutto, ma anche la Germania e gli Stati Uniti. Non è un caso se per fine mese è previsto che il segretario di Stato Mike Pompeo voli a Roma per una visita ufficiale dentro le Mura. I rispettivi apparati sono in contatto già da giugno scorso per organizzare l'evento. Visto la delicatezza dei temi e la sicurezza del profilo è normale che l'organizzazione venga avviata e stoppata più volte. Non si esclude che riaccada, però a quanto risulta alla Verità la scadenza del mese dovrebbe rappresentare la volta buona. Pompeo a Roma significherebbe un incontro diretto con Parolin, ma anche la possibilità di organizzare con meno impegno formale incontri con rappresentanti del governo italiano. E il primo tema sul tavolo è il 5G. Il mese di agosto, come ha più volte scritto La Verità, ha visto il tentativo riuscito da parte di Giuseppe Conte di far autorizzare un operatore come Tim all'utilizzo di tecnologia Huawei. Il governo, dopo il parere positivo del comitato sul golden power, ha firmato un Dpcm con il chiaro intento di far entrare dalla finestra partner cinesi per la rete italiana. Ovviamente, la normativa su 5G e golden power è in evoluzione, e quando i testi diventeranno legge potrebbero esserci sorprese. Inasprimenti sulle prescrizioni in modo retroattivo o addirittura un bando sul modello inglese. Quando la notizia - anche grazie alla Verità - è diventata pubblica è emersa una frattura dentro il governo. La componente atlantista del Pd (guidata dal ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, e dal titolare degli Affari Ue, Vincenzo Amendola) ha chiesto una verifica sul tema. E ha preteso di fissare uno specifico cdm per dare alla scelta dei fornitori del 5G il peso politico che merita. In pratica, mezzo Pd ha voluto far sapere a Conte che non si possono prendere decisioni di tale importanza geopolitica con atti amministrativi. E che è, inoltre, il caso di allinearsi alle mosse dell'Unione europea. Il prossimo 22 settembre il premier dovrà presentarsi al cospetto del Copasir. Il membri del comitato lo sentiranno per capire se ci sono possibilità di trovare una mediazione e quindi cambiare in modo soft le nuove norme sui rinnovi dei vertici dei servizi. Riportandole all'interno dei paletti della legge statutaria del 2007. Una volta lì, al premier verrà anche sottoposta la questione del 5G, e si dovrebbe creare quel combinato disposto utile a mettere in agenda il famoso cdm richiesto ad agosto dal Pd.Gli Stati Uniti, nella loro componente diplomatica, si aspettano evidentemente che la partita del 5G venga definita una volta per tutte. Venga rimessa sul piano geopolitico che merita e che al limite il governo si impegni ad allinearsi con le prossime scelte dell'unione. Che tradotto vuol dire con le normative che suggerirà Angela Merkel. E la cancelliera attentissima ai ritorni economici delle imprese tedesche potrebbe riservare nelle relazioni con Pechino sorprese di grande peso. Le relazione tra i due Paesi sono basate molto più rispetto a Francia o altre nazioni Ue sul commercio reciproco. Ad esempio la Francia si muove su compartimenti stagni. Quali possono essere il business del nucleare o l'aviazione. Berlino invece fino ad ora ha sviluppato l'interscambio con la Cina in modo capillare. Fino ad ora perché lentamente la strategia della Merkel sta cambiando. Nel silenzio di numerosi media italiani e internazionali, la Germania ha aderito agli accordi Indopacifici. Il che significa per i tedeschi aprirsi a rapporti più strutturati con i Paesi posti a Sud del Pacifico, esattamente dove sta anche l'Australia, pilastro anti cinese del mondo meridionale. Recentemente l'ambasciatore cinese a Berlino, Wu Ken, ha spiegato in una intervista che le relazioni con la Germania sono andate ben oltre le influenze strategiche. Tradotto, ha lanciato un messaggio per rivedere le alleanze reciproche sapendo che Berlino si sta lentamente smarcando dall'abbraccio cinese.Ma al tempo stesso pensa alla propria industria automobilistica e alla necessità di un rilancio poderoso. Insomma, la Cancelliera è a un bivio. Se gli Stati Uniti dovessero chiudere il cerchio sulla Germania (fare leva in Europa esattamente come hanno fatto nelle relazioni Indopacifiche), riuscirebbero a sterzare la politica dell'intera Unione. Ovviamente la Cina si muove nella direzione opposta. Mike Pompeo è attivo più che mai, e la tappa romana di fine mese avrebbe il vantaggio di toccare nel medesimo lasso di tempo i fili scoperti del Vaticano, dell'Italia e dell'Europa. A differenza del collega cinese Wang Yi che, con il suo tour europeo, è andato alla montagna, il segretario Usa potrà permettersi di stare fermo nella città eterna e attendere i risultati dei suoi input.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/mike-pompeo-in-arrivo-in-vaticano-giallorossi-in-fibrillazione-sul-5g-2647645537.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="oltre-4-500-italiani-schedati-in-cina" data-post-id="2647645537" data-published-at="1600109727" data-use-pagination="False"> Oltre 4.500 italiani schedati in Cina Zhenhua Data, società tecnologica cinese con sede a Shenzhen, ha raccolto un'enorme mole di dati appartenenti a circa 2,4 milioni di cittadini stranieri. Secondo quanto riportato dal Guardian, i dati sarebbero stati ottenuti dall'accademico americano, Christopher Balding, il quale li avrebbe poi girati a Internet 2.0, società australiana che vanta tra i suoi clienti i governi di Canberra e Washington. Proprio Internet 2.0 sarebbe a sua volta riuscita a recuperare una parte delle informazioni, inviandole a un circuito di giornali internazionali. Secondo Balding, «la persona che ha fornito il database di Zhenhua, mettendosi a rischio per ottenere questi dati, ha reso un servizio enorme ed è la prova che molti in Cina sono preoccupati per l'autoritarismo e la sorveglianza del Partito comunista cinese». Secco il commento di società di Shenzhen. «Il rapporto è davvero falso», ha dichiarato al Guardian un suo rappresentante. «I nostri dati sono tutti dati pubblici su Internet. Non raccogliamo dati. Questa è solo un'integrazione dei dati. Il nostro modello di business e i nostri partner sono i nostri segreti commerciali. Non esiste un database di 2 milioni di persone», ha aggiunto. «Siamo una società privata», ha detto, negando qualsiasi legame con il governo o l'esercito cinese. Stando al Guardian, tuttavia tali legami avrebbero realmente luogo. In particolare, secondo l'Australian broadcasting corporation, Zhenhua avrebbe tra i propri clienti il Partito comunista cinese e l'Esercito popolare di liberazione. Inoltre, sempre secondo la medesima emittente, sarebbe probabile che, oltre a fonti di pubblico dominio, la società cinese abbia attinto dal dark Web. Più cauto il Washington Post, secondo cui non ci sarebbero prove di un controllo diretto di Zhenhua da parte del governo cinese. La testata sottolinea comunque che la società si muova in un'orbita non troppo lontana dalle alte sfere della Repubblica Popolare. Come che sia, secondo Robert Potter, cofondatore di Internet 2.0, tra le fonti dei dati risulterebbero presenti social network come Linkedin, Facebook e Twitter. Il database raccoglie diversi personaggi di spicco del nostro Paese. In particolare, i nomi italiani - analizzati da Il Foglio - risulterebbero oltre 4.500 e per lo più appartenenti al mondo politico. Tra le figure maggiormente famose, si annoverano: Matteo Renzi, Silvio Berlusconi, Walter Veltroni, Giulio Tremonti ed Enrico Letta. Presenti anche nomi di noti imprenditori e di prelati. La lista è divisa a sua volta in tre categorie: una contenente le persone «politicamente esposte», una seconda con «parenti e collaboratori» e una terza comprendente «persone di interesse speciale» (in cui figurano nomi di criminali, legati alla malavita organizzata e al terrorismo). Secondo La Repubblica - differentemente dagli elenchi di altri Paesi - in quello italiano non compaiono nomi di esponenti dell'attuale governo. Stando al Guardian, nel database figurerebbero circa 52.000 americani, 35.000 australiani e quasi 10.000 britannici. Ed è proprio da questa massa di nomi che spuntano quello del primo ministro del Regno Unito, Boris Johnson, e quello del suo omologo australiano, Scott Morrison. È altamente probabile che la questione Zhenhua contribuisca a cementare un asse tra Stati Uniti, Australia e Regno Unito in funzione anticinese. Per il momento, è stata comunque soprattutto Canberra a prendere posizione, con il ministro dell'Energia, Angus Taylor, che ha definito «preoccupante» il database. Del resto, è proprio in Australia che - almeno per il momento - il dossier Zhenhua ha suscitato il maggiore scalpore politico e mediatico.
Ansa
Del resto quando degradi l’idea stessa di cultura allo schema del prodotto di consumo e quando utilizzi ostentatamente le strategie di marketing per dire che «il marketing è oppressione», quando denunci la mercificazione e vendi il tuo letto disfatto per milioni di sterline, allora sei tu ad essere il cuore stesso del sistema che pensavi di denunciare. E mentre diventi multimilionario e ti godi il riconoscimento del ruolo di artista e di intellettuale - ormai le due cose non possono più essere disgiunte - non ti accorgi che nel frattempo il «popolo» al quale pensi di parlare non è la massa ma è l’élite straricca di coloro che frequentano il salotto del tuo gallerista per partecipare al gioco (fiscale) dell’arte contemporanea.
L’ultimo grande eroe dell’arte trasgressiva e della denuncia sociale è caduto l’altro giorno sotto una meritata salva di fischi e derisioni. L’opera raffigurante un uomo che marcia accecato dalla propria bandiera, installata nottetempo in Waterloo Place a Londra senza autorizzazione apparente e con la solita modalità «pirata» dal collettivo che utilizza il nome Banksy, viene immediatamente adottata dal Westminster City Council e dal sindaco Sadiq Khan: alle prime luci dell’alba compaiono barriere di protezione e dichiarazioni ufficiali con tanto di cartella stampa che definiscono l’installazione «un vibrante contributo alla scena artistica pubblica».
Senonché la Bbc fa un servizio in cui solleva dubbi sulla presunta «trasgressività» dell’installazione provocando l’ulteriore conferma dall’amministrazione londinese che dichiara che l’opera «non è autorizzata» ma che verrà mantenuta e transennata fino alle elezioni locali come «motivo di riflessione contro i nazionalismi». Inaspettatamente, però, su X si solleva una pressoché unanime protesta non tanto contro l’installazione, che ha un effettivo potenziale comunicativo e «di rottura» inferiore ad un manifesto pubblicitario di una serie Netflix, quanto nei confronti del palese e ormai ridicolo cortocircuito tra politica, artisti sovvenzionati e mercato dell’arte. Tutti elementi interni al mondo della Sinistra che ormai non riesce più a fuoriuscire dai riti e dai linguaggi che ha stabilito con tale solerzia e convinzione da giungere all’inevitabile deriva finale: il comico.
I più furbi, notando le reazioni del pubblico, si sono a loro volta uniformati alla nuova ondata di rigetto ed hanno, candidamente e con la nonchalance che ne contraddistingue l’esistenza, elaborato nuove analisi nelle quali effettivamente si riconosce che Banksy è un paraculo, che è da sempre d’accordo con le istituzioni (o almeno da quando ha una quotazione di mercato) e che la politica gli ha in pratica commissionato l’opera. Improvvisamente anche per le riviste impegnate l’artista-collettivo multimilionario, da decenni allineato all’agenda ufficiale, che finanzia le Ong immigrazioniste e che non perde occasione per condannare il populismo, non solo incarna «il provocative conformism» ma la sua opera non fa altro che «proiettare l’ansia elitaria verso il populismo reazionario piuttosto che sfidare il vero potere». I commentatori chic britannici si sono così accorti che Banksy più che ad Andy Warhol guarda a Greta Thunberg offrendo al mercato ribelle il prodotto giusto, quello che consente la trasgressione estetica confermando l’ortodossia culturale.
Esattamente come le magliette dei trasgressivi che attaccano le pericolosissime masse populiste e corrono a difendere il debole e inerme Quirinale, esattamente come le solite «battaglie culturali» sempre allineate al mainstream e sempre dotate di merchandising già pronto il primo giorno di «manifestazioni spontanee», ormai ogni discorso ribelle è merce che consolida il dominio producendo verità attraverso il consenso culturale.
Il fatto è che mai nella storia si è chiesto alle avanguardie una ricetta politica alternativa ma solo la lucidità per denunciare la narrazione dominante e distaccarsene radicalmente. La ribellione al sistema di un Johnny Rotten rifuggiva ogni programma politico e si limitava a smascherare ogni forma di falsa coscienza; oggi l’artista contemporaneo non vede l’ora di farsi cooptare dal potere e di farsi quotare nel sistema dell’arte contemporanea, correndo a confermare ogni battaglia culturale woke e decidendo così di farsi attivista politico proprio mentre l’ex cantante dei Sex Pistols liquida il woke come «una banda di pazzi» e ammette che oggi è la sinistra ad incarnare tutto ciò che è divertente odiare. E mentre Rolling Stone retrocede Eric Clapton dalla decima alla trentacinquesima posizione della sua hall of fame per «le sue critiche al vaccino Covid e la sua scelta di non discriminare l’ingresso ai suoi concerti durante la pandemia», siamo tutti chiamati a ricordare che l’arte autentica è affermazione vitale e non risentimento mascherato da progressismo, rifiuto della conformità e non ricerca ossessiva delle benedizioni istituzionali.
Questa volta, con l’ennesima installazione pedagogica del buon Banksy, si cominciano ad intravedere i segni di un diffuso rigetto nei confronti di forme obsolete, utili solo a mantenere privilegi elitari, controllo della narrazione ed estromissione dei veri temi critici dall’agenda narrativa dominante. Fino a che un giorno chi scrive quell’agenda si accorgerà che viene letta solo ai vernissage di certe gallerie.
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Michele Emiliano (Ansa)
Dal rapporto burrascoso con il governatore della Puglia e suo ex pupillo, Antonio Decaro, a un ritorno in toga, Emiliano va a ruota libera in un’intervista rilasciata a Telenorba. Dopo 23 anni di aspettativa politica è in attesa della decisione della Terza commissione del Csm per ottenere il via libera a un’altra aspettativa per diventare consulente giuridico della Regione Puglia, domanda già bocciata tre volte.
Ieri doveva arrivare la decisione che non è arrivata. La discussione sul contratto proposto da Decaro al suo predecessore (con uno stipendio di circa 130.000 euro all’anno) ha fatto emergere diverse obiezioni, tra cui quella secondo cui «un consigliere non è la stessa cosa di un operativo: il via libera creerebbe un precedente per il quale tutti gli enti territoriali potrebbero chiedere un magistrato in aspettativa per affidargli compiti dirigenziali.
«Il presidente Decaro mi ha chiesto di dargli una mano come consulente», spiega Emiliano, «io gli ho detto: “Sono disposto a darti consulenze pure telefoniche gratuitamente”, però evidentemente voleva darmi il segno della sua vicinanza. Io avevo detto che era una costruzione un po’ ardita, ma lui ha voluto andare avanti. Dopodiché il Pd ha chiesto alla commissione sugli incidenti del lavoro di inserirmi come consulente. Ma se io dovessi scegliere, non vedrei l’ora di rimettermi la toga, di andare a fare il pubblico ministero in una Procura».
La legge attuale impedisce ai magistrati che hanno fatto politica di rientrare negli uffici giudiziari, ma a lui questa legge non si applica essendo andato in aspettativa prima. «Temo solo che la Procura dove rischio di andare sarebbe un po’ perseguitata dai giornalisti», aggiunge. Ecco la scusa. «Sto cercando di evitare di rientrare in servizio proprio per evitare questo. Dopodiché, se mi costringono a rientrare, sarò felicissimo perché chi nasce magistrato muore magistrato».
Ma non esita a dire anche che «se il Pd decidesse di candidarmi» alle Politiche 2027 «sarei felice», perché «la politica obiettivamente è la bacchetta magica che se funziona, cambia tutto, come al contrario se non funziona fa un disastro». A Emiliano ha cambiato davvero tutto.
Quindi? «Non è che uno per sopravvivere deve fare politica per forza», insiste. «Mi rendo conto però che se qualcuno mi chiedesse di fare il deputato farebbe una cosa intelligente perché ho una certa esperienza. Se non me lo chiedesse perché sono troppo ingombrante a me la vita non me la cambiano». E ne ha anche per il sindaco di Genova, Silvia Salis, che scarica per ingraziarsi il segretario Pd, Elly Schlein: «Non credo abbia le carte in regola per essere candidata premier del centrosinistra. È appena diventata sindaco, non ha nessuna storia politica e non ha nessuna connessione con tutto il mondo progressista. È una figura interessante per il futuro, non per il presente».
Emiliano manda poi una serie di messaggi a Decaro, delfino che si è smarcato dal suo mentore. «Antonio è reo confesso: lo dice chiaramente a tutti che soffre la mia presenza, ma questo lo capisco». Tuttavia, gli tende la mano: «Io, comunque, qualunque cosa dovesse fare Antonio, sono dalla sua parte e lo sosterrò in tutte le maniere perché ovviamente, come diceva mia madre, l’ho fatto io, non è che lo posso distruggere».
Nel corso dell’intervista, Emiliano ha anche presentato il suo romanzo noir, L’Alba di San Nicola, raccontandone la genesi: «Se non mi avessero messo a riposo forzato, probabilmente non l’avrei finito. È stato un momento per riorganizzare la propria vita».
Anche se per il momento la vita di Emiliano assomiglia di più a un giallo.
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Nicola Magrini (Ansa)
L’affermazione è stata fatta nel contesto delle misure prese durante la seconda ondata, da settembre a dicembre 2020. Innanzitutto, l’ex dg ha voluto precisare che nei primi protocolli di trattamento domiciliare Aifa le indicazioni «non erano di vigile attesa ma di watchful waiting, monitoraggio attento e presente, non da remoto, dell’evoluzione clinica del paziente».
Peccato che la circolare dell’allora ministro della Salute, Roberto Speranza, firmata il 30 novembre 2020 dall’ex direttore generale della Prevenzione sanitaria Giovanni Rezza e uscita dopo 8 mesi con le linee guida sulla gestione domiciliare dei pazienti con infezione da Sars-Cov-2, riportasse proprio «vigile attesa» e «trattamenti sintomatici (ad esempio paracetamolo)». L’accoppiata tachipirina e vigile attesa che lasciava senza cure centinaia di migliaia di persone atterrite dal virus, quando rimanevano contagiate e sapevano di non poter andare al Pronto soccorso. Quanto al «monitoraggio non da remoto», sappiamo che la maggior parte dei medici si rifiutava di visitare i propri assistiti, lasciandoli spesso anche senza risposte telefoniche. Magrini, che è specializzato in farmacologia clinica, ha poi spiegato ai parlamentari della commissione che gli studi clinici randomizzati (Rct) sono lo strumento più affidabile anche durante la pandemia per valutare efficacia e sicurezza dei farmaci. «Undici trattamenti non hanno dimostrato nessuna efficacia su mortalità, durata ricovero e ventilazione e qualche potenziale danno. Li cito rapidamente, l’idrossiclorochina, il lopinavir […] il plasma dei convalescenti che in Italia ha avuto faticose polemiche, l’aspirina…».
Non si è trattato solo dell’ennesimo insulto al professor Giuseppe De Donno, l’ex primario di pneumologia dell’ospedale Carlo Poma di Mantova che per primo aveva iniziato la cura del Covid con le trasfusioni di plasma iperimmune (e che si tolse la vita nel luglio del 2021), ma anche della negazione dell’efficacia dell’infusione di sangue di contagiati dal coronavirus, opportunamente trattato, in altri pazienti, riconosciuta da studi autorevoli.
Come quello dell’ottobre 2023, uscito su The New England Journal of Medicine (Nejm) e che dimostrava una mortalità ridotta nei pazienti affetti da sindrome da distress respiratorio acuto (Ards), indotta da Covid-19, ai quali era stato somministrato plasma raccolto da donatori convalescenti, entro 5 giorni dall’inizio della ventilazione meccanica invasiva. Non solo, tra l’inizio di aprile 2020 e la fine di agosto 2020, quasi 100.000 pazienti ricoverati in circa 2.200 ospedali statunitensi con infezioni da Sars-CoV-2 furono trattati con plasma convalescente nell’ambito di un programma autorizzato dalla Fda.
In Italia, invece, lo studio clinico randomizzato e controllato chiamato Tsunami, promosso da Istituto superiore della sanità e Aifa «non evidenziò benefici» e la cura venne bocciata. Forse perché costava poco. Ancora oggi, Magrini insiste nel definire il plasma iperimmune inefficace, magari con qualche potenziale danno. E vogliamo parlare dell’aspirina? Solo guardando agli studi dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri pubblicati nel 2021, 2022 e 2023, era documentata l’importanza di farmaci antinfiammatori non steroidei quali l’aspirina. Nel gennaio di quest’anno, un nuovo lavoro pubblicato su Frontiers in Immunology, prendeva in esame i meccanismi molecolari dell’effetto dell’aspirina sulla struttura della proteina Spike, riducendo la capacità del virus di legarsi alle cellule dell’ospite e limitando il danno polmonare. E per fortuna che l’ex dg di Aifa ha affermato: «Le linee guida terapeutiche progrediscono con il progredire delle evidenze, che nel caso del Covid sono progredite di mese in mese, in alcuni momenti anche di settimana in settimana». Nessun mea culpa per quello che la nostra agenzia regolatoria impedì che venisse attuato, escludendo trattamenti importanti?
Magrini ha spiegato in commissione che aveva ragione l’articolo apparso il 14 aprile su Nejm dal titolo «Valutazione dei farmaci durante la pandemia di Covid-19», nel quale «Jerry Avorn affermava che avremo problemi, come disegni di studi clinici inadeguati e sicurezza in studi randomizzati prima della immissione sul mercato o loro autorizzazione». Nel testo si affermava che «l’ampliamento dell’accesso a terapie sperimentali non ancora completamente valutate potrebbe avere diverse conseguenze indesiderate» e Magrini ha fatto l’esempio di Trump. «Diceva che aveva l’intuito che funzionasse l’idrossiclorochina, la preoccupazione della scienza era di un input politico […] occorre proteggere le persone da farmaci inefficaci o poco sicuri». L’ex dg non ha dubbi: «La salute dei singoli pazienti, sia della popolazione si preserverà restando fedeli ai principi di valutazione delle attività regolatorie». Il giudizio su Aifa, guardando all’epoca pandemica, invece per molti italiani non è affatto positivo.
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Secondo Il Tg 1 Andrea Sempio sarebbe stato intercettato in macchina mentre parlava da solo. Dopo aver visto i suoi video insieme a Stasi avrebbe telefonato a Chiara per farle delle avances, ma lei lo avrebbe duramente respinto. Marco Poggi, però, difende l'amico: mai visto con lui i video di Chiara