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2019-12-01
L’Ue: «Rinviare il Mes? Non vi conviene...»
Ansa
Si mette male, anzi malissimo, per il governo giallorosso. La riforma del Mes, il fondo salva Stati, spacca la maggioranza e avvicina la crisi. Il M5s, ieri, ha ufficialmente messo nero su bianco che la riforma, così come è stata elaborata, non va bene. Giuseppe Conte vacilla: domani riferirà prima alla Camera (alle 13) e poi al Senato (alle 15 e 30) sull'argomento. Oggi, salvo imprevisti, dovrebbe tenersi un vertice di governo. Per Conte, la speranza è quella di un rinvio dell'approvazione definitiva del nuovo Mes da parte dell'Unione europea. Alcune indiscrezioni provenienti da Bruxelles, infatti, segnalano che non è solo l'Italia a sollevare questioni sulla riforma del fondo salva Stati. Fonti Ue citate dai media dicono che un rinvio è possibile, ma non è nell'interesse dell'Italia.
La data cruciale è quella di mercoledì prossimo, 4 dicembre, quando i ministri dell'Economia dei Paesi dell'Unione si riuniranno: uno slittamento della ratifica dell'accordo potrebbe dare un po' di ossigeno al governo italiano. La Commissione, stando a quanto riporta l'Agi, sarebbe pronta a sostenere l'Italia sul no alla proposta tedesca di requisiti di capitale delle banche in base al rating dei titoli pubblici che detengono, giudicata inaccettabile dall'esecutivo comunitario. E anche la Francia, oltre all'Italia, è contraria.
Ieri, intanto, Luigi Di Maio ha ufficializzato il veto del M5s alla ratifica del Mes così come è stata elaborata: «È bene», dice Di Maio, «che ci sia una riflessione. Il Mes ha bisogno di molti miglioramenti, non possiamo pensare di firmare al buio, quando avremo letto tutto verificheremo se conviene il pacchetto. È sano per l'Italia non accelerare, l'unione bancaria mi preoccupa più del Mes. L'assicurazione sui depositi», argomenta il ministro degli Esteri, «va messa a posto, ci sono dei negoziati in corso ed è bene che proseguano con il protagonismo dell'Italia. Visto e considerato che c'è stato un cambio di maggioranza in parlamento, che il parlamento non si è ancora espresso sul Mes, sull'Unione bancaria e sul deposito sulle assicurazioni, è bene che ci sia una riflessione. Anche il ministro Gualtieri lo ha detto: in questo momento», chiarisce Di Maio, «il negoziato ha tutte le possibilità di poter migliorare questo trattato».
Anche Leu frena: «Sul Mes», dice il deputato Stefano Fassina, è autolesionistica la rappresentazione di uno scontro tra europeisti responsabili e irresponsabili sovranisti, tra chi vuole salvaguardare la continuità dell'Italia nella Ue e nell'eurozona e chi vuole rompere. Il Pd eviti forzature», prosegue Fassina, il Parlamento italiano il 19 giugno scorso si è espresso in modo molto chiaro sul Mes per consentire al Parlamento di esprimersi con un atto di indirizzo e, conseguentemente, sospendere ogni determinazione definitiva finché il Parlamento stesso non si sia pronunciato. Non vi può essere stata nessuna determinazione definitiva. Senza ulteriori drammatizzazioni», sottolinea Fassina, «il governo riconosca che non ha avuto e non ha il mandato per firmare il trattato. Il Mes non è nel programma della maggioranza».
Il Pd sente aria di crisi di governo: «Sul Mes in queste ore», avverte il ministro dei Beni culturali, Dario Franceschini, «ci giochiamo la credibilità del Paese, l'andamento dello spread e dei mercati. Non si può giocare con il fuoco: prendo per buone le parole di Luigi Di Maio e, da qui a lunedì vedremo se alle intenzioni seguiranno anche i comportamenti».
Preoccupazione per la tenuta della maggioranza traspare anche dalle parole del capogruppo del Pd alla Camera, Graziano Delrio: «Siccome non ci sono elementi di merito che mettono in discussione la nostra sovranità nazionale», spiega Delrio, «è molto importante che diamo una dimostrazione di serietà e affidabilità. Io mi aspetto che le legittime critiche del nostro alleato non portino a provocare una crisi di credibilità per il paese. Questo sarebbe grave, per i cittadini e per la serietà con cui viene visto il nostro governo. Non si può stare al governo accettando compromessi su questioni che sono di grande rilevanza per la nostra credibilità. Sul Mes», avverte Delrio, «potremo avere anche molte critiche, molte sfumature diverse. Ma non si può a quattro giorni dalla ratifica di un trattato internazionale rimettere tutto in discussione e chiedere rinvii».
In risposta ai dem arriva tuttavia una nota moloto netta dei grillini che invita il Pd a non alzare i toni e puntualizza che se qualcuno vuole «metterla sul tema della credibilità, a noi sembra che la credibilità come Stato in tutti questi anni l'abbiamo persa proprio quando si firmava qualsiasi cosa per compiacere sempre qualche euroburocrate, piuttosto che tutelare gli interessi dell'Italia e degli italiani. Bene, quell'epoca è finita. Consigliamo al Pd di lavorare con noi ad un punto di intesa. Tutti sanno che il Mes è modificabile ed emendabile».
Da parte sua, Matteo Salvini, continua a incalzare Conte: «Rispondo», risponde Salvini a chi gli chiede un'opinione sulla riforma del Mes, «con le parole del governatore di Bankitalia che non è un pericoloso leghista: rappresenta un enorme rischio. Si rischia di usare i soldi dei risparmiatori italiani per salvare le banche tedesche e io penso che i soldi degli italiani vadano usati per aiutare altri italiani. Per come è scritta ruba ai poveri per dare ai ricchi, ai risparmiatori italiani, per dare alle banche francesi e tedesche. Dico a Conte: se hai firmato qualcosa senza il consenso degli italiani dimettiti e chiedi scusa. Lunedì (domani, ndr) andrò a sentire Conte che deve intervenire in Parlamento per spiegare gli italiani se ha svenduto i risparmi della sovranità italiana e sono proprio curioso di sentire cosa avrà da dire. Mi aspetto che dica una cosa strana, la verità».
Si decide tutto in 10 giorni. Ecco la corsa a ostacoli dell’esecutivo giallorosso
Alla vigilia dei discorsi che domani, lunedì 2 dicembre, terrà alla Camera (alle 13) e al Senato (alle 15 e 30) per riferire sulla riforma del Mes, il premier Giuseppe Conte si mostra ottimista e fiducioso: «Lunedì (domani, ndr) non ci sarà nessuna battaglia», ha detto ieri Conte, «è una informativa doverosa al Parlamento da parte del presidente del Consiglio che ogni volta che è stato chiamato, ogni volta che ha avuto e avrà la possibilità di informare, dialogare con i membri del Parlamento lo fa e lo farà. Come sapete», ha aggiunto il premier col ciuffo, «la sovranità appartiene al popolo, i parlamentari rappresentano il popolo quindi mi confronterò, informerò. Mi è stato chiesto e sarà sempre così». Ai giornalisti che gli hanno chiesto se la tenuta del governo sia a rischio sulla vicenda Mes, il premier ha risposto così: «No. Ogni volta, a ogni passaggio un po' delicato, si ragiona sempre del rischio per il governo. Questo governo andrà avanti», ha sottolineato Conte, «per un motivo semplice: perché il Paese ha tante urgenze, ha tanti problemi anche strutturali da risolvere. Noi offriamo delle risposte concrete. Lo abbiamo già dimostrato e lo stiamo dimostrando con questa manovra finanziaria. E ancor di più lo dimostreremo appena l'avremo approvata con un piano di riforme strutturali e con un cronoprogramma serrato, molto impegnativo, al quale lavoreremo con tutte le nostre forze dalla mattina alla sera. Noi», ha argomentato Conte, «offriamo un progetto politico, un futuro sostenibile e credibile a questo paese. È per questo che non andremo a casa. Lunedì (domani, ndr) sarò in Parlamento e metteremo tutti i tasselli al loro posto e inizieremo a spazzare via tutte le fesserie che sono state dette, ne ho ascoltate tante. Sono molto paziente ma il momento in cui dovremo spazzare via le chiacchiere che sono state fatte, sarà lunedì. Ci confronteremo serenamente con il Parlamento», ha sottolineato ancora Conte, «come è giusto che sia, nel rispetto delle Istituzioni sovrane e dei cittadini. Ricordatevi sempre che se la politica anziché con la P maiuscola si comporta con la p minuscola, poi cala la fiducia nella classe dirigente, nella classe politica. Questo non riguarda solo la maggioranza ma anche le opposizioni. Alle opposizioni chiedo sempre di essere serie, dure anche, aspre con il governo e con le forze di maggioranza, ma sempre di essere credibili. Quando ci sono menzogne», ha concluso Conte, «queste fanno male a loro stesse e a tutta la politica, alla democrazia».
Dunque, oggi dovrebbe tenersi (condizionale d'obbligo) il vertice di governo sul Mes; domani le informative di Conte alla Camera e al Senato; mercoledì, 4 dicembre toccherà ai ministri finanziari dell'Eurozona riunirsi. Sempre mercoledì, il governatore di Bankitalia Ignazio Visco sarà ascoltato in audizione alla commissione Bilancio alla Camera. Conte riferirà nuovamente in Senato il 10 dicembre, a ridosso del Consiglio europeo di mercoledì 13 chje dovrà sancire l'approvazione del trattato.
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La coalizione si spacca. Luigi Di Maio: «Non si firma al buio». Anche Stefano Fassina (Leu) chiede di evitare forzature. Ma Graziano Delrio alza il muro: «Ci giochiamo la credibilità». La Ue: «Proroga possibile, ma non vi conviene...».Dal vertice di maggioranza di oggi alle comunicazioni di Giuseppe Conte in Senato del 10 dicembre: l'iter del trattato è quasi al capolinea.Lo speciale contiene due articoli.Si mette male, anzi malissimo, per il governo giallorosso. La riforma del Mes, il fondo salva Stati, spacca la maggioranza e avvicina la crisi. Il M5s, ieri, ha ufficialmente messo nero su bianco che la riforma, così come è stata elaborata, non va bene. Giuseppe Conte vacilla: domani riferirà prima alla Camera (alle 13) e poi al Senato (alle 15 e 30) sull'argomento. Oggi, salvo imprevisti, dovrebbe tenersi un vertice di governo. Per Conte, la speranza è quella di un rinvio dell'approvazione definitiva del nuovo Mes da parte dell'Unione europea. Alcune indiscrezioni provenienti da Bruxelles, infatti, segnalano che non è solo l'Italia a sollevare questioni sulla riforma del fondo salva Stati. Fonti Ue citate dai media dicono che un rinvio è possibile, ma non è nell'interesse dell'Italia. La data cruciale è quella di mercoledì prossimo, 4 dicembre, quando i ministri dell'Economia dei Paesi dell'Unione si riuniranno: uno slittamento della ratifica dell'accordo potrebbe dare un po' di ossigeno al governo italiano. La Commissione, stando a quanto riporta l'Agi, sarebbe pronta a sostenere l'Italia sul no alla proposta tedesca di requisiti di capitale delle banche in base al rating dei titoli pubblici che detengono, giudicata inaccettabile dall'esecutivo comunitario. E anche la Francia, oltre all'Italia, è contraria.Ieri, intanto, Luigi Di Maio ha ufficializzato il veto del M5s alla ratifica del Mes così come è stata elaborata: «È bene», dice Di Maio, «che ci sia una riflessione. Il Mes ha bisogno di molti miglioramenti, non possiamo pensare di firmare al buio, quando avremo letto tutto verificheremo se conviene il pacchetto. È sano per l'Italia non accelerare, l'unione bancaria mi preoccupa più del Mes. L'assicurazione sui depositi», argomenta il ministro degli Esteri, «va messa a posto, ci sono dei negoziati in corso ed è bene che proseguano con il protagonismo dell'Italia. Visto e considerato che c'è stato un cambio di maggioranza in parlamento, che il parlamento non si è ancora espresso sul Mes, sull'Unione bancaria e sul deposito sulle assicurazioni, è bene che ci sia una riflessione. Anche il ministro Gualtieri lo ha detto: in questo momento», chiarisce Di Maio, «il negoziato ha tutte le possibilità di poter migliorare questo trattato». Anche Leu frena: «Sul Mes», dice il deputato Stefano Fassina, è autolesionistica la rappresentazione di uno scontro tra europeisti responsabili e irresponsabili sovranisti, tra chi vuole salvaguardare la continuità dell'Italia nella Ue e nell'eurozona e chi vuole rompere. Il Pd eviti forzature», prosegue Fassina, il Parlamento italiano il 19 giugno scorso si è espresso in modo molto chiaro sul Mes per consentire al Parlamento di esprimersi con un atto di indirizzo e, conseguentemente, sospendere ogni determinazione definitiva finché il Parlamento stesso non si sia pronunciato. Non vi può essere stata nessuna determinazione definitiva. Senza ulteriori drammatizzazioni», sottolinea Fassina, «il governo riconosca che non ha avuto e non ha il mandato per firmare il trattato. Il Mes non è nel programma della maggioranza».Il Pd sente aria di crisi di governo: «Sul Mes in queste ore», avverte il ministro dei Beni culturali, Dario Franceschini, «ci giochiamo la credibilità del Paese, l'andamento dello spread e dei mercati. Non si può giocare con il fuoco: prendo per buone le parole di Luigi Di Maio e, da qui a lunedì vedremo se alle intenzioni seguiranno anche i comportamenti». Preoccupazione per la tenuta della maggioranza traspare anche dalle parole del capogruppo del Pd alla Camera, Graziano Delrio: «Siccome non ci sono elementi di merito che mettono in discussione la nostra sovranità nazionale», spiega Delrio, «è molto importante che diamo una dimostrazione di serietà e affidabilità. Io mi aspetto che le legittime critiche del nostro alleato non portino a provocare una crisi di credibilità per il paese. Questo sarebbe grave, per i cittadini e per la serietà con cui viene visto il nostro governo. Non si può stare al governo accettando compromessi su questioni che sono di grande rilevanza per la nostra credibilità. Sul Mes», avverte Delrio, «potremo avere anche molte critiche, molte sfumature diverse. Ma non si può a quattro giorni dalla ratifica di un trattato internazionale rimettere tutto in discussione e chiedere rinvii».In risposta ai dem arriva tuttavia una nota moloto netta dei grillini che invita il Pd a non alzare i toni e puntualizza che se qualcuno vuole «metterla sul tema della credibilità, a noi sembra che la credibilità come Stato in tutti questi anni l'abbiamo persa proprio quando si firmava qualsiasi cosa per compiacere sempre qualche euroburocrate, piuttosto che tutelare gli interessi dell'Italia e degli italiani. Bene, quell'epoca è finita. Consigliamo al Pd di lavorare con noi ad un punto di intesa. Tutti sanno che il Mes è modificabile ed emendabile». Da parte sua, Matteo Salvini, continua a incalzare Conte: «Rispondo», risponde Salvini a chi gli chiede un'opinione sulla riforma del Mes, «con le parole del governatore di Bankitalia che non è un pericoloso leghista: rappresenta un enorme rischio. Si rischia di usare i soldi dei risparmiatori italiani per salvare le banche tedesche e io penso che i soldi degli italiani vadano usati per aiutare altri italiani. Per come è scritta ruba ai poveri per dare ai ricchi, ai risparmiatori italiani, per dare alle banche francesi e tedesche. Dico a Conte: se hai firmato qualcosa senza il consenso degli italiani dimettiti e chiedi scusa. Lunedì (domani, ndr) andrò a sentire Conte che deve intervenire in Parlamento per spiegare gli italiani se ha svenduto i risparmi della sovranità italiana e sono proprio curioso di sentire cosa avrà da dire. 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Ecco la corsa a ostacoli dell’esecutivo giallorosso Alla vigilia dei discorsi che domani, lunedì 2 dicembre, terrà alla Camera (alle 13) e al Senato (alle 15 e 30) per riferire sulla riforma del Mes, il premier Giuseppe Conte si mostra ottimista e fiducioso: «Lunedì (domani, ndr) non ci sarà nessuna battaglia», ha detto ieri Conte, «è una informativa doverosa al Parlamento da parte del presidente del Consiglio che ogni volta che è stato chiamato, ogni volta che ha avuto e avrà la possibilità di informare, dialogare con i membri del Parlamento lo fa e lo farà. Come sapete», ha aggiunto il premier col ciuffo, «la sovranità appartiene al popolo, i parlamentari rappresentano il popolo quindi mi confronterò, informerò. Mi è stato chiesto e sarà sempre così». Ai giornalisti che gli hanno chiesto se la tenuta del governo sia a rischio sulla vicenda Mes, il premier ha risposto così: «No. Ogni volta, a ogni passaggio un po' delicato, si ragiona sempre del rischio per il governo. Questo governo andrà avanti», ha sottolineato Conte, «per un motivo semplice: perché il Paese ha tante urgenze, ha tanti problemi anche strutturali da risolvere. Noi offriamo delle risposte concrete. Lo abbiamo già dimostrato e lo stiamo dimostrando con questa manovra finanziaria. E ancor di più lo dimostreremo appena l'avremo approvata con un piano di riforme strutturali e con un cronoprogramma serrato, molto impegnativo, al quale lavoreremo con tutte le nostre forze dalla mattina alla sera. Noi», ha argomentato Conte, «offriamo un progetto politico, un futuro sostenibile e credibile a questo paese. È per questo che non andremo a casa. Lunedì (domani, ndr) sarò in Parlamento e metteremo tutti i tasselli al loro posto e inizieremo a spazzare via tutte le fesserie che sono state dette, ne ho ascoltate tante. Sono molto paziente ma il momento in cui dovremo spazzare via le chiacchiere che sono state fatte, sarà lunedì. Ci confronteremo serenamente con il Parlamento», ha sottolineato ancora Conte, «come è giusto che sia, nel rispetto delle Istituzioni sovrane e dei cittadini. Ricordatevi sempre che se la politica anziché con la P maiuscola si comporta con la p minuscola, poi cala la fiducia nella classe dirigente, nella classe politica. Questo non riguarda solo la maggioranza ma anche le opposizioni. Alle opposizioni chiedo sempre di essere serie, dure anche, aspre con il governo e con le forze di maggioranza, ma sempre di essere credibili. Quando ci sono menzogne», ha concluso Conte, «queste fanno male a loro stesse e a tutta la politica, alla democrazia». Dunque, oggi dovrebbe tenersi (condizionale d'obbligo) il vertice di governo sul Mes; domani le informative di Conte alla Camera e al Senato; mercoledì, 4 dicembre toccherà ai ministri finanziari dell'Eurozona riunirsi. Sempre mercoledì, il governatore di Bankitalia Ignazio Visco sarà ascoltato in audizione alla commissione Bilancio alla Camera. Conte riferirà nuovamente in Senato il 10 dicembre, a ridosso del Consiglio europeo di mercoledì 13 chje dovrà sancire l'approvazione del trattato.
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 3 giugno con Carlo Cambi
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Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha chiesto al capo della Polizia, Vittorio Pisani, di far verificare i motivi del mancato allontanamento dall’Italia in occasione dei precedenti controlli di polizia a cui era stato sottoposto. Infatti, all’uomo, nel maggio 2022 è scaduto il permesso di soggiorno provvisorio che aveva ottenuto mentre era in attesa dell’esito del ricorso contro la mancata concessione della protezione internazionale. Da allora è stato fermato più volte da agenti impegnati nel controllo del territorio e ha subito cinque denunce per spaccio e detenzione di sostanza stupefacente, tentato furto (di un cellulare), rapina, resistenza, violenza, minaccia e oltraggio a pubblico ufficiale, ricettazione (sembra di due tessere sanitarie). Gli ispettori dovranno individuare quali ufficiali di polizia giudiziaria siano intervenuti in questi frangenti e perché, dopo averlo fermato, non lo abbiano spedito in un Centro di permanenza per i rimpatri. L’uomo non sarebbe mai entrato negli uffici della Squadra mobile di Genova, mentre a occuparsi di lui, in passato, sarebbero stati i carabinieri. Ma gli uomini della Benemerita sono anche quelli che sabato, dopo l’omicidio, lo hanno arrestato e condotto all’ospedale San Martino in stato di alterazione.
L’ipotesi del Viminale è che i precedenti dell’uomo, privo di documento valido, fossero più che sufficienti a determinarne l’espulsione. Il suo avvocato, Filippo Guiglia, ieri, via Whatsapp, ha provato a rubarci il mestiere: «Più che preoccuparmi dei permessi di soggiorno, mi domanderei quali politiche si attuano per aiutare chi ha forti disagi». Abbiamo provato a chiedere a quali disagi si riferisse, ma il legale non ha più replicato. Edoardo Rixi, viceministro leghista dei Trasporti, è l’unico ligure della compagine governativa. E commenta con favore l’iniziativa del collega a capo del Viminale: «Il governo, tramite il ministro Piantedosi, ha giustamente aperto un procedimento perché non va lasciato nulla al caso e bisogna garantire le espulsioni».
Rixi ragiona da abitante del capoluogo ligure: «Da troppo tempo Genova registra una presenza crescente di clochard aggressivi, soggetti che si drogano di crack in pieno giorno nel cuore della città e perfino sulle scale della metropolitana, oltre che di baby gang che rendono sempre più difficile vivere serenamente le aree della movida». Una situazione di degrado che tutti possono constatare leggendo le cronache cittadine dove quasi ogni giorno si registra un’aggressione a cittadini e turisti. Nelle scorse ore, per esempio, in via del Campo, la strada della città vecchia cantata da Fabrizio De André, due rapinatori sono entrati a forza dentro un appartamento armati di coltello e hanno derubato il muratore che lavorava all’interno. L’uomo non ha reagito e, per questo, non ha subito danni peggiori, ma in molti altri casi le vittime vengono ricoverate anche con prognosi serie. In città è diventato difficile girare senza correre rischi nella centralissima piazza Caricamento (utilizzata recentemente come una moschea a cielo aperto), a pochi metri dall’Acquario, ma anche in via San Lorenzo, la strada che conduce all’omonima cattedrale e a Palazzo Ducale.
In certe sere quelle aree sono invase da gruppi di maranza che con atteggiamenti aggressivi e musica ad altissimo volume scoraggiano le passeggiate delle famiglie, costrette a rimanere a casa o a scegliere zone meno pericolose. «È una situazione che richiede una risposta forte dello Stato, anche valutando un maggiore impiego dell’Esercito a supporto delle forze dell’ordine nei punti più sensibili. Ma serve anche un cambio di atteggiamento da parte dell’amministrazione comunale, che troppo spesso ha adottato toni e linguaggi indulgenti verso fenomeni di degrado e illegalità» continua Rixi. «La sicurezza non è né di destra, né di sinistra: è un diritto dei cittadini. Per questo condivido e rilancio l’allarme che i consiglieri comunali della Lega Paola Bordilli e Alessio Bevilacqua portano avanti da tempo in Consiglio comunale, denunciando con costanza situazioni che oggi sono sotto gli occhi di tutti. Ignorare il problema non lo risolve. Servono regole, controlli e tolleranza zero verso chi trasforma interi quartieri in zone franche». Una deriva che hanno difficoltà a negare anche i più convinti sostenitori delle società aperte.
Rixi è da sempre impegnato ad attirare fondi per finanziare infrastrutture e nuove attività nella Superba, ma l’attuale situazione rischia di scoraggiare chi voglia scommettere sul futuro del capoluogo ligure: «Genova merita più sicurezza, più decoro e più rispetto per chi vive, lavora e investe nella nostra città». Il viceministro cita la teoria della finestra rotta (o dei vetri rotti), un noto principio sociologico e criminologico secondo cui lasciare un piccolo segno di degrado (come una finestra non riparata) trasmette un senso di incuria e abbandono che incoraggiano ulteriori atti vandalici o comportamenti antisociali, innescando un effetto a catena di progressivo degrado urbano. «Dove governa la sinistra», conclude Rixi, «i balordi prendono coraggio: in questo momento va rilanciata la tolleranza zero». Un tema su cui la Lega non vuole farsi superare da Futuro nazionale.
Il sindaco di Genova, Silvia Salis, sull’argomento, ha scelto di lanciare la palla in tribuna incolpando il governo dell’attuale situazione di emergenza, dimenticando di avere il controllo diretto della polizia municipale. Da tempo sostiene la necessità di un grande patto nazionale sulla sicurezza tra governo e città, uno di quei tavoli dove, solitamente, si discetta dei massimi sistemi, ma si conclude poco. Per esempio, digitando su Internet, si scopre che quasi tutte le città che hanno siglato «patti sulla sicurezza» con il governo centrale sono per lo più Comuni a guida progressista, con i più alti indici di criminalità sul territorio nazionale, da Milano a Roma, da Torino a Napoli a Firenze. Chi vive nella Superba non ha bisogno di chiacchiere, ma di poter girare per la città senza avere paura di essere rapinato o picchiato. O, magari, come è accaduto al povero Pietro Signor, ucciso a colpi di bottiglia in un parco a pochi passi da via Roma e via XXV Aprile, il «salotto buono» dei genovesi.
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Maurizio Landini ed Elly Schlein (Ansa)
Il governo di centrodestra, e anche i toni accesi che anticipano ogni campagna elettorale, ovviamente aiutano e infatti Landini ha deciso di scendere in campo con una serie di proposte economiche. L’occasione sarà la presentazione di un libro dal titolo L’Italia che non arriva a fine mese, in compagnia di Elly Schlein. Edito dalla Fondazione Feltrinelli, il volume rappresenta la più clamorosa smentita alle tesi care al principale alleato del Pd, che in una precedente legislatura, dopo l’introduzione del reddito di cittadinanza, annunciò per bocca dell’allora suo leader Luigi Di Maio l’abolizione della povertà. Rottamato da Giorgia Meloni, il sussidio non fa al momento parte del programma di Landini, il quale invece è più propenso a rispolverare un vecchio cavallo di battaglia della sinistra, ovvero la patrimoniale, trovando nella segretaria del Pd, che non vuole certo farsi scavalcare a sinistra, un’alleata.
Al segretario della Cgil poco importa che l’idea di una tassa dell’1,3% su patrimoni da due milioni di euro spacchi il campo largo, con Matteo Renzi decisamente contrario (dopo aver lasciato Palazzo Chigi è diventato milionario, e perciò sarebbe tra le vittime dalla stangata) e Giuseppe Conte assai tiepido. Anche l’ala riformista del Partito democratico non vede di buon occhio un prelievo su case, conti correnti e investimenti, criticando la tempistica dell’uscita, che prima del voto rischierebbe di spaventare molti elettori.
Nessuno, né Landini che la propone né quanti prendono le distanze per opportunità o per calcolo, sembra però rendersi conto che la patrimoniale in Italia esiste già e genera ogni anno una raccolta per il fisco pari a una cinquantina di miliardi. A introdurla ci pensò Mario Monti nel 2011, con la famosa manovra che tramortì per un paio d’anni l’economia italiana. L’ex rettore della Bocconi introdusse l’Imu sulla seconda e anche sulla prima casa e non contento inventò l’Ivie, l’imposta sui valori immobiliari all’estero. Il governo Berlusconi poi tolse la tassa sulla residenza principale, ma il resto rimase. Unito peraltro alle imposte di bollo, di registro, catastali, ipotecarie e di successione. In totale, nel 2020 facevano più di 40 miliardi, cifra che ci collocava al di sopra della media Ue sia per gettito erariale che in rapporto al Pil. Tanto per essere chiari, solo cinque Paesi su 27 avevano un prelievo percentualmente più pesante del nostro.
Ho citato i dati del 2020, anno in cui a causa del Covid l’incidenza fu inferiore, perché la patrimoniale all’epoca fu oggetto di uno studio dell’Osservatorio sui conti pubblici dell’Università Cattolica diretto da Carlo Cottarelli, uno che non è certo sospettabile di antipatia verso Schlein e compagni, essendo stato senatore del Pd. Oggi in Italia la patrimoniale genera un gettito addirittura maggiore, sopra i 50 miliardi, quasi il doppio dunque di quei 26 che Landini immagina di rastrellare con la sua super imposta. Ma il leader sindacale evidentemente non lo sa. Tutto ciò dimostra che non soltanto l’idea del segretario della Cgil è propaganda, ma che è anche aria fritta.
Del resto, che la tassa sui patrimoni non funzioni lo provano i risultati ottenuti da chi ha perseguito quella strada. In Francia, quando ci provò François Hollande, i grandi capitali fuggirono e in Gran Bretagna, con l’arrivo di Keir Starmer, molti ricconi hanno fatto le valigie. Per non dire della Svezia, che dopo aver sperimentato uno Stato sociale sostenuto da alte tasse ha fatto marcia indietro. Perché chi ha soldi e consulenti non sta certo ad aspettare Landini: alla prima avvisaglia se ne va. Nella rete del fisco così finisce chi ricco non è, ma avendo ereditato una casa in città come Milano rischia di sembrarlo e di pagare grazie a Landini decine di migliaia di euro ogni anno. Una stangata capace di uccidere un’intera fascia di reddito e insieme di far scappare i grandi capitali.
Non resta che sperare che da tipi come il segretario della Cgil gli italiani si tengano alla larga. Qui non si rischia di bloccare il Paese con gli scioperi, ma di ammazzarlo.
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C’era anche lui su quel minivan che nella tarda mattinata di lunedì è diventata la prigione di fuoco per i quattro cittadini stranieri arsi vivi. Due pachistani li hanno imprigionati dentro il mezzo che hanno poi cosparso di benzina. Mohammad, alle telecamere della Tgr Calabria, ha raccontato quello che è successo lunedì mattina quando era nel minivan assieme a tre afgani e un pachistano che lavoravano come braccianti agricoli e vivevano con lu in un appartamento a Villapiana, sulla costa ionica cosentina.
Mohammad era diretto assieme a loro a Metaponto perché stavano lavorando alla raccolta delle fragole. Quella mattina erano nel minivan con due cittadini pachistani indicati dal superstite come i caporali. Sono i due uomini incastrati dalle telecamere di videosorveglianza e ora in carcere con l’accusa di omicidio plurimo aggravato. Sono, infatti, le immagini delle telecamere a inquadrare il mezzo parcheggiato nel piazzale della stazione di benzina sulla statale 106 nel comune di Amendolara. Quei frame, acquisiti dagli investigatori, mostrano l’orribile dinamica di quanto accaduto: si vedono due cittadini stranieri uscire velocemente dal minivan mentre dal cofano esce fumo. Uno dei due cerca di tenere chiusa la portiera per non far uscire i connazionali, mentre il complice presumibilmente afferra la pistola erogatrice per cospargere il mezzo di carburante. Quest’ultimo, poi, va al posto del complice a bloccare la portiera e dalle immagini si vede che dall’interno le vittime cercano di forzarla per uscire, ma restano intrappolate. Questa è la ricostruzione fornita da circa 30 secondi di video. Trenta secondi di immagini che, nella giornata di ieri, sono rimbalzate sui social descrivendo i momenti della mattanza. A supporto della ricostruzione, effettuata con le immagini delle telecamere, si è aggiunta la testimonianza dell’unico superstite. Mohammad ai microfoni della Tgr, con un italiano stentato, ha raccontato quanto accaduto mimando anche il momento in cui uno dei pachistani avrebbe appiccato fuoco con un accendino:
«Ho avuto paura di morire». Il giovane bracciante ha raccontato che i due caporali sono scesi dal mezzo, hanno prima cosparso di benzina il minivan e poi uno dei due ha preso l’accendino. Lui è riuscito a salvarsi rompendo il finestrino e scappando. Si è ferito e ha lesioni in diverse parti del corpo; mentre i suoi colleghi di lavoro e coinquilini sono stati arsi vivi. I due pachistani che li hanno intrappolati nel mezzo e bruciati sono adesso in carcere.
La Procura di Castrovillari, coordinata dal procuratore capo Alessandro D’Alessio, ha emesso nei loro confronti un provvedimento di fermo per omicidio plurimo aggravato. Il motivo della mattanza? Da quanto finora emerso, anche dal racconto del superstite, il movente sarebbe da ricercare in una «vendetta dei caporali». Forse, lunedì mattina tra loro sarebbe scoppiata una lite perché i caporali volevano i soldi per il trasporto. Ma il giovane sopravvissuto ha descritto uno scenario di violenza e soprusi continui: non venivano mai pagati e spesso i due pachistani arrestati li minacciavano anche con pistole e coltelli per farli lavorare senza soldi. In pratica, davano loro vitto e alloggio ma nessun salario, come ha spiegato lo stesso Mohammad: «I soldi non ce li davano, da mangiare sì. La casa sì, i soldi no». Quello descritto dal giovane bracciante è una fotografia di un caporalato che fa vivere in condizioni disumane i lavoratori. Ma per lui questo è un modus operandi per loro già noto e con rassegnazione afferma: «Questa è la mafia pachistana».
Sulla mattanza di Amendolara sono in corso delicate e complesse indagini condotte dagli agenti della Mobile di Cosenza, guidati dal dirigente Gianni Albano e dal questore Antonio Borelli. Nella giornata di oggi ci sarà una conferenza stampa in questura a Cosenza in cui saranno resi noti alcuni particolari di quanto accaduto. Anche gli accertamenti sui cadaveri carbonizzati e sul mezzo saranno decisivi per ricostruire l’esatta dinamica della mattanza di Amendolara.
Quanto avvenuto lunedì mattina ha avuto una risonanza nazionale soprattutto dopo la diffusione del video in cui si vedono i due pachistani intrappolare i loro connazionali nel minivan e poi dargli fuoco. Il presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto, sui suoi canali social ha postato il video degli ultimi istanti di vita delle quattro vittime esprimendo tutto il suo disappunto: «Ci sono notizie che fanno vacillare la fiducia nell’umanità. Disumani». Anche il leader di Futuro nazionale Roberto Vannacci, sui suoi profili social ha commentato la strage di braccianti: «Se importi il terzo mondo, diventi il terzo mondo. Sono pachistani i due aggressori che hanno bruciato vivi quattro extracomunitari alla stazione di servizio. Queste risorse sono quelle che ci pagano le pensioni. Ora, oltre al patrocinio gratuito per la difesa legale dovremo pagare loro anche il carcere, alla modica somma di 140 euro al giorno. Remigrazione». Le indagini degli inquirenti, ora, cercheranno di fare luce sul movente che ha scatenato tanta violenza e crudeltà.
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