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Metafisica/Metafisiche. Una grande mostra a Palazzo Reale

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Metafisica/Metafisiche. Una grande mostra a Milano
Concetto Pozzati. Dal ciclo “Restaurazione”: Il trovatore italico,.Museo Magi ’ 900 - Pieve di Cento (Bologna)

A Milano, con ben 400 opere a Palazzo Reale e importanti approfondimenti al Museo del Novecento, Palazzo Citterio e Gallerie d’Italia, una straordinaria mostra diffusa racconta l'eredità dell'arte metafisica di De Chirico, Carrà, Morandi e Savinio sugli artisti del XX e XXI secolo.


«Ogni cosa [ha] due aspetti: uno corrente quello che vediamo quasi sempre e che vedono gli uomini in generale, l’altro lo spettrale o metafisico che non possono vedere che rari individui in momenti di chiaroveggenza e di astrazione metafisica, così come certi corpi occultati da materia impenetrabile ai raggi solari non possono apparire che sotto la potenza di luci artificiali quali sarebbero i raggi x. » Così scriveva Giorgio de Chirico nel suo saggio del 1919 «Sull'arte metafisica», riassumendo, in poche righe, l’essenza della sua arte e della metafisica stessa, che non è tenebre e non è vuoto, ma ricerca « di ciò che è dopo le cose fisiche » e oltre la realtà percepita. Immobile ed enigmatica, inquietante e misteriosa, la pittura metafisica è l‘antitesi delle avanguardie futuriste: al movimento vorticoso preferisce la perfezione classica e colta delle forme e dei disegni, quella perfezione che si ritrova nelle piazze vuote e nei manichini, nelle ombre lunghe e nelle architetture, negli oggetti comuni calati in contesti assurdi e in tutti quegli elementi che hanno caratterizzato i capolavori dei grandi «Maestri metafisici», da De Chirico ad Alberto Savinio, da Carlo Carrà a Filippo de Pisis. Per certi aspetti anche Giorgio Morandi. Un’arte, la loro, che pur rifacendosi alla classicità la priva di ogni «freddezza » formale in nome di una ricerca introspettiva che invita a riflettere sul lato nascosto e misterioso della realtà: davanti a un’opera metafisica è come se il tempo si fosse fermato, come se qualcosa «stia per accadere ». E in questo clima di ovattata attesa aspettiamo. E riflettiamo… Ecco, in un’epoca in cui la velocità è tutto, la straordinaria mostra milanese non è solo la celebrazione di un movimento artistico ad oltre un secolo dalla nascita, ma anche un invito a rallentare e a guardare con più calma noi stessi e la realtà che ci circonda.

La Mostra a Palazzo Reale

Con tre importanti approfondimenti in altrettanti sedi museali milanesi, è a Palazzo Reale (sino al 21 giugno 2026) che si «celebra» il mistero silenzioso della pittura metafisica: oltre quattrocento opere che sembrano emergere da un allestimento (curato dallo Studio Italo Rota) che sospende il tempo, fatto di luci radenti e pareti colore polvere che richiamano l’atmosfera rarefatta dei dipinti. Ad accompagnare il visitatore nessun suono, nessun sottofondo musicale, solo un silenzio ovattato («la pittura metafisica è un suono che non si sente», scriveva De Chirico) che invita ad un’immersione totale in uno spazio surreale, con sale quasi teatrali, portali e quinte prospettiche a fare da contorno alla « storia » della metafisica, ai suoi protagonisti e a tutti quegli artisti - dai Dadaisti ai Post Moderni – che dei Maestri metafisici, e di De Chirico in particolare, ne subirono il fascino.

Ed è proprio con lui, il «Pictor Optimus», che inizia e si conclude il percorso espositivo a Palazzo Reale: le sue Muse inquietanti, le sue piazze vuote, i suoi celebri manichini senza volto, le ombre lunghe , le proporzioni impossibili, racchiudono come in un cerchio le architetture assorte di Giorgio Morandi, le periferie sospese e monumentai di Mario Sironi, il Realismo Magico di Felice Casorati e Cagnaccio di San Pietro, sino ad arrivare alle diramazioni europee di Max Ernst e René Magritte, ad alcune opere di Warhol e, in ambito italiano, a Emilio Tadini, Pino Pascali e Francesco Vezzoli, definito «il più metafisico degli artisti contemporanei». A dimostrazione di quanto sia ancora attuale l’iconografia Metafisica, il percorso è costellato da continui «affioramenti » dei dipinti dei Grandi Maestri, «zoomate » di opere particolarmente significative messe in dialogo - tra tributi e reinvenzioni - con la fotografia (straordinari gli scatti architetturali di Gabriele Basilico), la moda, il teatro, il cinema, il design (originalissima Plaza, la toeletta in legno laccato firmata dallo statunitense Michael Graves), l’architettura, il fumetto e addirittura la musica (in mostra parecchie copertini di vinili).

Un percorso talmente affascinante, che quando termina ti vien voglia di tornare alle prime sale, dove le opere enigmatiche e sospese di Giorgio De Chirico, Carlo Carrà, Alberto Savinio e Filippo de Pisis ti riportano là dove tutto è iniziato: la Ferrara del 1917.

Etro Ritratti, collezione primavera/estate,  ‹1997- 1998. Fotografia di Christopher Griffith

Lo studio di Kkr (uno dei più grandi fondi di private equity al mondo) vede l’Europa divisa in due: da una parte Germania, ma anche Francia, in difficoltà, e dall’altra Roma, Spagna e Polonia in crescita. Settori dove fare affari? Difesa e infrastrutture energetiche.

Per capire la portata dello studio di cui andremo a parlare, bisogna intendersi sull’attività dei grandi fondi di private equity. Qual è la strategia che sta dietro alle scelte di Kkr, Apollo, Elliott, ma anche di BlackRock o Blackstone? In che modo questi soggetti che hanno enormi disponibilità finanziarie scelgono dove investire?

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Quello che è successo a Belfast, dove un immigrato sudanese ha tentato di decapitare in mezzo alla strada un cittadini irlandese è la prova del fallimento del modello europeo sull'accoglienza. E Gianluigi Paragone ricorda come la sinistra ha mascherato e insabbiato per anni le violenze degli immigrati in tutta Europa; ma ora la rabbia della gente normale sta esplodendo. Serve una linea netta che difenda prima di tutto l’identità e gli interessi degli italiani: «I cittadini sono stufi del politicamente corretto. E sull'immigrazione Giorgia Meloni alzi l'asticella». E aggiunge un monito: «La destra non interpreti Vannacci come un nemico».

Favola dell’accoglienza smascherata. La gente si ribella per proteggersi
I radical-chic, davanti ai casi che coinvolgono stranieri, ripetono sempre lo stesso refrain: sminuire, sopire, nascondere. Una propaganda che ha stufato i cittadini, determinati a salvare i propri figli e millenni di civiltà.

Le proteste popolari di Belfast raccolgono il testimone di quelle inglesi conseguenti all’accoltellamento di Henry Nowak. Senza soluzione di continuità. Quando gli episodi si ripetono tutti uguali, vuol dire che non sono più episodi ma, piuttosto, il portato di un conflitto in corso. La risposta dei circoli radical-chic, però, è sempre la stessa: sminuire, sopire, nascondere. Fare sparire tutto nell’oblio del politicamente corretto, che impone di considerarli sempre e comunque solo casi isolati di ordinaria follia e niente altro.

Disobbediamo: riprendiamo per i capelli la vicenda Nowak e proviamo a fare il punto della situazione complessiva di diritto. Magari scopriamo che c’è del metodo nella follia di considerare follia episodi simili. Diciamo due cose alla svelta e alla brava. Per esempio: cosa sia il «kirpan» , cioè il pugnale rituale dei Sikh, lo abbiamo imparato tutti. La cosa che, però, nessuno ci ha ancora spiegato è se si può andare in giro con un arnese simile. I principi in ballo sono due: l’ ordine pubblico e la libertà religiosa. Le possibili risposte normative sono, invece, tre: vietare; permettere; permettere solo a certe condizioni.

In Inghilterra - come purtroppo abbiamo visto - il libero kirpan è perfettamente legale: il Criminal justice act del 1988 ne permette il porto per superiori motivi di libertà religiosa. Esempio preclaro di Paese in cui la cosiddetta «inclusività» (qualunque cosa voglia dire) è stata eletta a principio di sistema. Così anche in Canada: nel 2006 la Corte suprema (causa Gurbay Multani vs Commission scolaire Marguerite-Bourgeoys ) giudicò illegittima la decisione di una commissione scolastica che nel 2001 aveva vietato ai ragazzi sikh di portare a scuola un kirpan di 20 cm e aveva imposto di sostituirlo con un kirpan in legno o in plastica. Investita del ricorso, la Suprema corte canadese decise che il divieto di portare un vero kirpan a scuola era «irragionevole», visto che gli studenti sono comunque a contatto con attrezzi e oggetti pericolosi (forbici, compassi e simili) e che non si può limitare il diritto alla libertà di culto se non in presenza di una minaccia «presente e reale»: il semplice «timore», disse, non può giustificare alcuna compressione del diritto. Ragionamento deboluccio assai, non foss’altro perché estensibile all’infinito, visto che il libero compasso, a questo punto, potrebbe legittimare anche la libera pistola. Perché no, visto che a scuola abbiamo già a che fare con cose pericolose come le matite appuntite ? Oltretutto, valutare di volta in volta se la minaccia sia davvero «presente e reale» può richiedere un margine di tempo che, nei momenti di emergenza, potremmo non avere. Tant’è .

Lo Stato di California, invece, permette il kirpan ma a strette condizioni: nel caso giudiziario Cheema vs Thompson (anni Novanta), la Corte suprema riammise alcuni ragazzi sikh che erano stati espulsi da scuola sempre per via del pugnale che portavano allegramente nei corridoi. Ok al kirpan, disse la Corte suprema, ma a patto che venisse cucito al fodero in modo tale da impedirne l’ estrazione. Inghilterra, Canada, California. Insomma, come si vede, ci sono approcci diversi.

E in Italia? L’ Italia, come sempre, risponde all’italiana, cioè ognuno fa quel che gli garba. Premesso che, secondo le nostre leggi, non si può uscir di casa portando con sé un coltello «senza giustificato motivo», nel 2009 il tribunale di Cremona mandò assolto un sikh armato ritenendo che il «giustificato motivo» fosse la sua libertà di culto (articolo 19 della Costituzione). Nel 2015, invece, il tribunale di Mantova decise all’incontrario, condannando il sikh di turno perché il fatto che il kirpan fosse un orpello religioso non rappresentava affatto un «giustificato motivo» tale da cancellare i rischi per la sicurezza pubblica. La difesa fece ricorso appellandosi al principio della libertà religiosa. E qui viene il punto di interesse: la Suprema corte rispose picche al sikh scrivendo testualmente: «Se l’integrazione non impone l’abbandono della cultura di appartenenza [...] il limite invalicabile è costituito dal rispetto dei diritti umani e della civiltà giuridica della società ospitante [...] Non è tollerabile che l’attaccamento ai propri valori porti alla violazione cosciente di quelli della società ospitante». In un contesto storico meno esasperato, affermazioni del genere sarebbero passate per quel che sono: una semplice espressione di buon senso.

Ma, in una società avvelenata da una propaganda immigrazionista che solo i purissimi di cuore possono ancora credere ispirata da valori di fratellanza universale, le considerazioni ovvie e ragionevoli della Cassazione alimentarono a suo tempo polemiche sulla stampa e nei circoli salottieri «progressisti», che bollarono la decisione come «sentenza mediatica», viziata dalla «rappresentazione ossessiva di un nemico alle porte collegato alle migrazioni di origine extraeuropea», e si fecero tifosi perfino di modifiche legislative allo scopo di affermare «statuti normativi particolari per specifici gruppi» (così la rivista Diritto, immigrazione e cittadinanza del febbraio 2017, pubblicazione dell’area di Magistratura democratica). Tradotto in lingua italiana: lo Stato di diritto dovrebbe essere una specie di supermercato delle norme, ove ognuno prende dagli scaffali quel che gli pare: il diritto europeo per gli europei, la sharia per chi vuole la sharia, il codice di Hammurabi per i Babilonesi, il coltellone per i sikh e così via. Il tutto in nome del relativismo giuridico-culturale ormai imperante in certe latitudini politiche. Addirittura, secondo la critica progressista la sentenza di Mantova era una sentenza da censurare perché aderiva alla «ideologia della diversità culturale degli immigrati».

Fermi tutti: che vuol dire? Vorrebbe dire forse che non esistono «differenze culturali» fra i vari popoli del mondo? Ma, se così fosse, segnaliamo il seguente corto circuito: che le (ovvie) «diversità culturali» fra i popoli del mondo vengono negate proprio da coloro che dicono di volerle difendere. Difenderle vuol dire prenderne atto. Se le culture diverse esistono, vien da sé che non possono essere uguali appunto perché diverse. Ma nel momento in cui una ragionevole sentenza ne prende atto, quella stessa sentenza viene crocifissa perché osa dirlo. Perché dirlo sarebbe - appunto - una «scelta ideologica».

Ci avete capito qualcosa? Ancora: su Questione giustizia del gennaio 2017, rivista trimestrale di Magistratura democratica, Alison Dundes Renteln, professoressa della Southern California University - naturalmente di area liberal - scrive sussiegosamente che sarebbe «globalmente risaputo che il kirpan è un simbolo religioso che, pur somigliando a un coltello, non rappresenta alcun pericolo». Nessun pericolo, garantisce l’illuminata professoressa. Garanzia di ferro. Confidiamo, ma senza sperarci troppo, che davanti al cadavere di Henry Nowak abbia cambiato opinione. A ogni modo, al di là della quota di senno da attribuire a simili elucubrazioni radical-chic, ciò che importa è che in Italia, in questo come in altri casi, è il singolo giudice a dover dare corpo e sangue a norme fin troppo lasche. Con la conseguenza che in questi tempi drammatici, e con le varie tendenze para-ideologiche che agitano ormai apertamente il mondo della magistratura associata, un legislatore veramente tale sarà chiamato sempre più a fissare dei paletti di confine, con norme più rigide e meno esposte alle «correnti» (in ogni senso) dell’interpretazione giudiziaria.

La libertà religiosa - mai come ora - va coniugata con il diritto alla sicurezza fisica di ciascuno di noi. Non si parte da zero: dal 2015 in Parlamento risulta registrata una proposta di legge che subordina il porto del kirpan a patto che la Direzione generale della Polizia di Stato certifichi la sua inoffensività con un segno esteriore visibile. Un po’ l’equivalente del tappo rosso per le pistole giocattolo. È la via californiana di cui si è detto all’inizio: permettere, ma a certe condizioni stringenti. Calibrare, adattare, bilanciare. Governare con le armi della ragionevolezza e non con il pregiudizio ideologico l’inevitabile attrito fra culture e religioni diverse che l’immigrazionismo radicale sta producendo. Insomma: è significativo che il caso Henry Nowak sia avvenuto in Inghilterra, Paese che - come il Canada - è considerato la patria del multiculturalismo e che ha adottato, in nome di un malinteso concetto di libertà, normative piuttosto temerarie. Di multiculturalismo, come si vede, si muore.

Dicevamo che non si fa in tempo a ragionare sulla vicenda inglese che arriva l’ennesima aggressione: a Belfast, in pieno giorno, un sudanese ha tentato di decapitare un passante scelto a caso. Anche qui, come nel caso Nowak o come nel caso di Modena o come nei tanti altri casi che ci sono stati e che, purtroppo, ci saranno, lo choc ha fatto esplodere le proteste popolari. Niente da fare, la risposta dei salotti per bene è la stessa di sempre: è l’«ultradestra» che «cavalca» gli episodi, è uno stato di insicurezza soltanto «percepito». E la soluzione-panacea sarebbe addirittura, secondo qualcuno, quella di intensificare la cultura della «inclusività» a scuola, così i bambini buoni diventeranno tanti adulti buoni e vivremo tutti felici e contenti.

Gli argomenti radical-chic sono troppo uguali e monocordi per non pensare a una regia mediatica centralizzata che affida alla pura propaganda la difesa dell’indifendibile. La verità è che c’è una lotta in corso: da un lato, una corrente ideologica e minoritaria accecata dal pregiudizio antioccidentale che, forte del dominio massmediatico, continua a riproporre impiegatiziamente la litania dell’«accoglienza» totale e acritica, offrendo la sua ingenua foglia di fico a quei megapoteri economici che hanno voluto il flusso per azzerare le conquiste sociali degli anni Sessanta e Settanta. Dall’altro, un movimento popolare sempre più determinato a difendere millenni di cultura europea e ormai anche la vita dei suoi figli, che non accetta più l’invasione di masse umane sradicate, portatrici di culture e religioni opposte: una enorme santabarbara di conflitti e tensioni. È un movimento che non ha alcuna copertura mediatica, non ha stelline della tv o intellò televisivi a sostenerlo. Ma, forse, comincia a non averne bisogno. Dio ci guardi dall’ira dei giusti.

Caos Belfast. Starmer adesso gioca la carta della censura
La polizia ha usato cannoni ad acqua per spegnere gli incendi appiccati dai manifestanti durante i disordini su Antrim Road a Newtownabbey, nel nord di Belfast, Irlanda del Nord, il 10 giugno 2026 (Ansa)
Il premier laburista vuole eliminare i video virali delle esplosioni di rabbia a Belfast: sono i concittadini che protestano i nemici da perseguire, non gli immigrati violenti. Il grido «Adesso basta!» partito dal Nord Irlanda è una spia di allarme per Europa e Uk.

Com’era prevedibile, i «censori» sono entrati in azione, così i fatti di Belfast sono diventati «disordini» provocati dalla mano dei «cattivi», cioè i razzisti, gli xenofobi, le destre estreme.

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