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2021-01-12
Merkel e Macron non ci stanno a finire zittiti come Trump
Donald Trump (Getty images)
L'Europa, a sorpresa, si schiera contro la brutale censura decretata dai social network nei confronti di Donald Trump. A difendere il diritto di parola del presidente degli Stati Uniti, anche online, ieri Angela Merkel ha criticato la decisione di Twitter, così come quella di Facebook e di Instagram, che avevano stabilito di «sospendere l'account di Trump almeno fino al 20 gennaio», il giorno in cui passerà le consegne al successore Joe Biden. Forte probabilmente di quei primi 35 anni di vita trascorsi sotto il regime comunista della Germania Est, la cancelliera ha dichiarato che «la libertà di opinione è un elementare diritto fondamentale», e «spetta soltanto al legislatore, quindi allo Stato, definire il quadro all'interno del quale la comunicazione sui social media possa aver luogo». La Merkel ha ammesso che «le grandi piattaforme digitali non possono non agire di fronte a contenuti che incitano all'odio e alla violenza», ma poi ha aggiunto che «la possibilità d'interferire nella libertà di espressione è possibile solo nei limiti definiti dalle leggi, e non può venire dalla decisione autonoma e opaca di un'impresa privata».
La presa di posizione della Merkel è tanto più significativa se si considera l'avversione che la Kanzlerin ha manifestato nei confronti del presidente americano, cui non ha mai espresso vicinanza politica, né stima personale. Ma ieri non è stata la sola ad alzarsi e parlare. Anche il ministro francese dell'Economia Bruno Le Maire ha criticato lo stop imposto dai social network alla Casa Bianca: «Mi sconvolge», ha detto Le Maire, «perché la regolamentazione dei giganti del Web non può essere fatta dalla stessa oligarchia digitale». Poi ha lanciato quasi un anatema: «L'oligarchia digitale è una delle grandi minacce che gravano su Stati e democrazie». E subito dopo anche le istituzioni europee si sono schierate. Il commissario Ue al mercato interno, Thierry Breton, ha bollato il blocco dei social media come «privo di controllo legittimo e democratico» e sostenuto sia «sconcertante» che i loro azionisti, da Mark Zuckerberg a Jack Dorsey, possano «staccare la spina dell'altoparlante del presidente degli Stati Uniti senza alcun controllo: questa non è solo una conferma del potere delle piattaforme online, ma mostra anche profonde debolezze nel modo in cui la nostra società è organizzata nello spazio digitale». E Manfred Weber, capogruppo del Partito popolare nell'Europarlamento, ha chiesto che l'Unione europea «non lasci che Facebook e Twitter decidano cosa rientri nei limiti dell'accettabile», perché «non possiamo permettere siano loro a decidere come discutere e non discutere, o che cosa si possa e cosa non si possa dire in un discorso democratico».
È evidente che questo coro di voci negative ha un retroterra ideale nel tentativo europeo, fin qui abortito, d'imporre il giusto carico fiscale ai giganti statunitensi dell'online, che pagano tasse in misura indecorosamente bassa: da anni, a Bruxelles e nelle principali capitali del Vecchio continente, si discute a vuoto di una «Web tax» che ponga un limite alla colossale evasione tributaria dei social network, e alla loro concorrenza sleale. Che succederebbe se, magari in disaccordo per un provvedimento di questo tipo, gli stessi social agissero contro l'accout dell'Eliseo o della Cdu? Nel frattempo, le tante voci europee che ieri si sono levate hanno intanto avuto l'effetto di zittire d'un colpo la canea dei commentatori anti-Trump e pro-censura. Mentre al Nasdaq il titolo di Twitter è piombato dai 51,50 dollari dell'8 gennaio ai 48 di ieri (-6,8%), e quello di Facebook è sprofondato da oltre 267 dollari a 260 (-2,6%), da ieri sono in crollo anche le quotazioni dei tanto esaltati sostenitori della ghigliottina mediatica. Forse spiazzati dalle giuste perplessità europee, sono scomparsi, svaniti, evaporati. E sono tanti. Come Gianni Riotta, che sulla Stampa aveva giustificato la censura di Twitter e Fb addirittura come «tardiva azione di autodifesa, per evitare ulteriori tragiche violenze e conseguenze dirette agli azionisti». O Riccardo Luna, che su Repubblica aveva scritto: «Espellere Trump non salverà il mondo, ma servirà a dire che i social network non possono essere usati per attentare alla democrazia». Per non parlare dei cronisti dei tg Rai, generalmente inclini allo spellamento di mani per il silenziatore imposto al presidente. O di Wired, la rivista di tecnologia che passa come «la Bibbia di Internet», impancatasi a decretare che «le misure prese da Facebook e Twitter non sono censura, ma la tardiva e insufficiente reazione contro un uomo che ha infranto ogni regola possibile».
È un fronte che ha dimenticato come Fb e gli altri social network siano stati e restino il più denso brodo di coltura del terrorismo islamico, cui hanno garantito una vetrina per l'indottrinamento, il reclutamento e l'addestramento di migliaia di fanatici e kamikaze. Né che online possano parlare impunemente gruppi terroristici come Hamas, o l'ayatollah iraniano Seyyed Ali Khamenei, che ogni giorno predicano la distruzione dello Stato di Israele. O che decine di dittatori, dal presidente venzuelano Nicolas Maduro al «caro leader» nordcoreano Kim Jong-un, siano liberi di dire la loro, senza filtri. Un fronte che non s'è certo sognato di zittire i grillini, quando su internet minacciavano di «circondare il Parlamento», o che l'avrebbero «aperto come una scatola di tonno». E non ha silenziato Davide Casaleggio, che del Parlamento postula l'inutilità. Eppure, almeno quanto a parole sparse online, nessuno tra loro sembra meno pericoloso di Trump.
Solo affari dietro la finta libertà di pensiero
Sparisce dalla rete il social network «alternativo» Parler, approdo negli ultimi tempi di milioni di sostenitori del presidente uscente Donald Trump. Negli scorsi giorni, in seguito alla pubblicazione di messaggi a sostegno dei personaggi che hanno fatto irruzione a Capitol Hill, Apple e Google avevano rimosso la piattaforma dai rispettivi store, rendendone di fatto impossibile l'installazione da qualsiasi smartphone. Ieri è arrivata la batosta definitiva: Amazon ha staccato la spina dei server che ospitavano Parler, cancellandolo di fatto da internet. Un colpo durissimo per una piattaforma che si definisce il «social media della libertà di pensiero» nato per ospitare contenuti «senza pregiudizi, senza violenza e senza censura».
Ma la scomparsa di Parler non può e non deve preoccupare solo i 12 milioni di utenti iscritti, 8 milioni dei quali solo negli Stati Uniti. Gli interrogativi che sorgono a seguito della sua cancellazione sono molteplici. Prima di tutto il nodo della concorrenza. Viviamo tempi nei quali la libertà di mercato, sulla quale si basa anche buona parte del sogno americano, viene considerata alla stregua di un dogma di fede. E nei quali la monetizzazione basata sui comportamenti sui social non scandalizza nessuno. Proprio in questi giorni, Whatsapp ha modificato l'informativa privacy per consentire l'interscambio dei dati con Facebook. Una modifica che grazie al Gdpr non ha effetti in Ue, ma lancia un segnale molto chiaro. Possibile che un'azienda venga letteralmente spazzata via nell'arco di pochi giorni senza che nessuno sollevi obiezioni, tra l'altro a seguito della decisione unilaterale di tre giganti del web? Una vicenda che, messa così, sempre più simile al meccanismo «pesce grande mangia pesce piccolo».
C'è poi la spinosissima tematica relativa alla liceità dei contenuti. Ammesso e non concesso che Parler abbia autorizzato la pubblicazione di messaggi che incitano all'odio, basta questo per chiudere a tempo indeterminato i battenti della piattaforma? Chiunque abbia una minima confidenza con i social network sa perfettamente con quale facilità ci si possa imbattere in ogni tipo di messaggio. Si va dai canali di pedofili su Telegram, alla pornografia su Twitter, ai suicidi in diretta su Facebook, fino ai cartoni animati «fake» pubblicati su Youtube per il semplice gusto di spaventare i bambini. Paradossalmente, gran parte del «lavoro sporco» viene scaricata sui singoli utenti, chiamati a segnalare al gestore la presenza di materiale inappropriato o di utenti che non rispettano le regole. Senza nessuna garanzia sul fatto che vengano presi provvedimenti. Spesso e volentieri, infatti, tocca all'iscritto bloccare i fastidiosi troll – in gergo, utenti che si divertano a insultare per provocare la discussione – che poi possono proseguire indisturbati la loro attività a danno di altri malcapitati. Se è sufficiente schiacciare un tasto per spegnere su internet la voce di milioni di persone, quando invece esistono luoghi ben più «libertini» di Parler, a cosa sono serviti i lunghissimi discorsi e gli interminabili dibattiti sulla sicurezza delle piattaforme tenuti al Congresso e al Parlamento europeo?
E qui veniamo all'argomento più controverso, vale a dire la capacità dei colossi del tech di influenzare la politica. Un antipasto lo abbiamo avuto a seguito della decisione di Twitter di contrassegnare i post nei quali Donald Trump criticava l'esito delle elezioni. Il blocco del suo profilo da una piattaforma che, volenti o nolenti, si è salvata da una lenta quanto inesorabile agonia anche grazie ai suoi popolarissimi tweet, è solo una naturale conseguenza degli eventi dei mesi scorsi. Se è vero – e nessuno può negarlo – che i social media sono gestiti e regolati da privati liberi di fare come gli pare, che senso ha dunque parlare di libertà di pensiero? C'è di più, perché non si tratta semplicemente di censura. L'approccio dei Zuckerberg, dei Dorsey e dei Bezos ha pesanti ricadute anche sulla vita quotidiana e sul dibattito pubblico. Proprio in questi giorni è in atto un imponente boicottaggio a danno degli esponenti politici che si sono espressi contro la certificazione dell'elezione presidenziale di Joe Biden. Alcune importanti realtà come la catena alberghiera Marriott e l'associazione Blue cross blue shield, consorzio dell'assistenza sanitaria, hanno stabilito con effetto immediato di interrompere le donazioni a favore dei legislatori che si sono opposti alla ratifica della nomina di Biden. «Siamo convinti che gli eventi del Campidoglio siano stati organizzati per minare un'elezione legittima e giusta», ha dichiarato un portavoce di Marriott, «e per questo motivo sospenderemo i trasferimenti ai politici che hanno votato contro la certificazione».
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Germania e Francia contro la censura al presidente degli Usa La linea dei big Ue manda in crisi gli intellò integralisti nostraniParler, la piattaforma di condivisione alternativa a Facebook e Twitter usata dai fan di The Donald, rimossa dalla Rete Whatsapp farà incetta di dati sensibili per aumentare la pubblicità. Sospesi i finanziamenti a chi ha votato contro Joe BidenLo speciale contiene due articoliL'Europa, a sorpresa, si schiera contro la brutale censura decretata dai social network nei confronti di Donald Trump. A difendere il diritto di parola del presidente degli Stati Uniti, anche online, ieri Angela Merkel ha criticato la decisione di Twitter, così come quella di Facebook e di Instagram, che avevano stabilito di «sospendere l'account di Trump almeno fino al 20 gennaio», il giorno in cui passerà le consegne al successore Joe Biden. Forte probabilmente di quei primi 35 anni di vita trascorsi sotto il regime comunista della Germania Est, la cancelliera ha dichiarato che «la libertà di opinione è un elementare diritto fondamentale», e «spetta soltanto al legislatore, quindi allo Stato, definire il quadro all'interno del quale la comunicazione sui social media possa aver luogo». La Merkel ha ammesso che «le grandi piattaforme digitali non possono non agire di fronte a contenuti che incitano all'odio e alla violenza», ma poi ha aggiunto che «la possibilità d'interferire nella libertà di espressione è possibile solo nei limiti definiti dalle leggi, e non può venire dalla decisione autonoma e opaca di un'impresa privata». La presa di posizione della Merkel è tanto più significativa se si considera l'avversione che la Kanzlerin ha manifestato nei confronti del presidente americano, cui non ha mai espresso vicinanza politica, né stima personale. Ma ieri non è stata la sola ad alzarsi e parlare. Anche il ministro francese dell'Economia Bruno Le Maire ha criticato lo stop imposto dai social network alla Casa Bianca: «Mi sconvolge», ha detto Le Maire, «perché la regolamentazione dei giganti del Web non può essere fatta dalla stessa oligarchia digitale». Poi ha lanciato quasi un anatema: «L'oligarchia digitale è una delle grandi minacce che gravano su Stati e democrazie». E subito dopo anche le istituzioni europee si sono schierate. Il commissario Ue al mercato interno, Thierry Breton, ha bollato il blocco dei social media come «privo di controllo legittimo e democratico» e sostenuto sia «sconcertante» che i loro azionisti, da Mark Zuckerberg a Jack Dorsey, possano «staccare la spina dell'altoparlante del presidente degli Stati Uniti senza alcun controllo: questa non è solo una conferma del potere delle piattaforme online, ma mostra anche profonde debolezze nel modo in cui la nostra società è organizzata nello spazio digitale». E Manfred Weber, capogruppo del Partito popolare nell'Europarlamento, ha chiesto che l'Unione europea «non lasci che Facebook e Twitter decidano cosa rientri nei limiti dell'accettabile», perché «non possiamo permettere siano loro a decidere come discutere e non discutere, o che cosa si possa e cosa non si possa dire in un discorso democratico».È evidente che questo coro di voci negative ha un retroterra ideale nel tentativo europeo, fin qui abortito, d'imporre il giusto carico fiscale ai giganti statunitensi dell'online, che pagano tasse in misura indecorosamente bassa: da anni, a Bruxelles e nelle principali capitali del Vecchio continente, si discute a vuoto di una «Web tax» che ponga un limite alla colossale evasione tributaria dei social network, e alla loro concorrenza sleale. Che succederebbe se, magari in disaccordo per un provvedimento di questo tipo, gli stessi social agissero contro l'accout dell'Eliseo o della Cdu? Nel frattempo, le tante voci europee che ieri si sono levate hanno intanto avuto l'effetto di zittire d'un colpo la canea dei commentatori anti-Trump e pro-censura. Mentre al Nasdaq il titolo di Twitter è piombato dai 51,50 dollari dell'8 gennaio ai 48 di ieri (-6,8%), e quello di Facebook è sprofondato da oltre 267 dollari a 260 (-2,6%), da ieri sono in crollo anche le quotazioni dei tanto esaltati sostenitori della ghigliottina mediatica. Forse spiazzati dalle giuste perplessità europee, sono scomparsi, svaniti, evaporati. E sono tanti. Come Gianni Riotta, che sulla Stampa aveva giustificato la censura di Twitter e Fb addirittura come «tardiva azione di autodifesa, per evitare ulteriori tragiche violenze e conseguenze dirette agli azionisti». O Riccardo Luna, che su Repubblica aveva scritto: «Espellere Trump non salverà il mondo, ma servirà a dire che i social network non possono essere usati per attentare alla democrazia». Per non parlare dei cronisti dei tg Rai, generalmente inclini allo spellamento di mani per il silenziatore imposto al presidente. O di Wired, la rivista di tecnologia che passa come «la Bibbia di Internet», impancatasi a decretare che «le misure prese da Facebook e Twitter non sono censura, ma la tardiva e insufficiente reazione contro un uomo che ha infranto ogni regola possibile». È un fronte che ha dimenticato come Fb e gli altri social network siano stati e restino il più denso brodo di coltura del terrorismo islamico, cui hanno garantito una vetrina per l'indottrinamento, il reclutamento e l'addestramento di migliaia di fanatici e kamikaze. Né che online possano parlare impunemente gruppi terroristici come Hamas, o l'ayatollah iraniano Seyyed Ali Khamenei, che ogni giorno predicano la distruzione dello Stato di Israele. O che decine di dittatori, dal presidente venzuelano Nicolas Maduro al «caro leader» nordcoreano Kim Jong-un, siano liberi di dire la loro, senza filtri. Un fronte che non s'è certo sognato di zittire i grillini, quando su internet minacciavano di «circondare il Parlamento», o che l'avrebbero «aperto come una scatola di tonno». E non ha silenziato Davide Casaleggio, che del Parlamento postula l'inutilità. Eppure, almeno quanto a parole sparse online, nessuno tra loro sembra meno pericoloso di Trump.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/merkel-e-macron-non-ci-stanno-a-finire-zittiti-come-trump-2649879396.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="solo-affari-dietro-la-finta-liberta-di-pensiero" data-post-id="2649879396" data-published-at="1610405445" data-use-pagination="False"> Solo affari dietro la finta libertà di pensiero Sparisce dalla rete il social network «alternativo» Parler, approdo negli ultimi tempi di milioni di sostenitori del presidente uscente Donald Trump. Negli scorsi giorni, in seguito alla pubblicazione di messaggi a sostegno dei personaggi che hanno fatto irruzione a Capitol Hill, Apple e Google avevano rimosso la piattaforma dai rispettivi store, rendendone di fatto impossibile l'installazione da qualsiasi smartphone. Ieri è arrivata la batosta definitiva: Amazon ha staccato la spina dei server che ospitavano Parler, cancellandolo di fatto da internet. Un colpo durissimo per una piattaforma che si definisce il «social media della libertà di pensiero» nato per ospitare contenuti «senza pregiudizi, senza violenza e senza censura». Ma la scomparsa di Parler non può e non deve preoccupare solo i 12 milioni di utenti iscritti, 8 milioni dei quali solo negli Stati Uniti. Gli interrogativi che sorgono a seguito della sua cancellazione sono molteplici. Prima di tutto il nodo della concorrenza. Viviamo tempi nei quali la libertà di mercato, sulla quale si basa anche buona parte del sogno americano, viene considerata alla stregua di un dogma di fede. E nei quali la monetizzazione basata sui comportamenti sui social non scandalizza nessuno. Proprio in questi giorni, Whatsapp ha modificato l'informativa privacy per consentire l'interscambio dei dati con Facebook. Una modifica che grazie al Gdpr non ha effetti in Ue, ma lancia un segnale molto chiaro. Possibile che un'azienda venga letteralmente spazzata via nell'arco di pochi giorni senza che nessuno sollevi obiezioni, tra l'altro a seguito della decisione unilaterale di tre giganti del web? Una vicenda che, messa così, sempre più simile al meccanismo «pesce grande mangia pesce piccolo». C'è poi la spinosissima tematica relativa alla liceità dei contenuti. Ammesso e non concesso che Parler abbia autorizzato la pubblicazione di messaggi che incitano all'odio, basta questo per chiudere a tempo indeterminato i battenti della piattaforma? Chiunque abbia una minima confidenza con i social network sa perfettamente con quale facilità ci si possa imbattere in ogni tipo di messaggio. Si va dai canali di pedofili su Telegram, alla pornografia su Twitter, ai suicidi in diretta su Facebook, fino ai cartoni animati «fake» pubblicati su Youtube per il semplice gusto di spaventare i bambini. Paradossalmente, gran parte del «lavoro sporco» viene scaricata sui singoli utenti, chiamati a segnalare al gestore la presenza di materiale inappropriato o di utenti che non rispettano le regole. Senza nessuna garanzia sul fatto che vengano presi provvedimenti. Spesso e volentieri, infatti, tocca all'iscritto bloccare i fastidiosi troll – in gergo, utenti che si divertano a insultare per provocare la discussione – che poi possono proseguire indisturbati la loro attività a danno di altri malcapitati. Se è sufficiente schiacciare un tasto per spegnere su internet la voce di milioni di persone, quando invece esistono luoghi ben più «libertini» di Parler, a cosa sono serviti i lunghissimi discorsi e gli interminabili dibattiti sulla sicurezza delle piattaforme tenuti al Congresso e al Parlamento europeo? E qui veniamo all'argomento più controverso, vale a dire la capacità dei colossi del tech di influenzare la politica. Un antipasto lo abbiamo avuto a seguito della decisione di Twitter di contrassegnare i post nei quali Donald Trump criticava l'esito delle elezioni. Il blocco del suo profilo da una piattaforma che, volenti o nolenti, si è salvata da una lenta quanto inesorabile agonia anche grazie ai suoi popolarissimi tweet, è solo una naturale conseguenza degli eventi dei mesi scorsi. Se è vero – e nessuno può negarlo – che i social media sono gestiti e regolati da privati liberi di fare come gli pare, che senso ha dunque parlare di libertà di pensiero? C'è di più, perché non si tratta semplicemente di censura. L'approccio dei Zuckerberg, dei Dorsey e dei Bezos ha pesanti ricadute anche sulla vita quotidiana e sul dibattito pubblico. Proprio in questi giorni è in atto un imponente boicottaggio a danno degli esponenti politici che si sono espressi contro la certificazione dell'elezione presidenziale di Joe Biden. Alcune importanti realtà come la catena alberghiera Marriott e l'associazione Blue cross blue shield, consorzio dell'assistenza sanitaria, hanno stabilito con effetto immediato di interrompere le donazioni a favore dei legislatori che si sono opposti alla ratifica della nomina di Biden. «Siamo convinti che gli eventi del Campidoglio siano stati organizzati per minare un'elezione legittima e giusta», ha dichiarato un portavoce di Marriott, «e per questo motivo sospenderemo i trasferimenti ai politici che hanno votato contro la certificazione».
La società IT presenta a Milano una nuova piattaforma gestionale dedicata alle piccole e medie imprese italiane. Automazione, integrazione con l’ecosistema Microsoft e modello «pay per use» al centro del progetto, con focus su produttività e digitalizzazione dei processi aziendali.
Le piccole e medie imprese italiane restano il cuore dell’economia del Paese, ma spesso affrontano la trasformazione digitale con strumenti limitati, costi elevati e processi ancora troppo manuali. È su questo terreno che Cegeka prova a inserirsi con SPACEplus, nuova piattaforma ERP presentata a Milano nella sede di Comin & Partners.
L’obiettivo dichiarato dall’azienda è rendere accessibili anche alle Pmi strumenti normalmente riservati a realtà più strutturate: gestione automatizzata dei processi aziendali, integrazione dell’intelligenza artificiale e un modello di utilizzo «pay per use», che consente alle imprese di attivare solo i moduli realmente necessari.
SPACEplus nasce dall’evoluzione delle precedenti piattaforme sviluppate da Cegeka negli ultimi decenni. Il progetto mantiene alcuni elementi storici della famiglia SPACE - modularità, personalizzazione e semplicità di utilizzo - ma introduce una nuova architettura tecnologica pensata per aumentare prestazioni e scalabilità. La piattaforma è stata sviluppata con un’attenzione particolare alle esigenze delle Pmi italiane, soprattutto nei settori manifatturiero, metallurgico, cosmetico, dell’occhialeria, dell’Oil & Gas, della plastica e dei servizi. Il sistema punta ad accompagnare le aziende nella gestione quotidiana di attività amministrative, produzione, gestione ordini e monitoraggio operativo.
Uno degli aspetti centrali del progetto riguarda l’integrazione dell’intelligenza artificiale all’interno dei processi aziendali. SPACEplus utilizza sistemi di automazione per attività come analisi documentale, inserimento dati, precompilazione e gestione ordini, fino alle analisi avanzate a supporto delle decisioni aziendali. La piattaforma dialoga inoltre con l’ecosistema Microsoft e Office 365, integrando strumenti come Teams, Excel, Outlook e Power BI per trasformare dati e documenti in dashboard e flussi automatizzati.
Secondo Cegeka, i benefici osservati riguardano soprattutto la riduzione dei tempi operativi, una maggiore accuratezza nella gestione dei dati e una diminuzione delle attività manuali ripetitive. «Il mercato degli ERP per le Pmi italiane aveva bisogno di essere ripensato», ha spiegato Lorenzo Greco, amministratore delegato di Cegeka Italia. «SPACEplus mette la sovranità digitale e la velocità decisionale al centro, trasformando uno strumento gestionale in un vero vantaggio competitivo». L’azienda ha inoltre delineato una roadmap di sviluppo che guarda al 2030, con l’obiettivo di evolvere progressivamente la piattaforma verso un’architettura cross-platform basata su .NET10 e di aggiornare in modo continuo le funzionalità legate all’intelligenza artificiale.
Fondata nel 1992 in Belgio da André Knaepen, Cegeka opera oggi in 17 Paesi con oltre 9.000 dipendenti e un fatturato consolidato che nel 2025 ha superato 1,28 miliardi di euro. In Italia il gruppo conta circa 500 professionisti e concentra la propria attività su cloud, cybersecurity, data management, AI e business applications.
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Edifici residenziali fatiscenti e danneggiati costeggiano le strade dell'Avana, a testimonianza di anni di degrado e mancanza di manutenzione, in un contesto di persistente difficoltà economica (Getty Images)
Washington colpisce Gaesa, il colosso statale che controlla oltre il 40% dell’economia cubana, imponendo lo stop ai rapporti con L’Avana entro il 5 giugno. Diaz-Canel denuncia un attacco «genocida», mentre l’isola sprofonda fra blackout e crisi del turismo.
Nello scontro fra Cuba e Donald Trump si è aperto un nuovo capitolo e l’amministrazione statunitense ha imposto l’ennesimo pacchetto di sanzioni all’isola caraibica. Washington questa volta ha colpito le imprese straniere che lavorano con L'Avana e che entro il 5 giugno dovranno chiudere ogni tipo di transazione con il consorzio Gaesa, Grupo de admnistración empresarial sociedad anónima, l’ente statale cubano che gestisce oltre il 40% dell’economia dell’isola e ha un patrimonio stimato superiore ai 18 miliardi di dollari.
Gaesa è nato a metà degli anni Novanta, dopo il crollo del blocco sovietico, ed è stato fondamentale per mantenere in piedi la sempre traballante economia cubana. Le nuove sanzioni colpiscono anche gli istituti finanziari e bancari e rischiano di essere il colpo di grazia per il regime del presidente e segretario del partito comunista Miguel Diaz-Canel. Se la scadenza del 5 giugno non verrà rispettata tutti i soggetti saranno sottoposti a quelle che tecnicamente si chiamano sanzioni secondarie, che bloccherebbero i loro rapporti con gli Stati Uniti. Il Segretario di Stato Marco Rubio ha voluto inserire Gaesa in questa nuova black list, insieme a Mona Nickel, un’azienda con un’importante partecipazione canadese nell’esportazione del nichel e cobalto, attraverso la Sherrit, che ha subito sospeso tutte le attività a L’Avana.
Il Canada è una delle nazioni con più interessi a Cuba, insieme a Messico e Spagna. Madrid per il momento si è rifiutata di chiudere il canale cubano, ma le pressioni statunitensi stanno crescendo, perché sostengono che queste imprese facciano profitti con asset che il regime comunista ha espropriato a persone ed imprese statunitensi. Il ministro degli Esteri cubano Bruno Rodríguez Parrilla su X ha attaccato Washington accusando Donald Trump di voler punire la popolazione lasciandola senza cibo né medicinali. Il responsabile degli Esteri è arrivato a definire queste nuove sanzioni nate con un intento genocida contro la nazione cubana e che questo rende più difficili le relazioni fra i due stati. «Questo atto statunitense è contro i principi dell’umanità», ha continuato Parrilla Rodriguez, e le dichiarazioni di Marco Rubio sono ciniche, ipocrite e deliranti. «Queste azioni della Casa Bianca vogliono causare il massimo danno possibile alla popolazione e alle famiglie cubane, senza alcuna giustificazione, se non quella di occupare la nostra nazione». Al ministro degli Esteri ha fatto eco Jose Ernesto Diaz-Perez, rappresentante di Cuba presso l’Organizzazione mondiale del commercio, che ha detto che si tratta di una violazione del diritto internazionale e delle norme che reggono il sistema multilaterale del commercio.
Cuba sta attraversando uno dei momenti più bui della sua storia e la sua economia non sembra dare nessun segno di ripresa. Nei primi mesi del 2026 il turismo, settore trainante di Cuba, è crollato del 46%, rispetto al primo semestre del 2025 ed i resort sono sempre più spesso vuoti. Manca energia elettrica quasi ovunque con blackout che arrivano anche a 24 ore consecutive colpendo anche gli edifici pubblici e soprattutto i trasporti. A l’Havana scarseggia da mesi il carburante ed il comparto industriale ha una produzione ridotta a metà delle sue potenzialità. Il governo di Diaz-Canel sta provando a recuperare energia con impianti solari, ma si tratta di piccoli apparecchi che faticano a fornire un minimo di sicurezza energetica. Il primo ministro Manuel Marreno Cruz ha lanciato un appello internazionale dichiarando che «ogni volta che un turista viene a Cuba, aiuta il popolo cubano a sopravvivere a queste ingiuste sanzioni».
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