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2021-01-12
Merkel e Macron non ci stanno a finire zittiti come Trump
Donald Trump (Getty images)
L'Europa, a sorpresa, si schiera contro la brutale censura decretata dai social network nei confronti di Donald Trump. A difendere il diritto di parola del presidente degli Stati Uniti, anche online, ieri Angela Merkel ha criticato la decisione di Twitter, così come quella di Facebook e di Instagram, che avevano stabilito di «sospendere l'account di Trump almeno fino al 20 gennaio», il giorno in cui passerà le consegne al successore Joe Biden. Forte probabilmente di quei primi 35 anni di vita trascorsi sotto il regime comunista della Germania Est, la cancelliera ha dichiarato che «la libertà di opinione è un elementare diritto fondamentale», e «spetta soltanto al legislatore, quindi allo Stato, definire il quadro all'interno del quale la comunicazione sui social media possa aver luogo». La Merkel ha ammesso che «le grandi piattaforme digitali non possono non agire di fronte a contenuti che incitano all'odio e alla violenza», ma poi ha aggiunto che «la possibilità d'interferire nella libertà di espressione è possibile solo nei limiti definiti dalle leggi, e non può venire dalla decisione autonoma e opaca di un'impresa privata».
La presa di posizione della Merkel è tanto più significativa se si considera l'avversione che la Kanzlerin ha manifestato nei confronti del presidente americano, cui non ha mai espresso vicinanza politica, né stima personale. Ma ieri non è stata la sola ad alzarsi e parlare. Anche il ministro francese dell'Economia Bruno Le Maire ha criticato lo stop imposto dai social network alla Casa Bianca: «Mi sconvolge», ha detto Le Maire, «perché la regolamentazione dei giganti del Web non può essere fatta dalla stessa oligarchia digitale». Poi ha lanciato quasi un anatema: «L'oligarchia digitale è una delle grandi minacce che gravano su Stati e democrazie». E subito dopo anche le istituzioni europee si sono schierate. Il commissario Ue al mercato interno, Thierry Breton, ha bollato il blocco dei social media come «privo di controllo legittimo e democratico» e sostenuto sia «sconcertante» che i loro azionisti, da Mark Zuckerberg a Jack Dorsey, possano «staccare la spina dell'altoparlante del presidente degli Stati Uniti senza alcun controllo: questa non è solo una conferma del potere delle piattaforme online, ma mostra anche profonde debolezze nel modo in cui la nostra società è organizzata nello spazio digitale». E Manfred Weber, capogruppo del Partito popolare nell'Europarlamento, ha chiesto che l'Unione europea «non lasci che Facebook e Twitter decidano cosa rientri nei limiti dell'accettabile», perché «non possiamo permettere siano loro a decidere come discutere e non discutere, o che cosa si possa e cosa non si possa dire in un discorso democratico».
È evidente che questo coro di voci negative ha un retroterra ideale nel tentativo europeo, fin qui abortito, d'imporre il giusto carico fiscale ai giganti statunitensi dell'online, che pagano tasse in misura indecorosamente bassa: da anni, a Bruxelles e nelle principali capitali del Vecchio continente, si discute a vuoto di una «Web tax» che ponga un limite alla colossale evasione tributaria dei social network, e alla loro concorrenza sleale. Che succederebbe se, magari in disaccordo per un provvedimento di questo tipo, gli stessi social agissero contro l'accout dell'Eliseo o della Cdu? Nel frattempo, le tante voci europee che ieri si sono levate hanno intanto avuto l'effetto di zittire d'un colpo la canea dei commentatori anti-Trump e pro-censura. Mentre al Nasdaq il titolo di Twitter è piombato dai 51,50 dollari dell'8 gennaio ai 48 di ieri (-6,8%), e quello di Facebook è sprofondato da oltre 267 dollari a 260 (-2,6%), da ieri sono in crollo anche le quotazioni dei tanto esaltati sostenitori della ghigliottina mediatica. Forse spiazzati dalle giuste perplessità europee, sono scomparsi, svaniti, evaporati. E sono tanti. Come Gianni Riotta, che sulla Stampa aveva giustificato la censura di Twitter e Fb addirittura come «tardiva azione di autodifesa, per evitare ulteriori tragiche violenze e conseguenze dirette agli azionisti». O Riccardo Luna, che su Repubblica aveva scritto: «Espellere Trump non salverà il mondo, ma servirà a dire che i social network non possono essere usati per attentare alla democrazia». Per non parlare dei cronisti dei tg Rai, generalmente inclini allo spellamento di mani per il silenziatore imposto al presidente. O di Wired, la rivista di tecnologia che passa come «la Bibbia di Internet», impancatasi a decretare che «le misure prese da Facebook e Twitter non sono censura, ma la tardiva e insufficiente reazione contro un uomo che ha infranto ogni regola possibile».
È un fronte che ha dimenticato come Fb e gli altri social network siano stati e restino il più denso brodo di coltura del terrorismo islamico, cui hanno garantito una vetrina per l'indottrinamento, il reclutamento e l'addestramento di migliaia di fanatici e kamikaze. Né che online possano parlare impunemente gruppi terroristici come Hamas, o l'ayatollah iraniano Seyyed Ali Khamenei, che ogni giorno predicano la distruzione dello Stato di Israele. O che decine di dittatori, dal presidente venzuelano Nicolas Maduro al «caro leader» nordcoreano Kim Jong-un, siano liberi di dire la loro, senza filtri. Un fronte che non s'è certo sognato di zittire i grillini, quando su internet minacciavano di «circondare il Parlamento», o che l'avrebbero «aperto come una scatola di tonno». E non ha silenziato Davide Casaleggio, che del Parlamento postula l'inutilità. Eppure, almeno quanto a parole sparse online, nessuno tra loro sembra meno pericoloso di Trump.
Solo affari dietro la finta libertà di pensiero
Sparisce dalla rete il social network «alternativo» Parler, approdo negli ultimi tempi di milioni di sostenitori del presidente uscente Donald Trump. Negli scorsi giorni, in seguito alla pubblicazione di messaggi a sostegno dei personaggi che hanno fatto irruzione a Capitol Hill, Apple e Google avevano rimosso la piattaforma dai rispettivi store, rendendone di fatto impossibile l'installazione da qualsiasi smartphone. Ieri è arrivata la batosta definitiva: Amazon ha staccato la spina dei server che ospitavano Parler, cancellandolo di fatto da internet. Un colpo durissimo per una piattaforma che si definisce il «social media della libertà di pensiero» nato per ospitare contenuti «senza pregiudizi, senza violenza e senza censura».
Ma la scomparsa di Parler non può e non deve preoccupare solo i 12 milioni di utenti iscritti, 8 milioni dei quali solo negli Stati Uniti. Gli interrogativi che sorgono a seguito della sua cancellazione sono molteplici. Prima di tutto il nodo della concorrenza. Viviamo tempi nei quali la libertà di mercato, sulla quale si basa anche buona parte del sogno americano, viene considerata alla stregua di un dogma di fede. E nei quali la monetizzazione basata sui comportamenti sui social non scandalizza nessuno. Proprio in questi giorni, Whatsapp ha modificato l'informativa privacy per consentire l'interscambio dei dati con Facebook. Una modifica che grazie al Gdpr non ha effetti in Ue, ma lancia un segnale molto chiaro. Possibile che un'azienda venga letteralmente spazzata via nell'arco di pochi giorni senza che nessuno sollevi obiezioni, tra l'altro a seguito della decisione unilaterale di tre giganti del web? Una vicenda che, messa così, sempre più simile al meccanismo «pesce grande mangia pesce piccolo».
C'è poi la spinosissima tematica relativa alla liceità dei contenuti. Ammesso e non concesso che Parler abbia autorizzato la pubblicazione di messaggi che incitano all'odio, basta questo per chiudere a tempo indeterminato i battenti della piattaforma? Chiunque abbia una minima confidenza con i social network sa perfettamente con quale facilità ci si possa imbattere in ogni tipo di messaggio. Si va dai canali di pedofili su Telegram, alla pornografia su Twitter, ai suicidi in diretta su Facebook, fino ai cartoni animati «fake» pubblicati su Youtube per il semplice gusto di spaventare i bambini. Paradossalmente, gran parte del «lavoro sporco» viene scaricata sui singoli utenti, chiamati a segnalare al gestore la presenza di materiale inappropriato o di utenti che non rispettano le regole. Senza nessuna garanzia sul fatto che vengano presi provvedimenti. Spesso e volentieri, infatti, tocca all'iscritto bloccare i fastidiosi troll – in gergo, utenti che si divertano a insultare per provocare la discussione – che poi possono proseguire indisturbati la loro attività a danno di altri malcapitati. Se è sufficiente schiacciare un tasto per spegnere su internet la voce di milioni di persone, quando invece esistono luoghi ben più «libertini» di Parler, a cosa sono serviti i lunghissimi discorsi e gli interminabili dibattiti sulla sicurezza delle piattaforme tenuti al Congresso e al Parlamento europeo?
E qui veniamo all'argomento più controverso, vale a dire la capacità dei colossi del tech di influenzare la politica. Un antipasto lo abbiamo avuto a seguito della decisione di Twitter di contrassegnare i post nei quali Donald Trump criticava l'esito delle elezioni. Il blocco del suo profilo da una piattaforma che, volenti o nolenti, si è salvata da una lenta quanto inesorabile agonia anche grazie ai suoi popolarissimi tweet, è solo una naturale conseguenza degli eventi dei mesi scorsi. Se è vero – e nessuno può negarlo – che i social media sono gestiti e regolati da privati liberi di fare come gli pare, che senso ha dunque parlare di libertà di pensiero? C'è di più, perché non si tratta semplicemente di censura. L'approccio dei Zuckerberg, dei Dorsey e dei Bezos ha pesanti ricadute anche sulla vita quotidiana e sul dibattito pubblico. Proprio in questi giorni è in atto un imponente boicottaggio a danno degli esponenti politici che si sono espressi contro la certificazione dell'elezione presidenziale di Joe Biden. Alcune importanti realtà come la catena alberghiera Marriott e l'associazione Blue cross blue shield, consorzio dell'assistenza sanitaria, hanno stabilito con effetto immediato di interrompere le donazioni a favore dei legislatori che si sono opposti alla ratifica della nomina di Biden. «Siamo convinti che gli eventi del Campidoglio siano stati organizzati per minare un'elezione legittima e giusta», ha dichiarato un portavoce di Marriott, «e per questo motivo sospenderemo i trasferimenti ai politici che hanno votato contro la certificazione».
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Germania e Francia contro la censura al presidente degli Usa La linea dei big Ue manda in crisi gli intellò integralisti nostraniParler, la piattaforma di condivisione alternativa a Facebook e Twitter usata dai fan di The Donald, rimossa dalla Rete Whatsapp farà incetta di dati sensibili per aumentare la pubblicità. Sospesi i finanziamenti a chi ha votato contro Joe BidenLo speciale contiene due articoliL'Europa, a sorpresa, si schiera contro la brutale censura decretata dai social network nei confronti di Donald Trump. A difendere il diritto di parola del presidente degli Stati Uniti, anche online, ieri Angela Merkel ha criticato la decisione di Twitter, così come quella di Facebook e di Instagram, che avevano stabilito di «sospendere l'account di Trump almeno fino al 20 gennaio», il giorno in cui passerà le consegne al successore Joe Biden. Forte probabilmente di quei primi 35 anni di vita trascorsi sotto il regime comunista della Germania Est, la cancelliera ha dichiarato che «la libertà di opinione è un elementare diritto fondamentale», e «spetta soltanto al legislatore, quindi allo Stato, definire il quadro all'interno del quale la comunicazione sui social media possa aver luogo». La Merkel ha ammesso che «le grandi piattaforme digitali non possono non agire di fronte a contenuti che incitano all'odio e alla violenza», ma poi ha aggiunto che «la possibilità d'interferire nella libertà di espressione è possibile solo nei limiti definiti dalle leggi, e non può venire dalla decisione autonoma e opaca di un'impresa privata». La presa di posizione della Merkel è tanto più significativa se si considera l'avversione che la Kanzlerin ha manifestato nei confronti del presidente americano, cui non ha mai espresso vicinanza politica, né stima personale. Ma ieri non è stata la sola ad alzarsi e parlare. Anche il ministro francese dell'Economia Bruno Le Maire ha criticato lo stop imposto dai social network alla Casa Bianca: «Mi sconvolge», ha detto Le Maire, «perché la regolamentazione dei giganti del Web non può essere fatta dalla stessa oligarchia digitale». Poi ha lanciato quasi un anatema: «L'oligarchia digitale è una delle grandi minacce che gravano su Stati e democrazie». E subito dopo anche le istituzioni europee si sono schierate. Il commissario Ue al mercato interno, Thierry Breton, ha bollato il blocco dei social media come «privo di controllo legittimo e democratico» e sostenuto sia «sconcertante» che i loro azionisti, da Mark Zuckerberg a Jack Dorsey, possano «staccare la spina dell'altoparlante del presidente degli Stati Uniti senza alcun controllo: questa non è solo una conferma del potere delle piattaforme online, ma mostra anche profonde debolezze nel modo in cui la nostra società è organizzata nello spazio digitale». E Manfred Weber, capogruppo del Partito popolare nell'Europarlamento, ha chiesto che l'Unione europea «non lasci che Facebook e Twitter decidano cosa rientri nei limiti dell'accettabile», perché «non possiamo permettere siano loro a decidere come discutere e non discutere, o che cosa si possa e cosa non si possa dire in un discorso democratico».È evidente che questo coro di voci negative ha un retroterra ideale nel tentativo europeo, fin qui abortito, d'imporre il giusto carico fiscale ai giganti statunitensi dell'online, che pagano tasse in misura indecorosamente bassa: da anni, a Bruxelles e nelle principali capitali del Vecchio continente, si discute a vuoto di una «Web tax» che ponga un limite alla colossale evasione tributaria dei social network, e alla loro concorrenza sleale. Che succederebbe se, magari in disaccordo per un provvedimento di questo tipo, gli stessi social agissero contro l'accout dell'Eliseo o della Cdu? Nel frattempo, le tante voci europee che ieri si sono levate hanno intanto avuto l'effetto di zittire d'un colpo la canea dei commentatori anti-Trump e pro-censura. Mentre al Nasdaq il titolo di Twitter è piombato dai 51,50 dollari dell'8 gennaio ai 48 di ieri (-6,8%), e quello di Facebook è sprofondato da oltre 267 dollari a 260 (-2,6%), da ieri sono in crollo anche le quotazioni dei tanto esaltati sostenitori della ghigliottina mediatica. Forse spiazzati dalle giuste perplessità europee, sono scomparsi, svaniti, evaporati. E sono tanti. Come Gianni Riotta, che sulla Stampa aveva giustificato la censura di Twitter e Fb addirittura come «tardiva azione di autodifesa, per evitare ulteriori tragiche violenze e conseguenze dirette agli azionisti». O Riccardo Luna, che su Repubblica aveva scritto: «Espellere Trump non salverà il mondo, ma servirà a dire che i social network non possono essere usati per attentare alla democrazia». Per non parlare dei cronisti dei tg Rai, generalmente inclini allo spellamento di mani per il silenziatore imposto al presidente. O di Wired, la rivista di tecnologia che passa come «la Bibbia di Internet», impancatasi a decretare che «le misure prese da Facebook e Twitter non sono censura, ma la tardiva e insufficiente reazione contro un uomo che ha infranto ogni regola possibile». È un fronte che ha dimenticato come Fb e gli altri social network siano stati e restino il più denso brodo di coltura del terrorismo islamico, cui hanno garantito una vetrina per l'indottrinamento, il reclutamento e l'addestramento di migliaia di fanatici e kamikaze. Né che online possano parlare impunemente gruppi terroristici come Hamas, o l'ayatollah iraniano Seyyed Ali Khamenei, che ogni giorno predicano la distruzione dello Stato di Israele. O che decine di dittatori, dal presidente venzuelano Nicolas Maduro al «caro leader» nordcoreano Kim Jong-un, siano liberi di dire la loro, senza filtri. Un fronte che non s'è certo sognato di zittire i grillini, quando su internet minacciavano di «circondare il Parlamento», o che l'avrebbero «aperto come una scatola di tonno». E non ha silenziato Davide Casaleggio, che del Parlamento postula l'inutilità. Eppure, almeno quanto a parole sparse online, nessuno tra loro sembra meno pericoloso di Trump.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/merkel-e-macron-non-ci-stanno-a-finire-zittiti-come-trump-2649879396.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="solo-affari-dietro-la-finta-liberta-di-pensiero" data-post-id="2649879396" data-published-at="1610405445" data-use-pagination="False"> Solo affari dietro la finta libertà di pensiero Sparisce dalla rete il social network «alternativo» Parler, approdo negli ultimi tempi di milioni di sostenitori del presidente uscente Donald Trump. Negli scorsi giorni, in seguito alla pubblicazione di messaggi a sostegno dei personaggi che hanno fatto irruzione a Capitol Hill, Apple e Google avevano rimosso la piattaforma dai rispettivi store, rendendone di fatto impossibile l'installazione da qualsiasi smartphone. Ieri è arrivata la batosta definitiva: Amazon ha staccato la spina dei server che ospitavano Parler, cancellandolo di fatto da internet. Un colpo durissimo per una piattaforma che si definisce il «social media della libertà di pensiero» nato per ospitare contenuti «senza pregiudizi, senza violenza e senza censura». Ma la scomparsa di Parler non può e non deve preoccupare solo i 12 milioni di utenti iscritti, 8 milioni dei quali solo negli Stati Uniti. Gli interrogativi che sorgono a seguito della sua cancellazione sono molteplici. Prima di tutto il nodo della concorrenza. Viviamo tempi nei quali la libertà di mercato, sulla quale si basa anche buona parte del sogno americano, viene considerata alla stregua di un dogma di fede. E nei quali la monetizzazione basata sui comportamenti sui social non scandalizza nessuno. Proprio in questi giorni, Whatsapp ha modificato l'informativa privacy per consentire l'interscambio dei dati con Facebook. Una modifica che grazie al Gdpr non ha effetti in Ue, ma lancia un segnale molto chiaro. Possibile che un'azienda venga letteralmente spazzata via nell'arco di pochi giorni senza che nessuno sollevi obiezioni, tra l'altro a seguito della decisione unilaterale di tre giganti del web? Una vicenda che, messa così, sempre più simile al meccanismo «pesce grande mangia pesce piccolo». C'è poi la spinosissima tematica relativa alla liceità dei contenuti. Ammesso e non concesso che Parler abbia autorizzato la pubblicazione di messaggi che incitano all'odio, basta questo per chiudere a tempo indeterminato i battenti della piattaforma? Chiunque abbia una minima confidenza con i social network sa perfettamente con quale facilità ci si possa imbattere in ogni tipo di messaggio. Si va dai canali di pedofili su Telegram, alla pornografia su Twitter, ai suicidi in diretta su Facebook, fino ai cartoni animati «fake» pubblicati su Youtube per il semplice gusto di spaventare i bambini. Paradossalmente, gran parte del «lavoro sporco» viene scaricata sui singoli utenti, chiamati a segnalare al gestore la presenza di materiale inappropriato o di utenti che non rispettano le regole. Senza nessuna garanzia sul fatto che vengano presi provvedimenti. Spesso e volentieri, infatti, tocca all'iscritto bloccare i fastidiosi troll – in gergo, utenti che si divertano a insultare per provocare la discussione – che poi possono proseguire indisturbati la loro attività a danno di altri malcapitati. Se è sufficiente schiacciare un tasto per spegnere su internet la voce di milioni di persone, quando invece esistono luoghi ben più «libertini» di Parler, a cosa sono serviti i lunghissimi discorsi e gli interminabili dibattiti sulla sicurezza delle piattaforme tenuti al Congresso e al Parlamento europeo? E qui veniamo all'argomento più controverso, vale a dire la capacità dei colossi del tech di influenzare la politica. Un antipasto lo abbiamo avuto a seguito della decisione di Twitter di contrassegnare i post nei quali Donald Trump criticava l'esito delle elezioni. Il blocco del suo profilo da una piattaforma che, volenti o nolenti, si è salvata da una lenta quanto inesorabile agonia anche grazie ai suoi popolarissimi tweet, è solo una naturale conseguenza degli eventi dei mesi scorsi. Se è vero – e nessuno può negarlo – che i social media sono gestiti e regolati da privati liberi di fare come gli pare, che senso ha dunque parlare di libertà di pensiero? C'è di più, perché non si tratta semplicemente di censura. L'approccio dei Zuckerberg, dei Dorsey e dei Bezos ha pesanti ricadute anche sulla vita quotidiana e sul dibattito pubblico. Proprio in questi giorni è in atto un imponente boicottaggio a danno degli esponenti politici che si sono espressi contro la certificazione dell'elezione presidenziale di Joe Biden. Alcune importanti realtà come la catena alberghiera Marriott e l'associazione Blue cross blue shield, consorzio dell'assistenza sanitaria, hanno stabilito con effetto immediato di interrompere le donazioni a favore dei legislatori che si sono opposti alla ratifica della nomina di Biden. «Siamo convinti che gli eventi del Campidoglio siano stati organizzati per minare un'elezione legittima e giusta», ha dichiarato un portavoce di Marriott, «e per questo motivo sospenderemo i trasferimenti ai politici che hanno votato contro la certificazione».
Antonio Decaro (Imagoeconomica)
La richiesta si basa, in gran parte, su una sentenza del Tar dell’Emilia-Romagna, a cui la Regione fortino del Pd - che con Michele De Pascale punta ad ergersi capofila nazionale delle politiche sanitarie autonome regionali - si è appellata per evitare di erogare, retroattivamente, gli stessi emolumenti, mai corrisposti, ai propri camici bianchi. La pretesa restituzione dei compensi, che per ogni singolo medico ammonterebbe a circa 70.000 euro, è arrivata la sera di Capodanno, lanciata via Pec alle 20.48 da qualche dirigente bontempone, ma ora rischia di trasformarsi in una valanga. I medici di base, infatti, non hanno preso bene l’idea di dover restituire decine di migliaia di euro a testa all’ente che per anni li ha erogati senza battere ciglio e, oltre ad aver dato mandato ai legali di resistere in giudizio a quello che definiscono «un vero furto», minacciano di fare «non uno, ma quattro passi indietro» nei confronti degli impegni assunti con Regione in relazione alle Case di Comunità, finanziate con 350 milioni di euro di fondi Pnrr, tra i fiori all’occhiello della campagna elettorale di Decaro. «Stiamo reagendo dal punto di vista legale sia a livello regionale che di singole Asl e abbiamo già dato mandato ai legali per impugnare la circolare e ottenerne la sospensiva immediata della direttiva regionale», spiega Antonio De Maria, segretario regionale del sindacato dei medici Fimmg. «La situazione del sistema sanitario della Puglia è già al collasso e in questo momento ci vuole coesione e grande collaborazione tra le parti. Innescare adesso un meccanismo del genere è pericolosissimo e ci auguriamo che questa richiesta, arrivata con modalità offensive dal dipartimento regionale della Sanità, non abbia l’avvallo politico. Avvisiamo già che non ci fermeremo e che a fronte di questo atto siamo pronti a rimettere completamente in discussione la nostra presenza e collaborazione al progetto delle Case di Comunità dell’intero territorio regionale». I sindacati dei medici sono uniti in questa battaglia: «Quanto avvenuto è sconcertante e si tratta di un attacco inopportuno e, a nostro parere, totalmente illegittimo. Appariamo come professionisti che hanno percepito dei soldi che non gli spettavano: è assolutamente falso. Quest’azione rappresenta l’espressione della situazione caotica che ormai da un anno viviamo nell’organizzazione della medicina territoriale a livello pugliese. Se qualcuno pensa di risanare in questo modo le finanze regionali, tagli dove si spreca», ha aggiunto Luigi Nigri, segretario regionale Puglia e vicepresidente nazionale Finp. Eppure, nonostante la posta in gioco, non sarà semplice per Decaro fare un passo indietro sulla questione. Rinunciare al prelievo dalle tasche dei dottori significherebbe, infatti, sconfessare la linea dell’Emilia-Romagna, che quegli stessi assegni, negli ultimi dieci anni, ai suoi medici non li ha mai versati e che ora rischia - a causa di un’azione legale partita da Rimini - di dover sborsare oltre 100 milioni di euro in un colpo solo. La Regione rossa, infatti, è in attesa del pronunciamento della Cassazione e, negli ambienti, si racconta che qualche settimana fa, presso la sede romana della Sisac - Struttura interregionale sanitari convenzionati, ossia il luogo in cui si costruiscono gli Accordi nazionali collettivi che stabiliscono gli emolumenti per i sanitari - si è tenuta una plenaria durante la quale, sul tema dei compensi ai medici, è stata dettata e condivisa una linea comune. Il mandato più o meno esplicito sarebbe stato quello di «evitare di pagare per non far finire nei guai chi non ha nulla in cassa». In sostanza, marciare uniti a scapito dei camici bianchi. E a quanto pare, la Puglia ha preso l’indicazione come un ordine. «Mi pare sia evidente che la sinistra in Italia abbia perso qualsiasi titolo per parlare di sanità: chiedono di aumentare le risorse che hanno tagliato durante i loro governi e stanno dimostrando di non saper neppure gestire quelle che hanno nelle Regioni che governano. La situazione che si è venuta a creare in Puglia credo sia abbastanza emblematica; tra l’altro la Puglia ha erogato questi integrativi, così Decaro si è fatto bello per le elezioni regionali ed oggi, dopo la vittoria, gli chiede indietro ai medici di base a cui magari pochi mesi fa chiedeva il voto», commenta il senatore Fdi Marco Lisei. «Un comportamento immorale, che però non lascia immune da critiche neppure la Regione Emilia-Romagna, che quegli integrativi avrebbe dovuto coprirli. Ora serve chiarezza, ma soprattutto servono tutele per i professionisti sanitari. Per questo come governo abbiamo destinato risorse dedicate per aumentare gli stipendi e tutelare chi nel corso degli anni ha tenuto in piedi il sistema sanitario mentre la sinistra lo sfasciava». Il prossimo 12 gennaio, per Decaro, sarà una data importante: il report sulla realizzazione delle Case di Comunità verrà trasmesso all’Autorità di missione Pnrr, presso il ministero della Salute, per una valutazione sullo stato di avanzamento del progetto. La promessa - nonché condizione necessaria per il raggiungimento del target e dunque per l’ottenimento dei fondi Pnrr - è che al 30 giugno 2026 la Puglia avrà 123 Case di comunità, ma la Corte dei Conti, che ha già un fascicolo aperto sui ritardi nella realizzazione delle opere, ha ricordato esplicitamente che per essere soddisfatto pienamente il target di giugno «non implica solo la realizzazione, ma la completa messa a disposizione delle strutture dotate di tutte le attrezzature necessarie al funzionamento». Medici compresi.
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La riaffermazione di tale principio si accompagna, tuttavia, nella stessa sentenza n. 204/2025, alla declaratoria di illegittimità costituzionale dell’articolo 7 della legge regionale oggetto di ricorso, che, apparentemente in linea con il suddetto principio, impegnava le aziende sanitarie locali a fornire all’aspirante suicida «il supporto tecnico e farmacologico nonché l’assistenza sanitaria per la preparazione all’autosomministrazione del farmaco autorizzato».
L’incostituzionalità di tale disposizione - afferma la Corte - è dovuta al fatto che essa «invade la riserva allo Stato della fissazione dei principi fondamentali in materia di tutela della salute», dal momento che non si limita a semplici «norme di dettaglio» attuative dei suddetti principi, ma avrebbe dato luogo a «una illegittima determinazione degli stessi da parte della legislazione regionale». Giova, in proposito, ricordare che la tutela della salute è, appunto, una delle materie in cui, ai sensi dell’articolo 117, comma III, della Costituzione, la potestà legislativa spetta alle Regioni, «salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, riservati alla legislazione dello Stato».
Il ragionamento della Corte non farebbe una grinza se non fosse per il fatto che, nella sentenza n. 204/2025, la stessa Corte ha cura di precisare che la ritenuta incostituzionalità dell’articolo 7 della legge regionale toscana «lascia intatto il diritto», riconosciuto all’aspirante suicida dalla sentenza n. 132/ 2025, «di ottenere dalle aziende del Servizio sanitario regionale il farmaco, i dispositivi eventualmente occorrenti all’autosomministrazione, nonché l’assistenza sanitaria anche durante l’esecuzione di questa procedura». Ciò in forza della «portata autoapplicativa» da riconoscersi - afferma sempre la Corte - alla suddetta sentenza. Ma una sentenza della Corte Costituzionale che abbia «portata autoapplicativa» e nella quale vengano - come nel caso di specie - dettati principi del tutto analoghi a quelli che potrebbero essere stabiliti con legge dello Stato, dovrebbe, con ogni evidenza, essere considerata idonea ad assolvere alla stessa funzione che l’articolo 117, comma III, della Costituzione assegna alla legge statale per la determinazione dei principi fondamentali ai quali dovrebbe poi attenersi la legislazione regionale. L’articolo 7 della legge regionale toscana, quindi, siccome del tutto aderente a quanto stabilito dalla Corte Costituzionale con la sentenza in questione, non sarebbe stato da dichiarare incostituzionale.
La declaratoria di incostituzionalità si rivela, però, paradossalmente, corretta proprio considerando che, in realtà, contrariamente a quanto ritenuto dalla Corte, al principio affermato nella sentenza n. 132/2025 e confermato in quella n. 204/2025 non sembra affatto che possa attribuirsi carattere vincolante e meno che mai, quindi, «portata autoapplicativa». Si tratta, infatti, di un principio che non è in alcun modo conseguenziale alla già ricordata sentenza della stessa Corte n. 242/2019, essendosi questa limitata a rendere non punibile, a determinate condizioni, mediante declaratoria di parziale incostituzionalità dell’articolo 580 del codice penale, la condotta di chi presti aiuto al suicidio, senza con ciò attribuire all’aspirante suicida alcun diritto a ottenere quell’aiuto da parte di chicchessia, ivi compreso il Servizio sanitario nazionale. A quest’ultimo, infatti, la Corte affida il solo compito di accertare che le suddette condizioni siano effettivamente sussistenti e che le modalità stabilite dall’interessato e dal medico di sua fiducia per l’esecuzione del suicidio non siano tali da offendere la dignità della persona e cagionarle sofferenze.
Lo stesso principio, inoltre, non può neppure dirsi funzionale alla decisione a suo tempo assunta con la sentenza n. 132/2025, in cui esso è enunciato, dal momento che tale sentenza, a sostegno della ritenuta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell’articolo 579 del codice penale, che punisce l’omicidio del consenziente, fece essenzialmente leva sul fatto che, contrariamente a quanto affermato dai ricorrenti, non poteva dirsi accertata, in linea di fatto, l’assoluta irreperibilità, sul mercato, di strumenti che consentissero all’aspirante suicida, nonostante la sua condizione di paraplegico, l’autonoma assunzione del farmaco mortale. L’affermazione che del reperimento di quegli strumenti dovesse farsi carico, se necessario, il Servizio sanitario nazionale, rispondendo ciò a un diritto dell’interessato, aveva carattere meramente incidentale (c.d. «obiter dictum»); il che, secondo quanto pacificamente ritenuto dalla dottrina giuridica, esclude in radice che ad essa possa attribuirsi carattere vincolante tanto nei confronti del Servizio sanitario nazionale quanto in quelli del legislatore ordinario.
Non può in alcun modo condividersi, quindi, l’opinione di chi - come il senatore del Pd Alfredo Bazoli, secondo quanto riferito sulla Verità del 31 dicembre scorso nell’articolo a firma di Carlo Tarallo - sostiene che il legislatore ordinario, nel dettare la disciplina generale in materia di fine vita, non potrebbe «in alcun modo derogare» al principio in questione giacché quello in esso affermato sarebbe «un diritto pienamente riconosciuto e dunque pienamente eseguibile». Deve invece ritenersi, al contrario, che il legislatore ordinario sia perfettamente libero di seguire o non seguire l’indicazione della Corte Costituzionale circa il ruolo da attribuirsi al Servizio sanitario nazionale, senza che, nella seconda di tali ipotesi, la sua scelta possa cadere, alla prima occasione, sotto la mannaia della stessa Corte; ciò sempre che, naturalmente, quest’ultima resista alla ricorrente tentazione di esorbitare dai limiti delle proprie funzioni; sul che, ovviamente, dati i numerosi precedenti, nessuno può azzardarsi a mettere la mano sul fuoco.
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«Io sono notizia» (Netflix)
Non una biografia, ma un modo, più accattivante del solo accademico, di ripercorrere la storia dell'Italia: gli anni Novanta e il momento, senza data precisa, in cui il confine tra vita privata e pubblica apparenza, tra famiglia e spettacolo, si è fatto labile.
Fabrizio Corona - Io sono notizia, docuserie in cinque episodi disponibile su Netflix a partire da venerdì 9 gennaio, promette di sfruttare la parabola di un singolo individuo (opportunamente discusso e divisivo) per trovare, poi, gli stilemi di un racconto universale. Non è Corona, dunque, re dei paparazzi, ma il sistema moderno, declinato nel nostro Paese sul berlusconismo, sulla faziosità, vera o presunta, dei media, sul modo in cui il giornalismo si è progressivamente piegato al gossip e alla ricerca della notorietà, dimenticando ogni deontologia professionale.
Io sono notizia, il cui avvento Fabrizio Corona ha annunciato sui propri social network in pompa magna, con l'orgoglio di chi non ha paura di veder riproposta la propria crescita umana, prende il via da lontano. Fabrizio è giovane, figlio di un padre - Vittorio Corona - tanto visionario e talentuoso quanto ingombrante. Corona, padre, avrebbe cambiato il volto dell'editoria, salvo poi essere fatto fuori da quella stessa gente che diceva apprezzarlo. Fabrizio, ragazzo, è cresciuto così, con il complesso, forse inconscio, di dover tenere il passo del genitore, esserne all'altezza. L'ambiente del padre, dunque, è stato l'obiettivo del figlio. Che, diversamente, però, ha deciso di sfruttarlo in altro modo. Fabrizio Corona avrebbe messo in ginocchio i salotti bene, e il gossip sarebbe stato merce di scambio. Lo strappo, che la docuserie ricostruisce, sarebbe arrivato con Vallettopoli e le accuse di estorsione.
Allora, il re dei paparazzi avrebbe perso parte del proprio appeal, trasformandosi nel bersaglio di una giustizia che, per alcuni, ne avrebbe fatto un capro espiatorio. Quel che segue sono processi, dibattiti, prime pagine e opinioni, è lo scontro fra chi considera Corona un demone e chi, invece, lo vorrebbe assolto.
Quel che segue è la rapida ascesa dei social network, di cui il re Mida del gossip ha saputo intuire il potenziale e le criticità, sfruttandoli, come nessun altro, per tessere la propria tela. Ed è qui, tra le pieghe di questa metamorfosi, da ragazzo d'oro a figura confusa, che Netflix racconta essere nato il Fabrizio di oggi, l'essere capace di fare della propria vita un'opera, d'arte o meno sia dibattuto in altra sede.
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