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2021-01-12
Merkel e Macron non ci stanno a finire zittiti come Trump
Donald Trump (Getty images)
L'Europa, a sorpresa, si schiera contro la brutale censura decretata dai social network nei confronti di Donald Trump. A difendere il diritto di parola del presidente degli Stati Uniti, anche online, ieri Angela Merkel ha criticato la decisione di Twitter, così come quella di Facebook e di Instagram, che avevano stabilito di «sospendere l'account di Trump almeno fino al 20 gennaio», il giorno in cui passerà le consegne al successore Joe Biden. Forte probabilmente di quei primi 35 anni di vita trascorsi sotto il regime comunista della Germania Est, la cancelliera ha dichiarato che «la libertà di opinione è un elementare diritto fondamentale», e «spetta soltanto al legislatore, quindi allo Stato, definire il quadro all'interno del quale la comunicazione sui social media possa aver luogo». La Merkel ha ammesso che «le grandi piattaforme digitali non possono non agire di fronte a contenuti che incitano all'odio e alla violenza», ma poi ha aggiunto che «la possibilità d'interferire nella libertà di espressione è possibile solo nei limiti definiti dalle leggi, e non può venire dalla decisione autonoma e opaca di un'impresa privata».
La presa di posizione della Merkel è tanto più significativa se si considera l'avversione che la Kanzlerin ha manifestato nei confronti del presidente americano, cui non ha mai espresso vicinanza politica, né stima personale. Ma ieri non è stata la sola ad alzarsi e parlare. Anche il ministro francese dell'Economia Bruno Le Maire ha criticato lo stop imposto dai social network alla Casa Bianca: «Mi sconvolge», ha detto Le Maire, «perché la regolamentazione dei giganti del Web non può essere fatta dalla stessa oligarchia digitale». Poi ha lanciato quasi un anatema: «L'oligarchia digitale è una delle grandi minacce che gravano su Stati e democrazie». E subito dopo anche le istituzioni europee si sono schierate. Il commissario Ue al mercato interno, Thierry Breton, ha bollato il blocco dei social media come «privo di controllo legittimo e democratico» e sostenuto sia «sconcertante» che i loro azionisti, da Mark Zuckerberg a Jack Dorsey, possano «staccare la spina dell'altoparlante del presidente degli Stati Uniti senza alcun controllo: questa non è solo una conferma del potere delle piattaforme online, ma mostra anche profonde debolezze nel modo in cui la nostra società è organizzata nello spazio digitale». E Manfred Weber, capogruppo del Partito popolare nell'Europarlamento, ha chiesto che l'Unione europea «non lasci che Facebook e Twitter decidano cosa rientri nei limiti dell'accettabile», perché «non possiamo permettere siano loro a decidere come discutere e non discutere, o che cosa si possa e cosa non si possa dire in un discorso democratico».
È evidente che questo coro di voci negative ha un retroterra ideale nel tentativo europeo, fin qui abortito, d'imporre il giusto carico fiscale ai giganti statunitensi dell'online, che pagano tasse in misura indecorosamente bassa: da anni, a Bruxelles e nelle principali capitali del Vecchio continente, si discute a vuoto di una «Web tax» che ponga un limite alla colossale evasione tributaria dei social network, e alla loro concorrenza sleale. Che succederebbe se, magari in disaccordo per un provvedimento di questo tipo, gli stessi social agissero contro l'accout dell'Eliseo o della Cdu? Nel frattempo, le tante voci europee che ieri si sono levate hanno intanto avuto l'effetto di zittire d'un colpo la canea dei commentatori anti-Trump e pro-censura. Mentre al Nasdaq il titolo di Twitter è piombato dai 51,50 dollari dell'8 gennaio ai 48 di ieri (-6,8%), e quello di Facebook è sprofondato da oltre 267 dollari a 260 (-2,6%), da ieri sono in crollo anche le quotazioni dei tanto esaltati sostenitori della ghigliottina mediatica. Forse spiazzati dalle giuste perplessità europee, sono scomparsi, svaniti, evaporati. E sono tanti. Come Gianni Riotta, che sulla Stampa aveva giustificato la censura di Twitter e Fb addirittura come «tardiva azione di autodifesa, per evitare ulteriori tragiche violenze e conseguenze dirette agli azionisti». O Riccardo Luna, che su Repubblica aveva scritto: «Espellere Trump non salverà il mondo, ma servirà a dire che i social network non possono essere usati per attentare alla democrazia». Per non parlare dei cronisti dei tg Rai, generalmente inclini allo spellamento di mani per il silenziatore imposto al presidente. O di Wired, la rivista di tecnologia che passa come «la Bibbia di Internet», impancatasi a decretare che «le misure prese da Facebook e Twitter non sono censura, ma la tardiva e insufficiente reazione contro un uomo che ha infranto ogni regola possibile».
È un fronte che ha dimenticato come Fb e gli altri social network siano stati e restino il più denso brodo di coltura del terrorismo islamico, cui hanno garantito una vetrina per l'indottrinamento, il reclutamento e l'addestramento di migliaia di fanatici e kamikaze. Né che online possano parlare impunemente gruppi terroristici come Hamas, o l'ayatollah iraniano Seyyed Ali Khamenei, che ogni giorno predicano la distruzione dello Stato di Israele. O che decine di dittatori, dal presidente venzuelano Nicolas Maduro al «caro leader» nordcoreano Kim Jong-un, siano liberi di dire la loro, senza filtri. Un fronte che non s'è certo sognato di zittire i grillini, quando su internet minacciavano di «circondare il Parlamento», o che l'avrebbero «aperto come una scatola di tonno». E non ha silenziato Davide Casaleggio, che del Parlamento postula l'inutilità. Eppure, almeno quanto a parole sparse online, nessuno tra loro sembra meno pericoloso di Trump.
Solo affari dietro la finta libertà di pensiero
Sparisce dalla rete il social network «alternativo» Parler, approdo negli ultimi tempi di milioni di sostenitori del presidente uscente Donald Trump. Negli scorsi giorni, in seguito alla pubblicazione di messaggi a sostegno dei personaggi che hanno fatto irruzione a Capitol Hill, Apple e Google avevano rimosso la piattaforma dai rispettivi store, rendendone di fatto impossibile l'installazione da qualsiasi smartphone. Ieri è arrivata la batosta definitiva: Amazon ha staccato la spina dei server che ospitavano Parler, cancellandolo di fatto da internet. Un colpo durissimo per una piattaforma che si definisce il «social media della libertà di pensiero» nato per ospitare contenuti «senza pregiudizi, senza violenza e senza censura».
Ma la scomparsa di Parler non può e non deve preoccupare solo i 12 milioni di utenti iscritti, 8 milioni dei quali solo negli Stati Uniti. Gli interrogativi che sorgono a seguito della sua cancellazione sono molteplici. Prima di tutto il nodo della concorrenza. Viviamo tempi nei quali la libertà di mercato, sulla quale si basa anche buona parte del sogno americano, viene considerata alla stregua di un dogma di fede. E nei quali la monetizzazione basata sui comportamenti sui social non scandalizza nessuno. Proprio in questi giorni, Whatsapp ha modificato l'informativa privacy per consentire l'interscambio dei dati con Facebook. Una modifica che grazie al Gdpr non ha effetti in Ue, ma lancia un segnale molto chiaro. Possibile che un'azienda venga letteralmente spazzata via nell'arco di pochi giorni senza che nessuno sollevi obiezioni, tra l'altro a seguito della decisione unilaterale di tre giganti del web? Una vicenda che, messa così, sempre più simile al meccanismo «pesce grande mangia pesce piccolo».
C'è poi la spinosissima tematica relativa alla liceità dei contenuti. Ammesso e non concesso che Parler abbia autorizzato la pubblicazione di messaggi che incitano all'odio, basta questo per chiudere a tempo indeterminato i battenti della piattaforma? Chiunque abbia una minima confidenza con i social network sa perfettamente con quale facilità ci si possa imbattere in ogni tipo di messaggio. Si va dai canali di pedofili su Telegram, alla pornografia su Twitter, ai suicidi in diretta su Facebook, fino ai cartoni animati «fake» pubblicati su Youtube per il semplice gusto di spaventare i bambini. Paradossalmente, gran parte del «lavoro sporco» viene scaricata sui singoli utenti, chiamati a segnalare al gestore la presenza di materiale inappropriato o di utenti che non rispettano le regole. Senza nessuna garanzia sul fatto che vengano presi provvedimenti. Spesso e volentieri, infatti, tocca all'iscritto bloccare i fastidiosi troll – in gergo, utenti che si divertano a insultare per provocare la discussione – che poi possono proseguire indisturbati la loro attività a danno di altri malcapitati. Se è sufficiente schiacciare un tasto per spegnere su internet la voce di milioni di persone, quando invece esistono luoghi ben più «libertini» di Parler, a cosa sono serviti i lunghissimi discorsi e gli interminabili dibattiti sulla sicurezza delle piattaforme tenuti al Congresso e al Parlamento europeo?
E qui veniamo all'argomento più controverso, vale a dire la capacità dei colossi del tech di influenzare la politica. Un antipasto lo abbiamo avuto a seguito della decisione di Twitter di contrassegnare i post nei quali Donald Trump criticava l'esito delle elezioni. Il blocco del suo profilo da una piattaforma che, volenti o nolenti, si è salvata da una lenta quanto inesorabile agonia anche grazie ai suoi popolarissimi tweet, è solo una naturale conseguenza degli eventi dei mesi scorsi. Se è vero – e nessuno può negarlo – che i social media sono gestiti e regolati da privati liberi di fare come gli pare, che senso ha dunque parlare di libertà di pensiero? C'è di più, perché non si tratta semplicemente di censura. L'approccio dei Zuckerberg, dei Dorsey e dei Bezos ha pesanti ricadute anche sulla vita quotidiana e sul dibattito pubblico. Proprio in questi giorni è in atto un imponente boicottaggio a danno degli esponenti politici che si sono espressi contro la certificazione dell'elezione presidenziale di Joe Biden. Alcune importanti realtà come la catena alberghiera Marriott e l'associazione Blue cross blue shield, consorzio dell'assistenza sanitaria, hanno stabilito con effetto immediato di interrompere le donazioni a favore dei legislatori che si sono opposti alla ratifica della nomina di Biden. «Siamo convinti che gli eventi del Campidoglio siano stati organizzati per minare un'elezione legittima e giusta», ha dichiarato un portavoce di Marriott, «e per questo motivo sospenderemo i trasferimenti ai politici che hanno votato contro la certificazione».
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Germania e Francia contro la censura al presidente degli Usa La linea dei big Ue manda in crisi gli intellò integralisti nostraniParler, la piattaforma di condivisione alternativa a Facebook e Twitter usata dai fan di The Donald, rimossa dalla Rete Whatsapp farà incetta di dati sensibili per aumentare la pubblicità. Sospesi i finanziamenti a chi ha votato contro Joe BidenLo speciale contiene due articoliL'Europa, a sorpresa, si schiera contro la brutale censura decretata dai social network nei confronti di Donald Trump. A difendere il diritto di parola del presidente degli Stati Uniti, anche online, ieri Angela Merkel ha criticato la decisione di Twitter, così come quella di Facebook e di Instagram, che avevano stabilito di «sospendere l'account di Trump almeno fino al 20 gennaio», il giorno in cui passerà le consegne al successore Joe Biden. Forte probabilmente di quei primi 35 anni di vita trascorsi sotto il regime comunista della Germania Est, la cancelliera ha dichiarato che «la libertà di opinione è un elementare diritto fondamentale», e «spetta soltanto al legislatore, quindi allo Stato, definire il quadro all'interno del quale la comunicazione sui social media possa aver luogo». La Merkel ha ammesso che «le grandi piattaforme digitali non possono non agire di fronte a contenuti che incitano all'odio e alla violenza», ma poi ha aggiunto che «la possibilità d'interferire nella libertà di espressione è possibile solo nei limiti definiti dalle leggi, e non può venire dalla decisione autonoma e opaca di un'impresa privata». La presa di posizione della Merkel è tanto più significativa se si considera l'avversione che la Kanzlerin ha manifestato nei confronti del presidente americano, cui non ha mai espresso vicinanza politica, né stima personale. Ma ieri non è stata la sola ad alzarsi e parlare. Anche il ministro francese dell'Economia Bruno Le Maire ha criticato lo stop imposto dai social network alla Casa Bianca: «Mi sconvolge», ha detto Le Maire, «perché la regolamentazione dei giganti del Web non può essere fatta dalla stessa oligarchia digitale». Poi ha lanciato quasi un anatema: «L'oligarchia digitale è una delle grandi minacce che gravano su Stati e democrazie». E subito dopo anche le istituzioni europee si sono schierate. Il commissario Ue al mercato interno, Thierry Breton, ha bollato il blocco dei social media come «privo di controllo legittimo e democratico» e sostenuto sia «sconcertante» che i loro azionisti, da Mark Zuckerberg a Jack Dorsey, possano «staccare la spina dell'altoparlante del presidente degli Stati Uniti senza alcun controllo: questa non è solo una conferma del potere delle piattaforme online, ma mostra anche profonde debolezze nel modo in cui la nostra società è organizzata nello spazio digitale». E Manfred Weber, capogruppo del Partito popolare nell'Europarlamento, ha chiesto che l'Unione europea «non lasci che Facebook e Twitter decidano cosa rientri nei limiti dell'accettabile», perché «non possiamo permettere siano loro a decidere come discutere e non discutere, o che cosa si possa e cosa non si possa dire in un discorso democratico».È evidente che questo coro di voci negative ha un retroterra ideale nel tentativo europeo, fin qui abortito, d'imporre il giusto carico fiscale ai giganti statunitensi dell'online, che pagano tasse in misura indecorosamente bassa: da anni, a Bruxelles e nelle principali capitali del Vecchio continente, si discute a vuoto di una «Web tax» che ponga un limite alla colossale evasione tributaria dei social network, e alla loro concorrenza sleale. Che succederebbe se, magari in disaccordo per un provvedimento di questo tipo, gli stessi social agissero contro l'accout dell'Eliseo o della Cdu? Nel frattempo, le tante voci europee che ieri si sono levate hanno intanto avuto l'effetto di zittire d'un colpo la canea dei commentatori anti-Trump e pro-censura. Mentre al Nasdaq il titolo di Twitter è piombato dai 51,50 dollari dell'8 gennaio ai 48 di ieri (-6,8%), e quello di Facebook è sprofondato da oltre 267 dollari a 260 (-2,6%), da ieri sono in crollo anche le quotazioni dei tanto esaltati sostenitori della ghigliottina mediatica. Forse spiazzati dalle giuste perplessità europee, sono scomparsi, svaniti, evaporati. E sono tanti. Come Gianni Riotta, che sulla Stampa aveva giustificato la censura di Twitter e Fb addirittura come «tardiva azione di autodifesa, per evitare ulteriori tragiche violenze e conseguenze dirette agli azionisti». O Riccardo Luna, che su Repubblica aveva scritto: «Espellere Trump non salverà il mondo, ma servirà a dire che i social network non possono essere usati per attentare alla democrazia». Per non parlare dei cronisti dei tg Rai, generalmente inclini allo spellamento di mani per il silenziatore imposto al presidente. O di Wired, la rivista di tecnologia che passa come «la Bibbia di Internet», impancatasi a decretare che «le misure prese da Facebook e Twitter non sono censura, ma la tardiva e insufficiente reazione contro un uomo che ha infranto ogni regola possibile». È un fronte che ha dimenticato come Fb e gli altri social network siano stati e restino il più denso brodo di coltura del terrorismo islamico, cui hanno garantito una vetrina per l'indottrinamento, il reclutamento e l'addestramento di migliaia di fanatici e kamikaze. Né che online possano parlare impunemente gruppi terroristici come Hamas, o l'ayatollah iraniano Seyyed Ali Khamenei, che ogni giorno predicano la distruzione dello Stato di Israele. O che decine di dittatori, dal presidente venzuelano Nicolas Maduro al «caro leader» nordcoreano Kim Jong-un, siano liberi di dire la loro, senza filtri. Un fronte che non s'è certo sognato di zittire i grillini, quando su internet minacciavano di «circondare il Parlamento», o che l'avrebbero «aperto come una scatola di tonno». E non ha silenziato Davide Casaleggio, che del Parlamento postula l'inutilità. Eppure, almeno quanto a parole sparse online, nessuno tra loro sembra meno pericoloso di Trump.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/merkel-e-macron-non-ci-stanno-a-finire-zittiti-come-trump-2649879396.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="solo-affari-dietro-la-finta-liberta-di-pensiero" data-post-id="2649879396" data-published-at="1610405445" data-use-pagination="False"> Solo affari dietro la finta libertà di pensiero Sparisce dalla rete il social network «alternativo» Parler, approdo negli ultimi tempi di milioni di sostenitori del presidente uscente Donald Trump. Negli scorsi giorni, in seguito alla pubblicazione di messaggi a sostegno dei personaggi che hanno fatto irruzione a Capitol Hill, Apple e Google avevano rimosso la piattaforma dai rispettivi store, rendendone di fatto impossibile l'installazione da qualsiasi smartphone. Ieri è arrivata la batosta definitiva: Amazon ha staccato la spina dei server che ospitavano Parler, cancellandolo di fatto da internet. Un colpo durissimo per una piattaforma che si definisce il «social media della libertà di pensiero» nato per ospitare contenuti «senza pregiudizi, senza violenza e senza censura». Ma la scomparsa di Parler non può e non deve preoccupare solo i 12 milioni di utenti iscritti, 8 milioni dei quali solo negli Stati Uniti. Gli interrogativi che sorgono a seguito della sua cancellazione sono molteplici. Prima di tutto il nodo della concorrenza. Viviamo tempi nei quali la libertà di mercato, sulla quale si basa anche buona parte del sogno americano, viene considerata alla stregua di un dogma di fede. E nei quali la monetizzazione basata sui comportamenti sui social non scandalizza nessuno. Proprio in questi giorni, Whatsapp ha modificato l'informativa privacy per consentire l'interscambio dei dati con Facebook. Una modifica che grazie al Gdpr non ha effetti in Ue, ma lancia un segnale molto chiaro. Possibile che un'azienda venga letteralmente spazzata via nell'arco di pochi giorni senza che nessuno sollevi obiezioni, tra l'altro a seguito della decisione unilaterale di tre giganti del web? Una vicenda che, messa così, sempre più simile al meccanismo «pesce grande mangia pesce piccolo». C'è poi la spinosissima tematica relativa alla liceità dei contenuti. Ammesso e non concesso che Parler abbia autorizzato la pubblicazione di messaggi che incitano all'odio, basta questo per chiudere a tempo indeterminato i battenti della piattaforma? Chiunque abbia una minima confidenza con i social network sa perfettamente con quale facilità ci si possa imbattere in ogni tipo di messaggio. Si va dai canali di pedofili su Telegram, alla pornografia su Twitter, ai suicidi in diretta su Facebook, fino ai cartoni animati «fake» pubblicati su Youtube per il semplice gusto di spaventare i bambini. Paradossalmente, gran parte del «lavoro sporco» viene scaricata sui singoli utenti, chiamati a segnalare al gestore la presenza di materiale inappropriato o di utenti che non rispettano le regole. Senza nessuna garanzia sul fatto che vengano presi provvedimenti. Spesso e volentieri, infatti, tocca all'iscritto bloccare i fastidiosi troll – in gergo, utenti che si divertano a insultare per provocare la discussione – che poi possono proseguire indisturbati la loro attività a danno di altri malcapitati. Se è sufficiente schiacciare un tasto per spegnere su internet la voce di milioni di persone, quando invece esistono luoghi ben più «libertini» di Parler, a cosa sono serviti i lunghissimi discorsi e gli interminabili dibattiti sulla sicurezza delle piattaforme tenuti al Congresso e al Parlamento europeo? E qui veniamo all'argomento più controverso, vale a dire la capacità dei colossi del tech di influenzare la politica. Un antipasto lo abbiamo avuto a seguito della decisione di Twitter di contrassegnare i post nei quali Donald Trump criticava l'esito delle elezioni. Il blocco del suo profilo da una piattaforma che, volenti o nolenti, si è salvata da una lenta quanto inesorabile agonia anche grazie ai suoi popolarissimi tweet, è solo una naturale conseguenza degli eventi dei mesi scorsi. Se è vero – e nessuno può negarlo – che i social media sono gestiti e regolati da privati liberi di fare come gli pare, che senso ha dunque parlare di libertà di pensiero? C'è di più, perché non si tratta semplicemente di censura. L'approccio dei Zuckerberg, dei Dorsey e dei Bezos ha pesanti ricadute anche sulla vita quotidiana e sul dibattito pubblico. Proprio in questi giorni è in atto un imponente boicottaggio a danno degli esponenti politici che si sono espressi contro la certificazione dell'elezione presidenziale di Joe Biden. Alcune importanti realtà come la catena alberghiera Marriott e l'associazione Blue cross blue shield, consorzio dell'assistenza sanitaria, hanno stabilito con effetto immediato di interrompere le donazioni a favore dei legislatori che si sono opposti alla ratifica della nomina di Biden. «Siamo convinti che gli eventi del Campidoglio siano stati organizzati per minare un'elezione legittima e giusta», ha dichiarato un portavoce di Marriott, «e per questo motivo sospenderemo i trasferimenti ai politici che hanno votato contro la certificazione».
Volodymyr Zelensky a Davos (Ansa)
Risultato? Minaccia di dazi e le Sturmtruppen tedesche rientrano immediatamente con la coda fra le gambe. Insomma, l’Europa prende schiaffi. Una roba che nemmeno nei film di Bud Spencer e Terence Hill. Che arrivino da Mosca, Kiev o Washington poco importa. Sempre schiaffi ci arrivano.
Sia chiaro che il prezzo più alto sul campo di battaglia lo stanno pagando i civili e i militari ucraini assieme ai soldati russi. Oltre un milione i caduti (fra morti e feriti) nelle file russe. Grosso modo la metà in casa Ucraina. E le cifre sono sicuramente sottostimate. Ma l’Unione europea ha pagato un prezzo pesantissimo in termini di soldi buttati senza aver ottenuto nulla in cambio, se non morti, feriti e qualche cesso d’oro nei forzieri dei dirigenti corrotti ucraini.
A detta di Zelensky l’Ue non avrebbe fatto abbastanza. Un abbastanza che a dicembre dello scorso anno il Consiglio europeo quantificava in 193,3 miliardi. Questo è quanto Bruxelles aveva sborsato in favore dell’Ucraina. Di questa cifra 103,3 miliardi sotto forma di supporto finanziario, economico e umanitario. Altri 69,3 miliardi per le armi, quindi 17 miliardi per accogliere i rifugiati, infine 3,7 miliardi di proventi derivanti dagli investimenti russi sequestrati in Ue, stimati in circa 210 miliardi. Il 65% di questa cifra sono sussidi a fondo perduto che Kiev non restituirà mai. Il 35% sono invece prestiti che l’Ucraina non restituirà mai. Ma pareva brutto chiamarli sussidi. E quindi tutti fanno finta che siano prestiti.
Tutto questo prima che l’Ue deliberasse, lo scorso dicembre, un ulteriore prestito, che ovviamente non sarà restituito, pari a 90 miliardi. Soldi che l’Unione europea prenderà a prestito sui mercati finanziari. Ma Bruxelles dovrà restituirli.
Nel complesso, quindi, l’Ue ha sborsato e deve sborsare qualcosa come 280 miliardi di euro. È ragionevole stimare che la quota a carico dell’Italia oscilli fra il 12 ed il 15%. Stiamo parlando di una cifra che varierebbe fra 33 e 42 miliardi. Un importo che fa impallidire quanto stanziato con l’ultima legge di bilancio. Grosso modo la metà.
Gli aiuti all’Ucraina non finiscono qui, però. L’Unione europea ha infatti sospeso l’applicazione di tutta una serie di dazi precedentemente applicati alle importazioni ucraine. È stato infatti sottoscritto in fretta e furia un accordo commerciale denominato Dcfta (Deep and comprehensive free trade area) grazie al quale l’Ue ha importato oltre 200 milioni di tonnellate di prodotti agricoli (97 milioni di tonnellate) e non (108 milioni di tonnellate). L’Unione europea stima che con questo accordo temporaneo siano arrivate merci ucraine per un importo complessivo di 183 miliardi. Prodotti che con ogni probabilità, in situazioni normali, non avrebbero varcato le nostre dogane. Il conto insomma sale a 460 miliardi in favore di Kiev fra sussidi, prestiti che non verranno restituiti e acquisti di favore.
Il punto, però, è che il conto non è ancora finito. Non stiamo tenendo in considerazione il costo in bolletta per il caro energia e ciò che sarà necessario sborsare per ricostruire il Paese una volta che il conflitto sarà terminato. I colloqui sono in corso. E ovviamente, come da tradizione, l’Unione europea a quel tavolo non c’è. Sarà chiamata solo quando dovrà pagare prendendo la solita consueta razione di schiaffi.
Quanto al caro bolletta e ai sussidi, secondo una stima di Confimprenditori resa nota a dicembre dello scorso anno, «il costo complessivo sostenuto dal Paese tra il 2022 e il 2024 si colloca tra gli 85 e i 110 miliardi di euro». Una cifra monstre.
Il costo pagato dal nostro Paese, tenuto conto della nostra quota di aiuti sul bilancio Ue, lievita come un panettone. Considerando la sola quota di questo conto ascrivibile al caro bolletta parliamo di 45-60 miliardi.
A questo deve infine essere aggiunta una cifra spropositata per la ricostruzione dell’Ucraina. Secondo il documento Ue «Roadmap per la prosperità dell’Ucraina: una visione per il 2040», dovranno essere messi sul piatto almeno 800 miliardi per la ricostruzione del Paese. Anche immaginando di utilizzare i fondi russi attualmente nelle nostre disponibilità - cosa che sarà possibile solo nell’ambito di un negoziato di pace a cui al momento, ricordiamolo ancora, Bruxelles non partecipa - qualcuno dovrebbe farsi carico di pagare i rimanenti 600 miliardi. Tutto lascia presagire che questa cifra dovrà essere sborsata dall’Ue. Il che significherebbe che l’Italia potrebbe arrivare a dover tossire altri 90 miliardi. Che sommati al costo prima stimato da Confimprenditori porterebbe il costo a nostro carico a oltre 200 miliardi. Stante questi numeri da capogiro, sarebbe quanto meno doveroso che Zelensky evitasse di fare il gradasso prendendo a schiaffi gli unici che in questo momento lo stanno tenendo in sella. Ammesso e non concesso che legarsi al destino di Zelensky sia la cosa saggia da fare se si vuole arrivare alla fine del conflitto in tempi brevi.
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La storica «società» di appassionati di Verdi che conserva la memoria del «Cigno di Busseto» nel racconto del suo presidente. I riti, i ritrovi, la promozione dell'opera nelle scuole e le visite nel «covo» verdiano dei più grandi musicisti del mondo.
Christine Lagarde (Ansa)
Carney ha insistito sulla convinzione che il mondo stia vivendo una «frattura» nell’ordine globale, sollecitando le potenze di media dimensione ad agire in modo coordinato per non essere marginalizzate nelle dinamiche di grande potenza. Trump non ha gradito quelle critiche e il ritiro dell’invito è la naturale conseguenza dei rapporti già deteriorati tra Washington e Ottawa a seguito delle tensioni commerciali e geopolitiche. Il presidente Usa aveva già condannato il Canada per non aver mostrato sufficiente riconoscenza verso il ruolo statunitense nel sostegno storico alla nazione, ma Carney aveva ribattuto che il Canada ha raggiunto i suoi successi indipendentemente dagli Stati Uniti.
Contrasti che hanno provocato la reazione del presidente della Banca centrale europea, Christine Lagarde, la quale, preoccupata dagli attriti all’interno dell’Unione europea con alleati storici (come gli Usa), ha affermato di essere «a un punto in cui dobbiamo guardare al “piano B” o ai “piani B”, ma anche con questi non sono certa che dobbiamo parlare di rottura, piuttosto di alternativa. Nutro una grande fiducia e un grande affetto per il popolo americano e so che, alla fine, i valori profondamente radicati prevarranno».
«Dobbiamo identificare molto meglio del passato le debolezze e le dipendenze», come garantire «l’autonomia, ma ovviamente dal punto di vista economico delle politiche dipendiamo gli uni dagli altri», ha continuato Lagarde, «penso che tutte le direzioni debbano essere esplorate, cercando di distinguere i segnali dal rumore di fondo e credo che questa settimana ci sia stato molto rumore».
Il riferimento a Trump è palese, che aveva parlato di una crescita Usa che «sta esplodendo» con una stima per il quarto trimestre del 5,4%. «Si tratta di dati nominali», ha specificato la numero uno della Bce.
I dissidi tra Lagarde e Trump si erano visti già qualche giorno prima, quando la signora di Francoforte aveva abbandonato una cena in disaccordo con le parole del segretario al Commercio Usa, Howard Lutnick, il quale si era lanciato in una serie di osservazioni sprezzanti e provocatorie nei confronti dell’Europa. Lagarde, in un’intervista alla Cnn, aveva criticato l’atteggiamento dell’amministrazione Trump che «crea incertezza per le imprese e un fardello per la crescita economica». Aggiungendo «la chiamata a svegliarsi per l’Europa, a emanciparsi dagli Usa e a proteggersi dalle ingerenze con le riforme». Parole che non sono piaciute a Lutnick il quale, vendicandosi, aveva definito l’Europa un’economia in declino di competitività. E la Lagarde se n’era andata.
A Davos si è parlato anche di Intelligenza artificiale. Il direttore, del Fondo monetario internazionale, Kristalina Georgieva, ha tracciato uno scenario sconfortante: «In futuro il 60% dei lavori saranno trasformati o eliminati dall’Intelligenza artificiale». E ha paragonato l’impatto dell’Ia sul mondo del lavoro a uno «tsunami» che metterà «l’innovazione sotto steroidi» e comporterà il rischio di «un ulteriore allargamento delle disparità». Lagarde ha aggiunto che «dobbiamo prestare molta attenzione alla distribuzione della ricchezza e alle disuguaglianze, che stanno diventando sempre più profonde e ampie. Se non ce ne occupiamo seriamente, ci avviamo verso problemi molto gravi». Per Lagarde «l’Intelligenza artificiale prospererà ma se non collaboriamo e definiamo le nuove regole del gioco, ci saranno meno capitale e meno dati da condividere. Bisogna evitare di ripetere gli errori già osservati con i social media, dove l’uso incontrollato ha avuto impatti negativi sui giovani».
Il termometro di Davos segna febbre alta per quanto riguarda i rapporti fra Europa e Usa. Trump è stato il vero protagonista di questo Forum e, a causa delle sue sortite choc, si è preso tutta la scena. Anche il direttore del World trade organization, Ngozi Okonjo-Iweala, fa riferimento a lui dicendo che «il sistema del commercio globale è stato minato, ma si è mostrato forte davanti allo choc della politica di dazi dell’amministrazione Trump».
Lo slogan del Forum di quest’anno era «Spirito del dialogo». Come ha detto Elon Musk, «è meglio essere ottimisti e sbagliarsi che pessimisti e avere ragione».
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Il vertice ad Abu Dhabi (Ansa)
Alla riunione hanno partecipato, per la delegazione statunitense, anche il consigliere senior della Casa Bianca Josh Greenbaum, mentre per la parte russa erano presenti il consigliere presidenziale Yuri Ushakov e Kirill Dmitriev, rappresentante speciale per la cooperazione economica e gli investimenti internazionali.
Al termine dell’incontro, Ushakov ha definito il confronto «positivo sotto ogni profilo», precisando che il presidente russo ha ribadito alla delegazione americana come, in assenza di una soluzione sulla questione territoriale, non vi siano margini concreti per porre fine alla guerra contro l’Ucraina. Mosca, ha spiegato il consigliere del Cremlino, continua a dichiararsi favorevole a un esito politico e diplomatico del conflitto, ma fino a quando tale prospettiva non si materializzerà, la Russia proseguirà nel perseguimento degli obiettivi militari sul campo. Secondo Ushakov, Putin ha inoltre riaffermato «l’impossibilità di raggiungere un accordo che non si basi sulla cosiddetta «formula di Anchorage», emersa durante il vertice Putin-Trump dell’agosto 2025. In vista di quell’incontro, il Cremlino aveva chiesto a Kiev il ritiro delle proprie forze dalle aree degli oblast di Donetsk e Luhansk non interamente sotto controllo russo. Concetto ribadito da Dmitry Peskov: «Per porre fine al conflitto, le forze armate ucraine dovrebbero ritirarsi dal Donbass». La dichiarazione del portavoce del Cremlino è stata riportata dai media russi.
Il tema del controllo territoriale nell’Ucraina orientale resta oggi il principale nodo negoziale. Proprio su questo fronte, gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato l’inizio ufficiale dei negoziati formali ad Abu Dhabi tra Russia, Ucraina e Stati Uniti. A confermarlo è stato Abdullah bin Zayed Al Nahyan, vice primo ministro e capo della diplomazia emiratina, secondo cui i colloqui sono iniziati ieri e proseguiranno per due giorni, nell’ambito degli sforzi volti a promuovere il dialogo e a individuare una soluzione politica alla crisi. L’annuncio è stato ripreso dai principali media internazionali. Ai colloqui partecipano delegazioni di alto livello.
Per gli Stati Uniti, oltre a Witkoff e Kushner, sono presenti anche il segretario dell’esercito Dan Driscoll e lo stesso Greenbaum. La delegazione ucraina include il ministro della Difesa Rustem Umerov, il capo dell’intelligence militare Kyrylo Budanov, il consigliere diplomatico Serhii Kyslytsia e il capo di stato maggiore Andrii Hnatov. Per Mosca, accanto a Dmitriev, è presente anche l’ammiraglio Igor Kostyukov.
Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha confermato che il controllo del Donbass rappresenta il fulcro dei colloqui in corso. In un briefing online, Zelensky ha spiegato di aver consultato l’intero team negoziale prima dell’avvio delle discussioni formali, sottolineando che la delegazione dispone di piena autonomia nella scelta dei formati più adatti in un contesto definito senza precedenti. Poi il presidente ucraino ha scritto su Telegram che «è ancora prematuro trarre conclusioni sul contenuto dei negoziati di oggi negli Emirati Arabi. Vedremo come si svilupperanno i colloqui di domani e quali risultati produrranno».
Dal canto suo, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, parlando a bordo dell’Air Force One durante il rientro dal vertice di Davos, ha dichiarato: «Sarebbe bello mettere fine alla guerra che, comunque, non ci costa nulla. Ma non è per i soldi, è per i soldati che vengono uccisi». A chi gli ha chiesto quali concessioni dovesse fare Putin, Trump ha risposto: «A questo punto, farà delle concessioni. Tutti faranno delle concessioni per far sì che ci sia un accordo. L’Europa sarà coinvolta. Lo faccio più per l’Europa che per me: noi abbiamo un oceano che ci separa ma io ho la capacità di trovare intese, vedremo se riesco». Oggi (forse), ne sapremo di più.
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