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2021-07-31
McCarrick incriminato per pedofilia. Le domande di Viganò tornano attuali
Theodore McCarrick (Ansa)
E alla fine arrivò la giustizia civile. L'ex cardinale americano Theodore McCarrick, che papa Francesco dopo un lunga e torbida vicenda ha spretato nel 2019, dovrà comparire davanti a un tribunale il prossimo 26 agosto perché sotto indagine penale per pedofilia. McCarrick, oggi 91 anni, è chiamato in causa perché avrebbe molestato sessualmente un ragazzo di 16 anni durante un ricevimento di nozze del 1974 al college di Wellesley, nel Massachusetts.
Per la prima volta l'ex porporato, già arcivescovo di Washington e potentissimo uomo di chiesa (per gestione di denari e diplomazia internazionale), si trova a dover rispondere di un'accusa che in qualche modo il processo canonico ha già riconosciuto: McCarrick è stato trovato colpevole, nel processo condotto dall'ex Sant'Uffizio che ha portato appunto alla laicizzazione del prelato, di «peccati contro il sesto comandamento con minori e con adulti, con l'aggravante dell'abuso di potere». Ma tutto ciò si è verificato solo dopo che il celebre memoriale che l'ex nunzio negli Stati Uniti, monsignor Carlo Maria Viganò, pubblicò proprio sulla Verità il 26 agosto 2018, un memoriale in cui, tra l'altro, Viganò diceva che a Newark «era voce ricorrente in seminario che l'arcivescovo “shared his bed with seminarians“», ovvero condivideva il letto con i seminaristi. Emergeva piano piano una serialità di abusi di potere di natura sessuale condotti da McCarrick con adulti, e poi si scoprirà anche con minori, come appunto il caso di cui si occuperà ora anche un tribunale civile. Questa la melma che verrà fuori sfondando un muro di omertà che, indubbiamente, il primo memoriale Viganò ha aiutato a sgretolarsi.
Che McCarrick sia condotto ora alla sbarra per rispondere di quest'accusa in qualche modo dimostra ancora una volta che le voci che da decenni si rincorrevano sulla sua condotta erano ben più di chiacchiere malevole. In fondo, le affermazioni dell'ex nunzio Carlo Maria Viganò sul fatto che molti sapevano (nunzi apostolici, prefetti di curia, segretari di Stato e persino, secondo Viganò, i Papi), al di là del merito nelle singole circostanze, sembrano così trovare una ulteriore indiretta conferma. E soprattutto rafforzano l'interrogativo fondamentale del memoriale Viganò: esiste forse una lobby che permette a personalità come McCarrick di arrivare a posizioni così decisive all'interno del potere ecclesiastico? Secondo quello che scrisse Viganò si tratterebbe di «reti di omosessuali, ormai diffuse in molte diocesi, seminari, ordini religiosi, ecc., che agiscono coperte dal segreto e dalla menzogna con la potenza dei tentacoli di una piovra e stritolano vittime innocenti, vocazioni sacerdotali e stanno strangolando l'intera Chiesa». Difficile dire come stiano davvero le cose, anche perché il tema sembra scomparso dai radar ecclesiali, nonostante le voci che seguirono il famoso faldone che Benedetto XVI consegnò al successore Francesco, e che avrebbe dovuto contenere il dossier redatto da tre cardinali incaricati da papa Ratzinger nel 2012, all'epoca del primo Vatileaks.
Sta di fatto che McCarrick è stato uomo chiave della chiesa americana e punto di riferimento di molti prelati che sono stati o sono ancora ai vertici di quella chiesa e anche della Chiesa universale. Lo è stato per decenni e in maniera decisiva dal 2000, quando venne nominato arcivescovo di Washingotn. Ebbe poi un appannamento nel 2008 con le sanzioni restrittive informali a lui comminate da Benedetto XVI, proprio per quel rincorrersi di voci sulla sua condotta, ma poi ritornò in piena attività dopo l'elezione di Francesco nel 2013, viaggiando in tutto il mondo a nome della Chiesa e concentrando la sua attività su due ambiti: i rapporti con la Cina e il dialogo con l'islam. Fino almeno al 2018 l'attività di Theodore McCarrick è stata importante, pur avendo su di sé un ombra che era sotto gli occhi di molti.
Peraltro in questi giorni proprio dagli Stati Uniti sono arrivate notizie che, in un certo senso, ripropongono ancora quella domanda. Sono state annunciate le dimissioni del segretario generale della Conferenza episcopale a stelle e strisce, monsignor Jeffrey Burrill, in quanto, ha dichiarato il capo dei vescovi Usa, monsignor Josè Gomez, si è venuti a conoscenza di suoi «possibili comportamenti scorretti». Secondo un'inchiesta giornalistica del sito The Pillar, pur non essendoci evidenze di condotte con minori, il monsignore avrebbe frequentato bar gay e residenze private con l'ausilio di una popolare app per incontri, Grindr, sul suo smartphone durante lo svolgimento dei suoi uffici (tra l'altro è stato incaricato anche per aiutare a coordinare una risposta dei vescovi Usa allo scandalo di abusi sessuali).
Anche se ciò non fosse confermato, resta la domanda. Com'è possibile che a questi livelli di potere ecclesiale possano arrivare sacerdoti con condotte sessuali in contrasto con la loro condizione di preti? Esiste quella rete di protezione fra religiosi in posizioni di autorità che si cooptano e si coprono a vicenda?
Il Vaticano fa un dispiacere alla Cina
La Santa Sede inizia ad allontanarsi dalla Cina? Papa Francesco ha nominato come membro della pontificia Accademia delle scienze il professore taiwanese Chen Chien jen: epidemiologo attivo presso l'Accademia Sinica a Taipei e formatosi negli Stati Uniti, è stato ministro della Salute ai tempi della Sars e vicepresidente di Taiwan dal 2016 all'anno scorso. In particolare, soprattutto da quando è scoppiata la pandemia del Covid-19, ha espresso delle posizioni non poco severe nei confronti della Cina.
A maggio 2020, Chen Chien jen accusò infatti la Repubblica popolare di aver bloccato la partecipazione di Taiwan, in qualità di osservatore, all'assemblea dell'Oms. «Sfortunatamente, per ragioni politiche, i 23 milioni di persone di Taiwan sono diventate orfane nel sistema sanitario globale», dichiarò. «L'Oms», aggiunse, «presta troppa attenzione alla politica e ha dimenticato la propria professionalità e neutralità. Questo è abbastanza deplorevole». Una posizione, quella di Chen Chien jen, che, a ben vedere, non si discostava poi molto dalle tesi all'epoca sostenute dall'allora presidente americano, Donald Trump. Inoltre, come accennato, l'epidemiologo è stato per quattro anni il vice dell'attuale presidente taiwanese, Tsai Ing wen: donna notoriamente battagliera nei confronti della Repubblica popolare.
Alla luce di questi elementi, è difficile considerare la nomina di Chen Chien jen una questione squisitamente tecnica. Ricordiamo infatti che, nonostante l'opposizione dell'amministrazione Trump, la Santa Sede avesse deciso, lo scorso ottobre, di rinnovare il controverso accordo sulle nomine dei vescovi, siglato nel 2018 con il governo cinese. Un accordo che, almeno finora, non ha portato grandi miglioramenti alla condizione dei cattolici in Cina. E proprio tale distensione con la Repubblica popolare ha continuato a preoccupare gli Stati Uniti anche dopo l'uscita di Trump dalla Casa Bianca.
In questi mesi, Joe Biden ha più volte criticato il Dragone sulla questione dei diritti umani e ha anche adottato alcune misure severe (come la blacklist di 59 aziende cinesi stilata a giugno). Attriti tra Washington e Pechino continuano poi a registrarsi anche sul tema dell'origine del Covid-19. Un eccessivo avvicinamento del Vaticano alla Cina turba d'altronde gli americani sotto due punti di vista. A livello generale, temono che Pechino possa incrementare il proprio prestigio politico e (conseguentemente) il proprio soft power. A livello particolare, ritengono che la Repubblica popolare possa esigere delle contropartite, facendo magari pressioni sul Vaticano per spingerlo a rompere diplomaticamente con Taiwan. Del resto, proprio il Vaticano, secondo Asia News, avrebbe fatto ultimamente mancare il suo sostegno a Taipei in sede di assemblea dell'Oms.
Per quanto dunque all'inizio la Santa Sede probabilmente sperasse che con Biden alla Casa Bianca la linea statunitense su Pechino si ammorbidisse, gli eventi hanno preso alla fine un altro corso. In tal senso, la Reuters rivelò che, durante la sua visita in Vaticano a giugno, il segretario di Stato americano, Tony Blinken, avesse discusso di «diritti umani e libertà religiosa in Cina». Argomenti che sarebbero da lui stati affrontati non solo nel colloquio con il segretario di Stato, Pietro Parolin, e l'arcivescovo Paul Gallagher, ma anche in quello con il Pontefice. Non si può quindi escludere che, proprio in quella visita, Blinken abbia spinto per un (almeno parziale) riposizionamento della politica estera vaticana.
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L'ex cardinale Usa dovrà rispondere pure alla giustizia civile. Il muro di omertà era caduto grazie al memoriale pubblicato dalla Verità. In cui l'ex nunzio ipotizzava anche l'esistenza di una lobby oscura tra ecclesiastici.Bergoglio porta nella pontificia Accademia delle scienze il taiwanese Chen Chien jen. Ex ministro e vicepresidente del suo Paese, da sempre critico verso il Dragone.Lo speciale contiene due articoli.E alla fine arrivò la giustizia civile. L'ex cardinale americano Theodore McCarrick, che papa Francesco dopo un lunga e torbida vicenda ha spretato nel 2019, dovrà comparire davanti a un tribunale il prossimo 26 agosto perché sotto indagine penale per pedofilia. McCarrick, oggi 91 anni, è chiamato in causa perché avrebbe molestato sessualmente un ragazzo di 16 anni durante un ricevimento di nozze del 1974 al college di Wellesley, nel Massachusetts.Per la prima volta l'ex porporato, già arcivescovo di Washington e potentissimo uomo di chiesa (per gestione di denari e diplomazia internazionale), si trova a dover rispondere di un'accusa che in qualche modo il processo canonico ha già riconosciuto: McCarrick è stato trovato colpevole, nel processo condotto dall'ex Sant'Uffizio che ha portato appunto alla laicizzazione del prelato, di «peccati contro il sesto comandamento con minori e con adulti, con l'aggravante dell'abuso di potere». Ma tutto ciò si è verificato solo dopo che il celebre memoriale che l'ex nunzio negli Stati Uniti, monsignor Carlo Maria Viganò, pubblicò proprio sulla Verità il 26 agosto 2018, un memoriale in cui, tra l'altro, Viganò diceva che a Newark «era voce ricorrente in seminario che l'arcivescovo “shared his bed with seminarians“», ovvero condivideva il letto con i seminaristi. Emergeva piano piano una serialità di abusi di potere di natura sessuale condotti da McCarrick con adulti, e poi si scoprirà anche con minori, come appunto il caso di cui si occuperà ora anche un tribunale civile. Questa la melma che verrà fuori sfondando un muro di omertà che, indubbiamente, il primo memoriale Viganò ha aiutato a sgretolarsi.Che McCarrick sia condotto ora alla sbarra per rispondere di quest'accusa in qualche modo dimostra ancora una volta che le voci che da decenni si rincorrevano sulla sua condotta erano ben più di chiacchiere malevole. In fondo, le affermazioni dell'ex nunzio Carlo Maria Viganò sul fatto che molti sapevano (nunzi apostolici, prefetti di curia, segretari di Stato e persino, secondo Viganò, i Papi), al di là del merito nelle singole circostanze, sembrano così trovare una ulteriore indiretta conferma. E soprattutto rafforzano l'interrogativo fondamentale del memoriale Viganò: esiste forse una lobby che permette a personalità come McCarrick di arrivare a posizioni così decisive all'interno del potere ecclesiastico? Secondo quello che scrisse Viganò si tratterebbe di «reti di omosessuali, ormai diffuse in molte diocesi, seminari, ordini religiosi, ecc., che agiscono coperte dal segreto e dalla menzogna con la potenza dei tentacoli di una piovra e stritolano vittime innocenti, vocazioni sacerdotali e stanno strangolando l'intera Chiesa». Difficile dire come stiano davvero le cose, anche perché il tema sembra scomparso dai radar ecclesiali, nonostante le voci che seguirono il famoso faldone che Benedetto XVI consegnò al successore Francesco, e che avrebbe dovuto contenere il dossier redatto da tre cardinali incaricati da papa Ratzinger nel 2012, all'epoca del primo Vatileaks.Sta di fatto che McCarrick è stato uomo chiave della chiesa americana e punto di riferimento di molti prelati che sono stati o sono ancora ai vertici di quella chiesa e anche della Chiesa universale. Lo è stato per decenni e in maniera decisiva dal 2000, quando venne nominato arcivescovo di Washingotn. Ebbe poi un appannamento nel 2008 con le sanzioni restrittive informali a lui comminate da Benedetto XVI, proprio per quel rincorrersi di voci sulla sua condotta, ma poi ritornò in piena attività dopo l'elezione di Francesco nel 2013, viaggiando in tutto il mondo a nome della Chiesa e concentrando la sua attività su due ambiti: i rapporti con la Cina e il dialogo con l'islam. Fino almeno al 2018 l'attività di Theodore McCarrick è stata importante, pur avendo su di sé un ombra che era sotto gli occhi di molti.Peraltro in questi giorni proprio dagli Stati Uniti sono arrivate notizie che, in un certo senso, ripropongono ancora quella domanda. Sono state annunciate le dimissioni del segretario generale della Conferenza episcopale a stelle e strisce, monsignor Jeffrey Burrill, in quanto, ha dichiarato il capo dei vescovi Usa, monsignor Josè Gomez, si è venuti a conoscenza di suoi «possibili comportamenti scorretti». Secondo un'inchiesta giornalistica del sito The Pillar, pur non essendoci evidenze di condotte con minori, il monsignore avrebbe frequentato bar gay e residenze private con l'ausilio di una popolare app per incontri, Grindr, sul suo smartphone durante lo svolgimento dei suoi uffici (tra l'altro è stato incaricato anche per aiutare a coordinare una risposta dei vescovi Usa allo scandalo di abusi sessuali). Anche se ciò non fosse confermato, resta la domanda. Com'è possibile che a questi livelli di potere ecclesiale possano arrivare sacerdoti con condotte sessuali in contrasto con la loro condizione di preti? Esiste quella rete di protezione fra religiosi in posizioni di autorità che si cooptano e si coprono a vicenda?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/mccarrick-incriminato-per-pedofilia-le-domande-di-vigano-tornano-attuali-2654301162.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-vaticano-fa-un-dispiacere-alla-cina" data-post-id="2654301162" data-published-at="1627671029" data-use-pagination="False"> Il Vaticano fa un dispiacere alla Cina La Santa Sede inizia ad allontanarsi dalla Cina? Papa Francesco ha nominato come membro della pontificia Accademia delle scienze il professore taiwanese Chen Chien jen: epidemiologo attivo presso l'Accademia Sinica a Taipei e formatosi negli Stati Uniti, è stato ministro della Salute ai tempi della Sars e vicepresidente di Taiwan dal 2016 all'anno scorso. In particolare, soprattutto da quando è scoppiata la pandemia del Covid-19, ha espresso delle posizioni non poco severe nei confronti della Cina. A maggio 2020, Chen Chien jen accusò infatti la Repubblica popolare di aver bloccato la partecipazione di Taiwan, in qualità di osservatore, all'assemblea dell'Oms. «Sfortunatamente, per ragioni politiche, i 23 milioni di persone di Taiwan sono diventate orfane nel sistema sanitario globale», dichiarò. «L'Oms», aggiunse, «presta troppa attenzione alla politica e ha dimenticato la propria professionalità e neutralità. Questo è abbastanza deplorevole». Una posizione, quella di Chen Chien jen, che, a ben vedere, non si discostava poi molto dalle tesi all'epoca sostenute dall'allora presidente americano, Donald Trump. Inoltre, come accennato, l'epidemiologo è stato per quattro anni il vice dell'attuale presidente taiwanese, Tsai Ing wen: donna notoriamente battagliera nei confronti della Repubblica popolare. Alla luce di questi elementi, è difficile considerare la nomina di Chen Chien jen una questione squisitamente tecnica. Ricordiamo infatti che, nonostante l'opposizione dell'amministrazione Trump, la Santa Sede avesse deciso, lo scorso ottobre, di rinnovare il controverso accordo sulle nomine dei vescovi, siglato nel 2018 con il governo cinese. Un accordo che, almeno finora, non ha portato grandi miglioramenti alla condizione dei cattolici in Cina. E proprio tale distensione con la Repubblica popolare ha continuato a preoccupare gli Stati Uniti anche dopo l'uscita di Trump dalla Casa Bianca. In questi mesi, Joe Biden ha più volte criticato il Dragone sulla questione dei diritti umani e ha anche adottato alcune misure severe (come la blacklist di 59 aziende cinesi stilata a giugno). Attriti tra Washington e Pechino continuano poi a registrarsi anche sul tema dell'origine del Covid-19. Un eccessivo avvicinamento del Vaticano alla Cina turba d'altronde gli americani sotto due punti di vista. A livello generale, temono che Pechino possa incrementare il proprio prestigio politico e (conseguentemente) il proprio soft power. A livello particolare, ritengono che la Repubblica popolare possa esigere delle contropartite, facendo magari pressioni sul Vaticano per spingerlo a rompere diplomaticamente con Taiwan. Del resto, proprio il Vaticano, secondo Asia News, avrebbe fatto ultimamente mancare il suo sostegno a Taipei in sede di assemblea dell'Oms. Per quanto dunque all'inizio la Santa Sede probabilmente sperasse che con Biden alla Casa Bianca la linea statunitense su Pechino si ammorbidisse, gli eventi hanno preso alla fine un altro corso. In tal senso, la Reuters rivelò che, durante la sua visita in Vaticano a giugno, il segretario di Stato americano, Tony Blinken, avesse discusso di «diritti umani e libertà religiosa in Cina». Argomenti che sarebbero da lui stati affrontati non solo nel colloquio con il segretario di Stato, Pietro Parolin, e l'arcivescovo Paul Gallagher, ma anche in quello con il Pontefice. Non si può quindi escludere che, proprio in quella visita, Blinken abbia spinto per un (almeno parziale) riposizionamento della politica estera vaticana.
Giovanni Rezza (Imagoeconomica)
Un’audizione interessante, quella di Rezza, perché, nonostante gli strenui tentativi delle opposizioni che allora governavano (Pd e M5S, con in testa l’onorevole Alfonso Colucci, «difensore d’ufficio» dell’allora premier Giuseppe Conte), l’ex dg ha involontariamente confermato che le misure adottate all’epoca - vaccinazioni di massa dei giovani, obblighi vaccinali e green pass - non poggiavano su evidenze scientifiche certe e non erano state indicate dagli scienziati: «Ha deciso la politica, il Cts ha dato soltanto pareri». Colucci si è buttato a pesce sulla presunta logica del green pass e per ben tre volte ha chiesto a Rezza se con la vaccinazione venisse trasmessa una carica virale inferiore, «quindi si induceva una malattia meno severa». Rezza, per altrettante volte, non ha dato conferma, anzi: «Ci sarebbe stato bisogno di maggiori evidenze. Non possiamo escludere il fatto che una persona vaccinata si ammalasse, su questo bisogna essere intellettualmente onesti». Non solo: «Quando è arrivata Omicron (a dicembre 2021, ossia proprio quando il governo di Mario Draghi intensificò la stretta contro chi non si vaccinava con il super green pass, ndr) la protezione della vaccinazione nei confronti di Omicron è diventata più bassa rispetto alle varianti precedenti», ha spiegato. Smentendo il famoso mantra di Draghi «se non ti vaccini, ti ammali, muori e fai morire»: «L’effetto del lockdown», ha dichiarato l’infettivologo, «non era di evitare il numero totale di casi, ma di distribuire nel tempo i casi di infezione, così da curare non solo i malati Covid ma anche gli altri pazienti». Era un problema di salute pubblica, insomma, con buona pace dei cittadini che sono corsi a vaccinarsi per evitare di ammalarsi.
Il docente ha anche parlato degli effetti collaterali. Il problema, ha osservato, risiedeva nell’incidenza dei casi: «Se va al di sotto di una certa soglia nelle persone più giovani, dato che i vaccini possono causare degli effetti collaterali, allora lì bisogna bilanciare i rischi e benefici. Quando l’incidenza cala, gli effetti collaterali dei vaccini prendono il sopravvento e questo è il motivo per cui noi a un certo punto non abbiamo più vaccinato le persone giovani», ha dichiarato. Senza però spiegare quando esattamente il governo avrebbe smesso di vaccinare le persone più giovani: ancora nel 2022, l’esecutivo Draghi e il ministero della Salute di Speranza stringevano le maglie soprattutto sulla fascia di popolazione da 0 a 20 anni.
«Durante la pandemia, l’allora governo italiano attuò una campagna vaccinale di massa senza conoscere quante persone avevano sviluppato un’immunità naturale. L’assenza della banca dati dei guariti è stata confermata dal professor Rezza. Abbiamo la conferma che le politiche in termini vaccinali hanno ignorato il principio di precauzione e il rapporto tra rischi e benefici», ha commentato Lucio Malan, presidente dei senatori di Fratelli d’Italia.
Se davvero i governi Conte e Draghi hanno commesso così tanti imperdonabili errori sulla pelle dei cittadini in pandemia, resta da capire per quale motivo scienziati come Rezza scelsero il silenzio anziché la protesta. E c’è sempre chi, come Giuseppe Ippolito (ex direttore scientifico dello Spallanzani di Roma e membro del Cts), non rinuncia a buttarla in politica: «L’epidemia di Ebola in Congo e Uganda risente del limitato supporto dato dagli Stati Uniti. L’uscita degli Usa dall’Oms, decisa da Trump, ha fatto sì che ci sia meno personale sul terreno». La colpa, insomma, è sempre del presidente Usa.
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Ecco #DimmiLaVerità del 27 maggio 2026. Con il nostro Stefano Piazza analizziamo gli errori degli Usa in Iran.
Scontri tra manifestanti e membri della polizia boliviana durante una protesta che chiede le dimissioni del presidente boliviano Rodrigo Paz a La Paz (Ansa)
Da quasi un mese la Bolivia è paralizzata da proteste e blocchi stradali contro il presidente Rodrigo Paz. La sinistra guidata da Evo Morales contesta le riforme economiche del governo, mentre La Paz è stretta tra scontri, carenze e tensione sociale.
Un’ondata di proteste e blocchi stradali che chiedono le dimissioni del presidente Rodrigo Paz, in carica da appena sei mesi, sta scuotendo la Bolivia. Paz rappresenta il centrodestra cattolico e nello scontro elettorale ha superato due candidati di destra come Tuto Quiroga e Samuel Doria Medina. La sua politica economica guarda al neoliberismo, ma le organizzazioni sindacali e i movimenti di sinistra, capeggiati dall’ex presidente Evo Morales, hanno deciso di scatenare la piazza contro il suo governo.
Il nuovo presidente ha applicato una serie di misure per riformare la stagnante economia boliviana, che secondo le previsioni del Fondo monetario internazionale, ha un Pil in diminuzione del 3,3% nel 2026, il calo più marcato dell'intera regione sudamericana. Paz ha tagliato molti sussidi statali creati dai governi di sinistra al potere da decenni e ha provato a impostare una riforma agraria che ha scatenato le proteste. I coltivatori di coca, detti cocaleros come Evo Morales, e gli agricoltori indigeni sono stati i protagonisti delle guerriglia urbana che ha messo a ferro e fuoco il paese andino.
La capitale economica La Paz è stata assediata dai blocchi stradali, guidati dal sindacato dei camionisti schierato con la sinistra, che la polizia ha affrontato con decisione e si contano già quattro morti e diverse centinaia di feriti. La rabbia ha raggiunto tutte le principali città boliviane e sabato scorso il convoglio del ministro dei lavori pubblici Mauricio Zamora è stato attaccato da manifestanti e per alcune ore sembrava che fosse finito in mano ai gruppi di protesta, che chiedono le dimissioni di Paz e nuove elezioni. L’attuale presidente ha un rapporto molto forte con l’Argentina e anche con Javier Milei, ma anche con Washington che non ha fatto mancare il suo sostegno politico alle azioni di Rodrigo Paz. La polizia ha utilizzato i bulldozer per rimuovere i blocchi costituita da rocce e pilastri di cemento, con l'obiettivo di agevolare l'afflusso di cibo e medicinali nella capitale, che non riceve rifornimenti ormai da giorni.
Dietro al caos boliviano c’è il partito di sinistra Mas (Movimento al socialismo) guidato da Morales, un politico screditato che deve affrontare un processo dove è accusato di aver avuto una relazione con una minorenne durante il suo ultimo mandato presidenziale. Paz sta tenendo aperti diversi canali di comunicazione con una parte politica della sinistra ed in segno di buona volontà ha annunciato un taglio del 50% del suo stipendio e di quello di tutti i ministri del suo governo. Ormai La Paz, la città più importante delle nazione adagiata sulle Ande, è entrata nella quarta settimana di blocchi e sta soffrendo una seria carenza di generi di prima necessità e soprattutto di carburante.
Il governo ha tentato di aprire un corridoio umanitario per permettere il passaggio, ma ci sono stati attacchi ai convogli che hanno fatto fallire questa operazione. Rodrigo Paz ha parlato alla televisione nazionale ed ha dichiarato che la Bolivia sta rischiando la bancarotta ed ha accusato la sinistra di voler governare pur essendo soltanto una minoranza e che vuole affamare il popolo. Nemmeno l’annuncio di un rimpasto governativo che potrebbe includere anche alcuni politici vicini al sindacato sembra aver ridotto la pressione, perché i sindacati degli agricoltori e la cosiddetta Centrale operaia boliviana, un network che raggruppa diverse sigle, rifiutano di partecipare ad ogni forma di dialogo. Paz è in una situazione molto complicata perché la sua posizione politica è piuttosto debole e non dispone di un’ampia maggioranza parlamentare, ma al momento non ha ancora dichiarato lo «stato di eccezione», che darebbe poteri straordinari alle forze dell’ordine, continuando a cercare il dialogo con i partiti e le organizzazioni di sinistra.
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Nonostante il gradimento non eccezionale, la presa del Presidente sui repubblicani resta salda, mentre Leone 14° pubblica la sua enciclica sull’IA.