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2021-07-31
McCarrick incriminato per pedofilia. Le domande di Viganò tornano attuali
Theodore McCarrick (Ansa)
E alla fine arrivò la giustizia civile. L'ex cardinale americano Theodore McCarrick, che papa Francesco dopo un lunga e torbida vicenda ha spretato nel 2019, dovrà comparire davanti a un tribunale il prossimo 26 agosto perché sotto indagine penale per pedofilia. McCarrick, oggi 91 anni, è chiamato in causa perché avrebbe molestato sessualmente un ragazzo di 16 anni durante un ricevimento di nozze del 1974 al college di Wellesley, nel Massachusetts.
Per la prima volta l'ex porporato, già arcivescovo di Washington e potentissimo uomo di chiesa (per gestione di denari e diplomazia internazionale), si trova a dover rispondere di un'accusa che in qualche modo il processo canonico ha già riconosciuto: McCarrick è stato trovato colpevole, nel processo condotto dall'ex Sant'Uffizio che ha portato appunto alla laicizzazione del prelato, di «peccati contro il sesto comandamento con minori e con adulti, con l'aggravante dell'abuso di potere». Ma tutto ciò si è verificato solo dopo che il celebre memoriale che l'ex nunzio negli Stati Uniti, monsignor Carlo Maria Viganò, pubblicò proprio sulla Verità il 26 agosto 2018, un memoriale in cui, tra l'altro, Viganò diceva che a Newark «era voce ricorrente in seminario che l'arcivescovo “shared his bed with seminarians“», ovvero condivideva il letto con i seminaristi. Emergeva piano piano una serialità di abusi di potere di natura sessuale condotti da McCarrick con adulti, e poi si scoprirà anche con minori, come appunto il caso di cui si occuperà ora anche un tribunale civile. Questa la melma che verrà fuori sfondando un muro di omertà che, indubbiamente, il primo memoriale Viganò ha aiutato a sgretolarsi.
Che McCarrick sia condotto ora alla sbarra per rispondere di quest'accusa in qualche modo dimostra ancora una volta che le voci che da decenni si rincorrevano sulla sua condotta erano ben più di chiacchiere malevole. In fondo, le affermazioni dell'ex nunzio Carlo Maria Viganò sul fatto che molti sapevano (nunzi apostolici, prefetti di curia, segretari di Stato e persino, secondo Viganò, i Papi), al di là del merito nelle singole circostanze, sembrano così trovare una ulteriore indiretta conferma. E soprattutto rafforzano l'interrogativo fondamentale del memoriale Viganò: esiste forse una lobby che permette a personalità come McCarrick di arrivare a posizioni così decisive all'interno del potere ecclesiastico? Secondo quello che scrisse Viganò si tratterebbe di «reti di omosessuali, ormai diffuse in molte diocesi, seminari, ordini religiosi, ecc., che agiscono coperte dal segreto e dalla menzogna con la potenza dei tentacoli di una piovra e stritolano vittime innocenti, vocazioni sacerdotali e stanno strangolando l'intera Chiesa». Difficile dire come stiano davvero le cose, anche perché il tema sembra scomparso dai radar ecclesiali, nonostante le voci che seguirono il famoso faldone che Benedetto XVI consegnò al successore Francesco, e che avrebbe dovuto contenere il dossier redatto da tre cardinali incaricati da papa Ratzinger nel 2012, all'epoca del primo Vatileaks.
Sta di fatto che McCarrick è stato uomo chiave della chiesa americana e punto di riferimento di molti prelati che sono stati o sono ancora ai vertici di quella chiesa e anche della Chiesa universale. Lo è stato per decenni e in maniera decisiva dal 2000, quando venne nominato arcivescovo di Washingotn. Ebbe poi un appannamento nel 2008 con le sanzioni restrittive informali a lui comminate da Benedetto XVI, proprio per quel rincorrersi di voci sulla sua condotta, ma poi ritornò in piena attività dopo l'elezione di Francesco nel 2013, viaggiando in tutto il mondo a nome della Chiesa e concentrando la sua attività su due ambiti: i rapporti con la Cina e il dialogo con l'islam. Fino almeno al 2018 l'attività di Theodore McCarrick è stata importante, pur avendo su di sé un ombra che era sotto gli occhi di molti.
Peraltro in questi giorni proprio dagli Stati Uniti sono arrivate notizie che, in un certo senso, ripropongono ancora quella domanda. Sono state annunciate le dimissioni del segretario generale della Conferenza episcopale a stelle e strisce, monsignor Jeffrey Burrill, in quanto, ha dichiarato il capo dei vescovi Usa, monsignor Josè Gomez, si è venuti a conoscenza di suoi «possibili comportamenti scorretti». Secondo un'inchiesta giornalistica del sito The Pillar, pur non essendoci evidenze di condotte con minori, il monsignore avrebbe frequentato bar gay e residenze private con l'ausilio di una popolare app per incontri, Grindr, sul suo smartphone durante lo svolgimento dei suoi uffici (tra l'altro è stato incaricato anche per aiutare a coordinare una risposta dei vescovi Usa allo scandalo di abusi sessuali).
Anche se ciò non fosse confermato, resta la domanda. Com'è possibile che a questi livelli di potere ecclesiale possano arrivare sacerdoti con condotte sessuali in contrasto con la loro condizione di preti? Esiste quella rete di protezione fra religiosi in posizioni di autorità che si cooptano e si coprono a vicenda?
Il Vaticano fa un dispiacere alla Cina
La Santa Sede inizia ad allontanarsi dalla Cina? Papa Francesco ha nominato come membro della pontificia Accademia delle scienze il professore taiwanese Chen Chien jen: epidemiologo attivo presso l'Accademia Sinica a Taipei e formatosi negli Stati Uniti, è stato ministro della Salute ai tempi della Sars e vicepresidente di Taiwan dal 2016 all'anno scorso. In particolare, soprattutto da quando è scoppiata la pandemia del Covid-19, ha espresso delle posizioni non poco severe nei confronti della Cina.
A maggio 2020, Chen Chien jen accusò infatti la Repubblica popolare di aver bloccato la partecipazione di Taiwan, in qualità di osservatore, all'assemblea dell'Oms. «Sfortunatamente, per ragioni politiche, i 23 milioni di persone di Taiwan sono diventate orfane nel sistema sanitario globale», dichiarò. «L'Oms», aggiunse, «presta troppa attenzione alla politica e ha dimenticato la propria professionalità e neutralità. Questo è abbastanza deplorevole». Una posizione, quella di Chen Chien jen, che, a ben vedere, non si discostava poi molto dalle tesi all'epoca sostenute dall'allora presidente americano, Donald Trump. Inoltre, come accennato, l'epidemiologo è stato per quattro anni il vice dell'attuale presidente taiwanese, Tsai Ing wen: donna notoriamente battagliera nei confronti della Repubblica popolare.
Alla luce di questi elementi, è difficile considerare la nomina di Chen Chien jen una questione squisitamente tecnica. Ricordiamo infatti che, nonostante l'opposizione dell'amministrazione Trump, la Santa Sede avesse deciso, lo scorso ottobre, di rinnovare il controverso accordo sulle nomine dei vescovi, siglato nel 2018 con il governo cinese. Un accordo che, almeno finora, non ha portato grandi miglioramenti alla condizione dei cattolici in Cina. E proprio tale distensione con la Repubblica popolare ha continuato a preoccupare gli Stati Uniti anche dopo l'uscita di Trump dalla Casa Bianca.
In questi mesi, Joe Biden ha più volte criticato il Dragone sulla questione dei diritti umani e ha anche adottato alcune misure severe (come la blacklist di 59 aziende cinesi stilata a giugno). Attriti tra Washington e Pechino continuano poi a registrarsi anche sul tema dell'origine del Covid-19. Un eccessivo avvicinamento del Vaticano alla Cina turba d'altronde gli americani sotto due punti di vista. A livello generale, temono che Pechino possa incrementare il proprio prestigio politico e (conseguentemente) il proprio soft power. A livello particolare, ritengono che la Repubblica popolare possa esigere delle contropartite, facendo magari pressioni sul Vaticano per spingerlo a rompere diplomaticamente con Taiwan. Del resto, proprio il Vaticano, secondo Asia News, avrebbe fatto ultimamente mancare il suo sostegno a Taipei in sede di assemblea dell'Oms.
Per quanto dunque all'inizio la Santa Sede probabilmente sperasse che con Biden alla Casa Bianca la linea statunitense su Pechino si ammorbidisse, gli eventi hanno preso alla fine un altro corso. In tal senso, la Reuters rivelò che, durante la sua visita in Vaticano a giugno, il segretario di Stato americano, Tony Blinken, avesse discusso di «diritti umani e libertà religiosa in Cina». Argomenti che sarebbero da lui stati affrontati non solo nel colloquio con il segretario di Stato, Pietro Parolin, e l'arcivescovo Paul Gallagher, ma anche in quello con il Pontefice. Non si può quindi escludere che, proprio in quella visita, Blinken abbia spinto per un (almeno parziale) riposizionamento della politica estera vaticana.
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L'ex cardinale Usa dovrà rispondere pure alla giustizia civile. Il muro di omertà era caduto grazie al memoriale pubblicato dalla Verità. In cui l'ex nunzio ipotizzava anche l'esistenza di una lobby oscura tra ecclesiastici.Bergoglio porta nella pontificia Accademia delle scienze il taiwanese Chen Chien jen. Ex ministro e vicepresidente del suo Paese, da sempre critico verso il Dragone.Lo speciale contiene due articoli.E alla fine arrivò la giustizia civile. L'ex cardinale americano Theodore McCarrick, che papa Francesco dopo un lunga e torbida vicenda ha spretato nel 2019, dovrà comparire davanti a un tribunale il prossimo 26 agosto perché sotto indagine penale per pedofilia. McCarrick, oggi 91 anni, è chiamato in causa perché avrebbe molestato sessualmente un ragazzo di 16 anni durante un ricevimento di nozze del 1974 al college di Wellesley, nel Massachusetts.Per la prima volta l'ex porporato, già arcivescovo di Washington e potentissimo uomo di chiesa (per gestione di denari e diplomazia internazionale), si trova a dover rispondere di un'accusa che in qualche modo il processo canonico ha già riconosciuto: McCarrick è stato trovato colpevole, nel processo condotto dall'ex Sant'Uffizio che ha portato appunto alla laicizzazione del prelato, di «peccati contro il sesto comandamento con minori e con adulti, con l'aggravante dell'abuso di potere». Ma tutto ciò si è verificato solo dopo che il celebre memoriale che l'ex nunzio negli Stati Uniti, monsignor Carlo Maria Viganò, pubblicò proprio sulla Verità il 26 agosto 2018, un memoriale in cui, tra l'altro, Viganò diceva che a Newark «era voce ricorrente in seminario che l'arcivescovo “shared his bed with seminarians“», ovvero condivideva il letto con i seminaristi. Emergeva piano piano una serialità di abusi di potere di natura sessuale condotti da McCarrick con adulti, e poi si scoprirà anche con minori, come appunto il caso di cui si occuperà ora anche un tribunale civile. Questa la melma che verrà fuori sfondando un muro di omertà che, indubbiamente, il primo memoriale Viganò ha aiutato a sgretolarsi.Che McCarrick sia condotto ora alla sbarra per rispondere di quest'accusa in qualche modo dimostra ancora una volta che le voci che da decenni si rincorrevano sulla sua condotta erano ben più di chiacchiere malevole. In fondo, le affermazioni dell'ex nunzio Carlo Maria Viganò sul fatto che molti sapevano (nunzi apostolici, prefetti di curia, segretari di Stato e persino, secondo Viganò, i Papi), al di là del merito nelle singole circostanze, sembrano così trovare una ulteriore indiretta conferma. E soprattutto rafforzano l'interrogativo fondamentale del memoriale Viganò: esiste forse una lobby che permette a personalità come McCarrick di arrivare a posizioni così decisive all'interno del potere ecclesiastico? Secondo quello che scrisse Viganò si tratterebbe di «reti di omosessuali, ormai diffuse in molte diocesi, seminari, ordini religiosi, ecc., che agiscono coperte dal segreto e dalla menzogna con la potenza dei tentacoli di una piovra e stritolano vittime innocenti, vocazioni sacerdotali e stanno strangolando l'intera Chiesa». Difficile dire come stiano davvero le cose, anche perché il tema sembra scomparso dai radar ecclesiali, nonostante le voci che seguirono il famoso faldone che Benedetto XVI consegnò al successore Francesco, e che avrebbe dovuto contenere il dossier redatto da tre cardinali incaricati da papa Ratzinger nel 2012, all'epoca del primo Vatileaks.Sta di fatto che McCarrick è stato uomo chiave della chiesa americana e punto di riferimento di molti prelati che sono stati o sono ancora ai vertici di quella chiesa e anche della Chiesa universale. Lo è stato per decenni e in maniera decisiva dal 2000, quando venne nominato arcivescovo di Washingotn. Ebbe poi un appannamento nel 2008 con le sanzioni restrittive informali a lui comminate da Benedetto XVI, proprio per quel rincorrersi di voci sulla sua condotta, ma poi ritornò in piena attività dopo l'elezione di Francesco nel 2013, viaggiando in tutto il mondo a nome della Chiesa e concentrando la sua attività su due ambiti: i rapporti con la Cina e il dialogo con l'islam. Fino almeno al 2018 l'attività di Theodore McCarrick è stata importante, pur avendo su di sé un ombra che era sotto gli occhi di molti.Peraltro in questi giorni proprio dagli Stati Uniti sono arrivate notizie che, in un certo senso, ripropongono ancora quella domanda. Sono state annunciate le dimissioni del segretario generale della Conferenza episcopale a stelle e strisce, monsignor Jeffrey Burrill, in quanto, ha dichiarato il capo dei vescovi Usa, monsignor Josè Gomez, si è venuti a conoscenza di suoi «possibili comportamenti scorretti». Secondo un'inchiesta giornalistica del sito The Pillar, pur non essendoci evidenze di condotte con minori, il monsignore avrebbe frequentato bar gay e residenze private con l'ausilio di una popolare app per incontri, Grindr, sul suo smartphone durante lo svolgimento dei suoi uffici (tra l'altro è stato incaricato anche per aiutare a coordinare una risposta dei vescovi Usa allo scandalo di abusi sessuali). Anche se ciò non fosse confermato, resta la domanda. Com'è possibile che a questi livelli di potere ecclesiale possano arrivare sacerdoti con condotte sessuali in contrasto con la loro condizione di preti? Esiste quella rete di protezione fra religiosi in posizioni di autorità che si cooptano e si coprono a vicenda?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/mccarrick-incriminato-per-pedofilia-le-domande-di-vigano-tornano-attuali-2654301162.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-vaticano-fa-un-dispiacere-alla-cina" data-post-id="2654301162" data-published-at="1627671029" data-use-pagination="False"> Il Vaticano fa un dispiacere alla Cina La Santa Sede inizia ad allontanarsi dalla Cina? Papa Francesco ha nominato come membro della pontificia Accademia delle scienze il professore taiwanese Chen Chien jen: epidemiologo attivo presso l'Accademia Sinica a Taipei e formatosi negli Stati Uniti, è stato ministro della Salute ai tempi della Sars e vicepresidente di Taiwan dal 2016 all'anno scorso. In particolare, soprattutto da quando è scoppiata la pandemia del Covid-19, ha espresso delle posizioni non poco severe nei confronti della Cina. A maggio 2020, Chen Chien jen accusò infatti la Repubblica popolare di aver bloccato la partecipazione di Taiwan, in qualità di osservatore, all'assemblea dell'Oms. «Sfortunatamente, per ragioni politiche, i 23 milioni di persone di Taiwan sono diventate orfane nel sistema sanitario globale», dichiarò. «L'Oms», aggiunse, «presta troppa attenzione alla politica e ha dimenticato la propria professionalità e neutralità. Questo è abbastanza deplorevole». Una posizione, quella di Chen Chien jen, che, a ben vedere, non si discostava poi molto dalle tesi all'epoca sostenute dall'allora presidente americano, Donald Trump. Inoltre, come accennato, l'epidemiologo è stato per quattro anni il vice dell'attuale presidente taiwanese, Tsai Ing wen: donna notoriamente battagliera nei confronti della Repubblica popolare. Alla luce di questi elementi, è difficile considerare la nomina di Chen Chien jen una questione squisitamente tecnica. Ricordiamo infatti che, nonostante l'opposizione dell'amministrazione Trump, la Santa Sede avesse deciso, lo scorso ottobre, di rinnovare il controverso accordo sulle nomine dei vescovi, siglato nel 2018 con il governo cinese. Un accordo che, almeno finora, non ha portato grandi miglioramenti alla condizione dei cattolici in Cina. E proprio tale distensione con la Repubblica popolare ha continuato a preoccupare gli Stati Uniti anche dopo l'uscita di Trump dalla Casa Bianca. In questi mesi, Joe Biden ha più volte criticato il Dragone sulla questione dei diritti umani e ha anche adottato alcune misure severe (come la blacklist di 59 aziende cinesi stilata a giugno). Attriti tra Washington e Pechino continuano poi a registrarsi anche sul tema dell'origine del Covid-19. Un eccessivo avvicinamento del Vaticano alla Cina turba d'altronde gli americani sotto due punti di vista. A livello generale, temono che Pechino possa incrementare il proprio prestigio politico e (conseguentemente) il proprio soft power. A livello particolare, ritengono che la Repubblica popolare possa esigere delle contropartite, facendo magari pressioni sul Vaticano per spingerlo a rompere diplomaticamente con Taiwan. Del resto, proprio il Vaticano, secondo Asia News, avrebbe fatto ultimamente mancare il suo sostegno a Taipei in sede di assemblea dell'Oms. Per quanto dunque all'inizio la Santa Sede probabilmente sperasse che con Biden alla Casa Bianca la linea statunitense su Pechino si ammorbidisse, gli eventi hanno preso alla fine un altro corso. In tal senso, la Reuters rivelò che, durante la sua visita in Vaticano a giugno, il segretario di Stato americano, Tony Blinken, avesse discusso di «diritti umani e libertà religiosa in Cina». Argomenti che sarebbero da lui stati affrontati non solo nel colloquio con il segretario di Stato, Pietro Parolin, e l'arcivescovo Paul Gallagher, ma anche in quello con il Pontefice. Non si può quindi escludere che, proprio in quella visita, Blinken abbia spinto per un (almeno parziale) riposizionamento della politica estera vaticana.
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast dell'11 giugno con Carlo Cambi
(Ansa)
Poche ore dopo, Donald Trump si è mostrato spazientito. «L’esercito iraniano è un disastro totale. Gran parte di esso, come la Marina e l’Aeronautica, non esiste nemmeno più: è stato completamente sconfitto», ha dichiarato su Truth, per poi aggiungere: «L’Iran è solo chiacchiere e niente fatti. Il bullo del Medio Oriente è morto! Ci hanno messo troppo tempo a negoziare un accordo che sarebbe stato ottimo per loro, ora dovranno pagarne il prezzo». Non solo. Sempre ieri, il presidente americano ha elogiato il blocco navale imposto ai porti iraniani e, parlando con Fox News, è tornato a ventilare l’ipotesi di ordinare attacchi contro le infrastrutture civili della Repubblica islamica in caso di mancata intesa. A replicare all’inquilino della Casa Bianca è stato il portavoce delle forze armate iraniane, Abolfazl Shekarchi, secondo cui Teheran «non farà un passo indietro». Anche il presidente iraniano, Masoud Pezehskian, ha detto che la Repubblica islamica «rimarrà ferma» davanti alla pressione degli Stati Uniti.
Come che sia, Trump, al netto delle minacce, non ha chiuso la porta alla diplomazia. «Dovrebbero firmare l’accordo, è un buon accordo», ha affermato, sostenendo che la proposta in discussione sarebbe stata «completamente negoziata» e che impedirebbe a Teheran di «avere mai un’arma nucleare». «Vogliamo un accordo significativo, vogliamo un accordo che funzioni», ha continuato, per poi aggiungere: «Vedremo cosa succederà, ma ieri li abbiamo colpiti duramente e li colpiremo di nuovo duramente oggi... E vedremo cosa succederà con l’accordo. Eravamo davvero vicini all’accordo, ma continuano a prenderci in giro, continuano a farci fessi».
Il presidente americano ha anche detto che gli Stati Uniti stanno «prelevando milioni di barili di petrolio» dall’Iran. «Sono stati prelevati milioni di barili di petrolio ed è per questo che il prezzo è di 85-90 dollari al barile invece di 250 dollari», ha aggiunto. Nel frattempo, Centcom ha reso noto di aver aperto il fuoco e di aver messo fuori uso una petroliera, battente bandiera di Palau, che aveva cercato di forzare il blocco navale statunitense, trasportando greggio fuori dalla Repubblica islamica. In tutto questo, una fonte del governo israeliano ha riferito ieri al Times of Israel che Trump e Benjamin Netanyahu sarebbero «perfettamente coordinati» per quanto concerne gli ultimi attacchi all’Iran. Tuttavia, sempre ieri, il presidente americano ha definito l’omologo turco, Recep Tayyip Erdogan, un «ottimo amico»: parole che non è detto saranno gradite al premier israeliano, visti i pessimi rapporti di Gerusalemme con Ankara.
Ciò detto, al netto della tensione, ieri i negoziatori del Qatar si sono recati in Iran per cercare di mediare un accordo tra Washington e la Repubblica islamica. Ciò non ha comunque impedito al ministero degli Esteri di Doha di condannare gli attacchi sferrati dal regime khomeinista in Bahrein, Kuwait e Giordania, parlando di «flagrante violazione» della loro sovranità. Una posizione, quella del governo qatariota, di fatto condivisa anche dall’Arabia Saudita. Nel frattempo, la questione del nucleare iraniano sta tornando sotto i riflettori. Ieri, l’Aiea ha approvato una risoluzione, sostenuta dagli Stati Uniti, che invoca l’accesso ai siti atomici della Repubblica islamica. Un documento che è stato tuttavia bollato come «controproducente» dall’ambasciatore iraniano a Vienna, Reza Najafi. «Complica ulteriormente la situazione instabile, il cessate il fuoco precario e i negoziati ancora incompiuti tra Iran e Stati Uniti», ha aggiunto.
Insomma, la situazione complessiva si sta facendo sempre più traballante. Il processo diplomatico è ancora in piedi ma rischia seriamente di deragliare. Frattanto, l’Idf ha reso noto ieri di aver colpito vari obiettivi di Hezbollah nel Libano meridionale. Non dimentichiamo che la questione libanese si interseca con i negoziati tra Stati Uniti e Iran. Teheran ha infatti subordinato il raggiungimento di un accordo con Washington alla conclusione degli attacchi israeliani nel Paese dei Cedri. Se da una parte ha necessità di raffrenare Netanyahu, Trump, dall’altra, ha bisogno di isolare i pasdaran: non è del resto un mistero che costoro stiano remando contro la diplomazia tra Stati Uniti e Iran. Il punto è che, sì, il presidente americano ha necessità di terminare il conflitto per abbassare il costo dell’energia. Al contempo, però, la linea dura delle Guardie della rivoluzione impedisce un allentamento della pressione statunitense: una pressione che, tra le sanzioni e il blocco navale, sta indebolendo significativamente il regime khomeinista sul fronte economico. Al contempo, è possibile che, negli Stati Uniti, i falchi, come il senatore repubblicano Lindsey Graham, cercheranno di spingere la Casa Bianca a riprendere la guerra con Teheran, tentando così di isolare il vicepresidente statunitense J.D. Vance, che è da sempre maggiormente propenso alla soluzione diplomatica.
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Imagoeconomica
Ovviamente è giusto che un espatriato, seppure di cittadinanza italiana, sia chiamato a pagare nel caso riceva assistenza medica a carico del servizio pubblico. Infatti, se risiede all’estero le tasse le paga nel Paese in cui vive e dunque non può pretendere di godere dei vantaggi di un welfare che i contribuenti mantengono in piedi versando ogni anno migliaia di euro di imposte. Tuttavia, ciò che è giusto in linea di principio poi si scontra con la pratica e, paradossalmente, diventa una discriminazione nei confronti di persone che per lunghi anni sono vissute in Italia e con le loro tasse hanno contribuito a far crescere Pil e servizi. Già, perché agli stranieri senza permesso di soggiorno le cure sono comunque garantite, a prescindere dal reddito e dalla residenza. In teoria, uno straniero può addirittura trasferirsi in Italia proprio per essere curato nei nostri ospedali e nel momento in cui dimostra di non avere soldi può ricevere un’assistenza gratuita a carico del servizio sanitario nazionale.
Quante volte è capitato di trovare i corridoi del Pronto soccorso affollati da clandestini che per di più pretendono di essere curati rapidamente, nonostante i malesseri lamentati non siano da codice rosso? Credo che la fila di stranieri sia capitata a tutti, in quanto spesso gli extracomunitari scambiano il Pronto soccorso per la guardia medica o, addirittura, per il dottore di famiglia e dunque se ne avvalgono anche quando hanno una banale influenza. Beh, sappiate che gli immigrati senza permesso ricevono le cure a spese nostre, anche se non hanno una residenza in Italia e non sono in grado di esibire una carta di credito per pagare ticket o medicinali. Requisiti che invece sono richiesti agli italiani che hanno traslocato fuori dai confini nazionali.
Vi sembra incredibile? Eppure, è così e a ribadirlo, recentemente, è stata la stessa Corte costituzionale. I giudici della legge, hanno stabilito con una sentenza che anche in assenza di un permesso di soggiorno regolare, lo straniero con una invalidità non possa essere chiamato a pagare. Disposizione bizzarra, soprattutto nel momento in cui uno straniero con regolare permesso di soggiorno è tenuto a contribuire al pari degli italiani.
La discriminazione è evidente. Perché è pur vero che centinaia di pensionati si trasferiscono all’estero per godere dei benefici di una tassazione favorevole, ma è altrettanto certo che molti di costoro hanno pagato tasse e contributi per una vita e dunque, anche se espatriati, hanno più titolo per essere curati di un clandestino. Poi c’è il caso dei molti giovani costretti a emigrare, per ragioni di studio o di lavoro. Anche per loro fare le valigie significa sobbarcarsi, nel caso ne abbiano bisogno, del pagamento delle spese mediche in Italia, soprattutto se non sono in grado di dimostrare di essere indigenti.
Obblighi da cui sono invece esentati i migranti, i quali proprio in virtù delle loro condizioni hanno diritto all’assistenza gratuita. Come per altro possono ottenere aiuti per le bollette, corsie preferenziali per gli alloggi pubblici e, qualora abbiano figli minori, pure negli asili. Insomma, è il mondo al contrario, dove lo slogan «Prima gli italiani» è stato trasformato in «Prima gli stranieri».
Con buona pace di quell’altro principio costituzionale che dovrebbe garantire a tutti parità di trattamento.
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