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2018-04-19
Mattarella rosola i grillini e li prepara al Pd
ANSA
Come previsto il mandato esplorativo del presidente del Senato Maria Elisabetta Casellati va a vuoto. E l'accordo tra Lega e 5 stelle si allontana ancora di più, dopo le accuse incrociate volate ieri tra i due partiti. Ma comunque, alla fine di una giornata complessa e difficile da decifrare, sul campo rimane un vincitore: il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Il capo dello Stato da un lato smaschera il mancato accordo tra Luigi Di Maio e Matteo Salvini, dall'altro prende altro tempo per cercare nuove maggioranze di governo (M5s e Pd) e soprattutto per non andare a votare a giugno. La finestra elettorale, infatti, si chiuderà il prossimo giovedì, 26 aprile, dal momento che l'ultima domenica utile di giugno per votare sarebbe il 26: la data delle elezioni può essere fissata con un minimo di 60 giorni da quando si sciolgono le camere. A luglio e agosto non c'è possibilità di andare alle urne, quindi se ne riparlerà ormai a ottobre o novembre. Mattarella, quindi, come il banco in una mano di black jack, aspetta di capire chi potrebbe avere in mano le carte vincenti per fare un governo. E intanto tira le fila del gioco. A meno di colpi di scena nella giornata di oggi, domani il capo dello Stato prenderà atto dell'ennesimo stallo e a questo punto, potrebbe chiedere al presidente del Senato un nuovo giro di consultazioni con gli altri partiti, un'ipotesi che il leader di Forza Italia Silvio Berlusconi ha lasciato balenare all'uscita dalle consultazioni. Quindi, altra idea che circola in queste ore, è la possibilità di consegnare al presidente della Camera Roberto Fico un nuovo incarico esplorativo per la prossima settimana. L'ipotesi di Fico in esplorazione non è, al momento, confermata. Ma di sicuro spaventa molto i 5 stelle, perché il numero uno di Montecitorio rappresenta l'ala sinistra dei pentastellati, quella vicina a Beppe Grillo, contrapposta alla destra di Di Maio e Casaleggio. Ieri Danilo Toninelli, capogruppo grillino a palazzo Madama, buttava acqua sul fuoco: «Un mandato esplorativo al presidente della Camera Roberto Fico? Se così fosse lo affronteremo con la stessa serietà che abbiamo usato nelle precedenti consultazioni». Tutto dipende da Mattarella. Al secondo giro di mandato esplorativo anche con il Partito democratico e Liberi e uguali, infatti, la Casellati potrebbe trovare una maggioranza? O la troverà Fico prima di dare poi un incarico a un premier terzo? Da quel che filtra nelle segrete stanze dei partiti bisognerà aspettare maggio. Le elezioni in Friuli Venezia Giulia del 29 aprile, dove la Lega si appresta a sbancare con Max Fedriga, sono il vero Rubicone, dopo il quale forse anche il Pd di Matteo Renzi potrebbe destarsi dal letargo di queste settimane. Non è più una notizia sostenere che i democratici siano pronti a entrare in un governo, persino con i grillini. Lo ha detto ieri chiaro e tondo sul Foglio, giornale di area renziana, il deputato Alfredo Bazoli, non un cognome qualunque per il mondo della politica e della finanza in Italia. Il nipote di Giovanni, presidente onorario di Intesa San Paolo, dice chiaro e tondo che «il M5s non può stare all'opposizione. Ha preso il 32 per cento dei voti, un numero enorme, e questo li mette nella condizione di dover governare. Come diceva Martinazzoli: hanno ragione di governare, ma non hanno tutte le ragioni. Se il M5s stesse all'opposizione gli si darebbe un'ulteriore arma a disposizione».
I grillini dovrebbero però cambiare approccio, in modo tale che il Pd non sia solo una stampella ma possa verificare se ci siano dei punti in comune sul programma da portare avanti. In queste ore al Nazareno si ragiona sulla possibilità che a un certo punto Mattarella possa tirare fuori dal cilindro un candidato terzo, «un incaricato affidabile», di certo non Di Maio. Cosa farà a quel punto Renzi? Da giorni circola nei conciliaboli di Palazzo Madama una suggestione. Che alla fine il Rottamatore rottamato possa sparigliare le carte e dirsi disposto a ragionare su un governo con i grillini, retroscena che era già emerso qualche settimana fa sui quotidiani, poi sempre smentiti dall'ex presidente del Consiglio. Il punto vero in cui gira la formazione del governo è in ogni caso lo stesso Di Maio. Il leader dei 5 stelle appare sempre più isolato dal punto di vista istituzionale. È l'unico fino a questo momento a non aver mai fatto un passo indietro. A chiederlo è stato per primo Salvini. E il leader della Lega lo ha ripetuto anche ieri: «Fai come me un passo di lato». Idem Giancarlo Giorgetti: «Se cade il veto del Movimento Cinque Stelle facciamo un governo la prossima settimana». Persino Berlusconi: «Da parte nostra mai veti, è il M5s ha porre il veto nei confronti di Forza Italia. Noi siamo insieme nel centrodestra da molti anni». Il Cavaliere ha fatto capire che l'alleanza non è scalfibile, anche perché bene cementata nelle amministrazioni comunali e regionali amministrate insieme da anni. Insomma è tutto nelle mani di Di Maio. Ma il leader grillino, nonostante l'amabile chiacchierata con il presidente del Senato, continua a insistere su un centrodestra «artifizio elettorale». Infine c'è chi sostiene che dietro la Casellati possa celarsi la formazione di un altro governo, centrodestra e centrosinistra. Lo stesso Berlusconi ha detto di avere un'idea in mente, ma ha chiesto del tempo prima di annunciarla. Ora l'unica cosa da aspettare è Mattarella, che venerdì tornerà a parlare. E a dare le carte di una partita che si fa sempre più complessa.
Alessandro Da Rold
Gigino è uno stalker del leader leghista «Deve stare con noi»
I fotomontaggi, a volte, sono più eloquenti della realtà. A metà mattina, quando il presidente Sergio Mattarella assegna l'incarico esplorativo a Elisabetta Casellati, i deputati dei 5 stelle si scambiano via Whatsapp l'immagine del presidente del Senato che esce dallo studio del capo dello Stato e ha la faccia sorridente di Silvio Berlusconi dopo un gol del Milan. Ma a metà pomeriggio, dopo che Luigi Di Maio le ha chiuso non una porta, ma un portone, sui telefonini ecco sempre la Casellati con la faccia del Cavaliere che digrigna i denti. «L'abbiamo affondata in poche ore, grazie all'ottimo assist del Colle», dicono a porte chiuse i vertici del Movimento, sottolineando che Mattarella le ha assegnato un mandato diabolico: verificare unicamente la possibilità di un accordo tra M5s e centrodestra. Ipotesi che era fallita già alla vigilia. Inevitabilmente, sullo sfondo resta quindi l'ipotesi di un'alleanza con il Pd, anche se l'apertura del Nazareno è vista solo come un modo per bruciare Di Maio.
La vera paura dei pentastellati, scongiurata alla vigilia da qualche discreto sondaggio con il Quirinale, era un mandato immediato a Roberto Fico. Il presidente della Camera grillino avrebbe «rischiato» di trovarsi un Pd straordinariamente disponibile, ma una maggioranza assai ballerina e un risultato praticamente scontato: il siluramento di Di Maio. «Un leader giovane, sul quale abbiamo investito tanto, che ha preso 11 milioni di voti, sarebbe stato bruciato in poche ore in una trappola ordita dal Palazzo e dal Pd», spiegano i fedelissimi di Beppe Grillo. Invece, per buona sorte del Movimento, la mission impossible è toccata al presidente del Senato, avvocato, amica di Niccolò Ghedini, «un Berlusconi in tailleur», come dicono i grillini. Il fatto che Mattarella le abbia stretto il campo di gioco alla sola ipotesi di un'alleanza tra centrodestra e M5s è stato interpretato come un modo per aprire la strada al famoso «governo del presidente». Tanto Davide Casaleggio quanto Di Maio si aspettano che il capo dello Stato tiri fuori dal cilindro uno come Giuliano Amato, giudice costituzionale, oppure Franco Frattini, consigliere di Stato. Entrambi con un lontano passato socialista e una profonda conoscenza degli apparati più delicati dello Stato, potrebbe sicuramente sedurre anche il Pd. Per i 5 stelle sarebbero comunque «invotabili», perché ritenuti espressione di quel «mandarinato romano che bisogna disarticolare, se si vogliono cambiare le cose in questo Paese». E in più, sarebbero personaggi che «non hanno mai reciso i legami con il partito Mediaset». Il Movimento corre dunque il rischio di prendere il suo bel 34% e issarlo sull'Aventino, unico partito a tirarsi fuori dal governissimo? Ancora una volta, i vertici dei 5 stelle sono ottimisti perché dubitano che la Lega di Matteo Salvini si vada a cacciare in una palude che farebbe ingrassare solo chi ne resta fuori. «Con un governone anti 5 stelle, nel giro di un anno saliamo al 51% e Forza Italia rimonta sulla Lega», ripetono un po' tutti, nel Movimento.
A metà pomeriggio, quando i due capigruppo, Danilo Toninelli e Giulia Grillo, hanno accompagnato Di Maio a Palazzo Giustiniani per l'incontro con la Casellati, i giochi erano già fatti. In mattinata i 5 stelle avevano già ribadito i veto assoluto a Berlusconi. E al presidente del Senato lo hanno spiegato chiaramente: «Noi abbiamo preso tanti voti così perché gli italiani vogliono il cambiamento, e Berlusconi non è il cambiamento, ma un signore al potere da oltre 20 anni». Pare che la Casellati abbia obiettato che si trattava di un veto un po' drastico e che non aiuta a trovare una soluzione in tempi rapidi, ma Di Maio è stato ancora una volta tranchant, a dispetto della gentilezza e del permesso (ottenuto) di darle del tu: «Scusa, ma quando nel centrodestra mettono il veto sul Pd nessuno dice nulla, mentre noi non possiamo dire che non siamo interessati a un governo con Forza Italia?». Dopo di che è uscito e ha immediatamente sparato sui social e su internet una videodichiarazione che andava già oltre la Casellati e tutti i possibili papi stranieri: «A proposito di veti, gli unici due partiti che non si sono messi veti reciproci sono la Lega e il Movimento». Questo perché Di Maio ha colto benissimo il senso del gesto di Salvini, che non è neppure andato alle consultazioni di ieri e ha preferito continuare la campagna elettorale per le amministrative. Soltanto che il leader grillino gli ha messo fretta: «Deve dirci entro la settimana se vuole firmare un patto alla tedesca con noi». Un ultimatum? In realtà solo apparentemente, perché il senso della mossa di Di Maio è solo quello di dimostrare a Mattarella che anche il Movimento condivide la sua ansia di dare rapidamente un governo al Paese.
Francesco Bonazzi
Berlusconi prova a uscire dall’angolo: «So come fare, però non ve lo dico»

LaPresse
«Abbiamo le nostre idee su come potrebbe esser risolta la questione urgente del governo del Paese, ma non credo sia questo il momento per dichiararlo. Vedremo come avanzeranno le consultazioni». Con queste parole sibilline Silvio Berlusconi si è presentato dai giornalisti dopo l'incontro con Maria Elisabetta Alberti Casellati. Il Cavaliere, affiancato dalle capigruppo Mariastella Gelmini e Anna Maria Bernini, ha presentato un volto diverso nei confronti degli alleati Lega e Fdi, difendendo l'unità del centrodestra: «Siamo venuti a conoscenza che Luigi Di Maio, nel precedente incontro avuto con il presidente del Senato, ha mantenuto la sua posizione di sempre e cioè di non accettare la possibilità di un accordo con il centrodestra nella sua universalità. E anzi ha tacciato il centrodestra di essere una coalizione artificiale. Ma questa è una coalizione che non può mai essere definita artificiale e non realistica». Per questo motivo, evidentemente, il leader azzurro ha poi annunciato che «non abbiamo potuto fare altro che mantenere la nostra posizione». Continuando, però, Berlusconi ha voluto precisare anche che «Forza Italia e il suo presidente non hanno mai posto veti a un'alleanza del centrodestra con i 5 stelle, semmai i veti nei nostri confronti sono venuti proprio dal Movimento». Dichiarazioni che lasciano supporre un'impasse insormontabile - plasticamente dimostrata anche dall'assenza di Matteo Salvini dai colloqui -. Un pertugio, però, da maestro della comunicazione, lo apre proprio Berlusconi con la frase lanciata un po' così: «Abbiamo anche nostre idee su come potrebbe essere risolta la questione urgente del governo del Paese, ma non è questo il momento per dichiararle». Aggiungendo: «Dovevo tornare domani in Molise per le regionali, ma il presidente Casellati ci ha pregato di essere ancora disponibili per un incontro perché probabilmente farà un secondo giro di consultazioni e io ho dichiarato la mia disponibilità».
In ogni caso va detto che, con l'incarico esplorativo conferito alla presidente del Senato, forzista doc, berlusconiana della primissima ora, Sergio Mattarella ha regalato a Forza Italia una passerella mediaticamente e politicamente importantissima. La Casellati fa parte del poker di donne che Berlusconi ha voluto in prima linea per dare un'immagine di rinnovamento del partito, in vista delle imminenti scadenze elettorali (regionali e amministrative) e delle politiche del prossimo ottobre, che l'ex premier considera inevitabili.
Tornando ai grillni, ieri il Cav andava dicendo ai suoi che «non hanno alcuna soluzione». Le dichiarazioni di Luigi Di Maio al termine dell'incontro con la Casellati hanno fatto calare il sipario sul balletto che lo stesso Di Maio ha messo in scena nei 45 giorni trascorsi dalle elezioni dello scorso 4 marzo. Il M5s ha ribadito di non accettare alcuna alleanza con Forza Italia, e la possibilità di un governo M5s-centrodestra è stata archiviata. A questo punto, secondo Berlusconi, Salvini dovrà concretizzare nei fatti le promesse di lealtà alla coalizione, escludendo l'ipotesi di un governo Lega-M5s. Ieri tra gli azzurri l'ipotesi di uno «strappo» del Carroccio non era esclusa, ma Berlusconi è convinto che Salvini sia ingolosito dalla prospettiva di stravincere le elezioni a ottobre alla guida del centrodestra, che sarà costretto a unirsi in un solo partito se la legge elettorale verrà modificata con un premio di maggioranza alla lista.
Fratelli d'Italia, nel caso di una clamorosa rottura del centrodestra, non seguirebbe la Lega: è questa la linea di Giorgia Meloni, condivisa dai dirigenti del partito.
Lo scenario che immagina Berlusconi è quello di un rapido esaurimento delle varie ipotesi di accordo. Se dopo la Casellati toccasse a Roberto Fico, presidente della Camera, esponente dell'ala ortodossa del M5s e avversario interno numero uno di Luigi Di Maio, «esplorare» le possibilità di un governo Pd-M5s, si chiuderebbe in poche ore anche un altro capitolo di questa telenovela: Matteo Renzi (è la convinzione di Berlusconi) non permetterà mai la nascita di un esecutivo di questo genere. Dunque, secondo l'ex premier, Mattarella procederà al terzo e ultimo tentativo, quello di «esplorare» la possibilità di un governo Pd-centrodestra, e a questo punto, soprattutto se l'incarico esplorativo venisse conferito a Giancarlo Giorgetti, il Cav giocherebbe tutte le sue carte per convincere il Carroccio a far cadere il veto sui dem, impresa che lo stesso Berlusconi giudica quasi (quasi) impossibile. Conclusa con un nulla di fatto questa triangolazione, il ritorno alle urne sarebbe l'unica soluzione, e anche Mattarella ne prenderebbe atto.
Intanto, Berlusconi punta tutto sul Molise, per dimostrare a Salvini che al Centro e al Sud la presenza berlusconiana è indispensabile per poter vincere le prossime elezioni, e bilanciando il risultato del Friuli Venezia Giulia, dove il prossimo 29 aprile la Lega potrebbe ottenere almeno il triplo dei voti di Forza Italia.
Carlo Tarallo
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Il capo dello Stato incassa un primo successo: evitare il ritorno alle urne a giugno. Ma la mossa di Elisabetta Alberti Casellati non cambia il blocco di veti incrociati. Oggi possibile nuovo round. Sullo sfondo l'ipotesi di incarico a Roberto Fico, ma anche un nome per il «governissimo».M5s granitici: «Matteo Salvini mette veti sul Pd, noi sul Cavaliere». Poi dettano i tempi: «Patto alla tedesca entro la settimana».E il leader di Forza Italia, pessimista sulla riuscita delle consultazioni, ai suoi dice: «I grillini non hanno alcuna soluzione». Poi difende la coalizione («non è artificiale») e annuncia: «Disponibili a secondo incontro con l'incaricata».Lo speciale contiene tre articoli.Come previsto il mandato esplorativo del presidente del Senato Maria Elisabetta Casellati va a vuoto. E l'accordo tra Lega e 5 stelle si allontana ancora di più, dopo le accuse incrociate volate ieri tra i due partiti. Ma comunque, alla fine di una giornata complessa e difficile da decifrare, sul campo rimane un vincitore: il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Il capo dello Stato da un lato smaschera il mancato accordo tra Luigi Di Maio e Matteo Salvini, dall'altro prende altro tempo per cercare nuove maggioranze di governo (M5s e Pd) e soprattutto per non andare a votare a giugno. La finestra elettorale, infatti, si chiuderà il prossimo giovedì, 26 aprile, dal momento che l'ultima domenica utile di giugno per votare sarebbe il 26: la data delle elezioni può essere fissata con un minimo di 60 giorni da quando si sciolgono le camere. A luglio e agosto non c'è possibilità di andare alle urne, quindi se ne riparlerà ormai a ottobre o novembre. Mattarella, quindi, come il banco in una mano di black jack, aspetta di capire chi potrebbe avere in mano le carte vincenti per fare un governo. E intanto tira le fila del gioco. A meno di colpi di scena nella giornata di oggi, domani il capo dello Stato prenderà atto dell'ennesimo stallo e a questo punto, potrebbe chiedere al presidente del Senato un nuovo giro di consultazioni con gli altri partiti, un'ipotesi che il leader di Forza Italia Silvio Berlusconi ha lasciato balenare all'uscita dalle consultazioni. Quindi, altra idea che circola in queste ore, è la possibilità di consegnare al presidente della Camera Roberto Fico un nuovo incarico esplorativo per la prossima settimana. L'ipotesi di Fico in esplorazione non è, al momento, confermata. Ma di sicuro spaventa molto i 5 stelle, perché il numero uno di Montecitorio rappresenta l'ala sinistra dei pentastellati, quella vicina a Beppe Grillo, contrapposta alla destra di Di Maio e Casaleggio. Ieri Danilo Toninelli, capogruppo grillino a palazzo Madama, buttava acqua sul fuoco: «Un mandato esplorativo al presidente della Camera Roberto Fico? Se così fosse lo affronteremo con la stessa serietà che abbiamo usato nelle precedenti consultazioni». Tutto dipende da Mattarella. Al secondo giro di mandato esplorativo anche con il Partito democratico e Liberi e uguali, infatti, la Casellati potrebbe trovare una maggioranza? O la troverà Fico prima di dare poi un incarico a un premier terzo? Da quel che filtra nelle segrete stanze dei partiti bisognerà aspettare maggio. Le elezioni in Friuli Venezia Giulia del 29 aprile, dove la Lega si appresta a sbancare con Max Fedriga, sono il vero Rubicone, dopo il quale forse anche il Pd di Matteo Renzi potrebbe destarsi dal letargo di queste settimane. Non è più una notizia sostenere che i democratici siano pronti a entrare in un governo, persino con i grillini. Lo ha detto ieri chiaro e tondo sul Foglio, giornale di area renziana, il deputato Alfredo Bazoli, non un cognome qualunque per il mondo della politica e della finanza in Italia. Il nipote di Giovanni, presidente onorario di Intesa San Paolo, dice chiaro e tondo che «il M5s non può stare all'opposizione. Ha preso il 32 per cento dei voti, un numero enorme, e questo li mette nella condizione di dover governare. Come diceva Martinazzoli: hanno ragione di governare, ma non hanno tutte le ragioni. Se il M5s stesse all'opposizione gli si darebbe un'ulteriore arma a disposizione». I grillini dovrebbero però cambiare approccio, in modo tale che il Pd non sia solo una stampella ma possa verificare se ci siano dei punti in comune sul programma da portare avanti. In queste ore al Nazareno si ragiona sulla possibilità che a un certo punto Mattarella possa tirare fuori dal cilindro un candidato terzo, «un incaricato affidabile», di certo non Di Maio. Cosa farà a quel punto Renzi? Da giorni circola nei conciliaboli di Palazzo Madama una suggestione. Che alla fine il Rottamatore rottamato possa sparigliare le carte e dirsi disposto a ragionare su un governo con i grillini, retroscena che era già emerso qualche settimana fa sui quotidiani, poi sempre smentiti dall'ex presidente del Consiglio. Il punto vero in cui gira la formazione del governo è in ogni caso lo stesso Di Maio. Il leader dei 5 stelle appare sempre più isolato dal punto di vista istituzionale. È l'unico fino a questo momento a non aver mai fatto un passo indietro. A chiederlo è stato per primo Salvini. E il leader della Lega lo ha ripetuto anche ieri: «Fai come me un passo di lato». Idem Giancarlo Giorgetti: «Se cade il veto del Movimento Cinque Stelle facciamo un governo la prossima settimana». Persino Berlusconi: «Da parte nostra mai veti, è il M5s ha porre il veto nei confronti di Forza Italia. Noi siamo insieme nel centrodestra da molti anni». Il Cavaliere ha fatto capire che l'alleanza non è scalfibile, anche perché bene cementata nelle amministrazioni comunali e regionali amministrate insieme da anni. Insomma è tutto nelle mani di Di Maio. Ma il leader grillino, nonostante l'amabile chiacchierata con il presidente del Senato, continua a insistere su un centrodestra «artifizio elettorale». Infine c'è chi sostiene che dietro la Casellati possa celarsi la formazione di un altro governo, centrodestra e centrosinistra. Lo stesso Berlusconi ha detto di avere un'idea in mente, ma ha chiesto del tempo prima di annunciarla. Ora l'unica cosa da aspettare è Mattarella, che venerdì tornerà a parlare. E a dare le carte di una partita che si fa sempre più complessa.Alessandro Da Rold<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/mattarella-rosola-i-grillini-e-li-prepara-al-pd-2561255547.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="gigino-e-uno-stalker-del-leader-leghista-deve-stare-con-noi" data-post-id="2561255547" data-published-at="1778722357" data-use-pagination="False"> Gigino è uno stalker del leader leghista «Deve stare con noi» I fotomontaggi, a volte, sono più eloquenti della realtà. A metà mattina, quando il presidente Sergio Mattarella assegna l'incarico esplorativo a Elisabetta Casellati, i deputati dei 5 stelle si scambiano via Whatsapp l'immagine del presidente del Senato che esce dallo studio del capo dello Stato e ha la faccia sorridente di Silvio Berlusconi dopo un gol del Milan. Ma a metà pomeriggio, dopo che Luigi Di Maio le ha chiuso non una porta, ma un portone, sui telefonini ecco sempre la Casellati con la faccia del Cavaliere che digrigna i denti. «L'abbiamo affondata in poche ore, grazie all'ottimo assist del Colle», dicono a porte chiuse i vertici del Movimento, sottolineando che Mattarella le ha assegnato un mandato diabolico: verificare unicamente la possibilità di un accordo tra M5s e centrodestra. Ipotesi che era fallita già alla vigilia. Inevitabilmente, sullo sfondo resta quindi l'ipotesi di un'alleanza con il Pd, anche se l'apertura del Nazareno è vista solo come un modo per bruciare Di Maio. La vera paura dei pentastellati, scongiurata alla vigilia da qualche discreto sondaggio con il Quirinale, era un mandato immediato a Roberto Fico. Il presidente della Camera grillino avrebbe «rischiato» di trovarsi un Pd straordinariamente disponibile, ma una maggioranza assai ballerina e un risultato praticamente scontato: il siluramento di Di Maio. «Un leader giovane, sul quale abbiamo investito tanto, che ha preso 11 milioni di voti, sarebbe stato bruciato in poche ore in una trappola ordita dal Palazzo e dal Pd», spiegano i fedelissimi di Beppe Grillo. Invece, per buona sorte del Movimento, la mission impossible è toccata al presidente del Senato, avvocato, amica di Niccolò Ghedini, «un Berlusconi in tailleur», come dicono i grillini. Il fatto che Mattarella le abbia stretto il campo di gioco alla sola ipotesi di un'alleanza tra centrodestra e M5s è stato interpretato come un modo per aprire la strada al famoso «governo del presidente». Tanto Davide Casaleggio quanto Di Maio si aspettano che il capo dello Stato tiri fuori dal cilindro uno come Giuliano Amato, giudice costituzionale, oppure Franco Frattini, consigliere di Stato. Entrambi con un lontano passato socialista e una profonda conoscenza degli apparati più delicati dello Stato, potrebbe sicuramente sedurre anche il Pd. Per i 5 stelle sarebbero comunque «invotabili», perché ritenuti espressione di quel «mandarinato romano che bisogna disarticolare, se si vogliono cambiare le cose in questo Paese». E in più, sarebbero personaggi che «non hanno mai reciso i legami con il partito Mediaset». Il Movimento corre dunque il rischio di prendere il suo bel 34% e issarlo sull'Aventino, unico partito a tirarsi fuori dal governissimo? Ancora una volta, i vertici dei 5 stelle sono ottimisti perché dubitano che la Lega di Matteo Salvini si vada a cacciare in una palude che farebbe ingrassare solo chi ne resta fuori. «Con un governone anti 5 stelle, nel giro di un anno saliamo al 51% e Forza Italia rimonta sulla Lega», ripetono un po' tutti, nel Movimento. A metà pomeriggio, quando i due capigruppo, Danilo Toninelli e Giulia Grillo, hanno accompagnato Di Maio a Palazzo Giustiniani per l'incontro con la Casellati, i giochi erano già fatti. In mattinata i 5 stelle avevano già ribadito i veto assoluto a Berlusconi. E al presidente del Senato lo hanno spiegato chiaramente: «Noi abbiamo preso tanti voti così perché gli italiani vogliono il cambiamento, e Berlusconi non è il cambiamento, ma un signore al potere da oltre 20 anni». Pare che la Casellati abbia obiettato che si trattava di un veto un po' drastico e che non aiuta a trovare una soluzione in tempi rapidi, ma Di Maio è stato ancora una volta tranchant, a dispetto della gentilezza e del permesso (ottenuto) di darle del tu: «Scusa, ma quando nel centrodestra mettono il veto sul Pd nessuno dice nulla, mentre noi non possiamo dire che non siamo interessati a un governo con Forza Italia?». Dopo di che è uscito e ha immediatamente sparato sui social e su internet una videodichiarazione che andava già oltre la Casellati e tutti i possibili papi stranieri: «A proposito di veti, gli unici due partiti che non si sono messi veti reciproci sono la Lega e il Movimento». Questo perché Di Maio ha colto benissimo il senso del gesto di Salvini, che non è neppure andato alle consultazioni di ieri e ha preferito continuare la campagna elettorale per le amministrative. Soltanto che il leader grillino gli ha messo fretta: «Deve dirci entro la settimana se vuole firmare un patto alla tedesca con noi». Un ultimatum? In realtà solo apparentemente, perché il senso della mossa di Di Maio è solo quello di dimostrare a Mattarella che anche il Movimento condivide la sua ansia di dare rapidamente un governo al Paese. Francesco Bonazzi <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/mattarella-rosola-i-grillini-e-li-prepara-al-pd-2561255547.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="berlusconi-prova-a-uscire-dallangolo-so-come-fare-pero-non-ve-lo-dico" data-post-id="2561255547" data-published-at="1778722357" data-use-pagination="False"> Berlusconi prova a uscire dall’angolo: «So come fare, però non ve lo dico» LaPresse «Abbiamo le nostre idee su come potrebbe esser risolta la questione urgente del governo del Paese, ma non credo sia questo il momento per dichiararlo. Vedremo come avanzeranno le consultazioni». Con queste parole sibilline Silvio Berlusconi si è presentato dai giornalisti dopo l'incontro con Maria Elisabetta Alberti Casellati. Il Cavaliere, affiancato dalle capigruppo Mariastella Gelmini e Anna Maria Bernini, ha presentato un volto diverso nei confronti degli alleati Lega e Fdi, difendendo l'unità del centrodestra: «Siamo venuti a conoscenza che Luigi Di Maio, nel precedente incontro avuto con il presidente del Senato, ha mantenuto la sua posizione di sempre e cioè di non accettare la possibilità di un accordo con il centrodestra nella sua universalità. E anzi ha tacciato il centrodestra di essere una coalizione artificiale. Ma questa è una coalizione che non può mai essere definita artificiale e non realistica». Per questo motivo, evidentemente, il leader azzurro ha poi annunciato che «non abbiamo potuto fare altro che mantenere la nostra posizione». Continuando, però, Berlusconi ha voluto precisare anche che «Forza Italia e il suo presidente non hanno mai posto veti a un'alleanza del centrodestra con i 5 stelle, semmai i veti nei nostri confronti sono venuti proprio dal Movimento». Dichiarazioni che lasciano supporre un'impasse insormontabile - plasticamente dimostrata anche dall'assenza di Matteo Salvini dai colloqui -. Un pertugio, però, da maestro della comunicazione, lo apre proprio Berlusconi con la frase lanciata un po' così: «Abbiamo anche nostre idee su come potrebbe essere risolta la questione urgente del governo del Paese, ma non è questo il momento per dichiararle». Aggiungendo: «Dovevo tornare domani in Molise per le regionali, ma il presidente Casellati ci ha pregato di essere ancora disponibili per un incontro perché probabilmente farà un secondo giro di consultazioni e io ho dichiarato la mia disponibilità». In ogni caso va detto che, con l'incarico esplorativo conferito alla presidente del Senato, forzista doc, berlusconiana della primissima ora, Sergio Mattarella ha regalato a Forza Italia una passerella mediaticamente e politicamente importantissima. La Casellati fa parte del poker di donne che Berlusconi ha voluto in prima linea per dare un'immagine di rinnovamento del partito, in vista delle imminenti scadenze elettorali (regionali e amministrative) e delle politiche del prossimo ottobre, che l'ex premier considera inevitabili. Tornando ai grillni, ieri il Cav andava dicendo ai suoi che «non hanno alcuna soluzione». Le dichiarazioni di Luigi Di Maio al termine dell'incontro con la Casellati hanno fatto calare il sipario sul balletto che lo stesso Di Maio ha messo in scena nei 45 giorni trascorsi dalle elezioni dello scorso 4 marzo. Il M5s ha ribadito di non accettare alcuna alleanza con Forza Italia, e la possibilità di un governo M5s-centrodestra è stata archiviata. A questo punto, secondo Berlusconi, Salvini dovrà concretizzare nei fatti le promesse di lealtà alla coalizione, escludendo l'ipotesi di un governo Lega-M5s. Ieri tra gli azzurri l'ipotesi di uno «strappo» del Carroccio non era esclusa, ma Berlusconi è convinto che Salvini sia ingolosito dalla prospettiva di stravincere le elezioni a ottobre alla guida del centrodestra, che sarà costretto a unirsi in un solo partito se la legge elettorale verrà modificata con un premio di maggioranza alla lista. Fratelli d'Italia, nel caso di una clamorosa rottura del centrodestra, non seguirebbe la Lega: è questa la linea di Giorgia Meloni, condivisa dai dirigenti del partito. Lo scenario che immagina Berlusconi è quello di un rapido esaurimento delle varie ipotesi di accordo. 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Intanto, Berlusconi punta tutto sul Molise, per dimostrare a Salvini che al Centro e al Sud la presenza berlusconiana è indispensabile per poter vincere le prossime elezioni, e bilanciando il risultato del Friuli Venezia Giulia, dove il prossimo 29 aprile la Lega potrebbe ottenere almeno il triplo dei voti di Forza Italia. Carlo Tarallo
Ansa
I nerazzurri completano la doppietta nazionale dopo lo Scudetto e conquistano la decima Coppa Italia della loro storia. All’Olimpico, contro la Lazio di Sarri, decisivi l’autogol di Marusic e il sigillo di Lautaro Martinez nel primo tempo. Chivu: «Non è mai scontato vincere Scudetto e Coppa Italia».
L’Inter chiude la stagione italiana con il secondo trofeo in bacheca. Dopo lo Scudetto, arriva anche la Coppa Italia: 2-0 alla Lazio nella finale dell’Olimpico e decimo successo nella competizione per i nerazzurri, che continuano così il proprio ciclo vincente. Per Cristian Chivu, arrivato in estate tra dubbi e inevitabili paragoni con il recente passato, il primo anno sulla panchina interista si chiude con una doppietta che pochi avrebbero pronosticato dodici mesi fa.
La finale è durata poco più di mezz’ora. L’Inter ha indirizzato la partita sfruttando due errori pesanti della Lazio e poi ha gestito senza particolari affanni. Il vantaggio è arrivato al 14’: corner di Dimarco, Thuram prolunga e Marusic, nel tentativo di anticipare tutti, devia nella propria porta. Un episodio che ha cambiato subito l’inerzia della gara e messo la squadra di Sarri nella condizione peggiore possibile, considerando quanto dichiarato dal tecnico biancoceleste al termine della partita in merito al fatto che aveva preparato una partita più lunga, con l'obiettivo di portarla ai tempi supplementari. Dopo lo svantaggio la Lazio ha provato a rimanere dentro la partita, ma ha faticato a costruire gioco e soprattutto perso troppi palloni in uscita. Ed è proprio da una disattenzione che è nato il raddoppio interista. Al 35’ Tavares si fa soffiare il pallone da Dumfries, che entra in area e serve Lautaro Martinez: il capitano deve soltanto spingere in rete il 2-0. Per l’argentino è il ventitreesimo gol stagionale, l’ennesimo sigillo in una finale. La squadra di Chivu non ha offerto una prestazione spettacolare, ma ha dato sempre la sensazione di avere il controllo della gara. Pressione alta, ritmi spezzati quando necessario e pochissimi rischi concessi alla Lazio. I biancocelesti hanno costruito poco: le occasioni migliori sono arrivate nella ripresa con un tiro insidioso di Noslin di poco a lato e una conclusione ravvicinata di Dia, salvata con il volto da Josep Martinez. Troppo poco per riaprire davvero la partita. Nel finale è cresciuto solo il nervosismo, culminato in un parapiglia dopo un duro intervento di Pedro su Dimarco.
Per l’Inter è una vittoria netta, costruita con organizzazione e solidità. Dopo la pesante delusione europea della passata stagione con la finale persa 5-0 a Monaco contro il Paris Saint-Germain, e la scottante eliminazione di quest'anno agli ottavi contro il Bodo/Glimt, il club nerazzurro ha ritrovato immediatamente equilibrio e continuità. E Chivu, alla sua prima esperienza ad altissimo livello, ha saputo tenere compatto un gruppo che conosce bene e che ha continuato a garantire rendimento anche dopo i cambiamenti estivi. «L’Inter ha vinto due trofei quest’anno, ce li siamo meritati», ha detto il tecnico romeno dopo la partita. «Non è mai scontato vincere Scudetto e Coppa Italia. Siamo felici per quello che abbiamo superato, per i tifosi e per la società». Chivu ha poi sottolineato il lavoro mentale fatto a inizio stagione: «Prima del Mondiale per Club mentalmente non stavano bene, ho cercato di stare vicino agli uomini oltre che ai calciatori». Soddisfatto anche Lautaro Martinez: «Non era semplice ripartire dopo l’anno scorso. Abbiamo fatto una stagione importante a livello di gioco, risultati e prestazioni». Il capitano ha poi difeso il gruppo dalle critiche ricevute durante l’anno: «Si parla sempre dell’Inter, ma noi dobbiamo continuare sulla nostra strada». Dall’altra parte resta la delusione della Lazio, che vede sfumare l’ultimo obiettivo stagionale. Maurizio Sarri, squalificato e assente in panchina, non cerca alibi tecnici: «Abbiamo fatto tutto da soli, gli abbiamo regalato due gol». Poi però il tecnico biancoceleste si scaglia contro la gestione del calendario e il possibile derby di campionato programmato a ridosso degli Internazionali di tennis: «Se fossi il presidente non presenterei nemmeno la squadra. Gli errori clamorosi li ha fatti la Lega Serie A».
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Luciano Darderi festeggia dopo aver vinto contro Rafael Jódar durante il quarto di finale degli Internazionali Bnl d'Italia 2026 al Foro Italico (Getty Images)
Cosa c’è di meglio di una vittoria in rimonta, quando tutti ti davano per spacciato, contro il numero 3 del mondo agli ottavi di un Masters 1000 di casa? Probabilmente solo ripetersi il giorno dopo, nei quarti, in una notte lunga e complicata, superando il nuovo talento spagnolo Rafael Jódar e conquistando la semifinale degli Internazionali d’Italia. Luciano Darderi, 24 anni, continua a spingersi oltre i propri limiti e tiene vivo il sogno di una possibile finale tutta azzurra sulla terra di Roma.
La notte del Foro Italico consegna al ragazzo italo-argentino la prima semifinale in carriera in un Masters 1000. Un traguardo che arriva al termine di una partita lunga, sporca, spezzata da interruzioni e ribaltamenti continui, chiusa dopo oltre tre ore contro il baby fenomeno spagnolo con il punteggio di 7-6, 5-7, 6-0. Un match iniziato in ritardo per la pioggia e poi ulteriormente complicato da un episodio singolare: la sospensione temporanea dovuta al fumo proveniente dai festeggiamenti allo Stadio Olimpico per la finale di Coppa Italia vinta dall'Inter, che ha reso l’aria irrespirabile e mandato in tilt alcune componenti del sistema elettronico di chiamata.
Dentro questa cornice anomala, Darderi ha dovuto prima reggere l’urto mentale e poi trovare le energie per venire fuori alla distanza. Il primo set si è deciso al tie-break, dopo una fase iniziale equilibrata e con continui cambi di inerzia. L’azzurro era anche andato avanti di un break, poi recuperato dallo spagnolo. Nel gioco decisivo, Darderi ha rimontato uno svantaggio importante, ribaltando il 2-5 fino al 7-5 finale. Nel secondo set l’andamento si è capovolto. Darderi ha avuto anche due palle match, ma non è riuscito a chiudere. Jódar ne ha approfittato, ha alzato il livello negli scambi lunghi e ha portato a casa il parziale 7-5, rimettendo tutto in equilibrio. La risposta dell’italiano, però, è stata netta. Nel terzo set non c’è stata partita: break immediato, pressione costante e Jódar progressivamente scarico, anche fisicamente. Il 6-0 finale fotografa una frazione in cui Darderi ha preso completamente il controllo, spinto anche da un Centrale rimasto fino a notte fonda.
Il dato più rilevante è la gestione dei momenti chiave. Dopo aver eliminato Alexander Zverev agli ottavi in rimonta, Darderi si è ripetuto contro un avversario diverso per caratteristiche ma altrettanto pericoloso, confermando una crescita anche sul piano della tenuta mentale nei passaggi decisivi. Con questo risultato, l’azzurro entra per la prima volta tra i migliori quattro di un Masters 1000 e diventa uno degli otto italiani dell’era Open a raggiungere la semifinale a Roma. Ora lo attende Casper Ruud, in una sfida che definirà il lato alto del tabellone. Dall’altra parte, infatti, continua a prendere forma il sogno di una finale tutta italiana che coinvolge anche Jannik Sinner, ancora in corsa nella parte opposta del draw e in campo oggi alle 13 contro Andrej Rublev. Ma per Darderi, per ora, il discorso resta più immediato: una semifinale conquistata nel modo più logorante possibile, in una notte in cui Roma ha chiesto tutto e lui ha risposto fino all’ultimo punto. Con tanto di dedica scritta con il pennarello sulla lente della telecamera: «Roma ti amo».
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Il presidente della Lega di Serie A Ezio Simonelli (Ansa)
E a farne le spese, tanto per cambiare, sono i tifosi di calcio, già frastornati dagli insuccessi della Nazionale e, al momento in cui questo giornale va in stampa, ancora senza informazioni su quando si disputerà il derby Roma-Lazio, dopo 48 ore di rimpiattino tra Lega Serie A, Prefettura di Roma e Federtennis, attore incolpevole ma chiamato in causa obtorto collo. Ma il problema non riguarda solo il derby. A Roma-Lazio si deve per forza abbinare il pacchetto di sfide Pisa-Napoli, Juventus-Fiorentina Genoa-Milan e Como-Parma nel medesimo orario. Sono match che coinvolgono compagini impegnate nel conquistarsi un posto in Champions League e il regolamento specifica come negli ultimi due turni di stagione sia obbligatorio che le squadre impegnate a conseguire gli stessi obiettivi scendano in campo agli stessi orari. Solo che nessuno aveva considerato la concomitanza della finale degli Internazionali di tennis. Per evitare incidenti analoghi alla guerriglia urbana tra tifosi dell’aprile 2025, in cui rimasero contusi 14 agenti, il Viminale aveva vietato alle due formazioni di affrontarsi in orario serale, impedendo una collocazione della partita alle 20.45 di domenica.
La Lega di Serie A aveva proposto di disputare le sfide alle 12.30, vale a dire nel cosiddetto orario di «lunch match», incontrando però il diniego della Prefettura e della questura di Roma: «Siamo attrezzati per gestire qualsiasi cosa, anche eventi difficili in concomitanza, ma sarebbe più sensato non far giocare un derby nello stesso giorno degli Internazionali di tennis, oggi diventati un evento mondiale di pari importanza», era stata la motivazione, seguita da una nota che ufficializzava lo slittamento del derby a lunedì alle 20.45, in orario sì serale, ma il giorno dopo rispetto all’evento tennistico. Decisione però rifiutata dalla Lega di Serie A. Piccolo particolare: la sovrapposizione potenziale dei due eventi, quello di pallone e quello di tennis, era nota già da tempo, ma nessuno si è preoccupato di prendere le logiche contromisure. La pezza che salvasse capra, cavoli e palinsesti televisivi (non bisogna dimenticare il ruolo decisivo degli editori tv che detengono i diritti sulle partite di calcio) trovata dalla Lega era spostare la lancetta degli orologi di mezz’ora avanti e di mezz’ora indietro: derby domenica alle 12 insieme con le altre quattro partite abbinate, finale del Foro Italico alle 17, per consentire lo svolgimento autonomo delle due manifestazioni e un controllo adeguato dell’ordine pubblico. «Abbiamo sbagliato, ma chiediamo di venirci incontro», ha dichiarato il presidente di Lega Ezio Simonelli, «Forse non è stato tenuto conto del fatto che il rinvio del derby coinvolgesse altre quattro città e 300.000 tifosi. Alla luce di questo, dando noi disponibilità ad anticipare di mezz’ora, mi auguro che la stessa disponibilità la dia la Federtennis nel posticipare». Continuando: «Prendiamo atto della decisione del Prefetto di far giocare il derby e le altre quattro partite lunedì sera, ma non la condividiamo. Abbiamo fatto una proposta formale al Viminale per trovare una soluzione. Se non dovessimo trovarla, presenteremo ricorso al Tar».
Il ricorso al Tar peraltro sta diventando sport nazionale al pari del pallone. Al caos organizzativo si è poi aggiunta la finaIe di Coppa Italia tra Lazio e Inter di ieri, che ha reso impervie le comunicazioni tra i protagonisti della vicenda, non consentendo ancora una soluzione. La faccenda è spinosa: giocare le partite di lunedì sera comporterebbe uno stravolgimento impraticabile per molti tifosi che non riuscirebbero a sostenere un viaggio in trasferta in un giorno feriale. La petizione di alcuni gruppi ultras che circola da marzo per un calcio «più giusto e popolare» è anche una reazione a pasticci del genere: «Vogliamo dire basta al calcio con orari spezzatino, subordinato a decisioni dell’ultimo minuto», sostengono i tifosi. Il numero uno del Coni Giovanni Malagò ha stigmatizzato la vicenda con una stilettata ovattata: «Non ho alcuna carica o ruolo per parlare dell’argomento. Mi auguro che possano trovare una soluzione in grado di accontentare tutti. Non è certo una bella cosa questa diatriba». Bella non lo è, e al momento una soluzione ufficiale non c’è ancora. Ma la diatriba aiuta a comprendere sia il significato autentico dell’espressione «decidere in zona Cesarini», sia il motivo per cui il calcio italiano è prigioniero di sé stesso, forse troppo occupato a pensare ai ricorsi al Tar e poco ai ricorsi (e ai corsi) della sua travagliata storia recente.
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