L’atteso rapporto della Corte dei conti dell’Unione europea sulla strategia della Commissione per i materiali critici non delude le attese e rappresenta una sonora bocciatura dell’operato di Ursula von der Leyen. L’Ue rischia di restare a corto di materie prime per le energie da fonti rinnovabili, dice la Corte con sede in Lussemburgo nel comunicato stampa che accompagna il rapporto. Ottantadue pagine severissime nei contenuti.
In sintesi, la strategia Ue fa acqua da tutte le parti. La Corte fa una lunga serie di rilievi, a partire dal fatto che gli elenchi di materiali critici dell’Ue individuano sì le materie prime critiche (34), ma i dati, le proiezioni e la metodologia sottostanti presentano carenze. Nella strategia dell’Unione non vi è alcuna giustificazione del modo in cui sono stati stabiliti i valori-obiettivo di diversificazione, estrazione, trasformazione e riciclo proposti dalla Commissione. Non vi sono indicazioni su come o in che misura il conseguimento dei valori-obiettivo contribuisca agli obiettivi dell’Ue in materia di energie rinnovabili. Questa non è una novità: quando si parla degli interventi dell’Ue nell’industria ci sono i precedenti catastrofici del Green deal e dell’obbligo di auto elettrica dal 2035.
L’effetto dei finanziamenti erogati dall’Ue sull’approvvigionamento di materie prime critiche, poi, non è affatto chiaro. Si stanno mettendo soldi sì, ma non si sa bene come e dove.
Le informazioni sulle iniziative e sui progetti relativi alle materie prime critiche finanziate dall’Ue sono distribuite in maniera frammentata tra più direzioni generali della Commissione. La Corte ha riscontrato che non è possibile tracciare adeguatamente i risultati e anche che la Commissione non ha analizzato gli effetti delle iniziative sull’approvvigionamento dell’Ue. Perché? Perché il quadro finanziario pluriennale 2021-2027 non definisce le materie prime critiche come una priorità. Imperdonabile, considerato che la Cina sta costruendo posizioni strategiche sulle materie prime critiche e che gli Stati Uniti stanno lavorando alacremente sul dossier.
Ma non è tutto. Gli sforzi di diversificazione delle importazioni devono ancora produrre risultati tangibili, stabilito che l’Ue dipende quasi totalmente dall’estero per tali materiali (per dieci di questi la dipendenza è al 100%). I recenti accordi tra l’Ue e paesi come Cile, Messico, Nuova Zelanda e Regno Unito contengono capitoli specifici sulle materie prime, ma la Commissione non è in grado di dimostrare al momento che tali accordi di libero scambio abbiano contribuito ad aumentare l’approvvigionamento di materie prime critiche nell’Ue.
Ancora: ostacoli di natura finanziaria, giuridica e amministrativa intralciano i progressi nella produzione nazionale, le attività di esplorazione sono poco sviluppate e rischiose, il processo di trasformazione delle materie prime risente della mancanza di tecnologia e della diminuzione del numero di impianti in Ue.
Del resto, gli impianti di trattamento delle materie prime sono energivori e soprattutto inquinanti. I costi per minimizzare l’impronta ambientale di questi stabilimenti sono molto alti in Europa, ed è per questo che tali attività sono state delocalizzate in Cina, che dispone di ampie aree in cui nessuno si lamenta dell’impatto sull’ambiente. Ora però questa attività è strategica e l’Ue si trova scoperta. L’obiettivo del 40% di materiale trasformato in Ue è lontanissimo e l’autogol regolatorio della Ue sulle miniere è piuttosto clamoroso: la direttiva sulle acque e quella Natura 2000 allungano i tempi dei progetti minerari, richiedendo autorizzazioni ambientali stringenti. In media, ci vogliono 10-15 anni in Ue per far partire una miniera, con punte di 20 anni (e 30 anni in Svezia).
Il regolamento sulle materie prime critiche prevede che almeno il 25 % del consumo di materie prime strategiche dell’Ue provenga da fonti riciclate entro il 2030. Ma oggi sette dei ventisei materiali necessari alla transizione energetica hanno tassi di riciclo compresi tra l’1% e il 5%, mentre 10 di essi non sono riciclati affatto. Il riciclo per molti dei materiali non è economicamente giustificabile e richiederebbe sussidi.
Insomma, certifica la Corte, la Ue si è imbarcata nell’industria green senza preoccuparsi della disponibilità delle materie prime necessarie ed ora è in grave ritardo, un ritardo impossibile da recuperare. La Cina domina il settore e fa leva sulla propria posizione di quasi-monopolista in molti dei mercati delle materie prime, ad esempio imponendo restrizioni all’export di materie prime. L’Ue resta insomma ancora totalmente dipendente dall’estero per la propria politica industriale.
Intanto Donald Trump sta per lanciare una riserva strategica di minerali critici, con 12 miliardi di dollari di capitale, per proteggere i produttori dagli shock dell’offerta mentre gli Stati Uniti lavorano in tutto il mondo per ridurre la propria dipendenza dalla Cina per terre rare e altri materiali. L’iniziativa Project Vault convoglierà 1,67 miliardi di dollari di capitale privato e un prestito di 10 miliardi di dollari dalla Us Export-Import Bank, per l’acquisto e lo stoccaggio dei minerali per case automobilistiche e aziende tecnologiche. Domani a Washington si terrà il primo Critical Minerals Summit, convocato dal Segretario di stato Marco Rubio, con la presenza di circa 20 paesi tra cui l’Italia, per potenziare le catene di approvvigionamento non cinesi, sostenendo i prezzi e gli investimenti.
Differenza tra un governo politico, quello americano, che risponde democraticamente agli elettori, e un pugno di funzionari non eletti, quelli di Bruxelles, senza responsabilità politica e senza alcuna cognizione.











