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2020-10-13
Mascherine in casa e scure sulle feste. Le nuove restrizioni sono un delirio
Ansa
«Se proprio questa curva dovesse continuare a risalire prevedo qualche lockdown molto circoscritto territorialmente, ma non siamo più nella condizione di intervenire in modo generalizzato sul territorio nazionale o su ampie aree del territorio»: Giuseppe Conte esclude l'ipotesi di un nuovo lockdown nazionale, e ci mancherebbe altro, con un'economia italiana già in ginocchio. La giornata di ieri, in attesa del varo del nuovo Dpcm sul coronavirus, trascorre tra una riunione e una indiscrezione, una smentita e una smentita della smentita. Il premier Conte riunisce intorno alle 18, in videoconferenza, la cabina di regia tra governo, Regioni, Province e Comuni, insieme ai ministri agli Affari regionali, Francesco Boccia, e alla Salute, Roberto Speranza, prima di incontrare di nuovo il Comitato tecnico scientifico e poi i capidelegazione dei partiti di maggioranza (le Regioni avrebbero chiesto al governo 24 ore per visionare e ragionare sul nuovo Dpcm).
I pilastri fondamentali della strategia di contrasto alla seconda ondata saranno, per ora, l'obbligo della mascherina anche all'aperto per l'intera giornata, tranne per chi si dedica al jogging e al footing; la chiusura di bar, pub e ristoranti alle 24 e lo stop della vendita delle bevande da asporto alle 21 per evitare assembramenti in piedi all'esterno dei locali; la chiusura alle 21 dei locali senza servizio al tavolo; la spinta allo smart working; un tetto massimo 30 invitati per quel che riguarda le feste per matrimoni, battesimi, prime comunioni e cresime; lo stop agli sport amatoriali da contatto come calcetto, basket e pallavolo, ma non per quel che riguarda i campionati agonistici.
I limiti alle feste e agli incontri conviviali nelle abitazioni private fanno discutere. «Proveremo a incidere», ha spiegato a Che tempo che fa il ministro della Salute, Speranza, «su alcuni pezzi della vita delle persone che consideriamo non essenziali. Io ho proposto che vengano vietate tutte le feste, che in questo possono essere evitate». Ok, e chi controlla se qualcuno organizza una festicciola in casa propria per la comunione di sua figlia? «Quando c'è una norma», ha risposto Speranza, «questa va rispettata e gli italiani hanno dimostrato di non aver bisogno di un carabiniere o di un poliziotto a controllarli personalmente. Ma è chiaro che aumenteremo i controlli, ci saranno le segnalazioni». Avete letto bene: le segnalazioni. Eppure l'articolo 14 della Costituzione, che non ci risulta sia stato ancora abrogato, recita così: «Il domicilio è inviolabile. Non vi si possono eseguire ispezioni o perquisizioni o sequestri, se non nei casi e modi stabiliti dalla legge secondo le garanzie prescritte per la tutela della libertà personale». Per sgominare gli spacciatori di fette di torta ci vuole un mandato di un giudice, non basta (per fortuna) la telefonata della vicina. «Gli accertamenti e le ispezioni», prosegue l'articolo 14 della Carta, «per motivi di sanità e di incolumità pubblica o a fini economici e fiscali sono regolati da leggi speciali». Considerato che un Dpcm non è una legge speciale, come può essere ad esempio una norma antiterrorismo, questa follia delle «spiate» non farà altro che ingolfare i centralini delle forze dell'ordine, che di cose serie da fare, ne hanno già in sovrabbondanza. «Nel Dpcm», ha aggiunto Conte, «inseriremo una forte raccomandazione sulle mascherine all'interno delle abitazioni private in presenze di persone non conviventi. Vogliamo dare il messaggio che se si ricevono persone non conviventi anche in casa bisogna usare la mascherina». Il concetto di «ricevere persone non conviventi» andrebbe studiato in filosofia teoretica: se sono conviventi, come fanno e essere ricevute in casa? Non si sa: quello che si sa è che il governo sembra in preda alla confusione più totale, tanto più che ieri sera è circolata pure l'ipotesi di limitare a sei il numero di persone ammesse alle feste in casa, attraverso una «raccomandazione», sostanzialmente una moral suasion.
Non c'è pace neanche per la scuola. Ieri è emersa l'ipotesi di dire stop a gite scolastiche, attività didattiche fuori sede e gemellaggi. E nel confronto con le Regioni si è anche parlato di prevedere la didattica a distanza per gli studenti delle scuole superiori. E vogliamo parlare delle cerimonie, dai matrimoni ai battesimi? Il tetto di partecipanti previsto è di 30 persone: in alcune zone d'Italia, questa cifra si raggiunge soltanto tra fotografi, truccatori e parrucchieri. Limitare la partecipazione a un matrimonio a 30 persone significa far morire letteralmente di fame ristoratori, wedding planner, servizi di catering, proprietari di ville adibite a sala cerimonie. Come prevede il governo di ristorare i ristoratori? Emettendo Conte-bond? Follia totale, così come folle è ridurre sul lastrico i gestori dei campi di calcetto, mentre si lascia tranquillamente che i mezzi pubblici siano affollati come sempre. Infine, un accenno alle smentite sulle ipotesi in circolazione che ieri sono piovute dall'ufficio stampa della Presidenza del consiglio. Ipotesi messe in circolazione, naturalmente, dagli stessi ministri. Altro che «fake news», qui l'unica cosa «fake» è proprio il governo giallorosso.
Dal turismo al calcetto, ecco chi resta fregato
Per capire la mazzata che il nuovo Dpcm rischia di infliggere ai settori che saranno messi nel mirino, occorre partire dai pesantissimi colpi già assestati agli stessi comparti dal lockdown prolungato dei mesi scorsi.
È Mariano Bella, che guida l'Ufficio studi di Confcommercio, a scattare la fotografia attuale, precedente rispetto al nuovo Dpcm, eppure di per sé impressionante: «Già circa 110 miliardi di ricavi in meno in questo 2020», proiezione coerente con le previsioni di un calo del Pil del 9-10%. Ma attenzione, spiega Bella: «Realisticamente questi dati negativi saranno quasi tutti concentrati in alcuni settori: turismo, ristorazione, convivialità, lo stare insieme». Esattamente i settori che avrebbero dovuto essere indennizzati in modo speciale, insieme al commercio in genere, essendo stati colpiti in modo diretto dalle chiusure: eppure, come si ricorderà, sul complesso dei 100 miliardi stanziati da marzo in poi, il governo ne ha assegnati solo 6 ai contributi a fondo perduto alle imprese, e con una formula cervellotica e al ribasso (appena il 20, o il 15 o il 10% della differenza tra i ricavi di aprile 2020 e quelli di aprile 2019).
«Il governo», spiega Bella, «sta sottovalutando gli effetti di questa situazione. In qualche passaggio mostra di averne contezza, come quando nella Nadef dice che anche nel 2021 bisognerà sostenere i lavoratori dei settori più colpiti dal Covid. Però occorrerebbe pensare non solo ai lavoratori dipendenti, ma pure alle imprese. Già adesso, senza ulteriori restrizioni, la nostra stima è di 270.000 imprese del commercio destinate a chiudere da qui a fine anno».
Ecco, se questa è la fotografia attuale, non è difficile immaginare che gli ulteriori interventi restrittivi progettati su ristoranti, bar, centri sportivi sono destinati ad arrecare il proverbiale colpo di grazia. Ad esempio, in ambito sportivo, sembra certo lo stop al calcetto amatoriale: pur limitando l'intervento alla sfera non agonistica, il riverbero sui circoli sportivi sarà pesante. Quanto alla stretta sui matrimoni (non più di 30 invitati), va ricordato che si stimano circa 80.000 imprese in Italia (oltre 10.000 in Lombardia) direttamente o indirettamente legate alla celebrazione delle nozze, con un giro d'affari annuo stimato in 15 miliardi.
In questo, la dinamica di ciò che può accadere è perfino brutale: se i potenziali ricavi da adesso a fine anno (e oltre) rischiano di essere prossimi al livello dei costi fissi, o addirittura inferiori, la sentenza di morte è quasi scritta. Se si va addirittura più in basso dei costi fissi, uno come fa a reggere? Le stime generalmente ritenute attendibili collocano questi costi fissi nel commercio al dettaglio intorno al 50% del totale dei costi di esercizio, e nella ristorazione e nell'alberghiero intorno al 30.
Intanto, si conferma la logica dei figli e dei figliastri. Nessuna pietà per ristoranti, bar e centri sportivi, mentre ci sarà mano più leggera - fa sapere Dario Franceschini - per cinema e teatri. Il che naturalmente rallegra moltissimo per questi settori, e addolora per quelli che invece non riceveranno uguale clemenza: «Continuo a leggere dichiarazioni o a ricevere appelli del mondo dello spettacolo sulla presunta volontà del governo di ridurre il limite di 200 persone al chiuso e di 1000 all'aperto per spettacoli dal vivo e cinema. Non esiste questo rischio», dice il ministro della Cultura.
Resta il dubbio che i settori colpiti siano quelli con minore visibilità mediatica e meno santi in paradiso (politicamente parlando). E rimangono altre due osservazioni lasciate a verbale alla Verità ancora da Mariano Bella. La prima riguarda ciò «che non vediamo, cioè le imprese non nate: si può stimare un 40% in meno rispetto al 2019». La seconda riguarda un paradosso anche dal punto di vista della sicurezza sanitaria: «Proprio nei locali (negozi, ristoranti, ecc) il rispetto delle distanze è garantito. Dunque, a rigor di logica, il governo dovrebbe incentivare a frequentarli, anziché imporre altre restrizioni».
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Coperture indossate con i non conviventi, «raccomandazione» per i party con un massimo di sei persone Valutato lo stop alle gite scolastiche, tagli alle nozze, locali chiusi alle 24 e «divieto di sosta» fuori dalle 21In arrivo l'ennesima mazzata per l'economia. Ma Dario Franceschini pensa solo ai «compagni» di cinema e teatroLo speciale contiene due articoli«Se proprio questa curva dovesse continuare a risalire prevedo qualche lockdown molto circoscritto territorialmente, ma non siamo più nella condizione di intervenire in modo generalizzato sul territorio nazionale o su ampie aree del territorio»: Giuseppe Conte esclude l'ipotesi di un nuovo lockdown nazionale, e ci mancherebbe altro, con un'economia italiana già in ginocchio. La giornata di ieri, in attesa del varo del nuovo Dpcm sul coronavirus, trascorre tra una riunione e una indiscrezione, una smentita e una smentita della smentita. Il premier Conte riunisce intorno alle 18, in videoconferenza, la cabina di regia tra governo, Regioni, Province e Comuni, insieme ai ministri agli Affari regionali, Francesco Boccia, e alla Salute, Roberto Speranza, prima di incontrare di nuovo il Comitato tecnico scientifico e poi i capidelegazione dei partiti di maggioranza (le Regioni avrebbero chiesto al governo 24 ore per visionare e ragionare sul nuovo Dpcm). I pilastri fondamentali della strategia di contrasto alla seconda ondata saranno, per ora, l'obbligo della mascherina anche all'aperto per l'intera giornata, tranne per chi si dedica al jogging e al footing; la chiusura di bar, pub e ristoranti alle 24 e lo stop della vendita delle bevande da asporto alle 21 per evitare assembramenti in piedi all'esterno dei locali; la chiusura alle 21 dei locali senza servizio al tavolo; la spinta allo smart working; un tetto massimo 30 invitati per quel che riguarda le feste per matrimoni, battesimi, prime comunioni e cresime; lo stop agli sport amatoriali da contatto come calcetto, basket e pallavolo, ma non per quel che riguarda i campionati agonistici.I limiti alle feste e agli incontri conviviali nelle abitazioni private fanno discutere. «Proveremo a incidere», ha spiegato a Che tempo che fa il ministro della Salute, Speranza, «su alcuni pezzi della vita delle persone che consideriamo non essenziali. Io ho proposto che vengano vietate tutte le feste, che in questo possono essere evitate». Ok, e chi controlla se qualcuno organizza una festicciola in casa propria per la comunione di sua figlia? «Quando c'è una norma», ha risposto Speranza, «questa va rispettata e gli italiani hanno dimostrato di non aver bisogno di un carabiniere o di un poliziotto a controllarli personalmente. Ma è chiaro che aumenteremo i controlli, ci saranno le segnalazioni». Avete letto bene: le segnalazioni. Eppure l'articolo 14 della Costituzione, che non ci risulta sia stato ancora abrogato, recita così: «Il domicilio è inviolabile. Non vi si possono eseguire ispezioni o perquisizioni o sequestri, se non nei casi e modi stabiliti dalla legge secondo le garanzie prescritte per la tutela della libertà personale». Per sgominare gli spacciatori di fette di torta ci vuole un mandato di un giudice, non basta (per fortuna) la telefonata della vicina. «Gli accertamenti e le ispezioni», prosegue l'articolo 14 della Carta, «per motivi di sanità e di incolumità pubblica o a fini economici e fiscali sono regolati da leggi speciali». Considerato che un Dpcm non è una legge speciale, come può essere ad esempio una norma antiterrorismo, questa follia delle «spiate» non farà altro che ingolfare i centralini delle forze dell'ordine, che di cose serie da fare, ne hanno già in sovrabbondanza. «Nel Dpcm», ha aggiunto Conte, «inseriremo una forte raccomandazione sulle mascherine all'interno delle abitazioni private in presenze di persone non conviventi. Vogliamo dare il messaggio che se si ricevono persone non conviventi anche in casa bisogna usare la mascherina». Il concetto di «ricevere persone non conviventi» andrebbe studiato in filosofia teoretica: se sono conviventi, come fanno e essere ricevute in casa? Non si sa: quello che si sa è che il governo sembra in preda alla confusione più totale, tanto più che ieri sera è circolata pure l'ipotesi di limitare a sei il numero di persone ammesse alle feste in casa, attraverso una «raccomandazione», sostanzialmente una moral suasion. Non c'è pace neanche per la scuola. Ieri è emersa l'ipotesi di dire stop a gite scolastiche, attività didattiche fuori sede e gemellaggi. E nel confronto con le Regioni si è anche parlato di prevedere la didattica a distanza per gli studenti delle scuole superiori. E vogliamo parlare delle cerimonie, dai matrimoni ai battesimi? Il tetto di partecipanti previsto è di 30 persone: in alcune zone d'Italia, questa cifra si raggiunge soltanto tra fotografi, truccatori e parrucchieri. Limitare la partecipazione a un matrimonio a 30 persone significa far morire letteralmente di fame ristoratori, wedding planner, servizi di catering, proprietari di ville adibite a sala cerimonie. Come prevede il governo di ristorare i ristoratori? Emettendo Conte-bond? Follia totale, così come folle è ridurre sul lastrico i gestori dei campi di calcetto, mentre si lascia tranquillamente che i mezzi pubblici siano affollati come sempre. Infine, un accenno alle smentite sulle ipotesi in circolazione che ieri sono piovute dall'ufficio stampa della Presidenza del consiglio. Ipotesi messe in circolazione, naturalmente, dagli stessi ministri. Altro che «fake news», qui l'unica cosa «fake» è proprio il governo giallorosso. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/mascherine-in-casa-e-scure-sulle-feste-le-nuove-restrizioni-sono-un-delirio-2648180838.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="dal-turismo-al-calcetto-ecco-chi-resta-fregato" data-post-id="2648180838" data-published-at="1602539134" data-use-pagination="False"> Dal turismo al calcetto, ecco chi resta fregato Per capire la mazzata che il nuovo Dpcm rischia di infliggere ai settori che saranno messi nel mirino, occorre partire dai pesantissimi colpi già assestati agli stessi comparti dal lockdown prolungato dei mesi scorsi. È Mariano Bella, che guida l'Ufficio studi di Confcommercio, a scattare la fotografia attuale, precedente rispetto al nuovo Dpcm, eppure di per sé impressionante: «Già circa 110 miliardi di ricavi in meno in questo 2020», proiezione coerente con le previsioni di un calo del Pil del 9-10%. Ma attenzione, spiega Bella: «Realisticamente questi dati negativi saranno quasi tutti concentrati in alcuni settori: turismo, ristorazione, convivialità, lo stare insieme». Esattamente i settori che avrebbero dovuto essere indennizzati in modo speciale, insieme al commercio in genere, essendo stati colpiti in modo diretto dalle chiusure: eppure, come si ricorderà, sul complesso dei 100 miliardi stanziati da marzo in poi, il governo ne ha assegnati solo 6 ai contributi a fondo perduto alle imprese, e con una formula cervellotica e al ribasso (appena il 20, o il 15 o il 10% della differenza tra i ricavi di aprile 2020 e quelli di aprile 2019). «Il governo», spiega Bella, «sta sottovalutando gli effetti di questa situazione. In qualche passaggio mostra di averne contezza, come quando nella Nadef dice che anche nel 2021 bisognerà sostenere i lavoratori dei settori più colpiti dal Covid. Però occorrerebbe pensare non solo ai lavoratori dipendenti, ma pure alle imprese. Già adesso, senza ulteriori restrizioni, la nostra stima è di 270.000 imprese del commercio destinate a chiudere da qui a fine anno». Ecco, se questa è la fotografia attuale, non è difficile immaginare che gli ulteriori interventi restrittivi progettati su ristoranti, bar, centri sportivi sono destinati ad arrecare il proverbiale colpo di grazia. Ad esempio, in ambito sportivo, sembra certo lo stop al calcetto amatoriale: pur limitando l'intervento alla sfera non agonistica, il riverbero sui circoli sportivi sarà pesante. Quanto alla stretta sui matrimoni (non più di 30 invitati), va ricordato che si stimano circa 80.000 imprese in Italia (oltre 10.000 in Lombardia) direttamente o indirettamente legate alla celebrazione delle nozze, con un giro d'affari annuo stimato in 15 miliardi. In questo, la dinamica di ciò che può accadere è perfino brutale: se i potenziali ricavi da adesso a fine anno (e oltre) rischiano di essere prossimi al livello dei costi fissi, o addirittura inferiori, la sentenza di morte è quasi scritta. Se si va addirittura più in basso dei costi fissi, uno come fa a reggere? Le stime generalmente ritenute attendibili collocano questi costi fissi nel commercio al dettaglio intorno al 50% del totale dei costi di esercizio, e nella ristorazione e nell'alberghiero intorno al 30. Intanto, si conferma la logica dei figli e dei figliastri. Nessuna pietà per ristoranti, bar e centri sportivi, mentre ci sarà mano più leggera - fa sapere Dario Franceschini - per cinema e teatri. Il che naturalmente rallegra moltissimo per questi settori, e addolora per quelli che invece non riceveranno uguale clemenza: «Continuo a leggere dichiarazioni o a ricevere appelli del mondo dello spettacolo sulla presunta volontà del governo di ridurre il limite di 200 persone al chiuso e di 1000 all'aperto per spettacoli dal vivo e cinema. Non esiste questo rischio», dice il ministro della Cultura. Resta il dubbio che i settori colpiti siano quelli con minore visibilità mediatica e meno santi in paradiso (politicamente parlando). E rimangono altre due osservazioni lasciate a verbale alla Verità ancora da Mariano Bella. La prima riguarda ciò «che non vediamo, cioè le imprese non nate: si può stimare un 40% in meno rispetto al 2019». La seconda riguarda un paradosso anche dal punto di vista della sicurezza sanitaria: «Proprio nei locali (negozi, ristoranti, ecc) il rispetto delle distanze è garantito. Dunque, a rigor di logica, il governo dovrebbe incentivare a frequentarli, anziché imporre altre restrizioni».
Trevaillon (Ansa)
Perché il mondo progressista e una parte del mondo cattolico non hanno colto la potente spinta innovativa e valoriale della sfida off grid di Nathan e Catherine, limitandosi a una generica solidarietà umana e sostenendo la deriva giudiziaria di una faccenda che, nel sentire degli italiani, appare come uno strappo troppo doloroso? Perché il mondo degli intellettuali ha sottovalutato la portata rivoluzionaria del laboratorio off grid della famiglia Trevallion-Birmimgham (già i cognomi sono due perché qui proprio il patriarcato non c’è)? Provo a riassumere la sfida off grid di Nathan e Catherine e ditemi se questo non è un programma politico progressista e francescano.
Nei tanti colloqui con Nathan e Catherine, ho ricostruito la loro straordinaria storia di viandanti inquieti del mondo. Non hanno nascosto le contraddizioni, le incompiutezze, le difficoltà e la consapevolezza che questo percorso non è affatto concluso. Ma la meta del percorso è ben definita: il pacifismo estremo e la rinuncia al conflitto come forma di autoaffermazione, l’ambientalismo radicale vissuto in prima persona e senza proclami, la ricerca dell’armonia e del rispetto totale della natura, la lotta allo spreco delle risorse e dell’acqua, la totale rinuncia allo sfruttamento della Terra, la scelta di costruire relazioni compassionevoli e non giudicanti, l’unità della famiglia, l’amore per i figli, il digital detox e la rinuncia a modelli educativi fondati sullo schema giudizio-punizione-ricompensa, la non sottomissione alla schiavitù del danaro, del profitto, dell’effimero e del successo, l’aiuto reciproco, la ricchezza dei legami e delle relazioni, la cooperazione, la consapevolezza informata, la libertà di scelta e l’assecondare le inclinazioni e i talenti dei figli, la totale uguaglianza nell’educazione di maschi e femmine senza distinzione del genere, la spiritualità e la scintilla del divino.
Ecco, questa è la sfida. Catherine e Nathan hanno scelto questa meta e la loro vita familiare era, prima dell’intervento clamoroso dei servizi sociali, un laboratorio, ancora imperfetto, ma un laboratorio coraggioso verso una nuova umanità, verso quella meta che abbiamo appena sintetizzato. Un laboratorio che andava rispettato, compreso, sostenuto, incoraggiato e accompagnato. Un laboratorio per nulla improvvisato. Se la loro straordinaria storia fosse stata ascoltata, avremmo difeso quel laboratorio. Non vi sembra che questo laboratorio abbia la potenzialità di sfidare la nostra società tecnocratica, ingiusta e diseguale, narcisistica e schiava dell’esteriorità, sottomessa al dio danaro e clamorosamente fondata sul censo, crudele e bullizzante e per niente compassionevole, incessante e veloce senza alcun rispetto dell’armonia della natura, surriscaldata, ignorante e in guerra permanente?
Perché il mondo progressista, cattolico e intellettuale ha fatto finta di non capire che per lo sviluppo di un bimbo sano, consapevole e dotato di pensiero critico il laboratorio di Nathan e Catherine sarebbe stato una sfida da accogliere? Perché abbiamo fatto finta di non capire che questa sfida avrebbe necessitato di altre risposte, non giudiziarie?
I bambini hanno diritto innanzitutto a essere amati. Sì, anche all’istruzione: ma questa sfida mette in discussione la nostra scuola, che è diventata un ambiente pericoloso e bullizzante. Siamo sicuri che la nostra scuola davvero garantisca istruzione e pensiero critico? Sì, hanno diritto anche alla socializzazione, ma questa sfida mette in discussione la crudeltà dei coltelli, delle bande dei minorenni, del bullismo e della dipendenza social. Al di là della vicenda giudiziaria e della rituale fiducia nelle istituzioni, non pensate che sia giusto rivalutare la portata della sfida off grid o va bene soffocarla nelle relazioni del servizio sociale o nelle ordinanze del Tribunale?
Psichiatra e consulente della famiglia del bosco
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L’ultima «lagnanza» è partita da Roberto Gualtieri. Poverino, c’è da capirlo. I turisti nella Capitale crescono (+3% anche nel primo quadrimestre del 2026) e il sindaco, già ministro dell’Economia dem, non sa che pesci prendere per garantire servizi, strutture e ordine pubblico adeguato. Quindi? «Proporremo al ministro Mazzi (del Turismo)», ha spiegato qualche ore fa, «di avere una maggiore modulazione e autonomia per esempio sulla tassa di soggiorno». Viene da chiedersi: ma perché? Quanto paga oggi «un forestiero» che vuol dormire una notte a Roma? Le tariffe variano e passano dai 10 euro degli alberghi a 5 Stelle per arrivare ai 4 euro degli hotel a 1 e 2 stelle con una forchetta che oscilla leggermente più in basso per le strutture non alberghiere. Non poco se consideriamo che tra le città d’arte Roma svetta per incassi: ben 288 milioni nel 2025 con un trend, parola del primo cittadino, destinato a lievitare.
Così come cresce il tendenziale in un’altra città governata dal centrosinistra: Milano. Nella capitale finanziaria del Paese, anche per effetto dei continui rialzi, il bottino 2025 ha sfiorato il tetto dei 110 milioni (109,3 milioni, +43%) e si stima che nell’anno in corso si possa raggiungere quota 113,5 milioni. Ma pure sui Navigli, Beppe Sala, il sindaco uscente di centrosinistra, chiede di più. «È profondamente ingiusto», ha rimarcato, «che Roma, Firenze, Venezia abbiano una tassa più alta di Milano». Quindi? Oggi Milano ha una deroga per le Olimpiadi invernali - tassa di soggiorno più alta fino alla fine dell’anno visto l’extra-impegno per i Giochi invernali - e l’ex uomo Expo vuole che l’eccezione diventi strutturale. Come se ci fosse un’Olimpiade all’anno.
Il punto è che al terzo posto della classifica (i dati sono dell’Osservatorio nazionale di Jfc) c’è Firenze, che nonostante il + 8% a 82,7 milioni, è stata scavalcata dalla tumultuosa corsa del capoluogo lombardo. E che se guardiamo alle altre città che non molti mesi fa hanno deciso di metter mano (aumentandola ovviamente) all’imposta, troviamo tante amministrazioni rosse. Da Napoli a Torino fino ad arrivare a Perugia, Livorno e Salerno. Chiariamoci, il fenomeno è molto legato ai centri turistici ed è fondamentalmente bipartisan, basti pensare a Venezia, Imperia, Trieste e Lecce. Ma la pervicacia con la quale i sindaci di sinistra fanno a gara per incrementare l’imposta non ha uguali.
Del resto, in soli 5 anni il gettito è passato dai 628 milioni di euro del 2022 a più di 1,2 miliardi di stima per il 2026. Perché la tendenza è duplice: da una parte crescono i comuni tassatori e dall’altra quelli che già prevedevano l’imposta l’hanno incrementata. Lo stesso osservatorio nazionale Jfc di cui sopra ci dice che a fine anno il balzello sarà operativo in 1.411 comuni con ben 24 nuove entrate. E che la situazione stia sfuggendo di mano lo dimostra un altro dato che gli autori dello studio hanno evidenziato. Molti primi cittadini, e qui la tendenza appare davvero bipartisan, ammettono di voler usare gli incassi per la spesa corrente che spesso ha poco o nulla a che fare con il turismo.
Poi c’è un altro fenomeno che spesso va a braccetto con l’imposta di soggiorno. La corsa a mettere paletti agli affitti brevi. Agli Airbnb che deturperebbero l’humus delle città. E qui l’ideologia di sinistra prende il sopravvento. Perché che ci sia un problema di overtourism nei centri d’arte è fuor di dubbio, ma che questo porti a individuare negli affitti brevi il nemico numero uno da eliminare, con l’amministrazione dem di Firenze che ha bandito nuove locazioni anche in periferia, sembra paradossale.
Il problema è che l’esempio di Firenze sta facendo proseliti. Nei paesi vicini (la sindaca piddina di Scandicci vuole introdurre dei tetti e al Mugello ci stanno pensando) e nelle grandi città lontane. Bologna in primis, poi Napoli, ma soprattutto Roma. Con Gualtieri che è stato molto chiaro. «Serve una legge per regolamentare il settore extralberghiero», ha spiegato, «che consenta di migliorare questo settore e di evitare fenomeni negativi come quelli dello spopolamento. Dobbiamo introdurre dei limiti di concentrazione perché se si svuota il centro poi chiudono i negozi e peggiora la qualità della vita dei romani e anche degli stessi turisti che vogliono venire in Italia».
Principi di buon senso. Il problema è che quando la sinistra li mette in pratica spesso si materializzano in provvedimenti illiberali.
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Elon Musk (Ansa)
Ieri SpaceX ha debuttato contemporaneamente al Nasdaq e al nuovo listino del Texas, una prima assoluta per i mercati americani. Lo ha fatto con numeri che fino a pochi anni fa sarebbero sembrati fantascienza. L’offerta ha attribuito alla società spaziale una valutazione iniziale di 1.780 miliardi di dollari, la più alta mai registrata per una quotazione. Vuol dire che la società di Musk vale quanto il Pil annuale dell’Italia. Gli investitori istituzionali e i piccoli risparmiatori si sono letteralmente gettati sull’operazione acquistando 555,6 milioni di azioni collocate a 135 dollari ciascuna. Ma il mercato ha immediatamente deciso che quel prezzo era troppo basso. Nelle prime contrattazioni il titolo è schizzato fino a 175 dollari. E non importa se al momento il gruppo aerospaziale è solo una costosissima promessa: ha un fatturato di 18,7 miliardi e ne perde 4,9. Ma Wall Street voleva SpaceX a qualunque costo.
Il principale beneficiario dell’entusiasmo è stato naturalmente Elon Musk. Già uomo più ricco del pianeta prima della quotazione, con un patrimonio stimato da Forbes in 981 miliardi di dollari, il fondatore della società è diventato il primo individuo della storia a superare la soglia psicologica dei 1.000 miliardi. Vuol dire che da solo vale metà del Pil dell’Italia. Un traguardo che fino a ieri apparteneva alla categoria delle fantasie futuristiche. La raccolta complessiva dell’offerta ha sfiorato i 75 miliardi di dollari, altro record assoluto. Ma sarebbe un errore leggere questa operazione soltanto come una gigantesca operazione di Borsa.
Per Musk il mercato azionario rappresenta soprattutto un gigantesco serbatoio di capitale per alimentare la sua vera ossessione: Marte. Perché, come emerge dai documenti societari, una parte della futura remunerazione del fondatore è legata a un obiettivo che nessun consiglio di amministrazione aveva mai osato scrivere. Non fatturato. Non utili. Non dividendi. Una colonia permanente di almeno un milione di persone su Marte. In pratica, mentre i manager tradizionali sono premiati se aumentano i margini operativi, Musk potrà incassare se riuscirà a trasformare Marte in un nuovo continente abitato. È la differenza che passa tra gestire una società e tentare di riscrivere il sistema solare. Durante una conversazione trasmessa sulla piattaforma X con Jamie Dimon, amministratore delegato di JPMorgan, Musk ha raccontato che da circa dieci anni amici, consulenti e banchieri gli ripetevano sempre la stessa frase: «Quota SpaceX». Per anni ha resistito. Ora invece ha cambiato idea. Il motivo è semplice. O meglio: semplice secondo gli standard di Musk. SpaceX intende mettere in orbita 100.000 satelliti Starlink di nuova generazione. Non qualche centinaio. Non qualche migliaio. Centomila. A questo si aggiunge un progetto ancora più ambizioso: la costruzione di grandi data center di Intelligenza artificiale direttamente nello spazio.
Secondo Musk, questa potrebbe diventare una gigantesca fonte di ricavi. Secondo i suoi banchieri, potrebbe soprattutto richiedere una quantità di capitale mai vista prima.
Ecco perché la Borsa è diventata improvvisamente necessaria. Anche dopo la quotazione, grazie a una speciale categoria di azioni con diritti di voto rafforzati, il fondatore manterrà il controllo assoluto delle decisioni strategiche, finanziarie e manageriali. Ma il dettaglio più sorprendente è un altro.
Nei documenti si scopre infatti che l’unica persona che può licenziare Elon Musk dal ruolo di amministratore delegato è... Elon Musk. Per la sua dimensione colossale, SpaceX potrebbe entrare nel Nasdaq 100 (l’élite della Silicon Valley) dopo appena 15 giorni di contrattazione. Sarebbe un passaggio fondamentale perché costringerebbe una miriade di fondi indicizzati ad acquistare automaticamente il titolo.
L’ingresso nello S&P 500 (il listino di eccellenza di Wall Street) richiederà invece tempi più lunghi. Ma dopo aver conquistato lo spazio, superato il trilione personale e realizzato la più grande quotazione della storia, attendere un po’ potrebbe sembrare il problema meno complicato.
Soprattutto per un uomo che non misura il successo in trimestri o in esercizi fiscali. Lo misura in pianeti.
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Ansa
Nel caso di specie si trattava di un provvedimento di proroga disposto senza la fissazione della prescritta udienza camerale e, quindi, senza che all’interessato fosse stata data possibilità di intervenire nel procedimento. Sulla base di tale principio la Corte ha respinto il ricorso che la presidenza del Consiglio dei ministri, unitamente ad altri organi, aveva proposto avverso la sentenza d’appello che, in conferma di quella di primo grado, aveva accolto la richiesta di risarcimento avanzata dall’interessato.
A tale decisione la Corte è pervenuta sull’assunto, nell’essenziale, che i provvedimenti in materia di trattenimento degli stranieri nei Cpr non sono fini a sé stessi ma sono funzionali al risultato finale che dev’essere quello dell’esecuzione dell’espulsione dal territorio dello Stato. Pertanto, non assumendo mai essi carattere di definitività, ma potendo essere revocati o modificati anche d’ufficio, in ogni momento la loro mancata impugnazione non impedirebbe di farne riconoscere l’eventuale illegittimità da parte del giudice investito dell’azione risarcitoria, con conseguente accoglimento di quest’ultima. Risulta di fondamentale rilievo, tra gli elementi addotti dalla Corte a sostegno del proprio assunto, quello costituito dal fatto che esso troverebbe conferma nella vigente disciplina in materia di riparazione pecuniaria per ingiusta detenzione sofferta nel corso di un procedimento penale; istituto che viene definito «per certi versi affine al rimedio risarcitorio per illegittima privazione della libertà personale». Ciò in quanto - si afferma - per il riconoscimento del diritto alla suddetta riparazione pecuniaria, non è richiesto, dall’art. 314, comma 1, del Codice di procedura penale, che l’interessato abbia a suo tempo proposto impugnazione avverso il provvedimento applicativo o confermativo della misura cautelare detentiva.
Occorre subito dire che la validità di tale ragionamento presuppone anzitutto che, così come è richiesto, per l’esperibilità della procedura di riparazione per ingiusta detenzione il procedimento penale sia giunto a conclusione, quale che essa sia (assoluzione nel merito, proscioglimento per ragioni non di merito, condanna, archiviazione, sentenza di non luogo a procedere); allo stesso modo deve ritenersi richiesto, ai fini dell’esperibilità dell’azione risarcitoria per indebito trattenimento in un Cpr in vista dell’espulsione, che il procedimento di espulsione amministrativa dello straniero si sia concluso. Il che avviene con l’emissione del relativo decreto prefettizio, una volta che questo abbia assunto carattere di definitività per mancata o non accolta impugnazione (indipendentemente dalla circostanza che poi abbia o meno avuto effettiva esecuzione), ovvero abbia perduto definitivamente efficacia per annullamento, revoca o qualsiasi altra ragione. In mancanza di tale condizione appare evidente che il richiamo operato dalla Corte alla procedura di riparazione per ingiusta detenzione sarebbe del tutto privo di fondamento.
Volendo però dare per acquisito che la condizione dell’avvenuta conclusione del procedimento di espulsione amministrativa sia comunque sussistente, va osservato che la seconda delle ipotesi dianzi formulate appare estremamente improbabile, per la semplice ragione che, se fosse quella effettivamente realizzatasi, la richiesta di risarcimento del danno avrebbe potuto essere avanzata con riferimento all’intera durata della privazione della libertà subita a titolo di trattenimento, in vista dell’espulsione, nel Cpr e non, invece, come pacificamente risulta essere avvenuto, con riferimento alla sola frazione temporale dovuta al provvedimento di proroga di cui si lamenta la illegittimità
Dovendosi, quindi, presumere che quella effettivamente realizzatasi sia la prima delle suddette ipotesi, il richiamo operato dalla Corte al comma 1 dell’art. 314 cod. proc. pen. appare del tutto incongruo, trovando la detta norma applicazione solo, nel caso che il procedimento penale si sia concluso con pronuncia assolutoria nel merito. Quello al quale la Corte avrebbe dovuto fare richiamo (ma lo ha, invece, del tutto ignorato) era, per analogia di situazione, il comma 2 del citato art. 314, secondo il quale, quando il procedimento penale si sia concluso con pronuncia di condanna o di proscioglimento non nel merito, il diritto alla riparazione per ingiusta detenzione può essere riconosciuto solo a condizione che «con decisione irrevocabile, risulti accertato che è stato emesso o mantenuto senza che sussistessero le condizioni di applicabilità previste dagli artt. 273 e 280». E la «decisione irrevocabile» altra non può essere se non quella che sia stata, a suo tempo, adottata all’esito dell’impugnazione contro il provvedimento di applicazione o di mantenimento della misura.
Ne consegue che, ove tale impugnazione non sia stata proposta o, se proposta, non sia stata per una qualsiasi ragione accolta, la richiesta di riparazione per ingiusta detenzione risulta improponibile. Una volta datosi, quindi, per acquisito che il procedimento di espulsione amministrativa si sia concluso con il decreto di espulsione non più soggetto a impugnazione, da equipararsi alla definitività della condanna nel procedimento penale, ne deriva che, proprio alla luce di quanto affermato dalla Corte circa l’assimilabilità della richiesta di risarcimento per indebito trattenimento nel Cpr alla richiesta di riparazione per ingiusta detenzione, la mancata impugnazione, a suo tempo, del provvedimento di proroga del trattenimento adottato in violazione del principio del contraddittorio avrebbe dovuto far sì che la richiesta di risarcimento venisse dichiarata improponibile. Ciò avrebbe dovuto comportare l’accoglimento del ricorso proposto dalla presidenza del Consiglio e dalle altre amministrazioni interessate. Il fatto che così non sia stato appare indice del permanere di una certa tendenza della magistratura, compresa quella di legittimità, a fare ogni sforzo, in materia di immigrazione, ogni qual volta se ne veda anche la più remota delle possibilità, per adottare decisioni favorevoli ai «migranti», percorrendo, a tal fine i più impervi e tortuosi sentieri interpretativi, anche con il rischio di inciampare, talvolta, in qualche sasso.
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