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2024-08-24
Mascherine, chiusure, vaccini. Tornano gli orfani del covid
- La blanda ondatina estiva di Covid ha riportato in auge alcune delle vecchie misure: in varie Asl sono tornati i bavagli. A Genova hanno chiuso una casa di riposo. E le Regioni fanno incetta di dosi, anche per i più piccoli.
- Attivisti Lgbt furiosi col Piemonte che li considera a rischio. Però la Regione segue Iss, ministero, Oms, Ecdc e Cdc, che infatti consigliano l’immunizzazione a quelle categorie.
Lo speciale contiene due articoli
Da giorni, sui quotidiani, rimbalzano gli stantii titoli ansiogeni sul Covid: il virus che «rialza la testa», l’«incubo» che ritorna, il «mistero» dei novantenni morti. Per le testate, magari, questo è poco più che un tappabuchi per lo scarno notiziario estivo. I vertici della sanità, però, certi allarmi li prendono sul serio. E così, qua e là, sono rispuntati i feticci della pandemia: mascherine negli ospedali, case di riposo sigillate, incetta di vaccini.
Non è esente dalla mania profilattica nemmeno una Regione di centrodestra, il Veneto. Già a fine luglio, ad esempio, l’Aulss 6 Euganea, della provincia di Padova, aveva prorogato le misure precauzionali in vigore nei reparti, addirittura fino al 31 ottobre 2024. Il 6 agosto è stata la Aulss 8 Berica, che copre 59 Comuni nel Vicentino, a varare una stretta. «Alla luce dell’attuale contesto epidemiologico», si leggeva in una circolare, «si dispone l’estensione dell’obbligo di utilizzo dei dispositivi di protezione delle vie respiratorie, a pazienti, visitatori, e personale operante all’interno di tutte le unità operative di degenza presso i presidi ospedalieri». Meno di un mese prima, la stessa azienda sanitaria aveva imposto l’impiego dei Dpi in alcuni reparti frequentati da malati fragili. Il giro di vite agostano ha complicato la permanenza in corsia: persino agli assistiti tocca coprirsi naso e bocca. Il sindacato ContiamoCi!, già un paio di settimane fa, ha inoltrato una lettera al ministro Orazio Schillaci, «perché intervenga evitando abusi a danno dei lavoratori».
Il problema è che proprio una sua circolare, datata primo luglio, aveva confermato che ogni Asl ha il potere di decidere per sé. Ai direttori sanitari spetta l’onere di «valutare l’opportunità di disporre l’uso dei dispositivi di protezione delle vie respiratorie nei propri contesti, tenendo conto della diffusione dei virus a trasmissione aerea». «Dei virus», appunto. Mica solo del coronavirus. Era lo stesso ragionamento che il titolare del dicastero aveva cercato di far valere quando aveva dato un taglio al tamponificio coatto: se bisogna andare a caccia di positivi, è assurdo concentrarsi solamente su un patogeno. Perché il Covid sì, il resto no?
Fatto sta che, alla prima blanda recrudescenza del Sars-Cov-2, già in via di riassorbimento, le Asl hanno serrato i ranghi. I bollettini smentiscono le angosce: la curva dei decessi è pressoché piatta; quella dei casi, sia nell’estate 2023 sia nell’estate 2024, nonostante un lieve incremento dovuto forse ai viaggi, è rimasta sempre molto al di sotto dei picchi del 2022. Nulla che giustifichi la psicosi. Ma nei nosocomi non sentono ragioni. Due giorni prima di Ferragosto, era partito l’appello della Federazione medici pediatri: da settembre, chi viene in ambulatorio metta la mascherina. Per i bambini è inutile se hanno meno di 6 anni, ma un adulto che la indossa rende un servizio alla loro «educazione sanitaria». Siberiana?
Anche nelle case di riposo è ricominciata la giostra. A Pavia, per adesso, si sono limitati alle raccomandazioni, tipo quelle dei pediatri. Sulla Provincia, Giovanni Belloni, responsabile sanitario della Rsa Delfinoni di Casorate Primo, giovedì ha sottolineato che «indossare la mascherina quando si fa visita a un parente è una regola di buon senso per evitare di portare il virus all’interno delle strutture». In realtà, nel 2020, non riuscirono a fermarlo la distopia degli incontri da dietro il vetro, né gli spot dei figli che abbracciavano i genitori attraverso il cellofan. Sarà colpa di qualche parente sconsiderato se, nella struttura Le Palme di Sestri Levante, si è scatenato un focolaio? Ci sono 20 nonnini che le cronache definiscono «positivi al tampone». Si presume, pertanto, che non presentino sintomi gravi e che siano plurivaccinati. Nonostante questo, le visite in Rsa sono state sospese. Lo ha comunicato l’amministrazione comunale: «Si stanno seguendo in accordo con Asl 4 i protocolli previsti per questa nuova ondata di epidemia». Ma quale ondata?
L’incredibile tuffo all’indietro di quattro anni è stato contestato dalle opposizioni di centrodestra . Anche l’infettivologo Matteo Bassetti si è scandalizzato: «Sono senza parole», ha commentato su Facebook. «Meglio non aggiungere altro».
Qualcos’altro lo aggiungiamo noi. Al solito, politici e tecnici si comportano come se di vaccini non ne fossero stati iniettati a sufficienza. Proprio come nella casa di riposo ligure: le ripetute campagne di inoculazione non hanno garantito agli anziani il diritto di incontrare i loro figli e nipoti. Anziché concluderne che il farmaco a mRna non è la pozione dei miracoli, le Regioni si preparano a un ennesimo autunno di punturine. L’Emilia-Romagna, per la sesta dose, ha ordinato mezzo milione di medicinali Pfizer. Ed è in ottima compagnia: il Veneto, tanto per citare un altro ente locale del Nord Est, distribuirà nei punti di consegna 270.720 dosi nella terza settimana di settembre e 190.080 nella quarta. Sono già previste anche quelle da destinare alla «popolazione pediatrica»: 2.880 dosi per i bimbi da 5 a 11 anni e altrettante per quelli da 6 mesi a 4 anni. Se il vaccino fosse una canzone, sarebbe un pezzo di Lucio Dalla: Tu non mi basti mai.
Vogliono l’emergenza vaiolo ma è vietato dire che i gay sono più esposti al contagio
Apriti cielo, la Regione Piemonte avrebbe diffuso una circolare «superata» sulle persone maggiormente esposte all’mpox. «Un elenco che ricorda altri tempi: altri mondi, altre sensibilità», denuncia La Stampa, elencando indignata i destinatari delle raccomandazioni.
Oltre al personale di laboratorio con possibile esposizione diretta a orthopoxvirus, le persone a rischio «offese» dal documento sono: «Gay, transgender, bisessuali e altri uomini che hanno rapporti sessuali con uomini (msm), che rientrano nei seguenti criteri di rischio: storia recente (ultimi 3 mesi) con più partner sessuali; partecipazione a eventi di sesso di gruppo; partecipazione a incontri sessuali in locali/club/cruising/saune; recente infezione sessualmente trasmessa (almeno un episodio nell’ultimo anno); abitudine alla pratica di associare gli atti sessuali al consumo di droghe chimiche (Chemsex)».
La piattaforma Gay.it subito ha protestato: «L’idea che il vaiolo delle scimmie si diffonda principalmente tra le persone Lgbtqia+ non solo rischia di alimentare il già pesante clima di discriminazione sistematica nel nostro Paese, ma anche di ignorare il quadro epidemiologico complessivo. Un errore che, in casi come, questo, potrebbe portare a conseguenze devastanti». Lara Vodani, presidente di Arcigay Torino, tuona: «Grave il fatto che la Regione Piemonte abbia ripreso la circolare del 2022 senza aggiornare o approfondire quanto scritto». Ma qualcuno si è degnato di dare un’occhiata al sito del ministero della Salute? Nella sezione dedicata a quello che molti continuano a chiamare vaiolo delle scimmie, viene descritta la zoonosi virale, quali sintomi la evidenziano e che «la maggior parte dei casi segnalati nel 2022-2023 è stata rilevata nei maschi tra i 18 e i 50 anni e, per ora, principalmente - ma non esclusivamente - tra gli uomini che hanno rapporti sessuali con uomini (msm)».
Alla voce vaccino, l’unica circolare cui si fa riferimento è quella del ministero della Salute del 5 agosto 2022 che prevede la vaccinazione per le stesse categorie indicate nel documento oggi tanto contestato alla Regione Piemonte. Ovvero «gay, transgender, bisessuali […] che rientrano nei seguenti criteri di rischio…», e sono elencate le pratiche di sesso di gruppo anche con droghe, di frequentazione di saune, club, come denunciato dalla Stampa e dal portale dei gay.
Se la vaccinazione continua a essere raccomandata dal ministero della Salute a queste persone, non si capisce il perché di tanta indignazione solo dopo aver letto la circolare della Regione Piemonte. I Cdc statunitensi consigliano di fare il vaccino «se hai avuto un partner sessuale nelle ultime due settimane a cui è stata diagnosticata la mpox; se sei un uomo gay, bisessuale o che ha rapporti sessuali con uomini oppure una persona transgender, non binaria o di genere diverso che negli ultimi se mesi ha avuto una nuova diagnosi di una o più malattie sessualmente trasmissibili o più di un partner sessuale».
Non solo, è la stessa Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ad avere stabilito la proroga di 12 mesi delle raccomandazioni permanenti per l’mpox, emanate nell’agosto del 2023 e che saranno in vigore fino ad agosto 2025.
Al punto 19 del documento, redatto a Ginevra il 21 agosto 2024 dopo la dichiarazione dell’emergenza di salute pubblica internazionale (Pheic) per l’mpox, si invitano gli Stati membri a «rafforzare la fornitura e l’accesso a diagnosi, sequenziamento genomico, vaccini e terapie per le comunità più colpite, compresi gli ambienti con risorse limitate in cui l’mpox si verifica regolarmente, e compresi gli uomini che hanno rapporti sessuali con altri uomini e i gruppi a rischio di trasmissione eterosessuale, con particolare attenzione a coloro che sono maggiormente emarginati all’interno di tali gruppi».
L’Oms non parla di controllare scuole, asili, gruppi famiglia parrocchiali, ma di prestare particolare attenzione alle persone che hanno rapporti frequenti con partner occasionali e agli uomini che vanno con gli uomini. La raccomandazione esiste ancora, non è scomparsa solo perché in Congo anche i bimbi, poveretti, si ammalano viste le pessime condizioni sociali, igieniche e sanitarie.
Nel rapporto del 16 agosto dal titolo «Valutazione del rischio per l’Ue/See dell’epidemia di mpox causata dal virus del vaiolo delle scimmie clade I nei Paesi africani interessati», a cura del Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc), non si finge di ignorare chi siano i soggetti più a rischio. «Tra il 2022 e il 2024, il profilo e la gravità dei casi di mpox diagnosticati nell’Ue/See sono rimasti stabili: il 98% dei casi di mpox riguarda uomini e il 39% dei casi riguarda persone di età compresa tra 31 e 40 anni, mentre lo 0,1% dei casi segnalati riguarda bambini di età inferiore a 15 anni», si legge. «Dei 10.860 casi con dati segnalati sull’orientamento sessuale, il 95% si è autoidentificato come uomini che hanno rapporti sessuali con uomini (msm)».
Alla voce «Comunicazione del rischio e coinvolgimento della comunità», per meglio affrontare l’emergenza mpox lo stesso rapporto dichiara che «una stretta collaborazione con le organizzazioni che lavorano con msm o altri gruppi ad alto rischio è essenziale per raggiungere i gruppi target». Raccomandazioni discriminatorie pure queste?
La blanda ondatina estiva di Covid ha riportato in auge alcune delle vecchie misure: in varie Asl sono tornati i bavagli. A Genova hanno chiuso una casa di riposo. E le Regioni fanno incetta di dosi, anche per i più piccoli.Attivisti Lgbt furiosi col Piemonte che li considera a rischio. Però la Regione segue Iss, ministero, Oms, Ecdc e Cdc, che infatti consigliano l’immunizzazione a quelle categorie.Lo speciale contiene due articoliDa giorni, sui quotidiani, rimbalzano gli stantii titoli ansiogeni sul Covid: il virus che «rialza la testa», l’«incubo» che ritorna, il «mistero» dei novantenni morti. Per le testate, magari, questo è poco più che un tappabuchi per lo scarno notiziario estivo. I vertici della sanità, però, certi allarmi li prendono sul serio. E così, qua e là, sono rispuntati i feticci della pandemia: mascherine negli ospedali, case di riposo sigillate, incetta di vaccini.Non è esente dalla mania profilattica nemmeno una Regione di centrodestra, il Veneto. Già a fine luglio, ad esempio, l’Aulss 6 Euganea, della provincia di Padova, aveva prorogato le misure precauzionali in vigore nei reparti, addirittura fino al 31 ottobre 2024. Il 6 agosto è stata la Aulss 8 Berica, che copre 59 Comuni nel Vicentino, a varare una stretta. «Alla luce dell’attuale contesto epidemiologico», si leggeva in una circolare, «si dispone l’estensione dell’obbligo di utilizzo dei dispositivi di protezione delle vie respiratorie, a pazienti, visitatori, e personale operante all’interno di tutte le unità operative di degenza presso i presidi ospedalieri». Meno di un mese prima, la stessa azienda sanitaria aveva imposto l’impiego dei Dpi in alcuni reparti frequentati da malati fragili. Il giro di vite agostano ha complicato la permanenza in corsia: persino agli assistiti tocca coprirsi naso e bocca. Il sindacato ContiamoCi!, già un paio di settimane fa, ha inoltrato una lettera al ministro Orazio Schillaci, «perché intervenga evitando abusi a danno dei lavoratori».Il problema è che proprio una sua circolare, datata primo luglio, aveva confermato che ogni Asl ha il potere di decidere per sé. Ai direttori sanitari spetta l’onere di «valutare l’opportunità di disporre l’uso dei dispositivi di protezione delle vie respiratorie nei propri contesti, tenendo conto della diffusione dei virus a trasmissione aerea». «Dei virus», appunto. Mica solo del coronavirus. Era lo stesso ragionamento che il titolare del dicastero aveva cercato di far valere quando aveva dato un taglio al tamponificio coatto: se bisogna andare a caccia di positivi, è assurdo concentrarsi solamente su un patogeno. Perché il Covid sì, il resto no?Fatto sta che, alla prima blanda recrudescenza del Sars-Cov-2, già in via di riassorbimento, le Asl hanno serrato i ranghi. I bollettini smentiscono le angosce: la curva dei decessi è pressoché piatta; quella dei casi, sia nell’estate 2023 sia nell’estate 2024, nonostante un lieve incremento dovuto forse ai viaggi, è rimasta sempre molto al di sotto dei picchi del 2022. Nulla che giustifichi la psicosi. Ma nei nosocomi non sentono ragioni. Due giorni prima di Ferragosto, era partito l’appello della Federazione medici pediatri: da settembre, chi viene in ambulatorio metta la mascherina. Per i bambini è inutile se hanno meno di 6 anni, ma un adulto che la indossa rende un servizio alla loro «educazione sanitaria». Siberiana?Anche nelle case di riposo è ricominciata la giostra. A Pavia, per adesso, si sono limitati alle raccomandazioni, tipo quelle dei pediatri. Sulla Provincia, Giovanni Belloni, responsabile sanitario della Rsa Delfinoni di Casorate Primo, giovedì ha sottolineato che «indossare la mascherina quando si fa visita a un parente è una regola di buon senso per evitare di portare il virus all’interno delle strutture». In realtà, nel 2020, non riuscirono a fermarlo la distopia degli incontri da dietro il vetro, né gli spot dei figli che abbracciavano i genitori attraverso il cellofan. Sarà colpa di qualche parente sconsiderato se, nella struttura Le Palme di Sestri Levante, si è scatenato un focolaio? Ci sono 20 nonnini che le cronache definiscono «positivi al tampone». Si presume, pertanto, che non presentino sintomi gravi e che siano plurivaccinati. Nonostante questo, le visite in Rsa sono state sospese. Lo ha comunicato l’amministrazione comunale: «Si stanno seguendo in accordo con Asl 4 i protocolli previsti per questa nuova ondata di epidemia». Ma quale ondata?L’incredibile tuffo all’indietro di quattro anni è stato contestato dalle opposizioni di centrodestra . Anche l’infettivologo Matteo Bassetti si è scandalizzato: «Sono senza parole», ha commentato su Facebook. «Meglio non aggiungere altro».Qualcos’altro lo aggiungiamo noi. Al solito, politici e tecnici si comportano come se di vaccini non ne fossero stati iniettati a sufficienza. Proprio come nella casa di riposo ligure: le ripetute campagne di inoculazione non hanno garantito agli anziani il diritto di incontrare i loro figli e nipoti. Anziché concluderne che il farmaco a mRna non è la pozione dei miracoli, le Regioni si preparano a un ennesimo autunno di punturine. L’Emilia-Romagna, per la sesta dose, ha ordinato mezzo milione di medicinali Pfizer. Ed è in ottima compagnia: il Veneto, tanto per citare un altro ente locale del Nord Est, distribuirà nei punti di consegna 270.720 dosi nella terza settimana di settembre e 190.080 nella quarta. Sono già previste anche quelle da destinare alla «popolazione pediatrica»: 2.880 dosi per i bimbi da 5 a 11 anni e altrettante per quelli da 6 mesi a 4 anni. Se il vaccino fosse una canzone, sarebbe un pezzo di Lucio Dalla: Tu non mi basti mai.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/mascherine-chiusure-vaccini-tornano-gli-orfani-del-covid-2669016589.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="vogliono-lemergenza-vaiolo-ma-e-vietato-dire-che-i-gay-sono-piu-esposti-al-contagio" data-post-id="2669016589" data-published-at="1724434634" data-use-pagination="False"> Vogliono l’emergenza vaiolo ma è vietato dire che i gay sono più esposti al contagio Apriti cielo, la Regione Piemonte avrebbe diffuso una circolare «superata» sulle persone maggiormente esposte all’mpox. «Un elenco che ricorda altri tempi: altri mondi, altre sensibilità», denuncia La Stampa, elencando indignata i destinatari delle raccomandazioni. Oltre al personale di laboratorio con possibile esposizione diretta a orthopoxvirus, le persone a rischio «offese» dal documento sono: «Gay, transgender, bisessuali e altri uomini che hanno rapporti sessuali con uomini (msm), che rientrano nei seguenti criteri di rischio: storia recente (ultimi 3 mesi) con più partner sessuali; partecipazione a eventi di sesso di gruppo; partecipazione a incontri sessuali in locali/club/cruising/saune; recente infezione sessualmente trasmessa (almeno un episodio nell’ultimo anno); abitudine alla pratica di associare gli atti sessuali al consumo di droghe chimiche (Chemsex)». La piattaforma Gay.it subito ha protestato: «L’idea che il vaiolo delle scimmie si diffonda principalmente tra le persone Lgbtqia+ non solo rischia di alimentare il già pesante clima di discriminazione sistematica nel nostro Paese, ma anche di ignorare il quadro epidemiologico complessivo. Un errore che, in casi come, questo, potrebbe portare a conseguenze devastanti». Lara Vodani, presidente di Arcigay Torino, tuona: «Grave il fatto che la Regione Piemonte abbia ripreso la circolare del 2022 senza aggiornare o approfondire quanto scritto». Ma qualcuno si è degnato di dare un’occhiata al sito del ministero della Salute? Nella sezione dedicata a quello che molti continuano a chiamare vaiolo delle scimmie, viene descritta la zoonosi virale, quali sintomi la evidenziano e che «la maggior parte dei casi segnalati nel 2022-2023 è stata rilevata nei maschi tra i 18 e i 50 anni e, per ora, principalmente - ma non esclusivamente - tra gli uomini che hanno rapporti sessuali con uomini (msm)». Alla voce vaccino, l’unica circolare cui si fa riferimento è quella del ministero della Salute del 5 agosto 2022 che prevede la vaccinazione per le stesse categorie indicate nel documento oggi tanto contestato alla Regione Piemonte. Ovvero «gay, transgender, bisessuali […] che rientrano nei seguenti criteri di rischio…», e sono elencate le pratiche di sesso di gruppo anche con droghe, di frequentazione di saune, club, come denunciato dalla Stampa e dal portale dei gay. Se la vaccinazione continua a essere raccomandata dal ministero della Salute a queste persone, non si capisce il perché di tanta indignazione solo dopo aver letto la circolare della Regione Piemonte. I Cdc statunitensi consigliano di fare il vaccino «se hai avuto un partner sessuale nelle ultime due settimane a cui è stata diagnosticata la mpox; se sei un uomo gay, bisessuale o che ha rapporti sessuali con uomini oppure una persona transgender, non binaria o di genere diverso che negli ultimi se mesi ha avuto una nuova diagnosi di una o più malattie sessualmente trasmissibili o più di un partner sessuale». Non solo, è la stessa Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ad avere stabilito la proroga di 12 mesi delle raccomandazioni permanenti per l’mpox, emanate nell’agosto del 2023 e che saranno in vigore fino ad agosto 2025. Al punto 19 del documento, redatto a Ginevra il 21 agosto 2024 dopo la dichiarazione dell’emergenza di salute pubblica internazionale (Pheic) per l’mpox, si invitano gli Stati membri a «rafforzare la fornitura e l’accesso a diagnosi, sequenziamento genomico, vaccini e terapie per le comunità più colpite, compresi gli ambienti con risorse limitate in cui l’mpox si verifica regolarmente, e compresi gli uomini che hanno rapporti sessuali con altri uomini e i gruppi a rischio di trasmissione eterosessuale, con particolare attenzione a coloro che sono maggiormente emarginati all’interno di tali gruppi». L’Oms non parla di controllare scuole, asili, gruppi famiglia parrocchiali, ma di prestare particolare attenzione alle persone che hanno rapporti frequenti con partner occasionali e agli uomini che vanno con gli uomini. La raccomandazione esiste ancora, non è scomparsa solo perché in Congo anche i bimbi, poveretti, si ammalano viste le pessime condizioni sociali, igieniche e sanitarie. Nel rapporto del 16 agosto dal titolo «Valutazione del rischio per l’Ue/See dell’epidemia di mpox causata dal virus del vaiolo delle scimmie clade I nei Paesi africani interessati», a cura del Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc), non si finge di ignorare chi siano i soggetti più a rischio. «Tra il 2022 e il 2024, il profilo e la gravità dei casi di mpox diagnosticati nell’Ue/See sono rimasti stabili: il 98% dei casi di mpox riguarda uomini e il 39% dei casi riguarda persone di età compresa tra 31 e 40 anni, mentre lo 0,1% dei casi segnalati riguarda bambini di età inferiore a 15 anni», si legge. «Dei 10.860 casi con dati segnalati sull’orientamento sessuale, il 95% si è autoidentificato come uomini che hanno rapporti sessuali con uomini (msm)». Alla voce «Comunicazione del rischio e coinvolgimento della comunità», per meglio affrontare l’emergenza mpox lo stesso rapporto dichiara che «una stretta collaborazione con le organizzazioni che lavorano con msm o altri gruppi ad alto rischio è essenziale per raggiungere i gruppi target». Raccomandazioni discriminatorie pure queste?
Guido Guidesi (Ansa)
Il percorso lombardo si è sviluppato attraverso piattaforme europee come Automotive Regions Alliance, European Chemical Regions Network e European Semiconductor Regions Alliance, oltre a intese territoriali che spaziano dal Nordovest italiano fino alle principali regioni industriali europee. In questo contesto si inserisce il rafforzamento del legame con Barcellona, evoluzione concreta della storica cooperazione dei Quattro Motori per l’Europa.
L’intesa tra Lombardia e Catalogna punta a costruire una vera e propria «lobby europea» delle regioni ad alta intensità produttiva, capace di incidere sulle scelte strategiche di Bruxelles e difendere le filiere industriali. Settore chiave è quello chimico, considerato infrastruttura essenziale per l’intero sistema manifatturiero: in Lombardia, infatti, il 98% delle produzioni dipende da questa filiera, che alimenta comparti come farmaceutica, automotive ed edilizia sostenibile. Proprio nella chimica la Lombardia ha consolidato una leadership riconosciuta, guidando negli ultimi anni l’European Chemical Regions Network e contribuendo ad ampliarne la base e i progetti. Ora, con la presidenza passata alla Catalogna, la regione mantiene un ruolo centrale nelle alleanze strategiche, partecipando anche alla Critical Chemicals Alliance e rafforzando la propria capacità di influenza sulle politiche industriali ed energetiche europee.
«Lombardia e Catalogna», ha detto Guidesi, «sono due Regioni affini dal punto di vista economico e sociale e contribuiscono in maniera determinante al Pil europeo. Collaborare in modo strutturale significa potenziare il sostegno ai rispettivi comparti della chimica, settore vitale per la manifattura e in generale per la competitività internazionale dei nostri territori». «L’intesa con la Lombardia è strategica perché permette di rafforzare le sinergie e di promuovere il settore della chimica, che è di grande importanza per l’economia industriale della Catalogna. E lo è più, in particolare, nell’attuale contesto geopolitico. Dal governo accompagniamo l’insieme del tessuto economico catalano di fronte al momento di incertezza internazionale che stiamo vivendo, con misure volte a favorire la sua resilienza», ha sottolineato il ministro alle Imprese e al Lavoro della Generalitat de Catalunya, Miquel Sàmper.
L’asse lombardo-catalano si sviluppa lungo tre direttrici principali: innovazione, con progetti condivisi su chimica verde e materiali avanzati finanziati da programmi europei; formazione, attraverso la mobilità di talenti tra università e imprese; sostenibilità, con modelli produttivi orientati alla decarbonizzazione e al riciclo.
Ovviamente però l’accordo assume anche una valenza politica: la Lombardia punta a diventare un punto di riferimento nei tavoli decisionali europei, costruendo un blocco di regioni capace di orientare le scelte continentali.
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Ansa
Ai tempi di Veltroni, nel consiglio comunale capitolino erano previsti consiglieri aggiunti musulmani: si trattava di figure «ombra» non elette, ma davano comunque rappresentanza. Ora le stesse sigle tornano alla carica: vogliono i posti promessi dai progressisti.
Il problema delle grandi narrazioni progressiste è che sulla carta possono perfino sembrare coerenti e attuabili, ma prima o poi, quando sono costrette a scontrarsi con la realtà, prima o poi presentano il conto e comportano conseguenze non sempre di piccolo calibro. A tale proposito c’è un piccolo episodio piuttosto indicativo che riguarda la città di Roma. Nel 2004 l’allora sindaco Walter Veltroni ebbe una idea geniale: far entrare in Campidoglio, oltre ai consiglieri comunali regolarmente eletti, anche dei «consiglieri aggiunti», cioè dei rappresentanti delle comunità extra-comunitarie di Roma che potessero entrare nell’assemblea cittadina anche se senza diritto di voto. I primi consiglieri stranieri rimasero in carica fino al 2007, poi furono sostituiti e ne furono scelti altri durante la giunta Alemanno. Ma dall’elezione di Virginia Raggi a oggi non ce ne sono stati più.
Ma ecco che ora le comunità straniere sono venute a battere cassa. In particolare a guidare la protesta è MuRo 2027, gruppo dei Musulmani per Roma che scenderanno in campo alle amministrative del prossimo anno. Francesco Tieri, il portavoce, dice a Roma Today che «quello del consigliere aggiunto è per noi un tema centrale, anche se non l’unico. Chiediamo al sindaco Gualtieri di rispettare il regolamento, indicendo subito le elezioni. Quale momento storico migliore, tra le altre cose, per farlo? Ci sono partiti che parlano di remigrazione, la sinistra ha un’occasione per rispondere concretamente». Ieri si è tenuta una assemblea sul tema, e le associazioni minacciano di inviare una diffida al Comune se non verranno subito indette elezioni.
Certo, si potrebbe liquidare il tutto a piccola baruffa per un posto tutto sommato ininfluente. Dal canto loro, tuttavia, le associazioni islamiche hanno ragione: se prometti una cosa, devi poi farla. Solo che far entrare in comune un consigliere, anche se non vota, non è operazione da poco. Gli si dona visibilità, gli si regala un po’ di esperienza, si favoriscono future iniziative politiche. Si comincia oggi con un consigliere aggiunto e si finisce domani con un partito musulmano ben strutturato, capace di attirare i voti degli stranieri. La sinistra pensa di poter controllare i voti degli immigrati, ma non ha capito che questi non sono scemi: più prima che poi si organizzeranno da soli e faranno a meno dei loro volonterosi sponsor progressisti. Assisteremo così al paradosso: non ci saranno partiti dichiaratamente cattolici, ma avremo il partito islamico. E i musulmani, sia chiaro, faranno benissimo a costituirlo e a pretendere tutto ciò che desiderano. Il problema non sono loro: siamo noi, totalmente incapaci di preservare un minimo di dignità e di rispetto di noi stessi e del nostro passato.
Da anni ormai in nome della incisività e della difesa delle minoranze consentiamo agli stranieri e a vari gruppi di attivisti di ottenere vantaggi, facilitazioni e agibilità politica. Ma quando a rivendicare le stesse condizioni sono realtà cristiane o in odore di conservatorismo, apriti cielo. Questa tendenza prosegue anche oggi, anche con la destra al governo e con la crisi del cosiddetto woke. Prendiamo un altro caso emblematico. A Chiusi, in Toscana, l’Unione degli atei e degli agnostici razionalisti (Uaar) ha diffidato l’Istituto Comprensivo Graziano da Chiusi in cui dirigenti avevano acconsentito a fare entrare un prete all’asilo, alle elementari e alle medie per il giro di benedizioni pasquali. Non che i bambini siano obbligati a farsi benedire: si tratta semplicemente di una tradizione che non fa male a nessuno e può fare bene a molti. Ma niente da fare: l’azione legale degli atei è andata a buon fine e al prete sarà impedito l’ingresso. Un po’ come avvenuto a Bologna dove è stato vietato l’ingresso nel piazzale di una scuola alla processione della Madonna di San Luca. Una grande vittoria dei laicissimi toscani, Senza dubbio. Intanto, però, Firenze pure l’ufficio scolastico regionale consente a un istituto di allestire una sala di preghiera musulmana per il ramadan, con tanto di divisorio per separare maschi e femmine. Quello va bene, il prete che benedice no.
Badate bene però: non è colpa dei musulmani, manco per sogno. Loro fanno bene a chiedere, anche perché spesso ottengono. A censurare e ostacolare i cristiani sono sempre altri italianissimi e laicissimi progressisti, a cui vanno bene tutte le fedi tranne quella (ancora per poco) prevalente in Europa. La qual cosa non è soltanto un offesa ai fedeli cristiani, ma è soprattutto una feroce lesione dell’identità nazionale (che è di tutti) in nome di presunti valori laici. Sfugge, ai valorosi avversari delle benedizioni, che ottenere uno spazio pubblico neutro non significa creare libertà: significa soltanto imporre il vuoto.
Un vuoto che presto qualcuno riempirà, con le buone o meno.
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