True
2026-03-02
Mark Zuckerberg, dal flop del Metaverso alla censura degli utenti. Oggi la scommessa è l’Ia
Mark Zuckerberg (Ansa)
- Con Facebook ha trasformato Internet. L’anonimato, tipico del web fino a quel momento, ha ceduto il passo alla vanità digitale di massa. Dalla quotazione in Borsa, nel 2012, il valore del suo impero è cresciuto di 17 volte, anche se non sono mancati i passi falsi e i problemi giudiziari.
- Lontano dal protagonismo di Musk o dai toni oracolari di Jobs, rivendica il controllo totale delle sue aziende. Eppure è l’unico guru vivente della Silicon Valley al quale Hollywood ha già dedicato un film.
- Dopo l’ammissione di aver ceduto alle pressioni di Biden, «Zuck» sta togliendo dal suo social molte restrizioni.
Lo speciale contiene tre articoli.
Narra la leggenda che la storia di Mark Zuckerberg inizi da una goliardata universitaria. Nel 2003, il giovane studente, dal dormitorio di Harvard, crea Facemash, un sito che permetteva di votare l’attrattività degli studenti di Harvard confrontando due foto affiancate. Fu un disastro dal punto di vista disciplinare, ma un successo clamoroso in termini di interesse tra gli studenti. Da quella scintilla, il 4 febbraio 2004, nacque TheFacebook, il libro delle foto dei compagni di corso.
In realtà, una vera rivoluzione, certamente ben oltre le intenzioni di partenza. TheFacebook diventa un clamoroso successo a livello universitario e si apre al pubblico globale a partire dal 2006. Zuckerberg non è tenero con i compagni di corso che lo aiutarono agli inizi. I gemelli Winklevoss (che a quanto pare ebbero l’idea originaria) e il cofondatore Eduardo Saverin sono quasi subito messi alla porta dopo alcune battaglie legali. Il fondatore resta solo a guidare l’azienda, che diventa man mano il centro di un nuovo mondo: il social network. Un mondo parallelo in cui le identità diventano digitali e dove l’anonimato tipico del web sino ad allora viene bandito.
Tra il 2010 e il 2014, «Zuck» compie passi che lo trasformano da ragazzo prodigio in tycoon tecnologico. Nel 2012 quota in borsa Facebook, che nel frattempo ha perso il «the». Prezzo di partenza 38 dollari per azione, per una valutazione di 104 miliardi di dollari. Dopo un primo periodo in cui il valore scese fino a 18 dollari per azione, iniziò una risalita che non si è arrestata. Oggi il titolo Meta vale circa 650 dollari per azione per una valutazione di oltre 1.650 miliardi di dollari. Gli investitori hanno perdonato il tremendo flop del Metaverso, quando nel 2022 il titolo era sceso sotto i 100 dollari. Ad oggi, rispetto alla quotazione iniziale, il valore della società è cresciuto di 17 volte.
Sempre nel 2012, Zuckerberg fa shopping e si compra Instagram, che stava crescendo vertiginosamente. Elimina così un concorrente pericoloso e lo incorpora nell’universo che andava costruendo attorno a Facebook. Costo? Un miliardo, poca roba. Due anni dopo però tocca a Whatsapp, altra acquisizione che però gli costa ben di più: 19 miliardi di dollari. Ora però Zuck ha in mano un tris d’assi. La vanità di Instagram, il narcisismo di Facebook e la bulimia comunicativa di Whatsapp forniscono all’universo di Zuckerberg quella materia prima che viene poi raffinata e trasformata in flussi di cassa: i dati degli utenti.
Nel 2021 si apre il primo dei capitoli bui della vicenda di Zuckerberg, ovvero i Facebook papers, lo scandalo scoppiato grazie alle rivelazioni di una ex dipendente, Frances Haugen. I documenti dimostrano che l’azienda era consapevole dei danni causati dalle sue piattaforme (l’impatto tossico di Instagram sulle adolescenti o la polarizzazione politica), ma che scelse di non intervenire per non perdere traffico e ricavi. È emerso altresì che i sistemi di Facebook favorivano deliberatamente i contenuti divisivi e rabbiosi perché generavano più interazioni. Esisteva poi una «lista bianca» che esentava Vip e politici dalle normali regole di moderazione, permettendo loro di violare le linee guida senza conseguenze. L’inchiesta ha svelato che Zuckerberg sapeva tutto, ma ha preferito tacere.
A seguito dello scandalo, per cercare di recuperare credibilità, Facebook diventa Meta e lancia improvvisamente il progetto Metaverso, ovvero un mondo in realtà virtuale in cui gli utenti avrebbero dovuto socializzare uscendo dalla modalità testo/immagini a schermo. Oggi, a quattro anni dal lancio, il progetto della divisione Reality Labs è ufficialmente un disastro, essendo naufragato con perdite superiori ai 70 miliardi di dollari e una serie di gadget inservibili come i visori Quest. Tra il 2023 e il 2025, 20.000 dipendenti sono stati licenziati.
Per ricucire gli strappi, dopo lo scandalo e il flop, ecco arrivare in grande stile l’intelligenza artificiale. Il Metaverso viene declassato a progetto a lungo termine e Meta lancia Llama, il suo modello Ia basato sull’enorme mole di dati generati dai suoi 3,5 miliardi di utenti attivi, tra Facebook, Whatsapp e Instagram. A differenza degli altri sistemi di intelligenza artificiale, quello di Meta è open source, nell’ottica di contrastare il dominio di ChatGPT e Gemini di Google. A quanto pare, l’Ia di Meta sembra piacere a utenti e investitori, almeno per ora.
Le incognite future sono rappresentate dagli occhiali a realtà aumentata, i Ray-Ban Meta che possono «vedere» ciò che l’utente sta guardando e interagire. Per il 2027 è atteso Orion, l’occhiale da 10.000 dollari che usa lenti in carburo di silicio e minuscoli proiettori per visualizzare ologrammi nel mondo reale. Per completare il quadro, Meta ha anche resuscitato lo smartwatch proprietario, che servirà da cervello e interfaccia per gli occhiali.
Sembra dunque che Zuckerberg voglia allargarsi nel mondo hardware, attraverso il quale veicolare i propri servizi software.
La crescita dell’universo del quarantaduenne Mark Zuckerberg non è stata solo tecnologica. Inevitabilmente, con miliardi di utenti, i social network proprietari hanno impatti politici evidenti. Da strumento per la Primavera Araba a catalizzatore di polarizzazione durante le elezioni americane del 2016 e 2020, il «Zuckerberg power» è diventato un tema di sicurezza nazionale per molti governi. L’Unione europea ha morso i garretti più volte: una multa da 1,2 miliardi di euro nel 2023 per violazione delle norme sulla privacy, un’altra da 800 milioni per abuso di posizione dominante, e ancora 200 milioni nel 2025 per il modello «paga o acconsenti».
Le sue audizioni al Congresso americano sono diventate un appuntamento atteso, un rito che viene amplificato dai media. Il passaggio tra il 2020 e il 2022, con i Facebook files e la pandemia Covid 19, ha trasformato l’immagine di Zuckerberg. Da nerd con la felpa è stato tratteggiato come una sorta di spietato architetto di oscure trappole digitali. Del resto, la continua censura dei profili, la gestione della disinformazione e il rapporto ambiguo con le agenzie di intelligence hanno lasciato nel pubblico un segno indelebile. La lettera pubblica con cui Zuckerberg si duole di avere assecondato le richieste di censurare i profili (pressioni provenienti dalla Casa Bianca gestione Biden), è diventata il peggior atto d’accusa verso lo stesso Zuck.
Ma i problemi per Zuck non sono finiti. Il suo nome emerge per 282 volte dagli Epstein files, senza che per ora siano emersi fatti di rilievo, ma soprattutto il capo di Meta, assieme ad altri, è sotto processo a Los Angeles per una causa intentata da una ventenne californiana contro Meta, Youtube, Snapchat e TikTok.
L’accusa è di aver progettato le piattaforme social con l’intenzione di creare dipendenza tra gli adolescenti. Zuck è comparso in tribunale mercoledì 18 febbraio per rispondere delle accuse di avere adottato strumenti di attrazione che hanno innescato problemi di salute mentale negli utenti. Le risposte di Zuckerberg alle domande dell’avvocato dell’accusa Mark Lanier non sono parse convincenti ma il processo prosegue.
Zuckerberg è a capo di un impero che ha superato crisi, multe miliardarie dell’Unione europea e clamorosi fallimenti di prodotto. La sua multinazionale non è più solo un social media, tanto che oggi la domanda non è se Meta sopravviverà, ma se la democrazia sopravviverà a Meta.
Freddo, zero carisma, capo assoluto. Da manager non va a caccia di «like»
Il profilo di Mark Zuckerberg non ha nulla a che fare con il variopinto protagonismo di Elon Musk, né con l’estetismo ieratico di Steve Jobs. Neppure lo si può confrontare con i toni apocalittici di un Peter Thiel o l’inclinazione tutta politica un Alexander Karp.
Il carattere trattenuto di Zuckerberg lo rende un metodico tessitore nell’ombra, privo, apparentemente, di partecipazione emotiva. Si tratta certo di un leader, ma del tipo meno carismatico e più di sostanza.
A differenza degli altri big della Silicon Valley, non esiste una mitologia personale che ne faccia un oracolo cui votarsi in attesa di visioni del mondo. Anzi, quando Zuck ci ha provato con il Metaverso, nessuno gli ha creduto davvero e i risultati sono stati pessimi.
La sua storia spigolosa non ispira devozione, quanto piuttosto una certa diffidenza. Il rispetto sul profilo tecnico, certo, esiste, ma prescinde dal gradimento altrui. È un paradosso interessante, per un uomo che ha creato l’idea del «like», il pollice all’insù, come nuova forma contemporanea di espressione di accordo e gradimento. A Zuck non interessano i like per sé, non cerca di essere amato. In fondo, ha costruito il suo impero sull’ignorare il consenso.
La mancanza di espressività di Zuckerberg è stata ed è tuttora oggetto di scherno. Le sue apparizioni pubbliche, specialmente le audizioni davanti al Congresso americano, hanno alimentato l’immagine del ceo androide. Se però la maschera impenetrabile di Zuck è oggetto di sarcasmo, dall’altra parte piace parecchio alla finanza. Il controllo sul suo impero social è pressoché totale, sia in termini strategici che in termini societari. Grazie a una classe speciale di azioni, egli detiene il controllo assoluto sui diritti di voto di Meta. È, di fatto, un monarca che non può essere rimosso dal suo consiglio di amministrazione, come egli stesso ha detto lo scorso anno durante un’intervista al noto podcaster americano Joe Rogan: «Dal momento che controllo la nostra azienda, ho il vantaggio di non dover convincere il consiglio di amministrazione a non licenziarmi».
Una frase che nel processo in corso a Los Angeles, in cui Meta è chiamata a rispondere per la dipendenza che i suoi social generano negli adolescenti, gli è stata contestata come prova del fatto che egli sapeva degli effetti negativi dei suoi algoritmi sulla salute mentale (depressione, dismorfismo e tendenze suicide). Anche in quella occasione, Zuck è apparso imperturbabile, rispondendo evasivamente con frasi del tipo «Sembra qualcosa che avrei potuto dire» o «Non sono sicuro di cosa stia cercando di insinuare», rivolto all’accusa.
Il processo mette sotto accusa anche altri social e sarà ancora lungo. Ma certo Zuckerberg non è dipendente dalle sue piattaforme. Mentre una personalità vulcanica come Musk si perde in lunghe polemiche su X (e c’è da chiedersi dove trovi il tempo, con 13 figli e un impero da duemila miliardi di dollari), il fondatore di Facebook appare raramente, quando lo fa parla in modo attento e misurato, con una certa discrezione tattica, senza enfasi e senza toni visionari.
È piuttosto significativo anche il fatto che Zuckerberg sia l’unico guru vivente della Silicon Valley su cui Hollywood ha prodotto un film. The Social Network è uscito già nel 2010, per la regia di David Fincher e con il bravo Jesse Eisenberg ad interpretare un giovane e spietato Zuckerberg. Il film ha vinto quattro Golden Globe, ha avuto otto candidature agli Oscar e ne ha vinti tre. Il mitico Steve Jobs era già morto quando sono usciti i due omaggi cinematografici intitolati, con grave difetto di fantasia, Jobs (2013) e Steve Jobs (2015). Ma in effetti, per il creatore di Apple ciò aveva un senso, mentre è difficile immaginare il successo di una pellicola intitolata Zuckerberg.
Più di recente, abbiamo assistito ad un tentativo di umanizzare il robot nascosto sotto la felpa grigia d’ordinanza. No, nessun tentativo di sembrare simpatico, ma la diffusione della sua passione per le arti marziali, del resto perfette per il personaggio. Il distacco emotivo si sostanzia nell’approccio alle arti marziali come il Jiu-jitsu brasiliano e le Mma (arti marziali miste). «Mi sveglio e devo combattere qualcuno per resettare il cervello» ha detto lo scorso anno in una intervista. Sarà, ma intanto gli azionisti stanno un po’ in pensiero. Recentemente, i documenti depositati da Meta alla Sec (l’ente di controllo della borsa statunitense) contengono un avviso formale per gli investitori: la società avverte che la passione del ceo per gli «sport estremi e di combattimento» rappresenta un rischio per l’azienda, poiché un infortunio grave potrebbe lasciarla senza leader.
E le donne? Nel 2012, con una non-cerimonia in casa, ristretta a pochi amici e con sushi da asporto, Zuckerberg si è sposato con Priscilla Chan, figlia di rifugiati vietnamiti di etnia cinese conosciuta ad Harvard nel 2003. Oggi è pediatra di professione. Nel 2024 Zuck ha fatto piazzare nel giardino di casa una statua gigante di Priscilla, alta oltre due metri e realizzata in stile romano moderno, dichiarando di voler riportare in auge la tradizione romana di onorare le mogli con sculture. I due hanno chiamato le loro tre figlie Maxima, August e Aurelia e proprio in questi giorni hanno dichiarato che non lasceranno loro il patrimonio accumulato, stimato in oltre 200 miliardi. Se è vero, le tre dovranno guadagnarsi il proprio successo nella vita e in fondo questa potrebbe essere la loro vera fortuna.
La svolta: via i fact checker, sì ai temi scomodi
Il cuore del binomio Zuckerberg-politica sta nella clamorosa lettera dell’agosto 2024, indirizzata alla Commissione Giustizia della Camera degli Stati Uniti, nella quale il ceo di Meta ha ammesso ciò che per anni era stato liquidato come bieco complottismo: l’amministrazione Biden ha esercitato per mesi pressioni sistematiche su Meta affinché censurasse contenuti relativi al Covid-19.
Zuckerberg ha rivelato che la Casa Bianca non chiedeva solo la rimozione di «fake news» pericolose, ma spingeva per eliminare post umoristici, meme e satira che mettevano in discussione le politiche governative. «Credo che la pressione del governo fosse sbagliata», ha scritto Zuckerberg, dichiarandosi pentito di non aver opposto una resistenza più ferma alle richieste del governo americano. Ha inoltre ammesso l’errore commesso nel 2020 quando, su indicazione dell’Fbi, Meta limitò la diffusione della storia del laptop di Hunter Biden, una decisione che influenzò il dibattito elettorale basandosi su timori di disinformazione russa che si rivelarono poi del tutto infondati.
Non bastasse questo, nel gennaio 2021 Facebook sospese l’account di Donald Trump per incitamento alla violenza. Nel 2023 Meta ha ripristinato l’account, dichiarando che il rischio per la sicurezza pubblica è diminuito. Bontà sua.
Nel febbraio 2024 Meta annuncia che Instagram e Threads smetteranno di «raccomandare proattivamente» contenuti politici e un mese dopo viene introdotta l’impostazione «Contenuti politici» nel menu preferenze. Meta sceglie di impostarla su «Limita» di default per tutti gli account mondiali, senza una notifica inviata agli utenti. Ma nel gennaio 2025 Zuckerberg annuncia un parziale ritorno alle origini sulla «libertà di espressione» eliminando il declassamento automatico dei contenuti verificati. Anzi, Meta annuncia l’eliminazione del programma di fact-checking di terze parti (chiaramente orientati politicamente) per sostituirlo con un sistema di Note della Community, sullo stile di quello del social di Elon Musk, X. Sempre dal gennaio 2025, vengono rimosse le restrizioni automatiche su temi caldi come immigrazione e identità di genere, argomenti che in precedenza venivano spesso nascosti o segnalati dagli algoritmi. Nell’ottobre scorso Meta decide poi di vietare la vendita di pubblicità politica in Europa, definendo le regole europee impossibili da gestire. Il riferimento è alle leggi Ue sulla trasparenza (Ttpa). Secondo Zuckerberg, ora i filtri automatici riguardano solo violazioni illegali come terrorismo o pedopornografia, lasciando che siano gli utenti ad innescare eventuali revisioni sulle altre questioni.
Nel 2018 Mark Zuckerberg testimoniò per due giorni davanti al Congresso degli Stati Uniti sul caso Cambridge Analytica, società di consulenza politica che aveva avuto informazioni su circa 87 milioni di profili Facebook. Vennero avviate indagini della Federal Trade Commission (Ftc), inchieste parlamentari nel Regno Unito e verifiche delle autorità europee per la protezione dei dati. Alla fine, nel 2019, Facebook accettò di pagare 5 miliardi di dollari alla Ftc per violazione di un precedente accordo del 2012 sulla tutela della privacy. È la più alta sanzione mai imposta fino ad allora a una società tecnologica negli Stati Uniti.
Tutto ciò rende evidente l’intreccio tra le Big Tech e la politica. Un rapporto che passa attraverso censura e influenza, due strumenti diversi ma affini, utili ora a quelle, ora all’altra.
Con Facebook ha trasformato Internet. L’anonimato, tipico del web fino a quel momento, ha ceduto il passo alla vanità digitale di massa. Dalla quotazione in Borsa, nel 2012, il valore del suo impero è cresciuto di 17 volte, anche se non sono mancati i passi falsi e i problemi giudiziari.Lontano dal protagonismo di Musk o dai toni oracolari di Jobs, rivendica il controllo totale delle sue aziende. Eppure è l’unico guru vivente della Silicon Valley al quale Hollywood ha già dedicato un film.Dopo l’ammissione di aver ceduto alle pressioni di Biden, «Zuck» sta togliendo dal suo social molte restrizioni.Lo speciale contiene tre articoli.Narra la leggenda che la storia di Mark Zuckerberg inizi da una goliardata universitaria. Nel 2003, il giovane studente, dal dormitorio di Harvard, crea Facemash, un sito che permetteva di votare l’attrattività degli studenti di Harvard confrontando due foto affiancate. Fu un disastro dal punto di vista disciplinare, ma un successo clamoroso in termini di interesse tra gli studenti. Da quella scintilla, il 4 febbraio 2004, nacque TheFacebook, il libro delle foto dei compagni di corso.In realtà, una vera rivoluzione, certamente ben oltre le intenzioni di partenza. TheFacebook diventa un clamoroso successo a livello universitario e si apre al pubblico globale a partire dal 2006. Zuckerberg non è tenero con i compagni di corso che lo aiutarono agli inizi. I gemelli Winklevoss (che a quanto pare ebbero l’idea originaria) e il cofondatore Eduardo Saverin sono quasi subito messi alla porta dopo alcune battaglie legali. Il fondatore resta solo a guidare l’azienda, che diventa man mano il centro di un nuovo mondo: il social network. Un mondo parallelo in cui le identità diventano digitali e dove l’anonimato tipico del web sino ad allora viene bandito. Tra il 2010 e il 2014, «Zuck» compie passi che lo trasformano da ragazzo prodigio in tycoon tecnologico. Nel 2012 quota in borsa Facebook, che nel frattempo ha perso il «the». Prezzo di partenza 38 dollari per azione, per una valutazione di 104 miliardi di dollari. Dopo un primo periodo in cui il valore scese fino a 18 dollari per azione, iniziò una risalita che non si è arrestata. Oggi il titolo Meta vale circa 650 dollari per azione per una valutazione di oltre 1.650 miliardi di dollari. Gli investitori hanno perdonato il tremendo flop del Metaverso, quando nel 2022 il titolo era sceso sotto i 100 dollari. Ad oggi, rispetto alla quotazione iniziale, il valore della società è cresciuto di 17 volte.Sempre nel 2012, Zuckerberg fa shopping e si compra Instagram, che stava crescendo vertiginosamente. Elimina così un concorrente pericoloso e lo incorpora nell’universo che andava costruendo attorno a Facebook. Costo? Un miliardo, poca roba. Due anni dopo però tocca a Whatsapp, altra acquisizione che però gli costa ben di più: 19 miliardi di dollari. Ora però Zuck ha in mano un tris d’assi. La vanità di Instagram, il narcisismo di Facebook e la bulimia comunicativa di Whatsapp forniscono all’universo di Zuckerberg quella materia prima che viene poi raffinata e trasformata in flussi di cassa: i dati degli utenti.Nel 2021 si apre il primo dei capitoli bui della vicenda di Zuckerberg, ovvero i Facebook papers, lo scandalo scoppiato grazie alle rivelazioni di una ex dipendente, Frances Haugen. I documenti dimostrano che l’azienda era consapevole dei danni causati dalle sue piattaforme (l’impatto tossico di Instagram sulle adolescenti o la polarizzazione politica), ma che scelse di non intervenire per non perdere traffico e ricavi. È emerso altresì che i sistemi di Facebook favorivano deliberatamente i contenuti divisivi e rabbiosi perché generavano più interazioni. Esisteva poi una «lista bianca» che esentava Vip e politici dalle normali regole di moderazione, permettendo loro di violare le linee guida senza conseguenze. L’inchiesta ha svelato che Zuckerberg sapeva tutto, ma ha preferito tacere.A seguito dello scandalo, per cercare di recuperare credibilità, Facebook diventa Meta e lancia improvvisamente il progetto Metaverso, ovvero un mondo in realtà virtuale in cui gli utenti avrebbero dovuto socializzare uscendo dalla modalità testo/immagini a schermo. Oggi, a quattro anni dal lancio, il progetto della divisione Reality Labs è ufficialmente un disastro, essendo naufragato con perdite superiori ai 70 miliardi di dollari e una serie di gadget inservibili come i visori Quest. Tra il 2023 e il 2025, 20.000 dipendenti sono stati licenziati. Per ricucire gli strappi, dopo lo scandalo e il flop, ecco arrivare in grande stile l’intelligenza artificiale. Il Metaverso viene declassato a progetto a lungo termine e Meta lancia Llama, il suo modello Ia basato sull’enorme mole di dati generati dai suoi 3,5 miliardi di utenti attivi, tra Facebook, Whatsapp e Instagram. A differenza degli altri sistemi di intelligenza artificiale, quello di Meta è open source, nell’ottica di contrastare il dominio di ChatGPT e Gemini di Google. A quanto pare, l’Ia di Meta sembra piacere a utenti e investitori, almeno per ora. Le incognite future sono rappresentate dagli occhiali a realtà aumentata, i Ray-Ban Meta che possono «vedere» ciò che l’utente sta guardando e interagire. Per il 2027 è atteso Orion, l’occhiale da 10.000 dollari che usa lenti in carburo di silicio e minuscoli proiettori per visualizzare ologrammi nel mondo reale. Per completare il quadro, Meta ha anche resuscitato lo smartwatch proprietario, che servirà da cervello e interfaccia per gli occhiali.Sembra dunque che Zuckerberg voglia allargarsi nel mondo hardware, attraverso il quale veicolare i propri servizi software.La crescita dell’universo del quarantaduenne Mark Zuckerberg non è stata solo tecnologica. Inevitabilmente, con miliardi di utenti, i social network proprietari hanno impatti politici evidenti. Da strumento per la Primavera Araba a catalizzatore di polarizzazione durante le elezioni americane del 2016 e 2020, il «Zuckerberg power» è diventato un tema di sicurezza nazionale per molti governi. L’Unione europea ha morso i garretti più volte: una multa da 1,2 miliardi di euro nel 2023 per violazione delle norme sulla privacy, un’altra da 800 milioni per abuso di posizione dominante, e ancora 200 milioni nel 2025 per il modello «paga o acconsenti». Le sue audizioni al Congresso americano sono diventate un appuntamento atteso, un rito che viene amplificato dai media. Il passaggio tra il 2020 e il 2022, con i Facebook files e la pandemia Covid 19, ha trasformato l’immagine di Zuckerberg. Da nerd con la felpa è stato tratteggiato come una sorta di spietato architetto di oscure trappole digitali. Del resto, la continua censura dei profili, la gestione della disinformazione e il rapporto ambiguo con le agenzie di intelligence hanno lasciato nel pubblico un segno indelebile. La lettera pubblica con cui Zuckerberg si duole di avere assecondato le richieste di censurare i profili (pressioni provenienti dalla Casa Bianca gestione Biden), è diventata il peggior atto d’accusa verso lo stesso Zuck.Ma i problemi per Zuck non sono finiti. Il suo nome emerge per 282 volte dagli Epstein files, senza che per ora siano emersi fatti di rilievo, ma soprattutto il capo di Meta, assieme ad altri, è sotto processo a Los Angeles per una causa intentata da una ventenne californiana contro Meta, Youtube, Snapchat e TikTok. L’accusa è di aver progettato le piattaforme social con l’intenzione di creare dipendenza tra gli adolescenti. Zuck è comparso in tribunale mercoledì 18 febbraio per rispondere delle accuse di avere adottato strumenti di attrazione che hanno innescato problemi di salute mentale negli utenti. Le risposte di Zuckerberg alle domande dell’avvocato dell’accusa Mark Lanier non sono parse convincenti ma il processo prosegue.Zuckerberg è a capo di un impero che ha superato crisi, multe miliardarie dell’Unione europea e clamorosi fallimenti di prodotto. La sua multinazionale non è più solo un social media, tanto che oggi la domanda non è se Meta sopravviverà, ma se la democrazia sopravviverà a Meta.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/mark-zuckerberg-meta-2675536262.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="freddo-zero-carisma-capo-assoluto-da-manager-non-va-a-caccia-di-like" data-post-id="2675536262" data-published-at="1772458142" data-use-pagination="False"> Freddo, zero carisma, capo assoluto. Da manager non va a caccia di «like» Il profilo di Mark Zuckerberg non ha nulla a che fare con il variopinto protagonismo di Elon Musk, né con l’estetismo ieratico di Steve Jobs. Neppure lo si può confrontare con i toni apocalittici di un Peter Thiel o l’inclinazione tutta politica un Alexander Karp.Il carattere trattenuto di Zuckerberg lo rende un metodico tessitore nell’ombra, privo, apparentemente, di partecipazione emotiva. Si tratta certo di un leader, ma del tipo meno carismatico e più di sostanza.A differenza degli altri big della Silicon Valley, non esiste una mitologia personale che ne faccia un oracolo cui votarsi in attesa di visioni del mondo. Anzi, quando Zuck ci ha provato con il Metaverso, nessuno gli ha creduto davvero e i risultati sono stati pessimi.La sua storia spigolosa non ispira devozione, quanto piuttosto una certa diffidenza. Il rispetto sul profilo tecnico, certo, esiste, ma prescinde dal gradimento altrui. È un paradosso interessante, per un uomo che ha creato l’idea del «like», il pollice all’insù, come nuova forma contemporanea di espressione di accordo e gradimento. A Zuck non interessano i like per sé, non cerca di essere amato. In fondo, ha costruito il suo impero sull’ignorare il consenso.La mancanza di espressività di Zuckerberg è stata ed è tuttora oggetto di scherno. Le sue apparizioni pubbliche, specialmente le audizioni davanti al Congresso americano, hanno alimentato l’immagine del ceo androide. Se però la maschera impenetrabile di Zuck è oggetto di sarcasmo, dall’altra parte piace parecchio alla finanza. Il controllo sul suo impero social è pressoché totale, sia in termini strategici che in termini societari. Grazie a una classe speciale di azioni, egli detiene il controllo assoluto sui diritti di voto di Meta. È, di fatto, un monarca che non può essere rimosso dal suo consiglio di amministrazione, come egli stesso ha detto lo scorso anno durante un’intervista al noto podcaster americano Joe Rogan: «Dal momento che controllo la nostra azienda, ho il vantaggio di non dover convincere il consiglio di amministrazione a non licenziarmi».Una frase che nel processo in corso a Los Angeles, in cui Meta è chiamata a rispondere per la dipendenza che i suoi social generano negli adolescenti, gli è stata contestata come prova del fatto che egli sapeva degli effetti negativi dei suoi algoritmi sulla salute mentale (depressione, dismorfismo e tendenze suicide). Anche in quella occasione, Zuck è apparso imperturbabile, rispondendo evasivamente con frasi del tipo «Sembra qualcosa che avrei potuto dire» o «Non sono sicuro di cosa stia cercando di insinuare», rivolto all’accusa.Il processo mette sotto accusa anche altri social e sarà ancora lungo. Ma certo Zuckerberg non è dipendente dalle sue piattaforme. Mentre una personalità vulcanica come Musk si perde in lunghe polemiche su X (e c’è da chiedersi dove trovi il tempo, con 13 figli e un impero da duemila miliardi di dollari), il fondatore di Facebook appare raramente, quando lo fa parla in modo attento e misurato, con una certa discrezione tattica, senza enfasi e senza toni visionari.È piuttosto significativo anche il fatto che Zuckerberg sia l’unico guru vivente della Silicon Valley su cui Hollywood ha prodotto un film. The Social Network è uscito già nel 2010, per la regia di David Fincher e con il bravo Jesse Eisenberg ad interpretare un giovane e spietato Zuckerberg. Il film ha vinto quattro Golden Globe, ha avuto otto candidature agli Oscar e ne ha vinti tre. Il mitico Steve Jobs era già morto quando sono usciti i due omaggi cinematografici intitolati, con grave difetto di fantasia, Jobs (2013) e Steve Jobs (2015). Ma in effetti, per il creatore di Apple ciò aveva un senso, mentre è difficile immaginare il successo di una pellicola intitolata Zuckerberg.Più di recente, abbiamo assistito ad un tentativo di umanizzare il robot nascosto sotto la felpa grigia d’ordinanza. No, nessun tentativo di sembrare simpatico, ma la diffusione della sua passione per le arti marziali, del resto perfette per il personaggio. Il distacco emotivo si sostanzia nell’approccio alle arti marziali come il Jiu-jitsu brasiliano e le Mma (arti marziali miste). «Mi sveglio e devo combattere qualcuno per resettare il cervello» ha detto lo scorso anno in una intervista. Sarà, ma intanto gli azionisti stanno un po’ in pensiero. Recentemente, i documenti depositati da Meta alla Sec (l’ente di controllo della borsa statunitense) contengono un avviso formale per gli investitori: la società avverte che la passione del ceo per gli «sport estremi e di combattimento» rappresenta un rischio per l’azienda, poiché un infortunio grave potrebbe lasciarla senza leader.E le donne? Nel 2012, con una non-cerimonia in casa, ristretta a pochi amici e con sushi da asporto, Zuckerberg si è sposato con Priscilla Chan, figlia di rifugiati vietnamiti di etnia cinese conosciuta ad Harvard nel 2003. Oggi è pediatra di professione. Nel 2024 Zuck ha fatto piazzare nel giardino di casa una statua gigante di Priscilla, alta oltre due metri e realizzata in stile romano moderno, dichiarando di voler riportare in auge la tradizione romana di onorare le mogli con sculture. I due hanno chiamato le loro tre figlie Maxima, August e Aurelia e proprio in questi giorni hanno dichiarato che non lasceranno loro il patrimonio accumulato, stimato in oltre 200 miliardi. Se è vero, le tre dovranno guadagnarsi il proprio successo nella vita e in fondo questa potrebbe essere la loro vera fortuna. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/mark-zuckerberg-meta-2675536262.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-svolta-via-i-fact-checker-si-ai-temi-scomodi" data-post-id="2675536262" data-published-at="1772458142" data-use-pagination="False"> La svolta: via i fact checker, sì ai temi scomodi Il cuore del binomio Zuckerberg-politica sta nella clamorosa lettera dell’agosto 2024, indirizzata alla Commissione Giustizia della Camera degli Stati Uniti, nella quale il ceo di Meta ha ammesso ciò che per anni era stato liquidato come bieco complottismo: l’amministrazione Biden ha esercitato per mesi pressioni sistematiche su Meta affinché censurasse contenuti relativi al Covid-19.Zuckerberg ha rivelato che la Casa Bianca non chiedeva solo la rimozione di «fake news» pericolose, ma spingeva per eliminare post umoristici, meme e satira che mettevano in discussione le politiche governative. «Credo che la pressione del governo fosse sbagliata», ha scritto Zuckerberg, dichiarandosi pentito di non aver opposto una resistenza più ferma alle richieste del governo americano. Ha inoltre ammesso l’errore commesso nel 2020 quando, su indicazione dell’Fbi, Meta limitò la diffusione della storia del laptop di Hunter Biden, una decisione che influenzò il dibattito elettorale basandosi su timori di disinformazione russa che si rivelarono poi del tutto infondati.Non bastasse questo, nel gennaio 2021 Facebook sospese l’account di Donald Trump per incitamento alla violenza. Nel 2023 Meta ha ripristinato l’account, dichiarando che il rischio per la sicurezza pubblica è diminuito. Bontà sua.Nel febbraio 2024 Meta annuncia che Instagram e Threads smetteranno di «raccomandare proattivamente» contenuti politici e un mese dopo viene introdotta l’impostazione «Contenuti politici» nel menu preferenze. Meta sceglie di impostarla su «Limita» di default per tutti gli account mondiali, senza una notifica inviata agli utenti. Ma nel gennaio 2025 Zuckerberg annuncia un parziale ritorno alle origini sulla «libertà di espressione» eliminando il declassamento automatico dei contenuti verificati. Anzi, Meta annuncia l’eliminazione del programma di fact-checking di terze parti (chiaramente orientati politicamente) per sostituirlo con un sistema di Note della Community, sullo stile di quello del social di Elon Musk, X. Sempre dal gennaio 2025, vengono rimosse le restrizioni automatiche su temi caldi come immigrazione e identità di genere, argomenti che in precedenza venivano spesso nascosti o segnalati dagli algoritmi. Nell’ottobre scorso Meta decide poi di vietare la vendita di pubblicità politica in Europa, definendo le regole europee impossibili da gestire. Il riferimento è alle leggi Ue sulla trasparenza (Ttpa). Secondo Zuckerberg, ora i filtri automatici riguardano solo violazioni illegali come terrorismo o pedopornografia, lasciando che siano gli utenti ad innescare eventuali revisioni sulle altre questioni.Nel 2018 Mark Zuckerberg testimoniò per due giorni davanti al Congresso degli Stati Uniti sul caso Cambridge Analytica, società di consulenza politica che aveva avuto informazioni su circa 87 milioni di profili Facebook. Vennero avviate indagini della Federal Trade Commission (Ftc), inchieste parlamentari nel Regno Unito e verifiche delle autorità europee per la protezione dei dati. Alla fine, nel 2019, Facebook accettò di pagare 5 miliardi di dollari alla Ftc per violazione di un precedente accordo del 2012 sulla tutela della privacy. È la più alta sanzione mai imposta fino ad allora a una società tecnologica negli Stati Uniti.Tutto ciò rende evidente l’intreccio tra le Big Tech e la politica. Un rapporto che passa attraverso censura e influenza, due strumenti diversi ma affini, utili ora a quelle, ora all’altra.
Donald Trump (Ansa)
Per di più, gli emissari della Casa Bianca inizierebbero a sospettare che, dall’altro lato della barricata, non ci sia nessuno dotato della vera autorità per siglare un’intesa: «Abbiamo riscontrato una frattura assoluta fra i negoziatori e i militari», hanno riferito fonti dell’amministrazione alla testata statunitense. «Nessuna delle due parti ha accesso alla Guida suprema, che non risponde». Sarebbe paradossale se, dopo aver fatto tanto per provocare la caduta degli ayatollah, tutto il processo diplomatico si incagliasse per le divisioni suscitate all’interno del regime e perché Mojtaba Khamenei latita.
In effetti, il destino della pace appare appeso a due chiodi: quello delle esibizioni di forza nello Stretto di Hormuz e quello delle debolezze, più o meno occulte, dei belligeranti.
Il sistema granitico, capace di resistere a quaranta giorni di bombardamenti, risulterebbe dunque meno solido di quanto cerchi di dimostrare: sarebbe acclarata la divergenza degli apparati politici con i pasdaran e i falchi che li spalleggiano. Non è un caso se, a comunicare che non è stata presa alcuna decisione sul secondo vertice a Islamabad, sia stata l’agenzia Tasnim, affiliata ai pretoriani islamisti. Delle tensioni si sarebbe avuta prova anche la scorsa notte, quando il capo della squadra incaricata di trattare con Washington, Mohammad Ghalibaf, ha dovuto smentire i commenti del suo consigliere, Mahdi Mohammadi, sulla pausa prolungata da The Donald. «È uno stratagemma per guadagnare tempo in vista di un attacco a sorpresa», aveva detto il boiardo persiano. «Le opinioni espresse da questi consulenti», ha poi corretto il tiro un funzionario del Parlamento, di cui Ghalibaf è presidente, «non rappresentano necessariamente» le idee dell’uomo che parla con gli americani. Il quale, ieri, ha elogiato le Guardie rivoluzionarie, definendole fonte di «orgoglio e onore», nonché «muro di ferro» contro le minacce esterne. Un messaggio che, se non fosse stato diffuso in occasione dell’anniversario della fondazione del corpo, avrebbe avuto l’aria di una excusatio non petita. Ieri, intanto, il ministro degli Esteri, Abbas Araghchi, ha sentito il titolare della Farnesina, Antonio Tajani: è un segnale che la Repubblica islamica non vuole tagliare ogni canale di dialogo con l’Occidente.
Se nel monolite iraniano si è aperta qualche crepa, all’Armada di Trump cominciano a mancare le cartucce. In senso letterale. Era noto che gli Usa avessero problemi di scorte e che, per sopperire allo svuotamento degli arsenali, già a novembre 2025 il Pentagono avesse contattato le fabbriche automobilistiche, esortandole a riconvertire a scopi bellici alcune linee di produzione. Anche il generale Dan Caine, capo dello Stato maggiore congiunto, aveva messo in guardia il presidente durante le discussioni preliminari su Epic fury: le riserve di missili e munizioni erano ridotte al lumicino, dopo anni di sostegno all’Ucraina e a Israele. Ora, la Cnn ha pubblicato una lista che illustra nel dettaglio lo stato allarmante in versano gli stock a stelle e strisce: il conflitto in Iran ha consumato metà degli intercettori Thaad e dei Patriot; il 45% dei missili di precisione Strike; il 30% dei Tomahawk; il 20% degli standoff aria-superficie, progettati per colpire obiettivi protetti rimanendo al di fuori della portata delle contraeree; e il 20% dei missili SM-3 e SM-6, i pilastri della difesa aerea e missilistica navale statunitense. Alla luce di questi dati, è plausibile che la sosta sia utile anche agli americani per tirare il fiato, benché a rimpiazzare gli armamenti - per la modica cifra di 47 miliardi di dollari - non bastino settimane. Tanto più che l’intelligence Usa, citata da Cbs, sostiene che la metà delle testate balistiche iraniane e dei mezzi di lancio sia intatta, così come il 60% della Marina - quella che per Trump è «in fondo al mare». Anche l’Aeronautica sarebbe ancora operativa per i due terzi.
Ma la scelta di concedere un ulteriore margine a Teheran potrebbe derivare pure dalla necessità di riconquistare un po’ della fiducia perduta. I commenti del consigliere di Ghalibaf tradiscono una preoccupazione autentica degli iraniani. Maturata già quando, il 9 settembre 2025, Israele colpì in Qatar l’edificio dove aveva convocato i rappresentanti di Hamas. La mossa di Benjamin Netanyahu irritò la Casa Bianca. Ma i nemici di Tel Aviv potrebbero non aver dato credito alla tesi della bravata di Bibi. Gli stessi ayatollah hanno lamentato di essere stati attaccati mentre erano aperti i tavoli a Ginevra, che comunque Trump considerava inconcludenti. E ieri il presidente della Repubblica islamica, Masoud Pezeshkian, ha ribadito che Teheran «ha sempre accolto e continua ad accogliere il dialogo», il «principale ostacolo» al quale rimane la «malafede» a stelle e strisce.
A breve capiremo se, per JD Vance, avrà senso partire alla volta del Pakistan. Ma che il presidente speri di chiudere la partita lo conferma il Wall Street Journal, quotidiano fresco di polemica con The Donald per un articolo di Elliot Kaufman, secondo cui gli iraniani lo considerano un «fesso». Il giornalista, ha scritto Trump su Truth, è «un idiota nel comitato editoriale». Fatto sta che, stando alle fonti consultate dal giornale, mentre si avvicinava la scadenza della precedente tregua, il tycoon si sarebbe mostrato molto cauto sull’ipotesi di riprendere le ostilità. Il cambio di toni e, forse, una reciproco tentativo di distensione, si notano pure dalla scelta di Teheran di non giustiziare le otto ragazze che Trump aveva chiesto di risparmiare: «Quattro saranno rilasciate immediatamente», ha riferito il presidente, «mentre quattro saranno condannate a un mese di carcere. Apprezzo vivamente». C’era una volta quello che minacciava di cancellare la civiltà iraniana.
Continua a leggereRiduci
Bruno Cefalà, chef del Rosa Grand Hotel Milano, con mano raffinata e sguardo rivolto al futuro senza dimenticare la tradizione, si misura con l'eccellenza italiana. Con ottimi risultati.
Giorgia Meloni (Ansa)
Gli è stato chiesto: l’Italia si muoverà da sola? Cioè senza attendere le liturgie di Bruxelles. La risposta è stata chiara: «Io non lo escluderei». E in aggiunta il ministro dell’Economia ha parlato con una metafora. «Tanti colleghi (intesi come ministri, ndr) si ritrovano con me a fare il medico nell’ospedale da campo e in tanti condividiamo lo stesso modo di vedere la situazione. Abbiamo feriti che arrivano da tutte le parti e che dobbiamo curare: non possiamo dargli l’aspirina». Insomma, non è tempo di pannicelli caldi: servono misure concrete di sostegno all’economia e se necessario l’Italia deve fare da sola, senza attendere il via libera di un’Europa che di fronte alla situazione venutasi a creare con il blocco dello stretto di Hormuz non sembra sapere che pesci pigliare. Concetto poi ribadito dallo stesso presidente del Consiglio in un post su X.
Tanto per far capire ancor meglio come la pensino al governo, Giorgetti ha poi fatto un riferimento al Patto di stabilità, ovvero a quell’insieme di regole europee che tra le altre cose impongono il vincolo di un rapporto deficit/Pil al di sotto del 3%, pena l’apertura di una procedura d’infrazione comunitaria. «Io non ho chiesto la deroga al Patto di stabilità, ma ho detto che bisogna essere pronti e flessibili per rispondere alle situazioni. Non rilassati, ma flessibili. Quello che secondo me non è accettabile è la rigidità nel confrontarsi con un mondo che è completamente cambiato». Il ministro non lo dice espressamente, ma il senso è chiaro: le regole di Bruxelles non possono essere un dogma a cui attenersi anche se lo scenario richiede l’adozione di altre misure, perché così facendo ci si schianta. Difficile non essere d’accordo. Sulla Verità ne abbiamo parlato spesso, invocando un cambio di direzione e un’azione per convincere l’Europa ad adottare politiche economiche che invece dei parametri di Maastricht favoriscano la crescita. Ma gli occhiuti funzionari della Ue da questo orecchio paiono non sentirci. Per loro vale soltanto la religione del pareggio di bilancio. E purtroppo alla miopia dei vertici dell’Unione corrisponde anche quella di chi amministra la politica monetaria nel Vecchio continente, ovvero Christine Lagarde.
Negli ultimi quattro anni è successo di tutto: l’invasione dell’Ucraina da parte di Mosca, con conseguenti sanzioni europee e rinuncia al conveniente gas russo; la guerra dei dazi che ha rallentato le esportazioni verso gli Stati Uniti; e ora il conflitto in Iran, con il blocco dello stretto di Hormuz e dunque delle esportazioni di gas e petrolio. Tutto ciò con un’impennata dei prezzi dei combustibili fossili, che a cascata si rovesciano su imprese e famiglie. Di fronte a tutto ciò si può rimanere ancorati al 3% che definisce il rapporto fra deficit e Pil? La risposta è no, perché se cambiano le condizioni devono cambiare le regole. «Noi abbiamo ancora un’industria» si è sfogato Giorgetti, «l’Italia è ancora un Paese industriale, mentre ci sono alcuni Paesi che l’industria non sanno nemmeno cos’è». Il ministro non fa nomi, ma è evidente il riferimento a quanti sono sempre pronti a puntare l’indice sui decimali.
E a proposito di numerini, ieri Eurostat ha «sentenziato» che l’Italia deve ancora sottostare alla procedura d’infrazione, perché il deficit per poche decine di miliardi è al 3,1%. Giorgetti dice che fino al 28 febbraio, cioè fino all’attacco contro l’Iran, avrebbe voluto rientrare nei parametri europei, ma adesso la faccenda non lo interessa più, perché con quel che è accaduto dopo la guerra in Iran lo zero virgola non è la cosa più importante. Ma la decisione di Eurostat ha suscitato allarmati commenti da parte di Giuseppe Conte, ovvero di colui che con il Superbonus ha contribuito a creare un buco che ancora si trascina nei conti dello Stato. Il leader dei 5 stelle strilla perché spera di ottenere visibilità, ma la risposta migliore gliel’ha data la premier, addebitando il mancato obiettivo del 3% di deficit alla gestione dello stesso Conte. Visti i risultati dei suoi anni al governo (reddito di cittadinanza, Superbonus e lockdown) gli italiani sanno che cosa li aspetterebbe nel caso tornasse a Palazzo Chigi. Incrociamo le dita per risparmiarci quest’altra sciagura.
Continua a leggereRiduci
Getty Images
E, come tutti, lo osannò applaudendo la sua «decisione irrevocabile». Decenni dopo, in democrazia, egli stesso spiegò molto candidamente il motivo dell’entusiasmo: «La piazza era straripante e la dichiarazione di guerra sembrava l’annuncio di un ricco programma di festeggiamenti popolari: tutti erano esaltati, travolti dalla gioia, dal piacere, urlavano la felicità di essere in guerra e di fare la guerra, sventolando le mani al cielo. Mi lasciai trascinare da quell’entusiasmo». Perché mai? E Sordi confessò: «Per ignoranza. Gli italiani erano ignoranti, nessuno li aveva informati. Nessuno gli aveva mai detto altre cose, per quasi due decenni. Perciò tutto quello che sapevamo proveniva dalla propaganda del regime e dalla cattiva informazione. Ci avevano raccontato di aver ricostruito un impero, di avere una forza indistruttibile e di aver ragione. Per di più eravamo alleati con quell’altra potenza della Germania e davvero credevamo, noi italiani, che in quattro e quattr’otto avremmo conquistato il pianeta».
Ecco. Gli italiani non sapevano nulla della realtà. Alberto Sordi, invecchiando, lo aveva capito. Figurarsi se potevano conoscere l’effettivo scenario geopolitico mondiale, lo stato delle cose in Europa e in Italia. Erano stati relegati per anni in una meta-realtà che nulla aveva a che fare con la verità. Per Mussolini era stato facile: una volta sterminata nel sangue l’opposizione, gli era bastato dominare i giornali e la radio ed ecco che la propaganda poté stuprare l’informazione, ipnotizzando il popolo. La radio era una sola e di Stato e fu molto semplice, per i giornali invece la via fu più complessa e quindi più criminale.
E qui comincia Fascistissima, il nuovo libro di Giovanni Mari, edito da People (pp. 200, € 16): un’indagine storica rigorosa e avvincente che illumina i fatti di cent’anni fa esatti, il 1926, quando Mussolini strangolò la stampa libera in Italia. Attraverso documenti, telegrammi, circolari prefettizie e testimonianze d’epoca, il libro ricostruisce passo per passo la «stretta immediata» sull’informazione, con l’obiettivo di trasformarla in un megafono del regime. Non si tratta di una mera cronaca: Mari denuncia come la soppressione della libertà di stampa sia stata il pilastro della dittatura, un crimine contro la democrazia che rese gli italiani ostaggi di una propaganda monolitica.
La stretta sulla stampa cominciò subito. Nel 1923 Mussolini ordinò ai prefetti monitoraggi sull’atteggiamento dei giornali e promosse un decreto-legge (15 dicembre, n. 3288) che dava ai prefetti poteri discrezionali per diffidare e revocare gerenti di testate accusate di «notizie false», «allarme pubblico» o «odio di classe», permettendo sospensioni e sequestri. Cesare Rossi (capo dell’Ufficio stampa) schedò testate, direttori, redattori e finanziatori tramite circolari ai prefetti (ottobre-dicembre 1923), richiedendo dati su «colori politici», tirature reali, qualità morali e influenze. Ma l’operazione non si rivelò sufficiente. Anzi, dopo il delitto Matteotti la stampa criticò aspramente il regime, accusandolo apertamente di essere il mandante: le vendite schizzarono verso l’alto, con punte del +400% a Milano per i fogli antifascisti.
Come racconta Mari in Fascistissima, i giornali si batterono fino all’ultimo, rischiando ogni giorno. La Federazione nazionale della stampa (la Fnsi, il sindacato dei giornalisti), e grandi direttori liberali come Luigi Albertini (Corriere della sera) e Alfredo Frassati (La Stampa) bollarono la politica fascista come «liberticida e criminale». In quell’estate del 1924 Mussolini comprese che la stampa era ancora per lui un gigantesco ostacolo nella permanenza al potere. E sciolse ogni dubbio dopo che Vittorio Emanuele gli consegnò vigliaccamente una lettera di aiuto che 25 direttori di giornali gli avevano inviato nella speranza che interrompesse la spirale totalitaria del fascismo. Il re non solo non rispose, ma regalò la missiva al Duce.
Ecco stralci della lettera dei direttori, quasi tutti moderati e liberali, era il dicembre del dicembre 1924: «Maestà, la stampa italiana è in grave pericolo a causa delle decisioni prese dal governo. Disconosciuta la funzione del giornalismo, soppresso il principio statutario che la stampa è libera e che soltanto la legge può reprimerne gli abusi, sconvolti i cardini del nostro diritto pubblico che sancisce in materia norme di repressione e non di prevenzione, il governo applica disposizioni restrittive che mirano alla sospensione della voce della stampa […]. Questo nuovo stadio ha portato alla soppressione di più giornali; alla paralisi politica e anche cronistica di tutti i giornali non incondizionatamente favorevoli al governo ed al partito che lo sostiene. La stampa, che doveva essere libera e solo soggetta alla legge, è invece completamente soggetta all’arbitrio del potere esecutivo».
Non è un caso che il successivo mese di gennaio Mussolini pronunciò il celebre discorso alla Camera in cui si assunse tutte le responsabilità e di fatto avviò la torsione verso la dittatura. E così la Fnsi fu commissariata; l’agenzia Stefani cominciò a diramare veline tassative, direttori moderati, ma critici con il regime come Albertini e Frassati furono fatti epurare. In una corsa sfrenata caratterizzata dalle leggi fascistissime che distrussero il sistema democratico e fino alla legge di San Silvestro, 31 dicembre 1925, che uccise la stampa. Entrò in vigore dal 20 gennaio 1926.
La chiave di volta istantanea, che sottometteva la stampa allo Stato e dunque al governo e dunque a Mussolini, era contenuta già all’articolo 1: il direttore di un giornale, da quel momento, sarebbe stato designato solo con il timbro del procuratore generale presso la Corte d’appello di riferimento. Il direttore, quindi, doveva piacere alla magistratura, già pienamente (o quasi) vassalla del fascismo. Il colpo di grazia era inferto dall’articolo 7, che decretava la nascita dell’albo dei giornalisti: senza l’iscrizione non si poteva esercitare la professione giornalistica, ma l’iscrizione era subordinata ai meccanismi sanciti da un futuro regolamento (che quindi neppure sarebbe passato dal Parlamento). Venne deciso, infatti, che sarebbe stata concessa solo dopo il rilascio da parte del prefetto, un uomo di Stato completamente suddito del governo, di un certificato di «buona condotta politica». Significa esattamente quel che sembra: un cittadino poteva diventare giornalista solo con l’autorizzazione del prefetto, nominato direttamente dal governo Mussolini. Vittorio Emanuele promulgò il testo senza fiatare, diventando corresponsabile del bavaglio. Ed ecco che nel mazzo delle leggi fascistissime questa sui giornali generò una stampa fascistissima.
La «lenzuolata» sui giornalisti si perfezionò nel 1927, con una generalizzata cacciata dalle redazioni dei professionisti non allineati, ovviamente in combutta con le proprietà (e con buona parte dei giornalisti che accettarono il nuovo equilibrio, nascondendosi dietro la sicurezza e lo stipendio). E per effetto della nuova legge, l’iscrizione all’Ordine, entro il 1928, fu impedita a 1.897 aspiranti giornalisti, senza molte spiegazioni, per la semplice mancanza della «patente» dei prefetti. La stampa era morta.
Continua a leggereRiduci