Pechino ha posto una sfida molto puntuta all’alleanza delle democrazie: utilizzare il gruppo Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica), allargandolo in prospettiva a decine di altre nazioni del Sud globale, per sconfiggere il G7 e i suoi alleati. Sia Cina sia America non vogliono una guerra diretta tra loro, pur predisponendo una deterrenza reciproca, ma ne perseguono una di tipo indiretto. La Cina, pur in riarmo massivo e accelerato, si sente inferiore in caso di confronto diretto con gli Usa. Per questo sta praticando una strategia di espansione «laterale» dove percepisce una debolezza dell’America stessa e dei suoi alleati: la voglia delle ex colonie europee (e nipponiche) di diventare protagoniste e l’antiamericanismo di alcune, in particolare nel Sudamerica.
Già negli anni Cinquanta Pechino colse l’occasione dell’indipendenza dell’Indonesia dall’Olanda per creare il «gruppo dei 77». Ma erano nazioni povere. Ora molte sono diventate ricche. Non solo: i due blocchi in conflitto hanno congiuntamente circa 3 miliardi di abitanti mentre l’area grigia che è in mezzo a loro ne ha circa 5, la prima area in declino demografico, la seconda in aumento della popolazione nei prossimi 50 anni. Pechino ha pensato anche a questa tendenza. E ha progettato di conquistare la Russia. Ci è riuscita dando via libera a Mosca per aprire un «secondo fronte» in Europa per consumare risorse statunitensi e insinuarsi come attore necessario entro l’Ue. Inoltre la convergenza con la Russia amplia il rifornimento di materia prime a basso costo, porta al controllo delle rotte polari e a una garanzia di sicurezza perché l’Eurasia interna è meglio difendibile contro la talassocrazia statunitense.
Ma Pechino ha compiuto l’errore di anticipare troppo la strutturazione di un Sud globale non chiudendo a sufficienza il sistema per indirizzarlo dove vuole, così lasciando aperta la possibilità di smontarlo. Errore? La Cina è in implosione economica: verrà tamponata, ma costringerà Pechino a trovare nuovi spazi per il suo export in aree sicure «non G7». Forse ha dovuto accelerare un piano (costoso per i vantaggi promessi a tante nazioni) valutando che il tempo non è a suo favore. Nel vertice Brics di Johannesburg è stata data via libera preliminare per l’adesione di sei nuove nazioni (40 erano osservatori, circa 20 candidati): Arabia, Emirati, Iran, Argentina, Egitto ed Etiopia. In generale, le nazioni del Sud globale vedono la loro posizione non allineata come strumento per ottenere vantaggi dall’uno e dall’altro blocco. L’Arabia, infatti, sta negoziando con l’America importanti concessioni: armamenti, tecnologia nucleare civile e pressione su Israele per migliorare le relazioni con i palestinesi. Se li otterrà, si distanzierà dalla Cina. In caso contrario convergerà con Pechino? Forse, ma pensare a una convergenza tra Arabia e Iran, pur sollecitata da Pechino, è fantapolitica.
Gli Emirati hanno preso aerei addestratori cinesi – errore dilettantesco di un governo italiano precedente che li ha negati – ma non hanno interesse a divergere troppo da America ed Europa. L’Egitto deve seguire l’Arabia. L’Etiopia non è un caso semplice. Ma il punto principale dello scenario è che l’India ha l’ambizione di superare la Cina, favorendo il trasferimento degli investimenti occidentali all’India stessa: la convergenza tra i due potrà essere superficiale, ma non certo profonda. Il Brasile si fa sentire molto, ma il presidente Luiz Lula da Silva è stato eletto per uno zero virgola e la sua proposta di dedollarizzazione è rifiutata dai Brics+. L’Argentina prossima a elezioni ha un candidato forte che ha già rifiutato l’adesione ai Brics. Appunto, a parte Cina, Russia e Iran, gli altri non vogliono schierarsi.
In sintesi, i Brics non formano una struttura omogenea e compatta. Ma il toglierli dalle mani della Cina e farne convergere con il G7 una parte rilevante non sarà semplice: richiederà una proiezione globale da parte degli alleati perché l’America è ormai troppo piccola, pur potenza cardine, per gestire una grande operazione globale. Giappone e Regno Unito la stanno attuando nel Pacifico, consolidando, il primo, il Quad (con Australia, America e India) e il secondo l’Aukus (sommergibili nucleari) con America e Australia. Recentemente la Corea del Sud si è messa in convergenza. L’America ha consolidato posizioni anti cinesi nelle Filippine in Oceania e rinforzato Taiwan. L’Italia è in partenariato strategico con il Giappone e sta mandando navi e aerei per sperimentare una presenza militare aeronavale nel Pacifico. Inoltre Roma è attiva per ingaggiare Egitto e Algeria (e Israele) in un bilaterale forte nel Mediterraneo, prendere posizione nei Balcani e spingersi verso il Pacifico dal Mediterraneo profondo oltre che prendere posizione in Cile. Francia e Germania al momento sono passive, la prima per problemi interni ed espulsione dall’Africa francofona, la seconda per perdita del mercato russo e difficoltà in quello cinese.
Pertanto l’Italia ha l’opportunità di muoversi più libera interpretando la mossa cinese nel Sud globale – che alza il livello qualitativo del conflitto indiretto – come un’opportunità per prendere più valore strategico nel G7, utilizzandolo sia per migliorare la propria posizione «compressa» nell’Ue sia per spingere l’Ue stessa in convergenza con il G7. Roma è già su questa linea, ma forse dovrebbe studiare con più ambizione il raggio di espansione «contributiva» al G7 e l’opportunità di presiederlo nel 2024. Chi scrive ha appena mandato all’editore (Rubbettino) il libro Italia globale, in uscita a ottobre, che propone una tale strategia ambiziosa, realisticamente.
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