Già prima della pandemia, il 25% degli indagati per associazione a delinquere era immigrato. E ora il denaro sporco viene utilizzato per comprare aziende italiane in crisi. Fdi chiede sezioni staccate della Dda nelle aree ad alto rischio, come Prato e Castel Volturno

Prima della pandemia, un indagato su quattro per associazione a delinquere di stampo mafioso era un cittadino straniero. Lo si poteva leggere nell’ultimo rapporto semestrale della Dia sulla criminalità organizzata, dove il progressivo aumento di peso specifico delle mafie straniere in Italia era stato già segnalato come una vera e propria emergenza, con particolare riferimento alle ramificazioni delle organizzazioni albanesi, nigeriane e cinesi.

Ma se il quadro era allarmante e difficilmente gestibile alla vigilia dell’emergenza Covid, è lecito chiedersi ora cosa stia accadendo sul nostro territorio, nel momento in cui il fallimento di migliaia di esercizi e di piccole imprese dovuto all’insufficienza delle misure di sostegno economico, associato all’aumento della disoccupazione, sta creando le condizioni per il dilagare di questi sodalizi in ambiti ormai tralasciati dalle mafie italiane, orientate da tempo verso operazioni di livello più alto, che guardano alla speculazione finanziaria internazionale.

spoliazione

Certamente, la spoliazione definitiva di ciò che rimane del tessuto economico nazionale è già in atto nelle aree del Paese fuori controllo, come ad esempio Prato in Toscana e Castel Volturno in Campania, dove il flusso migratorio incontrollato (e spesso illegale) degli ultimi decenni ha costituito l’humus su cui si sono installate le zone franche, rispettivamente per le mafie cinesi e nigeriane. In entrambi i casi citati, un dato deve far riflettere: la popolazione delle comunità straniere ha raggiunto e in alcuni casi sopravanzato, nel numero dei residenti, quella degli italiani, contribuendo a rendere problematica, se non altro per l’oggettivo deficit di comunicazione, l’opera di controllo da parte delle forze dell’ordine.

Qui e altrove è stato, anche prima dello scoppio della pandemia, il bisogno di liquidità da parte degli esercenti e dei piccoli imprenditori italiani la causa scatenante della colonizzazione della piccola economia territoriale da parte delle mafie straniere, ricche di contante ottenuto con i proventi delle attività di spaccio di droga, sfruttamento della prostituzione, gioco d’azzardo e dal racket dell’immigrazione clandestina.

Ma se è nota l’attività estorsiva della mafia cinese presso i negozianti in difficoltà, sul fronte immigrazione sembra non aver raccolto l’attenzione dovuta l’allarme lanciato dalla Dia sui traffici di droga controllati dalla mafia nigeriana, anche attraverso l’attività di numerosi richiedenti asilo e talvolta nei pressi delle stesse strutture di accoglienza. Come accaduto a Potenza, dove 20 esponenti della criminalità nigeriana, la maggior parte dei quali richiedenti asilo, sono stati arrestati per aver trasformato il Cie locale in una piazza di spaccio.

Un tema caldo, quello del potere della criminalità straniera, tanto da essere al centro di un libro edito da Utet dal titolo Cosa loro, Cosa nostra, scritto da Andrea Di Nicola e Giampaolo Musumeci, in cui lo sguardo non si limita alle organizzazioni propriamente mafiose, ma si allarga anche alle gang sudamericane o alle bande di rapinatori o di topi d’appartamento provenienti dall’Est europeo o dalle Repubbliche una volta appartenenti all’Urss, e ai loro leader, spesso figure eccentriche e sanguinarie.

La questione, ora, è arrivata anche in Parlamento, attraverso l’iniziativa di Fratelli d’Italia, che ha presentato al ministro dell’Interno Luciana Lamorgese un’interrogazione che aveva già indirizzato all’ex ministro della Giustizia Alfonso Bonafede per chiedere l’istituzione di sezioni distaccate della Direzione distrettuale antimafia che si occupino esclusivamente delle organizzazioni straniere nelle aree più a rischio. A partire, naturalmente, da Prato e Castel Volturno.

A suo tempo Bonafede rispose, in sostanza, che gli uffici e l’organico delle Dda di Firenze e di Napoli-Area 2 erano a suo avviso sufficienti a contrastare l’attività delle mafie cinesi e nigeriane. Si era però alla vigilia della calata del Covid nel nostro Paese, ed è presumibile che il mutato scenario economico induca il governo ad azioni più energiche per evitare la catastrofe. Altra nota dolente nel contrasto alle mafie straniere, sempre secondo Fdi, è l’operato della commissione Antimafia: la sua attività, in generale, è stata più volte rallentata, in questa legislatura, dalle vicende politiche e da due crisi di governo ravvicinate.

vizio ideologico

Ciò non toglie, però, che il capitolo mafie straniere non ha ancora guadagnato la dovuta attenzione: secondo il senatore Antonio Iannone (Fdi), che ne è componente, «in commissione Antimafia c’è anche un vizio ideologico: non si vuole accettare il fatto che l’immigrazione incontrollata favorisca la penetrazione nel nostro Paese della criminalità organizzata. La questione sembra essere uscita dall’agenda, ma ci dobbiamo confrontare con un presidente che è preso dalle esagerazioni giornalistiche più che dai doveri della commissione, e invece bisogna fare presto, perché non ci si può più limitare agli annunci, come è stato fatto dal Conte bis».

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