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2019-09-27
Macron vuole la procreazione senza padre
Ansa
A Parigi il 6 ottobre si terrà una manifestazione contro la nuova legislazione bioetica, di cui da anni si dibatte in Francia, senza esclusione di colpi. Fortemente voluta dal presidente liberal-socialista Emmanuel Macron, la nuova normativa - presentata dal governo il 26 luglio scorso e non ancora approvata - viene definita dalla stampa progressista come «Pma per tutte», ovvero «procreazione medicalmente assistita per tutte le donne».
Il matrimonio gay
Si riutilizza quindi il linguaggio demagogico-orwelliano che ha già funzionato con il mariage pour tous, cioè il matrimonio gay (inclusa l'adozione), definito a suo tempo dai maîtres-à-penser dell'ingarbugliamento come «matrimonio per tutti». Come se, fino alla sciagurata legge Taubira-Hollande del 2013, le nozze fossero solo per «alcuni». Sarebbe un po' come se oggi qualche provocatore volesse aprire un contenzioso con lo Stato nazionale per chiedere il «voto per tutti», visto che, assieme a certi ergastolani, mafiosi e terroristi, i cittadini da 0 fino a 18 anni meno un giorno ne sono legalmente esclusi.
E la sinistra al potere, ieri con Francois Hollande, oggi con l'ipocrita Macron, va avanti imperterrita sulla via di queste leggi regressive che mortificano la storia di un grande Paese, dividono gli animi, indeboliscono le istituzioni e le norme giuridiche più solide, come quelle sulla filiazione, l'eredità, la trasmissione della vita, la certezza dei genitori. Creando altresì una montagna di crisi (ed obiezioni) di coscienza, in cittadini sia di fede religiosa (cristiana, islamica, ebraica) che nei razionalisti e nei laici non omologati.
La questione di fondo, assieme giuridica e morale, è la seguente. La Pma è riservata in Francia, e più o meno in tutte le nazioni civili d'Occidente, alle sole coppie eterosessuali, con genitori stabili, in età da poter procreare (per evitare il triste caso delle mamme-nonne di 65 anni e più), e con problemi di infertilità tali da non permettere la nascita naturale. In modo da permettere al bambino di trovarsi nella stessa situazione di tutti gli altri, un po' come avviene per l'adozione.
La nuova legge, fortemente sostenuta dal ministro della salute Agnès Buzin e dalle femministe più radicali e nichiliste, vuole svellere questi paletti, in modo da rendere possibile, legale e gratuita, la procreazione per qualunque donna, in qualsiasi situazione psicologica, relazionale, affettiva si trovi. Così una diciottenne potrebbe richiedere l'inseminazione artificiale poiché desidera fortemente un figlio-passatempo. E lo stesso potrebbe fare una donna anziana dopo un matrimonio fallito, in modo da rifarsi una vita, senza però impegnarsi in una relazione stabile, che come noto ha sempre diritti e doveri, gioie e responsabilità. Ed anzitutto la Pma che si intende approvare andrebbe a colmare il desiderio di maternità di talune coppie di lesbiche, le quali ritengono la figura paterna assolutamente inutile se non dannosa, e in ogni caso non (più) necessaria alla nascita, alla crescita e all'educazione del bambino.
Si è giunti al punto di ipotizzare che sul certificato di nascita di colui che vedrà la luce grazie alle tecniche della Pma (e non al rapporto d'amore) vi sarà scritto: nato da madre X e madre Y! Come se il bambino potesse in natura avere due madri, e come se la sua esistenza fosse il frutto del sentimento reciproco delle due donne con cui si troverà a vivere, senza poter mai conoscere la bellezza del rapporto, ugualmente importante, figlio-padre.
La Manif pour tous, la principale organizzazione che sfilerà a Parigi domenica 6 ottobre, fa notare che si tratta di uno stravolgimento completo della legge e di una ingiustizia assoluta e forse irreparabile. I bambini francesi con la nuova normativa non sarebbero più tutti uguali, ma alcuni sarebbero privati per sempre del padre, non potendo in nessun modo conoscere chi ha prestato-venduto il seme che è servito al suo concepimento.
Il fatto che parlando di procreazione, famiglia e amore genitoriale si debba scendere a parlare di «compravendita di semi» o di «prestito di sperma», la dice lunga sul fatto che stiamo già ora superando Frankenstein, e Il dottor Jackill e mister Hyde. E lo stiamo facendo in nome di diritti non bilanciati da doveri, o affermando i diritti della donna ma rivolti contro i diritti dell'uomo. La fine della paternità, di cui si parla dal Sessantotto ora arriva davvero al capolinea, e certe donne vivranno il delirio di onnipotenza di essere madri e padri della creatura che tutte sole (si fa per dire) hanno messo al mondo!
I vescovi in piazza
La ministra Agnés Buzyn ha avuto l'impudenza di dichiarare che il ruolo del padre può essere ricoperto «da un'altra donna, da un'altra figura familiare, degli zii, una nonna» e che «ciò che conta realmente è la serenità e l'amore che circondano il bambino». A lei ha risposto per le rime la deputata sovranista Emmanuelle Ménard, dichiarando così, all'apertura dei dibattiti parlamentari: «La vostra legge è criminale (…). Un essere umano non è un oggetto, un progetto, o una promessa di campagna elettorale». Molti vescovi e prelati francesi hanno invitato i fedeli a scendere in piazza per protestare contro la legge, al grido di liberté egalité paternité. Speriamo che non sia ancora una volta una protesta a legge ormai approvata, segno di grande impegno, ma senza risultati.
Fabrizio Cannone
Ottanta psicanalisti a «Le Monde»: «Gli antirazzisti fanno terrorismo»
Il mondo accademico francese insorge contro il razzismo e il populismo. E questa, di per sé, non sarebbe una novità. Senonché, stavolta i «rigurgiti totalitari» messi all'indice sono quelli del «pensiero decoloniale», ovvero l'avanguardia estrema del pensiero antirazzista. Ieri, su Le Monde, è comparso un appello siglato da 80 psicanalisti (prima firmataria: Houria Abdelouahed...) in cui si denunciava il terrorismo intellettuale intrinseco alle discipline militanti che si vanno facendo largo nelle università di mezzo mondo, come, per l'appunto, gli études décoloniales. Si tratta, per capirci, di quella disciplina che valorizza aprioristicamente qualsiasi esperienza indigena, per quel tanto che non sia stata compromessa dall'uomo bianco, e che per mettersi al riparo da ogni forma di colonialismo, anche culturale, finisce per proporre una sorta di apartheid.
Basti ricordare che, nel 2016, tanto per fare un esempio, fu organizzato in Francia un «campo decoloniale» riservato ai non bianchi e che diversi eventi simili si sono visti anche negli anni successivi. Esiste anche un movimento, gli Indigènes de la République, nato per promuovere esattamente questo tipo di politiche. Houria Bouteldja, la portavoce degli «indigeni», ha condannato i matrimoni misti, spiegando che «la prospettiva decoloniale implica di rompere la fascinazione del matrimonio con qualcuno della comunità bianca». Lo stesso gruppo è noto per il gioco di parole razzista volto a qualificare i cosiddetti français de souche, cioè i francesi «di ceppo», i bianchi insomma, come souchiens, che però suona come «sotto-cani».
Che tutto questo sembri ideologico ed estremistico a una persona normale è scontato, che appaia tale anche agli occhi di 80 psicanalisti francesi che si rivolgono a Le Monde (praticamente il politicamente corretto alla terza) lo è molto meno. Il testo, in effetti, è sorprendente, già dall'incipit, che cita una frase di George Orwell: «Gli intellettuali hanno una mentalità più totalitaria della gente comune». Alla faccia. Ma è solo l'antipasto. L'attacco, infatti, è violentissimo: «Oggigiorno dei militanti, ossessionati dall'identità, ridotta a identitarismo, sotto la copertura dell'antirazzismo e della difesa del bene, impongono nel campo del sapere e del sociale delle ideologie razziste. […] Non esitiamo a parlare di un fenomeno di influenza, che distilla surrettiziamente un'ideologia dai rigurgiti totalitari utilizzando delle tecniche di propaganda».
Sembra lo stesso gergo usato per demonizzare il Front national, ma adesso rivolto contro i militanti antirazzisti. L'appello prosegue: «Reintrodurre la “razza" e stigmatizzare le popolazioni cosiddette “bianche" o di colore come colpevoli o vittime vuol dire negare la complessità psichica». Per gli psicanalisti, una visione troppo schiacciata sulle appartenenze etniche, anche se in chiave pretesamente antidiscriminatoria, rischia di «negare la singolarità dell'individuo» e il «primato del vissuto personale». Ebbene, per gli studiosi che hanno scritto a Le Monde, tutto questo dà luogo a «una forma di razzismo mascherato» che «porta alla posizione vittimaria, al settarismo, all'esclusione e alla fine al disprezzo o alla insofferenza per il differente e alla sua esclusione di fatto». Il risultato è una nuova forma di caccia al diverso, dove quest'ultimo ha le inedite sembianze dell'europeo. Per gli estensori dell'articolo, in questo modo «la lotta di classe è diventata una lotta di razze».
L'appello parla inoltre chiaramente di «rivendicazioni totalitarie» che «minacciano i nostri valori democratici e repubblicani», ed è di nuovo un clamoroso dejà vu rispetto a certi manifesti antifascisti che siamo stati abituati a vedere in questi anni. Il tutto fino all'accusa delle accuse: quella di populismo. «Là dove si crede di lottare contro il razzismo e l'oppressione socioeconomica», è scritto, «si favoriscono invece il populismo e gli odi identitari». I toni della polemica sono inaspettatamente feroci e hanno tutto l'aspetto di una resa dei conti interna al pensiero dominante. Del resto, solo qualche settimana fa, non abbiamo forse visto il paladino dell'antirazzismo, il calciatore Lilian Thuram, scaricato dalla principale associazione del settore, la Licra, per via di alcune sue frasi infelici contro la «cultura bianca»? Evidentemente anche a una parte dell'intellighenzia politicamente corretta ha capito che certi temi rischiano di finire in burletta, se si lascia campo libero alla loro versione parodistica ed estremistica.
Adriano Scianca
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Il 6 ottobre manifestazione nella capitale contro la normativa presentata dal governo per consentire a tutte le donne, anche single, di fare figli con inseminazione artificiale. Una legge che destrutturerà la società, colpendo i valori della famiglia e della genitorialità.La denuncia degli accademici transalpini: «Aiutano il populismo e gli odi identitari».Lo speciale contiene due articoliA Parigi il 6 ottobre si terrà una manifestazione contro la nuova legislazione bioetica, di cui da anni si dibatte in Francia, senza esclusione di colpi. Fortemente voluta dal presidente liberal-socialista Emmanuel Macron, la nuova normativa - presentata dal governo il 26 luglio scorso e non ancora approvata - viene definita dalla stampa progressista come «Pma per tutte», ovvero «procreazione medicalmente assistita per tutte le donne».Il matrimonio gaySi riutilizza quindi il linguaggio demagogico-orwelliano che ha già funzionato con il mariage pour tous, cioè il matrimonio gay (inclusa l'adozione), definito a suo tempo dai maîtres-à-penser dell'ingarbugliamento come «matrimonio per tutti». Come se, fino alla sciagurata legge Taubira-Hollande del 2013, le nozze fossero solo per «alcuni». Sarebbe un po' come se oggi qualche provocatore volesse aprire un contenzioso con lo Stato nazionale per chiedere il «voto per tutti», visto che, assieme a certi ergastolani, mafiosi e terroristi, i cittadini da 0 fino a 18 anni meno un giorno ne sono legalmente esclusi. E la sinistra al potere, ieri con Francois Hollande, oggi con l'ipocrita Macron, va avanti imperterrita sulla via di queste leggi regressive che mortificano la storia di un grande Paese, dividono gli animi, indeboliscono le istituzioni e le norme giuridiche più solide, come quelle sulla filiazione, l'eredità, la trasmissione della vita, la certezza dei genitori. Creando altresì una montagna di crisi (ed obiezioni) di coscienza, in cittadini sia di fede religiosa (cristiana, islamica, ebraica) che nei razionalisti e nei laici non omologati.La questione di fondo, assieme giuridica e morale, è la seguente. La Pma è riservata in Francia, e più o meno in tutte le nazioni civili d'Occidente, alle sole coppie eterosessuali, con genitori stabili, in età da poter procreare (per evitare il triste caso delle mamme-nonne di 65 anni e più), e con problemi di infertilità tali da non permettere la nascita naturale. In modo da permettere al bambino di trovarsi nella stessa situazione di tutti gli altri, un po' come avviene per l'adozione.La nuova legge, fortemente sostenuta dal ministro della salute Agnès Buzin e dalle femministe più radicali e nichiliste, vuole svellere questi paletti, in modo da rendere possibile, legale e gratuita, la procreazione per qualunque donna, in qualsiasi situazione psicologica, relazionale, affettiva si trovi. Così una diciottenne potrebbe richiedere l'inseminazione artificiale poiché desidera fortemente un figlio-passatempo. E lo stesso potrebbe fare una donna anziana dopo un matrimonio fallito, in modo da rifarsi una vita, senza però impegnarsi in una relazione stabile, che come noto ha sempre diritti e doveri, gioie e responsabilità. Ed anzitutto la Pma che si intende approvare andrebbe a colmare il desiderio di maternità di talune coppie di lesbiche, le quali ritengono la figura paterna assolutamente inutile se non dannosa, e in ogni caso non (più) necessaria alla nascita, alla crescita e all'educazione del bambino.Si è giunti al punto di ipotizzare che sul certificato di nascita di colui che vedrà la luce grazie alle tecniche della Pma (e non al rapporto d'amore) vi sarà scritto: nato da madre X e madre Y! Come se il bambino potesse in natura avere due madri, e come se la sua esistenza fosse il frutto del sentimento reciproco delle due donne con cui si troverà a vivere, senza poter mai conoscere la bellezza del rapporto, ugualmente importante, figlio-padre.La Manif pour tous, la principale organizzazione che sfilerà a Parigi domenica 6 ottobre, fa notare che si tratta di uno stravolgimento completo della legge e di una ingiustizia assoluta e forse irreparabile. I bambini francesi con la nuova normativa non sarebbero più tutti uguali, ma alcuni sarebbero privati per sempre del padre, non potendo in nessun modo conoscere chi ha prestato-venduto il seme che è servito al suo concepimento.Il fatto che parlando di procreazione, famiglia e amore genitoriale si debba scendere a parlare di «compravendita di semi» o di «prestito di sperma», la dice lunga sul fatto che stiamo già ora superando Frankenstein, e Il dottor Jackill e mister Hyde. E lo stiamo facendo in nome di diritti non bilanciati da doveri, o affermando i diritti della donna ma rivolti contro i diritti dell'uomo. La fine della paternità, di cui si parla dal Sessantotto ora arriva davvero al capolinea, e certe donne vivranno il delirio di onnipotenza di essere madri e padri della creatura che tutte sole (si fa per dire) hanno messo al mondo!I vescovi in piazzaLa ministra Agnés Buzyn ha avuto l'impudenza di dichiarare che il ruolo del padre può essere ricoperto «da un'altra donna, da un'altra figura familiare, degli zii, una nonna» e che «ciò che conta realmente è la serenità e l'amore che circondano il bambino». A lei ha risposto per le rime la deputata sovranista Emmanuelle Ménard, dichiarando così, all'apertura dei dibattiti parlamentari: «La vostra legge è criminale (…). Un essere umano non è un oggetto, un progetto, o una promessa di campagna elettorale». Molti vescovi e prelati francesi hanno invitato i fedeli a scendere in piazza per protestare contro la legge, al grido di liberté egalité paternité. Speriamo che non sia ancora una volta una protesta a legge ormai approvata, segno di grande impegno, ma senza risultati.Fabrizio Cannone<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/macron-vuole-la-procreazione-senza-padre-2640635986.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ottanta-psicanalisti-a-le-monde-gli-antirazzisti-fanno-terrorismo" data-post-id="2640635986" data-published-at="1772205761" data-use-pagination="False"> Ottanta psicanalisti a «Le Monde»: «Gli antirazzisti fanno terrorismo» Il mondo accademico francese insorge contro il razzismo e il populismo. E questa, di per sé, non sarebbe una novità. Senonché, stavolta i «rigurgiti totalitari» messi all'indice sono quelli del «pensiero decoloniale», ovvero l'avanguardia estrema del pensiero antirazzista. Ieri, su Le Monde, è comparso un appello siglato da 80 psicanalisti (prima firmataria: Houria Abdelouahed...) in cui si denunciava il terrorismo intellettuale intrinseco alle discipline militanti che si vanno facendo largo nelle università di mezzo mondo, come, per l'appunto, gli études décoloniales. Si tratta, per capirci, di quella disciplina che valorizza aprioristicamente qualsiasi esperienza indigena, per quel tanto che non sia stata compromessa dall'uomo bianco, e che per mettersi al riparo da ogni forma di colonialismo, anche culturale, finisce per proporre una sorta di apartheid. Basti ricordare che, nel 2016, tanto per fare un esempio, fu organizzato in Francia un «campo decoloniale» riservato ai non bianchi e che diversi eventi simili si sono visti anche negli anni successivi. Esiste anche un movimento, gli Indigènes de la République, nato per promuovere esattamente questo tipo di politiche. Houria Bouteldja, la portavoce degli «indigeni», ha condannato i matrimoni misti, spiegando che «la prospettiva decoloniale implica di rompere la fascinazione del matrimonio con qualcuno della comunità bianca». Lo stesso gruppo è noto per il gioco di parole razzista volto a qualificare i cosiddetti français de souche, cioè i francesi «di ceppo», i bianchi insomma, come souchiens, che però suona come «sotto-cani». Che tutto questo sembri ideologico ed estremistico a una persona normale è scontato, che appaia tale anche agli occhi di 80 psicanalisti francesi che si rivolgono a Le Monde (praticamente il politicamente corretto alla terza) lo è molto meno. Il testo, in effetti, è sorprendente, già dall'incipit, che cita una frase di George Orwell: «Gli intellettuali hanno una mentalità più totalitaria della gente comune». Alla faccia. Ma è solo l'antipasto. L'attacco, infatti, è violentissimo: «Oggigiorno dei militanti, ossessionati dall'identità, ridotta a identitarismo, sotto la copertura dell'antirazzismo e della difesa del bene, impongono nel campo del sapere e del sociale delle ideologie razziste. […] Non esitiamo a parlare di un fenomeno di influenza, che distilla surrettiziamente un'ideologia dai rigurgiti totalitari utilizzando delle tecniche di propaganda». Sembra lo stesso gergo usato per demonizzare il Front national, ma adesso rivolto contro i militanti antirazzisti. L'appello prosegue: «Reintrodurre la “razza" e stigmatizzare le popolazioni cosiddette “bianche" o di colore come colpevoli o vittime vuol dire negare la complessità psichica». Per gli psicanalisti, una visione troppo schiacciata sulle appartenenze etniche, anche se in chiave pretesamente antidiscriminatoria, rischia di «negare la singolarità dell'individuo» e il «primato del vissuto personale». Ebbene, per gli studiosi che hanno scritto a Le Monde, tutto questo dà luogo a «una forma di razzismo mascherato» che «porta alla posizione vittimaria, al settarismo, all'esclusione e alla fine al disprezzo o alla insofferenza per il differente e alla sua esclusione di fatto». Il risultato è una nuova forma di caccia al diverso, dove quest'ultimo ha le inedite sembianze dell'europeo. Per gli estensori dell'articolo, in questo modo «la lotta di classe è diventata una lotta di razze». L'appello parla inoltre chiaramente di «rivendicazioni totalitarie» che «minacciano i nostri valori democratici e repubblicani», ed è di nuovo un clamoroso dejà vu rispetto a certi manifesti antifascisti che siamo stati abituati a vedere in questi anni. Il tutto fino all'accusa delle accuse: quella di populismo. «Là dove si crede di lottare contro il razzismo e l'oppressione socioeconomica», è scritto, «si favoriscono invece il populismo e gli odi identitari». I toni della polemica sono inaspettatamente feroci e hanno tutto l'aspetto di una resa dei conti interna al pensiero dominante. Del resto, solo qualche settimana fa, non abbiamo forse visto il paladino dell'antirazzismo, il calciatore Lilian Thuram, scaricato dalla principale associazione del settore, la Licra, per via di alcune sue frasi infelici contro la «cultura bianca»? Evidentemente anche a una parte dell'intellighenzia politicamente corretta ha capito che certi temi rischiano di finire in burletta, se si lascia campo libero alla loro versione parodistica ed estremistica. Adriano Scianca
Elly Schlein (Ansa)
Il testo prevede che il singolo partito, o la coalizione che prende più voti in assoluto - purché raggiunga la soglia del 40% - ottenga il cosiddetto «premio di governabilità» di 70 seggi alla Camera e 35 al Senato: «La coerenza tra governabilità e rappresentatività», si legge nella premessa del testo, «è assicurata dai vincoli posti all’entità del premio medesimo: quest’ultimo, sia alla Camera che al Senato, non può infatti superare il 15 per cento dei seggi, rimanendo comunque ancorato alla soglia massima di 230 seggi conseguibili alla Camera dei deputati e 114 seggi conseguibili al Senato della Repubblica». «A tutela delle opposizioni», si legge, «in nessun caso la maggioranza potrà superare il 60% degli eletti». In sostanza il premio consente alla coalizione (o al partito) che conquista più voti in assoluto, sempre a patto che superi il 40% dei voti, la possibilità di arrivare almeno al 55% e a non più del 60% dei seggi in Parlamento. Nel caso in cui nessuna coalizione raggiunga il 40%, ma le prime due superino il 35%, tra queste è previsto un turno di ballottaggio. Per i partiti che non si presentano in coalizione, o per minicoalizioni, la soglia minima di voti per accedere alla ripartizione proporzionale dei seggi è il 3%: un modo per consentire ad Azione di Carlo Calenda di presentarsi da sola, ma una buona notizia anche per Futuro nazionale di Roberto Vannacci, che se dovesse scegliere a sua volta la corsa solitaria avrebbe una soglia abbastanza bassa da raggiungere per entrare comunque in Parlamento. Niente preferenze: l’elettore troverà sulle schede dei listini con i nomi bloccati. E veniamo al punto più critico per l’opposizione: il testo prevede l’«indicazione obbligatoria del nominativo da proporre per l’incarico di presidente del Consiglio in sede di presentazione delle liste, quale elemento di trasparenza dell’offerta politica, fatte salve le prerogative costituzionali del presidente della Repubblica». Giorgia Meloni avrebbe voluto il nome del candidato premier stampato pure sulla scheda elettorale, ma Lega e Forza Italia comprensibilmente hanno detto no: in questo modo l’effetto-trascinamento per Fratelli d’Italia sarebbe stato a danno degli alleati. L’obbligo di indicare il nome del candidato della coalizione a Palazzo Chigi c’è però al momento della presentazione del programma elettorale. Un guaio grosso per il centrosinistra: chi indicherà?
Il Pd, come primo partito della coalizione, potrebbe impuntarsi su Elly Schlein, che però come ben sappiamo riscuote pochi consensi non solo tra gli elettori degli alleati, soprattutto nel M5s, ma anche tra gli stessi dem. Dunque, a questo punto il centrosinistra ha tre strade: o si affida a Elly, o si mette d’accordo sul nome di un «federatore», oppure sarà costretto a logorarsi (traduzione: andare in frantumi) con le primarie di coalizione. Ora il testo verrà esaminato dal Parlamento. Le opposizioni preannunciano battaglia, ma occorrerà vedere se poi, al di là dei proclami, a qualcuno a sinistra (leggi Schlein) questo testo possa anche stare bene. A patto naturalmente che il nome indicato per Palazzo Chigi sia il suo.
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Ansa
Dall’altra parte, i due rappresentanti statunitensi hanno incontrato anche la delegazione ucraina, guidata da Rustem Umerov. «Abbiamo concluso oggi i negoziati tra Stati Uniti e Iran, dopo significativi progressi. Riprenderemo subito dopo le consultazioni nelle rispettive capitali», ha dichiarato il governo di Muscat, per poi aggiungere: «Le discussioni a livello tecnico si terranno la prossima settimana a Vienna. Sono grato a tutti gli interessati per il loro impegno: i negoziatori, l’Aiea e il nostro ospite, il governo svizzero».
«La nostra proposta di soluzione include dati e prove tecniche e pratiche che dimostrano che non vogliamo un’arma nucleare. La nostra proposta conferma che l’arricchimento dell’uranio è un diritto sovrano e offre un congelamento temporaneo dell’arricchimento per un periodo limitato», aveva dichiarato ieri, prima della conclusione dei colloqui, un funzionario iraniano ad Al Jazeera. «La nostra proposta di soluzione a Ginevra non include alcuna idea riguardante i nostri sistemi missilistici e i programmi di difesa. Il principio di azzerare definitivamente l’arricchimento, smantellare gli impianti nucleari e trasferire le scorte di uranio è completamente respinto», aveva proseguito, per poi aggiungere: «La nostra proposta a Ginevra è politicamente seria e tecnicamente creativa e include tutto il necessario per raggiungere un accordo immediato». Dal canto loro, gli americani, secondo il Wall Street Journal, avrebbero chiesto a Teheran sia di smantellare i siti nucleari di Fordo, Natanz e Isfahan sia di consegnare a Washington il suo uranio arricchito. Ieri sera, Axios, oltre a definire Witkoff e Kushner «delusi», riferiva che «le divergenze tra le parti restano significative e sono ancora in discussione altre questioni».
Trump, come è noto, vuole evitare che l’Iran si doti dell’arma atomica. Punta inoltre a far sì che Teheran rinunci all’arricchimento dell’uranio e limiti il suo programma balistico, oltre a cessare la fornitura di armi ai propri proxy regionali: una serie di richieste a cui, come abbiamo visto, gli ayatollah hanno finora in gran parte risposto picche. È anche per questo che il presidente americano sta da tempo valutando di ricorrere all’opzione militare, che potrebbe essere usata o per indebolire la posizione negoziale iraniana o per decapitare il regime khomeinista. Non è del resto un mistero che, su questo dossier, si stia registrando da settimane un dibattito serrato in seno all’amministrazione statunitense. D’altronde, Trump ha continuato a schierare navi e aerei in Medio Oriente proprio per mettere sotto pressione la Repubblica islamica nel corso dei colloqui. Nel frattempo, sempre ieri, il Dipartimento del Tesoro di Washington ha minacciato di interrompere l’accesso della MBaer Merchant Bank al sistema finanziario statunitense, accusando l’istituto svizzero di aver sostenuto attori collegati a Iran, Russia e Venezuela.
Per quanto riguarda invece i colloqui tra americani e ucraini, Umerov ha reso noto che si sarebbero concentrati «sul pacchetto di prosperità: meccanismi per il sostegno economico e la ripresa dell’Ucraina, strumenti per attrarre investimenti e quadri per la cooperazione a lungo termine». Non solo. Ci si attendeva che gli americani, sempre a Ginevra, avrebbero incontrato anche l’inviato di Vladimir Putin, Kirill Dmitriev. In tutto questo, ieri, prima dell’avvio dei colloqui, il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, si era rifiutato di fornire tempistiche in riferimento alla conclusione di un eventuale accordo di pace, affermando: «Avete sentito qualcosa da noi sulle scadenze? Non abbiamo scadenze, abbiamo dei compiti. Li stiamo portando a termine».
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