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2019-09-27
Macron vuole la procreazione senza padre
Ansa
A Parigi il 6 ottobre si terrà una manifestazione contro la nuova legislazione bioetica, di cui da anni si dibatte in Francia, senza esclusione di colpi. Fortemente voluta dal presidente liberal-socialista Emmanuel Macron, la nuova normativa - presentata dal governo il 26 luglio scorso e non ancora approvata - viene definita dalla stampa progressista come «Pma per tutte», ovvero «procreazione medicalmente assistita per tutte le donne».
Il matrimonio gay
Si riutilizza quindi il linguaggio demagogico-orwelliano che ha già funzionato con il mariage pour tous, cioè il matrimonio gay (inclusa l'adozione), definito a suo tempo dai maîtres-à-penser dell'ingarbugliamento come «matrimonio per tutti». Come se, fino alla sciagurata legge Taubira-Hollande del 2013, le nozze fossero solo per «alcuni». Sarebbe un po' come se oggi qualche provocatore volesse aprire un contenzioso con lo Stato nazionale per chiedere il «voto per tutti», visto che, assieme a certi ergastolani, mafiosi e terroristi, i cittadini da 0 fino a 18 anni meno un giorno ne sono legalmente esclusi.
E la sinistra al potere, ieri con Francois Hollande, oggi con l'ipocrita Macron, va avanti imperterrita sulla via di queste leggi regressive che mortificano la storia di un grande Paese, dividono gli animi, indeboliscono le istituzioni e le norme giuridiche più solide, come quelle sulla filiazione, l'eredità, la trasmissione della vita, la certezza dei genitori. Creando altresì una montagna di crisi (ed obiezioni) di coscienza, in cittadini sia di fede religiosa (cristiana, islamica, ebraica) che nei razionalisti e nei laici non omologati.
La questione di fondo, assieme giuridica e morale, è la seguente. La Pma è riservata in Francia, e più o meno in tutte le nazioni civili d'Occidente, alle sole coppie eterosessuali, con genitori stabili, in età da poter procreare (per evitare il triste caso delle mamme-nonne di 65 anni e più), e con problemi di infertilità tali da non permettere la nascita naturale. In modo da permettere al bambino di trovarsi nella stessa situazione di tutti gli altri, un po' come avviene per l'adozione.
La nuova legge, fortemente sostenuta dal ministro della salute Agnès Buzin e dalle femministe più radicali e nichiliste, vuole svellere questi paletti, in modo da rendere possibile, legale e gratuita, la procreazione per qualunque donna, in qualsiasi situazione psicologica, relazionale, affettiva si trovi. Così una diciottenne potrebbe richiedere l'inseminazione artificiale poiché desidera fortemente un figlio-passatempo. E lo stesso potrebbe fare una donna anziana dopo un matrimonio fallito, in modo da rifarsi una vita, senza però impegnarsi in una relazione stabile, che come noto ha sempre diritti e doveri, gioie e responsabilità. Ed anzitutto la Pma che si intende approvare andrebbe a colmare il desiderio di maternità di talune coppie di lesbiche, le quali ritengono la figura paterna assolutamente inutile se non dannosa, e in ogni caso non (più) necessaria alla nascita, alla crescita e all'educazione del bambino.
Si è giunti al punto di ipotizzare che sul certificato di nascita di colui che vedrà la luce grazie alle tecniche della Pma (e non al rapporto d'amore) vi sarà scritto: nato da madre X e madre Y! Come se il bambino potesse in natura avere due madri, e come se la sua esistenza fosse il frutto del sentimento reciproco delle due donne con cui si troverà a vivere, senza poter mai conoscere la bellezza del rapporto, ugualmente importante, figlio-padre.
La Manif pour tous, la principale organizzazione che sfilerà a Parigi domenica 6 ottobre, fa notare che si tratta di uno stravolgimento completo della legge e di una ingiustizia assoluta e forse irreparabile. I bambini francesi con la nuova normativa non sarebbero più tutti uguali, ma alcuni sarebbero privati per sempre del padre, non potendo in nessun modo conoscere chi ha prestato-venduto il seme che è servito al suo concepimento.
Il fatto che parlando di procreazione, famiglia e amore genitoriale si debba scendere a parlare di «compravendita di semi» o di «prestito di sperma», la dice lunga sul fatto che stiamo già ora superando Frankenstein, e Il dottor Jackill e mister Hyde. E lo stiamo facendo in nome di diritti non bilanciati da doveri, o affermando i diritti della donna ma rivolti contro i diritti dell'uomo. La fine della paternità, di cui si parla dal Sessantotto ora arriva davvero al capolinea, e certe donne vivranno il delirio di onnipotenza di essere madri e padri della creatura che tutte sole (si fa per dire) hanno messo al mondo!
I vescovi in piazza
La ministra Agnés Buzyn ha avuto l'impudenza di dichiarare che il ruolo del padre può essere ricoperto «da un'altra donna, da un'altra figura familiare, degli zii, una nonna» e che «ciò che conta realmente è la serenità e l'amore che circondano il bambino». A lei ha risposto per le rime la deputata sovranista Emmanuelle Ménard, dichiarando così, all'apertura dei dibattiti parlamentari: «La vostra legge è criminale (…). Un essere umano non è un oggetto, un progetto, o una promessa di campagna elettorale». Molti vescovi e prelati francesi hanno invitato i fedeli a scendere in piazza per protestare contro la legge, al grido di liberté egalité paternité. Speriamo che non sia ancora una volta una protesta a legge ormai approvata, segno di grande impegno, ma senza risultati.
Fabrizio Cannone
Ottanta psicanalisti a «Le Monde»: «Gli antirazzisti fanno terrorismo»
Il mondo accademico francese insorge contro il razzismo e il populismo. E questa, di per sé, non sarebbe una novità. Senonché, stavolta i «rigurgiti totalitari» messi all'indice sono quelli del «pensiero decoloniale», ovvero l'avanguardia estrema del pensiero antirazzista. Ieri, su Le Monde, è comparso un appello siglato da 80 psicanalisti (prima firmataria: Houria Abdelouahed...) in cui si denunciava il terrorismo intellettuale intrinseco alle discipline militanti che si vanno facendo largo nelle università di mezzo mondo, come, per l'appunto, gli études décoloniales. Si tratta, per capirci, di quella disciplina che valorizza aprioristicamente qualsiasi esperienza indigena, per quel tanto che non sia stata compromessa dall'uomo bianco, e che per mettersi al riparo da ogni forma di colonialismo, anche culturale, finisce per proporre una sorta di apartheid.
Basti ricordare che, nel 2016, tanto per fare un esempio, fu organizzato in Francia un «campo decoloniale» riservato ai non bianchi e che diversi eventi simili si sono visti anche negli anni successivi. Esiste anche un movimento, gli Indigènes de la République, nato per promuovere esattamente questo tipo di politiche. Houria Bouteldja, la portavoce degli «indigeni», ha condannato i matrimoni misti, spiegando che «la prospettiva decoloniale implica di rompere la fascinazione del matrimonio con qualcuno della comunità bianca». Lo stesso gruppo è noto per il gioco di parole razzista volto a qualificare i cosiddetti français de souche, cioè i francesi «di ceppo», i bianchi insomma, come souchiens, che però suona come «sotto-cani».
Che tutto questo sembri ideologico ed estremistico a una persona normale è scontato, che appaia tale anche agli occhi di 80 psicanalisti francesi che si rivolgono a Le Monde (praticamente il politicamente corretto alla terza) lo è molto meno. Il testo, in effetti, è sorprendente, già dall'incipit, che cita una frase di George Orwell: «Gli intellettuali hanno una mentalità più totalitaria della gente comune». Alla faccia. Ma è solo l'antipasto. L'attacco, infatti, è violentissimo: «Oggigiorno dei militanti, ossessionati dall'identità, ridotta a identitarismo, sotto la copertura dell'antirazzismo e della difesa del bene, impongono nel campo del sapere e del sociale delle ideologie razziste. […] Non esitiamo a parlare di un fenomeno di influenza, che distilla surrettiziamente un'ideologia dai rigurgiti totalitari utilizzando delle tecniche di propaganda».
Sembra lo stesso gergo usato per demonizzare il Front national, ma adesso rivolto contro i militanti antirazzisti. L'appello prosegue: «Reintrodurre la “razza" e stigmatizzare le popolazioni cosiddette “bianche" o di colore come colpevoli o vittime vuol dire negare la complessità psichica». Per gli psicanalisti, una visione troppo schiacciata sulle appartenenze etniche, anche se in chiave pretesamente antidiscriminatoria, rischia di «negare la singolarità dell'individuo» e il «primato del vissuto personale». Ebbene, per gli studiosi che hanno scritto a Le Monde, tutto questo dà luogo a «una forma di razzismo mascherato» che «porta alla posizione vittimaria, al settarismo, all'esclusione e alla fine al disprezzo o alla insofferenza per il differente e alla sua esclusione di fatto». Il risultato è una nuova forma di caccia al diverso, dove quest'ultimo ha le inedite sembianze dell'europeo. Per gli estensori dell'articolo, in questo modo «la lotta di classe è diventata una lotta di razze».
L'appello parla inoltre chiaramente di «rivendicazioni totalitarie» che «minacciano i nostri valori democratici e repubblicani», ed è di nuovo un clamoroso dejà vu rispetto a certi manifesti antifascisti che siamo stati abituati a vedere in questi anni. Il tutto fino all'accusa delle accuse: quella di populismo. «Là dove si crede di lottare contro il razzismo e l'oppressione socioeconomica», è scritto, «si favoriscono invece il populismo e gli odi identitari». I toni della polemica sono inaspettatamente feroci e hanno tutto l'aspetto di una resa dei conti interna al pensiero dominante. Del resto, solo qualche settimana fa, non abbiamo forse visto il paladino dell'antirazzismo, il calciatore Lilian Thuram, scaricato dalla principale associazione del settore, la Licra, per via di alcune sue frasi infelici contro la «cultura bianca»? Evidentemente anche a una parte dell'intellighenzia politicamente corretta ha capito che certi temi rischiano di finire in burletta, se si lascia campo libero alla loro versione parodistica ed estremistica.
Adriano Scianca
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Il 6 ottobre manifestazione nella capitale contro la normativa presentata dal governo per consentire a tutte le donne, anche single, di fare figli con inseminazione artificiale. Una legge che destrutturerà la società, colpendo i valori della famiglia e della genitorialità.La denuncia degli accademici transalpini: «Aiutano il populismo e gli odi identitari».Lo speciale contiene due articoliA Parigi il 6 ottobre si terrà una manifestazione contro la nuova legislazione bioetica, di cui da anni si dibatte in Francia, senza esclusione di colpi. Fortemente voluta dal presidente liberal-socialista Emmanuel Macron, la nuova normativa - presentata dal governo il 26 luglio scorso e non ancora approvata - viene definita dalla stampa progressista come «Pma per tutte», ovvero «procreazione medicalmente assistita per tutte le donne».Il matrimonio gaySi riutilizza quindi il linguaggio demagogico-orwelliano che ha già funzionato con il mariage pour tous, cioè il matrimonio gay (inclusa l'adozione), definito a suo tempo dai maîtres-à-penser dell'ingarbugliamento come «matrimonio per tutti». Come se, fino alla sciagurata legge Taubira-Hollande del 2013, le nozze fossero solo per «alcuni». Sarebbe un po' come se oggi qualche provocatore volesse aprire un contenzioso con lo Stato nazionale per chiedere il «voto per tutti», visto che, assieme a certi ergastolani, mafiosi e terroristi, i cittadini da 0 fino a 18 anni meno un giorno ne sono legalmente esclusi. E la sinistra al potere, ieri con Francois Hollande, oggi con l'ipocrita Macron, va avanti imperterrita sulla via di queste leggi regressive che mortificano la storia di un grande Paese, dividono gli animi, indeboliscono le istituzioni e le norme giuridiche più solide, come quelle sulla filiazione, l'eredità, la trasmissione della vita, la certezza dei genitori. Creando altresì una montagna di crisi (ed obiezioni) di coscienza, in cittadini sia di fede religiosa (cristiana, islamica, ebraica) che nei razionalisti e nei laici non omologati.La questione di fondo, assieme giuridica e morale, è la seguente. La Pma è riservata in Francia, e più o meno in tutte le nazioni civili d'Occidente, alle sole coppie eterosessuali, con genitori stabili, in età da poter procreare (per evitare il triste caso delle mamme-nonne di 65 anni e più), e con problemi di infertilità tali da non permettere la nascita naturale. In modo da permettere al bambino di trovarsi nella stessa situazione di tutti gli altri, un po' come avviene per l'adozione.La nuova legge, fortemente sostenuta dal ministro della salute Agnès Buzin e dalle femministe più radicali e nichiliste, vuole svellere questi paletti, in modo da rendere possibile, legale e gratuita, la procreazione per qualunque donna, in qualsiasi situazione psicologica, relazionale, affettiva si trovi. Così una diciottenne potrebbe richiedere l'inseminazione artificiale poiché desidera fortemente un figlio-passatempo. E lo stesso potrebbe fare una donna anziana dopo un matrimonio fallito, in modo da rifarsi una vita, senza però impegnarsi in una relazione stabile, che come noto ha sempre diritti e doveri, gioie e responsabilità. Ed anzitutto la Pma che si intende approvare andrebbe a colmare il desiderio di maternità di talune coppie di lesbiche, le quali ritengono la figura paterna assolutamente inutile se non dannosa, e in ogni caso non (più) necessaria alla nascita, alla crescita e all'educazione del bambino.Si è giunti al punto di ipotizzare che sul certificato di nascita di colui che vedrà la luce grazie alle tecniche della Pma (e non al rapporto d'amore) vi sarà scritto: nato da madre X e madre Y! Come se il bambino potesse in natura avere due madri, e come se la sua esistenza fosse il frutto del sentimento reciproco delle due donne con cui si troverà a vivere, senza poter mai conoscere la bellezza del rapporto, ugualmente importante, figlio-padre.La Manif pour tous, la principale organizzazione che sfilerà a Parigi domenica 6 ottobre, fa notare che si tratta di uno stravolgimento completo della legge e di una ingiustizia assoluta e forse irreparabile. I bambini francesi con la nuova normativa non sarebbero più tutti uguali, ma alcuni sarebbero privati per sempre del padre, non potendo in nessun modo conoscere chi ha prestato-venduto il seme che è servito al suo concepimento.Il fatto che parlando di procreazione, famiglia e amore genitoriale si debba scendere a parlare di «compravendita di semi» o di «prestito di sperma», la dice lunga sul fatto che stiamo già ora superando Frankenstein, e Il dottor Jackill e mister Hyde. E lo stiamo facendo in nome di diritti non bilanciati da doveri, o affermando i diritti della donna ma rivolti contro i diritti dell'uomo. La fine della paternità, di cui si parla dal Sessantotto ora arriva davvero al capolinea, e certe donne vivranno il delirio di onnipotenza di essere madri e padri della creatura che tutte sole (si fa per dire) hanno messo al mondo!I vescovi in piazzaLa ministra Agnés Buzyn ha avuto l'impudenza di dichiarare che il ruolo del padre può essere ricoperto «da un'altra donna, da un'altra figura familiare, degli zii, una nonna» e che «ciò che conta realmente è la serenità e l'amore che circondano il bambino». A lei ha risposto per le rime la deputata sovranista Emmanuelle Ménard, dichiarando così, all'apertura dei dibattiti parlamentari: «La vostra legge è criminale (…). Un essere umano non è un oggetto, un progetto, o una promessa di campagna elettorale». Molti vescovi e prelati francesi hanno invitato i fedeli a scendere in piazza per protestare contro la legge, al grido di liberté egalité paternité. Speriamo che non sia ancora una volta una protesta a legge ormai approvata, segno di grande impegno, ma senza risultati.Fabrizio Cannone<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/macron-vuole-la-procreazione-senza-padre-2640635986.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ottanta-psicanalisti-a-le-monde-gli-antirazzisti-fanno-terrorismo" data-post-id="2640635986" data-published-at="1775436891" data-use-pagination="False"> Ottanta psicanalisti a «Le Monde»: «Gli antirazzisti fanno terrorismo» Il mondo accademico francese insorge contro il razzismo e il populismo. E questa, di per sé, non sarebbe una novità. Senonché, stavolta i «rigurgiti totalitari» messi all'indice sono quelli del «pensiero decoloniale», ovvero l'avanguardia estrema del pensiero antirazzista. Ieri, su Le Monde, è comparso un appello siglato da 80 psicanalisti (prima firmataria: Houria Abdelouahed...) in cui si denunciava il terrorismo intellettuale intrinseco alle discipline militanti che si vanno facendo largo nelle università di mezzo mondo, come, per l'appunto, gli études décoloniales. Si tratta, per capirci, di quella disciplina che valorizza aprioristicamente qualsiasi esperienza indigena, per quel tanto che non sia stata compromessa dall'uomo bianco, e che per mettersi al riparo da ogni forma di colonialismo, anche culturale, finisce per proporre una sorta di apartheid. Basti ricordare che, nel 2016, tanto per fare un esempio, fu organizzato in Francia un «campo decoloniale» riservato ai non bianchi e che diversi eventi simili si sono visti anche negli anni successivi. Esiste anche un movimento, gli Indigènes de la République, nato per promuovere esattamente questo tipo di politiche. Houria Bouteldja, la portavoce degli «indigeni», ha condannato i matrimoni misti, spiegando che «la prospettiva decoloniale implica di rompere la fascinazione del matrimonio con qualcuno della comunità bianca». Lo stesso gruppo è noto per il gioco di parole razzista volto a qualificare i cosiddetti français de souche, cioè i francesi «di ceppo», i bianchi insomma, come souchiens, che però suona come «sotto-cani». Che tutto questo sembri ideologico ed estremistico a una persona normale è scontato, che appaia tale anche agli occhi di 80 psicanalisti francesi che si rivolgono a Le Monde (praticamente il politicamente corretto alla terza) lo è molto meno. Il testo, in effetti, è sorprendente, già dall'incipit, che cita una frase di George Orwell: «Gli intellettuali hanno una mentalità più totalitaria della gente comune». Alla faccia. Ma è solo l'antipasto. L'attacco, infatti, è violentissimo: «Oggigiorno dei militanti, ossessionati dall'identità, ridotta a identitarismo, sotto la copertura dell'antirazzismo e della difesa del bene, impongono nel campo del sapere e del sociale delle ideologie razziste. […] Non esitiamo a parlare di un fenomeno di influenza, che distilla surrettiziamente un'ideologia dai rigurgiti totalitari utilizzando delle tecniche di propaganda». Sembra lo stesso gergo usato per demonizzare il Front national, ma adesso rivolto contro i militanti antirazzisti. L'appello prosegue: «Reintrodurre la “razza" e stigmatizzare le popolazioni cosiddette “bianche" o di colore come colpevoli o vittime vuol dire negare la complessità psichica». Per gli psicanalisti, una visione troppo schiacciata sulle appartenenze etniche, anche se in chiave pretesamente antidiscriminatoria, rischia di «negare la singolarità dell'individuo» e il «primato del vissuto personale». Ebbene, per gli studiosi che hanno scritto a Le Monde, tutto questo dà luogo a «una forma di razzismo mascherato» che «porta alla posizione vittimaria, al settarismo, all'esclusione e alla fine al disprezzo o alla insofferenza per il differente e alla sua esclusione di fatto». Il risultato è una nuova forma di caccia al diverso, dove quest'ultimo ha le inedite sembianze dell'europeo. Per gli estensori dell'articolo, in questo modo «la lotta di classe è diventata una lotta di razze». L'appello parla inoltre chiaramente di «rivendicazioni totalitarie» che «minacciano i nostri valori democratici e repubblicani», ed è di nuovo un clamoroso dejà vu rispetto a certi manifesti antifascisti che siamo stati abituati a vedere in questi anni. Il tutto fino all'accusa delle accuse: quella di populismo. «Là dove si crede di lottare contro il razzismo e l'oppressione socioeconomica», è scritto, «si favoriscono invece il populismo e gli odi identitari». I toni della polemica sono inaspettatamente feroci e hanno tutto l'aspetto di una resa dei conti interna al pensiero dominante. Del resto, solo qualche settimana fa, non abbiamo forse visto il paladino dell'antirazzismo, il calciatore Lilian Thuram, scaricato dalla principale associazione del settore, la Licra, per via di alcune sue frasi infelici contro la «cultura bianca»? Evidentemente anche a una parte dell'intellighenzia politicamente corretta ha capito che certi temi rischiano di finire in burletta, se si lascia campo libero alla loro versione parodistica ed estremistica. Adriano Scianca
Getty Images
Visitare questa località austriaca in estate significa immergersi in un’atmosfera dove il lusso discreto incontra la tradizione contadina, creando un mix unico, perfetto per chi cerca sport, piaceri raffinati e del sano relax .
Il cuore pulsante dell'estate è il monte Hahnenkamm. Salire con la celebre funivia Kitz bühel Cable Cars non è solo un modo per raggiungere la quota, ma è anche un viaggio panoramico sulla valle. In cima, i sentieri si snodano tra malghe fiorite e punti di sosta iconici come il Berghaus Tirol, dove la vista spazia dalle Alpi di Kitzbühel agli Alti Tauri.
Per chi ama le due ruote, la regione è un punto di riferimento mondiale per l’e-bike. Grazie ai servizi di noleggio e alla vasta rete di sentieri segnalati, è possibile esplorare vette e vallate senza necessariamente avere il fiato di un atleta olimpico. Le pendenze diventano un piacere e le distanze si accorciano, lasciando più tempo per ammirare il paesaggio. Kitzbühel è anche una mecca per gli appassionati di mountain bike. Sentieri immersi nei boschi, percorsi tecnici per esperti e itinerari panoramici per e-bike permettono a tutti di trovare la propria dimensione. Gli impianti di risalita funzionano anche nei mesi estivi, facilitando l’accesso ai tracciati in quota e regalando discese spettacolari tra radure e single track. Eventi sportivi e competizioni animano la stagione, richiamando biker da tutta Europa. Anche chi è alle prime armi può affidarsi a guide esperte o partecipare a tour organizzati per scoprire gli angoli più suggestivi della regione in totale sicurezza.
Con oltre mille chilometri di sentieri segnalati, Kitz bühel è una destinazione ideale per chi ama camminare. I percorsi si snodano tra dolci colline alpine, boschi ombrosi e pascoli punteggiati di baite tradizionali. Per chi cerca un itinerario più rilassante, i sentieri intorno al lago Schwarzsee offrono passeggiate facili, ideali anche per famiglie. Qui è possibile alternare trekking leggero a soste rigeneranti sulle rive del lago, magari con un tuffo nelle sue acque limpide. Se si viaggia in famiglia, il Parco faunistico di Aurach è una tappa imperdibile. A pochi chilometri dal centro, è possibile camminare tra cervi, daini e mufloni in un ambiente naturale protetto: un'esperienza che incanta grandi e piccini.
Kitzbühel non è solo sport. Il centro, con le sue facciate colorate, ospita il Museo di Kitzbühel, dove scoprire la storia locale e le opere di Alfons Walde, l'artista che ha immortalato l'anima invernale della città.
Il centro storico, poi, è un piccolo gioiello architettonico: case color pastello, balconi fioriti e boutique di alta gamma convivono armoniosamente. La via principale è un susseguirsi di negozi esclusivi, atelier artigianali e marchi internazionali. Qui lo shopping diventa un’esperienza piacevole, tra moda sportiva di lusso, oggetti di design e specialità gastronomiche locali. Una tappa obbligatoria per gli acquisti è da Frauenschuh. Non è un semplice negozio, ma l'essenza dello stile alpino contemporaneo: materiali pregiati e design funzionale che incarnano il «Kitz-look».
Caffè all’aperto e ristoranti gourmet invitano a prendersi una pausa, assaporando piatti della tradizione tirolese rivisitati in chiave contemporanea. L’atmosfera è sofisticata ma mai ostentata, perfetta per chi cerca una vacanza attiva senza rinunciare al comfort.
La proposta gastronomica della città è altrettanto variegata e profonda, partendo dall'esperienza culinaria offerta dal ristorante Das Mocking, situato proprio alla base della Streif, che propone una cucina moderna capace di valorizzare i prodotti del territorio con un tocco creativo. Per chi cerca l'accoglienza più genuina, il ristorante Zum Rehkitz offre i grandi classici della tradizione tirolese in un'atmosfera calda e autentica, mentre una sosta all'Hallerwirt ad Aurach permette un'immersione totale nella storia e nella genuinità contadina. Nel cuore pulsante della città, il ristorante Das Reisch completa l'offerta con un ambiente raffinato dove la cucina internazionale si fonde sapientemente con i sapori del luogo.
Informazioni: www.kitzbuehel.com.
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Vittorio Messori (Ansa)
Messori, l’uomo che ha riportato il dibattito su Cristo nelle case di milioni di persone in tutto il mondo, ha varcato la soglia definitiva proprio nel giorno in cui la Chiesa fa memoria della Passione, quasi a voler apporre il sigillo della sua stessa esistenza su quella «speranza che non si consuma» che aveva difeso con la penna per oltre mezzo secolo.
La parabola di Vittorio Messori è, in primo luogo, il racconto di una trasformazione intellettuale straordinaria. Nato a Sassuolo il 16 aprile 1941 in una famiglia di orientamento anticlericale, la sua formazione avvenne nella Torino del dopoguerra, un ambiente dominato da correnti laiche e razionaliste. Allievo del liceo classico D’Azeglio e poi della facoltà di Scienze Politiche, Messori crebbe alla scuola di giganti del pensiero laico come Norberto Bobbio e Luigi Firpo. Laureatosi con Galante Garrone, egli era il «perfetto prodotto» della cultura agnostica e razionalista di quegli anni, destinato apparentemente a una carriera nelle file dell’intellettualità laica.
Tuttavia, nell’estate del 1964, accadde l’imprevisto: l’irruzione di quella che lui stesso definì una «evidenza del cuore». Non fu il risultato di un’elaborazione ideologica, ma un incontro travolgente nato dalla lettura dei Vangeli. Quei testi «scarni ed essenziali» lo colpirono al punto da trasformarlo in un instancabile indagatore delle ragioni del credere. Tecnicamente non una trasformazione quindi, ma una conversione. Da quel momento, la sua missione divenne quella di coniugare fede e ragione, intuizione e argomentazione, in un corpo a corpo costante con la modernità.
Nel 1976, dopo dodici anni di lavoro, Messori diede alle stampe Ipotesi su Gesù. Fu un terremoto culturale, anche all’interno del mondo cattolico. In un’epoca in cui, come scriveva nell’incipit del libro, di Gesù non si parlava tra persone educate - essendo considerato un argomento che metteva a disagio al pari del sesso, del denaro o della morte - Messori ebbe l’audacia di riproporre il Nazareno come un argomento per tutti. Con lo stile incalzante del giornalista e il rigore dell’intellettuale laico, egli dimostrò che era possibile difendere razionalmente il cristianesimo senza rinunciare al metodo critico.
Il successo fu planetario, trasformando il libro in un best-seller. La sua cifra distintiva emerse prepotentemente: un’apologetica paziente e documentata, capace di rispondere alle obiezioni dei critici senza mai scadere nella polemica sterile. Per Messori, non si trattava di fare moralismo - ambito che non amava particolarmente - ma di concentrarsi sui grandi misteri della fede, convinto che l’etica segua naturalmente l’incontro con Cristo.
La carriera di Messori lo ha visto collaborare con varie testate, da La Stampa (dove lavorò per dieci anni) al Corriere della Sera e Avvenire. Ma è nel rapporto con i vertici della Chiesa che ha segnato tappe storiche per la comunicazione religiosa. Nel 1984, il libro-intervista con l’allora cardinale Joseph Ratzinger, intitolato Rapporto sulla fede, denunciò coraggiosamente le derive post-conciliari, attirandogli simpatie e forti critiche. Messori ebbe la capacità unica di porsi come mediatore tra il magistero ecclesiale e il grande pubblico, offrendo strumenti di comprensione profondi ma accessibili.
Ancor più eclatante fu nel 1994 la pubblicazione di Varcare la soglia della speranza, in cui per la prima volta un pontefice, Giovanni Paolo II, rispondeva direttamente alle domande di un giornalista. Messori seppe porre a Karol Wojtyla le domande essenziali dell’uomo contemporaneo, creando un ponte tra la domanda di senso del mondo e la risposta della Chiesa.
Oltre ai grandi palcoscenici, lo possiamo testimoniare in prima persona, Messori ha coltivato con amore e fedeltà realtà editoriali più piccole ma che condividevano in pieno il suo spirito di guardare la realtà con fede e ragione. È stato, insieme a Eugenio Corti, uno dei «padri nobili» del Timone, il mensile di fede e ragione. Rispose con entusiasmo all’invito del fondatore Gianpaolo Barra, portando la sua storica rubrica «Vivaio» sulle pagine della rivista dopo essere stata su quelle del periodico dei paolini Jesus e sul quotidiano Avvenire.
Negli ultimi anni, il suo interesse si era rivolto sempre più alla dimensione mariana e ai segni concreti di Dio nella storia, come dimostrano opere quali Il miracolo e Ipotesi su Maria. Viveva accanto al suo buen retiro dell’Abbazia di Maguzzano, sul lago di Garda, affrontando gli acciacchi dell’età con quel gusto «messoriano» per l’indagine che non lo ha mai abbandonato.
La scomparsa di Vittorio Messori lascia un vuoto incolmabile nel panorama intellettuale cattolico. Con la sua morte, avvenuta mentre il mondo cristiano si ferma davanti alla Croce, si chiude un’avventura terrena dedicata interamente alla ricerca della Verità. Gli ha reso omaggio anche il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano: «Ha saputo descrivere la fede come qualcosa di concreto, di vivo, lontano da astrattismi e da ideologismi».
Lascia in eredità una biblioteca di domande coraggiose e risposte documentate, un invito perenne a non aver paura di indagare il mistero di quel Gesù che, anche grazie a lui, è tornato a essere un argomento per tutti. Perché un cristiano, diceva, non è un cretino.
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Per mezzo secolo sono stata atea e darwinista: non tolleravo il concetto del dolore innocente. I miracoli descritti nel Vangelo erano per me incomprensibili: perché guarire quel lebbroso lì, e non quello due strade più in là? Perché ridare la vista al cieco che sente passare Gesù e lo chiama, e non all’altro che non gli può chiedere niente? Dio non avrebbe fatto prima a non creare la lebbra anziché mandare poi il Figlio a guarire un lebbroso e non gli altri? La Passione e la morte in croce che senso avevano? E in che senso la crocifissione ha salvato tutti?
Per me è stata un’entusiastica liberazione la lettura del Dizionario filosofico di Voltaire. Avevo pensato le stesse cose che scriveva il grande filosofo. Ma in realtà è lui che pensava come un dodicenne. Le sarcastiche critiche al cristianesimo nascono dalla non conoscenza non solo di San Tommaso, ma delle Scritture. L’ateismo è terribilmente ingenuo. Si decide che Dio non esiste, dopodiché si selezionano i pensieri che possono giustificare la presenza della vita in assenza di qualcuno che l’abbia creata. Il mio ateismo, infatti, si è risolto per motivi scientifici. La scienza consiste nell’osservare e nel trarre poi conclusioni, non il contrario. Non è pensabile che il mondo si sia creato da solo per ammasso casuale di atomi, che si ricostruiscono in ordine pur venendo dal caos. Qualcuno ha creato il mondo e Qualcuno ha voluto noi. Queste due affermazioni sono profondamente ragionevoli.
Sono nata nel 1953. Ero in grado di intendere di volere quando negli anni Settanta sono arrivati i risultati degli studi sulla Sindone che la datano all’epoca medievale. La Sindone era falsa: avevo ragione io, atea. Peccato che la datazione al carbonio 14 della Sindone dal punto di vista scientifico non abbia senso perché applicata a un oggetto, un telo, che, per sua natura, è esposto a contaminazioni stratificate nel tempo. I ricercatori che hanno fatto gli studi con il carbonio si sono addirittura vantati di non aver commesso l’errore metodologico di non aver studiato la storia del sacro lino. Se ne avessero studiato la storia, avrebbero scoperto che la Sindone era esposta grazie a miriadi di persone che la tenevano dagli angoli con le mani, lasciando il loro sudore e consumandone il tessuto. La Sindone sugli angoli superiori si era sfilacciata, e dato che era la Sacra Sindone è stata rammendata da gente che stava al rammendo come Mozart alla musica. I rammendi sono invisibili. Nel 1988 tre laboratori (Oxford, Zurigo e Tucson) datarono il telo tra il 1260 e il 1390, ma studi successivi hanno ipotizzato una datazione tra il 300 a.C. e il 300 d.C. Il gruppo di ricerca Sturp (Shroud of Turin research project) definì l’immagine come il risultato di un processo ancora non spiegato. Gli studi di John Jackson e William Mottern mostrarono inoltre che l’immagine contiene informazioni tridimensionali: l’intensità dell’immagine varia in funzione della distanza dal corpo, caratteristica unica rispetto a qualunque rappresentazione artistica. Questa proprietà ha portato alcuni studiosi, come Giulio Fanti e Paolo Di Lazzaro, a ipotizzare che l’immagine possa essersi formata tramite un impulso energetico ad alta intensità, capace di alterare superficialmente le fibre del lino senza penetrare in profondità. La Sacra Sindone è un negativo tridimensionale, che si può essere formato solo grazie a un corpo che è diventato energia.
È ragionevole affermare che Dio ha creato il mondo e che Cristo è risorto. Queste due affermazioni come si conciliano con tutto il resto? Con il dolore innocente, che la Passione non ha cancellato? Il senso del miracolo non era salvare Lazzaro, che poi comunque sarebbe morto, ma salvare noi tutti dall’abisso di aver perduto Dio. I miracoli servono per aiutarci a trovare la fede, perché è la nostra fede che ci salverà. Tutto il dolore innocente sarà consolato in un’infinita eternità. Buona Pasqua a tutti.
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Luca Casarini (Ansa)
Nessuno ovviamente si chiede perché si trovassero lì. Non c’è un articolo di giornale che si soffermi sul fatto che queste persone sono state impunemente mollate in mezzo al mare in attesa di qualcuno che venisse a recuperarle per portarle in Europa. Non ci interessa il meccanismo mortifero che le ha portate lì, a rischio della vita. Ci interessa soltanto quello che succede dopo, che è poi esattamente ciò che le Ong vogliono che vediamo. Il loro obiettivo politico è questo: cancellare la prima parte del circuito migratorio e puntare il riflettore soltanto sulla seconda parte, quella che a loro parere dovrebbe chiamare in causa gli europei.
«Il tempo è pessimo, le vite delle persone sono a rischio. Temono di essere intercettate e di essere rimandate forzatamente in Libia. Abbiamo informato le autorità e chiediamo un salvataggio in un luogo sicuro», ha scritto Sea Watch con il solito tono impositivo. Poi ha provveduto al recupero degli stranieri e, come sempre accade, le autorità italiane hanno assegnato un porto di sbarco alla nave Aurora, alla faccia della crudeltà dei governi di destra. La destinazione avrebbe dovuto essere Porto Empedocle, ma la Sea Watch ha deciso di fare altrimenti: ha fatto sapere che le coste agrigentine erano troppo lontane e si è diretta a Lampedusa dove ha fatto sbarcare gli immigrati. Siamo appena ad aprile, questo è solo l’inizio.
Vedremo con la bella stagione, il mare meno ostico e le temperature più miti quanti viaggi riusciranno a fare queste navi sedicenti umanitarie, anche aggirando i decreti governativi che in teoria dovrebbero limitarne l’azione discrezionale. Del resto sappiamo come operino le Ong: fanno ciò che desiderano, violano i confini, se ne infischiano delle indicazioni delle autorità, ignorano gli accordi internazionali. Però possono contare su una buona fetta di giudici pronti a difenderle. Giusto un paio di giorni fa il tribunale di Trapani ha dichiarato illegittimo il fermo della nave Mare Jonio (che fa capo a Mediterranea di Luca Casarini) disposto nell’ottobre 2023. Il Viminale è stato di conseguenza condannato al pagamento delle spese legali. Vale la pena di ricordare che la nave era stata fermata perché, al solito, aveva scelto in totale autonomia e in maniera del tutto autoreferenziale di dirigersi verso l’Italia evitando di coinvolgere nel recupero dei migranti altre nazioni. In teoria gli stranieri erano stati presi in area di competenza libica, ma per il tribunale sarebbe «espressamente e chiaramente escluso che la Libia, Paese che non ha mai ratificato la Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati, soddisfi i criteri per essere designata come luogo sicuro ai fini dello sbarco». Chiaro no? A decidere le politiche migratorie italiane non è un governo eletto, dunque non sono gli italiani: sono magistrati e attivisti. I quali godono, per altro, di sostegni eccellenti.
Non appena le Ong sono tornate in scena con prepotenza, sono ricomparsi anche gli immancabili prelati pro invasione, gli stessi che per un decennio circa hanno martellato con ogni mezzo l’opinione pubblica al fine di imporre l’idea che il sistema migratorio fosse buono e santo. Parliamo ovviamente degli stimati esponenti della Cei, in particolare l’arcivescovo di Ferrara-Comacchio Giancarlo Perego, presidente della Commissione episcopale per le migrazioni e della Fondazione Migrantes, il quale non perde occasione per alimentare la retorica dell’accoglienza senza limiti. Circa un mese fa si era espresso molto duramente nei riguardi del modello Albania, da lui ritenuto uno spreco di soldi. Ora Perego, parlando a Rai news, è tornato alla carica: «Non si può rimanere indifferenti come il governo italiano di fronte a questo… non ci si può fermare sui rimpatri come ha fatto l’Europa in questi giorni e non impegnarsi nel soccorso e nella tutela di un diritto fondamentale che è il diritto all’asilo». Già, non appena l’Ue dà segno di muoversi in una direzione anche solo leggermente diversa da quella che prevede sempre e solo frontiere aperte, subito spunta un vescovo a lagnarsi, e a bacchettare il governo. Del tutto incurante della realtà italiana e europea, Perego insiste a ripetere il mantra integrazione-accoglienza, pretende l’apertura di altri corridoi umanitari e sembra incolpare le destre - proprio come fanno sinistra e Ong - per i naufragi nel Mediterraneo.
È sempre la stessa canzone, una nenia che ci viene ripetuta da anni e produce sempre gli stessi risultati: guarda caso, quando riprende con insistenza il traffico in mare, ricomincia anche a morire la gente. Riprendono i naufragi, si rivedono persone abbandonate su piattaforme in mezzo alle onde. E tutto questo, per certi tribunali, certi sacerdoti e per tutti gli attivisti, è da considerarsi un modello amorevole e umanitario.
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