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2019-09-27
Macron vuole la procreazione senza padre
Ansa
A Parigi il 6 ottobre si terrà una manifestazione contro la nuova legislazione bioetica, di cui da anni si dibatte in Francia, senza esclusione di colpi. Fortemente voluta dal presidente liberal-socialista Emmanuel Macron, la nuova normativa - presentata dal governo il 26 luglio scorso e non ancora approvata - viene definita dalla stampa progressista come «Pma per tutte», ovvero «procreazione medicalmente assistita per tutte le donne».
Il matrimonio gay
Si riutilizza quindi il linguaggio demagogico-orwelliano che ha già funzionato con il mariage pour tous, cioè il matrimonio gay (inclusa l'adozione), definito a suo tempo dai maîtres-à-penser dell'ingarbugliamento come «matrimonio per tutti». Come se, fino alla sciagurata legge Taubira-Hollande del 2013, le nozze fossero solo per «alcuni». Sarebbe un po' come se oggi qualche provocatore volesse aprire un contenzioso con lo Stato nazionale per chiedere il «voto per tutti», visto che, assieme a certi ergastolani, mafiosi e terroristi, i cittadini da 0 fino a 18 anni meno un giorno ne sono legalmente esclusi.
E la sinistra al potere, ieri con Francois Hollande, oggi con l'ipocrita Macron, va avanti imperterrita sulla via di queste leggi regressive che mortificano la storia di un grande Paese, dividono gli animi, indeboliscono le istituzioni e le norme giuridiche più solide, come quelle sulla filiazione, l'eredità, la trasmissione della vita, la certezza dei genitori. Creando altresì una montagna di crisi (ed obiezioni) di coscienza, in cittadini sia di fede religiosa (cristiana, islamica, ebraica) che nei razionalisti e nei laici non omologati.
La questione di fondo, assieme giuridica e morale, è la seguente. La Pma è riservata in Francia, e più o meno in tutte le nazioni civili d'Occidente, alle sole coppie eterosessuali, con genitori stabili, in età da poter procreare (per evitare il triste caso delle mamme-nonne di 65 anni e più), e con problemi di infertilità tali da non permettere la nascita naturale. In modo da permettere al bambino di trovarsi nella stessa situazione di tutti gli altri, un po' come avviene per l'adozione.
La nuova legge, fortemente sostenuta dal ministro della salute Agnès Buzin e dalle femministe più radicali e nichiliste, vuole svellere questi paletti, in modo da rendere possibile, legale e gratuita, la procreazione per qualunque donna, in qualsiasi situazione psicologica, relazionale, affettiva si trovi. Così una diciottenne potrebbe richiedere l'inseminazione artificiale poiché desidera fortemente un figlio-passatempo. E lo stesso potrebbe fare una donna anziana dopo un matrimonio fallito, in modo da rifarsi una vita, senza però impegnarsi in una relazione stabile, che come noto ha sempre diritti e doveri, gioie e responsabilità. Ed anzitutto la Pma che si intende approvare andrebbe a colmare il desiderio di maternità di talune coppie di lesbiche, le quali ritengono la figura paterna assolutamente inutile se non dannosa, e in ogni caso non (più) necessaria alla nascita, alla crescita e all'educazione del bambino.
Si è giunti al punto di ipotizzare che sul certificato di nascita di colui che vedrà la luce grazie alle tecniche della Pma (e non al rapporto d'amore) vi sarà scritto: nato da madre X e madre Y! Come se il bambino potesse in natura avere due madri, e come se la sua esistenza fosse il frutto del sentimento reciproco delle due donne con cui si troverà a vivere, senza poter mai conoscere la bellezza del rapporto, ugualmente importante, figlio-padre.
La Manif pour tous, la principale organizzazione che sfilerà a Parigi domenica 6 ottobre, fa notare che si tratta di uno stravolgimento completo della legge e di una ingiustizia assoluta e forse irreparabile. I bambini francesi con la nuova normativa non sarebbero più tutti uguali, ma alcuni sarebbero privati per sempre del padre, non potendo in nessun modo conoscere chi ha prestato-venduto il seme che è servito al suo concepimento.
Il fatto che parlando di procreazione, famiglia e amore genitoriale si debba scendere a parlare di «compravendita di semi» o di «prestito di sperma», la dice lunga sul fatto che stiamo già ora superando Frankenstein, e Il dottor Jackill e mister Hyde. E lo stiamo facendo in nome di diritti non bilanciati da doveri, o affermando i diritti della donna ma rivolti contro i diritti dell'uomo. La fine della paternità, di cui si parla dal Sessantotto ora arriva davvero al capolinea, e certe donne vivranno il delirio di onnipotenza di essere madri e padri della creatura che tutte sole (si fa per dire) hanno messo al mondo!
I vescovi in piazza
La ministra Agnés Buzyn ha avuto l'impudenza di dichiarare che il ruolo del padre può essere ricoperto «da un'altra donna, da un'altra figura familiare, degli zii, una nonna» e che «ciò che conta realmente è la serenità e l'amore che circondano il bambino». A lei ha risposto per le rime la deputata sovranista Emmanuelle Ménard, dichiarando così, all'apertura dei dibattiti parlamentari: «La vostra legge è criminale (…). Un essere umano non è un oggetto, un progetto, o una promessa di campagna elettorale». Molti vescovi e prelati francesi hanno invitato i fedeli a scendere in piazza per protestare contro la legge, al grido di liberté egalité paternité. Speriamo che non sia ancora una volta una protesta a legge ormai approvata, segno di grande impegno, ma senza risultati.
Fabrizio Cannone
Ottanta psicanalisti a «Le Monde»: «Gli antirazzisti fanno terrorismo»
Il mondo accademico francese insorge contro il razzismo e il populismo. E questa, di per sé, non sarebbe una novità. Senonché, stavolta i «rigurgiti totalitari» messi all'indice sono quelli del «pensiero decoloniale», ovvero l'avanguardia estrema del pensiero antirazzista. Ieri, su Le Monde, è comparso un appello siglato da 80 psicanalisti (prima firmataria: Houria Abdelouahed...) in cui si denunciava il terrorismo intellettuale intrinseco alle discipline militanti che si vanno facendo largo nelle università di mezzo mondo, come, per l'appunto, gli études décoloniales. Si tratta, per capirci, di quella disciplina che valorizza aprioristicamente qualsiasi esperienza indigena, per quel tanto che non sia stata compromessa dall'uomo bianco, e che per mettersi al riparo da ogni forma di colonialismo, anche culturale, finisce per proporre una sorta di apartheid.
Basti ricordare che, nel 2016, tanto per fare un esempio, fu organizzato in Francia un «campo decoloniale» riservato ai non bianchi e che diversi eventi simili si sono visti anche negli anni successivi. Esiste anche un movimento, gli Indigènes de la République, nato per promuovere esattamente questo tipo di politiche. Houria Bouteldja, la portavoce degli «indigeni», ha condannato i matrimoni misti, spiegando che «la prospettiva decoloniale implica di rompere la fascinazione del matrimonio con qualcuno della comunità bianca». Lo stesso gruppo è noto per il gioco di parole razzista volto a qualificare i cosiddetti français de souche, cioè i francesi «di ceppo», i bianchi insomma, come souchiens, che però suona come «sotto-cani».
Che tutto questo sembri ideologico ed estremistico a una persona normale è scontato, che appaia tale anche agli occhi di 80 psicanalisti francesi che si rivolgono a Le Monde (praticamente il politicamente corretto alla terza) lo è molto meno. Il testo, in effetti, è sorprendente, già dall'incipit, che cita una frase di George Orwell: «Gli intellettuali hanno una mentalità più totalitaria della gente comune». Alla faccia. Ma è solo l'antipasto. L'attacco, infatti, è violentissimo: «Oggigiorno dei militanti, ossessionati dall'identità, ridotta a identitarismo, sotto la copertura dell'antirazzismo e della difesa del bene, impongono nel campo del sapere e del sociale delle ideologie razziste. […] Non esitiamo a parlare di un fenomeno di influenza, che distilla surrettiziamente un'ideologia dai rigurgiti totalitari utilizzando delle tecniche di propaganda».
Sembra lo stesso gergo usato per demonizzare il Front national, ma adesso rivolto contro i militanti antirazzisti. L'appello prosegue: «Reintrodurre la “razza" e stigmatizzare le popolazioni cosiddette “bianche" o di colore come colpevoli o vittime vuol dire negare la complessità psichica». Per gli psicanalisti, una visione troppo schiacciata sulle appartenenze etniche, anche se in chiave pretesamente antidiscriminatoria, rischia di «negare la singolarità dell'individuo» e il «primato del vissuto personale». Ebbene, per gli studiosi che hanno scritto a Le Monde, tutto questo dà luogo a «una forma di razzismo mascherato» che «porta alla posizione vittimaria, al settarismo, all'esclusione e alla fine al disprezzo o alla insofferenza per il differente e alla sua esclusione di fatto». Il risultato è una nuova forma di caccia al diverso, dove quest'ultimo ha le inedite sembianze dell'europeo. Per gli estensori dell'articolo, in questo modo «la lotta di classe è diventata una lotta di razze».
L'appello parla inoltre chiaramente di «rivendicazioni totalitarie» che «minacciano i nostri valori democratici e repubblicani», ed è di nuovo un clamoroso dejà vu rispetto a certi manifesti antifascisti che siamo stati abituati a vedere in questi anni. Il tutto fino all'accusa delle accuse: quella di populismo. «Là dove si crede di lottare contro il razzismo e l'oppressione socioeconomica», è scritto, «si favoriscono invece il populismo e gli odi identitari». I toni della polemica sono inaspettatamente feroci e hanno tutto l'aspetto di una resa dei conti interna al pensiero dominante. Del resto, solo qualche settimana fa, non abbiamo forse visto il paladino dell'antirazzismo, il calciatore Lilian Thuram, scaricato dalla principale associazione del settore, la Licra, per via di alcune sue frasi infelici contro la «cultura bianca»? Evidentemente anche a una parte dell'intellighenzia politicamente corretta ha capito che certi temi rischiano di finire in burletta, se si lascia campo libero alla loro versione parodistica ed estremistica.
Adriano Scianca
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Il 6 ottobre manifestazione nella capitale contro la normativa presentata dal governo per consentire a tutte le donne, anche single, di fare figli con inseminazione artificiale. Una legge che destrutturerà la società, colpendo i valori della famiglia e della genitorialità.La denuncia degli accademici transalpini: «Aiutano il populismo e gli odi identitari».Lo speciale contiene due articoliA Parigi il 6 ottobre si terrà una manifestazione contro la nuova legislazione bioetica, di cui da anni si dibatte in Francia, senza esclusione di colpi. Fortemente voluta dal presidente liberal-socialista Emmanuel Macron, la nuova normativa - presentata dal governo il 26 luglio scorso e non ancora approvata - viene definita dalla stampa progressista come «Pma per tutte», ovvero «procreazione medicalmente assistita per tutte le donne».Il matrimonio gaySi riutilizza quindi il linguaggio demagogico-orwelliano che ha già funzionato con il mariage pour tous, cioè il matrimonio gay (inclusa l'adozione), definito a suo tempo dai maîtres-à-penser dell'ingarbugliamento come «matrimonio per tutti». Come se, fino alla sciagurata legge Taubira-Hollande del 2013, le nozze fossero solo per «alcuni». Sarebbe un po' come se oggi qualche provocatore volesse aprire un contenzioso con lo Stato nazionale per chiedere il «voto per tutti», visto che, assieme a certi ergastolani, mafiosi e terroristi, i cittadini da 0 fino a 18 anni meno un giorno ne sono legalmente esclusi. E la sinistra al potere, ieri con Francois Hollande, oggi con l'ipocrita Macron, va avanti imperterrita sulla via di queste leggi regressive che mortificano la storia di un grande Paese, dividono gli animi, indeboliscono le istituzioni e le norme giuridiche più solide, come quelle sulla filiazione, l'eredità, la trasmissione della vita, la certezza dei genitori. Creando altresì una montagna di crisi (ed obiezioni) di coscienza, in cittadini sia di fede religiosa (cristiana, islamica, ebraica) che nei razionalisti e nei laici non omologati.La questione di fondo, assieme giuridica e morale, è la seguente. La Pma è riservata in Francia, e più o meno in tutte le nazioni civili d'Occidente, alle sole coppie eterosessuali, con genitori stabili, in età da poter procreare (per evitare il triste caso delle mamme-nonne di 65 anni e più), e con problemi di infertilità tali da non permettere la nascita naturale. In modo da permettere al bambino di trovarsi nella stessa situazione di tutti gli altri, un po' come avviene per l'adozione.La nuova legge, fortemente sostenuta dal ministro della salute Agnès Buzin e dalle femministe più radicali e nichiliste, vuole svellere questi paletti, in modo da rendere possibile, legale e gratuita, la procreazione per qualunque donna, in qualsiasi situazione psicologica, relazionale, affettiva si trovi. Così una diciottenne potrebbe richiedere l'inseminazione artificiale poiché desidera fortemente un figlio-passatempo. E lo stesso potrebbe fare una donna anziana dopo un matrimonio fallito, in modo da rifarsi una vita, senza però impegnarsi in una relazione stabile, che come noto ha sempre diritti e doveri, gioie e responsabilità. Ed anzitutto la Pma che si intende approvare andrebbe a colmare il desiderio di maternità di talune coppie di lesbiche, le quali ritengono la figura paterna assolutamente inutile se non dannosa, e in ogni caso non (più) necessaria alla nascita, alla crescita e all'educazione del bambino.Si è giunti al punto di ipotizzare che sul certificato di nascita di colui che vedrà la luce grazie alle tecniche della Pma (e non al rapporto d'amore) vi sarà scritto: nato da madre X e madre Y! Come se il bambino potesse in natura avere due madri, e come se la sua esistenza fosse il frutto del sentimento reciproco delle due donne con cui si troverà a vivere, senza poter mai conoscere la bellezza del rapporto, ugualmente importante, figlio-padre.La Manif pour tous, la principale organizzazione che sfilerà a Parigi domenica 6 ottobre, fa notare che si tratta di uno stravolgimento completo della legge e di una ingiustizia assoluta e forse irreparabile. I bambini francesi con la nuova normativa non sarebbero più tutti uguali, ma alcuni sarebbero privati per sempre del padre, non potendo in nessun modo conoscere chi ha prestato-venduto il seme che è servito al suo concepimento.Il fatto che parlando di procreazione, famiglia e amore genitoriale si debba scendere a parlare di «compravendita di semi» o di «prestito di sperma», la dice lunga sul fatto che stiamo già ora superando Frankenstein, e Il dottor Jackill e mister Hyde. E lo stiamo facendo in nome di diritti non bilanciati da doveri, o affermando i diritti della donna ma rivolti contro i diritti dell'uomo. La fine della paternità, di cui si parla dal Sessantotto ora arriva davvero al capolinea, e certe donne vivranno il delirio di onnipotenza di essere madri e padri della creatura che tutte sole (si fa per dire) hanno messo al mondo!I vescovi in piazzaLa ministra Agnés Buzyn ha avuto l'impudenza di dichiarare che il ruolo del padre può essere ricoperto «da un'altra donna, da un'altra figura familiare, degli zii, una nonna» e che «ciò che conta realmente è la serenità e l'amore che circondano il bambino». A lei ha risposto per le rime la deputata sovranista Emmanuelle Ménard, dichiarando così, all'apertura dei dibattiti parlamentari: «La vostra legge è criminale (…). Un essere umano non è un oggetto, un progetto, o una promessa di campagna elettorale». Molti vescovi e prelati francesi hanno invitato i fedeli a scendere in piazza per protestare contro la legge, al grido di liberté egalité paternité. Speriamo che non sia ancora una volta una protesta a legge ormai approvata, segno di grande impegno, ma senza risultati.Fabrizio Cannone<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/macron-vuole-la-procreazione-senza-padre-2640635986.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ottanta-psicanalisti-a-le-monde-gli-antirazzisti-fanno-terrorismo" data-post-id="2640635986" data-published-at="1778106633" data-use-pagination="False"> Ottanta psicanalisti a «Le Monde»: «Gli antirazzisti fanno terrorismo» Il mondo accademico francese insorge contro il razzismo e il populismo. E questa, di per sé, non sarebbe una novità. Senonché, stavolta i «rigurgiti totalitari» messi all'indice sono quelli del «pensiero decoloniale», ovvero l'avanguardia estrema del pensiero antirazzista. Ieri, su Le Monde, è comparso un appello siglato da 80 psicanalisti (prima firmataria: Houria Abdelouahed...) in cui si denunciava il terrorismo intellettuale intrinseco alle discipline militanti che si vanno facendo largo nelle università di mezzo mondo, come, per l'appunto, gli études décoloniales. Si tratta, per capirci, di quella disciplina che valorizza aprioristicamente qualsiasi esperienza indigena, per quel tanto che non sia stata compromessa dall'uomo bianco, e che per mettersi al riparo da ogni forma di colonialismo, anche culturale, finisce per proporre una sorta di apartheid. Basti ricordare che, nel 2016, tanto per fare un esempio, fu organizzato in Francia un «campo decoloniale» riservato ai non bianchi e che diversi eventi simili si sono visti anche negli anni successivi. Esiste anche un movimento, gli Indigènes de la République, nato per promuovere esattamente questo tipo di politiche. Houria Bouteldja, la portavoce degli «indigeni», ha condannato i matrimoni misti, spiegando che «la prospettiva decoloniale implica di rompere la fascinazione del matrimonio con qualcuno della comunità bianca». Lo stesso gruppo è noto per il gioco di parole razzista volto a qualificare i cosiddetti français de souche, cioè i francesi «di ceppo», i bianchi insomma, come souchiens, che però suona come «sotto-cani». Che tutto questo sembri ideologico ed estremistico a una persona normale è scontato, che appaia tale anche agli occhi di 80 psicanalisti francesi che si rivolgono a Le Monde (praticamente il politicamente corretto alla terza) lo è molto meno. Il testo, in effetti, è sorprendente, già dall'incipit, che cita una frase di George Orwell: «Gli intellettuali hanno una mentalità più totalitaria della gente comune». Alla faccia. Ma è solo l'antipasto. L'attacco, infatti, è violentissimo: «Oggigiorno dei militanti, ossessionati dall'identità, ridotta a identitarismo, sotto la copertura dell'antirazzismo e della difesa del bene, impongono nel campo del sapere e del sociale delle ideologie razziste. […] Non esitiamo a parlare di un fenomeno di influenza, che distilla surrettiziamente un'ideologia dai rigurgiti totalitari utilizzando delle tecniche di propaganda». Sembra lo stesso gergo usato per demonizzare il Front national, ma adesso rivolto contro i militanti antirazzisti. L'appello prosegue: «Reintrodurre la “razza" e stigmatizzare le popolazioni cosiddette “bianche" o di colore come colpevoli o vittime vuol dire negare la complessità psichica». Per gli psicanalisti, una visione troppo schiacciata sulle appartenenze etniche, anche se in chiave pretesamente antidiscriminatoria, rischia di «negare la singolarità dell'individuo» e il «primato del vissuto personale». Ebbene, per gli studiosi che hanno scritto a Le Monde, tutto questo dà luogo a «una forma di razzismo mascherato» che «porta alla posizione vittimaria, al settarismo, all'esclusione e alla fine al disprezzo o alla insofferenza per il differente e alla sua esclusione di fatto». Il risultato è una nuova forma di caccia al diverso, dove quest'ultimo ha le inedite sembianze dell'europeo. Per gli estensori dell'articolo, in questo modo «la lotta di classe è diventata una lotta di razze». L'appello parla inoltre chiaramente di «rivendicazioni totalitarie» che «minacciano i nostri valori democratici e repubblicani», ed è di nuovo un clamoroso dejà vu rispetto a certi manifesti antifascisti che siamo stati abituati a vedere in questi anni. Il tutto fino all'accusa delle accuse: quella di populismo. «Là dove si crede di lottare contro il razzismo e l'oppressione socioeconomica», è scritto, «si favoriscono invece il populismo e gli odi identitari». I toni della polemica sono inaspettatamente feroci e hanno tutto l'aspetto di una resa dei conti interna al pensiero dominante. Del resto, solo qualche settimana fa, non abbiamo forse visto il paladino dell'antirazzismo, il calciatore Lilian Thuram, scaricato dalla principale associazione del settore, la Licra, per via di alcune sue frasi infelici contro la «cultura bianca»? Evidentemente anche a una parte dell'intellighenzia politicamente corretta ha capito che certi temi rischiano di finire in burletta, se si lascia campo libero alla loro versione parodistica ed estremistica. Adriano Scianca
Ansa
Del resto quando degradi l’idea stessa di cultura allo schema del prodotto di consumo e quando utilizzi ostentatamente le strategie di marketing per dire che «il marketing è oppressione», quando denunci la mercificazione e vendi il tuo letto disfatto per milioni di sterline, allora sei tu ad essere il cuore stesso del sistema che pensavi di denunciare. E mentre diventi multimilionario e ti godi il riconoscimento del ruolo di artista e di intellettuale - ormai le due cose non possono più essere disgiunte - non ti accorgi che nel frattempo il «popolo» al quale pensi di parlare non è la massa ma è l’élite straricca di coloro che frequentano il salotto del tuo gallerista per partecipare al gioco (fiscale) dell’arte contemporanea.
L’ultimo grande eroe dell’arte trasgressiva e della denuncia sociale è caduto l’altro giorno sotto una meritata salva di fischi e derisioni. L’opera raffigurante un uomo che marcia accecato dalla propria bandiera, installata nottetempo in Waterloo Place a Londra senza autorizzazione apparente e con la solita modalità «pirata» dal collettivo che utilizza il nome Banksy, viene immediatamente adottata dal Westminster City Council e dal sindaco Sadiq Khan: alle prime luci dell’alba compaiono barriere di protezione e dichiarazioni ufficiali con tanto di cartella stampa che definiscono l’installazione «un vibrante contributo alla scena artistica pubblica».
Senonché la Bbc fa un servizio in cui solleva dubbi sulla presunta «trasgressività» dell’installazione provocando l’ulteriore conferma dall’amministrazione londinese che dichiara che l’opera «non è autorizzata» ma che verrà mantenuta e transennata fino alle elezioni locali come «motivo di riflessione contro i nazionalismi». Inaspettatamente, però, su X si solleva una pressoché unanime protesta non tanto contro l’installazione, che ha un effettivo potenziale comunicativo e «di rottura» inferiore ad un manifesto pubblicitario di una serie Netflix, quanto nei confronti del palese e ormai ridicolo cortocircuito tra politica, artisti sovvenzionati e mercato dell’arte. Tutti elementi interni al mondo della Sinistra che ormai non riesce più a fuoriuscire dai riti e dai linguaggi che ha stabilito con tale solerzia e convinzione da giungere all’inevitabile deriva finale: il comico.
I più furbi, notando le reazioni del pubblico, si sono a loro volta uniformati alla nuova ondata di rigetto ed hanno, candidamente e con la nonchalance che ne contraddistingue l’esistenza, elaborato nuove analisi nelle quali effettivamente si riconosce che Banksy è un paraculo, che è da sempre d’accordo con le istituzioni (o almeno da quando ha una quotazione di mercato) e che la politica gli ha in pratica commissionato l’opera. Improvvisamente anche per le riviste impegnate l’artista-collettivo multimilionario, da decenni allineato all’agenda ufficiale, che finanzia le Ong immigrazioniste e che non perde occasione per condannare il populismo, non solo incarna «il provocative conformism» ma la sua opera non fa altro che «proiettare l’ansia elitaria verso il populismo reazionario piuttosto che sfidare il vero potere». I commentatori chic britannici si sono così accorti che Banksy più che ad Andy Warhol guarda a Greta Thunberg offrendo al mercato ribelle il prodotto giusto, quello che consente la trasgressione estetica confermando l’ortodossia culturale.
Esattamente come le magliette dei trasgressivi che attaccano le pericolosissime masse populiste e corrono a difendere il debole e inerme Quirinale, esattamente come le solite «battaglie culturali» sempre allineate al mainstream e sempre dotate di merchandising già pronto il primo giorno di «manifestazioni spontanee», ormai ogni discorso ribelle è merce che consolida il dominio producendo verità attraverso il consenso culturale.
Il fatto è che mai nella storia si è chiesto alle avanguardie una ricetta politica alternativa ma solo la lucidità per denunciare la narrazione dominante e distaccarsene radicalmente. La ribellione al sistema di un Johnny Rotten rifuggiva ogni programma politico e si limitava a smascherare ogni forma di falsa coscienza; oggi l’artista contemporaneo non vede l’ora di farsi cooptare dal potere e di farsi quotare nel sistema dell’arte contemporanea, correndo a confermare ogni battaglia culturale woke e decidendo così di farsi attivista politico proprio mentre l’ex cantante dei Sex Pistols liquida il woke come «una banda di pazzi» e ammette che oggi è la sinistra ad incarnare tutto ciò che è divertente odiare. E mentre Rolling Stone retrocede Eric Clapton dalla decima alla trentacinquesima posizione della sua hall of fame per «le sue critiche al vaccino Covid e la sua scelta di non discriminare l’ingresso ai suoi concerti durante la pandemia», siamo tutti chiamati a ricordare che l’arte autentica è affermazione vitale e non risentimento mascherato da progressismo, rifiuto della conformità e non ricerca ossessiva delle benedizioni istituzionali.
Questa volta, con l’ennesima installazione pedagogica del buon Banksy, si cominciano ad intravedere i segni di un diffuso rigetto nei confronti di forme obsolete, utili solo a mantenere privilegi elitari, controllo della narrazione ed estromissione dei veri temi critici dall’agenda narrativa dominante. Fino a che un giorno chi scrive quell’agenda si accorgerà che viene letta solo ai vernissage di certe gallerie.
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Michele Emiliano (Ansa)
Dal rapporto burrascoso con il governatore della Puglia e suo ex pupillo, Antonio Decaro, a un ritorno in toga, Emiliano va a ruota libera in un’intervista rilasciata a Telenorba. Dopo 23 anni di aspettativa politica è in attesa della decisione della Terza commissione del Csm per ottenere il via libera a un’altra aspettativa per diventare consulente giuridico della Regione Puglia, domanda già bocciata tre volte.
Ieri doveva arrivare la decisione che non è arrivata. La discussione sul contratto proposto da Decaro al suo predecessore (con uno stipendio di circa 130.000 euro all’anno) ha fatto emergere diverse obiezioni, tra cui quella secondo cui «un consigliere non è la stessa cosa di un operativo: il via libera creerebbe un precedente per il quale tutti gli enti territoriali potrebbero chiedere un magistrato in aspettativa per affidargli compiti dirigenziali.
«Il presidente Decaro mi ha chiesto di dargli una mano come consulente», spiega Emiliano, «io gli ho detto: “Sono disposto a darti consulenze pure telefoniche gratuitamente”, però evidentemente voleva darmi il segno della sua vicinanza. Io avevo detto che era una costruzione un po’ ardita, ma lui ha voluto andare avanti. Dopodiché il Pd ha chiesto alla commissione sugli incidenti del lavoro di inserirmi come consulente. Ma se io dovessi scegliere, non vedrei l’ora di rimettermi la toga, di andare a fare il pubblico ministero in una Procura».
La legge attuale impedisce ai magistrati che hanno fatto politica di rientrare negli uffici giudiziari, ma a lui questa legge non si applica essendo andato in aspettativa prima. «Temo solo che la Procura dove rischio di andare sarebbe un po’ perseguitata dai giornalisti», aggiunge. Ecco la scusa. «Sto cercando di evitare di rientrare in servizio proprio per evitare questo. Dopodiché, se mi costringono a rientrare, sarò felicissimo perché chi nasce magistrato muore magistrato».
Ma non esita a dire anche che «se il Pd decidesse di candidarmi» alle Politiche 2027 «sarei felice», perché «la politica obiettivamente è la bacchetta magica che se funziona, cambia tutto, come al contrario se non funziona fa un disastro». A Emiliano ha cambiato davvero tutto.
Quindi? «Non è che uno per sopravvivere deve fare politica per forza», insiste. «Mi rendo conto però che se qualcuno mi chiedesse di fare il deputato farebbe una cosa intelligente perché ho una certa esperienza. Se non me lo chiedesse perché sono troppo ingombrante a me la vita non me la cambiano». E ne ha anche per il sindaco di Genova, Silvia Salis, che scarica per ingraziarsi il segretario Pd, Elly Schlein: «Non credo abbia le carte in regola per essere candidata premier del centrosinistra. È appena diventata sindaco, non ha nessuna storia politica e non ha nessuna connessione con tutto il mondo progressista. È una figura interessante per il futuro, non per il presente».
Emiliano manda poi una serie di messaggi a Decaro, delfino che si è smarcato dal suo mentore. «Antonio è reo confesso: lo dice chiaramente a tutti che soffre la mia presenza, ma questo lo capisco». Tuttavia, gli tende la mano: «Io, comunque, qualunque cosa dovesse fare Antonio, sono dalla sua parte e lo sosterrò in tutte le maniere perché ovviamente, come diceva mia madre, l’ho fatto io, non è che lo posso distruggere».
Nel corso dell’intervista, Emiliano ha anche presentato il suo romanzo noir, L’Alba di San Nicola, raccontandone la genesi: «Se non mi avessero messo a riposo forzato, probabilmente non l’avrei finito. È stato un momento per riorganizzare la propria vita».
Anche se per il momento la vita di Emiliano assomiglia di più a un giallo.
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Nicola Magrini (Ansa)
L’affermazione è stata fatta nel contesto delle misure prese durante la seconda ondata, da settembre a dicembre 2020. Innanzitutto, l’ex dg ha voluto precisare che nei primi protocolli di trattamento domiciliare Aifa le indicazioni «non erano di vigile attesa ma di watchful waiting, monitoraggio attento e presente, non da remoto, dell’evoluzione clinica del paziente».
Peccato che la circolare dell’allora ministro della Salute, Roberto Speranza, firmata il 30 novembre 2020 dall’ex direttore generale della Prevenzione sanitaria Giovanni Rezza e uscita dopo 8 mesi con le linee guida sulla gestione domiciliare dei pazienti con infezione da Sars-Cov-2, riportasse proprio «vigile attesa» e «trattamenti sintomatici (ad esempio paracetamolo)». L’accoppiata tachipirina e vigile attesa che lasciava senza cure centinaia di migliaia di persone atterrite dal virus, quando rimanevano contagiate e sapevano di non poter andare al Pronto soccorso. Quanto al «monitoraggio non da remoto», sappiamo che la maggior parte dei medici si rifiutava di visitare i propri assistiti, lasciandoli spesso anche senza risposte telefoniche. Magrini, che è specializzato in farmacologia clinica, ha poi spiegato ai parlamentari della commissione che gli studi clinici randomizzati (Rct) sono lo strumento più affidabile anche durante la pandemia per valutare efficacia e sicurezza dei farmaci. «Undici trattamenti non hanno dimostrato nessuna efficacia su mortalità, durata ricovero e ventilazione e qualche potenziale danno. Li cito rapidamente, l’idrossiclorochina, il lopinavir […] il plasma dei convalescenti che in Italia ha avuto faticose polemiche, l’aspirina…».
Non si è trattato solo dell’ennesimo insulto al professor Giuseppe De Donno, l’ex primario di pneumologia dell’ospedale Carlo Poma di Mantova che per primo aveva iniziato la cura del Covid con le trasfusioni di plasma iperimmune (e che si tolse la vita nel luglio del 2021), ma anche della negazione dell’efficacia dell’infusione di sangue di contagiati dal coronavirus, opportunamente trattato, in altri pazienti, riconosciuta da studi autorevoli.
Come quello dell’ottobre 2023, uscito su The New England Journal of Medicine (Nejm) e che dimostrava una mortalità ridotta nei pazienti affetti da sindrome da distress respiratorio acuto (Ards), indotta da Covid-19, ai quali era stato somministrato plasma raccolto da donatori convalescenti, entro 5 giorni dall’inizio della ventilazione meccanica invasiva. Non solo, tra l’inizio di aprile 2020 e la fine di agosto 2020, quasi 100.000 pazienti ricoverati in circa 2.200 ospedali statunitensi con infezioni da Sars-CoV-2 furono trattati con plasma convalescente nell’ambito di un programma autorizzato dalla Fda.
In Italia, invece, lo studio clinico randomizzato e controllato chiamato Tsunami, promosso da Istituto superiore della sanità e Aifa «non evidenziò benefici» e la cura venne bocciata. Forse perché costava poco. Ancora oggi, Magrini insiste nel definire il plasma iperimmune inefficace, magari con qualche potenziale danno. E vogliamo parlare dell’aspirina? Solo guardando agli studi dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri pubblicati nel 2021, 2022 e 2023, era documentata l’importanza di farmaci antinfiammatori non steroidei quali l’aspirina. Nel gennaio di quest’anno, un nuovo lavoro pubblicato su Frontiers in Immunology, prendeva in esame i meccanismi molecolari dell’effetto dell’aspirina sulla struttura della proteina Spike, riducendo la capacità del virus di legarsi alle cellule dell’ospite e limitando il danno polmonare. E per fortuna che l’ex dg di Aifa ha affermato: «Le linee guida terapeutiche progrediscono con il progredire delle evidenze, che nel caso del Covid sono progredite di mese in mese, in alcuni momenti anche di settimana in settimana». Nessun mea culpa per quello che la nostra agenzia regolatoria impedì che venisse attuato, escludendo trattamenti importanti?
Magrini ha spiegato in commissione che aveva ragione l’articolo apparso il 14 aprile su Nejm dal titolo «Valutazione dei farmaci durante la pandemia di Covid-19», nel quale «Jerry Avorn affermava che avremo problemi, come disegni di studi clinici inadeguati e sicurezza in studi randomizzati prima della immissione sul mercato o loro autorizzazione». Nel testo si affermava che «l’ampliamento dell’accesso a terapie sperimentali non ancora completamente valutate potrebbe avere diverse conseguenze indesiderate» e Magrini ha fatto l’esempio di Trump. «Diceva che aveva l’intuito che funzionasse l’idrossiclorochina, la preoccupazione della scienza era di un input politico […] occorre proteggere le persone da farmaci inefficaci o poco sicuri». L’ex dg non ha dubbi: «La salute dei singoli pazienti, sia della popolazione si preserverà restando fedeli ai principi di valutazione delle attività regolatorie». Il giudizio su Aifa, guardando all’epoca pandemica, invece per molti italiani non è affatto positivo.
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