True
2019-09-27
Macron vuole la procreazione senza padre
Ansa
A Parigi il 6 ottobre si terrà una manifestazione contro la nuova legislazione bioetica, di cui da anni si dibatte in Francia, senza esclusione di colpi. Fortemente voluta dal presidente liberal-socialista Emmanuel Macron, la nuova normativa - presentata dal governo il 26 luglio scorso e non ancora approvata - viene definita dalla stampa progressista come «Pma per tutte», ovvero «procreazione medicalmente assistita per tutte le donne».
Il matrimonio gay
Si riutilizza quindi il linguaggio demagogico-orwelliano che ha già funzionato con il mariage pour tous, cioè il matrimonio gay (inclusa l'adozione), definito a suo tempo dai maîtres-à-penser dell'ingarbugliamento come «matrimonio per tutti». Come se, fino alla sciagurata legge Taubira-Hollande del 2013, le nozze fossero solo per «alcuni». Sarebbe un po' come se oggi qualche provocatore volesse aprire un contenzioso con lo Stato nazionale per chiedere il «voto per tutti», visto che, assieme a certi ergastolani, mafiosi e terroristi, i cittadini da 0 fino a 18 anni meno un giorno ne sono legalmente esclusi.
E la sinistra al potere, ieri con Francois Hollande, oggi con l'ipocrita Macron, va avanti imperterrita sulla via di queste leggi regressive che mortificano la storia di un grande Paese, dividono gli animi, indeboliscono le istituzioni e le norme giuridiche più solide, come quelle sulla filiazione, l'eredità, la trasmissione della vita, la certezza dei genitori. Creando altresì una montagna di crisi (ed obiezioni) di coscienza, in cittadini sia di fede religiosa (cristiana, islamica, ebraica) che nei razionalisti e nei laici non omologati.
La questione di fondo, assieme giuridica e morale, è la seguente. La Pma è riservata in Francia, e più o meno in tutte le nazioni civili d'Occidente, alle sole coppie eterosessuali, con genitori stabili, in età da poter procreare (per evitare il triste caso delle mamme-nonne di 65 anni e più), e con problemi di infertilità tali da non permettere la nascita naturale. In modo da permettere al bambino di trovarsi nella stessa situazione di tutti gli altri, un po' come avviene per l'adozione.
La nuova legge, fortemente sostenuta dal ministro della salute Agnès Buzin e dalle femministe più radicali e nichiliste, vuole svellere questi paletti, in modo da rendere possibile, legale e gratuita, la procreazione per qualunque donna, in qualsiasi situazione psicologica, relazionale, affettiva si trovi. Così una diciottenne potrebbe richiedere l'inseminazione artificiale poiché desidera fortemente un figlio-passatempo. E lo stesso potrebbe fare una donna anziana dopo un matrimonio fallito, in modo da rifarsi una vita, senza però impegnarsi in una relazione stabile, che come noto ha sempre diritti e doveri, gioie e responsabilità. Ed anzitutto la Pma che si intende approvare andrebbe a colmare il desiderio di maternità di talune coppie di lesbiche, le quali ritengono la figura paterna assolutamente inutile se non dannosa, e in ogni caso non (più) necessaria alla nascita, alla crescita e all'educazione del bambino.
Si è giunti al punto di ipotizzare che sul certificato di nascita di colui che vedrà la luce grazie alle tecniche della Pma (e non al rapporto d'amore) vi sarà scritto: nato da madre X e madre Y! Come se il bambino potesse in natura avere due madri, e come se la sua esistenza fosse il frutto del sentimento reciproco delle due donne con cui si troverà a vivere, senza poter mai conoscere la bellezza del rapporto, ugualmente importante, figlio-padre.
La Manif pour tous, la principale organizzazione che sfilerà a Parigi domenica 6 ottobre, fa notare che si tratta di uno stravolgimento completo della legge e di una ingiustizia assoluta e forse irreparabile. I bambini francesi con la nuova normativa non sarebbero più tutti uguali, ma alcuni sarebbero privati per sempre del padre, non potendo in nessun modo conoscere chi ha prestato-venduto il seme che è servito al suo concepimento.
Il fatto che parlando di procreazione, famiglia e amore genitoriale si debba scendere a parlare di «compravendita di semi» o di «prestito di sperma», la dice lunga sul fatto che stiamo già ora superando Frankenstein, e Il dottor Jackill e mister Hyde. E lo stiamo facendo in nome di diritti non bilanciati da doveri, o affermando i diritti della donna ma rivolti contro i diritti dell'uomo. La fine della paternità, di cui si parla dal Sessantotto ora arriva davvero al capolinea, e certe donne vivranno il delirio di onnipotenza di essere madri e padri della creatura che tutte sole (si fa per dire) hanno messo al mondo!
I vescovi in piazza
La ministra Agnés Buzyn ha avuto l'impudenza di dichiarare che il ruolo del padre può essere ricoperto «da un'altra donna, da un'altra figura familiare, degli zii, una nonna» e che «ciò che conta realmente è la serenità e l'amore che circondano il bambino». A lei ha risposto per le rime la deputata sovranista Emmanuelle Ménard, dichiarando così, all'apertura dei dibattiti parlamentari: «La vostra legge è criminale (…). Un essere umano non è un oggetto, un progetto, o una promessa di campagna elettorale». Molti vescovi e prelati francesi hanno invitato i fedeli a scendere in piazza per protestare contro la legge, al grido di liberté egalité paternité. Speriamo che non sia ancora una volta una protesta a legge ormai approvata, segno di grande impegno, ma senza risultati.
Fabrizio Cannone
Ottanta psicanalisti a «Le Monde»: «Gli antirazzisti fanno terrorismo»
Il mondo accademico francese insorge contro il razzismo e il populismo. E questa, di per sé, non sarebbe una novità. Senonché, stavolta i «rigurgiti totalitari» messi all'indice sono quelli del «pensiero decoloniale», ovvero l'avanguardia estrema del pensiero antirazzista. Ieri, su Le Monde, è comparso un appello siglato da 80 psicanalisti (prima firmataria: Houria Abdelouahed...) in cui si denunciava il terrorismo intellettuale intrinseco alle discipline militanti che si vanno facendo largo nelle università di mezzo mondo, come, per l'appunto, gli études décoloniales. Si tratta, per capirci, di quella disciplina che valorizza aprioristicamente qualsiasi esperienza indigena, per quel tanto che non sia stata compromessa dall'uomo bianco, e che per mettersi al riparo da ogni forma di colonialismo, anche culturale, finisce per proporre una sorta di apartheid.
Basti ricordare che, nel 2016, tanto per fare un esempio, fu organizzato in Francia un «campo decoloniale» riservato ai non bianchi e che diversi eventi simili si sono visti anche negli anni successivi. Esiste anche un movimento, gli Indigènes de la République, nato per promuovere esattamente questo tipo di politiche. Houria Bouteldja, la portavoce degli «indigeni», ha condannato i matrimoni misti, spiegando che «la prospettiva decoloniale implica di rompere la fascinazione del matrimonio con qualcuno della comunità bianca». Lo stesso gruppo è noto per il gioco di parole razzista volto a qualificare i cosiddetti français de souche, cioè i francesi «di ceppo», i bianchi insomma, come souchiens, che però suona come «sotto-cani».
Che tutto questo sembri ideologico ed estremistico a una persona normale è scontato, che appaia tale anche agli occhi di 80 psicanalisti francesi che si rivolgono a Le Monde (praticamente il politicamente corretto alla terza) lo è molto meno. Il testo, in effetti, è sorprendente, già dall'incipit, che cita una frase di George Orwell: «Gli intellettuali hanno una mentalità più totalitaria della gente comune». Alla faccia. Ma è solo l'antipasto. L'attacco, infatti, è violentissimo: «Oggigiorno dei militanti, ossessionati dall'identità, ridotta a identitarismo, sotto la copertura dell'antirazzismo e della difesa del bene, impongono nel campo del sapere e del sociale delle ideologie razziste. […] Non esitiamo a parlare di un fenomeno di influenza, che distilla surrettiziamente un'ideologia dai rigurgiti totalitari utilizzando delle tecniche di propaganda».
Sembra lo stesso gergo usato per demonizzare il Front national, ma adesso rivolto contro i militanti antirazzisti. L'appello prosegue: «Reintrodurre la “razza" e stigmatizzare le popolazioni cosiddette “bianche" o di colore come colpevoli o vittime vuol dire negare la complessità psichica». Per gli psicanalisti, una visione troppo schiacciata sulle appartenenze etniche, anche se in chiave pretesamente antidiscriminatoria, rischia di «negare la singolarità dell'individuo» e il «primato del vissuto personale». Ebbene, per gli studiosi che hanno scritto a Le Monde, tutto questo dà luogo a «una forma di razzismo mascherato» che «porta alla posizione vittimaria, al settarismo, all'esclusione e alla fine al disprezzo o alla insofferenza per il differente e alla sua esclusione di fatto». Il risultato è una nuova forma di caccia al diverso, dove quest'ultimo ha le inedite sembianze dell'europeo. Per gli estensori dell'articolo, in questo modo «la lotta di classe è diventata una lotta di razze».
L'appello parla inoltre chiaramente di «rivendicazioni totalitarie» che «minacciano i nostri valori democratici e repubblicani», ed è di nuovo un clamoroso dejà vu rispetto a certi manifesti antifascisti che siamo stati abituati a vedere in questi anni. Il tutto fino all'accusa delle accuse: quella di populismo. «Là dove si crede di lottare contro il razzismo e l'oppressione socioeconomica», è scritto, «si favoriscono invece il populismo e gli odi identitari». I toni della polemica sono inaspettatamente feroci e hanno tutto l'aspetto di una resa dei conti interna al pensiero dominante. Del resto, solo qualche settimana fa, non abbiamo forse visto il paladino dell'antirazzismo, il calciatore Lilian Thuram, scaricato dalla principale associazione del settore, la Licra, per via di alcune sue frasi infelici contro la «cultura bianca»? Evidentemente anche a una parte dell'intellighenzia politicamente corretta ha capito che certi temi rischiano di finire in burletta, se si lascia campo libero alla loro versione parodistica ed estremistica.
Adriano Scianca
Continua a leggereRiduci
Il 6 ottobre manifestazione nella capitale contro la normativa presentata dal governo per consentire a tutte le donne, anche single, di fare figli con inseminazione artificiale. Una legge che destrutturerà la società, colpendo i valori della famiglia e della genitorialità.La denuncia degli accademici transalpini: «Aiutano il populismo e gli odi identitari».Lo speciale contiene due articoliA Parigi il 6 ottobre si terrà una manifestazione contro la nuova legislazione bioetica, di cui da anni si dibatte in Francia, senza esclusione di colpi. Fortemente voluta dal presidente liberal-socialista Emmanuel Macron, la nuova normativa - presentata dal governo il 26 luglio scorso e non ancora approvata - viene definita dalla stampa progressista come «Pma per tutte», ovvero «procreazione medicalmente assistita per tutte le donne».Il matrimonio gaySi riutilizza quindi il linguaggio demagogico-orwelliano che ha già funzionato con il mariage pour tous, cioè il matrimonio gay (inclusa l'adozione), definito a suo tempo dai maîtres-à-penser dell'ingarbugliamento come «matrimonio per tutti». Come se, fino alla sciagurata legge Taubira-Hollande del 2013, le nozze fossero solo per «alcuni». Sarebbe un po' come se oggi qualche provocatore volesse aprire un contenzioso con lo Stato nazionale per chiedere il «voto per tutti», visto che, assieme a certi ergastolani, mafiosi e terroristi, i cittadini da 0 fino a 18 anni meno un giorno ne sono legalmente esclusi. E la sinistra al potere, ieri con Francois Hollande, oggi con l'ipocrita Macron, va avanti imperterrita sulla via di queste leggi regressive che mortificano la storia di un grande Paese, dividono gli animi, indeboliscono le istituzioni e le norme giuridiche più solide, come quelle sulla filiazione, l'eredità, la trasmissione della vita, la certezza dei genitori. Creando altresì una montagna di crisi (ed obiezioni) di coscienza, in cittadini sia di fede religiosa (cristiana, islamica, ebraica) che nei razionalisti e nei laici non omologati.La questione di fondo, assieme giuridica e morale, è la seguente. La Pma è riservata in Francia, e più o meno in tutte le nazioni civili d'Occidente, alle sole coppie eterosessuali, con genitori stabili, in età da poter procreare (per evitare il triste caso delle mamme-nonne di 65 anni e più), e con problemi di infertilità tali da non permettere la nascita naturale. In modo da permettere al bambino di trovarsi nella stessa situazione di tutti gli altri, un po' come avviene per l'adozione.La nuova legge, fortemente sostenuta dal ministro della salute Agnès Buzin e dalle femministe più radicali e nichiliste, vuole svellere questi paletti, in modo da rendere possibile, legale e gratuita, la procreazione per qualunque donna, in qualsiasi situazione psicologica, relazionale, affettiva si trovi. Così una diciottenne potrebbe richiedere l'inseminazione artificiale poiché desidera fortemente un figlio-passatempo. E lo stesso potrebbe fare una donna anziana dopo un matrimonio fallito, in modo da rifarsi una vita, senza però impegnarsi in una relazione stabile, che come noto ha sempre diritti e doveri, gioie e responsabilità. Ed anzitutto la Pma che si intende approvare andrebbe a colmare il desiderio di maternità di talune coppie di lesbiche, le quali ritengono la figura paterna assolutamente inutile se non dannosa, e in ogni caso non (più) necessaria alla nascita, alla crescita e all'educazione del bambino.Si è giunti al punto di ipotizzare che sul certificato di nascita di colui che vedrà la luce grazie alle tecniche della Pma (e non al rapporto d'amore) vi sarà scritto: nato da madre X e madre Y! Come se il bambino potesse in natura avere due madri, e come se la sua esistenza fosse il frutto del sentimento reciproco delle due donne con cui si troverà a vivere, senza poter mai conoscere la bellezza del rapporto, ugualmente importante, figlio-padre.La Manif pour tous, la principale organizzazione che sfilerà a Parigi domenica 6 ottobre, fa notare che si tratta di uno stravolgimento completo della legge e di una ingiustizia assoluta e forse irreparabile. I bambini francesi con la nuova normativa non sarebbero più tutti uguali, ma alcuni sarebbero privati per sempre del padre, non potendo in nessun modo conoscere chi ha prestato-venduto il seme che è servito al suo concepimento.Il fatto che parlando di procreazione, famiglia e amore genitoriale si debba scendere a parlare di «compravendita di semi» o di «prestito di sperma», la dice lunga sul fatto che stiamo già ora superando Frankenstein, e Il dottor Jackill e mister Hyde. E lo stiamo facendo in nome di diritti non bilanciati da doveri, o affermando i diritti della donna ma rivolti contro i diritti dell'uomo. La fine della paternità, di cui si parla dal Sessantotto ora arriva davvero al capolinea, e certe donne vivranno il delirio di onnipotenza di essere madri e padri della creatura che tutte sole (si fa per dire) hanno messo al mondo!I vescovi in piazzaLa ministra Agnés Buzyn ha avuto l'impudenza di dichiarare che il ruolo del padre può essere ricoperto «da un'altra donna, da un'altra figura familiare, degli zii, una nonna» e che «ciò che conta realmente è la serenità e l'amore che circondano il bambino». A lei ha risposto per le rime la deputata sovranista Emmanuelle Ménard, dichiarando così, all'apertura dei dibattiti parlamentari: «La vostra legge è criminale (…). Un essere umano non è un oggetto, un progetto, o una promessa di campagna elettorale». Molti vescovi e prelati francesi hanno invitato i fedeli a scendere in piazza per protestare contro la legge, al grido di liberté egalité paternité. Speriamo che non sia ancora una volta una protesta a legge ormai approvata, segno di grande impegno, ma senza risultati.Fabrizio Cannone<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/macron-vuole-la-procreazione-senza-padre-2640635986.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ottanta-psicanalisti-a-le-monde-gli-antirazzisti-fanno-terrorismo" data-post-id="2640635986" data-published-at="1767503032" data-use-pagination="False"> Ottanta psicanalisti a «Le Monde»: «Gli antirazzisti fanno terrorismo» Il mondo accademico francese insorge contro il razzismo e il populismo. E questa, di per sé, non sarebbe una novità. Senonché, stavolta i «rigurgiti totalitari» messi all'indice sono quelli del «pensiero decoloniale», ovvero l'avanguardia estrema del pensiero antirazzista. Ieri, su Le Monde, è comparso un appello siglato da 80 psicanalisti (prima firmataria: Houria Abdelouahed...) in cui si denunciava il terrorismo intellettuale intrinseco alle discipline militanti che si vanno facendo largo nelle università di mezzo mondo, come, per l'appunto, gli études décoloniales. Si tratta, per capirci, di quella disciplina che valorizza aprioristicamente qualsiasi esperienza indigena, per quel tanto che non sia stata compromessa dall'uomo bianco, e che per mettersi al riparo da ogni forma di colonialismo, anche culturale, finisce per proporre una sorta di apartheid. Basti ricordare che, nel 2016, tanto per fare un esempio, fu organizzato in Francia un «campo decoloniale» riservato ai non bianchi e che diversi eventi simili si sono visti anche negli anni successivi. Esiste anche un movimento, gli Indigènes de la République, nato per promuovere esattamente questo tipo di politiche. Houria Bouteldja, la portavoce degli «indigeni», ha condannato i matrimoni misti, spiegando che «la prospettiva decoloniale implica di rompere la fascinazione del matrimonio con qualcuno della comunità bianca». Lo stesso gruppo è noto per il gioco di parole razzista volto a qualificare i cosiddetti français de souche, cioè i francesi «di ceppo», i bianchi insomma, come souchiens, che però suona come «sotto-cani». Che tutto questo sembri ideologico ed estremistico a una persona normale è scontato, che appaia tale anche agli occhi di 80 psicanalisti francesi che si rivolgono a Le Monde (praticamente il politicamente corretto alla terza) lo è molto meno. Il testo, in effetti, è sorprendente, già dall'incipit, che cita una frase di George Orwell: «Gli intellettuali hanno una mentalità più totalitaria della gente comune». Alla faccia. Ma è solo l'antipasto. L'attacco, infatti, è violentissimo: «Oggigiorno dei militanti, ossessionati dall'identità, ridotta a identitarismo, sotto la copertura dell'antirazzismo e della difesa del bene, impongono nel campo del sapere e del sociale delle ideologie razziste. […] Non esitiamo a parlare di un fenomeno di influenza, che distilla surrettiziamente un'ideologia dai rigurgiti totalitari utilizzando delle tecniche di propaganda». Sembra lo stesso gergo usato per demonizzare il Front national, ma adesso rivolto contro i militanti antirazzisti. L'appello prosegue: «Reintrodurre la “razza" e stigmatizzare le popolazioni cosiddette “bianche" o di colore come colpevoli o vittime vuol dire negare la complessità psichica». Per gli psicanalisti, una visione troppo schiacciata sulle appartenenze etniche, anche se in chiave pretesamente antidiscriminatoria, rischia di «negare la singolarità dell'individuo» e il «primato del vissuto personale». Ebbene, per gli studiosi che hanno scritto a Le Monde, tutto questo dà luogo a «una forma di razzismo mascherato» che «porta alla posizione vittimaria, al settarismo, all'esclusione e alla fine al disprezzo o alla insofferenza per il differente e alla sua esclusione di fatto». Il risultato è una nuova forma di caccia al diverso, dove quest'ultimo ha le inedite sembianze dell'europeo. Per gli estensori dell'articolo, in questo modo «la lotta di classe è diventata una lotta di razze». L'appello parla inoltre chiaramente di «rivendicazioni totalitarie» che «minacciano i nostri valori democratici e repubblicani», ed è di nuovo un clamoroso dejà vu rispetto a certi manifesti antifascisti che siamo stati abituati a vedere in questi anni. Il tutto fino all'accusa delle accuse: quella di populismo. «Là dove si crede di lottare contro il razzismo e l'oppressione socioeconomica», è scritto, «si favoriscono invece il populismo e gli odi identitari». I toni della polemica sono inaspettatamente feroci e hanno tutto l'aspetto di una resa dei conti interna al pensiero dominante. Del resto, solo qualche settimana fa, non abbiamo forse visto il paladino dell'antirazzismo, il calciatore Lilian Thuram, scaricato dalla principale associazione del settore, la Licra, per via di alcune sue frasi infelici contro la «cultura bianca»? Evidentemente anche a una parte dell'intellighenzia politicamente corretta ha capito che certi temi rischiano di finire in burletta, se si lascia campo libero alla loro versione parodistica ed estremistica. Adriano Scianca
Maria Corina Machado (Getty Images)
Nelle ultime ore erano rimbalzate voci su una frettolosa partenza per la Russia da parte della vicepresidente, ma il ministero degli Esteri di Mosca ha negato che Rodríguez si trovi nel territorio della Repubblica federale russa. Intanto, il ministro della Difesa, Vladimiro Padrino Lopez, ha schierato nel Paese le truppe ancora fedeli e ha parlato alla televisione nazionale, facendo appello al popolo e alle forze militari per resistere a quella che ha definito «una vile aggressione da parte di Washington, che viola palesemente il diritto internazionale». Alcuni ministri, come Padrino López, stanno cercando di tenere insieme il regime madurista, coagulandosi intorno al ministro dell’Interno, Diosdado Cabello, che ha dichiarato: «Alla fine di questi attacchi, vinceremo. Viva la patria! Sempre fedeli! Mai traditori». Sulla testa di Cabello, dato per morto e poi ricomparso, resta ancora una taglia da 50 milioni di dollari, come principale complice dei crimini imputati a Maduro. Alcuni generali delle forze armate da un paio di giorni sembrano aver preso le distanze dal regime, nella speranza di potersi riciclare almeno nel periodo di transizione che il Venezuela potrebbe affrontare molto presto. Una mossa avvalorata dalle dichiarazioni di Trump, che ha minacciato un pessimo futuro per ministri e dirigenti che volessero restare fedeli al regime.
Intanto, nelle strade di Caracas e soprattutto all’interno delle comunità venezuelane sparpagliate nel mondo, è scoppiata la gioia dopo l’arresto del presidente, mentre sono scomparsi dalle strade della Capitale i gruppi paramilitari che rispondevano esclusivamente al regime e che reprimevano ogni forma di dissenso con la violenza. La vicepresidente Rodríguez non è apparsa in pubblico e non ha neanche convocato un Consiglio dei ministri perché probabilmente molti di loro verranno rimossi immediatamente. L’ala dura proverà a tenere insieme i cocci del regime, ma in molti sembrano propensi ad aprire una trattativa con l’opposizione.
Trump ha ammesso che il premio Nobel per la pace, Maria Corina Machado, al momento non può essere il leader giusto per il nuovo Venezuela. «Oggi siamo pronti a far valere il nostro mandato e prendere il potere», aveva dichiarato su X il capo dell’opposizione, facendo immaginare sviluppi diversi: «Venezuelani, è arrivata l’ora della libertà! È ora di concretizzare una transizione democratica». Maria Corina Machado aveva inoltre chiesto che «Edmundo González Urrutia assuma immediatamente la presidenza del Venezuela». La Machado si era già espressa a favore dell’offensiva di Washington per fare pressione sul regime chavista, anche se aveva moderato le sue dichiarazioni dopo aver ricevuto il premio Nobel per la pace. In una conferenza stampa dell’11 dicembre, la leader dell’opposizione aveva sostenuto apertamente tutte le azioni della Casa Bianca. Oggi lo scenario più probabile appare un cambiamento radicale della parte meno compromessa dei regime che possa favorire un governo di transizione.
Continua a leggereRiduci
Barbara Fabbroni (Getty Images)
Ne parliamo con Barbara Fabbroni, criminologa e scrittrice, che ci offre una prospettiva unica sull’intersezione tra moda, crimine sociale e cultura contemporanea e come questo possa incidere sull’evoluzione del nostro modo di vestire, pensare e, soprattutto, resistere.
C’è sempre un maggiore interesse per i temi sociali nella moda, in particolare per quelli legati alla violenza di genere e alle disuguaglianze. Come vede questa evoluzione?
«Come una reazione necessaria, quasi inevitabile, prima ancora che come una scelta estetica. La moda, storicamente, è sempre stata uno specchio del tempo, ma oggi quello specchio si è incrinato. Non riflette più solo desideri o status, riflette fratture sociali, ferite collettive, urgenze non risolte. Quando la violenza di genere e le disuguaglianze entrano nelle collezioni, non è perché “fanno tendenza” ma perché non possono più essere ignorate. È un tentativo di rendere visibile ciò che per troppo tempo è rimasto sommerso, normalizzato, silenziato. Il rischio, semmai - ed è un rischio reale - è che questa visibilità resti superficiale. Ma il movimento, in sé, è già un segnale di consapevolezza sociale».
Come pensa che la moda stia trasformando il concetto di «empowerment femminile»? In che modo le collezioni stanno affrontando la violenza di genere e le disuguaglianze in modo diverso rispetto al passato?
«L’empowerment femminile, oggi, non passa più solo dall’immagine della donna forte, invincibile. Sta emergendo un concetto più maturo: il potere come possibilità di essere complesse, non perfette. Io amo dire che “la perfezione sta sempre nell’imperfezione di ciascuna individualità”. Le collezioni più interessanti non celebrano più un femminile idealizzato, ma raccontano corpi reali, storie ferite. È una rottura rispetto al passato, dove la moda parlava sulle donne; oggi, quando funziona davvero, parla con le donne. Anche la violenza di genere non viene più trattata come choc visivo, ma come processo culturale, come sistema che va decostruito, non semplicemente denunciato».
Molti brand e designer stanno utilizzando la moda come strumento per trasmettere messaggi sociali. Qual è il ruolo della moda come linguaggio anche di protesta?
«La moda è un linguaggio silenzioso ma, proprio per questo, potentissimo. Non argomenta: mostra. Non convince: disturba. In una società sempre più polarizzata, la moda può diventare uno spazio di resistenza simbolica, perché agisce sull’immaginario, non sull’ideologia. Un abito può essere un manifesto ma anche e, forse, soprattutto una domanda aperta. Il suo ruolo più importante non è schierarsi, ma rompere la neutralità apparente, che spesso è la forma più subdola di complicità. La moda, quando è autentica, non pacifica: mette a disagio, costringe a guardare».
C’è un legame tra l’evoluzione estetica della moda e l’analisi criminologica dei crimini sociali?
«Sì e credo sia un legame profondo. La criminologia studia le dinamiche invisibili: potere, controllo, esclusione, normalizzazione della violenza. La moda, spesso senza rendersene conto, mette in scena gli stessi meccanismi: chi è visibile, chi è escluso, quali corpi sono legittimi e quali restano marginalizzati. Nell’incrocio tra questi ambiti, vedo una possibilità importante: usare l’estetica non per occultare il conflitto, ma per renderlo leggibile. La moda può diventare una mappa emotiva dei crimini sociali, se accetta di non essere rassicurante».
Come pensa che i giovani stiano interpretando questi messaggi? C’è una relazione tra il modo in cui si vestono e come percepiscono il mondo che li circonda?
«I giovani usano il corpo come spazio di incontro, spesso più consapevolmente degli adulti. Il modo in cui si vestono è una forma di posizionamento nel mondo: identitario, relazionale, valoriale, esistenziale. Non è solo stile. È presa di parola, è comunicazione di sé all’altro e al mondo. Attraverso l’abbigliamento esprimono conflitto, rifiuto, ricerca di senso, possibilità. È un linguaggio immediato, ma tutt’altro che superficiale. Spesso racconta proprio quello spazio che non trovano altrove e che, allora, cercano di costruire. Ignorarlo significa non ascoltare una generazione che sta cercando nuovi codici per interpretare una realtà complessa come quella che stiamo vivendo».
Quali sfide ritiene che la moda debba affrontare per essere davvero un catalizzatore di cambiamento sociale?
«La sfida principale è non fermarsi all’immagine. Il rischio più grande è la neutralizzazione del messaggio: trasformare il pensiero del cambiamento in stile, l’empowerment in branding, il dolore in trend. Per evitarlo servono coerenza, continuità, responsabilità. La moda può essere catalizzatore di cambiamento solo se accetta di lasciare andare qualcosa. E non è poco: consenso, comodità, neutralità. Il cambiamento non è mai esteticamente semplice. E, forse, è proprio lì che la moda deve avere il coraggio di stare».
Continua a leggereRiduci
iStock
Al levar del sole, si faceva accompagnare dalla sua borsa blu (conservata, poi, come una sorta di reliquia per anni) che, con pochi chili di acquisto, gli permetteva di gestire la cucina. Nel contempo, con l’amico macellaio Emilio Hen andava «a studiare» le cucine dei locali che allora, nel territorio, risultavano tra i più rinomati. «Davo un’occhiata per imparare a copiare qualche piatto, era una sorta di spionaggio industriale», diceva. A trovare la quadra gli viene in aiuto, nel suo pellegrinaggio mattutino al mercato del pesce mestrino, il signor Galvani, che ne intuisce le potenzialità. «Dia un’occhiata a quello che mangia la gente qui per strada». In primis i folpetti caldi ripescati al momento dal pentolone in bella vista. Da lì l’intuizione conseguente.
All’entrata del suo locale ecco un carrello tentatore con il meglio dei cicheti (i piccoli assaggi di street food locale) della tradizione, a iniziare da quelli freddi: gamberi, uova di seppia, alici marinate. Il passaggio conseguente a tavola, con quelli caldi in arrivo dalla cucina, dagli immancabili folpetti ai peoci (le cozze) e molto altro. Su queste basi, sior Dino ottimizza la sua filosofia, ovvero quella di conservare e valorizzare il passato, in una Venezia patrimonio secolare, con uno sguardo continuamente rivolto al futuro ma sempre rimanendo nel solco della tradizione, di un territorio con molte storie da offrire, se non da riscoprire, in un tempo in cui, con il boom economico, anche la cucina seguiva nuove mode, a prevalenza transalpina ma un po’ «senz’anima», ovvero proponibili un po’ ovunque. Su queste basi trovare la quadra è indispensabile, a partire da chi sappia gestire la regia ai fornelli con talento e spirito conseguente.
Era il tempo in cui, il lunedì mattina, con un’ombra e due cicheti passava a salutare il fratello Bepi, cuoco in carica, Federico «Rico» Spolaore, con diverse esperienze in importanti cucine d’albergo della catena Ciga. Dino lo annusa e butta l’esca: «Non le chiedo quanto mi costa, ma soltanto di applicare la sua bravura a questa cucina», magari con qualche piccola invenzione, ma sempre nel solco della tradizione. Chef «Rico» lo guarda, paga il conto e se ne va senza rispondere. Dopo qualche giorno ritorna, stavolta non per salutare il fratello Bepi, ma per confrontarsi, occhi negli occhi, con un Boscarato felicemente rincuorato dall’aver scommesso per la giusta causa. Dall’Amelia comincia a prendere il volo. Il passaparola va oltre i confini locali e i suoi piatti hanno un primo riconoscimento con l’entrata nel circuito dei Ristoranti del Buon ricordo, nato dalla felice intuizione di Dino Villani, tra i fondatori dell’Accademia italiana della cucina. Un primo riconoscimento con il Fogher d’Oro, nel 1969, al tempo uno dei maggiori tra quelli riservati a quei locali che, tra Veneto e Friuli, nel rispetto della qualità, sapevano valorizzare al meglio le rispettive cucine locali. Nel 1970 altro cambio di passo. Parte la ristrutturazione della vecchia Amelia, grazie all’architetto Luigi Carrer che, oltre a decorare gli interni con un tratto personale, si inventa il logo che poi diventerà un’icona conosciuta e ambita dai vari pellegrini golosi. Un pesce con un bel cappellone da chef. Messaggio neanche tanto subliminale per far intendere che, dall’Amelia, la cucina di pesce viaggia a paso doble.
Iniziano le missioni all’estero, come ad esempio a New York. Nella preparazione della lista della spesa, un involontario qui pro quo linguistico: il tradizionale stoccafisso, ovvero il merluzzo essiccato al vento delle Lofoten, nel Veneto è tradotto come baccalà mentre invece, come tale, nel resto del mondo si intende quello conservato sotto sale. Due preparazioni che richiedono un trattamento completamente diverso. Giunti alla vigilia del grande evento, i cuochi amelioti non sanno più che fare. Partono telefonate a tutti i fornitori della Grande mela ma niente da fare. Poi, all’ultimo, il miracolo: in un negozietto di Little Italy, gestito da una famiglia calabrese, ci sono dei mini stoccafissi, poco più grandi di sardine, «ma piccoli e duri come il marmo».
Bisogna fare il miracolo. I Boscarato boys vanno nell’officina meccanica dell’albergo e lì procedono alla battitura di rito usando una pressa metallica destinata ad altri usi, ma il risultato al piatto risulterà molto gradito al centinaio di convitati curiosi di scoprire le vere specialità della cucina veneziana. Il giorno dopo, per premiarsi della fatica, Dino e i suoi ragazzi vanno nell’ambasciata culinaria italiana di Manhattan, «Le Cirque», di quel toscanaccio di Sirio Maccioni. E chi ti incontrano? Enzo Biagi, anche lui in trasferta yankee, che offrirà loro il pranzo, per ringraziare sior Dino di avergli assegnato, qualche mese prima, il prestigioso premio «Tavola all’Amelia». In sostanza, era successo questo. Dall’Amelia, nel tempo, diventa sempre più centro di golosità permanente del meglio dell’intellighenzia dapprima veneta e poi nazionale. Nel 1965, dalla collaborazione con il gallerista Mario Lucchesi, si pensò di dare un premio a chi si era distinto in vari settori della cultura, dalla letteratura all’arte nelle sue varie declinazioni. Come premio, la riproduzione di una scultura di Salvatore Messina.
Nell’albo d’oro ci sono nomi che hanno fatto la storia sella cultura italiana: Dino Buzzati, Leonardo Sciascia, Enzo Biagi, Uto Ughi, Carlo Rubbia, Ottavio Missoni, Ermanno Olmi. Con la possibilità, per il pubblico, sempre più fidelizzato alla «missione Amelia» di conoscerli in diretta, almeno per una sera. La gemmazione conseguente con «A Tavola con l’autore». Il tutto è nato un po’ per caso, ma bisogna avere talento per cogliere quell’occasione che può fare la differenza. Siamo nel 1983. Dall’Amelia, oramai, è un mito consolidato. Una serata è dedicata alla presentazione dell’ultima creatura editoriale di Bepi Maffioli, un gigante del connubio tra cucina, storia e cultura, La cucina veneziana, per i tipi di Franco Muzzio Editore. Come rendere il meritato onore a cotanta firma? Elementare, Watson: Boscarato si incuriosisce a ricercare tra le pagine di Maffioli lo spunto per proporre qualche ricetta originale, magari un po’ dimenticata dallo scorrere del tempo. Ed ecco riemergere un piatto del XVIII secolo, il baccalà in turbante, un’eredità del ghetto sepolta nella memoria. Uno stoccafisso messo a sobbollire lentamente con burro e latte, cui vengono poi aggiunti spinaci lessati, uova e noce moscata. Il tutto messo in forno entro uno stampo rotondo con il buco in mezzo. Ne deriva, servito al piatto, come un turbante goloso. È facile immaginarsi lo stupore dei commensali e dello stesso Maffioli. Così come il riso e fagioli con i gò, piccoli pesciolini della laguna che vivono prudentemente nascondendosi sotto i fondali per sfuggire alle reti dei piccoli veneziani che così venivano addestrati dai nonni all’arte della pesca.
Un format, quello de A tavola con l’autore» che avrà oltre 100 repliche nel corso del tempo, ad esempio con il polesano Gian Antonio Cibotto, in una serata in cui il pubblico ha scoperto quali fossero le radici del popolare riso a la sbiraglia» Durante il dominio austriaco gli sbiri (ovvero i gendarmi) di Cecco Beppe, predavano le campagne delle famiglie rurali di quanto trovavano, in primis i polli. Poi entravano in qualche osteria con sorriso sornione: «O mi cuoci bene questi polli, o ti rubo anche i tuoi». Era conseguente che la cuoca vittima di tale approccio era quanto mai generosa nel condire il tutto con quanto offrivano le risaie del vicino delta del Po.
Continua a leggereRiduci
Narendra Modi (Ansa)
Dal 1° gennaio l’India ha assunto la presidenza dei Brics, per la prima volta alla guida del formato allargato a dieci Paesi. Narendra Modi propone una visione «humanity-first», mentre sullo sfondo pesano le tensioni commerciali con gli Stati Uniti e la sfida di rafforzare il ruolo del Global South in un contesto geopolitico instabile.
L’India ha assunto ufficialmente la presidenza dei Brics il 1° gennaio 2026, prendendo il timone del gruppo in una fase segnata da forti tensioni commerciali globali e da un quadro geopolitico in rapido mutamento. Il passaggio di consegne è avvenuto dal Brasile e affida ora a Nuova Delhi la guida di un blocco allargato a dieci Paesi, chiamato a muoversi in un contesto economico instabile.
Il primo ministro Narendra Modi ha delineato per il mandato indiano una visione definita «humanity-first», proponendo una rilettura dell’acronimo Brics come Building Resilience and Innovation for Cooperation and Sustainability. Un’impostazione che punta a rafforzare il ruolo e la voce del cosiddetto Global South, in continuità con l’approccio adottato dall’India durante la sua presidenza del G20, fortemente orientata ai temi dello sviluppo.
La leadership indiana si inserisce inoltre in un momento di rapporti commerciali tesi con gli Stati Uniti, deterioratisi dopo la rielezione di Donald Trump. Nel 2025, l’amministrazione americana ha imposto dazi elevati su alcune esportazioni indiane, un fattore che spinge Nuova Delhi a utilizzare il foro Brics per promuovere una linea di «realismo commerciale». Tra i punti chiave figurano il ricorso a regolamenti in valuta locale, la riduzione della dipendenza dal dollaro statunitense e la contrarietà a barriere commerciali unilaterali.
La presidenza del 2026 assume un peso particolare perché è la prima esercitata dall’India alla guida del formato Brics+, ampliato con l’ingresso di Egitto, Etiopia, Indonesia, Iran ed Emirati Arabi Uniti, che si affiancano ai membri fondatori Russia, Cina e Sudafrica. Nuova Delhi ha individuato quattro priorità centrali per il suo mandato: resilienza, innovazione, cooperazione e sostenibilità. Tra i dossier su cui concentrare l’azione figurano lo sviluppo delle infrastrutture pubbliche digitali, il finanziamento climatico a favore dei Paesi in via di sviluppo e la riforma dell’Organizzazione mondiale del commercio.
Il banco di prova politico sarà il 18° vertice Brics, atteso nel corso dell’anno proprio a New Delhi. L’appuntamento servirà a misurare la capacità dell’India di mantenere la propria autonomia strategica, bilanciando i rapporti con le grandi potenze e proponendosi al tempo stesso come ponte tra il mondo sviluppato e il Global South.
Continua a leggereRiduci