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2025-08-26
Macron convoca anche l’ambasciatore Usa
Emmanuel Macron (Ansa)
Chi la fa, l’aspetti. L’antico adagio sembra calzare perfettamente per il presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron che, da un paio di settimane, convoca ambasciatori di Paesi alleati al suo, come è successo con quello italiano. Domenica sera, il Quai d’Orsay, ovvero il ministero degli Esteri transalpino guidato da Jean-Noël Barrot, ha annunciato la convocazione dell’ambasciatore americano a Parigi, Charles Kushner. Il motivo? Il diplomatico di Washington ha scritto una lettera a Macron, di cui l’agenzia di stampa France Presse ha pubblicato alcuni stralci. Nella missiva si poteva leggere, tra l’altro, che l’ambasciatore americano a Parigi prova una «profonda inquietudine di fronte alla fiammata di antisemitismo in Francia» e lamenta «l’assenza di azioni sufficienti del governo, per combatterla». Il diplomatico Usa, che è il consuocero del presidente americano Donald Trump, visto che suo figlio Jared Kushner ha sposato la figlia del tycoon, Ivanka Trump, ha usato parole infuocate. «In Francia non passa giorno senza che degli ebrei siano aggrediti per strada» che «delle sinagoghe e delle scuole» vengano «danneggiate» e che «delle imprese appartenenti a degli ebrei» subiscano «atti vandalici». A supporto di queste affermazioni, Charles Kushner ha citato il ministero dell’Interno dello stesso governo francese. L’ambasciatore americano ha anche criticato le «dichiarazioni che vilipendono Israele e gesti in riconoscimento di uno Stato palestinese» che «incoraggiano gli estremisti, fomentano la violenza e mettono in pericolo il giudaismo in Francia». Poi la conclusione lapidaria: «Oggi non si può più tergiversare: l’antisionismo è antisemitismo, punto».
La risposta del Quai d’Orsay non si è fatta attendere dato che, già domenica sera, è stato diffuso un comunicato contenente un «fermo rifiuto» delle «accuse inaccettabili» da parte dell’ambasciatore statunitense a Parigi. La Farnesina francese ha scritto che «l’aumento degli atti antisemiti in Francia, dal 7 ottobre 2023, è una realtà che noi deploriamo e rispetto alla quale le autorità mostrano una mobilitazione totale». Lo stesso ministero ha poi richiamato la Convenzione di Vienna del 1961, relativa alle relazioni diplomatiche tra le nazioni, per ricordare a Washington il «dovere di non immischiarsi negli affari interni degli Stati».
E così il ministero degli Esteri di un Paese che, almeno da quando a Roma governava la coalizione gialloverde guidata da Giuseppe Conte, non lesina dichiarazioni offensive nei confronti dell’Italia, non ha gradito le parole critiche dell’ambasciatore della prima potenza mondiale. E dire che, nel 2018, quando l’Italia si era rifiutata di accogliere la nave Aquarius, il futuro premier Gabriel Attal non aveva esitato a dire che «la linea del governo italiano» era «vomitevole». Come dimenticare poi le uscite infelici, poco dopo la vittoria della coalizione di centrodestra guidata da Giorgia Meloni, dell’ex premier Elisabeth Borne e dell’allora ministro francese agli affari Ue, Laurence Boone? La prima, aveva dichiarato su Bfm Tv che sarebbe stata «attenta» affinché i «diritti umani» e il «diritto all’aborto siano rispettati da tutti». La seconda, su Repubblica, aveva promesso che lei e i suoi colleghi di governo sarebbero stati «molto vigilanti sul rispetto dei valori e delle regole dello Stato di diritto». Chissà se qualcuno avrà mai parlato loro della Convenzione di Vienna citata da Barrot l’altro ieri. Sta di fatto che i governi che si sono succeduti a Parigi negli ultimi 10-15 anni hanno malcelato il loro disprezzo nei confronti dell’Italia, considerata un Paese debole e subalterno. Un atteggiamento che è stato più o meno accettato dagli esecutivi passati da Palazzo Chigi i cui membri, talvolta, ricevevano le medaglie della Légion d’Honneur francese.
Comunque sia, a Macron è bastata una battuta in milanese pronunciata dal vicepremier Matteo Salvini per scatenare una tempesta diplomatica. D’altra parte il presidente francese, nei suoi sette anni all’Eliseo, ha mostrato spesso quanto sia allergico alle critiche.
In ogni caso, basta leggere i media d’Oltralpe per capire meglio perché Macron possa avere i nervi a fior di pelle. Ieri il premier François Bayrou ha annunciato che l’8 settembre prossimo chiederà la fiducia al parlamento prima ancora di iniziare il dibattito sulla prossima finanziaria. Bayrou ha ricordato che «il rischio di sovraindebitamento» è un «pericolo immediato». Due giorni dopo il voto di fiducia la Francia potrebbe fermarsi su invito del collettivo «blocchiamo tutto il 10 settembre». Questa formazione potrebbe forse rilanciare le tensioni dell’epoca dei gilet gialli, interrotta anche a causa del Covid. Forse nelle stanze dei bottoni transalpine si spera che il movimento (nato come qualcosa di apolitico) si divida a causa del sostegno dichiaratogli dal leader di estrema sinistra Jean-Luc Mélenchon. Se non fosse il caso, altri ambasciatori a Parigi potrebbero essere convocati dai collaboratori di Macron.
L’opposizione spara contro Salvini. Donzelli (Fdi): «Governo compatto»
«A Milano si direbbe «taches al tram»: attaccati al tram. Vacci tu se vuoi. Ti metti il caschetto, il giubbetto, il fucile e vai in Ucraina». Con queste parole Matteo Salvini, ministro dei Trasporti, ha risposto a un giornalista, che gli chiedeva un commento sull’ipotesi avanzata dal presidente francese Emmanuel Macron, di inviare soldati europei a combattere in Ucraina. Il leader leghista ha anche elogiato il presidente americano Donald Trump per il suo impegno nel cercare una soluzione al conflitto russo - ucraino: «Con i suoi modi che a volte possono sembrare bruschi o irrituali, sta riuscendo laddove hanno fallito tutti»; e ha definito «macronate» le iniziative che prevedono «eserciti europei, riarmi europei, debiti comuni europei per comprare missili». Apriti o cielo! (Mini) crisi diplomatica in corso. Da qui un’escalation di botta e risposta - coronata dalla convocazione dell’ambasciatrice italiana a Parigi, Emanuela D’Alessandro, da parte del «permaloso» Macron - che ha provocato diverse reazioni anche all’interno del mondo politico italiano. La sinistra «imbarazzata» non tarda a farsi sentire. Matteo Renzi, leader di Italia viva, ha affidato a un post su X un commento al vetriolo: «In un Paese normale la frase di Salvini contro Macron sarebbe inaccettabile. Macron usa la diplomazia, Meloni la demagogia. E con Tajani la nostra politica estera è ridotta a un bar dello sport, è insignificante». In un’intervista a Repubblica l’ex premier ha rincarato la dose: «Questi qui stanno rappresentando l’immagine della vecchia italietta che speravamo di avere archiviato». Perché gioco delle parti? Perché a Salvini serve strizzare l’occhio ai sovranisti francesi e a Giorgia Meloni serve vestire i panni della saggia».
Dal Meeting di Rimini, è intervenuto anche il capogruppo del M5s, Stefano Patuanelli: «Il governo italiano è diviso sulla politica estera in tre pezzi e lo dimostra anche la diversa adesione a famiglie europee nel Parlamento Ue. Credo che non sia soltanto Macron che in questo momento sta interferendo in un percorso di pace, ma siano la maggior parte dei leader europei, compresa Giorgia Meloni».
In tutta risposta Antonio Tajani, ministro degli affari Esteri, ospite ad Agorà su Rai3 ridimensiona la situazione, ricordando che la politica estera italiana spetta a premier e Farnesina, dichiarando: «Il presidente del Consiglio si sente con Macron, io mi sento col ministro degli Esteri. C’è collaborazione, poi possono esserci delle vedute differenti ma questo non significa che si debbano lacerare i rapporti». Sempre da Rimini, Giovanni Donzelli, deputato di Fdi, evidenzia la strumentalizzazione da parte della sinistra e ribadisce la coesione del governo: «Accade di tutto e uno attacca a dire che il centrodestra è diviso ma il centrodestra è sereno, compatto, va avanti porta le soluzioni capisco che uno cerchi qualche volta qualche crepa o qualche notizia, ma non ce ne sono». Neppure la segretaria del Pd, Elly Schlein, è rimasta in silenzio: accusa Salvini di «imbarazzare il Paese», di non essere all’altezza della «grande tradizione diplomatica» italiana e lo invita a «occuparsi dei ritardi cronici dei treni».
Dalla Lega tengono il punto: «Prima la reazione eccessiva alle opinioni di Salvini contro l’invio di soldati europei in Ucraina, ora la convocazione dell’ambasciatore Usa. La situazione internazionale è molto delicata: confidiamo che tutti ritrovino la necessaria serenità, e che a Parigi evitino di investire altro tempo per convocare gli ambasciatori di mezzo mondo», ha dichiarato il deputato Paolo Formentini, responsabile del dipartimento Esteri della Lega.
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Dopo il nostro diplomatico, l’Eliseo chiama quello americano in seguito alle accuse di antisemitismo. Eppure il presidente francese avrebbe altre grane a cui badare, come la fiducia all’esecutivo tra due settimane e il debito pubblico, su cui lancia l’allarme François Bayrou.Matteo Renzi e Pd attaccano il ministro: «Politica da bar sport». La Lega: «Parigi si rassereni».Lo speciale contiene due articoliChi la fa, l’aspetti. L’antico adagio sembra calzare perfettamente per il presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron che, da un paio di settimane, convoca ambasciatori di Paesi alleati al suo, come è successo con quello italiano. Domenica sera, il Quai d’Orsay, ovvero il ministero degli Esteri transalpino guidato da Jean-Noël Barrot, ha annunciato la convocazione dell’ambasciatore americano a Parigi, Charles Kushner. Il motivo? Il diplomatico di Washington ha scritto una lettera a Macron, di cui l’agenzia di stampa France Presse ha pubblicato alcuni stralci. Nella missiva si poteva leggere, tra l’altro, che l’ambasciatore americano a Parigi prova una «profonda inquietudine di fronte alla fiammata di antisemitismo in Francia» e lamenta «l’assenza di azioni sufficienti del governo, per combatterla». Il diplomatico Usa, che è il consuocero del presidente americano Donald Trump, visto che suo figlio Jared Kushner ha sposato la figlia del tycoon, Ivanka Trump, ha usato parole infuocate. «In Francia non passa giorno senza che degli ebrei siano aggrediti per strada» che «delle sinagoghe e delle scuole» vengano «danneggiate» e che «delle imprese appartenenti a degli ebrei» subiscano «atti vandalici». A supporto di queste affermazioni, Charles Kushner ha citato il ministero dell’Interno dello stesso governo francese. L’ambasciatore americano ha anche criticato le «dichiarazioni che vilipendono Israele e gesti in riconoscimento di uno Stato palestinese» che «incoraggiano gli estremisti, fomentano la violenza e mettono in pericolo il giudaismo in Francia». Poi la conclusione lapidaria: «Oggi non si può più tergiversare: l’antisionismo è antisemitismo, punto». La risposta del Quai d’Orsay non si è fatta attendere dato che, già domenica sera, è stato diffuso un comunicato contenente un «fermo rifiuto» delle «accuse inaccettabili» da parte dell’ambasciatore statunitense a Parigi. La Farnesina francese ha scritto che «l’aumento degli atti antisemiti in Francia, dal 7 ottobre 2023, è una realtà che noi deploriamo e rispetto alla quale le autorità mostrano una mobilitazione totale». Lo stesso ministero ha poi richiamato la Convenzione di Vienna del 1961, relativa alle relazioni diplomatiche tra le nazioni, per ricordare a Washington il «dovere di non immischiarsi negli affari interni degli Stati».E così il ministero degli Esteri di un Paese che, almeno da quando a Roma governava la coalizione gialloverde guidata da Giuseppe Conte, non lesina dichiarazioni offensive nei confronti dell’Italia, non ha gradito le parole critiche dell’ambasciatore della prima potenza mondiale. E dire che, nel 2018, quando l’Italia si era rifiutata di accogliere la nave Aquarius, il futuro premier Gabriel Attal non aveva esitato a dire che «la linea del governo italiano» era «vomitevole». Come dimenticare poi le uscite infelici, poco dopo la vittoria della coalizione di centrodestra guidata da Giorgia Meloni, dell’ex premier Elisabeth Borne e dell’allora ministro francese agli affari Ue, Laurence Boone? La prima, aveva dichiarato su Bfm Tv che sarebbe stata «attenta» affinché i «diritti umani» e il «diritto all’aborto siano rispettati da tutti». La seconda, su Repubblica, aveva promesso che lei e i suoi colleghi di governo sarebbero stati «molto vigilanti sul rispetto dei valori e delle regole dello Stato di diritto». Chissà se qualcuno avrà mai parlato loro della Convenzione di Vienna citata da Barrot l’altro ieri. Sta di fatto che i governi che si sono succeduti a Parigi negli ultimi 10-15 anni hanno malcelato il loro disprezzo nei confronti dell’Italia, considerata un Paese debole e subalterno. Un atteggiamento che è stato più o meno accettato dagli esecutivi passati da Palazzo Chigi i cui membri, talvolta, ricevevano le medaglie della Légion d’Honneur francese. Comunque sia, a Macron è bastata una battuta in milanese pronunciata dal vicepremier Matteo Salvini per scatenare una tempesta diplomatica. D’altra parte il presidente francese, nei suoi sette anni all’Eliseo, ha mostrato spesso quanto sia allergico alle critiche. In ogni caso, basta leggere i media d’Oltralpe per capire meglio perché Macron possa avere i nervi a fior di pelle. Ieri il premier François Bayrou ha annunciato che l’8 settembre prossimo chiederà la fiducia al parlamento prima ancora di iniziare il dibattito sulla prossima finanziaria. Bayrou ha ricordato che «il rischio di sovraindebitamento» è un «pericolo immediato». Due giorni dopo il voto di fiducia la Francia potrebbe fermarsi su invito del collettivo «blocchiamo tutto il 10 settembre». Questa formazione potrebbe forse rilanciare le tensioni dell’epoca dei gilet gialli, interrotta anche a causa del Covid. Forse nelle stanze dei bottoni transalpine si spera che il movimento (nato come qualcosa di apolitico) si divida a causa del sostegno dichiaratogli dal leader di estrema sinistra Jean-Luc Mélenchon. Se non fosse il caso, altri ambasciatori a Parigi potrebbero essere convocati dai collaboratori di Macron.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/macron-convoca-anche-lambasciatore-usa-2673917757.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lopposizione-spara-contro-salvini-donzelli-fdi-governo-compatto" data-post-id="2673917757" data-published-at="1756165427" data-use-pagination="False"> L’opposizione spara contro Salvini. Donzelli (Fdi): «Governo compatto» «A Milano si direbbe «taches al tram»: attaccati al tram. Vacci tu se vuoi. Ti metti il caschetto, il giubbetto, il fucile e vai in Ucraina». Con queste parole Matteo Salvini, ministro dei Trasporti, ha risposto a un giornalista, che gli chiedeva un commento sull’ipotesi avanzata dal presidente francese Emmanuel Macron, di inviare soldati europei a combattere in Ucraina. Il leader leghista ha anche elogiato il presidente americano Donald Trump per il suo impegno nel cercare una soluzione al conflitto russo - ucraino: «Con i suoi modi che a volte possono sembrare bruschi o irrituali, sta riuscendo laddove hanno fallito tutti»; e ha definito «macronate» le iniziative che prevedono «eserciti europei, riarmi europei, debiti comuni europei per comprare missili». Apriti o cielo! (Mini) crisi diplomatica in corso. Da qui un’escalation di botta e risposta - coronata dalla convocazione dell’ambasciatrice italiana a Parigi, Emanuela D’Alessandro, da parte del «permaloso» Macron - che ha provocato diverse reazioni anche all’interno del mondo politico italiano. La sinistra «imbarazzata» non tarda a farsi sentire. Matteo Renzi, leader di Italia viva, ha affidato a un post su X un commento al vetriolo: «In un Paese normale la frase di Salvini contro Macron sarebbe inaccettabile. Macron usa la diplomazia, Meloni la demagogia. E con Tajani la nostra politica estera è ridotta a un bar dello sport, è insignificante». In un’intervista a Repubblica l’ex premier ha rincarato la dose: «Questi qui stanno rappresentando l’immagine della vecchia italietta che speravamo di avere archiviato». Perché gioco delle parti? Perché a Salvini serve strizzare l’occhio ai sovranisti francesi e a Giorgia Meloni serve vestire i panni della saggia».Dal Meeting di Rimini, è intervenuto anche il capogruppo del M5s, Stefano Patuanelli: «Il governo italiano è diviso sulla politica estera in tre pezzi e lo dimostra anche la diversa adesione a famiglie europee nel Parlamento Ue. Credo che non sia soltanto Macron che in questo momento sta interferendo in un percorso di pace, ma siano la maggior parte dei leader europei, compresa Giorgia Meloni».In tutta risposta Antonio Tajani, ministro degli affari Esteri, ospite ad Agorà su Rai3 ridimensiona la situazione, ricordando che la politica estera italiana spetta a premier e Farnesina, dichiarando: «Il presidente del Consiglio si sente con Macron, io mi sento col ministro degli Esteri. C’è collaborazione, poi possono esserci delle vedute differenti ma questo non significa che si debbano lacerare i rapporti». Sempre da Rimini, Giovanni Donzelli, deputato di Fdi, evidenzia la strumentalizzazione da parte della sinistra e ribadisce la coesione del governo: «Accade di tutto e uno attacca a dire che il centrodestra è diviso ma il centrodestra è sereno, compatto, va avanti porta le soluzioni capisco che uno cerchi qualche volta qualche crepa o qualche notizia, ma non ce ne sono». Neppure la segretaria del Pd, Elly Schlein, è rimasta in silenzio: accusa Salvini di «imbarazzare il Paese», di non essere all’altezza della «grande tradizione diplomatica» italiana e lo invita a «occuparsi dei ritardi cronici dei treni». Dalla Lega tengono il punto: «Prima la reazione eccessiva alle opinioni di Salvini contro l’invio di soldati europei in Ucraina, ora la convocazione dell’ambasciatore Usa. La situazione internazionale è molto delicata: confidiamo che tutti ritrovino la necessaria serenità, e che a Parigi evitino di investire altro tempo per convocare gli ambasciatori di mezzo mondo», ha dichiarato il deputato Paolo Formentini, responsabile del dipartimento Esteri della Lega.
Alessandro Giuli (Ansa)
Qualcuno lo ha definito, forse esagerando, «un terremoto». Sicuramente si può dire che al Mic in queste ultime due settimane c’è stato grande fermento. Nelle ricostruzioni, tuttavia, c’è qualcosa che non torna. Merlino viene definito «l’uomo di fiducia di Fazzolari», si sostiene quindi che il ministro firmando la sua revoca avrebbe voluto colpire il sottosegretario di Palazzo Chigi, considerato la mente di questo esecutivo. Eppure, fino al giorno prima, a fare da sponda a Giuli nella battaglia contro il padiglione russo alla Biennale c’era proprio Fazzolari, che con ben due note a stretto giro ha spalleggiato la posizione del numero uno del Mic ribadendo, come già fatto dal premier Meloni, che la linea di Giuli fosse la stessa del governo. Quindi perché attaccare l’uomo di governo che ha legittimato la tua posizione? E se anche fosse lui l’obiettivo, perché proprio ora? Non avrebbe avuto molto senso. Merlino oltretutto non è un politico, si fa fatica a considerarlo «l’uomo di Fazzolari». Il capo della segreteria tecnica viene nominato al Mic in quanto tecnico per la sua professionalità e competenza perché si è sempre occupato di cultura nella sua ricca carriera che, di certo, non comincia a via del Collegio romano nel 2022. Un tecnico quindi, probabilmente maldigerito da Giuli così come la Proietti per dinamiche squisitamente interne al Mic. Certo è che le motivazioni addotte nei retroscena non trovano motivo di esistere e hanno più l’aria di deboli scuse per legittimare la revoca degli incarichi. Revoche che forse Giuli avrebbe voluto firmare ben prima, dal giorno del suo ingresso al Mic, e non per incapacità dei due stimati dirigenti, ma per criticabili equilibri di potere. Tradotto: Giuli si è trovato due tecnici di alto profilo che avevano il difetto di non esser stati scelti da lui.
Tra i palazzi si vocifera che questi due nomi non fossero gli unici della lista nera del ministro. Alcune fonti parlano di altri due dirigenti «morti che camminano» e che soprattutto sanno di esserlo. Voci non confermate naturalmente e che si sono magicamente sopite dopo il colloquio con il presidente Meloni.
Un colloquio che, secondo le fonti di Palazzo Chigi, è servito a «confermare e a ribadire la piena sintonia all’interno dell’azione di governo». Chigi nega anche le «presunte divergenze di opinione tra il ministro Giuli, il presidente del Consiglio e altri esponenti del governo, ricostruzioni prive di fondamento. Da parte del presidente del Consiglio è stata ribadita la piena volontà di sostenere l’azione di un ministero centrale per l’Italia. È emersa, anche sul piano formale, la solidità di un rapporto cordiale e proficuo tra il capo del governo e il ministro Giuli, relegando le polemiche emerse nelle ultime settimane alla normale dialettica politica, in un contesto reso particolarmente complesso dall’attuale scenario internazionale». Insomma traspare un confronto cordiale e disteso che più verosimilmente è stato invece più franco e chiarificatorio. L’impressione è che si siano messe le cose in chiaro: «Testa bassa e lavorare», come si ripete da settimane nelle stanze di Palazzo Chigi.
Uscito da Palazzo Chigi, Giuli avrebbe dovuto proseguire i suoi impegni come da programma: ha fatto rientro nella sede del ministero e oggi si sarebbe dovuto recare alla riunione dei ministri della Cultura a Bruxelles. Appuntamento che però salterà. Il che consente alle opposizioni di tornare all’attacco del governo. A cominciare da Piero De Luca (Pd): «L’Italia non verrà rappresentata, qualcosa si è incrinato per la Biennale nei rapporti con l’Ue. Giuli non ha più l’agibilità politica». Mentre il collega di partito Walter Verini torna a criticare le epurazioni: «Non è un normale avvicendamento di persone che hanno rapporti fiduciari. È una guerra di potere che riguarda Fratelli d’Italia come epicentro, ma che riguarda questa destra».
I capigruppo del Movimento 5 stelle in commissione Cultura al Senato e alla Camera, Luca Pirondini e Antonio Caso, si chiedono cosa si siano detti per più di un’ora Giuli e Meloni a Palazzo Chigi. Mentre il leader di Azione, Carlo Calenda, allarga il perimetro commentando così: «Salvini polemizza con Tajani, Giuli e anche Meloni. O esiste un problema Salvini per il governo o c’è un problema del governo nel suo complesso. Decidete».
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Imagoeconomica
Che è già stato rimesso in libertà. E anche questa non è fiction. Ma un copione reale che si ripete troppo spesso. L’ennesimo caso di un aggressore che nel giro di poche ore si ritrova a piede libero. Libero magari di colpire di nuovo. Come farebbe presagire il suo curriculum che vanta precedenti per lesioni personali e invasione di terreni. E che ora, dopo i fatti di sabato sera, si arricchisce di due denunce: lesioni personali aggravate e porto abusivo d’armi. A quanto pare non abbastanza però per far scattare eventuali misure cautelari. Così come non deve essere bastato il sangue davanti alla quale si sono trovati gli agenti dell’Upgsp. (Ufficio prevenzione generale e soccorso pubblico) della Questura quando sono arrivati sul posto attorno alle 23, in seguito ad una segnalazione. Un uomo sanguinante riverso a terra e una donna con profonde ferite al volto. È lei che avrebbe indicato agli agenti il presunto responsabile dell’aggressione, il trentaseienne tunisino, che in quel momento si stava allontanando rapidamente dal luogo dell’accaduto. Secondo quanto riferito dalla Polizia di Stato, tutto sarebbe scaturito da una lite tra l’uomo e la coppia che passeggiava nei pressi del lago. Poi la discussione sarebbe degenerata fino a trasformarsi in aggressione. Pur di colpire, l’uomo, armato di coltello serramanico, avrebbe inseguito i due fino a raggiungerli e sferrare i colpi. Contro ginocchio, fianco e gluteo nel caso di lui, e poi fendendo il viso di lei. Secondo alcune ricostruzioni, una volta aggrediti i due, l’uomo avrebbe cercato di disfarsi di un oggetto gettandolo sotto un’autovettura parcheggiata. Oggetto che poi si sarebbe rivelato essere un coltello a serramanico, sequestrato dagli agenti come prova dell’aggressione. Una volta fermato, l’uomo avrebbe opposto resistenza. Prima cercando di darsi alla fuga, poi vestendo le parti della presunta vittima. Avrebbe infatti tentato di giustificare il proprio comportamento lamentandosi di essere stato colpito agli occhi da uno spray urticante durante una colluttazione. Salvo poi dichiarare di non sapere chi lo avesse utilizzato contro di lui. Una serie di dettagli che stando a quanto comunicato dalla questura, le forze dell’ordine starebbero ora cercando di approfondire proseguendo le indagini, così da chiarire ulteriormente la dinamica dei fatti e accertare eventuali responsabilità aggiuntive.
Certo è che l’episodio ha destato particolare preoccupazione tra i residenti di Como per la violenza con cui si è consumata la lite, per il coinvolgimento dell’arma da taglio e per la scelta di denunciare l’uomo in stato di libertà. «Vergogna», è uno dei commenti più frequenti che si leggono a compendio degli articoli pubblicati dai giornali locali. «Ogni giorno questo continuo stillicidio di crimini... Basta. Vanno puniti severamente», scrive un altro residente della provincia di Como, notando come il profilo del presunto aggressore confermi un trend costante, quello che vede gli stranieri commettere più reati degli italiani, specialmente nei casi di aggressioni con lama dove il tasso di coinvolgimento degli stranieri sarebbe di circa 6,5 volte più alto. Chiaramente in proporzione e quindi considerando che gli stranieri rappresentano il 10% della popolazione.
Secondo gli ultimi dati diffusi dal Viminale, solo a Como, i cittadini stranieri rappresenterebbero il 43% delle segnalazioni relative a persone denunciate, arrestate o fermate dalle forze di polizia. Spesso e volentieri poi rimesse subito in libertà. Come raccontano i casi di cronaca in tutto il territorio nazionale. Tra i casi più recenti quello di due giovani tunisini che lo scorso gennaio erano stati accusati di aver aggredito un rider nella zona della stazione Termini a Roma. Nonostante il giudice avesse convalidato il fermo, poi la richiesta di custodia cautelare in carcere era stata respinta per mancanza di «gravi indizi di colpevolezza» sufficienti a giustificare la detenzione preventiva. A febbraio era stata la volta di una maxi aggressione tra stranieri avvenuta a Castrovillari. Sei persone erano state identificate e denunciate ma non era stata applicata nessuna misura restrittiva. Uno dei casi più eclatanti resta però quello di un cittadino straniero di 38 anni accusato di aver picchiato e rapinato un cinquantenne che viveva in un camper a Rimini. Già noto per maltrattamenti, il presunto aggressore finisce in manette ma viene scarcerato poco dopo su decisione del giudice per le indagini preliminari. A quanto pare, a detta della toga, non si sarebbe configurata una rapina ma una «semplice» aggressione con un coltello. Era l’aprile del 2023, e da allora, le aggressioni all’arma bianca non sono certo diminuite, ma con circa 30.000 episodi violenti nel biennio 2024/2025, sono aumentate del 5.5%. Chissà perché.
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Condividevano un appartamento ed erano conoscenti. Ma - da quanto si è appreso - l’uomo avrebbe approfittato proprio dell’assenza del marito della giovane mamma per approfittare di lei. La ragazza si è trovata a vivere un dramma. Quel giovane con cui condivideva la casa, gli spazi e le giornate l’avrebbe brutalmente violentata davanti agli occhi del suo piccolo di soli tre mesi di vita. Un incubo.
Quando la giovanissima mamma è riuscita a divincolarsi e l’uomo è scappata, ha potuto avvisare le forze dell’ordine. I carabinieri sono giunti sul posto e hanno trovato la ragazza in evidente stato di choc. La diciassettenne si è recata in ospedale dove è stata sottoposta alle cure del caso e soprattutto a una serie di analisi. La giovane bengalese ha denunciato la violenza subita e ai militari ha raccontato quanto accaduto indicando il suo coinquilino come l’autore dello stupro. Intanto, i carabinieri hanno avviato le indagini e sono alla ricerca di riscontri che possano individuare nel coinquilino bengalese il responsabile della violenza. L’attività investigativa procede, adesso, ad ampio raggio. Sono in corso verifiche pure per accertare le condizioni in cui i tre bengalesi vivevano e la situazione della giovanissima vittima già mamma a diciassettenne anni. Lo stupro di Marghera ha riacceso i riflettori su diverse problematiche che riguardano sia le condizioni di vita degli stranieri in Italia che nuovamente la questione della sicurezza. Sono tanti gli interrogativi che, adesso, preoccupano i residenti di Marghera, ma anche le istituzioni e i cittadini. Non sono rimasti indifferenti all’accaduto i rappresentanti della Lega e, in particolare, il consigliere comunale di Venezia, Alex Bazzaro e l’europarlamentare Anna Maria Cisint. «Un episodio inaccettabile, uno stupro vergognoso che ha avuto come preda una minorenne bengalese. Un’altra vittima della violenza dell’Islam radicale e probabilmente del sistema marcio basato sulle ospitalità. Lo stesso schema che ho già visto a Monfalcone. Una minorenne bengalese già con figli: mi chiedo, una sposa bambina?», ha commentato Cisint. Il consigliere comunale di Venezia va oltre evidenziando la gravità dell’accaduto perché la giovane diciassettenne è stata «stuprata dall’ospite, anche lui islamico». Per Bazzarro, è la punta dell’iceberg di una situazione molto più grave: «Una presenza dietro alla quale spesso si nasconde un mercato nero di subaffitti illegali e posti letto abusivi. Un mercato islamico dell’orrore, dove la donna viene doppiamente svenduta: prima come sposa e madre a soli diciassette e anni, poi viene data in pasto agli ospiti abusivi. Secondo i due esponenti leghisti «per loro la donna vale zero, un oggetto da mercificare. Questa è la pseudo-cultura che la sinistra vuole portare anche nel Comune di Venezia. Per noi questi soggetti devono essere reimpacchettati e spediti da dove sono venuti». Non è la prima volta che la cronaca racconta episodi di violenze e abusi perpetrati da cittadini stranieri ai danni di donne, giovani e adulti. Da Nord a Sud negli ultimi mesi, si è assistito a un’escalation di episodi di violenza e di brutalità. I cittadini si sentono sempre più insicuri e chiedono maggiori controlli e più attenzione verso chi arriva in Italia e delinque. Negli scorsi mesi alcune donne sono state stuprate a Roma mentre facevano una passeggiata nel parco. Episodi diversi per i quali le forze dell’ordine hanno individuato un unico responsabile, un cittadino straniero che girovaga seminando terrore e paura.
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