Il presidente Sergio Mattarella, inaugurando i lavori di riqualificazione del celeberrimo colle dell’Infinito, ha citato Giacomo Leopardi, in un passo in cui esprime il concetto che una società civile è caratterizzata da forte coesione nello sforzo della ricerca del «bene comune», commentando che mai come oggi queste parole hanno valore per il nostro Paese. Dunque, chiediamoci se la pratica dell’aiuto al suicidio va nella direzione della costruzione del bene comune. O, piuttosto, non è che l’ennesima prova della disgregazione sociale e della deriva individualistica che ammorba i nostri anni. Legami sociali talmente sfilacciati da far guardare alla morte richiesta e provocata come una conquista di civiltà e di libertà. Sono da brivido le parole di Marco Cappato: «Ora siamo più liberi», e dobbiamo completare l’opera con la legalizzazione dell’eutanasia attiva. Saggiamente, qualche giorno fa, rivolgendosi ai medici, papa Francesco aveva centrato il punto della questione: «La richiesta di morte non è mai una libera scelta». Appunto: chi chiede di morire è esistenzialmente e psichicamente malato, al punto che l’istinto primordiale di ogni essere umano – l’istinto di sopravvivenza – viene annichilito e soffocato. Lo sappiamo molto bene noi medici: fin dal pronto soccorso, quando assistiamo un paziente che ha tentato il suicidio, messa in atto ogni strategia per strapparlo alla morte, abbiamo l’obbligo di chiedere una consulenza psichiatrica che indaghi le ragioni del «folle gesto», con prescrizione di terapia ad hoc. Non esiste lucidità quando si chiede la morte. Esiste al contrario un’indicibile dolore dell’anima che spinge a considerare la morte come il «male minore». E questo vale per tutti e in tutte le circostanze: ecco perché non è mai una scelta di libertà. Follia significa «stato di alienazione mentale, temporaneo o permanente, caratterizzato dal deterioramento di ogni categoria di giudizio» di fonte al quale il «dovere morale» (allocuzione che lo stesso Cappato ha utilizzato per giustificare il suo atto) di chi si prende cura – dal singolo alla società nel suo complesso – può essere articolato in diverse azioni e strategie, salvo una: assecondare e provocare la scelta di morte. In questo contesto, la correzione del refuso pubblicato dalla Corte costituzionale – da «e» a «o» – non fa che aggiungere ancora più sconcerto e disapprovazione. Un malato con le caratteristiche che la Corte ha descritto può non avere una «sofferenza psicologica»? Dunque, può essere considerata, essa sola, una condizione «necessaria e sufficiente» per assecondare un’azione suicidaria? Come si vede – e come da tempo immemorabile andiamo ripetendo – la falla nella diga della difesa della vita si apre sempre di più e lo spiraglio per asseriti scopi di pietà e compassione (che papa Francesco non ha esitato a definire «false») diviene in breve tempo uno squarcio devastante. È proprio a questo livello che entra in gioco la «medicina palliativa», che – sarà bene ricordarlo – non significa soltanto terapia del dolore, bensì «cure attive e complete dei pazienti in un momento in cui la malattia non risponde più ai trattamenti terapeutici e quando il controllo del dolore e di altri sintomi e dei problemi di carattere psicologico, sociale e spirituale diviene fondamentale, con lo scopo di dare al paziente e ai suoi familiari una migliore qualità di vita» (Oms, 2002). Come diceva Cicely Saunders, epigone della palliazione, dobbiamo «dare senso e dignità alla vita del malato fino alla fine» (Vegliate con me, 2008). Possiamo ideologicamente disquisire come si vuole, ma il semplice buon senso dice immediatamente che dare dignità alla vita del malato non significa certamente ucciderlo, anche se lo richiede.
Infine, un appello: non si obblighino i medici a uccidere. Qualche singolo lo vorrà fare? Lo dichiari pubblicamente e si depositino gli elenchi di «medici tanatologi», così che il paziente sappia in anticipo, a inizio malattia, in quali mani sta mettendo la sua salute e la sua vita. Ora il confronto si sposterà in Parlamento: l’esercito della morte, che considera una vittoria questa gravissima decisione di aprire al suicidio sta già affilando le armi, proponendo leggi apertamente eutanasiche, con firme di parlamentari dem, M5s, Leu e Italia viva. Tocca a ciascuno di noi tenere gli occhi ben aperti e discernere uomini e partiti che lavorano pro o contro la vita, mai dimenticando il monito di San Giovanni Paolo II, che non è mai lecito dare il sostegno del nostro consenso e voto a chi sostiene eutanasia e aborto (Evangelium vitae 72,73). E i cosiddetti parlamentari cattolici sparsi un po’ in tutti i partiti, che faranno? Stiamo a vedere e giudicheremo dai fatti.
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