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2024-09-01
Non solo Elon Musk, Luiz Inácio Lula da Silva imbavaglia i brasiliani
Elon Musk, miliardario statunitense, è proprietario della piattaforma social X (Getty)
«In Brasile non abbiamo più la X da mezzanotte. Sto twittando questo tramite Vpn. Questo tweet potrebbe costarmi quasi 10.000 dollari, secondo la decisione del tiranno Alexandre de Moraes, amico di Lula: ogni brasiliano che da ora in poi pubblicherà su X verrà multato di 50.000 reais, secondo la sua “sentenza” illegale. La mia dignità vale molto di più. In realtà, non ha prezzo. Continuerò a twittare nonostante le persecuzioni o le minacce dello Stato perché credo nella libertà di espressione, nella democrazia e nella vera giustizia. I brasiliani scenderanno in piazza. Il 7 settembre faremo sentire la nostra voce molto chiaramente. Chiederemo che Moraes venga messo sotto accusa dal Senato e mandato in prigione dopo un giusto processo, che Moraes crudelmente e incostituzionalmente non concede alle persone che perseguita». Lo ha scritto ieri su X Marcel van Hattem, ex giornalista, oggi deputato conservatore brasiliano, ringraziando poi Elon Musk per battersi «contro la censura e l’autoritarismo». Il blocco di X in Brasile è infatti scattato alla mezzanotte locale. Lo ha stabilito la decisione del giudice della Corte suprema federale (la Stf), de Moraes, perché Musk non ha rispettato l’ultimatum di 24 ore ricevuto due giorni fa e non ha nominato un rappresentante legale nel Paese. L’accesso al sito del social media non è più possibile per gli utenti, che incontrano un messaggio che chiede loro di ricaricare il browser quando entrano nel portale, senza però mai riuscire ad accedere con successo.
De Moraes ha anche imposto multe giornaliere di 50.000 reais, equivalenti a 8.027 euro, per chi userà la Vpn (la rete virtuale privata che consentirebbe al dispositivo usato di fingersi in un altro Paese) per aggirare il blocco. Limitando la libertà di tutti i brasiliani, dunque. Non solo di Musk. Il presidente dell’Anatel (Agenzia nazionale delle telecomunicazioni), Carlos Baigorri, ha inoltre dichiarato che i principali operatori di telecomunicazioni del Brasile - Vivo, Claro e Tim - sono già stati informati della decisione della Corte suprema federale per mettere X offline. Il paravento del governo è la guerra alla «disinformazione» in Rete che fa intravedere sullo sfondo il clima politico, a un mese dalle elezioni municipali in Brasile, con la sfida tra il presidente in carica Luiz Inacio Lula da Silva - il «democratico» Lula (copyright della sinistra italiana) - e l’ex leader di destra Jair Bolsonaro.
Moraes è un persecutore storico di Bolsonaro sul quale ha guidato diverse inchieste (tra cui quella sul presunto tentativo di golpe dopo la sconfitta elettorale del 2022). È stato segretario della sicurezza dello Stato di San Paolo, dove è stato accusato di usare la mano pesante nella repressione dei movimenti sociali. È arrivato alla Corte nel 2017, nominato dall’ex presidente conservatore Michel Temer (2016-2018), per il quale era stato ministro della Giustizia. «Anche se la sua folgorante carriera ha un aspetto legale, ciò che lo ha portato nella Corte suprema è la politica. È un animale politico», ha detto alla Afp l’esperto costituzionale Antonio Carlos de Freitas. E «si muove bene in diversi ambienti, comprese le forze armate». Ai vertici della magistratura Moraes potrà restare per legge almeno fino ai 75 anni, ma il magistrato, sposato con tre figli, «ha pretese politiche». Come quella, ad esempio, di diventare presidente del Brasile, anche se non ne ha mai parlato pubblicamente.
Sulla sua piattaforma Musk è scatenato da giorni contro de Moraes e contro lo stesso Lula. «La libertà d’espressione è il fondamento della democrazia e, in Brasile, uno pseudo giudice non eletto la sta distruggendo per motivazioni politiche», ha sottolineato ieri il magnate sudafricano. Poi ha aggiunto: «L’attuale governo brasiliano ama indossare il mantello della libera democrazia, mentre schiaccia il popolo sotto il suo stivale». Annunciando che da oggi inizierà a pubblicare la «lunga lista dei crimini» commessi dal giudice, accompagnata dall’elenco delle «leggi brasiliane che ha infranto» con la sua sentenza.
Intanto, un altro giudice, Cristiano Zanin, membro della Corte suprema brasiliana (Stf), ha respinto il ricorso di Starlink contro la decisione di de Moraes, che ha bloccato in Brasile anche i conti della società di Internet satellitare di Musk. Il magistrato di origini italiane ha spiegato che Stf ha una posizione definita secondo la quale, per contestare la decisione di un altro ministro, la procedura dev’essere differente. Zanin non avrebbe, inoltre, ravvisato alcun abuso nella decisione di Moraes che, il 18 agosto scorso, aveva ordinato il blocco dei conti di Starlink per garantire il pagamento delle multe inflitte a X e mai pagate, che ammontano a circa 3 milioni di euro.
Nel frattempo, Musk ha scritto su X che «sarebbe utile» limitare i suoi viaggi all’estero dopo l’arresto in Francia del fondatore di Telegram, Pavel Durov. «Forse dovrei limitare i miei viaggi ai Paesi in cui la libertà è protetta dalla Costituzione», ha risposto a un utente che lo invitava a pensare alle conseguenze.
Dal Sudamerica agli Usa, fino all’Ue: è nata l’internazionale della censura
Una mannaia, in Brasile, si è abbattuta su X. Il giudice della Corte Suprema, Alexandre de Moraes, ha decretato il blocco della piattaforma nel Paese. Una misura assai controversa, che è stata appoggiata dal presidente brasiliano, Lula da Silva. Il togato ha giustificato la sua ordinanza, accusando X di non avere una rappresentanza legale nel Paese: rappresentanza che Elon Musk aveva ritirato ad agosto, dopo che Moraes aveva preteso, dietro minaccia di arresto, che la piattaforma bloccasse degli account, da lui tacciati di diffondere fake news e incitamento all’odio. Non solo. Giovedì, il giudice ha anche decretato il congelamento dei conti finanziari di Starlink in Brasile, come garanzia per il pagamento delle multe. Ricordiamo che, in loco, X conta circa 40 milioni di utenti. Tutto questo offre lo spunto per un paio di considerazioni. Innanzitutto, oltre a essere uno storico avversario di Jair Bolsonaro, Moraes è una figura non poco controversa. Già a gennaio 2023, il New York Times si chiedeva se i suoi metodi spregiudicati fossero «buoni per la democrazia». In secondo luogo, i fatti brasiliani sembrano far emergere una sorta di inquietante rete internazionale a favore della censura. Una rete individuabile proprio a partire dai rapporti politici che Lula intrattiene a livello globale.
Partiamo dall’amministrazione Biden-Harris. Pochi giorni fa, Mark Zuckerberg ha ammesso di aver subito pressioni dall’attuale Casa Bianca per censurare contenuti non allineati sul Covid. Documenti interni, pubblicati a maggio dalla commissione Giustizia della Camera statunitense, hanno inoltre mostrato che il funzionario principalmente attivo in queste pressioni fu Rob Flaherty, che è attualmente vice manager della campagna elettorale di Kamala Harris. Sarà un caso, ma, a luglio, alcuni ministri di Lula hanno espresso sostegno alla candidatura della vicepresidente statunitense. «La possibilità che una donna nera possa diventare presidente degli Stati Uniti potrebbe ispirare e spingere il Brasile a seguire un percorso simile, promuovendo ulteriormente l’uguaglianza razziale e di genere nella nostra politica», ha per esempio dichiarato Anielle Franco, che è attualmente ministro per l’Uguaglianza razziale nel gabinetto di Lula. Non solo. Pochi giorni prima delle elezioni in Brasile del 2022, Lula ebbe un incontro con l’incaricato d’affari americano nel Paese, Douglas Koneff. Addirittura, a febbraio 2023, il presidente brasiliano fu ricevuto da Joe Biden alla Casa Bianca.
Ma non è finita qui. Sì perché Lula ha recentemente rafforzato i legami di Brasilia con Emmanuel Macron. A marzo, il presidente francese si è recato in Brasile, per consolidare i rapporti nel settore Difesa. Vale ricordare che proprio Macron sponsorizzò, nel 2019 la nomina di Thierry Breton a commissario europeo per il mercato interno: quel Breton che, il mese scorso, ha inviato una controversa lettera a Musk, in cui, alla vigilia della sua intervista a Donald Trump su X, intimava al Ceo di Tesla di rispettare il Digital services act. Una missiva che aveva il sapore della minaccia. Tanto che, a fronte delle polemiche, la stessa Commissione Ue aveva fatto marcia indietro.
Ora, queste attività di censura fanno emergere due problemi interconnessi: uno di principio e l’altro geopolitico. Innanzitutto, è chiaro che la demonizzazione del dissenso non ha nulla a che vedere con la democrazia liberale. In secondo luogo chi oggi sta brindando al blocco di X in Brasile dovrebbe rammentare che questa piattaforma è vietata anche in Russia, Cina e Iran. Non solo si tratta di autocrazie ma sono anche, come lo stesso Brasile, membri dei Brics. Il cortocircuito è servito. Chi oggi è favorevole alla censura di X in nome della salvaguardia della democrazia sta paradossalmente elogiando gli stessi metodi usati da Pechino, Mosca e Teheran. D’altronde, nell’ultimo anno e mezzo, sia Macron che Lula hanno rafforzato i loro legami con la Cina. Senza dimenticare il pernicioso appeasement dell’amministrazione Biden-Harris nei confronti del regime khomeinista. Il paradosso dei paradossi è, infine, il congelamento dei conti di Starlink, che fa a sua volta capo a Space X: società che vanta vari contratti d’appalto con il Pentagono. Nel frattempo, Musk ha aperto alla possibilità di sostenere un disegno di legge californiano volto a contrastare la manipolazione di contenuti tramite IA.
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Nel Paese scatta il blocco di X dopo la decisione del giudice della Corte suprema. Ma Alexandre de Moraes multerà anche tutti quei cittadini che utilizzeranno la Vpn per navigare fingendo di essere in un altro Paese. Il padre di Twitter: «Popolo schiacciato dal governo».Il leader carioca realizza i sogni di Thierry Breton e ricorda le pressioni di Joe Biden su Facebook.Lo speciale contiene due articoli«In Brasile non abbiamo più la X da mezzanotte. Sto twittando questo tramite Vpn. Questo tweet potrebbe costarmi quasi 10.000 dollari, secondo la decisione del tiranno Alexandre de Moraes, amico di Lula: ogni brasiliano che da ora in poi pubblicherà su X verrà multato di 50.000 reais, secondo la sua “sentenza” illegale. La mia dignità vale molto di più. In realtà, non ha prezzo. Continuerò a twittare nonostante le persecuzioni o le minacce dello Stato perché credo nella libertà di espressione, nella democrazia e nella vera giustizia. I brasiliani scenderanno in piazza. Il 7 settembre faremo sentire la nostra voce molto chiaramente. Chiederemo che Moraes venga messo sotto accusa dal Senato e mandato in prigione dopo un giusto processo, che Moraes crudelmente e incostituzionalmente non concede alle persone che perseguita». Lo ha scritto ieri su X Marcel van Hattem, ex giornalista, oggi deputato conservatore brasiliano, ringraziando poi Elon Musk per battersi «contro la censura e l’autoritarismo». Il blocco di X in Brasile è infatti scattato alla mezzanotte locale. Lo ha stabilito la decisione del giudice della Corte suprema federale (la Stf), de Moraes, perché Musk non ha rispettato l’ultimatum di 24 ore ricevuto due giorni fa e non ha nominato un rappresentante legale nel Paese. L’accesso al sito del social media non è più possibile per gli utenti, che incontrano un messaggio che chiede loro di ricaricare il browser quando entrano nel portale, senza però mai riuscire ad accedere con successo. De Moraes ha anche imposto multe giornaliere di 50.000 reais, equivalenti a 8.027 euro, per chi userà la Vpn (la rete virtuale privata che consentirebbe al dispositivo usato di fingersi in un altro Paese) per aggirare il blocco. Limitando la libertà di tutti i brasiliani, dunque. Non solo di Musk. Il presidente dell’Anatel (Agenzia nazionale delle telecomunicazioni), Carlos Baigorri, ha inoltre dichiarato che i principali operatori di telecomunicazioni del Brasile - Vivo, Claro e Tim - sono già stati informati della decisione della Corte suprema federale per mettere X offline. Il paravento del governo è la guerra alla «disinformazione» in Rete che fa intravedere sullo sfondo il clima politico, a un mese dalle elezioni municipali in Brasile, con la sfida tra il presidente in carica Luiz Inacio Lula da Silva - il «democratico» Lula (copyright della sinistra italiana) - e l’ex leader di destra Jair Bolsonaro. Moraes è un persecutore storico di Bolsonaro sul quale ha guidato diverse inchieste (tra cui quella sul presunto tentativo di golpe dopo la sconfitta elettorale del 2022). È stato segretario della sicurezza dello Stato di San Paolo, dove è stato accusato di usare la mano pesante nella repressione dei movimenti sociali. È arrivato alla Corte nel 2017, nominato dall’ex presidente conservatore Michel Temer (2016-2018), per il quale era stato ministro della Giustizia. «Anche se la sua folgorante carriera ha un aspetto legale, ciò che lo ha portato nella Corte suprema è la politica. È un animale politico», ha detto alla Afp l’esperto costituzionale Antonio Carlos de Freitas. E «si muove bene in diversi ambienti, comprese le forze armate». Ai vertici della magistratura Moraes potrà restare per legge almeno fino ai 75 anni, ma il magistrato, sposato con tre figli, «ha pretese politiche». Come quella, ad esempio, di diventare presidente del Brasile, anche se non ne ha mai parlato pubblicamente.Sulla sua piattaforma Musk è scatenato da giorni contro de Moraes e contro lo stesso Lula. «La libertà d’espressione è il fondamento della democrazia e, in Brasile, uno pseudo giudice non eletto la sta distruggendo per motivazioni politiche», ha sottolineato ieri il magnate sudafricano. Poi ha aggiunto: «L’attuale governo brasiliano ama indossare il mantello della libera democrazia, mentre schiaccia il popolo sotto il suo stivale». Annunciando che da oggi inizierà a pubblicare la «lunga lista dei crimini» commessi dal giudice, accompagnata dall’elenco delle «leggi brasiliane che ha infranto» con la sua sentenza. Intanto, un altro giudice, Cristiano Zanin, membro della Corte suprema brasiliana (Stf), ha respinto il ricorso di Starlink contro la decisione di de Moraes, che ha bloccato in Brasile anche i conti della società di Internet satellitare di Musk. Il magistrato di origini italiane ha spiegato che Stf ha una posizione definita secondo la quale, per contestare la decisione di un altro ministro, la procedura dev’essere differente. Zanin non avrebbe, inoltre, ravvisato alcun abuso nella decisione di Moraes che, il 18 agosto scorso, aveva ordinato il blocco dei conti di Starlink per garantire il pagamento delle multe inflitte a X e mai pagate, che ammontano a circa 3 milioni di euro.Nel frattempo, Musk ha scritto su X che «sarebbe utile» limitare i suoi viaggi all’estero dopo l’arresto in Francia del fondatore di Telegram, Pavel Durov. «Forse dovrei limitare i miei viaggi ai Paesi in cui la libertà è protetta dalla Costituzione», ha risposto a un utente che lo invitava a pensare alle conseguenze.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lula-imbavaglia-brasiliani-e-musk-2669110084.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="dal-sudamerica-agli-usa-fino-allue-e-nata-linternazionale-della-censura" data-post-id="2669110084" data-published-at="1725153023" data-use-pagination="False"> Dal Sudamerica agli Usa, fino all’Ue: è nata l’internazionale della censura Una mannaia, in Brasile, si è abbattuta su X. Il giudice della Corte Suprema, Alexandre de Moraes, ha decretato il blocco della piattaforma nel Paese. Una misura assai controversa, che è stata appoggiata dal presidente brasiliano, Lula da Silva. Il togato ha giustificato la sua ordinanza, accusando X di non avere una rappresentanza legale nel Paese: rappresentanza che Elon Musk aveva ritirato ad agosto, dopo che Moraes aveva preteso, dietro minaccia di arresto, che la piattaforma bloccasse degli account, da lui tacciati di diffondere fake news e incitamento all’odio. Non solo. Giovedì, il giudice ha anche decretato il congelamento dei conti finanziari di Starlink in Brasile, come garanzia per il pagamento delle multe. Ricordiamo che, in loco, X conta circa 40 milioni di utenti. Tutto questo offre lo spunto per un paio di considerazioni. Innanzitutto, oltre a essere uno storico avversario di Jair Bolsonaro, Moraes è una figura non poco controversa. Già a gennaio 2023, il New York Times si chiedeva se i suoi metodi spregiudicati fossero «buoni per la democrazia». In secondo luogo, i fatti brasiliani sembrano far emergere una sorta di inquietante rete internazionale a favore della censura. Una rete individuabile proprio a partire dai rapporti politici che Lula intrattiene a livello globale. Partiamo dall’amministrazione Biden-Harris. Pochi giorni fa, Mark Zuckerberg ha ammesso di aver subito pressioni dall’attuale Casa Bianca per censurare contenuti non allineati sul Covid. Documenti interni, pubblicati a maggio dalla commissione Giustizia della Camera statunitense, hanno inoltre mostrato che il funzionario principalmente attivo in queste pressioni fu Rob Flaherty, che è attualmente vice manager della campagna elettorale di Kamala Harris. Sarà un caso, ma, a luglio, alcuni ministri di Lula hanno espresso sostegno alla candidatura della vicepresidente statunitense. «La possibilità che una donna nera possa diventare presidente degli Stati Uniti potrebbe ispirare e spingere il Brasile a seguire un percorso simile, promuovendo ulteriormente l’uguaglianza razziale e di genere nella nostra politica», ha per esempio dichiarato Anielle Franco, che è attualmente ministro per l’Uguaglianza razziale nel gabinetto di Lula. Non solo. Pochi giorni prima delle elezioni in Brasile del 2022, Lula ebbe un incontro con l’incaricato d’affari americano nel Paese, Douglas Koneff. Addirittura, a febbraio 2023, il presidente brasiliano fu ricevuto da Joe Biden alla Casa Bianca. Ma non è finita qui. Sì perché Lula ha recentemente rafforzato i legami di Brasilia con Emmanuel Macron. A marzo, il presidente francese si è recato in Brasile, per consolidare i rapporti nel settore Difesa. Vale ricordare che proprio Macron sponsorizzò, nel 2019 la nomina di Thierry Breton a commissario europeo per il mercato interno: quel Breton che, il mese scorso, ha inviato una controversa lettera a Musk, in cui, alla vigilia della sua intervista a Donald Trump su X, intimava al Ceo di Tesla di rispettare il Digital services act. Una missiva che aveva il sapore della minaccia. Tanto che, a fronte delle polemiche, la stessa Commissione Ue aveva fatto marcia indietro. Ora, queste attività di censura fanno emergere due problemi interconnessi: uno di principio e l’altro geopolitico. Innanzitutto, è chiaro che la demonizzazione del dissenso non ha nulla a che vedere con la democrazia liberale. In secondo luogo chi oggi sta brindando al blocco di X in Brasile dovrebbe rammentare che questa piattaforma è vietata anche in Russia, Cina e Iran. Non solo si tratta di autocrazie ma sono anche, come lo stesso Brasile, membri dei Brics. Il cortocircuito è servito. Chi oggi è favorevole alla censura di X in nome della salvaguardia della democrazia sta paradossalmente elogiando gli stessi metodi usati da Pechino, Mosca e Teheran. D’altronde, nell’ultimo anno e mezzo, sia Macron che Lula hanno rafforzato i loro legami con la Cina. Senza dimenticare il pernicioso appeasement dell’amministrazione Biden-Harris nei confronti del regime khomeinista. Il paradosso dei paradossi è, infine, il congelamento dei conti di Starlink, che fa a sua volta capo a Space X: società che vanta vari contratti d’appalto con il Pentagono. Nel frattempo, Musk ha aperto alla possibilità di sostenere un disegno di legge californiano volto a contrastare la manipolazione di contenuti tramite IA.
La protesta dei trattori a Milano contro il Mercosur (Ansa)
Un recente studio pubblicato sul sito del Parlamento europeo dal titolo «Un aggiornamento sugli effetti economici, di sostenibilità e regolamentari della parte commerciale dell’Accordo di partenariato Ue-Mercosur», fa sapere che «gli impatti economici per l’Ue-27 sono modesti. La simulazione prevede un aumento dello 0,1% del Pil e del benessere, insieme a una crescita marginale delle importazioni complessive (0,2%) e delle esportazioni (0,1%). I salari reali dei lavoratori qualificati e non qualificati aumentano leggermente (0,1%), con un effetto trascurabile sul rendimento del capitale. Tra gli Stati membri, i risultati variano. Belgio e Paesi Bassi registrano incrementi relativamente più elevati in termini di benessere e rendimenti del capitale rispetto ad altri paesi, probabilmente grazie alle loro economie fortemente orientate al commercio». Invece, si legge nell’analisi ufficiale dell’europarlamento, «Germania e Italia beneficiano di aumenti moderati dei flussi commerciali (le importazioni e le esportazioni crescono rispettivamente dello 0,3% e dello 0,2%), in linea con il loro ruolo di principali esportatori dell’Ue. Per economie più piccole come Portogallo e Slovenia, i guadagni sono trainati dalla specializzazione settoriale, in particolare nelle esportazioni, che aumentano rispettivamente dello 0,4% e dello 0,2%».
E qual è l’impatto sul Pil per i Paesi sudamericani? «Il Mercosur, considerato come blocco, sperimenta benefici economici relativamente maggiori rispetto all’Ue. La simulazione indica un aumento dello 0,3% del Pil e una crescita dello 0,2% del benessere (in percentuale del Pil). Tali guadagni sono principalmente trainati dall’espansione degli scambi, con importazioni ed esportazioni in aumento rispettivamente del 3,1% e del 3,6%. I lavoratori qualificati e non qualificati registrano aumenti dei salari reali pari rispettivamente allo 0,3% e allo 0,4%. Tra i singoli paesi, l’Argentina guida con un incremento del Prodotto interno lordo dello 0,4%. Il Brasile registra guadagni moderati in termini di Pil (0,3%) e commercio, mentre l’Uruguay beneficia di una crescita più elevata dei salari reali sia per i lavoratori qualificati (0,5%) sia per quelli non qualificati (0,6%). Il Paraguay, invece, sperimenta lievi diminuzioni del Pil (-0,1%) e del benessere (-0,2%».
Insomma, su un Pil della Ue che ammonta a 17.900 miliardi di euro (dati del 2024), il valore positivo dell’accordo col Mercosur vale 17,9 miliardi l’anno, appunto un più 0,1%. Ciò nonostante, Ursula von der Leyen ha promesso di rinforzare la dote di sussidi agli agricoltori, attraverso la Pac, a 293,7 miliardi per il bilancio 2028-2034. In sostanza sono circa 42 miliardi l’anno per il settennato del nuovo budget in favore delle aziende del primario europee. Anche un bambino della materna capirebbe che forse il gioco - ovvero l’accordo tra Unione Europea e Sudamerica - non vale la candela: per crescere di 17 miliardi di Pil l’anno si spendono 42 miliardi di soldi pubblici a conforto di chi sarà danneggiato dallo stesso accordo. È o non è un controsenso? Anche perché quei fondi Pac alla fine non servono per aiutare veramente gli agricoltori ma solo a compensare decisioni politiche sbagliate. Come accade con le politiche green: si impongono da Bruxelles divieti, aumenti di costi, nuove regole burocratiche e dopo si studiano ristori per chi viene colpito dal cambio di rotta.
Sul Mercosur il ministro Francesco Lollobrigida ha portato a casa più fondi Pac, una tutela maggiore per i prodotti agricoli Dop e Igp, ha ottenuto che la clausola di salvaguardia scatti dopo una variazione dei prezzi del 5% e non del 10%, nel senso che la Commissione Ue avvierà una indagine per tutelare produttori puniti da una concorrenza low cost se il prezzo importato è inferiore di oltre il 5% a parità di prodotto.
Il ministro dell’Agricoltura italiano ha pure incassato maggiori controlli doganali per evitare che – ad esempio – il riso uruguagio coltivato senza rispettare le norme green possa essere parificato a quello italiano, che invece è sottoposto a una marea di pratiche in nome dell’ambiente. Insomma, Lollobrigida, ha fatto il massimo con un dossier ereditato che è lì sul tavolo da oltre 20 anni. Il problema però, considerati appunto i numeri, è un altro: la Ue traccia linee irrealistiche, sigla alleanze, non calcola gli effetti negativi, tanto poi risolve tutto con sussidi o deroghe. Col risultato di sprecare soldi pubblici, aumentare i documenti da compilare per evitare multe e appesantire così le possibilità di crescita europea. Nel terzo trimestre 2025 la produttività dei lavoratori Ue è leggermente calata, mentre negli Usa è salita del 4,9%. I numeri, anche in questo caso, parlano chiaro su che fine stiamo facendo.
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Delcy Rodriguez (Ansa)
Tra l’altro, stando a quanto rivelato da Reuters, sono rientrate nelle acque territoriali almeno quattro petroliere fantasma, di cui due battenti bandiera panamense e una battente bandiera delle Isole Cook. Le navi erano salpate, cariche, dalle coste del Venezuela all’inizio del mese con i transponder disattivati.
E se Caracas non si trova nella posizione di rifiutare la collaborazione con gli Stati Uniti, dall’altra parte, i colossi petroliferi americani temporeggiano sul fronte degli investimenti. Durante la riunione alla Casa Bianca indetta da Trump per far sì che le aziende americane assumano un ruolo chiave nel petrolio venezuelano, diverse major hanno mostrato cautela sulla possibilità di investire miliardi di dollari nel Paese Sudamericano. Il più critico è stato il Ceo di ExxonMobil, Darren Woods, che ha sottolineato: «È impossibile investire lì» anche perché «i nostri beni sono stati sequestrati due volte». Per sbloccare la situazione, secondo Woods, dovrebbero essere «stabiliti» diversi «quadri giuridici e commerciali». Eni ha invece accolto l’invito di Trump: l’ad della società, Claudio Descalzi, presente all’incontro, ha annunciato che «Eni è pronta a investire in Venezuela» e a «lavorare con le compagnie americane». Ha poi ricordato: «Abbiamo oggi nel Paese circa 500 persone» e «possediamo circa 4 miliardi di barili di riserve». Dall’altra parte, il presidente americano ha cercato di fornire alcune rassicurazioni, spiegando che le compagnie tratterebbero «direttamente» con gli Stati Uniti. Ha poi rivelato che, siccome Washington è «aperta agli affari», «la Cina e la Russia» possono «comprare tutto il petrolio che vogliono». Trump ha anche firmato un ordine esecutivo per far sì che le entrate petrolifere venezuelane depositate nei conti del Tesoro americano siano salvaguardate da «sequestri o procedimenti giudiziari». Lo scopo sarebbe quello di «garantire la stabilità economica e politica in Venezuela».
Sul fronte delle relazioni bilaterali tra la Casa Bianca e il governo ad interim, il tycoon ha rivelato che «molto presto» vedrà «i rappresentanti» dell’esecutivo venezuelano, visto che ha «un rapporto molto buono con chi governa». Anche il presidente ad interim, Delcy Rodriguez, ha confermato di aver scelto la via diplomatica «per proteggere» il Paese. Ma ha anche detto che si tratta di «una strada» per «assicurare il ritorno del presidente Nicolás Maduro». Non stupisce quindi che Rodriguez si sia sentita telefonicamente con i presidenti della Colombia e del Brasile e con il primo ministro spagnolo per condividere i dettagli sulla «grave aggressione» condotta dagli Stati Uniti. Quel che è certo è che il leader dell’opposizione venezuelana, Maria Corina Machado, sarà ricevuta alla Casa Bianca «martedì o mercoledì».
E proprio un alleato di Machado è stato scarcerato: si tratta di Virgilio Laverde, coordinatore giovanile, nello Stato di Bolivar, di Vente Venezuela, ovvero la piattaforma guidata dal leader dell’opposizione. La stessa sorte non è ancora toccata a tanti altri prigionieri politici. E proprio per questo continuano le veglie e le preghiere delle famiglie dei detenuti di fronte alle prigioni, tra cui i centri dell’Helicoide e di El Rodeo a Caracas.
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Maurizio Landini (Ansa)
Presentato ieri il comitato del No presieduto da Giovanni Bachelet. C’erano i leader delle opposizioni, Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli, e l’immancabile segretario generale della Cgil, Maurizio Landini. Per loro l’obiettivo è smontare una riforma che «non serve a nessuno se non al governo». Argomento poco solido, considerato che buona parte della sinistra voterà a favore, così come Azione, chiaramente, e Italia viva, meno. Il Pd, come spesso accade, si spacca. «Non siamo una caserma, è legittimo che qualcuno non voglia votare No», riconosce anche Walter Verini.
A ogni modo, dopo l’annuncio delle date del voto di Giorgia Meloni (22 e 23 marzo), dilaga la psicosi. Il più disperato pare Giuseppe Conte. Il leader del M5s attacca: «Il governo vuol cambiare la Costituzione». E ci sentiremmo di confermare, dal momento che si tratta di un referendum costituzionale. «C’è un obiettivo preciso», prosegue, animando lo spirito complottista tanto caro ai suoi. Tra i più barricaderi anche il solito Landini, che avrebbe finanziato il comitato del No con 500.000 euro prelevati dalle casse del sindacato e che ha messo a disposizione il centro congresso Cgil Frentani a Roma per l’inizio della campagna.
Per Landini il governo «è autoritario». Il che è particolarmente esilarante considerato che appena due giorni prima aveva detto che il dittatore venezuelano Nicolás Maduro è un democratico e che difendendolo si difende la democrazia. Insomma o ha bisogno di un bel ripasso di storia, oppure deve avere quantomeno le idee confuse. Anche quando dice: «Credo che questo governo la maggioranza di questo Paese non lo rappresenti». E poi: «Dovrebbe far riflettere come questo governo abbia scelto di portarci a fare un referendum che nessuno gli aveva chiesto, per cambiare la giustizia, confermando una volontà autoritaria - mi assumo la responsabilità di quello che sto dicendo - perché è già in campo una volontà e una gestione autoritaria del Paese».
Lo schema è sempre lo stesso: immaginare un pericolo evidente e poi terrorizzare i cittadini. Uno schema che funziona sempre meno, ma non è l’unico a metterlo in campo. Per Schlein, sul referendum «il governo sta disseminando bugie per fare pura propaganda. Non è una riforma della giustizia perché non migliorerà in alcun modo l’efficienza del sistema, non renderà più veloci i processi e non inciderà purtroppo sulle condizioni di sovraffollamento delle carceri». Dal palco Schlein si rivolge direttamente al ministro della Giustizia, Carlo Nordio. «Voglio rispondergli da qui. Tempo fa disse di “non comprendere perché Schlein non capisca che la riforma della giustizia serve anche a loro”. Gli rispondo dicendo che non vogliamo che ci serva. Vinceremo le prossime elezioni e non vogliamo una riforma che ci consenta di controllare la magistratura, ma vogliamo essere controllati. Così funziona una democrazia». Di fatto mentendo anche lei circa il controllo politico sui magistrati.
Rimodula leggermente Enrico Grosso, professore e avvocato torinese, presidente del comitato Giusto dire No, promosso dall’Anm: «I giudici, e non solo i pm, se passa questa riforma, saranno meno indipendenti, più a rischio di soggezione alla politica».
Tra gli altri partecipanti Clemente Mastella, ex ministro della Giustizia, Sigfrido Ranucci, conduttore di Report, e l’ex presidente della Camera, Laura Boldrini: «Questa è una riforma pericolosa, che non affronta i reali problemi della giustizia italiana, ma mina l’indipendenza della magistratura», il suo commento. Nutrita anche la delegazione di sindaci e amministratori locali, capitanata dal primo cittadino della Capitale, Roberto Gualtieri, e dal sindaco di Torino, Stefano Lo Russo. «È una riforma sbagliata, pericolosa e anche mistificante nel modo in cui viene raccontata». A ribaltare la frittata è Gualtieri annunciando l’adesione ufficiale di Autonomie locali italiane al Comitato per il No.
Infine il Nobel per la fisica, Giorgio Parisi, evidentemente anche esperto di giustizia: «Voglio sottolineare l’importanza politica di questo referendum: dobbiamo difendere l’indipendenza della magistratura dagli attacchi che vengono dal governo». E chiosa: «I politici guadagneranno da questo tipo di riforma perché potranno soddisfare il sogno di essere una casta ingiudicabile». Mistificazioni su mistificazioni, così comincia la campagna del No.
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