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2020-08-12
Lukaku, il «bidone» che non smette di far gol
Romelu Lukaku (Ansa)
Un leader gigantesco. Dopo aver segnato 31 gol nella prima stagione italiana (a soli tre dal Ronaldo interista); dopo avere battuto il record di reti consecutive in Europa League (nove, Alan Shearer si era fermato a otto); dopo aver portato i nerazzurri in semifinale, Romelu Lukaku va davanti alle telecamere e in un italiano perfetto serenamente dice: «L'uomo partita è Barella, un grande giocatore». È pure un fine psicologo il centravanti contadino dalle scarpe grosse che sta trascinando l'Inter in questo surreale agosto di calcio giocato. E si dimostra il punto di riferimento perfetto non solo in campo, dove porta via avversari appesi alle sue spalle come i mariuoli a quelle di Bud Spencer, ma anche nello spogliatoio. Dove tutti sanno chi guardare e chi ascoltare quando c'è qualcosa da discutere.
La stagione di Lukaku è pazzesca, solo adesso si comprende perché l'armadio belga l'estate scorsa fu al centro di un'omerica zuffa fra Inter e Juventus. A un certo punto del mercato, a Torino partì l'ordine: «Compratelo!». E Fabio Paratici si presentò al Manchester United, che stava facendo il suk nella trattativa con Beppe Marotta, con l'offerta irrinunciabile: Paulo Dybala con il limone in bocca. Il club bianconero cercava una spalla per Cristiano Ronaldo, l'arco che scocca la freccia, l'uomo delle sportellate, del piede calamita sul rilancio del portiere, della spizzata liberatrice, dell'appoggio per il tiro decisivo. Praticamente lui. Dybala rifiutò e cambiò il destino dell'Inter di Antonio Conte.
La grande stampa fu l'ultima a capire l'importanza di un giocatore simile, e di un uomo simile, dentro la chimica solforica dello spogliatoio nerazzurro. Fino al lockdown alternava complimenti di facciata a stroncature gratuite. Da pelo nell'uovo. «Sbaglia i gol facili», «Ti rende prevedibile», «Sì però Icardi...». Invece segna i gol difficili e ti rende imprevedibile perché dà più tempo ai compagni di pensare soluzioni alternative. La maledizione del Circo Wanda faticava a scomparire e il titolo da prima pagina della Gazzetta dello Sport «Quest'uomo vale davvero 83 milioni?» continuava a inseguire il centravanti belga come una cambiale in scadenza ogni domenica.
Oggi Lukaku è un re. Riesce a fare ciò che per un semplice cannoniere come Mauro Icardi sarebbe caratterialmente impossibile: essere leader.
Ma non il leader che arriva in elicottero, fa collezione di Bentley, instagramma la vita di tutti avvinghiato alla moglie manager in tanga, organizza grigliate sul terrazzo invitando solo l'inner circle, non insegue un avversario neanche per sbaglio e vuole la palla sul piede «massa di lazzaroni». No, Lukaku lo è con lo sguardo, con i silenzi, con l'aiuto sistematico ai compagni in difficoltà, con il rigore lasciato al baby Sebastiano Esposito, con quello (pure sbagliando) regalato a un Lautaro Martinez fuori fase contro il Bologna. Lukaku c'è sempre, porta in giro il Gondrand di 93 chili per 97 minuti, scatta anche quando è stremato. Icardi pretendeva di dirigere l'orchestra e neppure si spettinava. Eppure ancora oggi, dopo un anno, ci sono interisti che lo rimpiangono e criticano per accidia la montagna nera. Come se il paragone fra i due, alla luce di pregi e difetti, non fosse addirittura ridicolo.
Atteggiarsi da leader non significa esserlo, ecco la differenza. Lukaku lo è perché ha dovuto diventarlo per uscire dal ghetto, dalla povertà, da un passato fatto di lacrime e di malinconie. È il ragazzone che in un'intervista rivelò: «Ho la rabbia dentro perché ho visto troppi topi correre negli angoli della mia stanza». È il campione che non ha paura di ricordare quando «vedevo piangere mia madre mentre mescolava il latte con l'acqua per farlo durare di più». Un successo nato nel fango e fra i morsi della fame. Suo padre era stato calciatore professionista, ma a fine carriera erano finiti anche i soldi. «La prima a sparire fu la tv via cavo, poi capitava di tornare a casa e non c'era più la luce fino a quando non si pagava la bolletta».
La forza della fatica, il riscatto dalla povertà di ritorno. Ci sono interi scaffali dedicati alle rinascite grazie allo sport. Quell'esperienza ti forgia il carattere, non hai bisogno di sbruffonate per sentirti qualcuno. O lo sei o ciccia, come diceva Francesco Cossiga. Ed ecco la valanga di gol, di consensi ai quali il ragazzone di 27 anni nato ad Anversa è pure un po' refrattario tanto da smistarli una volta su Stefan De Vrij, un'altra su Lautaro, infine su Barella, inesauribile maratoneta capace di mordere le caviglie e infilare il portiere di esterno nell'angolino.
Grazie al leader gigantesco l'agosto dell'Inter sta diventando qualcosa di straordinario. Per 25 anni accusata di vincere solo il campionato d'estate, quello di cartapesta, oggi compete per una coppa che non è la Champions, ma è vera e luccica. «Ora se va bene abbiamo due finali, non potremo sbagliare niente», spiega ancora Lukaku. In cuor suo sogna di ritrovare nell'ultima sfida la maglia rossa del Manchester che lo ha lasciato andare via e non lo ha valorizzato come desiderava. Lui ci prova, con la sua barbetta caprina e il carisma sudato del Ferragosto. Oscura la vallata come Shaquille O'Neal, fa dire all'allenatore del Bayer Leverkusen appena eliminato, Peter Bosz: «Nell'uno contro uno è immarcabile». Il ragazzino che beveva latte annacquato e contava i topi in camera ha trasformato un gruppo di turisti capricciosi in una squadra. E solo per questo, in attesa di nuovi peli nell'uovo, quegli 83 milioni li vale tutti.
L’Atalanta stasera affronta il Psg. Il miracolo dista solo tre partite
«Siamo il sollievo di un popolo ferito». Il tempo è scaduto, il destino è a poche ore di distanza e Antonio Percassi sa qual è il valore più grande di questa partita di calcio. Bergamo prostrata e mortificata dal virus cinese stasera sarà davanti al televisore. Un milione di bergamaschi, un milione di televisori in attesa di un milione di boati: c'è Atalanta-Paris Saint Germain, quarto di finale in gara secca, la notte più lunga di Champions, quella che potrebbe portare alla semifinale. E quindi a due partite dalla coppa dalle grandi orecchie.
Dopo avere dedicato un lazzo alle recenti imprudenze verbali di Andrea Agnelli («Saluti da Lisbona, avete abbassato il ranking»), gli atalantini di Gian Piero Gasperini tornano seri, concentrati, leggeri nella loro ferocia e nella precisione di schemi imparati a memoria. Anche nell'ultimo allenamento il rito si ripete: è sufficiente che Hans Hateboer arrivi con due secondi di ritardo alla sovrapposizione con Mario Pasalic che il Gasp fischia, interrompe la seduta e pretende più perfezione. È la sindrome dell'orologiaio, il meccanismo non può interrompersi, i denti devono incastrarsi e al massimo tritare gli avversari, non la pazienza del tecnico.
Bergamo è idealmente al completo sugli spalti dello stadio da Luz dove i nerazzurri sfidano la storia, unica squadra italiana ancora in corsa contro la multinazionale miliardaria dello sceicco Nasser Al-Khelaifi. Per una volta i tifosi atalantini non potranno sedersi in poltrona dicendo «andiamo all'Atalanta», definizione che più di ogni altra fissa l'amore per la squadra. Per il Locatelli dell'Isola, per il Bergamelli della Val Seriana non è importante che giochi contro la Juventus o contro il Cosenza. Si va a vedere l'Atalanta. Ecco, questa volta non è possibile, di là c'è la Tour Eiffel. Alto artigianato contro potenza industriale: il Psg nell'ultimo decennio ha speso 1,3 miliardi per non andare mai oltre i quarti di finale di Champions. Ha ingaggiato Neymar (222 milioni), Kylian Mbappè (135) e via collezionando per cucinare figure barbine quando il gioco si fa duro. Il Psg non ha mai battuto squadre italiane: fin qui quattro pareggi e due sconfitte.
Se i parigini vedranno partire Mbappé dalla panchina (reduce da infortunio) e dovranno fare a meno del metronomo Marco Verratti, i bergamaschi hanno rinunciato da tempo a recuperare Josip Ilicic, il genio sloveno della lampada, travolto da un problema famigliare che lo ha portato lontano dai campi di calcio. «Gli telefono prima e dopo la partita, voglio fare in modo che si senta fra noi», dice Percassi che conosce il valore culturale del gruppo. «In sua assenza ci trascinerà Papu Gomez. Comunque vada sono stranito, orgoglioso e felice. Una stagione indimenticabile. Merito della solidità del club, ma soprattutto merito di un gruppo così speciale, con un allenatore straordinario, capace di inventare calcio dalla panchina. Una cosa è certa, Gasp resterà ancora con noi».
Il presidente che fu calciatore (terzino, poca mobilità e gran ferro da stiro al posto del piede destro) aspetta un nuovo miracolo e ha già deciso dove andare a chiudere la stagione. Come ha detto alla Gazzetta dello Sport: «A Medjugorje, per ringraziare la Madonna della stagione straordinaria e pregarla perché la tragedia del virus a Bergamo possa essere piano piano messa dietro le spalle». Anche per questo, per restituire un sorriso alla laboriosa gente bergamasca, l'Atalanta stasera cerca l'impresa. Un'altra, la più eclatante. Accompagnata come sempre da un unico grido di guerra imparato anche da argentini, croati e colombiani: «Adess adoss».
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Il centravanti dell'Inter ha superato il record di marcature europee di Alan Shearer ed è a tre reti dall'exploit di Ronaldo il Fenomeno. Ha cancellato il ricordo di Icardi e zittito le critiche sul prezzo di 83 milioni: è immarcabile e si sacrifica per il gruppo in campo e fuori. L'Atalanta stasera affronta il Psg. Il miracolo dista solo tre partite. Unici italiani in Champions, con le regole Covid i bergamaschi possono ambire al trofeo. Lo speciale contiene due articoli. Un leader gigantesco. Dopo aver segnato 31 gol nella prima stagione italiana (a soli tre dal Ronaldo interista); dopo avere battuto il record di reti consecutive in Europa League (nove, Alan Shearer si era fermato a otto); dopo aver portato i nerazzurri in semifinale, Romelu Lukaku va davanti alle telecamere e in un italiano perfetto serenamente dice: «L'uomo partita è Barella, un grande giocatore». È pure un fine psicologo il centravanti contadino dalle scarpe grosse che sta trascinando l'Inter in questo surreale agosto di calcio giocato. E si dimostra il punto di riferimento perfetto non solo in campo, dove porta via avversari appesi alle sue spalle come i mariuoli a quelle di Bud Spencer, ma anche nello spogliatoio. Dove tutti sanno chi guardare e chi ascoltare quando c'è qualcosa da discutere. La stagione di Lukaku è pazzesca, solo adesso si comprende perché l'armadio belga l'estate scorsa fu al centro di un'omerica zuffa fra Inter e Juventus. A un certo punto del mercato, a Torino partì l'ordine: «Compratelo!». E Fabio Paratici si presentò al Manchester United, che stava facendo il suk nella trattativa con Beppe Marotta, con l'offerta irrinunciabile: Paulo Dybala con il limone in bocca. Il club bianconero cercava una spalla per Cristiano Ronaldo, l'arco che scocca la freccia, l'uomo delle sportellate, del piede calamita sul rilancio del portiere, della spizzata liberatrice, dell'appoggio per il tiro decisivo. Praticamente lui. Dybala rifiutò e cambiò il destino dell'Inter di Antonio Conte. La grande stampa fu l'ultima a capire l'importanza di un giocatore simile, e di un uomo simile, dentro la chimica solforica dello spogliatoio nerazzurro. Fino al lockdown alternava complimenti di facciata a stroncature gratuite. Da pelo nell'uovo. «Sbaglia i gol facili», «Ti rende prevedibile», «Sì però Icardi...». Invece segna i gol difficili e ti rende imprevedibile perché dà più tempo ai compagni di pensare soluzioni alternative. La maledizione del Circo Wanda faticava a scomparire e il titolo da prima pagina della Gazzetta dello Sport «Quest'uomo vale davvero 83 milioni?» continuava a inseguire il centravanti belga come una cambiale in scadenza ogni domenica. Oggi Lukaku è un re. Riesce a fare ciò che per un semplice cannoniere come Mauro Icardi sarebbe caratterialmente impossibile: essere leader. Ma non il leader che arriva in elicottero, fa collezione di Bentley, instagramma la vita di tutti avvinghiato alla moglie manager in tanga, organizza grigliate sul terrazzo invitando solo l'inner circle, non insegue un avversario neanche per sbaglio e vuole la palla sul piede «massa di lazzaroni». No, Lukaku lo è con lo sguardo, con i silenzi, con l'aiuto sistematico ai compagni in difficoltà, con il rigore lasciato al baby Sebastiano Esposito, con quello (pure sbagliando) regalato a un Lautaro Martinez fuori fase contro il Bologna. Lukaku c'è sempre, porta in giro il Gondrand di 93 chili per 97 minuti, scatta anche quando è stremato. Icardi pretendeva di dirigere l'orchestra e neppure si spettinava. Eppure ancora oggi, dopo un anno, ci sono interisti che lo rimpiangono e criticano per accidia la montagna nera. Come se il paragone fra i due, alla luce di pregi e difetti, non fosse addirittura ridicolo. Atteggiarsi da leader non significa esserlo, ecco la differenza. Lukaku lo è perché ha dovuto diventarlo per uscire dal ghetto, dalla povertà, da un passato fatto di lacrime e di malinconie. È il ragazzone che in un'intervista rivelò: «Ho la rabbia dentro perché ho visto troppi topi correre negli angoli della mia stanza». È il campione che non ha paura di ricordare quando «vedevo piangere mia madre mentre mescolava il latte con l'acqua per farlo durare di più». Un successo nato nel fango e fra i morsi della fame. Suo padre era stato calciatore professionista, ma a fine carriera erano finiti anche i soldi. «La prima a sparire fu la tv via cavo, poi capitava di tornare a casa e non c'era più la luce fino a quando non si pagava la bolletta». La forza della fatica, il riscatto dalla povertà di ritorno. Ci sono interi scaffali dedicati alle rinascite grazie allo sport. Quell'esperienza ti forgia il carattere, non hai bisogno di sbruffonate per sentirti qualcuno. O lo sei o ciccia, come diceva Francesco Cossiga. Ed ecco la valanga di gol, di consensi ai quali il ragazzone di 27 anni nato ad Anversa è pure un po' refrattario tanto da smistarli una volta su Stefan De Vrij, un'altra su Lautaro, infine su Barella, inesauribile maratoneta capace di mordere le caviglie e infilare il portiere di esterno nell'angolino. Grazie al leader gigantesco l'agosto dell'Inter sta diventando qualcosa di straordinario. Per 25 anni accusata di vincere solo il campionato d'estate, quello di cartapesta, oggi compete per una coppa che non è la Champions, ma è vera e luccica. «Ora se va bene abbiamo due finali, non potremo sbagliare niente», spiega ancora Lukaku. In cuor suo sogna di ritrovare nell'ultima sfida la maglia rossa del Manchester che lo ha lasciato andare via e non lo ha valorizzato come desiderava. Lui ci prova, con la sua barbetta caprina e il carisma sudato del Ferragosto. Oscura la vallata come Shaquille O'Neal, fa dire all'allenatore del Bayer Leverkusen appena eliminato, Peter Bosz: «Nell'uno contro uno è immarcabile». Il ragazzino che beveva latte annacquato e contava i topi in camera ha trasformato un gruppo di turisti capricciosi in una squadra. E solo per questo, in attesa di nuovi peli nell'uovo, quegli 83 milioni li vale tutti. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lukaku-il-bidone-che-non-smette-di-far-gol-2646952467.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="latalanta-stasera-affronta-il-psg-il-miracolo-dista-solo-tre-partite" data-post-id="2646952467" data-published-at="1597180149" data-use-pagination="False"> L’Atalanta stasera affronta il Psg. Il miracolo dista solo tre partite «Siamo il sollievo di un popolo ferito». Il tempo è scaduto, il destino è a poche ore di distanza e Antonio Percassi sa qual è il valore più grande di questa partita di calcio. Bergamo prostrata e mortificata dal virus cinese stasera sarà davanti al televisore. Un milione di bergamaschi, un milione di televisori in attesa di un milione di boati: c'è Atalanta-Paris Saint Germain, quarto di finale in gara secca, la notte più lunga di Champions, quella che potrebbe portare alla semifinale. E quindi a due partite dalla coppa dalle grandi orecchie. Dopo avere dedicato un lazzo alle recenti imprudenze verbali di Andrea Agnelli («Saluti da Lisbona, avete abbassato il ranking»), gli atalantini di Gian Piero Gasperini tornano seri, concentrati, leggeri nella loro ferocia e nella precisione di schemi imparati a memoria. Anche nell'ultimo allenamento il rito si ripete: è sufficiente che Hans Hateboer arrivi con due secondi di ritardo alla sovrapposizione con Mario Pasalic che il Gasp fischia, interrompe la seduta e pretende più perfezione. È la sindrome dell'orologiaio, il meccanismo non può interrompersi, i denti devono incastrarsi e al massimo tritare gli avversari, non la pazienza del tecnico. Bergamo è idealmente al completo sugli spalti dello stadio da Luz dove i nerazzurri sfidano la storia, unica squadra italiana ancora in corsa contro la multinazionale miliardaria dello sceicco Nasser Al-Khelaifi. Per una volta i tifosi atalantini non potranno sedersi in poltrona dicendo «andiamo all'Atalanta», definizione che più di ogni altra fissa l'amore per la squadra. Per il Locatelli dell'Isola, per il Bergamelli della Val Seriana non è importante che giochi contro la Juventus o contro il Cosenza. Si va a vedere l'Atalanta. Ecco, questa volta non è possibile, di là c'è la Tour Eiffel. Alto artigianato contro potenza industriale: il Psg nell'ultimo decennio ha speso 1,3 miliardi per non andare mai oltre i quarti di finale di Champions. Ha ingaggiato Neymar (222 milioni), Kylian Mbappè (135) e via collezionando per cucinare figure barbine quando il gioco si fa duro. Il Psg non ha mai battuto squadre italiane: fin qui quattro pareggi e due sconfitte. Se i parigini vedranno partire Mbappé dalla panchina (reduce da infortunio) e dovranno fare a meno del metronomo Marco Verratti, i bergamaschi hanno rinunciato da tempo a recuperare Josip Ilicic, il genio sloveno della lampada, travolto da un problema famigliare che lo ha portato lontano dai campi di calcio. «Gli telefono prima e dopo la partita, voglio fare in modo che si senta fra noi», dice Percassi che conosce il valore culturale del gruppo. «In sua assenza ci trascinerà Papu Gomez. Comunque vada sono stranito, orgoglioso e felice. Una stagione indimenticabile. Merito della solidità del club, ma soprattutto merito di un gruppo così speciale, con un allenatore straordinario, capace di inventare calcio dalla panchina. Una cosa è certa, Gasp resterà ancora con noi». Il presidente che fu calciatore (terzino, poca mobilità e gran ferro da stiro al posto del piede destro) aspetta un nuovo miracolo e ha già deciso dove andare a chiudere la stagione. Come ha detto alla Gazzetta dello Sport: «A Medjugorje, per ringraziare la Madonna della stagione straordinaria e pregarla perché la tragedia del virus a Bergamo possa essere piano piano messa dietro le spalle». Anche per questo, per restituire un sorriso alla laboriosa gente bergamasca, l'Atalanta stasera cerca l'impresa. Un'altra, la più eclatante. Accompagnata come sempre da un unico grido di guerra imparato anche da argentini, croati e colombiani: «Adess adoss».
Rocco Buttiglione (secondo da sinistra), durante la Messa dell'Epifania nella Basilica di San Pietro, celebrata da Papa Benedetto XVI il 6 gennaio 2013 (Getty Images)
In occasione della giornata di studi dedicata a Dietrich von Hildebrand, Rocco Buttiglione riflette su amore, libertà, passioni e personalismo cristiano: «La società liquida si ricostruisce quando due persone imparano a dire “noi”».
Secondo Joseph Ratzinger, quello del filosofo Dietrich von Hildebrand (1889-1977) sarebbe diventato «il nome più eminente per la storia intellettuale della Chiesa cattolica del XX secolo». In occasione della Giornata di studio della Cattedra Hildebrand per il Personalismo Cristiano Amore e comunione nel pensiero di Dietrich von Hildebrand, tenutasi presso il Pontificio Ateneo Regina Apostolorum di Roma, La Verità ha intervistato il professor Rocco Buttiglione, tra i principali interpreti contemporanei del personalismo cristiano e del pensiero di Karol Wojtyła.
Professor Buttiglione, il documento vaticano del 2005 Una caro ha riportato al centro del dibattito ecclesiale e culturale il tema dell’amore coniugale come comunione personale. Perché il pensiero di Dietrich von Hildebrand è attuale?
«Molte volte i cattolici hanno sviluppato una pedagogia del dovere. La parola di Dio, oppure la Legge naturale, oppure la Tradizione mi dicono cosa devo fare e io lo faccio. Disimpegno un ruolo sociale e assumo gli obblighi corrispondenti. L’energia della vita viene assorbita dall’adempimento del dovere. Fra il dovere ed il desiderio del cuore nasce un’ostilità, una contrapposizione. Il tipo di uomo che risulta da questa educazione è una persona “per bene”, che svolge responsabilmente il suo ruolo sociale ma è spento dentro, è noioso ed è annoiato. Gran parte delle energie della persona sono assorbite dal compito di controllare e tenere sottomesse le passioni dell’anima. Ogni tanto, o anche spesso, questa pressione viene sospesa e le passioni vengono soddisfatte, nella forma più rozza, più immediata e meno umana. Molti vivono da robot i giorni della settimana, e il sabato e la domenica si ubriacano fino a perdere la coscienza di sé o fino ad andare a letto con chi capita (in America questo si chiama binge drinking) oppure assumono droghe, o entrano nel giro del gioco virtuale. La pedagogia del dovere parte dalla convinzione che la passione sia cattiva. Von Hildebrand parte invece dalla convinzione che la passione sia buona, che ogni percezione di un oggetto sia accompagnata dalla intuizione di un valore proprio dell’oggetto percepito e che queste intuizioni di valore si dispongano naturalmente in una gerarchia di valori. Le passioni non hanno bisogno di essere represse per essere sottomesse al dominio della ragione. Hanno bisogno, se mai, di essere educate per fare in modo che la loro energia confluisca per intero nell’adempimento del compito della vita. Ognuno conosce la differenza fra un professore che svolge meccanicamente il compito di esporre una disciplina e uno che ama quello che fa, lo investe con tutta la passione della sua vita e in tal modo appassiona lo studente alla materia che insegna. Questo è il grande apporto di von Hildebrand alla filosofia contemporanea: la conciliazione, anzi il matrimonio fra dovere e passione».
Nel suo intervento lei parlera del “pensare a partire dal cuore” in dialogo con Hildebrand, Wojtyła e Giussani. In che senso il cuore può essere considerato un luogo autentico della conoscenza morale e non semplicemente della soggettività emotiva?
«La filosofia classica distingue nell’uomo due facoltà diverse, l’intelletto e la volontà. L’intelletto processa tutta la informazione disponibile e poi comunica il suo giudizio alla volontà che secondo tale giudizio è tenuta ad operare. La volontà deve obbedire all’intelletto e deve resistere alle passioni che tendono a trascinarla ad agire per la soddisfazione del momento e non secondo gli interessi di lungo periodo della persona. In modi diversi e convergenti von Hildebrand, Wojtyła e Giussani ci dicono che intelletto e volontà sono astrazioni, certo valide nel livello loro proprio ma lontane un passo dalla realtà. La realtà dell’uomo è il cuore che è il centro dinamico della persona. Dobbiamo imparare a pensare a partire dal cuore, cioè a partire dall’insieme di esigenze ed evidenze elementari che sono costitutive di ciascuno di noi. Pensare a partire dal cuore ci rivela anche la positività delle passioni che non devono essere represse, ma guidate verso il loro fine proprio. Questo è il compito della cultura».
Hildebrand insiste molto sul fatto che l’uomo non “costruisce” il valore, ma lo riconosce e vi risponde. Quanto questa impostazione può rappresentare oggi un’alternativa al relativismo contemporaneo?
«Io non mi sono fatto da solo. Io sono dato a me stesso. La prima lealtà del pensiero è il riconoscimento del dono. Ricevo da Dio il dono del mio essere. Ad un livello più prossimo ricevo il mio corpo dai miei genitori e modello il mio spirito nel dialogo con loro. Attraverso i genitori incontro il mondo della cultura al quale appartengo e che devo fare mio. Fare mio questo mondo non è però una operazione passiva. Qui la originaria passività si capovolge in attività. Devo creare il mio mondo interiore attraverso il dialogo con la Tradizione che mi precede. La originaria passività è la condizione della mia attività creativa. Per poter essere creativo devo prima di tutto accettare il dono di me che viene da un altro. Per essere padre devo accettare di essere figlio».
Nel dibattito pubblico contemporaneo sembra prevalere una concezione delle relazioni molto legata all’autorealizzazione individuale o alla soddisfazione reciproca. Che cosa può dire oggi il personalismo cristiano sul significato dell’amore come dono di sé? Lei ha dedicato, inoltre, gran parte della sua riflessione al rapporto tra verità e libertà. Ritiene che oggi esista ancora spazio, culturalmente, per parlare di verità sull’uomo senza essere immediatamente accusati di dogmatismo?
«È in gioco il senso della libertà. Posso giocare con la libertà immaginando di creare il mondo a partire da me stesso ed ignorando che ciò che sono l'ho ricevuto. Posso pensare la libertà come un “fare quello che pare e piace”. Questo è però un gioco demente ed il suo punto d’arrivo necessario è l’autoinganno, la disperazione e la follia. I nostri autori propongono un’altra visione della libertà. Per cominciare la libertà decide all’interno di un orizzonte di possibilità che mi è dato. Posso decidere solo all’interno di questo orizzonte che mi è dato dalla modalità concreta in cui ricevo il dono dell’essere. Facciamo un esempio: la esperienza più grande di libertà nella mia vita coincide con il momento in cui la ragazza di cui ero innamorato mi ha detto di sì. Per vivere questa esperienza la mia libertà non può fingersi sovrana, deve accettare di essere mendicante. Io chiedo il sì di un’altra libertà, che potrebbe anche dirmi di no. La libertà comporta, inevitabilmente, un rischio. L’incontro della mia libertà con la libertà dell’altro mi cambia. Non penso più il mondo a partire da me. Lo penso a partire da noi. Non posso definire il mio bene senza includere nel mio bene il bene dell’altro. È davvero un altro mondo».
Che cosa accomuna, a suo avviso, figure molto diverse come Hildebrand, Wojtyła e don Luigi Giussani? Le chiedo inoltre: nel contesto delle grandi trasformazioni antropologiche contemporanee - dalla crisi della famiglia alla solitudine sociale - quali aspetti del personalismo cristiano ritiene oggi più urgenti?
«La cosa più urgente è riscoprire l’amore. L’amore è quella “divina follia” che fa in modo che “due” divengano “uno”. Ogni qual volta un ragazzo ed una ragazza si innamorano e imparano a dire “noi”, la società liquida di cui parla Zygmunt Bauman si condensa e si risolidifica. Per fortuna i giovani continuano ad innamorarsi. Tutto il mondo, però, è contro di loro. Tutti dicono loro che non vale la pena, che il sesso è reale e l’amore invece no, che chi ama di più soffre di più, che nella vita bisogna accontentarsi, che non si può andare oltre il circolo ferreo dell’interesse individuale e che alla fine l’amore è destinato a perire. Così alle prime difficoltà si arrendono e rompono, in attesa di un altro amore che inizieranno già stanchi e sfiduciati, già convinti nel fondo che l’amore vero non esista. Convinti di avere esplorato la profondità dell’amore e di esserne delusi, non hanno in realtà neppure incominciato a capire che cosa sia. Von Hildebrand era soprannominato dai suoi amici “Doctor Amoris”. Di questo c’è bisogno. In un recente documento il Dicastero della dottrina della fede della Chiesa Cattolica ci offre un grande elogio dell’amore che attinge in gran parte al pensiero di von Hildebrand e di Wojtyła. È un segno di speranza. Di recente si è conclusa a Milano, con una celebrazione in Sant'Ambrogio, la fase diocesana del processo di beatificazione di don Giussani. Anche questo è un segno di speranza».
intervista realizzata da Elisa Grimi, Direttore della Cattedra per il Personalismo Cristiano, Pontificio Ateneo Regina Apostolorum, Roma (Italia)
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(Ansa)
Fare in fretta e fare bene: dopo il buon risultato del primo turno delle amministrative, il centrodestra punta tutto sulla legge elettorale per mettere all’angolo gli avversari. Innanzitutto, si obbligherà il centrosinistra a indicare il candidato premier prima delle elezioni, con tutte le conseguenze (nefaste, per loro) del caso. I risultati delle comunali, inoltre, al di là del voto dei centri più importanti, restituiscono una distribuzione dell’elettorato molto frammentata, con Pd, M5s, Avs e alleati che, correndo uniti a differenza del 2022, nei collegi soprattutto al Sud (basta leggere i risultati delle comunali in Campania) potrebbero fare il pieno di uninominali. Proprio gli uninominali, quindi, verranno eliminati nella nuova legge elettorale, che il centrodestra deve però approvare il prima possibile, per non consegnare al centrosinistra l’arma propagandistica del «parlate di cose che non interessano alla gente» e «volete cambiare in corsa le regole».
Alcune modifiche, quindi, verranno apportate al testo originario: le indiscrezioni parlano di un premio di maggioranza più contenuto e di una soglia per ottenerlo leggermente più alta del 40%, per non correre il rischio di una bocciatura da parte della Corte costituzionale. Le preferenze? Falso problema: come già sanno i lettori della Verità, basterà «bloccare» il cappello di lista per garantire l’elezione dei candidati scelti dalle segreterie di partito, lasciando gli altri a battersi per la speranza di un posto al sole. «Ci sono tre disegni di legge», spiega il presidente della commissione Affari costituzionali della Camera, Nazario Pagano di Forza Italia, al termine dei lavori di ieri, «sui quali si è aperta la discussione generale e si sta svolgendo in commissione. Al suo esito, anche sulla scorta di ciò che è emerso dalle audizioni, molto variegate, i relatori trarranno le loro conseguenze ed è probabile che faranno le loro proposte. Delle modifiche saranno proposte, questo sì. A me non risulta che il testo sarà stravolto. C’è sempre stata la intenzione di coinvolgere le opposizioni», aggiunge Pagano, «io ero anche favorevole a un comitato ristretto ma se opponi sempre un niet sovietico a qualunque cose capite che è un problema». In Commissione non è mancata un po’ di bagarre, poiché le opposizioni, prendendo spunto dalle indiscrezioni di stampa su imminenti modifiche al testo in fase di valutazione, hanno chiesto di poter discutere su quello definitivo: «Se c’è un nuovo testo base», chiede il deputato del Pd Gianni Cuperlo, «perché iniziamo la discussione generale su un testo base che di fatto voi stessi dite che non c’è più? Su questo punto c’è stata un’oretta di schermaglie. I relatori sono intervenuti dicendo che ragionevolmente ci sarà un testo modificato ma di fatto ancora non c’è. Il presidente Pagano si è impuntato e ha avviato comunque la discussione generale che, ha detto, servirà a definire il nuovo testo che arriverà successivamente. Ma è un gioco dell’oca: se stanno discutendo sul nuovo testo base ci facciano sapere cosa prevede».
Il gioco delle parti: in realtà l’unica speranza per il centrosinistra è che la maggioranza perda tempo e arrivi «lunga», troppo a ridosso delle elezioni per procedere a modificare la legge. «Se c’è la volontà politica», sottolinea il presidente del Senato, Ignazio La Russa, «ci sono i tempi. Non è un problema di tempi il percorso delle leggi, è sempre figlio della volontà politica». Sembrano invece superate le perplessità di Forza Italia, che non può certo sganciarsi da un’alleanza che sta in piedi, da più di 30 anni, non solo a livello nazionale ma anche in regioni e comuni. Il problema-Roberto Vannacci? Tutta fuffa: Forza Italia alla fine accetterà l’alleanza con chiunque, pur di vincere, incassare la sua quota di premio di maggioranza e restare al governo. Un «accordo sul programma» si trova sempre, come del resto lo troveranno nel centrosinistra, dove certo non mancano le distanze tra le visioni dei vari partiti.
A proposito di Vannacci: il generale non molla sulle preferenze, ma la nuova legge elettorale, manco a dirlo, gli sta benissimo: «A noi non interessano le altre dinamiche», commenta Vannacci, «la soglia di sbarramento la mettano dove vogliono. Ci piace il premio di maggioranza perché consegna governabilità al Paese, ma siamo assolutamente contrari al fatto che non si riprendano in considerazione le preferenze e che le preferenze non vengano reintrodotte. La sinistra, peraltro, deve tacere perché questa legge si chiama Rosatellum, deriva da Rosato che è un loro esimio rappresentante, quindi è stata la sinistra in primis a non volere le preferenze e siamo noi di Futuro nazionale invece ad avanzare questa istanza. Faremo tutti gli emendamenti, tutti gli ordini del giorno per farci ascoltare», aggiunge il leader di Fn, «anche se sappiamo che le dinamiche di potere, di palazzo e le mosse del cavallo delle segreterie dei partiti saranno difficili da superare».
Col pareggio Colle in mano ai cespugli. Ecco perché servono regole diverse
Naturalmente fare previsioni su un voto che arriverà fra un anno, senza sapere se la legge elettorale resterà in vigore oppure verrà modificata, è un esercizio rischioso. Eppure i sondaggi - per quel che valgono -accreditano sempre più uno scenario preciso: dalle elezioni politiche del 2027 potrebbe non uscire una maggioranza chiara. Centrodestra e centrosinistra rischiano di equivalersi. È questo il vero spettro che si aggira nelle stanze della politica italiana: il fantasma del pareggio. Se ne discute nei partiti, nelle coalizioni, nei retroscena parlamentari, nei sondaggi, utili a costruire strategie in vista del voto e sulle pagine dei giornali. Se ne parla soprattutto in relazione al difficile percorso che dovrebbe portare a una nuova legge elettorale, con l’obiettivo dichiarato di garantire una maggioranza stabile e un governo in grado di durare per l’intera legislatura. Ma il tema non riguarda soltanto il governo del Paese. Sullo sfondo c’è già il 2029, anno in cui il prossimo Parlamento sarà chiamato ad eleggere il successore di Sergio Mattarella al Quirinale. È anche in funzione di quell’appuntamento decisivo che i partiti stanno ragionando sugli equilibri parlamentari. Il ricordo della non vittoria corre inevitabilmente al 2013, quando il risultato elettorale impedì a Pier Luigi Bersani di conquistare Palazzo Chigi e aprì una lunga stagione di governi eterogenei e larghe intese, alimentando smarrimento e sfiducia nell’elettorato. Per questo motivo, l’idea stessa di un nuovo pareggio viene letta da molti come il segnale di una crisi dei due poli e di una crescente sfiducia verso l’intero sistema politico. Ma chi spinge per desiderare questo ipotetico risultato? Sono senza dubbio tutte le forze centriste e i partiti di dimensioni minori (Azione, Italia viva, la parte riformista del Pd, ) che sperano di essere determinanti nella formazione di una alleanza di governo. In un Parlamento senza maggioranze autosufficienti, infatti, il loro peso politico potrebbe essere decisivo.
Da qui nasce il dibattito aperto nei diversi schieramenti tra «pareggisti» e «bipolaristi». Uno scontro che attraversa in particolare il centrosinistra. Da una parte c’è chi rifiuta qualsiasi dialogo con il governo Meloni sulla riforma elettorale, dall’altra chi ritiene inevitabile aprire un confronto per impedire una nuova stagione di instabilità.Nel Partito democratico l’arbitro di questa discussione sembra essere ancora Dario Franceschini. Secondo alcuni retroscena, l’ex ministro avrebbe invitato i dirigenti dem a riflettere sul fatto che rifiutarsi oggi di discutere con la Meloni sulla riforma elettorale non metterebbe comunque il Pd al riparo da un confronto con Fratelli d’Italia domani, in caso di pareggio. Una riflessione che non fa una grinza ma il dibattito si complica quando lo sguardo si sposta sul Qurinale.
I «pareggisti», infatti, sostengono che in caso di «non vittoria» dei due schieramenti sarebbe più semplice influire sulla scelta del nuovo presidente della Repubblica. Nel centrosinistra cresce il timore che una vittoria piena del centrodestra possa consegnare a Meloni anche il controllo della partita per il Quirinale. Una posizione questa che sembra comprensibile ma che mostra tutta la sua debolezza. Quasi una rinuncia preventiva a combattere per far prevalere il proprio schieramento politico nella contesa elettorale. È il segnale delle difficoltà e dell’assenza di ambizioni del cosiddetto campo largo. Solo pochi mesi fa, affascinati dall’esito del referendum sulla giustizia, erano pronti a campagne battagliere per scalzare il governo di centrodestra, oggi sembrano meno audaci. Probabilmente si è compreso che non esiste alcuna traslazione automatica dal voto referendario e quello politico, come dimostra del resto il test elettorale amministrativo del fine settimana appena trascorso. Non sappiamo se il messaggio ai duri e puri del centrosinistra, inviato da Franceschini, sia stato recepito. Sappiamo invece che una riforma elettorale appare sempre più necessaria per assicurare, indipendentemente da chi vincerà, un governo stabile e duraturo in una fase storica segnata da sfide economiche, sociali e internazionali sempre più complesse.
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