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2022-04-08
L’Ue rinvia il lockdown dell’energia. «Il petrolio? Se ne riparla lunedì»
Roberta Metsola (Ansa)
L’Unione europea frena sullo stop alle importazioni di gas e petrolio dalla Russia, e anche l’embargo del carbone finisce al centro di un serrato dibattito che tiene impegnato il Coreper, l’organismo di cui fanno parte gli ambasciatori degli Stati membri presso la Ue, per l’intera giornata di ieri, dedicata al varo del quinto pacchetto di sanzioni contro la Russia. Solo in serata arriva l’ok per siglare, entro stamattina alle 10, l’intesa, ma l’embargo sul carbone sarà solo graduale, come chiedeva Berlino.
Diversi Paesi, Germania e Ungheria in testa, in effetti, frenano, e non solo perché lo stop all’importazione delle fonti energetiche dalla Russia rischia di far collassare le economie che sono più dipendenti da Mosca, ma anche per motivi strettamente tecnici: a tenere banco è anche, ad esempio, la questione dei contratti già sottoscritti. Usa e Gran Bretagna possono spingere sull’acceleratore senza problemi: l’import di gas dalla Russia, per esempio, per Londra è residuale, mentre per Washington è pari a zero. Il Senato americano, ieri, ha votato all’unanimità la sospensione delle normali relazioni commerciali tra Stati Uniti e Mosca e il divieto sulle importazioni di petrolio, gas liquido e carbone russi, come annunciato dal presidente Joe Biden.
L’Europa ha molti più problemi a prendere decisioni così drastiche: diversi Paesi, tra cui Germania e Italia, importano gas russo per più del 40% del totale degli approvvigionamenti, e quindi il dilemma tra il tentativo di mettere ko l’economia russa e il rischio di ritrovarsi in ginocchio diventa drammatico. Il ministro delle Finanze tedesco, Christian Lindner, in questi giorni è stato tra i più espliciti nel rappresentare questa angoscia: ieri ha ribadito il concetto in una intervista a Die Zeit: «Se solo potessi seguire il mio cuore», dice Lindner, «vi sarebbe un embargo immediato su tutto. Non possono esistere normali relazioni economiche con una Russia il cui governo sta conducendo una guerra criminale contro l’Ucraina». Lo stop alle importazioni dalla Russia di petrolio e gas dovrà avvenire «il prima possibile», ma nell’immediato «non è possibile» ed è «dubbio che fermerebbe nel breve periodo la macchina da guerra russa». Realisticamente, sottolinea Lindner, la Germania «metterebbe a repentaglio la sua stabilità economica e sociale e non ci si può assumere la responsabilità di questo».
Sul blocco delle importazioni di petrolio il dibattito è aperto: «Non è nel pacchetto che discutiamo oggi (ieri, ndr)», ha spiegato ieri mattina l’Alto rappresentante dell’Ue Josep Borrell, «che riguarda solo il carbone, ma verrà discusso lunedì prossimo nel Consiglio Affari esteri. Prima o poi, spero più prima che poi, avverrà». Anche il G7 ha annunciato nuove sanzioni contro Mosca: i leader, denunciando le «terribili atrocità da parte delle forze armate russe» contro i civili in Ucraina, hanno deciso di vietare «nuovi investimenti in settori chiave dell’economia russa, compreso il settore energetico», oltre ad ampliare i divieti all’esportazione di determinati beni e varare un ulteriore giro di vite su banche e società statali russe.
L’Europa, dicevamo, tentenna, stretta nella morsa tra il pressing di Londra e Washington, il grido di dolore dell’Ucraina e la necessità di evitare un collasso delle economie del continente.
Il pacchetto in discussione ieri comprende lo stop alle importazioni di carbone per 4 miliardi di euro all’anno, con una gradualità per i contratti in essere, il divieto di esportazione di prodotti verso Mosca per 10 miliardi in settori in cui la Russia è considerata «vulnerabile», come computer quantici e semiconduttori avanzati, macchinari sensibili ed equipaggiamenti per i trasporti, nuovi divieti specifici all’importazione, per un valore di 5,5 miliardi di euro, riguardo a diversi prodotti, dal legno al cemento, e dai frutti di mare ai liquori. Sul tavolo anche un completo divieto di transazioni su quattro banche russe chiave, tra cui Vtb, che pesano per il 23% del settore del credito in Russia, il divieto per le navi russe o gestite da russi di accedere ai porti dell’Ue, con alcune eccezioni come prodotti alimentari e agricoli, aiuti umanitari ed energia, e di un bando contro i trasportatori russi e bielorussi via terra. Katerina Tikhonovna e Maria Vorontsova, le due figlie di Vladimir Putin nate dal suo primo matrimonio, saranno con molta probabilità tra le personalità inserite nella black list dell’Ue.
Ieri intanto il Parlamento europeo ha approvato la risoluzione sulla reazione Ue alla guerra in Ucraina nella quale si chiede un embargo immediato per le importazioni di gas dalla Russia, oltre che per quelle di petrolio, carbone e combustibile nucleare. La richiesta di embargo immediato sul gas era oggetto di un emendamento approvato con 413 voti a favore, 93 contrari e 46 astensioni. L’intero testo è passato con 513 voti a favore, 22 contrari e 19 astensioni. L’unico italiano a votare contro l’emendamento sull’embargo totale è stato Carlo Calenda: «Per tagliare il gas russo», ha spiegato Calenda, «senza distruggere i servizi essenziali e le attività produttive, occorre mettere in atto un piano a partire dal pieno uso della potenza installata delle centrali a carbone. Trovo davvero poco serio», ha aggiunto Calenda, «votare un emendamento che tutti sanno essere non applicabile, per fare un po’ di retorica, nel mezzo di una guerra».
Volano insulti tra Mosca e Draghi
Indecente sarai tu: nuova aspra polemica tra Mosca e Roma, con un botta e risposta molto duro tra la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, e il premier Mario Draghi. «La posizione dell’Italia sulle sanzioni», afferma la Zakharova, «è indecente. L’Italia probabilmente ha dimenticato chi le tese una mano in quel momento difficilissimo. E ora la sua leadership è in prima linea in un attacco al nostro Paese». Il riferimento della portavoce di Sergej Lavrov, ministro degli Esteri russo, è agli aiuti che arrivarono da Mosca nel pieno dell’emergenza Covid, tra l’altro finiti nei giorni scorsi al centro di polemiche per il sospetto che, dietro il sostegno sanitario, si celasse una operazione di intelligence.
«Ma questa», aggiunge Maria Zakharova,«non è la posizione dei cittadini italiani che stanno scrivendo di vergognarsi di chi li governa, di non condividere questa posizione e di comprendere l’origine di questa crisi». L’attacco della Zakharova alla leadership italiana arriva durante un’intervista con Vladimir Solovyov, uno dei giornalisti tv più influenti in Russia, la cui villa di Menaggio, sul lago di Como, sequestrata dalla Guardia di finanza italiana in esecuzione delle sanzioni che lo hanno colpito, è stata presa di mira da vandali.
Draghi risponde alla Zakharova nel corso delle dichiarazioni congiunte a Palazzo Chigi con il premier olandese, Mark Rutte: «Sanzioni indecenti? Di indecente», dice il presidente del Consiglio, «ci sono i massacri che vediamo ogni giorno. La Commissione Ue ha annunciato un nuovo pacchetto di sanzioni che l’Italia appoggia con convinzione, siamo pronti a nuovi passi anche sul fronte dell’energia insieme ai nostri partner. L’Ue deve mostrare convinzione e rapidità». Intanto però Mark Rutte, al suo fianco, dice ancora una volta no all’embargo sul gas russo: «Lo stop all’importazione di gas», argomenta il premier olandese, «è difficile. E una grande frustrazione, ma adesso non è possibile». Draghi da parte sua sottolinea che «pagare questi prezzi del gas significa sostenere l’economia russa, finanziare indirettamente la guerra. Se non si riesce a fare un blocco, l’alternativa potrebbe essere imporre un tetto al prezzo», aggiunge il premier, «utilizzando il potere di mercato che ha l’Europa. Continueremo a esaminare questa alternativa. Noi e tanti Paesi siamo convinti che i benefici siano superiori agli eventuali problemi. Il punto di arrivo sarà il Consiglio europeo di maggio. Non sono riuscito a convincere Rutte», sottolinea Draghi, «ma ha fatto un passo fondamentale: mi ha assicurato che non c’è nessuna questione di principio e si è detto disponibile ad esaminare tutte le ragioni e avere una discussione aperta».
«L’Italia e altri Paesi», sottolinea in merito Rutte, «dicono che sarebbe utile, altri no. La situazione non è cambiata e il rischio è che queste diventino delle ideologie. Dobbiamo essere pragmatici se i vantaggi saranno superiori ai rischi mi convincerò».
Da segnalare quanto afferma Tommaso Cerno, senatore del Pd, il partito che più di ogni altro sta premendo per l’embargo totale nei confronti della Russia, gas compreso: «Se stiamo davvero per chiedere al Paese di scegliere fra democrazia e benessere o, come ha detto il premier Mario Draghi, fra pace e aria condizionata», dice Cerno all’Adnkronos, «chiudendo le forniture di gas russo per mettere in difficoltà Vladimir Putin in Ucraina, io voto sì. Non ho dubbi fra libertà e dittatura. Ma dobbiamo essere onesti con gli italiani: sarà dura, molto dura. Serve dare una volta tanto l’esempio per primi», aggiunge Cerno, «come classe politica, a partire dal governo e dal Parlamento: stop a tutte le auto blu e stop ai voli gratuiti».
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Ungheria e Germania frenano. Il ministro tedesco Christian Lindner: «Mineremmo l’economia e la stabilità sociale» Si parte dallo stop al carbone, però solo graduale. L’Europarlamento insiste: «Fermare l’import di metano».La portavoce di Sergej Lavrov: «Indecente la posizione dell’Italia». Chigi ribatte: «Indecenti sono i massacri». Il premier incassa il no olandese al tetto sul prezzo dell’oro azzurro.Lo speciale contiene due articoliL’Unione europea frena sullo stop alle importazioni di gas e petrolio dalla Russia, e anche l’embargo del carbone finisce al centro di un serrato dibattito che tiene impegnato il Coreper, l’organismo di cui fanno parte gli ambasciatori degli Stati membri presso la Ue, per l’intera giornata di ieri, dedicata al varo del quinto pacchetto di sanzioni contro la Russia. Solo in serata arriva l’ok per siglare, entro stamattina alle 10, l’intesa, ma l’embargo sul carbone sarà solo graduale, come chiedeva Berlino. Diversi Paesi, Germania e Ungheria in testa, in effetti, frenano, e non solo perché lo stop all’importazione delle fonti energetiche dalla Russia rischia di far collassare le economie che sono più dipendenti da Mosca, ma anche per motivi strettamente tecnici: a tenere banco è anche, ad esempio, la questione dei contratti già sottoscritti. Usa e Gran Bretagna possono spingere sull’acceleratore senza problemi: l’import di gas dalla Russia, per esempio, per Londra è residuale, mentre per Washington è pari a zero. Il Senato americano, ieri, ha votato all’unanimità la sospensione delle normali relazioni commerciali tra Stati Uniti e Mosca e il divieto sulle importazioni di petrolio, gas liquido e carbone russi, come annunciato dal presidente Joe Biden. L’Europa ha molti più problemi a prendere decisioni così drastiche: diversi Paesi, tra cui Germania e Italia, importano gas russo per più del 40% del totale degli approvvigionamenti, e quindi il dilemma tra il tentativo di mettere ko l’economia russa e il rischio di ritrovarsi in ginocchio diventa drammatico. Il ministro delle Finanze tedesco, Christian Lindner, in questi giorni è stato tra i più espliciti nel rappresentare questa angoscia: ieri ha ribadito il concetto in una intervista a Die Zeit: «Se solo potessi seguire il mio cuore», dice Lindner, «vi sarebbe un embargo immediato su tutto. Non possono esistere normali relazioni economiche con una Russia il cui governo sta conducendo una guerra criminale contro l’Ucraina». Lo stop alle importazioni dalla Russia di petrolio e gas dovrà avvenire «il prima possibile», ma nell’immediato «non è possibile» ed è «dubbio che fermerebbe nel breve periodo la macchina da guerra russa». Realisticamente, sottolinea Lindner, la Germania «metterebbe a repentaglio la sua stabilità economica e sociale e non ci si può assumere la responsabilità di questo». Sul blocco delle importazioni di petrolio il dibattito è aperto: «Non è nel pacchetto che discutiamo oggi (ieri, ndr)», ha spiegato ieri mattina l’Alto rappresentante dell’Ue Josep Borrell, «che riguarda solo il carbone, ma verrà discusso lunedì prossimo nel Consiglio Affari esteri. Prima o poi, spero più prima che poi, avverrà». Anche il G7 ha annunciato nuove sanzioni contro Mosca: i leader, denunciando le «terribili atrocità da parte delle forze armate russe» contro i civili in Ucraina, hanno deciso di vietare «nuovi investimenti in settori chiave dell’economia russa, compreso il settore energetico», oltre ad ampliare i divieti all’esportazione di determinati beni e varare un ulteriore giro di vite su banche e società statali russe. L’Europa, dicevamo, tentenna, stretta nella morsa tra il pressing di Londra e Washington, il grido di dolore dell’Ucraina e la necessità di evitare un collasso delle economie del continente. Il pacchetto in discussione ieri comprende lo stop alle importazioni di carbone per 4 miliardi di euro all’anno, con una gradualità per i contratti in essere, il divieto di esportazione di prodotti verso Mosca per 10 miliardi in settori in cui la Russia è considerata «vulnerabile», come computer quantici e semiconduttori avanzati, macchinari sensibili ed equipaggiamenti per i trasporti, nuovi divieti specifici all’importazione, per un valore di 5,5 miliardi di euro, riguardo a diversi prodotti, dal legno al cemento, e dai frutti di mare ai liquori. Sul tavolo anche un completo divieto di transazioni su quattro banche russe chiave, tra cui Vtb, che pesano per il 23% del settore del credito in Russia, il divieto per le navi russe o gestite da russi di accedere ai porti dell’Ue, con alcune eccezioni come prodotti alimentari e agricoli, aiuti umanitari ed energia, e di un bando contro i trasportatori russi e bielorussi via terra. Katerina Tikhonovna e Maria Vorontsova, le due figlie di Vladimir Putin nate dal suo primo matrimonio, saranno con molta probabilità tra le personalità inserite nella black list dell’Ue. Ieri intanto il Parlamento europeo ha approvato la risoluzione sulla reazione Ue alla guerra in Ucraina nella quale si chiede un embargo immediato per le importazioni di gas dalla Russia, oltre che per quelle di petrolio, carbone e combustibile nucleare. La richiesta di embargo immediato sul gas era oggetto di un emendamento approvato con 413 voti a favore, 93 contrari e 46 astensioni. L’intero testo è passato con 513 voti a favore, 22 contrari e 19 astensioni. L’unico italiano a votare contro l’emendamento sull’embargo totale è stato Carlo Calenda: «Per tagliare il gas russo», ha spiegato Calenda, «senza distruggere i servizi essenziali e le attività produttive, occorre mettere in atto un piano a partire dal pieno uso della potenza installata delle centrali a carbone. Trovo davvero poco serio», ha aggiunto Calenda, «votare un emendamento che tutti sanno essere non applicabile, per fare un po’ di retorica, nel mezzo di una guerra». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lue-rinvia-il-lockdown-dellenergia-il-petrolio-se-ne-riparla-lunedi-2657118641.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="volano-insulti-tra-mosca-e-draghi" data-post-id="2657118641" data-published-at="1649366450" data-use-pagination="False"> Volano insulti tra Mosca e Draghi Indecente sarai tu: nuova aspra polemica tra Mosca e Roma, con un botta e risposta molto duro tra la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, e il premier Mario Draghi. «La posizione dell’Italia sulle sanzioni», afferma la Zakharova, «è indecente. L’Italia probabilmente ha dimenticato chi le tese una mano in quel momento difficilissimo. E ora la sua leadership è in prima linea in un attacco al nostro Paese». Il riferimento della portavoce di Sergej Lavrov, ministro degli Esteri russo, è agli aiuti che arrivarono da Mosca nel pieno dell’emergenza Covid, tra l’altro finiti nei giorni scorsi al centro di polemiche per il sospetto che, dietro il sostegno sanitario, si celasse una operazione di intelligence. «Ma questa», aggiunge Maria Zakharova,«non è la posizione dei cittadini italiani che stanno scrivendo di vergognarsi di chi li governa, di non condividere questa posizione e di comprendere l’origine di questa crisi». L’attacco della Zakharova alla leadership italiana arriva durante un’intervista con Vladimir Solovyov, uno dei giornalisti tv più influenti in Russia, la cui villa di Menaggio, sul lago di Como, sequestrata dalla Guardia di finanza italiana in esecuzione delle sanzioni che lo hanno colpito, è stata presa di mira da vandali. Draghi risponde alla Zakharova nel corso delle dichiarazioni congiunte a Palazzo Chigi con il premier olandese, Mark Rutte: «Sanzioni indecenti? Di indecente», dice il presidente del Consiglio, «ci sono i massacri che vediamo ogni giorno. La Commissione Ue ha annunciato un nuovo pacchetto di sanzioni che l’Italia appoggia con convinzione, siamo pronti a nuovi passi anche sul fronte dell’energia insieme ai nostri partner. L’Ue deve mostrare convinzione e rapidità». Intanto però Mark Rutte, al suo fianco, dice ancora una volta no all’embargo sul gas russo: «Lo stop all’importazione di gas», argomenta il premier olandese, «è difficile. E una grande frustrazione, ma adesso non è possibile». Draghi da parte sua sottolinea che «pagare questi prezzi del gas significa sostenere l’economia russa, finanziare indirettamente la guerra. Se non si riesce a fare un blocco, l’alternativa potrebbe essere imporre un tetto al prezzo», aggiunge il premier, «utilizzando il potere di mercato che ha l’Europa. Continueremo a esaminare questa alternativa. Noi e tanti Paesi siamo convinti che i benefici siano superiori agli eventuali problemi. Il punto di arrivo sarà il Consiglio europeo di maggio. Non sono riuscito a convincere Rutte», sottolinea Draghi, «ma ha fatto un passo fondamentale: mi ha assicurato che non c’è nessuna questione di principio e si è detto disponibile ad esaminare tutte le ragioni e avere una discussione aperta». «L’Italia e altri Paesi», sottolinea in merito Rutte, «dicono che sarebbe utile, altri no. La situazione non è cambiata e il rischio è che queste diventino delle ideologie. Dobbiamo essere pragmatici se i vantaggi saranno superiori ai rischi mi convincerò». Da segnalare quanto afferma Tommaso Cerno, senatore del Pd, il partito che più di ogni altro sta premendo per l’embargo totale nei confronti della Russia, gas compreso: «Se stiamo davvero per chiedere al Paese di scegliere fra democrazia e benessere o, come ha detto il premier Mario Draghi, fra pace e aria condizionata», dice Cerno all’Adnkronos, «chiudendo le forniture di gas russo per mettere in difficoltà Vladimir Putin in Ucraina, io voto sì. Non ho dubbi fra libertà e dittatura. Ma dobbiamo essere onesti con gli italiani: sarà dura, molto dura. Serve dare una volta tanto l’esempio per primi», aggiunge Cerno, «come classe politica, a partire dal governo e dal Parlamento: stop a tutte le auto blu e stop ai voli gratuiti».
Mohammed Hannoun (Ansa)
Il cuore della decisione è nella qualificazione del ruolo attribuito ad Hannoun in quanto finanziatore di Hamas. Per i giudici non si tratta di un simpatizzante, di un militante o di un intermediario occasionale. L’indagato viene collocato all’interno di una rete stabile, strutturata e consapevole, che attraverso associazioni formalmente benefiche ha garantito un flusso continuo di risorse verso Hamas, rafforzandone la capacità di sopravvivenza e di azione. L’ordinanza dedica ampio spazio alla ricostruzione del funzionamento di queste realtà, descritte come strumenti operativi attraverso i quali la raccolta fondi veniva presentata come umanitaria, ma inserita in un contesto di piena consapevolezza della destinazione finale delle risorse. È qui che il tribunale compie una scelta interpretativa netta: il finanziamento non perde rilevanza penale perché veicolato attraverso finalità umanitarie dichiarate, né perché destinato a un’organizzazione che esercita anche funzioni di governo locale.
Il Riesame respinge in modo esplicito il tentativo difensivo di separare l’ala politica, sociale e amministrativa di Hamas dalla sua dimensione terroristica. Secondo il collegio, questa distinzione non regge né sul piano fattuale né su quello giuridico. Hamas viene descritta come soggetto unitario, dotato di una strategia complessiva in cui l’assistenza sociale, la propaganda, il consenso politico e la violenza armata concorrono allo stesso obiettivo. In questo quadro, le associazioni riconducibili ad Hannoun non vengono considerate meri contenitori neutri, ma ingranaggi funzionali di un sistema più ampio, idoneo a garantire continuità finanziaria e copertura operativa.
Un passaggio particolarmente delicato dell’ordinanza riguarda l’utilizzabilità della documentazione acquisita tramite canali di cooperazione internazionale, in particolare quella proveniente dalle autorità israeliane. La difesa aveva sostenuto l’inutilizzabilità dei materiali, evocando il rischio di una prova politicamente orientata e priva delle garanzie proprie del contraddittorio. Il tribunale respinge l’eccezione con una motivazione, che segna un punto fermo: non si è in presenza di atti anonimi o di informazioni occulte, ma di documentazione formalmente trasmessa nell’ambito della cooperazione giudiziaria e investigativa internazionale, acquisita secondo le procedure previste dall’ordinamento italiano. I giudici chiariscono che la provenienza estera degli atti non ne determina automaticamente l’illegittimità, né tantomeno l’inutilizzabilità patologica. La documentazione israeliana che non è anonima, viene considerata un elemento valutabile, soprattutto in fase cautelare, dove il giudizio non è di colpevolezza ma di gravità indiziaria.
Viene inoltre sottolineato come tali atti non siano isolati, ma trovino riscontro e conferma in intercettazioni, flussi finanziari, rapporti associativi e dichiarazioni raccolte in Italia, escludendo che l’impianto accusatorio poggi su fonti unilaterali o non verificabili. In questo senso il tribunale sposta il baricentro dalla polemica sulla fonte alla tenuta complessiva del mosaico indiziario. La fase cautelare, ricordano i giudici, non richiede una prova piena ma una valutazione d’insieme capace di reggere il vaglio di ragionevolezza: non basta smontare un singolo elemento, occorre incrinare l’intero impianto. Ed è proprio qui che la documentazione estera viene ricondotta alla sua funzione processuale di tassello, non di pilastro esclusivo. Il quadro accusatorio prende forma nella convergenza tra conversazioni intercettate, ricostruzione dei rapporti associativi e movimenti di denaro, letti come condotte funzionali a un programma unitario.
Sul piano probatorio, il collegio valorizza la coerenza interna degli elementi raccolti. Le intercettazioni non vengono lette come frammenti isolati o come semplici espressioni retoriche, ma come indicatori di consapevolezza, continuità e condivisione di obiettivi. Il linguaggio utilizzato, i riferimenti alla necessità dei fondi, gli incontri con i vertici di Hamas, il ruolo attribuito ai donatori esteri e la centralità del sostegno economico nella strategia del gruppo jihadista assumono, nella lettura del tribunale, un significato inequivoco, incompatibile con la tesi di una mera attività solidaristica o informativa. Secondo il tribunale del Riesame, le associazioni riconducibili a Mohammed Hannoun non operavano come semplici soggetti umanitari, ma come strutture funzionali a un sistema stabile di sostegno economico a Hamas. I giudici evidenziano come la raccolta fondi, presentata in forma solidaristica, fosse caratterizzata da continuità, organizzazione e reiterazione, elementi incompatibili con un’attività episodica o emergenziale. Per i giudici del Riesame le associazioni riconducibili ad Hannoun non operavano come semplici soggetti umanitari, ma come strutture funzionali a un sistema stabile di sostegno economico a Hamas. La raccolta fondi, presentata in forma solidaristica, era caratterizzata da continuità e organizzazione, elementi incompatibili con un’attività episodica. Le risorse venivano ritenute idonee a rafforzare l’organizzazione nel suo complesso. L’ordinanza sottolinea la piena consapevolezza dell’indagato circa la destinazione finale dei fondi e chiarisce che la veste umanitaria non esclude la rilevanza penale della condotta.
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Il ministro a Furci Siculo: «Il ponte? Non possiamo togliere fondi degli stessi siciliani».
«Dal mio sopralluogo emerge la necessità di fare in fretta, tutti i sindaci, tecnici e gli imprenditori mi chiedono soldi, abbiamo messo 100 milioni di euro per l’urgenza, un taglio alla burocrazia». Lo ha affermato il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini a Furci Siculo in provincia di Messina, uno dei Comuni della fascia ionica colpito dal ciclone Harry. «Bisogna rivedere – ha aggiunto – norme vecchie, piani spiagge, valutazione di impatto ambientale, pulizia dei fiumi, barriere, frangiflutti, cose che, se uno dovesse seguire la normativa esistente, tra sei mesi siamo ancora qua a parlare. Sono rimasto colpito dalla devastazione, un conto è seguirlo dall’ufficio e dal ministero, un conto è sorvolare e andare sul posto. Più che dai soldi, anche forte di vecchie esperienze, sono preoccupato dei tempi della burocrazia. Qua la stagione bella è alle porte. Dobbiamo tagliare i tempi della burocrazia per spendere le risorse in fretta».
Il 4 febbraio il Blue Note di Milano ospiterà lo spettacolo di Luigi Viva «Viva De André», dedicato al cantautore genovese Fabrizio De André e all'amicizia che ha legato i due sin dal 1975.
Recep Tayyip Erdogan (Ansa)
La crisi iraniana è sempre più caratterizzata da un inestricabile groviglio di tensione militare e diplomazia. Ieri, il presidente della Repubblica islamica, Masoud Pezeshkian, ha affermato che Teheran risponderà immediatamente a «qualsiasi aggressione», per poi accusare Washington di «azioni ostili». Dal canto suo, il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha annunciato che, al momento, non sono previsti dei colloqui con esponenti del governo statunitense.
Parole, le sue, che cozzano con quanto affermato da Donald Trump, il quale, nella serata di giovedì, aveva reso noto di aver avuto delle conversazioni con Teheran. «Le ho avute e ho intenzione di farle», aveva dichiarato. Ciononostante, ieri, le parole del presidente americano sono tornate a farsi minacciose. «Abbiamo una grande armata, una flottiglia, chiamatela come volete, che si sta dirigendo verso l’Iran in questo momento», ha detto, specificando che la flotta schierata è «persino più grande di quella che avevamo in Venezuela». «La situazione è difficile», ha specificato, pur ribadendo che, secondo lui, «l’Iran vuole fare un accordo». Il presidente americano ha anche confermato di aver dato agli ayatollah una scadenza entro cui accettare un’intesa prima di un eventuale attacco.
Tuttavia, secondo Al Monitor, un alto funzionario iraniano ha fatto sapere che Teheran non avrebbe intenzione di accettare gli ultimatum di Washington sull’arricchimento dell’uranio e sulle limitazioni del programma balistico. In questo quadro, il New York Times ha riportato che, tra le opzioni militari considerate dalla Casa Bianca, vi sarebbe anche quella di possibili incursioni di soldati americani volte a colpire quei siti nucleari iraniani che Washington non aveva bombardato lo scorso giugno. Non solo. Ieri, il Dipartimento del Tesoro americano ha imposto nuove sanzioni a un’entità collegata alla Repubblica islamica, oltreché a una serie di soggetti, tra cui il ministro dell’Interno iraniano e alcuni alti esponenti delle Guardie della rivoluzione.
Insomma, la possibilità di un’azione bellica da parte di Washington è più concreta che mai. E il regime khomeinista ne è consapevole. Ecco perché, oltre a fare la voce grossa, sta cercando di far leva sulla Turchia. La Repubblica islamica spera che Ankara riesca a convincere Trump a desistere. Non a caso, ieri Pezeshkian ha avuto un colloquio telefonico con Recep Tayyip Erdogan. Nell’occasione, il sultano ha garantito che «la Turchia è pronta ad assumere un ruolo di mediazione tra l’Iran e gli Stati Uniti per allentare le tensioni e risolvere i problemi». Non solo. Sempre ieri, Araghchi si è recato a Istanbul, dove ha incontrato l’omologo turco, Hakan Fidan. «Abbiamo detto ai nostri omologhi in ogni occasione che siamo contrari a un intervento militare contro l’Iran», ha affermato il ministro turco in una conferenza stampa congiunta. «Ci auguriamo che i problemi interni dell’Iran vengano risolti pacificamente dal popolo iraniano, senza alcun intervento esterno», ha proseguito, rendendo anche noto di aver parlato giovedì con Steve Witkoff.
La Repubblica islamica sa bene che, per quanto riguarda il dossier mediorientale, Ankara ha un ascendente maggiore di Mosca su Washington. Oltre a far parte della Nato, la Turchia è il principale sponsor dell’attuale regime siriano e, negli scorsi mesi, ha anche rafforzato notevolmente i suoi legami con l’Arabia Saudita: quell’Arabia Saudita che Trump spera presto di convincere ad aderire agli Accordi di Abramo. Ankara ha insomma un peso notevole nel Medio Oriente che l’attuale presidente americano vorrebbe costruire. È per questo che gli ayatollah stanno cercando di far leva su un Erdogan, il cui ascendente sulla Casa Bianca, per quanto significativo, è comunque limitato: difficilmente il sultano potrà evitare un attacco americano contro la Repubblica islamica, se gli ayatollah non accetteranno di ammorbidire le proprie posizioni su arricchimento dell’uranio e missili balistici. Dall’altra parte, temendo la crescente influenza diplomatica turca, la Russia sta cercando di ritagliarsi un ruolo maggiormente incisivo. Ieri, Vladimir Putin ha infatti ricevuto al Cremlino il segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano, Ali Larijani. Ad auspicare una de-escalation è stato anche il presidente egiziano, Abdel Fattah al Sisi. «Stiamo compiendo sforzi significativi, con calma e perseveranza, per raggiungere un dialogo in ogni modo possibile, al fine di ridurre l’escalation della crisi iraniana», ha detto.
Continua nel frattempo a salire la tensione tra la Repubblica islamica e l’Ue. Dopo dieci anni di sostanziale appeasement verso gli ayatollah, Bruxelles ha adottato la linea dura, designando i pasdaran come organizzazione terroristica. A mo’ di ritorsione, Teheran sta ipotizzando di designare a sua volta come «terroriste» le forze armate dei Paesi europei.
Mosca: niente raid fino a domani. Il vertice ad Abu Dhabi può slittare
La tregua in Ucraina «a causa del freddo estremo» annunciata dal presidente americano, Donald Trump, è stata confermata ufficialmente da Mosca, ma dovrebbe terminare già domani. Mentre la Capitale ucraina deve far fronte a quasi 400 edifici senza riscaldamento, con le temperature che scenderanno a -30 °C nei prossimi giorni, il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha dichiarato che lo zar russo, Vladimir Putin, ha accettato la proposta americana. Tuttavia, la Russia si asterrà dai bombardamenti solamente fino a domani. Peskov ha infatti spiegato: «Il presidente Trump ha effettivamente chiesto personalmente al presidente Putin di astenersi dall’attaccare Kiev per una settimana, fino al 1° febbraio, al fine di creare condizioni favorevoli ai negoziati». A questo proposito, l’inviato speciale dello zar, Kirill Dmitriev, è atteso oggi a Miami per incontrare membri dell’amministrazione Usa.
Il leader ucraino, Volodymyr Zelensky , ha rivelato che giovedì pomeriggio «sono stati colpiti proprio gli impianti energetici in diverse regioni». Prima della conferma del Cremlino, Zelensky aveva spiegato che quanto annunciato giovedì da Trump fosse «più un’opportunità, anziché un accordo». In ogni caso aveva dato la disponibilità da parte ucraina: «Se Mosca interromperà gli attacchi alle infrastrutture energetiche dell’Ucraina, Kiev in cambio si asterrà dal colpire i siti energetici russi». Più tardi ha precisato che nella notte «non ci sono stati attacchi contro obiettivi energetici» da parte di Mosca. Ma, secondo quanto rivelato da Zelensky, la Russia sta indirizzando i suoi raid «contro la logistica». E nonostante il Cremlino abbia accolto la tregua in vista dei negoziati ad Abu Dhabi, non è nemmeno certo che si terranno domani. A sollevare il dubbio di fronte ai giornalisti è stato lo stesso Zelensky: «La data o il luogo potrebbero cambiare perché, a nostro avviso, sta succedendo qualcosa nella situazione tra gli Stati Uniti e l’Iran. E questi sviluppi potrebbero probabilmente influire sulle tempistiche». Peraltro, ha precisato che è importante che al round di colloqui partecipino sempre le stesse delegazioni per monitorare meglio gli sviluppi su quanto precedentemente concordato.
A essere sicuramente rimandato è il faccia a faccia tra i due protagonisti della guerra. Dopo che lo zar russo ha accettato di vedere Zelensky a Mosca, il leader ucraino ha rilanciato: «Per me è impossibile incontrare Putin a Mosca. Sarebbe come incontrarlo a Kiev. Posso anche invitarlo a Kiev, lasciarlo venire. Lo inviterò pubblicamente, se ha coraggio».
Ma Zelensky ha puntato il dito anche contro l’Europa: è colpevole, a suo dire, di aver lasciato scoperta la difesa ucraina proprio mentre i raid russi spingevano l’Ucraina «sull’orlo del blackout». Ha raccontato che i missili intercettori Pac-3, essenziali per i sistemi Patriot, sarebbero arrivati con un giorno di ritardo perché «la tranche dell’iniziativa Purl (Prioritised Ukraine requirements list) non era stata pagata» agli Stati Uniti e quindi «i missili non sono arrivati». E sarebbe questo il motivo che ha portato il leader di Kiev a lanciare l’invettiva contro gli europei dal palco del World economic forum di Davos la scorsa settimana. A criticare però quanto detto da Zelensky sono stati due funzionari occidentali: al Financial Times hanno rivelato che le dichiarazioni del presidente ucraino non sono corrette. E anche un funzionario della Nato ha affermato che il Purl «continua a fornire equipaggiamento statunitense cruciale all’Ucraina, finanziato da alleati e partner della Nato» in modo costante.
A tenere banco è anche la questione del processo accelerato per l’adesione dell’Ucraina all’Ue. Zelensky, a tal proposito, ha rimarcato: «Ho chiesto ai nostri diplomatici: quando saremo pronti? Tecnicamente, nel 2027». A suo dire il «processo accelerato» è necessario per Kiev, visto che «gli altri Paesi candidati non sono in guerra». Dall’altra parte, il premier ungherese, Viktor Orbán, ha continuato a lanciare avvertimenti: «Se l’Ucraina diventa un membro dell’Ue ci sarà la guerra in Europa». A commentare l’ipotetica adesione dell’Ucraina è stato anche il ministro degli Esteri, Antonio Tajani: «Ora è importante raggiungere la pace. L’Ue sarà parte dell’intesa finale».
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