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2022-04-08
L’Ue rinvia il lockdown dell’energia. «Il petrolio? Se ne riparla lunedì»
Roberta Metsola (Ansa)
L’Unione europea frena sullo stop alle importazioni di gas e petrolio dalla Russia, e anche l’embargo del carbone finisce al centro di un serrato dibattito che tiene impegnato il Coreper, l’organismo di cui fanno parte gli ambasciatori degli Stati membri presso la Ue, per l’intera giornata di ieri, dedicata al varo del quinto pacchetto di sanzioni contro la Russia. Solo in serata arriva l’ok per siglare, entro stamattina alle 10, l’intesa, ma l’embargo sul carbone sarà solo graduale, come chiedeva Berlino.
Diversi Paesi, Germania e Ungheria in testa, in effetti, frenano, e non solo perché lo stop all’importazione delle fonti energetiche dalla Russia rischia di far collassare le economie che sono più dipendenti da Mosca, ma anche per motivi strettamente tecnici: a tenere banco è anche, ad esempio, la questione dei contratti già sottoscritti. Usa e Gran Bretagna possono spingere sull’acceleratore senza problemi: l’import di gas dalla Russia, per esempio, per Londra è residuale, mentre per Washington è pari a zero. Il Senato americano, ieri, ha votato all’unanimità la sospensione delle normali relazioni commerciali tra Stati Uniti e Mosca e il divieto sulle importazioni di petrolio, gas liquido e carbone russi, come annunciato dal presidente Joe Biden.
L’Europa ha molti più problemi a prendere decisioni così drastiche: diversi Paesi, tra cui Germania e Italia, importano gas russo per più del 40% del totale degli approvvigionamenti, e quindi il dilemma tra il tentativo di mettere ko l’economia russa e il rischio di ritrovarsi in ginocchio diventa drammatico. Il ministro delle Finanze tedesco, Christian Lindner, in questi giorni è stato tra i più espliciti nel rappresentare questa angoscia: ieri ha ribadito il concetto in una intervista a Die Zeit: «Se solo potessi seguire il mio cuore», dice Lindner, «vi sarebbe un embargo immediato su tutto. Non possono esistere normali relazioni economiche con una Russia il cui governo sta conducendo una guerra criminale contro l’Ucraina». Lo stop alle importazioni dalla Russia di petrolio e gas dovrà avvenire «il prima possibile», ma nell’immediato «non è possibile» ed è «dubbio che fermerebbe nel breve periodo la macchina da guerra russa». Realisticamente, sottolinea Lindner, la Germania «metterebbe a repentaglio la sua stabilità economica e sociale e non ci si può assumere la responsabilità di questo».
Sul blocco delle importazioni di petrolio il dibattito è aperto: «Non è nel pacchetto che discutiamo oggi (ieri, ndr)», ha spiegato ieri mattina l’Alto rappresentante dell’Ue Josep Borrell, «che riguarda solo il carbone, ma verrà discusso lunedì prossimo nel Consiglio Affari esteri. Prima o poi, spero più prima che poi, avverrà». Anche il G7 ha annunciato nuove sanzioni contro Mosca: i leader, denunciando le «terribili atrocità da parte delle forze armate russe» contro i civili in Ucraina, hanno deciso di vietare «nuovi investimenti in settori chiave dell’economia russa, compreso il settore energetico», oltre ad ampliare i divieti all’esportazione di determinati beni e varare un ulteriore giro di vite su banche e società statali russe.
L’Europa, dicevamo, tentenna, stretta nella morsa tra il pressing di Londra e Washington, il grido di dolore dell’Ucraina e la necessità di evitare un collasso delle economie del continente.
Il pacchetto in discussione ieri comprende lo stop alle importazioni di carbone per 4 miliardi di euro all’anno, con una gradualità per i contratti in essere, il divieto di esportazione di prodotti verso Mosca per 10 miliardi in settori in cui la Russia è considerata «vulnerabile», come computer quantici e semiconduttori avanzati, macchinari sensibili ed equipaggiamenti per i trasporti, nuovi divieti specifici all’importazione, per un valore di 5,5 miliardi di euro, riguardo a diversi prodotti, dal legno al cemento, e dai frutti di mare ai liquori. Sul tavolo anche un completo divieto di transazioni su quattro banche russe chiave, tra cui Vtb, che pesano per il 23% del settore del credito in Russia, il divieto per le navi russe o gestite da russi di accedere ai porti dell’Ue, con alcune eccezioni come prodotti alimentari e agricoli, aiuti umanitari ed energia, e di un bando contro i trasportatori russi e bielorussi via terra. Katerina Tikhonovna e Maria Vorontsova, le due figlie di Vladimir Putin nate dal suo primo matrimonio, saranno con molta probabilità tra le personalità inserite nella black list dell’Ue.
Ieri intanto il Parlamento europeo ha approvato la risoluzione sulla reazione Ue alla guerra in Ucraina nella quale si chiede un embargo immediato per le importazioni di gas dalla Russia, oltre che per quelle di petrolio, carbone e combustibile nucleare. La richiesta di embargo immediato sul gas era oggetto di un emendamento approvato con 413 voti a favore, 93 contrari e 46 astensioni. L’intero testo è passato con 513 voti a favore, 22 contrari e 19 astensioni. L’unico italiano a votare contro l’emendamento sull’embargo totale è stato Carlo Calenda: «Per tagliare il gas russo», ha spiegato Calenda, «senza distruggere i servizi essenziali e le attività produttive, occorre mettere in atto un piano a partire dal pieno uso della potenza installata delle centrali a carbone. Trovo davvero poco serio», ha aggiunto Calenda, «votare un emendamento che tutti sanno essere non applicabile, per fare un po’ di retorica, nel mezzo di una guerra».
Volano insulti tra Mosca e Draghi
Indecente sarai tu: nuova aspra polemica tra Mosca e Roma, con un botta e risposta molto duro tra la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, e il premier Mario Draghi. «La posizione dell’Italia sulle sanzioni», afferma la Zakharova, «è indecente. L’Italia probabilmente ha dimenticato chi le tese una mano in quel momento difficilissimo. E ora la sua leadership è in prima linea in un attacco al nostro Paese». Il riferimento della portavoce di Sergej Lavrov, ministro degli Esteri russo, è agli aiuti che arrivarono da Mosca nel pieno dell’emergenza Covid, tra l’altro finiti nei giorni scorsi al centro di polemiche per il sospetto che, dietro il sostegno sanitario, si celasse una operazione di intelligence.
«Ma questa», aggiunge Maria Zakharova,«non è la posizione dei cittadini italiani che stanno scrivendo di vergognarsi di chi li governa, di non condividere questa posizione e di comprendere l’origine di questa crisi». L’attacco della Zakharova alla leadership italiana arriva durante un’intervista con Vladimir Solovyov, uno dei giornalisti tv più influenti in Russia, la cui villa di Menaggio, sul lago di Como, sequestrata dalla Guardia di finanza italiana in esecuzione delle sanzioni che lo hanno colpito, è stata presa di mira da vandali.
Draghi risponde alla Zakharova nel corso delle dichiarazioni congiunte a Palazzo Chigi con il premier olandese, Mark Rutte: «Sanzioni indecenti? Di indecente», dice il presidente del Consiglio, «ci sono i massacri che vediamo ogni giorno. La Commissione Ue ha annunciato un nuovo pacchetto di sanzioni che l’Italia appoggia con convinzione, siamo pronti a nuovi passi anche sul fronte dell’energia insieme ai nostri partner. L’Ue deve mostrare convinzione e rapidità». Intanto però Mark Rutte, al suo fianco, dice ancora una volta no all’embargo sul gas russo: «Lo stop all’importazione di gas», argomenta il premier olandese, «è difficile. E una grande frustrazione, ma adesso non è possibile». Draghi da parte sua sottolinea che «pagare questi prezzi del gas significa sostenere l’economia russa, finanziare indirettamente la guerra. Se non si riesce a fare un blocco, l’alternativa potrebbe essere imporre un tetto al prezzo», aggiunge il premier, «utilizzando il potere di mercato che ha l’Europa. Continueremo a esaminare questa alternativa. Noi e tanti Paesi siamo convinti che i benefici siano superiori agli eventuali problemi. Il punto di arrivo sarà il Consiglio europeo di maggio. Non sono riuscito a convincere Rutte», sottolinea Draghi, «ma ha fatto un passo fondamentale: mi ha assicurato che non c’è nessuna questione di principio e si è detto disponibile ad esaminare tutte le ragioni e avere una discussione aperta».
«L’Italia e altri Paesi», sottolinea in merito Rutte, «dicono che sarebbe utile, altri no. La situazione non è cambiata e il rischio è che queste diventino delle ideologie. Dobbiamo essere pragmatici se i vantaggi saranno superiori ai rischi mi convincerò».
Da segnalare quanto afferma Tommaso Cerno, senatore del Pd, il partito che più di ogni altro sta premendo per l’embargo totale nei confronti della Russia, gas compreso: «Se stiamo davvero per chiedere al Paese di scegliere fra democrazia e benessere o, come ha detto il premier Mario Draghi, fra pace e aria condizionata», dice Cerno all’Adnkronos, «chiudendo le forniture di gas russo per mettere in difficoltà Vladimir Putin in Ucraina, io voto sì. Non ho dubbi fra libertà e dittatura. Ma dobbiamo essere onesti con gli italiani: sarà dura, molto dura. Serve dare una volta tanto l’esempio per primi», aggiunge Cerno, «come classe politica, a partire dal governo e dal Parlamento: stop a tutte le auto blu e stop ai voli gratuiti».
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Ungheria e Germania frenano. Il ministro tedesco Christian Lindner: «Mineremmo l’economia e la stabilità sociale» Si parte dallo stop al carbone, però solo graduale. L’Europarlamento insiste: «Fermare l’import di metano».La portavoce di Sergej Lavrov: «Indecente la posizione dell’Italia». Chigi ribatte: «Indecenti sono i massacri». Il premier incassa il no olandese al tetto sul prezzo dell’oro azzurro.Lo speciale contiene due articoliL’Unione europea frena sullo stop alle importazioni di gas e petrolio dalla Russia, e anche l’embargo del carbone finisce al centro di un serrato dibattito che tiene impegnato il Coreper, l’organismo di cui fanno parte gli ambasciatori degli Stati membri presso la Ue, per l’intera giornata di ieri, dedicata al varo del quinto pacchetto di sanzioni contro la Russia. Solo in serata arriva l’ok per siglare, entro stamattina alle 10, l’intesa, ma l’embargo sul carbone sarà solo graduale, come chiedeva Berlino. Diversi Paesi, Germania e Ungheria in testa, in effetti, frenano, e non solo perché lo stop all’importazione delle fonti energetiche dalla Russia rischia di far collassare le economie che sono più dipendenti da Mosca, ma anche per motivi strettamente tecnici: a tenere banco è anche, ad esempio, la questione dei contratti già sottoscritti. Usa e Gran Bretagna possono spingere sull’acceleratore senza problemi: l’import di gas dalla Russia, per esempio, per Londra è residuale, mentre per Washington è pari a zero. Il Senato americano, ieri, ha votato all’unanimità la sospensione delle normali relazioni commerciali tra Stati Uniti e Mosca e il divieto sulle importazioni di petrolio, gas liquido e carbone russi, come annunciato dal presidente Joe Biden. L’Europa ha molti più problemi a prendere decisioni così drastiche: diversi Paesi, tra cui Germania e Italia, importano gas russo per più del 40% del totale degli approvvigionamenti, e quindi il dilemma tra il tentativo di mettere ko l’economia russa e il rischio di ritrovarsi in ginocchio diventa drammatico. Il ministro delle Finanze tedesco, Christian Lindner, in questi giorni è stato tra i più espliciti nel rappresentare questa angoscia: ieri ha ribadito il concetto in una intervista a Die Zeit: «Se solo potessi seguire il mio cuore», dice Lindner, «vi sarebbe un embargo immediato su tutto. Non possono esistere normali relazioni economiche con una Russia il cui governo sta conducendo una guerra criminale contro l’Ucraina». Lo stop alle importazioni dalla Russia di petrolio e gas dovrà avvenire «il prima possibile», ma nell’immediato «non è possibile» ed è «dubbio che fermerebbe nel breve periodo la macchina da guerra russa». Realisticamente, sottolinea Lindner, la Germania «metterebbe a repentaglio la sua stabilità economica e sociale e non ci si può assumere la responsabilità di questo». Sul blocco delle importazioni di petrolio il dibattito è aperto: «Non è nel pacchetto che discutiamo oggi (ieri, ndr)», ha spiegato ieri mattina l’Alto rappresentante dell’Ue Josep Borrell, «che riguarda solo il carbone, ma verrà discusso lunedì prossimo nel Consiglio Affari esteri. Prima o poi, spero più prima che poi, avverrà». Anche il G7 ha annunciato nuove sanzioni contro Mosca: i leader, denunciando le «terribili atrocità da parte delle forze armate russe» contro i civili in Ucraina, hanno deciso di vietare «nuovi investimenti in settori chiave dell’economia russa, compreso il settore energetico», oltre ad ampliare i divieti all’esportazione di determinati beni e varare un ulteriore giro di vite su banche e società statali russe. L’Europa, dicevamo, tentenna, stretta nella morsa tra il pressing di Londra e Washington, il grido di dolore dell’Ucraina e la necessità di evitare un collasso delle economie del continente. Il pacchetto in discussione ieri comprende lo stop alle importazioni di carbone per 4 miliardi di euro all’anno, con una gradualità per i contratti in essere, il divieto di esportazione di prodotti verso Mosca per 10 miliardi in settori in cui la Russia è considerata «vulnerabile», come computer quantici e semiconduttori avanzati, macchinari sensibili ed equipaggiamenti per i trasporti, nuovi divieti specifici all’importazione, per un valore di 5,5 miliardi di euro, riguardo a diversi prodotti, dal legno al cemento, e dai frutti di mare ai liquori. Sul tavolo anche un completo divieto di transazioni su quattro banche russe chiave, tra cui Vtb, che pesano per il 23% del settore del credito in Russia, il divieto per le navi russe o gestite da russi di accedere ai porti dell’Ue, con alcune eccezioni come prodotti alimentari e agricoli, aiuti umanitari ed energia, e di un bando contro i trasportatori russi e bielorussi via terra. Katerina Tikhonovna e Maria Vorontsova, le due figlie di Vladimir Putin nate dal suo primo matrimonio, saranno con molta probabilità tra le personalità inserite nella black list dell’Ue. Ieri intanto il Parlamento europeo ha approvato la risoluzione sulla reazione Ue alla guerra in Ucraina nella quale si chiede un embargo immediato per le importazioni di gas dalla Russia, oltre che per quelle di petrolio, carbone e combustibile nucleare. La richiesta di embargo immediato sul gas era oggetto di un emendamento approvato con 413 voti a favore, 93 contrari e 46 astensioni. L’intero testo è passato con 513 voti a favore, 22 contrari e 19 astensioni. L’unico italiano a votare contro l’emendamento sull’embargo totale è stato Carlo Calenda: «Per tagliare il gas russo», ha spiegato Calenda, «senza distruggere i servizi essenziali e le attività produttive, occorre mettere in atto un piano a partire dal pieno uso della potenza installata delle centrali a carbone. Trovo davvero poco serio», ha aggiunto Calenda, «votare un emendamento che tutti sanno essere non applicabile, per fare un po’ di retorica, nel mezzo di una guerra». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lue-rinvia-il-lockdown-dellenergia-il-petrolio-se-ne-riparla-lunedi-2657118641.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="volano-insulti-tra-mosca-e-draghi" data-post-id="2657118641" data-published-at="1649366450" data-use-pagination="False"> Volano insulti tra Mosca e Draghi Indecente sarai tu: nuova aspra polemica tra Mosca e Roma, con un botta e risposta molto duro tra la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, e il premier Mario Draghi. «La posizione dell’Italia sulle sanzioni», afferma la Zakharova, «è indecente. L’Italia probabilmente ha dimenticato chi le tese una mano in quel momento difficilissimo. E ora la sua leadership è in prima linea in un attacco al nostro Paese». Il riferimento della portavoce di Sergej Lavrov, ministro degli Esteri russo, è agli aiuti che arrivarono da Mosca nel pieno dell’emergenza Covid, tra l’altro finiti nei giorni scorsi al centro di polemiche per il sospetto che, dietro il sostegno sanitario, si celasse una operazione di intelligence. «Ma questa», aggiunge Maria Zakharova,«non è la posizione dei cittadini italiani che stanno scrivendo di vergognarsi di chi li governa, di non condividere questa posizione e di comprendere l’origine di questa crisi». L’attacco della Zakharova alla leadership italiana arriva durante un’intervista con Vladimir Solovyov, uno dei giornalisti tv più influenti in Russia, la cui villa di Menaggio, sul lago di Como, sequestrata dalla Guardia di finanza italiana in esecuzione delle sanzioni che lo hanno colpito, è stata presa di mira da vandali. Draghi risponde alla Zakharova nel corso delle dichiarazioni congiunte a Palazzo Chigi con il premier olandese, Mark Rutte: «Sanzioni indecenti? Di indecente», dice il presidente del Consiglio, «ci sono i massacri che vediamo ogni giorno. La Commissione Ue ha annunciato un nuovo pacchetto di sanzioni che l’Italia appoggia con convinzione, siamo pronti a nuovi passi anche sul fronte dell’energia insieme ai nostri partner. L’Ue deve mostrare convinzione e rapidità». Intanto però Mark Rutte, al suo fianco, dice ancora una volta no all’embargo sul gas russo: «Lo stop all’importazione di gas», argomenta il premier olandese, «è difficile. E una grande frustrazione, ma adesso non è possibile». Draghi da parte sua sottolinea che «pagare questi prezzi del gas significa sostenere l’economia russa, finanziare indirettamente la guerra. Se non si riesce a fare un blocco, l’alternativa potrebbe essere imporre un tetto al prezzo», aggiunge il premier, «utilizzando il potere di mercato che ha l’Europa. Continueremo a esaminare questa alternativa. Noi e tanti Paesi siamo convinti che i benefici siano superiori agli eventuali problemi. Il punto di arrivo sarà il Consiglio europeo di maggio. Non sono riuscito a convincere Rutte», sottolinea Draghi, «ma ha fatto un passo fondamentale: mi ha assicurato che non c’è nessuna questione di principio e si è detto disponibile ad esaminare tutte le ragioni e avere una discussione aperta». «L’Italia e altri Paesi», sottolinea in merito Rutte, «dicono che sarebbe utile, altri no. La situazione non è cambiata e il rischio è che queste diventino delle ideologie. Dobbiamo essere pragmatici se i vantaggi saranno superiori ai rischi mi convincerò». Da segnalare quanto afferma Tommaso Cerno, senatore del Pd, il partito che più di ogni altro sta premendo per l’embargo totale nei confronti della Russia, gas compreso: «Se stiamo davvero per chiedere al Paese di scegliere fra democrazia e benessere o, come ha detto il premier Mario Draghi, fra pace e aria condizionata», dice Cerno all’Adnkronos, «chiudendo le forniture di gas russo per mettere in difficoltà Vladimir Putin in Ucraina, io voto sì. Non ho dubbi fra libertà e dittatura. Ma dobbiamo essere onesti con gli italiani: sarà dura, molto dura. Serve dare una volta tanto l’esempio per primi», aggiunge Cerno, «come classe politica, a partire dal governo e dal Parlamento: stop a tutte le auto blu e stop ai voli gratuiti».
La protesta dei trattori a Milano contro il Mercosur (Ansa)
Un recente studio pubblicato sul sito del Parlamento europeo dal titolo «Un aggiornamento sugli effetti economici, di sostenibilità e regolamentari della parte commerciale dell’Accordo di partenariato Ue-Mercosur», fa sapere che «gli impatti economici per l’Ue-27 sono modesti. La simulazione prevede un aumento dello 0,1% del Pil e del benessere, insieme a una crescita marginale delle importazioni complessive (0,2%) e delle esportazioni (0,1%). I salari reali dei lavoratori qualificati e non qualificati aumentano leggermente (0,1%), con un effetto trascurabile sul rendimento del capitale. Tra gli Stati membri, i risultati variano. Belgio e Paesi Bassi registrano incrementi relativamente più elevati in termini di benessere e rendimenti del capitale rispetto ad altri paesi, probabilmente grazie alle loro economie fortemente orientate al commercio». Invece, si legge nell’analisi ufficiale dell’europarlamento, «Germania e Italia beneficiano di aumenti moderati dei flussi commerciali (le importazioni e le esportazioni crescono rispettivamente dello 0,3% e dello 0,2%), in linea con il loro ruolo di principali esportatori dell’Ue. Per economie più piccole come Portogallo e Slovenia, i guadagni sono trainati dalla specializzazione settoriale, in particolare nelle esportazioni, che aumentano rispettivamente dello 0,4% e dello 0,2%».
E qual è l’impatto sul Pil per i Paesi sudamericani? «Il Mercosur, considerato come blocco, sperimenta benefici economici relativamente maggiori rispetto all’Ue. La simulazione indica un aumento dello 0,3% del Pil e una crescita dello 0,2% del benessere (in percentuale del Pil). Tali guadagni sono principalmente trainati dall’espansione degli scambi, con importazioni ed esportazioni in aumento rispettivamente del 3,1% e del 3,6%. I lavoratori qualificati e non qualificati registrano aumenti dei salari reali pari rispettivamente allo 0,3% e allo 0,4%. Tra i singoli paesi, l’Argentina guida con un incremento del Prodotto interno lordo dello 0,4%. Il Brasile registra guadagni moderati in termini di Pil (0,3%) e commercio, mentre l’Uruguay beneficia di una crescita più elevata dei salari reali sia per i lavoratori qualificati (0,5%) sia per quelli non qualificati (0,6%). Il Paraguay, invece, sperimenta lievi diminuzioni del Pil (-0,1%) e del benessere (-0,2%».
Insomma, su un Pil della Ue che ammonta a 17.900 miliardi di euro (dati del 2024), il valore positivo dell’accordo col Mercosur vale 17,9 miliardi l’anno, appunto un più 0,1%. Ciò nonostante, Ursula von der Leyen ha promesso di rinforzare la dote di sussidi agli agricoltori, attraverso la Pac, a 293,7 miliardi per il bilancio 2028-2034. In sostanza sono circa 42 miliardi l’anno per il settennato del nuovo budget in favore delle aziende del primario europee. Anche un bambino della materna capirebbe che forse il gioco - ovvero l’accordo tra Unione Europea e Sudamerica - non vale la candela: per crescere di 17 miliardi di Pil l’anno si spendono 42 miliardi di soldi pubblici a conforto di chi sarà danneggiato dallo stesso accordo. È o non è un controsenso? Anche perché quei fondi Pac alla fine non servono per aiutare veramente gli agricoltori ma solo a compensare decisioni politiche sbagliate. Come accade con le politiche green: si impongono da Bruxelles divieti, aumenti di costi, nuove regole burocratiche e dopo si studiano ristori per chi viene colpito dal cambio di rotta.
Sul Mercosur il ministro Francesco Lollobrigida ha portato a casa più fondi Pac, una tutela maggiore per i prodotti agricoli Dop e Igp, ha ottenuto che la clausola di salvaguardia scatti dopo una variazione dei prezzi del 5% e non del 10%, nel senso che la Commissione Ue avvierà una indagine per tutelare produttori puniti da una concorrenza low cost se il prezzo importato è inferiore di oltre il 5% a parità di prodotto.
Il ministro dell’Agricoltura italiano ha pure incassato maggiori controlli doganali per evitare che – ad esempio – il riso uruguagio coltivato senza rispettare le norme green possa essere parificato a quello italiano, che invece è sottoposto a una marea di pratiche in nome dell’ambiente. Insomma, Lollobrigida, ha fatto il massimo con un dossier ereditato che è lì sul tavolo da oltre 20 anni. Il problema però, considerati appunto i numeri, è un altro: la Ue traccia linee irrealistiche, sigla alleanze, non calcola gli effetti negativi, tanto poi risolve tutto con sussidi o deroghe. Col risultato di sprecare soldi pubblici, aumentare i documenti da compilare per evitare multe e appesantire così le possibilità di crescita europea. Nel terzo trimestre 2025 la produttività dei lavoratori Ue è leggermente calata, mentre negli Usa è salita del 4,9%. I numeri, anche in questo caso, parlano chiaro su che fine stiamo facendo.
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Delcy Rodriguez (Ansa)
Tra l’altro, stando a quanto rivelato da Reuters, sono rientrate nelle acque territoriali almeno quattro petroliere fantasma, di cui due battenti bandiera panamense e una battente bandiera delle Isole Cook. Le navi erano salpate, cariche, dalle coste del Venezuela all’inizio del mese con i transponder disattivati.
E se Caracas non si trova nella posizione di rifiutare la collaborazione con gli Stati Uniti, dall’altra parte, i colossi petroliferi americani temporeggiano sul fronte degli investimenti. Durante la riunione alla Casa Bianca indetta da Trump per far sì che le aziende americane assumano un ruolo chiave nel petrolio venezuelano, diverse major hanno mostrato cautela sulla possibilità di investire miliardi di dollari nel Paese Sudamericano. Il più critico è stato il Ceo di ExxonMobil, Darren Woods, che ha sottolineato: «È impossibile investire lì» anche perché «i nostri beni sono stati sequestrati due volte». Per sbloccare la situazione, secondo Woods, dovrebbero essere «stabiliti» diversi «quadri giuridici e commerciali». Eni ha invece accolto l’invito di Trump: l’ad della società, Claudio Descalzi, presente all’incontro, ha annunciato che «Eni è pronta a investire in Venezuela» e a «lavorare con le compagnie americane». Ha poi ricordato: «Abbiamo oggi nel Paese circa 500 persone» e «possediamo circa 4 miliardi di barili di riserve». Dall’altra parte, il presidente americano ha cercato di fornire alcune rassicurazioni, spiegando che le compagnie tratterebbero «direttamente» con gli Stati Uniti. Ha poi rivelato che, siccome Washington è «aperta agli affari», «la Cina e la Russia» possono «comprare tutto il petrolio che vogliono». Trump ha anche firmato un ordine esecutivo per far sì che le entrate petrolifere venezuelane depositate nei conti del Tesoro americano siano salvaguardate da «sequestri o procedimenti giudiziari». Lo scopo sarebbe quello di «garantire la stabilità economica e politica in Venezuela».
Sul fronte delle relazioni bilaterali tra la Casa Bianca e il governo ad interim, il tycoon ha rivelato che «molto presto» vedrà «i rappresentanti» dell’esecutivo venezuelano, visto che ha «un rapporto molto buono con chi governa». Anche il presidente ad interim, Delcy Rodriguez, ha confermato di aver scelto la via diplomatica «per proteggere» il Paese. Ma ha anche detto che si tratta di «una strada» per «assicurare il ritorno del presidente Nicolás Maduro». Non stupisce quindi che Rodriguez si sia sentita telefonicamente con i presidenti della Colombia e del Brasile e con il primo ministro spagnolo per condividere i dettagli sulla «grave aggressione» condotta dagli Stati Uniti. Quel che è certo è che il leader dell’opposizione venezuelana, Maria Corina Machado, sarà ricevuta alla Casa Bianca «martedì o mercoledì».
E proprio un alleato di Machado è stato scarcerato: si tratta di Virgilio Laverde, coordinatore giovanile, nello Stato di Bolivar, di Vente Venezuela, ovvero la piattaforma guidata dal leader dell’opposizione. La stessa sorte non è ancora toccata a tanti altri prigionieri politici. E proprio per questo continuano le veglie e le preghiere delle famiglie dei detenuti di fronte alle prigioni, tra cui i centri dell’Helicoide e di El Rodeo a Caracas.
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Maurizio Landini (Ansa)
Presentato ieri il comitato del No presieduto da Giovanni Bachelet. C’erano i leader delle opposizioni, Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli, e l’immancabile segretario generale della Cgil, Maurizio Landini. Per loro l’obiettivo è smontare una riforma che «non serve a nessuno se non al governo». Argomento poco solido, considerato che buona parte della sinistra voterà a favore, così come Azione, chiaramente, e Italia viva, meno. Il Pd, come spesso accade, si spacca. «Non siamo una caserma, è legittimo che qualcuno non voglia votare No», riconosce anche Walter Verini.
A ogni modo, dopo l’annuncio delle date del voto di Giorgia Meloni (22 e 23 marzo), dilaga la psicosi. Il più disperato pare Giuseppe Conte. Il leader del M5s attacca: «Il governo vuol cambiare la Costituzione». E ci sentiremmo di confermare, dal momento che si tratta di un referendum costituzionale. «C’è un obiettivo preciso», prosegue, animando lo spirito complottista tanto caro ai suoi. Tra i più barricaderi anche il solito Landini, che avrebbe finanziato il comitato del No con 500.000 euro prelevati dalle casse del sindacato e che ha messo a disposizione il centro congresso Cgil Frentani a Roma per l’inizio della campagna.
Per Landini il governo «è autoritario». Il che è particolarmente esilarante considerato che appena due giorni prima aveva detto che il dittatore venezuelano Nicolás Maduro è un democratico e che difendendolo si difende la democrazia. Insomma o ha bisogno di un bel ripasso di storia, oppure deve avere quantomeno le idee confuse. Anche quando dice: «Credo che questo governo la maggioranza di questo Paese non lo rappresenti». E poi: «Dovrebbe far riflettere come questo governo abbia scelto di portarci a fare un referendum che nessuno gli aveva chiesto, per cambiare la giustizia, confermando una volontà autoritaria - mi assumo la responsabilità di quello che sto dicendo - perché è già in campo una volontà e una gestione autoritaria del Paese».
Lo schema è sempre lo stesso: immaginare un pericolo evidente e poi terrorizzare i cittadini. Uno schema che funziona sempre meno, ma non è l’unico a metterlo in campo. Per Schlein, sul referendum «il governo sta disseminando bugie per fare pura propaganda. Non è una riforma della giustizia perché non migliorerà in alcun modo l’efficienza del sistema, non renderà più veloci i processi e non inciderà purtroppo sulle condizioni di sovraffollamento delle carceri». Dal palco Schlein si rivolge direttamente al ministro della Giustizia, Carlo Nordio. «Voglio rispondergli da qui. Tempo fa disse di “non comprendere perché Schlein non capisca che la riforma della giustizia serve anche a loro”. Gli rispondo dicendo che non vogliamo che ci serva. Vinceremo le prossime elezioni e non vogliamo una riforma che ci consenta di controllare la magistratura, ma vogliamo essere controllati. Così funziona una democrazia». Di fatto mentendo anche lei circa il controllo politico sui magistrati.
Rimodula leggermente Enrico Grosso, professore e avvocato torinese, presidente del comitato Giusto dire No, promosso dall’Anm: «I giudici, e non solo i pm, se passa questa riforma, saranno meno indipendenti, più a rischio di soggezione alla politica».
Tra gli altri partecipanti Clemente Mastella, ex ministro della Giustizia, Sigfrido Ranucci, conduttore di Report, e l’ex presidente della Camera, Laura Boldrini: «Questa è una riforma pericolosa, che non affronta i reali problemi della giustizia italiana, ma mina l’indipendenza della magistratura», il suo commento. Nutrita anche la delegazione di sindaci e amministratori locali, capitanata dal primo cittadino della Capitale, Roberto Gualtieri, e dal sindaco di Torino, Stefano Lo Russo. «È una riforma sbagliata, pericolosa e anche mistificante nel modo in cui viene raccontata». A ribaltare la frittata è Gualtieri annunciando l’adesione ufficiale di Autonomie locali italiane al Comitato per il No.
Infine il Nobel per la fisica, Giorgio Parisi, evidentemente anche esperto di giustizia: «Voglio sottolineare l’importanza politica di questo referendum: dobbiamo difendere l’indipendenza della magistratura dagli attacchi che vengono dal governo». E chiosa: «I politici guadagneranno da questo tipo di riforma perché potranno soddisfare il sogno di essere una casta ingiudicabile». Mistificazioni su mistificazioni, così comincia la campagna del No.
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