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2022-03-10
Metodo Covid per la crisi Ucraina
Josep Borrell (Ansa)
Per raccontarla in maniera seria, dovremmo notare come anche per la questione ucraina venga imposta la «mobilitazione totale». Tutta la popolazione - ogni persona a modo suo - deve partecipare allo sforzo titanico contro il nemico. Per usare le parole di Ernst Jünger, «il complesso e ramificato pulsare della vita moderna viene convogliato in un sol colpo di leva nella grande corrente dell’energia bellica»: non ci si può tirare indietro, chi si sottrae alla lotta è un saprofita e un traditore. Ecco, così diremmo se volessimo prenderla seriamente. Ma siccome la serietà, ormai da tempo, non risiede in questi paraggi, tanto vale usare un linguaggio più diretto: combinano disastri e fanno pagare il conto ai comuni cittadini.
La logica è esattamente (e drammaticamente) la stessa che abbiamo visto all’opera nel caso del Covid. Il nostro governo e le istituzioni internazionali non hanno saputo e potuto fermare i contagi. Anche le poche misure di sicurezza che si sarebbero potute mettere in campo nelle scuole e nel trasporto pubblico non sono state applicate, quindi le autorità hanno deciso di seguire la strada più semplice: hanno scaricato il barile a noi. Hanno stabilito, in buona sostanza, che se le infezioni si moltiplicavano era colpa degli italiani e, in particolare, di alcune categorie di untori. Prima chi usciva di casa a corricchiare, poi dei giovani che si ostinavano a perdersi nella movida, quindi dei negazionisti svalvolati e infine, come noto, dei temibili e spietati no vax.
Fu il ministro Roberto Speranza, nel novembre del 2020, a dettare la linea. «I sacrifici sono duri, ma necessari per piegare la curva dei contagi», disse a proposito delle chiusure e del famigerato sistema a colori. «Quando si chiudono attività economiche e commerciali si chiedono dei sacrifici e noi siamo molto consapevoli dei sacrifici che stiamo chiedendo», precisò. «Ma sono indispensabili perché senza di questi la curva non è piegabile». In sintesi: poiché non sappiamo cosa fare, tocca a voi sacrificarvi. E, ovviamente, chi non si sacrifica (o si permette di alzare il ditino) è un sabotatore.
Ebbene, il discorso pronunciato da Speranza nel 2020 ricorda in maniera agghiacciante quello snocciolato ieri dall’Alto rappresentante dell’Ue per la politica estera, Josep Borrell. «La Commissione europea«, ha detto, «con una nuova direttiva punta a tagliare di due terzi la nostra dipendenza dal gas russo, un obiettivo difficile però realizzabile se davvero ci impegneremo». Chiaro? Sarà dura, ma i sacrifici sono necessari per un fine superiore.
Quali siano i sacrifici è presto detto. Secondo Borrell, rinunciare al gas russo «richiede misure macroeconomiche, misure tecniche, richiede anche che i cittadini europei abbassino il riscaldamento nei loro appartamenti, che tutti facciano uno sforzo individuale per cercare di ridurre il consumo di gas». Visto? Il meccanismo è totalmente sovrapponibile. «Siamo nel pieno di un dramma», ci viene detto, «e gli unici che possono risolverlo siete voi». Il virus? Se vi comporterete bene lo batteremo. La guerra? Se farete qualche sacrificio finirà.
Certo, qualcuno potrebbe pensare che paragonare la pandemia al conflitto sia ingiusto e irrispettoso, ma il punto è che a legare le due cose è proprio il signor Borrell. A suo dire, dobbiamo abbassare il riscaldamento «un po’ come tagliamo il consumo dell’acqua quando c’è la siccità. O esattamente come ci mettiamo una mascherina per poter fare fronte al virus. Quello che abbiamo fatto contro il Covid-19 dobbiamo farlo in favore dell’Ucraina. Dev’essere una mobilitazione degli spiriti, dei comportamenti individuali, con un impegno collettivo per cercare di fare fronte a un compito che sicuramente ha una portata storica». Eccola lì: mobilitazione degli spiriti, mobilitazione totale, assetto di guerra anche se non siamo in guerra, o almeno non direttamente e ufficialmente. Tutti dovete fare la vostra parte per sconfiggere il comune nemico!
Alcuni quotidiani già forniscono succinti manuali di sopravvivenza, proprio come consigliavano i tamponi prima delle cene di Natale. Il Corriere della Sera, ad esempio, spiega che «per consumare meno energia e meno gas» possiamo, tra le altre cose, recuperare «le buone abitudini dei nonni, spegnere la luce quando si esce da una stanza, non lasciare scorrere l’acqua calda inutilmente e non eccedere con i termosifoni. Ne guadagneranno la bolletta, l’ambiente e anche il fabbisogno di gas».
Preveniamo l’obiezione, anche perché ci sono già in circolazione i soliti volonterosi pronti a dire: «Ah, in Ucraina la gente muore e tu non vuoi abbassare il calorifero! Vigliacco, qui si parla di libertà e democrazia e tu non sei pronto al più piccolo dei sacrifici!». Ora, è evidente che seguire i consigli del giornale di via Solferino non sia affatto impossibile. Anzi, alcuni accorgimenti attengono al semplice buon senso. Ma il punto non è rifiutarsi di spegnere la luce o abbassare la temperatura. Il punto è che questa mobilitazione non servirà a fermare la guerra, né a garantirci l’indipendenza energetica. In compenso, la logica binaria della mobilitazione totale ci impedisce di ragionare e di chiederci: ma per quale motivo ci viene davvero richiesto di fare tutto ciò? E se qualcuno stesse utilizzando il conflitto per avviarci a forza sulla strada della riconversione energetica? Soprattutto: in quante altre occasioni, nel prossimo futuro, verrà utilizzato un analogo ricatto morale? Con lo spauracchio del Covid ci sono stati imposti il controllo capillare e la segregazione di una buona fetta di connazionali. E, come è evidente a tutti, il virus non è stato sconfitto. La guerra servirà a farci digerire l’austerità energetica e la transizione verde? È possibile. E anche in questo caso con la «misura di cieca disperazione» non otterremo di fermare le bombe.
Ma poco importa: volete mettere quanto ci sentiremo felici e moralmente superiori non appena avremo abbassato il termosifone? Pensate: potremo addirittura recuperare le trazioni dei nostri nonni e riscoprire un’antica condizione ormai dimenticata: la povertà. Per i malefici no vax senza stipendio sarà perfino una consolazione: tanto, prima o poi, il gas e la luce glieli avrebbero tagliati comunque.
Bruxelles nasconde i soliti deliri green nel piano anti Mosca
Il nuovo piano della Commissione europea per affrancare l’Unione dai combustibili fossili provenienti dalla Russia, presentato martedì a Bruxelles, non è poi così nuovo. La strategia RePowerEu somiglia piuttosto a una versione aggiornata del piano Fitfor55, cui è stato aggiunto un ingrediente: l’urgenza. Una spolverata di «tachicrazia», insomma, ovvero quella tendenza a governare in nome della necessità e con strumenti d’urgenza, che rendono accettabile ciò che in tempi normali non sarebbe mai accettato. Il piano prevede in sintesi di accelerare sulle fonti rinnovabili, ridurre i consumi ed eliminare la Russia dall’albo dei fornitori di gas.
La sostituzione delle attuali forniture di gas dalla Russia con altre da Paesi terzi fa parte dell’improvvisata strategia di sicurezza degli approvvigionamenti che si stanno dando i governi e a questo punto diventa davvero una necessità. È sconcertante però quanto si legge nel RePowerEu, cioè che già entro quest’anno (in meno di nove mesi) sia possibile abbattere di due terzi la dipendenza dal gas russo (100 miliardi di metri cubi su 150).
Se davvero è così immediato fare a meno del gas importato dalla Siberia, perché in un’ottica di sicurezza degli approvvigionamenti ciò non è stato fatto prima? Perché ci è voluta una guerra sulla soglia di casa per accorgersi che la sicurezza strategica del continente era sbilanciata a favore di un unico soggetto esterno? Il primo nocciolo di unione in Europa nacque negli anni Cinquanta del secolo scorso proprio sui temi energetici. La sicurezza delle forniture energetiche, lo ricordiamo, è uno dei fondamenti dell’Ue, assieme all’affidabilità e al costo ragionevole. Pare evidente che siamo ben lontani, dopo 30 anni di Unione, da questi obiettivi.
Tornano alla mente le parole di Romano Prodi, quando sosteneva che l’Unione europea cresce attraverso le crisi. Oltre a dubitare sulla correttezza del termine «cresce» applicato all’Unione (meglio starebbe il termine «alligna»), si potrebbe obiettare che spesso è la stessa Unione a essere l’origine di tali crisi, o quantomeno un’importante concausa. È certamente così per quanto riguarda la crisi energetica in cui ci troviamo, iniziata ben prima dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia. Solo l’Unione europea poteva lanciare il Green deal, cioè una rivoluzione tecnologica e geopolitica epocale, senza la minima preparazione, senza un serio esame costi-benefici e senza la necessaria attenzione alle conseguenze. Per tacere dell’accelerazione imposta con il programma Fitfor55, giunto l’anno scorso nel pieno della disintegrazione delle supply chain mondiali a seguito della turbolenta ripresa post Covid. A parte le (buone?) intenzioni, era abbastanza evidente che l’affannosa ricerca di nuove materie prime e l’abbandono dei combustibili fossili da parte di un intero continente avrebbe provocato violenti sconvolgimenti nei paradigmi economici mondiali.
Oltre alla sostituzione di 60 miliardi di metri cubi di gas russo in pochi mesi semplicemente cambiando fornitore, l’altra autentica perla del programma RePowerEu è rappresentato dal «risparmio», anch’esso ottenibile in nove mesi, di ben 14 miliardi di metri cubi di gas ottenibile nell’edilizia abitativa. «Ad esempio se si abbassa di 1 ºC il termostato del riscaldamento», si premura di specificare il piano. Dunque, non si mette in discussione l’impianto generale del Green deal, che anzi viene accelerato. Né si ammette di avere sottovalutato il problema della sicurezza energetica, bensì si chiede surrettiziamente ai cittadini di entrare in un’economia di guerra, ove i beni scarseggiano. Per carità, risparmiare energia è sacrosanto ed è quanto già i nostri nonni ci raccomandavano. Ma proprio per questo c’è da chiedersi in nome di quale idea di progresso si imponga ai cittadini un piano di rinunce, soprattutto quando queste potevano essere evitate con un minimo di lungimiranza. La doverosa e piena solidarietà all’Ucraina aggredita non può far passare in secondo piano la necessità di chiedere a chi in Europa ci ha portato incautamente in questa situazione di rispondere del proprio operato. Come dovrebbe essere in una democrazia, in cui i governi rispondo all’elettorato di ciò che fanno e soprattutto, di ciò che non fanno. Ma l’Ue, come ben sappiamo, non è una democrazia.
Negli Usa, da questo punto di vista, va un po’ meglio ma non troppo. Il presidente Joe Biden si muove di fatto sulla stessa linea. L’annuncio dell’embargo americano sui prodotti petroliferi russi avrà certamente un impatto sui prezzi della benzina, già ai massimi negli Usa. Con i cittadini molto preoccupati, anziché aumentare la produzione nazionale di petrolio, Biden mantiene gli obiettivi climatici nel suo Paese e si muove all’estero per sostituire i quantitativi russi. Lo scambio avvenuto martedì tra la portavoce della Casa Bianca, Jen Psaki, e il giornalista di Fox news, Peter Doocy, su questo tema, reperibile in Rete, è particolarmente gustoso. Il Wall Street Journal ha rivelato poi che i leader di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti si sono rifiutati di parlare con il presidente americano. Un sonoro schiaffo alle ambizioni americane di costruire un fronte compatto anti russo, che dovrebbe comprendere persino il reietto Venezuela, e di frenare i prezzi del petrolio. La guerra economica in corso dalla finanza si è spostata all’energia, in attesa del prossimo fronte.
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«Abbassare il riscaldamento è come mettere la mascherina». Il commissario Josep Borrell spiega benissimo la strategia della Ue di fronte al cataclisma energia: scaricare sulle spalle dei cittadini. E intanto nel «nuovo piano» restano i vecchi deliri green. Dazi ed export contingentato: tentazione autarchia. Ma le aziende chiudono a raffica.Lo speciale comprende due articoli.Per raccontarla in maniera seria, dovremmo notare come anche per la questione ucraina venga imposta la «mobilitazione totale». Tutta la popolazione - ogni persona a modo suo - deve partecipare allo sforzo titanico contro il nemico. Per usare le parole di Ernst Jünger, «il complesso e ramificato pulsare della vita moderna viene convogliato in un sol colpo di leva nella grande corrente dell’energia bellica»: non ci si può tirare indietro, chi si sottrae alla lotta è un saprofita e un traditore. Ecco, così diremmo se volessimo prenderla seriamente. Ma siccome la serietà, ormai da tempo, non risiede in questi paraggi, tanto vale usare un linguaggio più diretto: combinano disastri e fanno pagare il conto ai comuni cittadini.La logica è esattamente (e drammaticamente) la stessa che abbiamo visto all’opera nel caso del Covid. Il nostro governo e le istituzioni internazionali non hanno saputo e potuto fermare i contagi. Anche le poche misure di sicurezza che si sarebbero potute mettere in campo nelle scuole e nel trasporto pubblico non sono state applicate, quindi le autorità hanno deciso di seguire la strada più semplice: hanno scaricato il barile a noi. Hanno stabilito, in buona sostanza, che se le infezioni si moltiplicavano era colpa degli italiani e, in particolare, di alcune categorie di untori. Prima chi usciva di casa a corricchiare, poi dei giovani che si ostinavano a perdersi nella movida, quindi dei negazionisti svalvolati e infine, come noto, dei temibili e spietati no vax.Fu il ministro Roberto Speranza, nel novembre del 2020, a dettare la linea. «I sacrifici sono duri, ma necessari per piegare la curva dei contagi», disse a proposito delle chiusure e del famigerato sistema a colori. «Quando si chiudono attività economiche e commerciali si chiedono dei sacrifici e noi siamo molto consapevoli dei sacrifici che stiamo chiedendo», precisò. «Ma sono indispensabili perché senza di questi la curva non è piegabile». In sintesi: poiché non sappiamo cosa fare, tocca a voi sacrificarvi. E, ovviamente, chi non si sacrifica (o si permette di alzare il ditino) è un sabotatore.Ebbene, il discorso pronunciato da Speranza nel 2020 ricorda in maniera agghiacciante quello snocciolato ieri dall’Alto rappresentante dell’Ue per la politica estera, Josep Borrell. «La Commissione europea«, ha detto, «con una nuova direttiva punta a tagliare di due terzi la nostra dipendenza dal gas russo, un obiettivo difficile però realizzabile se davvero ci impegneremo». Chiaro? Sarà dura, ma i sacrifici sono necessari per un fine superiore.Quali siano i sacrifici è presto detto. Secondo Borrell, rinunciare al gas russo «richiede misure macroeconomiche, misure tecniche, richiede anche che i cittadini europei abbassino il riscaldamento nei loro appartamenti, che tutti facciano uno sforzo individuale per cercare di ridurre il consumo di gas». Visto? Il meccanismo è totalmente sovrapponibile. «Siamo nel pieno di un dramma», ci viene detto, «e gli unici che possono risolverlo siete voi». Il virus? Se vi comporterete bene lo batteremo. La guerra? Se farete qualche sacrificio finirà.Certo, qualcuno potrebbe pensare che paragonare la pandemia al conflitto sia ingiusto e irrispettoso, ma il punto è che a legare le due cose è proprio il signor Borrell. A suo dire, dobbiamo abbassare il riscaldamento «un po’ come tagliamo il consumo dell’acqua quando c’è la siccità. O esattamente come ci mettiamo una mascherina per poter fare fronte al virus. Quello che abbiamo fatto contro il Covid-19 dobbiamo farlo in favore dell’Ucraina. Dev’essere una mobilitazione degli spiriti, dei comportamenti individuali, con un impegno collettivo per cercare di fare fronte a un compito che sicuramente ha una portata storica». Eccola lì: mobilitazione degli spiriti, mobilitazione totale, assetto di guerra anche se non siamo in guerra, o almeno non direttamente e ufficialmente. Tutti dovete fare la vostra parte per sconfiggere il comune nemico!Alcuni quotidiani già forniscono succinti manuali di sopravvivenza, proprio come consigliavano i tamponi prima delle cene di Natale. Il Corriere della Sera, ad esempio, spiega che «per consumare meno energia e meno gas» possiamo, tra le altre cose, recuperare «le buone abitudini dei nonni, spegnere la luce quando si esce da una stanza, non lasciare scorrere l’acqua calda inutilmente e non eccedere con i termosifoni. Ne guadagneranno la bolletta, l’ambiente e anche il fabbisogno di gas». Preveniamo l’obiezione, anche perché ci sono già in circolazione i soliti volonterosi pronti a dire: «Ah, in Ucraina la gente muore e tu non vuoi abbassare il calorifero! Vigliacco, qui si parla di libertà e democrazia e tu non sei pronto al più piccolo dei sacrifici!». Ora, è evidente che seguire i consigli del giornale di via Solferino non sia affatto impossibile. Anzi, alcuni accorgimenti attengono al semplice buon senso. Ma il punto non è rifiutarsi di spegnere la luce o abbassare la temperatura. Il punto è che questa mobilitazione non servirà a fermare la guerra, né a garantirci l’indipendenza energetica. In compenso, la logica binaria della mobilitazione totale ci impedisce di ragionare e di chiederci: ma per quale motivo ci viene davvero richiesto di fare tutto ciò? E se qualcuno stesse utilizzando il conflitto per avviarci a forza sulla strada della riconversione energetica? Soprattutto: in quante altre occasioni, nel prossimo futuro, verrà utilizzato un analogo ricatto morale? Con lo spauracchio del Covid ci sono stati imposti il controllo capillare e la segregazione di una buona fetta di connazionali. E, come è evidente a tutti, il virus non è stato sconfitto. La guerra servirà a farci digerire l’austerità energetica e la transizione verde? È possibile. E anche in questo caso con la «misura di cieca disperazione» non otterremo di fermare le bombe.Ma poco importa: volete mettere quanto ci sentiremo felici e moralmente superiori non appena avremo abbassato il termosifone? Pensate: potremo addirittura recuperare le trazioni dei nostri nonni e riscoprire un’antica condizione ormai dimenticata: la povertà. Per i malefici no vax senza stipendio sarà perfino una consolazione: tanto, prima o poi, il gas e la luce glieli avrebbero tagliati comunque.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lue-porta-il-metodo-covid-in-guerra-spegnere-i-caloriferi-e-la-nuova-ffp2-2656897483.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="bruxelles-nasconde-i-soliti-deliri-green-nel-piano-anti-mosca" data-post-id="2656897483" data-published-at="1646861225" data-use-pagination="False"> Bruxelles nasconde i soliti deliri green nel piano anti Mosca Il nuovo piano della Commissione europea per affrancare l’Unione dai combustibili fossili provenienti dalla Russia, presentato martedì a Bruxelles, non è poi così nuovo. La strategia RePowerEu somiglia piuttosto a una versione aggiornata del piano Fitfor55, cui è stato aggiunto un ingrediente: l’urgenza. Una spolverata di «tachicrazia», insomma, ovvero quella tendenza a governare in nome della necessità e con strumenti d’urgenza, che rendono accettabile ciò che in tempi normali non sarebbe mai accettato. Il piano prevede in sintesi di accelerare sulle fonti rinnovabili, ridurre i consumi ed eliminare la Russia dall’albo dei fornitori di gas. La sostituzione delle attuali forniture di gas dalla Russia con altre da Paesi terzi fa parte dell’improvvisata strategia di sicurezza degli approvvigionamenti che si stanno dando i governi e a questo punto diventa davvero una necessità. È sconcertante però quanto si legge nel RePowerEu, cioè che già entro quest’anno (in meno di nove mesi) sia possibile abbattere di due terzi la dipendenza dal gas russo (100 miliardi di metri cubi su 150). Se davvero è così immediato fare a meno del gas importato dalla Siberia, perché in un’ottica di sicurezza degli approvvigionamenti ciò non è stato fatto prima? Perché ci è voluta una guerra sulla soglia di casa per accorgersi che la sicurezza strategica del continente era sbilanciata a favore di un unico soggetto esterno? Il primo nocciolo di unione in Europa nacque negli anni Cinquanta del secolo scorso proprio sui temi energetici. La sicurezza delle forniture energetiche, lo ricordiamo, è uno dei fondamenti dell’Ue, assieme all’affidabilità e al costo ragionevole. Pare evidente che siamo ben lontani, dopo 30 anni di Unione, da questi obiettivi. Tornano alla mente le parole di Romano Prodi, quando sosteneva che l’Unione europea cresce attraverso le crisi. Oltre a dubitare sulla correttezza del termine «cresce» applicato all’Unione (meglio starebbe il termine «alligna»), si potrebbe obiettare che spesso è la stessa Unione a essere l’origine di tali crisi, o quantomeno un’importante concausa. È certamente così per quanto riguarda la crisi energetica in cui ci troviamo, iniziata ben prima dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia. Solo l’Unione europea poteva lanciare il Green deal, cioè una rivoluzione tecnologica e geopolitica epocale, senza la minima preparazione, senza un serio esame costi-benefici e senza la necessaria attenzione alle conseguenze. Per tacere dell’accelerazione imposta con il programma Fitfor55, giunto l’anno scorso nel pieno della disintegrazione delle supply chain mondiali a seguito della turbolenta ripresa post Covid. A parte le (buone?) intenzioni, era abbastanza evidente che l’affannosa ricerca di nuove materie prime e l’abbandono dei combustibili fossili da parte di un intero continente avrebbe provocato violenti sconvolgimenti nei paradigmi economici mondiali. Oltre alla sostituzione di 60 miliardi di metri cubi di gas russo in pochi mesi semplicemente cambiando fornitore, l’altra autentica perla del programma RePowerEu è rappresentato dal «risparmio», anch’esso ottenibile in nove mesi, di ben 14 miliardi di metri cubi di gas ottenibile nell’edilizia abitativa. «Ad esempio se si abbassa di 1 ºC il termostato del riscaldamento», si premura di specificare il piano. Dunque, non si mette in discussione l’impianto generale del Green deal, che anzi viene accelerato. Né si ammette di avere sottovalutato il problema della sicurezza energetica, bensì si chiede surrettiziamente ai cittadini di entrare in un’economia di guerra, ove i beni scarseggiano. Per carità, risparmiare energia è sacrosanto ed è quanto già i nostri nonni ci raccomandavano. Ma proprio per questo c’è da chiedersi in nome di quale idea di progresso si imponga ai cittadini un piano di rinunce, soprattutto quando queste potevano essere evitate con un minimo di lungimiranza. La doverosa e piena solidarietà all’Ucraina aggredita non può far passare in secondo piano la necessità di chiedere a chi in Europa ci ha portato incautamente in questa situazione di rispondere del proprio operato. Come dovrebbe essere in una democrazia, in cui i governi rispondo all’elettorato di ciò che fanno e soprattutto, di ciò che non fanno. Ma l’Ue, come ben sappiamo, non è una democrazia. Negli Usa, da questo punto di vista, va un po’ meglio ma non troppo. Il presidente Joe Biden si muove di fatto sulla stessa linea. L’annuncio dell’embargo americano sui prodotti petroliferi russi avrà certamente un impatto sui prezzi della benzina, già ai massimi negli Usa. Con i cittadini molto preoccupati, anziché aumentare la produzione nazionale di petrolio, Biden mantiene gli obiettivi climatici nel suo Paese e si muove all’estero per sostituire i quantitativi russi. Lo scambio avvenuto martedì tra la portavoce della Casa Bianca, Jen Psaki, e il giornalista di Fox news, Peter Doocy, su questo tema, reperibile in Rete, è particolarmente gustoso. Il Wall Street Journal ha rivelato poi che i leader di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti si sono rifiutati di parlare con il presidente americano. Un sonoro schiaffo alle ambizioni americane di costruire un fronte compatto anti russo, che dovrebbe comprendere persino il reietto Venezuela, e di frenare i prezzi del petrolio. La guerra economica in corso dalla finanza si è spostata all’energia, in attesa del prossimo fronte.
Ggli impianti nucleari indiani di Kalpakkam (Getty Images)
Il reattore autofertilizzante segna una svolta per Nuova Delhi: meno dipendenza dall’uranio, più autonomia energetica e tecnologica. Un modello costruito in decenni che rafforza il peso geopolitico indiano mentre l’Europa resta in bilico sul nucleare.
Per anni il programma nucleare indiano è stato descritto come ambizioso, autonomo e spesso lento. È una lettura superficiale. In realtà, Nuova Delhi ha seguito una traiettoria coerente, costruita attorno a vincoli strutturali, indipendenza tecnologica e autonomia strategica. Ciò che sta prendendo forma a Kalpakkam rappresenta il punto di arrivo di questa strategia.
Il progresso del reattore veloce autofertilizzante sviluppato presso l’Indira Gandhi Centre for Atomic Research non è un semplice incremento di capacità energetica. È il passaggio decisivo verso un modello nucleare concepito per superare i limiti strutturali dell’India.
L’India non dispone di grandi riserve di uranio. Possiede invece torio in abbondanza. Da qui nasce la logica del programma nucleare a tre fasi: prima i reattori ad acqua pesante, poi i reattori autofertilizzanti, infine un ciclo basato sul torio.
Kalpakkam si colloca esattamente in questo snodo.
Il reattore veloce consente di produrre più materiale fissile di quanto ne consumi. In altri termini, crea il presupposto per rendere sostenibile un sistema energetico nucleare nel lungo periodo. Non è un progresso incrementale, ma una trasformazione strutturale.
La tecnologia dei reattori veloci è complessa e costosa. Molti Paesi l’hanno abbandonata perché potevano contare su abbondanti risorse di uranio. L’India no.
Il fatto che Nuova Delhi sia arrivata a questo punto con capacità prevalentemente indigene segnala tre elementi. Una maturazione industriale. L’India è oggi tra i pochi Paesi in grado di gestire l’intero ciclo di tecnologie nucleari avanzate. Una ridefinizione della sicurezza energetica. I reattori autofertilizzanti estendono drasticamente la disponibilità di combustibile. Un’affermazione di sovranità tecnologica. Dopo decenni di restrizioni e regimi di controllo, il Paese dimostra di poter sviluppare autonomamente tecnologie critiche.
Il significato di Kalpakkam si comprende pienamente se inserito nel contesto del rapporto con gli Stati Uniti. L’accordo nucleare civile del 2008 ha posto fine all’isolamento tecnologico dell’India, aprendo l’accesso ai mercati internazionali. Eppure Nuova Delhi ha scelto di non abbandonare il proprio percorso.
Kalpakkam dimostra che l’India non è un semplice acquirente di tecnologia occidentale, ma un attore con una propria traiettoria. Questo rafforza la sua posizione negoziale. Nei confronti di Washington, l’India si presenta come partner, non come dipendente.
In Europa, e in particolare in Italia, il nucleare torna lentamente al centro del dibattito. Anni di dipendenza dal gas importato e shock energetici hanno cambiato il quadro. L’Italia ha rinunciato al nucleare, ma resta esposta ai flussi energetici esterni. Il tema non è più ideologico. È strategico.
Kalpakkam evidenzia un contrasto netto. Mentre l’Europa discute se rientrare nel nucleare, l’India è prossima a completare una fase avanzata del proprio programma. Non si tratta di replicare il modello indiano, ma di cogliere una lezione: la sicurezza energetica richiede visione di lungo periodo e continuità politica.
Lo Stretto di Hormuz resta uno dei punti più vulnerabili del sistema energetico globale. Qualsiasi tensione in quell’area si traduce immediatamente in volatilità dei prezzi e instabilità. Gli shock recenti lo hanno dimostrato.
In questo contesto il nucleare cambia natura. Non è solo una fonte a basse emissioni. È uno strumento di stabilità strategica.
Kalpakkam riduce l’esposizione dell’India a queste vulnerabilità. Estendendo il ciclo del combustibile e limitando la dipendenza da importazioni, rafforza la resilienza del sistema energetico.
Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, il messaggio è chiaro. Un sistema energetico fondato su dipendenze esterne è intrinsecamente fragile. Diversificare non basta. Serve costruire capacità interne.
Kalpakkam non è un evento spettacolare. Non produce l’impatto simbolico di un accordo o di un lancio. È il risultato di una strategia coerente, perseguita per decenni. Pochi Paesi riescono a mantenere una tale continuità nelle politiche tecnologiche.
Restano sfide. I reattori veloci richiedono disciplina operativa e investimenti. Ma si tratta di problemi legati alla fase di consolidamento, non di incertezza.
Kalpakkam segna il passaggio da un programma nucleare promettente a una capacità strutturale. In un contesto globale segnato da rotte energetiche fragili, competizione geopolitica e shock ricorrenti, questa capacità assume un valore che va ben oltre la produzione di energia. È una leva strategica.
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Il cambio di passo politico è evidente. Con il governo Merz, Berlino ha avviato una revisione profonda del proprio paradigma, approvando un piano straordinario su difesa e infrastrutture che rompe con decenni di rigore fiscale. Tuttavia, la traiettoria macro resta fragile: crescita del Pil ridimensionata allo 0,5% e margini fiscali a rischio dispersione, come segnalato dalla Bundesbank. Anche sul fronte corporate, le aspettative si sono raffreddate: la crescita degli utili attesa per il 2026 è scesa dal 20% al 12%. Il mercato azionario riflette una frattura interna: l’indice Dax, trainato da multinazionali globali, ha sovraperformato nettamente l’Mdax, espressione dell’economia domestica. Secondo Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «il divario tra Dax e Mdax è la prova della crisi profonda. Mentre alcuni giganti si salvano grazie all’export extra-Ue, molte medie imprese sono schiacciate da burocrazia, tassi di interesse elevati e un euro troppo forte per un’economia in stagnazione».
Il nodo più critico resta l’automotive. Colossi come Volkswagen e Bmw stanno perdendo terreno rispetto ai competitor cinesi nell’elettrico, dove il vantaggio tecnologico e di scala è ormai evidente. In parallelo, settori legati alla nuova politica industriale mostrano dinamiche opposte: Rheinmetall e Hochtief hanno registrato performance straordinarie, così come Siemens Energy, spinta dal ciclo globale dell’elettrificazione. Sul piano strutturale, la riforma più sottovalutata riguarda il risparmio previdenziale. Il superamento del modello Riester introduce una svolta: maggiore esposizione ad asset rischiosi e apertura a Etf e azioni. La «Frühstart-Rente» segna un tentativo di finanziarizzazione diffusa del risparmio. «Perché gli analisti guardano con interesse a questa mossa? Perché si passa da un risparmio “morto”», spiega Gaziano, «a un afflusso di capitali potenzialmente fresco e ricorrente verso il mercato azionario. È un cambiamento anche culturale: lo Stato tedesco spinge i cittadini a diventare azionisti e, come accade in Francia o Gran Bretagna, consente di usare gli Etf per farsi la pensione. Roba che in Italia sembra fantascienza, visti gli interessi in campo di banche e reti e governi di tutti i colori che si preoccupano più di compiacere le lobby del settore piuttosto che favorire gli interessi dei risparmiatori».
Le implicazioni per l’asset management sono rilevanti. Player come Dws Group e Amundi, insieme a gruppi assicurativi come Allianz, sono posizionati per intercettare nuovi flussi. E così è anche Deutsche Borse, con un modello di business anti-fragile.
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Stalin (Ansa)
Secondo l’interpretazione dello storico Alain Besançon, il comunismo non può essere ridotto a semplice alleato contingente del nazismo, ma ne rappresenta piuttosto una sorta di «gemello eterozigote»: due sistemi diversi nelle forme e nelle giustificazioni ideologiche, ma accomunati da una radice totalitaria e da una simile concezione del potere assoluto. Come gli Horcrux custodiscono frammenti di un’anima corrotta, così alcune ideologie del Novecento hanno disseminato nel tempo e nello spazio elementi persistenti di violenza, repressione e negazione dell’individuo e antisemitismo camuffato da compassione selettiva. Anche quando una di queste forme storiche è crollata, i suoi presupposti o le sue conseguenze hanno continuato a riemergere in contesti diversi, trasformandosi e adattandosi.
L’analogia non va presa alla lettera, ma aiuta a visualizzare la capacità di certe strutture ideologiche di sopravvivere alla propria apparente sconfitta. In questa prospettiva, il rapporto tra nazismo e comunismo non è solo quello di due finti nemici storici, ma di due veri alleati: i due sistemi che si sono spartiti la Polonia come un panino, che hanno condannato a morte tutti gli ebrei che erano scappati in Unione Sovietica, che hanno permesso al Terzo Reich le guerre lampo grazie alle forniture di materie prime che arrivavano sottocosto da Stalin. Pur contrapponendosi, hanno condiviso tratti profondi: il controllo totale della società, la soppressione del dissenso, l’uso sistematico della paura. Definirli «gemelli» significa riconoscere che entrambi hanno incarnato, in modi diversi, una stessa deriva del pensiero politico moderno. Così, come nel mondo narrativo gli Horcrux rendono difficile la sconfitta definitiva del male, nella storia reale certe idee e pratiche continuano a lasciare tracce, richiedendo uno sforzo costante di comprensione critica e vigilanza per impedirne il ritorno sotto nuove forme.
Una delle forme di ritorno del nazifascismo è l’antifascismo. La liberazione celebrata il 25 aprile fu un’occupazione militare in conseguenza a una guerra persa. La guerra la fece, la cominciò, la dichiarò l’Italia che con poche eccezioni era entusiasticamente fascista. Il fascismo permetteva di dividere tra noi, buoni, e loro, cattivi. Permetteva di insultare, permetteva di disprezzare. Era pura e gratuita arroganza. Permetteva di uccidere impunemente, per esempio Matteotti. Il 25 aprile pomeriggio tutti furono antifascisti. L’antifascismo era semplicemente arroganza, divideva tra noi e loro, noi e buoni e loro cattivi, permetteva impunemente di uccidere, per esempio il filosofo Gentile. Il fascismo fu un fenomeno ripugnante. L’antifascismo ha ancora una dignità o è ormai un fenomeno ripugnante? I conti mai fatti con il sangue dei vinti, l’incapacità a condannare il comunismo, firmatario del patto Ribbentrop-Molotov, dittatura atroce e senza giustificazioni, le distanze mai prese dal terrorismo rosso, l’affetto mai rinnegato per il terrorismo palestinese rendono l’antifascismo uno dei contenitori grazie al quale l’anima frammentata del mostro traversa i decenni, speriamo non i secoli. Che i morti seppelliscano i morti. I sette fratelli Govoni massacrati nella seconda strage di Cento possono seppellire i sette fratelli Cervi?
La Costituzione nata con l’antifascismo non è anticomunista. Non ha evitato scempi come per esempio via Lenin, via Che Guevara, via Mao. La Costituzione nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità di protezione delle libertà elementari dell’individuo, come si è visto nella dittatura pandemica, durante la quale sono stati violati anche i trattati di Norimberga, Helsinki e Oviedo. La nostra Corte costituzionale ha evidenziato come la Costituzione non sia stata violata in queste imposizioni gravissime: la nostra Costituzione è deficitaria, non protegge nemmeno la libertà dell’individuo a non essere costretto ad ammalarsi per fare da cavia e da fornitore di denaro alle grandi case farmaceutiche. La Costituzione è nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità nella protezione del rispetto della fede religiosa dell’individuo, costringendo persone credenti o semplicemente etiche, a pagare con le loro tasse, l’aborto volontario, imposizione che queste persone, io per prima, trovano ripugnante. La nostra Costituzione permette che tre cittadini al giorno vengano incarcerati innocenti perché la loro innocenza sia forse riconosciuta dopo mesi, se non dopo anni, e che nessuno paghi per questi errori tragici. Questa è un’eredità diretta dal fascismo. Il momento è venuto di liberarci del fascismo e di tutti i suoi retaggi.
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