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2022-03-10
Metodo Covid per la crisi Ucraina
Josep Borrell (Ansa)
Per raccontarla in maniera seria, dovremmo notare come anche per la questione ucraina venga imposta la «mobilitazione totale». Tutta la popolazione - ogni persona a modo suo - deve partecipare allo sforzo titanico contro il nemico. Per usare le parole di Ernst Jünger, «il complesso e ramificato pulsare della vita moderna viene convogliato in un sol colpo di leva nella grande corrente dell’energia bellica»: non ci si può tirare indietro, chi si sottrae alla lotta è un saprofita e un traditore. Ecco, così diremmo se volessimo prenderla seriamente. Ma siccome la serietà, ormai da tempo, non risiede in questi paraggi, tanto vale usare un linguaggio più diretto: combinano disastri e fanno pagare il conto ai comuni cittadini.
La logica è esattamente (e drammaticamente) la stessa che abbiamo visto all’opera nel caso del Covid. Il nostro governo e le istituzioni internazionali non hanno saputo e potuto fermare i contagi. Anche le poche misure di sicurezza che si sarebbero potute mettere in campo nelle scuole e nel trasporto pubblico non sono state applicate, quindi le autorità hanno deciso di seguire la strada più semplice: hanno scaricato il barile a noi. Hanno stabilito, in buona sostanza, che se le infezioni si moltiplicavano era colpa degli italiani e, in particolare, di alcune categorie di untori. Prima chi usciva di casa a corricchiare, poi dei giovani che si ostinavano a perdersi nella movida, quindi dei negazionisti svalvolati e infine, come noto, dei temibili e spietati no vax.
Fu il ministro Roberto Speranza, nel novembre del 2020, a dettare la linea. «I sacrifici sono duri, ma necessari per piegare la curva dei contagi», disse a proposito delle chiusure e del famigerato sistema a colori. «Quando si chiudono attività economiche e commerciali si chiedono dei sacrifici e noi siamo molto consapevoli dei sacrifici che stiamo chiedendo», precisò. «Ma sono indispensabili perché senza di questi la curva non è piegabile». In sintesi: poiché non sappiamo cosa fare, tocca a voi sacrificarvi. E, ovviamente, chi non si sacrifica (o si permette di alzare il ditino) è un sabotatore.
Ebbene, il discorso pronunciato da Speranza nel 2020 ricorda in maniera agghiacciante quello snocciolato ieri dall’Alto rappresentante dell’Ue per la politica estera, Josep Borrell. «La Commissione europea«, ha detto, «con una nuova direttiva punta a tagliare di due terzi la nostra dipendenza dal gas russo, un obiettivo difficile però realizzabile se davvero ci impegneremo». Chiaro? Sarà dura, ma i sacrifici sono necessari per un fine superiore.
Quali siano i sacrifici è presto detto. Secondo Borrell, rinunciare al gas russo «richiede misure macroeconomiche, misure tecniche, richiede anche che i cittadini europei abbassino il riscaldamento nei loro appartamenti, che tutti facciano uno sforzo individuale per cercare di ridurre il consumo di gas». Visto? Il meccanismo è totalmente sovrapponibile. «Siamo nel pieno di un dramma», ci viene detto, «e gli unici che possono risolverlo siete voi». Il virus? Se vi comporterete bene lo batteremo. La guerra? Se farete qualche sacrificio finirà.
Certo, qualcuno potrebbe pensare che paragonare la pandemia al conflitto sia ingiusto e irrispettoso, ma il punto è che a legare le due cose è proprio il signor Borrell. A suo dire, dobbiamo abbassare il riscaldamento «un po’ come tagliamo il consumo dell’acqua quando c’è la siccità. O esattamente come ci mettiamo una mascherina per poter fare fronte al virus. Quello che abbiamo fatto contro il Covid-19 dobbiamo farlo in favore dell’Ucraina. Dev’essere una mobilitazione degli spiriti, dei comportamenti individuali, con un impegno collettivo per cercare di fare fronte a un compito che sicuramente ha una portata storica». Eccola lì: mobilitazione degli spiriti, mobilitazione totale, assetto di guerra anche se non siamo in guerra, o almeno non direttamente e ufficialmente. Tutti dovete fare la vostra parte per sconfiggere il comune nemico!
Alcuni quotidiani già forniscono succinti manuali di sopravvivenza, proprio come consigliavano i tamponi prima delle cene di Natale. Il Corriere della Sera, ad esempio, spiega che «per consumare meno energia e meno gas» possiamo, tra le altre cose, recuperare «le buone abitudini dei nonni, spegnere la luce quando si esce da una stanza, non lasciare scorrere l’acqua calda inutilmente e non eccedere con i termosifoni. Ne guadagneranno la bolletta, l’ambiente e anche il fabbisogno di gas».
Preveniamo l’obiezione, anche perché ci sono già in circolazione i soliti volonterosi pronti a dire: «Ah, in Ucraina la gente muore e tu non vuoi abbassare il calorifero! Vigliacco, qui si parla di libertà e democrazia e tu non sei pronto al più piccolo dei sacrifici!». Ora, è evidente che seguire i consigli del giornale di via Solferino non sia affatto impossibile. Anzi, alcuni accorgimenti attengono al semplice buon senso. Ma il punto non è rifiutarsi di spegnere la luce o abbassare la temperatura. Il punto è che questa mobilitazione non servirà a fermare la guerra, né a garantirci l’indipendenza energetica. In compenso, la logica binaria della mobilitazione totale ci impedisce di ragionare e di chiederci: ma per quale motivo ci viene davvero richiesto di fare tutto ciò? E se qualcuno stesse utilizzando il conflitto per avviarci a forza sulla strada della riconversione energetica? Soprattutto: in quante altre occasioni, nel prossimo futuro, verrà utilizzato un analogo ricatto morale? Con lo spauracchio del Covid ci sono stati imposti il controllo capillare e la segregazione di una buona fetta di connazionali. E, come è evidente a tutti, il virus non è stato sconfitto. La guerra servirà a farci digerire l’austerità energetica e la transizione verde? È possibile. E anche in questo caso con la «misura di cieca disperazione» non otterremo di fermare le bombe.
Ma poco importa: volete mettere quanto ci sentiremo felici e moralmente superiori non appena avremo abbassato il termosifone? Pensate: potremo addirittura recuperare le trazioni dei nostri nonni e riscoprire un’antica condizione ormai dimenticata: la povertà. Per i malefici no vax senza stipendio sarà perfino una consolazione: tanto, prima o poi, il gas e la luce glieli avrebbero tagliati comunque.
Bruxelles nasconde i soliti deliri green nel piano anti Mosca
Il nuovo piano della Commissione europea per affrancare l’Unione dai combustibili fossili provenienti dalla Russia, presentato martedì a Bruxelles, non è poi così nuovo. La strategia RePowerEu somiglia piuttosto a una versione aggiornata del piano Fitfor55, cui è stato aggiunto un ingrediente: l’urgenza. Una spolverata di «tachicrazia», insomma, ovvero quella tendenza a governare in nome della necessità e con strumenti d’urgenza, che rendono accettabile ciò che in tempi normali non sarebbe mai accettato. Il piano prevede in sintesi di accelerare sulle fonti rinnovabili, ridurre i consumi ed eliminare la Russia dall’albo dei fornitori di gas.
La sostituzione delle attuali forniture di gas dalla Russia con altre da Paesi terzi fa parte dell’improvvisata strategia di sicurezza degli approvvigionamenti che si stanno dando i governi e a questo punto diventa davvero una necessità. È sconcertante però quanto si legge nel RePowerEu, cioè che già entro quest’anno (in meno di nove mesi) sia possibile abbattere di due terzi la dipendenza dal gas russo (100 miliardi di metri cubi su 150).
Se davvero è così immediato fare a meno del gas importato dalla Siberia, perché in un’ottica di sicurezza degli approvvigionamenti ciò non è stato fatto prima? Perché ci è voluta una guerra sulla soglia di casa per accorgersi che la sicurezza strategica del continente era sbilanciata a favore di un unico soggetto esterno? Il primo nocciolo di unione in Europa nacque negli anni Cinquanta del secolo scorso proprio sui temi energetici. La sicurezza delle forniture energetiche, lo ricordiamo, è uno dei fondamenti dell’Ue, assieme all’affidabilità e al costo ragionevole. Pare evidente che siamo ben lontani, dopo 30 anni di Unione, da questi obiettivi.
Tornano alla mente le parole di Romano Prodi, quando sosteneva che l’Unione europea cresce attraverso le crisi. Oltre a dubitare sulla correttezza del termine «cresce» applicato all’Unione (meglio starebbe il termine «alligna»), si potrebbe obiettare che spesso è la stessa Unione a essere l’origine di tali crisi, o quantomeno un’importante concausa. È certamente così per quanto riguarda la crisi energetica in cui ci troviamo, iniziata ben prima dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia. Solo l’Unione europea poteva lanciare il Green deal, cioè una rivoluzione tecnologica e geopolitica epocale, senza la minima preparazione, senza un serio esame costi-benefici e senza la necessaria attenzione alle conseguenze. Per tacere dell’accelerazione imposta con il programma Fitfor55, giunto l’anno scorso nel pieno della disintegrazione delle supply chain mondiali a seguito della turbolenta ripresa post Covid. A parte le (buone?) intenzioni, era abbastanza evidente che l’affannosa ricerca di nuove materie prime e l’abbandono dei combustibili fossili da parte di un intero continente avrebbe provocato violenti sconvolgimenti nei paradigmi economici mondiali.
Oltre alla sostituzione di 60 miliardi di metri cubi di gas russo in pochi mesi semplicemente cambiando fornitore, l’altra autentica perla del programma RePowerEu è rappresentato dal «risparmio», anch’esso ottenibile in nove mesi, di ben 14 miliardi di metri cubi di gas ottenibile nell’edilizia abitativa. «Ad esempio se si abbassa di 1 ºC il termostato del riscaldamento», si premura di specificare il piano. Dunque, non si mette in discussione l’impianto generale del Green deal, che anzi viene accelerato. Né si ammette di avere sottovalutato il problema della sicurezza energetica, bensì si chiede surrettiziamente ai cittadini di entrare in un’economia di guerra, ove i beni scarseggiano. Per carità, risparmiare energia è sacrosanto ed è quanto già i nostri nonni ci raccomandavano. Ma proprio per questo c’è da chiedersi in nome di quale idea di progresso si imponga ai cittadini un piano di rinunce, soprattutto quando queste potevano essere evitate con un minimo di lungimiranza. La doverosa e piena solidarietà all’Ucraina aggredita non può far passare in secondo piano la necessità di chiedere a chi in Europa ci ha portato incautamente in questa situazione di rispondere del proprio operato. Come dovrebbe essere in una democrazia, in cui i governi rispondo all’elettorato di ciò che fanno e soprattutto, di ciò che non fanno. Ma l’Ue, come ben sappiamo, non è una democrazia.
Negli Usa, da questo punto di vista, va un po’ meglio ma non troppo. Il presidente Joe Biden si muove di fatto sulla stessa linea. L’annuncio dell’embargo americano sui prodotti petroliferi russi avrà certamente un impatto sui prezzi della benzina, già ai massimi negli Usa. Con i cittadini molto preoccupati, anziché aumentare la produzione nazionale di petrolio, Biden mantiene gli obiettivi climatici nel suo Paese e si muove all’estero per sostituire i quantitativi russi. Lo scambio avvenuto martedì tra la portavoce della Casa Bianca, Jen Psaki, e il giornalista di Fox news, Peter Doocy, su questo tema, reperibile in Rete, è particolarmente gustoso. Il Wall Street Journal ha rivelato poi che i leader di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti si sono rifiutati di parlare con il presidente americano. Un sonoro schiaffo alle ambizioni americane di costruire un fronte compatto anti russo, che dovrebbe comprendere persino il reietto Venezuela, e di frenare i prezzi del petrolio. La guerra economica in corso dalla finanza si è spostata all’energia, in attesa del prossimo fronte.
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«Abbassare il riscaldamento è come mettere la mascherina». Il commissario Josep Borrell spiega benissimo la strategia della Ue di fronte al cataclisma energia: scaricare sulle spalle dei cittadini. E intanto nel «nuovo piano» restano i vecchi deliri green. Dazi ed export contingentato: tentazione autarchia. Ma le aziende chiudono a raffica.Lo speciale comprende due articoli.Per raccontarla in maniera seria, dovremmo notare come anche per la questione ucraina venga imposta la «mobilitazione totale». Tutta la popolazione - ogni persona a modo suo - deve partecipare allo sforzo titanico contro il nemico. Per usare le parole di Ernst Jünger, «il complesso e ramificato pulsare della vita moderna viene convogliato in un sol colpo di leva nella grande corrente dell’energia bellica»: non ci si può tirare indietro, chi si sottrae alla lotta è un saprofita e un traditore. Ecco, così diremmo se volessimo prenderla seriamente. Ma siccome la serietà, ormai da tempo, non risiede in questi paraggi, tanto vale usare un linguaggio più diretto: combinano disastri e fanno pagare il conto ai comuni cittadini.La logica è esattamente (e drammaticamente) la stessa che abbiamo visto all’opera nel caso del Covid. Il nostro governo e le istituzioni internazionali non hanno saputo e potuto fermare i contagi. Anche le poche misure di sicurezza che si sarebbero potute mettere in campo nelle scuole e nel trasporto pubblico non sono state applicate, quindi le autorità hanno deciso di seguire la strada più semplice: hanno scaricato il barile a noi. Hanno stabilito, in buona sostanza, che se le infezioni si moltiplicavano era colpa degli italiani e, in particolare, di alcune categorie di untori. Prima chi usciva di casa a corricchiare, poi dei giovani che si ostinavano a perdersi nella movida, quindi dei negazionisti svalvolati e infine, come noto, dei temibili e spietati no vax.Fu il ministro Roberto Speranza, nel novembre del 2020, a dettare la linea. «I sacrifici sono duri, ma necessari per piegare la curva dei contagi», disse a proposito delle chiusure e del famigerato sistema a colori. «Quando si chiudono attività economiche e commerciali si chiedono dei sacrifici e noi siamo molto consapevoli dei sacrifici che stiamo chiedendo», precisò. «Ma sono indispensabili perché senza di questi la curva non è piegabile». In sintesi: poiché non sappiamo cosa fare, tocca a voi sacrificarvi. E, ovviamente, chi non si sacrifica (o si permette di alzare il ditino) è un sabotatore.Ebbene, il discorso pronunciato da Speranza nel 2020 ricorda in maniera agghiacciante quello snocciolato ieri dall’Alto rappresentante dell’Ue per la politica estera, Josep Borrell. «La Commissione europea«, ha detto, «con una nuova direttiva punta a tagliare di due terzi la nostra dipendenza dal gas russo, un obiettivo difficile però realizzabile se davvero ci impegneremo». Chiaro? Sarà dura, ma i sacrifici sono necessari per un fine superiore.Quali siano i sacrifici è presto detto. Secondo Borrell, rinunciare al gas russo «richiede misure macroeconomiche, misure tecniche, richiede anche che i cittadini europei abbassino il riscaldamento nei loro appartamenti, che tutti facciano uno sforzo individuale per cercare di ridurre il consumo di gas». Visto? Il meccanismo è totalmente sovrapponibile. «Siamo nel pieno di un dramma», ci viene detto, «e gli unici che possono risolverlo siete voi». Il virus? Se vi comporterete bene lo batteremo. La guerra? Se farete qualche sacrificio finirà.Certo, qualcuno potrebbe pensare che paragonare la pandemia al conflitto sia ingiusto e irrispettoso, ma il punto è che a legare le due cose è proprio il signor Borrell. A suo dire, dobbiamo abbassare il riscaldamento «un po’ come tagliamo il consumo dell’acqua quando c’è la siccità. O esattamente come ci mettiamo una mascherina per poter fare fronte al virus. Quello che abbiamo fatto contro il Covid-19 dobbiamo farlo in favore dell’Ucraina. Dev’essere una mobilitazione degli spiriti, dei comportamenti individuali, con un impegno collettivo per cercare di fare fronte a un compito che sicuramente ha una portata storica». Eccola lì: mobilitazione degli spiriti, mobilitazione totale, assetto di guerra anche se non siamo in guerra, o almeno non direttamente e ufficialmente. Tutti dovete fare la vostra parte per sconfiggere il comune nemico!Alcuni quotidiani già forniscono succinti manuali di sopravvivenza, proprio come consigliavano i tamponi prima delle cene di Natale. Il Corriere della Sera, ad esempio, spiega che «per consumare meno energia e meno gas» possiamo, tra le altre cose, recuperare «le buone abitudini dei nonni, spegnere la luce quando si esce da una stanza, non lasciare scorrere l’acqua calda inutilmente e non eccedere con i termosifoni. Ne guadagneranno la bolletta, l’ambiente e anche il fabbisogno di gas». Preveniamo l’obiezione, anche perché ci sono già in circolazione i soliti volonterosi pronti a dire: «Ah, in Ucraina la gente muore e tu non vuoi abbassare il calorifero! Vigliacco, qui si parla di libertà e democrazia e tu non sei pronto al più piccolo dei sacrifici!». Ora, è evidente che seguire i consigli del giornale di via Solferino non sia affatto impossibile. Anzi, alcuni accorgimenti attengono al semplice buon senso. Ma il punto non è rifiutarsi di spegnere la luce o abbassare la temperatura. Il punto è che questa mobilitazione non servirà a fermare la guerra, né a garantirci l’indipendenza energetica. In compenso, la logica binaria della mobilitazione totale ci impedisce di ragionare e di chiederci: ma per quale motivo ci viene davvero richiesto di fare tutto ciò? E se qualcuno stesse utilizzando il conflitto per avviarci a forza sulla strada della riconversione energetica? Soprattutto: in quante altre occasioni, nel prossimo futuro, verrà utilizzato un analogo ricatto morale? Con lo spauracchio del Covid ci sono stati imposti il controllo capillare e la segregazione di una buona fetta di connazionali. E, come è evidente a tutti, il virus non è stato sconfitto. La guerra servirà a farci digerire l’austerità energetica e la transizione verde? È possibile. E anche in questo caso con la «misura di cieca disperazione» non otterremo di fermare le bombe.Ma poco importa: volete mettere quanto ci sentiremo felici e moralmente superiori non appena avremo abbassato il termosifone? Pensate: potremo addirittura recuperare le trazioni dei nostri nonni e riscoprire un’antica condizione ormai dimenticata: la povertà. Per i malefici no vax senza stipendio sarà perfino una consolazione: tanto, prima o poi, il gas e la luce glieli avrebbero tagliati comunque.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lue-porta-il-metodo-covid-in-guerra-spegnere-i-caloriferi-e-la-nuova-ffp2-2656897483.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="bruxelles-nasconde-i-soliti-deliri-green-nel-piano-anti-mosca" data-post-id="2656897483" data-published-at="1646861225" data-use-pagination="False"> Bruxelles nasconde i soliti deliri green nel piano anti Mosca Il nuovo piano della Commissione europea per affrancare l’Unione dai combustibili fossili provenienti dalla Russia, presentato martedì a Bruxelles, non è poi così nuovo. La strategia RePowerEu somiglia piuttosto a una versione aggiornata del piano Fitfor55, cui è stato aggiunto un ingrediente: l’urgenza. Una spolverata di «tachicrazia», insomma, ovvero quella tendenza a governare in nome della necessità e con strumenti d’urgenza, che rendono accettabile ciò che in tempi normali non sarebbe mai accettato. Il piano prevede in sintesi di accelerare sulle fonti rinnovabili, ridurre i consumi ed eliminare la Russia dall’albo dei fornitori di gas. La sostituzione delle attuali forniture di gas dalla Russia con altre da Paesi terzi fa parte dell’improvvisata strategia di sicurezza degli approvvigionamenti che si stanno dando i governi e a questo punto diventa davvero una necessità. È sconcertante però quanto si legge nel RePowerEu, cioè che già entro quest’anno (in meno di nove mesi) sia possibile abbattere di due terzi la dipendenza dal gas russo (100 miliardi di metri cubi su 150). Se davvero è così immediato fare a meno del gas importato dalla Siberia, perché in un’ottica di sicurezza degli approvvigionamenti ciò non è stato fatto prima? Perché ci è voluta una guerra sulla soglia di casa per accorgersi che la sicurezza strategica del continente era sbilanciata a favore di un unico soggetto esterno? Il primo nocciolo di unione in Europa nacque negli anni Cinquanta del secolo scorso proprio sui temi energetici. La sicurezza delle forniture energetiche, lo ricordiamo, è uno dei fondamenti dell’Ue, assieme all’affidabilità e al costo ragionevole. Pare evidente che siamo ben lontani, dopo 30 anni di Unione, da questi obiettivi. Tornano alla mente le parole di Romano Prodi, quando sosteneva che l’Unione europea cresce attraverso le crisi. Oltre a dubitare sulla correttezza del termine «cresce» applicato all’Unione (meglio starebbe il termine «alligna»), si potrebbe obiettare che spesso è la stessa Unione a essere l’origine di tali crisi, o quantomeno un’importante concausa. È certamente così per quanto riguarda la crisi energetica in cui ci troviamo, iniziata ben prima dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia. Solo l’Unione europea poteva lanciare il Green deal, cioè una rivoluzione tecnologica e geopolitica epocale, senza la minima preparazione, senza un serio esame costi-benefici e senza la necessaria attenzione alle conseguenze. Per tacere dell’accelerazione imposta con il programma Fitfor55, giunto l’anno scorso nel pieno della disintegrazione delle supply chain mondiali a seguito della turbolenta ripresa post Covid. A parte le (buone?) intenzioni, era abbastanza evidente che l’affannosa ricerca di nuove materie prime e l’abbandono dei combustibili fossili da parte di un intero continente avrebbe provocato violenti sconvolgimenti nei paradigmi economici mondiali. Oltre alla sostituzione di 60 miliardi di metri cubi di gas russo in pochi mesi semplicemente cambiando fornitore, l’altra autentica perla del programma RePowerEu è rappresentato dal «risparmio», anch’esso ottenibile in nove mesi, di ben 14 miliardi di metri cubi di gas ottenibile nell’edilizia abitativa. «Ad esempio se si abbassa di 1 ºC il termostato del riscaldamento», si premura di specificare il piano. Dunque, non si mette in discussione l’impianto generale del Green deal, che anzi viene accelerato. Né si ammette di avere sottovalutato il problema della sicurezza energetica, bensì si chiede surrettiziamente ai cittadini di entrare in un’economia di guerra, ove i beni scarseggiano. Per carità, risparmiare energia è sacrosanto ed è quanto già i nostri nonni ci raccomandavano. Ma proprio per questo c’è da chiedersi in nome di quale idea di progresso si imponga ai cittadini un piano di rinunce, soprattutto quando queste potevano essere evitate con un minimo di lungimiranza. La doverosa e piena solidarietà all’Ucraina aggredita non può far passare in secondo piano la necessità di chiedere a chi in Europa ci ha portato incautamente in questa situazione di rispondere del proprio operato. Come dovrebbe essere in una democrazia, in cui i governi rispondo all’elettorato di ciò che fanno e soprattutto, di ciò che non fanno. Ma l’Ue, come ben sappiamo, non è una democrazia. Negli Usa, da questo punto di vista, va un po’ meglio ma non troppo. Il presidente Joe Biden si muove di fatto sulla stessa linea. L’annuncio dell’embargo americano sui prodotti petroliferi russi avrà certamente un impatto sui prezzi della benzina, già ai massimi negli Usa. Con i cittadini molto preoccupati, anziché aumentare la produzione nazionale di petrolio, Biden mantiene gli obiettivi climatici nel suo Paese e si muove all’estero per sostituire i quantitativi russi. Lo scambio avvenuto martedì tra la portavoce della Casa Bianca, Jen Psaki, e il giornalista di Fox news, Peter Doocy, su questo tema, reperibile in Rete, è particolarmente gustoso. Il Wall Street Journal ha rivelato poi che i leader di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti si sono rifiutati di parlare con il presidente americano. Un sonoro schiaffo alle ambizioni americane di costruire un fronte compatto anti russo, che dovrebbe comprendere persino il reietto Venezuela, e di frenare i prezzi del petrolio. La guerra economica in corso dalla finanza si è spostata all’energia, in attesa del prossimo fronte.
Ditonellapiaga e Tony Pitony si esibiscono sul palco del teatro Ariston (Ansa)
La serata delle cover, con i duetti tra concorrenti e ospiti, è la più attesa del Festival. A incuriosire sono gli abbinamenti e la scelta dei brani. L’Ariston risponde con entusiasmo: tra omaggi, energia e qualche azzardo, ecco le pagelle della serata.
Elettra Lamborghini con Las Ketchup 6,5 Aserejé, tormentone primi Duemila, è perfetta per tenere vivo il clima di festa creato dal medley di Laura Pausini. L’Ariston ha voglia di divertirsi. Fasciate in uno sgargiante abito lungo trasmettono spensieratezza. Frizzanti.
Alessandro Siani 6,5 Arriva da Napoli, come cinque dei cantanti in gara e chissà se c’entra la caccia all’audience. Il ping-pong con Carlo Conti sui motivi, istituzionali e giocosi, perché Sanremo è Sanremo è una bella idea, ma è appena abbozzata. Timido.
Bianca Balti 8 Un anno dopo, con i capelli, elegante e sorridente. «Sono qua per godermela, non solo per me, ma per tutte le persone che hanno sofferto come me». E «sono innamoratissima». Entusiasta.
Malika Ayane con Claudio Santamaria 4,5 Quando si sceglie Mi sei scoppiato dentro il cuore di Mina bisogna pensarci 10 volte. Inevitabile balzi all’orecchio ciò che manca. E lo scoppio floppa. Temerari.
Bambole di pezza con Cristina D’Avena 6 per l’impegno Sembrano copiare i Maneskin senza riuscirci e questo la dice tutta. Infatti, il meglio lo danno quando citano Whole lotta love dei Led Zeppelin. Ma perché non hanno proposto quella? Confuse.
Tommaso Paradiso con Stadio 7,5 Una sferzata di rock visionario e apocalittico atterra all’Ariston con L’ultima luna di Lucio Dalla. Gaetano Curreri non ha la voce giusta, Tommaso sì. Di culto.
Michele Bravi con Fiorella Mannoia 5 Per la scelta di Domani è un altro giorno di Ornella Vanoni vale quanto detto per il brano di Mina: si sente il vuoto. Non c’è il carisma, non c’è la drammaticità, non c’è la voce piena dell’interprete originale. Pazienza.
Tredici Pietro con Galeffi, Fudasca & The Band 8,5 Il figlio d’arte cresce e si muove meglio ogni sera. Figurarsi se spunta papà Gianni che Vita la cantava con Lucio Dalla. Chissenefregadeimoralisti.
Maria Antonietta & Colombre con Brunori Sas 8 la voce di Colombre si avvicina a quella di Jimmy Fontana di Il mondo e il confronto con una delle più belle canzoni della musica italiana non è penalizzante. Plausibili.
Fulminacci con Francesca Fagnani 6,5 Qui è più teatro che musica, ma citare Mina e Alberto Lupo di Parole parole dà i brividi. Si può accettare solo in un copione scanzonato e autoironico. Coraggiosi.
LDA e Aka 7even con Tullio De Piscopo 7,5 A 80 anni l’energia e il feeling di De Piscopo sono intatti. E fa tutta la differenza cantare la cover con il suo inventore. L’Ariston continua a fare festa. Andamento veloce.
J-Ax con Ligera County Fam 8 All star de Milan: Cochi Ponzoni (senza Renato Pozzetto) Paolo Rossi, Paolo Jannacci, Ale & Franz accompagnano il rapper. Felicemente sgangherati.
Ditonellapiaga con Tony Pitony 8,5 Parrucca rosa e maschera di plastica. Cabaret anni Quaranta, jazz americano, Broadway, Quartetto Cetra. Con The Lady is a tramp un’altra scarica di energia. E si balla.
Caterina Caselli 9 Emozionata. Ancora con la sua voce metallica e contundente. Non smette di ringraziare le persone dalle quali ha imparato. Interprete, scopritrice di talenti, produttrice discografica, artista completa. Magnetica.
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I veicoli dei talebani controllano la sicurezza a un posto di blocco vicino al confine tra Pakistan e Afghanistan a Nangarhar (Ansa)
L’aviazione pachistana la settimana scorsa aveva condotto una serie di attacchi aerei in Afghanistan, colpendo alcuni campi di addestramento per terroristi. Il bilancio era stato di 18 morti e 7 feriti secondo il governo talebano, che aveva convocato l'ambasciatore del Pakistan a Kabul. Era così iniziata quella che in gergo si definisce come una guerra a bassa intensità con continue «scaramucce» sul confine che avvevano comunque provocato morti e feriti. Il governo del primo ministro Shehbaz Sharif ha deciso per un attacco in grande stile con missili terra-aria su uffici, caserme e centri di addestramento del regime talebano che non ha una contraerea in grado di difendere il territorio. Gli studenti coranici avevano «ereditato» dagli americani, al loro abbandono dell’Afghanistan, una serie di aerei ed elicotteri, molti dei quali danneggiati e ormai inservibili. Sul confine si sono moltiplicate le battaglie fra le truppe di terra, ma le cifre di morti e feriti divergono sensibilmente. Islamabad ha dichiarato di aver colpito 22 obiettivi militari e che sono stati uccisi 274 funzionari e militanti talebani. Stando a quanto dichiarato dal portavoce delle forze armate pachistane sarebbero stati solamente 12 i militari caduti negli scontri. Il ministro della Difesa dei talebani ha detto che l’aeronautica militare del ministero della Difesa nazionale ha condotto attacchi aerei coordinati contro un accampamento militare vicino a Faizabad, a Islamabad, una base militare a Nowshera, posizioni militari a Jamrud, mentre Zabihullah Mujahid, portavoce del governo talebano, ha subito indetto una conferenza stampa per annunciare che 55 soldati pachistani erano stati uccisi e 19 postazioni conquistate, mentre 8 combattenti talebani erano caduti. Numeri ovviamente incontrollabili, ma appare difficile credere che la cadente aviazione dell’Afghanistan possa aver ottenuto questi risultati. Zabihullah Mujahid, ha aggiunto di voler subito ricorrere al dialogo per risolvere il conflitto con il vicino Pakistan, sottolineando la necessità di una soluzione pacifica e continuando a sperare che il problema venga risolto senza altra violenza. Il portavoce talebano ha respinto le accuse di Islamabad di essere coinvolti negli attacchi terroristici, rispondendo che sono invece loro che sostengono lo Stato islamico che combatte, sotto il nome di Isis K, per abbattere l’emirato dei talebani. Se proseguisse, lo scontro militare sembrerebbe avere un esito certo, perché le forze armate pachistane dispongono di oltre mezzo milione di uomini e di una forza aerea efficiente, oltre ad un arsenale atomico. L’Afghanistan dichiara di avere 150.000 combattenti, ma non si tratta di un vero e proprio esercito, bensì di milizie abituate soltanto alla guerriglia irregolare. Il fronte però è più ampio di quello che potrebbe sembrare perché il ministro della Difesa di Islamabad ha accusato l’India di avere influenza politica sui talebani. Nuova Delhi ha respinto le accuse, denunciando un piano pachistano per destabilizzare il subcontinente indiano. La Cina e la Russia, unica nazione che ha ufficialmente riconosciuto l’emirato dell’Afghanistan, sono al lavoro per una soluzione diplomatica di un conflitto che potrebbe destabilizzare l’intera Asia centrale.
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Matteo Del Fante (Ansa)
L’amministratore delegato sorride tra numeri e strategie, mentre la stima per il 2026 promette ulteriori crescite: «Abbiamo rafforzato la nostra politica dei dividendi», dice, e non è un dettaglio da poco: la cedola proposta sale del 16%, arrivando a 1,25 euro per azione, a testimonianza di un’azienda che non vuole solo correre, ma premiare chi le ha dato fiducia. A dare contenuto a questo risultati soprattutto la finanza e la logistica, con il primato nella consegna dei pacchi.
Il futuro, però, non sono solo conti e percentuali: è anche digitale, innovativo e strategico. Del Fante non si limita a parlare di numeri, ma racconta un percorso di trasformazione che intreccia Poste con Tim, «una partnership che non è mirata a un guadagno immediato ma alla creazione di valore durevole e sostenibile per entrambi i gruppi». Il filo conduttore? Sinergie, integrazione e visione a lungo termine. E per dare concretezza alle parole, la riorganizzazione di gruppo in corso prevede un hub finanziario integrato, dove PostePay e BancoPosta dialogheranno fianco a fianco attraverso la fusione delle rispettive attività. Business come energia e telecomunicazioni saranno distribuiti dalla rete degli sportelli Poste. E non si tratta di semplice fantasia digitale: la nuova super-app di Poste, fiore all’occhiello del 2025, è diventata un fenomeno nazionale, con oltre quattro milioni di utenti giornalieri, la più utilizzata tra gli algoritmi proposti da un’azienda italiana. L’Intelligenza artificiale non è un concetto fumoso: Del Fante la indica come «un acceleratore di crescita chiave» del piano strategico pluriennale che verrà presentato entro il 2026, pronto a inaugurare una nuova stagione dopo nove anni di evoluzioni continue.
I numeri del bilancio restano sotto i riflettori: i ricavi di gruppo hanno raggiunto 13,1 miliardi, in crescita del 4% rispetto al 2024. Il margine operativo tocca i 3,2 miliardi, con un balzo del 10%, e l’utile netto segna 2,2 miliardi, anche questo con un +10%, in anticipo sui target del piano 2024-28. Dalle parole di Del Fante emerge che Poste non solo cresce, ma lo fa stabilmente, costruendo le basi per guardare oltre, fino al 2026: i ricavi sono previsti a 13,5 miliardi, il margine operativo superiore a 3,3 miliardi e l’utile netto (esclusa la partecipazione in Tim) a 2,3 miliardi. Anche i dividendi resteranno generosi, con una percentuale di assegnazione ai soci superiore al 70% degli utili. Da aggiungere un piccolo extra legato all’arrivo del dividendo Tim stimato in cento milioni di euro a partire dal 2027.
Proprio dal gruppo telefonico arriva una novità nella governance. Adrian Calaza, ex direttore finanziario di Tim, è il nuovo presidente di Tim Brasil dove già ricopriva il ruolo di consigliere. Prende il posto di Nicandro Durante. In consiglio entra anche Camillo Greco, direttore finanziario di Poste Italiane. Nell’illustrazione dei conti da parte di Matteo Del Fante manca, naturalmente, il capitolo «grandi manovre»: tra le priorità c’è l’acquisizione del 20% del Polo strategico nazionale da Cdp, un investimento contenuto ma strategico per supportare Tim nella migrazione della pubblica amministrazione italiana verso il cloud. Insomma, tra numeri da record e strategie a lungo termine, Poste italiane si conferma un gigante in movimento: non solo un’azienda di servizi postali e finanziari, ma un ecosistema digitale in piena espansione, pronto a cavalcare la tecnologia, l’Intelligenza artificiale e le sinergie industriali. Matteo Del Fante lo annuncia a tutta la comunità finanziaria che l’ascolta durante la conference call: il 2025 è stato eccezionale, ma l’avventura è appena all’inizio.
Il riflesso dell’uso dell’Ia si vedrà anche sul fronte dei dipendenti: le assunzioni annuali nei centri aziendali nel 2026 si stimano in calo del 15% rispetto alla media degli ultimi quattro anni. Con Tim, di cui è primo socio, Poste ha aperto vari tavoli. I risparmi attesi si aggirano sui cento milioni.
A inizio del prossimo anno, Poste attende, inoltre, completare la riorganizzazione con la creazione di un hub finanziario e la fusione di BancoPosta con PostePay. «A seguito di questa fusione deterremo il business energia e tlc a livello di capogruppo», ha detto l’ad, spiegando il progetto di creazione dell’hub finanziario. L’Intelligenza artificiale sarà cruciale nello sviluppo previsto. Nel servizio clienti ha permesso la riduzione dei costi del 30%. Sono attesi altri 30 milioni entro i prossimi quattro anni. Inoltre, sono stimati fino a circa 100 milioni di euro di risparmio annuo sui costi It.
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