True
2022-03-10
Metodo Covid per la crisi Ucraina
Josep Borrell (Ansa)
Per raccontarla in maniera seria, dovremmo notare come anche per la questione ucraina venga imposta la «mobilitazione totale». Tutta la popolazione - ogni persona a modo suo - deve partecipare allo sforzo titanico contro il nemico. Per usare le parole di Ernst Jünger, «il complesso e ramificato pulsare della vita moderna viene convogliato in un sol colpo di leva nella grande corrente dell’energia bellica»: non ci si può tirare indietro, chi si sottrae alla lotta è un saprofita e un traditore. Ecco, così diremmo se volessimo prenderla seriamente. Ma siccome la serietà, ormai da tempo, non risiede in questi paraggi, tanto vale usare un linguaggio più diretto: combinano disastri e fanno pagare il conto ai comuni cittadini.
La logica è esattamente (e drammaticamente) la stessa che abbiamo visto all’opera nel caso del Covid. Il nostro governo e le istituzioni internazionali non hanno saputo e potuto fermare i contagi. Anche le poche misure di sicurezza che si sarebbero potute mettere in campo nelle scuole e nel trasporto pubblico non sono state applicate, quindi le autorità hanno deciso di seguire la strada più semplice: hanno scaricato il barile a noi. Hanno stabilito, in buona sostanza, che se le infezioni si moltiplicavano era colpa degli italiani e, in particolare, di alcune categorie di untori. Prima chi usciva di casa a corricchiare, poi dei giovani che si ostinavano a perdersi nella movida, quindi dei negazionisti svalvolati e infine, come noto, dei temibili e spietati no vax.
Fu il ministro Roberto Speranza, nel novembre del 2020, a dettare la linea. «I sacrifici sono duri, ma necessari per piegare la curva dei contagi», disse a proposito delle chiusure e del famigerato sistema a colori. «Quando si chiudono attività economiche e commerciali si chiedono dei sacrifici e noi siamo molto consapevoli dei sacrifici che stiamo chiedendo», precisò. «Ma sono indispensabili perché senza di questi la curva non è piegabile». In sintesi: poiché non sappiamo cosa fare, tocca a voi sacrificarvi. E, ovviamente, chi non si sacrifica (o si permette di alzare il ditino) è un sabotatore.
Ebbene, il discorso pronunciato da Speranza nel 2020 ricorda in maniera agghiacciante quello snocciolato ieri dall’Alto rappresentante dell’Ue per la politica estera, Josep Borrell. «La Commissione europea«, ha detto, «con una nuova direttiva punta a tagliare di due terzi la nostra dipendenza dal gas russo, un obiettivo difficile però realizzabile se davvero ci impegneremo». Chiaro? Sarà dura, ma i sacrifici sono necessari per un fine superiore.
Quali siano i sacrifici è presto detto. Secondo Borrell, rinunciare al gas russo «richiede misure macroeconomiche, misure tecniche, richiede anche che i cittadini europei abbassino il riscaldamento nei loro appartamenti, che tutti facciano uno sforzo individuale per cercare di ridurre il consumo di gas». Visto? Il meccanismo è totalmente sovrapponibile. «Siamo nel pieno di un dramma», ci viene detto, «e gli unici che possono risolverlo siete voi». Il virus? Se vi comporterete bene lo batteremo. La guerra? Se farete qualche sacrificio finirà.
Certo, qualcuno potrebbe pensare che paragonare la pandemia al conflitto sia ingiusto e irrispettoso, ma il punto è che a legare le due cose è proprio il signor Borrell. A suo dire, dobbiamo abbassare il riscaldamento «un po’ come tagliamo il consumo dell’acqua quando c’è la siccità. O esattamente come ci mettiamo una mascherina per poter fare fronte al virus. Quello che abbiamo fatto contro il Covid-19 dobbiamo farlo in favore dell’Ucraina. Dev’essere una mobilitazione degli spiriti, dei comportamenti individuali, con un impegno collettivo per cercare di fare fronte a un compito che sicuramente ha una portata storica». Eccola lì: mobilitazione degli spiriti, mobilitazione totale, assetto di guerra anche se non siamo in guerra, o almeno non direttamente e ufficialmente. Tutti dovete fare la vostra parte per sconfiggere il comune nemico!
Alcuni quotidiani già forniscono succinti manuali di sopravvivenza, proprio come consigliavano i tamponi prima delle cene di Natale. Il Corriere della Sera, ad esempio, spiega che «per consumare meno energia e meno gas» possiamo, tra le altre cose, recuperare «le buone abitudini dei nonni, spegnere la luce quando si esce da una stanza, non lasciare scorrere l’acqua calda inutilmente e non eccedere con i termosifoni. Ne guadagneranno la bolletta, l’ambiente e anche il fabbisogno di gas».
Preveniamo l’obiezione, anche perché ci sono già in circolazione i soliti volonterosi pronti a dire: «Ah, in Ucraina la gente muore e tu non vuoi abbassare il calorifero! Vigliacco, qui si parla di libertà e democrazia e tu non sei pronto al più piccolo dei sacrifici!». Ora, è evidente che seguire i consigli del giornale di via Solferino non sia affatto impossibile. Anzi, alcuni accorgimenti attengono al semplice buon senso. Ma il punto non è rifiutarsi di spegnere la luce o abbassare la temperatura. Il punto è che questa mobilitazione non servirà a fermare la guerra, né a garantirci l’indipendenza energetica. In compenso, la logica binaria della mobilitazione totale ci impedisce di ragionare e di chiederci: ma per quale motivo ci viene davvero richiesto di fare tutto ciò? E se qualcuno stesse utilizzando il conflitto per avviarci a forza sulla strada della riconversione energetica? Soprattutto: in quante altre occasioni, nel prossimo futuro, verrà utilizzato un analogo ricatto morale? Con lo spauracchio del Covid ci sono stati imposti il controllo capillare e la segregazione di una buona fetta di connazionali. E, come è evidente a tutti, il virus non è stato sconfitto. La guerra servirà a farci digerire l’austerità energetica e la transizione verde? È possibile. E anche in questo caso con la «misura di cieca disperazione» non otterremo di fermare le bombe.
Ma poco importa: volete mettere quanto ci sentiremo felici e moralmente superiori non appena avremo abbassato il termosifone? Pensate: potremo addirittura recuperare le trazioni dei nostri nonni e riscoprire un’antica condizione ormai dimenticata: la povertà. Per i malefici no vax senza stipendio sarà perfino una consolazione: tanto, prima o poi, il gas e la luce glieli avrebbero tagliati comunque.
Bruxelles nasconde i soliti deliri green nel piano anti Mosca
Il nuovo piano della Commissione europea per affrancare l’Unione dai combustibili fossili provenienti dalla Russia, presentato martedì a Bruxelles, non è poi così nuovo. La strategia RePowerEu somiglia piuttosto a una versione aggiornata del piano Fitfor55, cui è stato aggiunto un ingrediente: l’urgenza. Una spolverata di «tachicrazia», insomma, ovvero quella tendenza a governare in nome della necessità e con strumenti d’urgenza, che rendono accettabile ciò che in tempi normali non sarebbe mai accettato. Il piano prevede in sintesi di accelerare sulle fonti rinnovabili, ridurre i consumi ed eliminare la Russia dall’albo dei fornitori di gas.
La sostituzione delle attuali forniture di gas dalla Russia con altre da Paesi terzi fa parte dell’improvvisata strategia di sicurezza degli approvvigionamenti che si stanno dando i governi e a questo punto diventa davvero una necessità. È sconcertante però quanto si legge nel RePowerEu, cioè che già entro quest’anno (in meno di nove mesi) sia possibile abbattere di due terzi la dipendenza dal gas russo (100 miliardi di metri cubi su 150).
Se davvero è così immediato fare a meno del gas importato dalla Siberia, perché in un’ottica di sicurezza degli approvvigionamenti ciò non è stato fatto prima? Perché ci è voluta una guerra sulla soglia di casa per accorgersi che la sicurezza strategica del continente era sbilanciata a favore di un unico soggetto esterno? Il primo nocciolo di unione in Europa nacque negli anni Cinquanta del secolo scorso proprio sui temi energetici. La sicurezza delle forniture energetiche, lo ricordiamo, è uno dei fondamenti dell’Ue, assieme all’affidabilità e al costo ragionevole. Pare evidente che siamo ben lontani, dopo 30 anni di Unione, da questi obiettivi.
Tornano alla mente le parole di Romano Prodi, quando sosteneva che l’Unione europea cresce attraverso le crisi. Oltre a dubitare sulla correttezza del termine «cresce» applicato all’Unione (meglio starebbe il termine «alligna»), si potrebbe obiettare che spesso è la stessa Unione a essere l’origine di tali crisi, o quantomeno un’importante concausa. È certamente così per quanto riguarda la crisi energetica in cui ci troviamo, iniziata ben prima dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia. Solo l’Unione europea poteva lanciare il Green deal, cioè una rivoluzione tecnologica e geopolitica epocale, senza la minima preparazione, senza un serio esame costi-benefici e senza la necessaria attenzione alle conseguenze. Per tacere dell’accelerazione imposta con il programma Fitfor55, giunto l’anno scorso nel pieno della disintegrazione delle supply chain mondiali a seguito della turbolenta ripresa post Covid. A parte le (buone?) intenzioni, era abbastanza evidente che l’affannosa ricerca di nuove materie prime e l’abbandono dei combustibili fossili da parte di un intero continente avrebbe provocato violenti sconvolgimenti nei paradigmi economici mondiali.
Oltre alla sostituzione di 60 miliardi di metri cubi di gas russo in pochi mesi semplicemente cambiando fornitore, l’altra autentica perla del programma RePowerEu è rappresentato dal «risparmio», anch’esso ottenibile in nove mesi, di ben 14 miliardi di metri cubi di gas ottenibile nell’edilizia abitativa. «Ad esempio se si abbassa di 1 ºC il termostato del riscaldamento», si premura di specificare il piano. Dunque, non si mette in discussione l’impianto generale del Green deal, che anzi viene accelerato. Né si ammette di avere sottovalutato il problema della sicurezza energetica, bensì si chiede surrettiziamente ai cittadini di entrare in un’economia di guerra, ove i beni scarseggiano. Per carità, risparmiare energia è sacrosanto ed è quanto già i nostri nonni ci raccomandavano. Ma proprio per questo c’è da chiedersi in nome di quale idea di progresso si imponga ai cittadini un piano di rinunce, soprattutto quando queste potevano essere evitate con un minimo di lungimiranza. La doverosa e piena solidarietà all’Ucraina aggredita non può far passare in secondo piano la necessità di chiedere a chi in Europa ci ha portato incautamente in questa situazione di rispondere del proprio operato. Come dovrebbe essere in una democrazia, in cui i governi rispondo all’elettorato di ciò che fanno e soprattutto, di ciò che non fanno. Ma l’Ue, come ben sappiamo, non è una democrazia.
Negli Usa, da questo punto di vista, va un po’ meglio ma non troppo. Il presidente Joe Biden si muove di fatto sulla stessa linea. L’annuncio dell’embargo americano sui prodotti petroliferi russi avrà certamente un impatto sui prezzi della benzina, già ai massimi negli Usa. Con i cittadini molto preoccupati, anziché aumentare la produzione nazionale di petrolio, Biden mantiene gli obiettivi climatici nel suo Paese e si muove all’estero per sostituire i quantitativi russi. Lo scambio avvenuto martedì tra la portavoce della Casa Bianca, Jen Psaki, e il giornalista di Fox news, Peter Doocy, su questo tema, reperibile in Rete, è particolarmente gustoso. Il Wall Street Journal ha rivelato poi che i leader di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti si sono rifiutati di parlare con il presidente americano. Un sonoro schiaffo alle ambizioni americane di costruire un fronte compatto anti russo, che dovrebbe comprendere persino il reietto Venezuela, e di frenare i prezzi del petrolio. La guerra economica in corso dalla finanza si è spostata all’energia, in attesa del prossimo fronte.
Continua a leggereRiduci
«Abbassare il riscaldamento è come mettere la mascherina». Il commissario Josep Borrell spiega benissimo la strategia della Ue di fronte al cataclisma energia: scaricare sulle spalle dei cittadini. E intanto nel «nuovo piano» restano i vecchi deliri green. Dazi ed export contingentato: tentazione autarchia. Ma le aziende chiudono a raffica.Lo speciale comprende due articoli.Per raccontarla in maniera seria, dovremmo notare come anche per la questione ucraina venga imposta la «mobilitazione totale». Tutta la popolazione - ogni persona a modo suo - deve partecipare allo sforzo titanico contro il nemico. Per usare le parole di Ernst Jünger, «il complesso e ramificato pulsare della vita moderna viene convogliato in un sol colpo di leva nella grande corrente dell’energia bellica»: non ci si può tirare indietro, chi si sottrae alla lotta è un saprofita e un traditore. Ecco, così diremmo se volessimo prenderla seriamente. Ma siccome la serietà, ormai da tempo, non risiede in questi paraggi, tanto vale usare un linguaggio più diretto: combinano disastri e fanno pagare il conto ai comuni cittadini.La logica è esattamente (e drammaticamente) la stessa che abbiamo visto all’opera nel caso del Covid. Il nostro governo e le istituzioni internazionali non hanno saputo e potuto fermare i contagi. Anche le poche misure di sicurezza che si sarebbero potute mettere in campo nelle scuole e nel trasporto pubblico non sono state applicate, quindi le autorità hanno deciso di seguire la strada più semplice: hanno scaricato il barile a noi. Hanno stabilito, in buona sostanza, che se le infezioni si moltiplicavano era colpa degli italiani e, in particolare, di alcune categorie di untori. Prima chi usciva di casa a corricchiare, poi dei giovani che si ostinavano a perdersi nella movida, quindi dei negazionisti svalvolati e infine, come noto, dei temibili e spietati no vax.Fu il ministro Roberto Speranza, nel novembre del 2020, a dettare la linea. «I sacrifici sono duri, ma necessari per piegare la curva dei contagi», disse a proposito delle chiusure e del famigerato sistema a colori. «Quando si chiudono attività economiche e commerciali si chiedono dei sacrifici e noi siamo molto consapevoli dei sacrifici che stiamo chiedendo», precisò. «Ma sono indispensabili perché senza di questi la curva non è piegabile». In sintesi: poiché non sappiamo cosa fare, tocca a voi sacrificarvi. E, ovviamente, chi non si sacrifica (o si permette di alzare il ditino) è un sabotatore.Ebbene, il discorso pronunciato da Speranza nel 2020 ricorda in maniera agghiacciante quello snocciolato ieri dall’Alto rappresentante dell’Ue per la politica estera, Josep Borrell. «La Commissione europea«, ha detto, «con una nuova direttiva punta a tagliare di due terzi la nostra dipendenza dal gas russo, un obiettivo difficile però realizzabile se davvero ci impegneremo». Chiaro? Sarà dura, ma i sacrifici sono necessari per un fine superiore.Quali siano i sacrifici è presto detto. Secondo Borrell, rinunciare al gas russo «richiede misure macroeconomiche, misure tecniche, richiede anche che i cittadini europei abbassino il riscaldamento nei loro appartamenti, che tutti facciano uno sforzo individuale per cercare di ridurre il consumo di gas». Visto? Il meccanismo è totalmente sovrapponibile. «Siamo nel pieno di un dramma», ci viene detto, «e gli unici che possono risolverlo siete voi». Il virus? Se vi comporterete bene lo batteremo. La guerra? Se farete qualche sacrificio finirà.Certo, qualcuno potrebbe pensare che paragonare la pandemia al conflitto sia ingiusto e irrispettoso, ma il punto è che a legare le due cose è proprio il signor Borrell. A suo dire, dobbiamo abbassare il riscaldamento «un po’ come tagliamo il consumo dell’acqua quando c’è la siccità. O esattamente come ci mettiamo una mascherina per poter fare fronte al virus. Quello che abbiamo fatto contro il Covid-19 dobbiamo farlo in favore dell’Ucraina. Dev’essere una mobilitazione degli spiriti, dei comportamenti individuali, con un impegno collettivo per cercare di fare fronte a un compito che sicuramente ha una portata storica». Eccola lì: mobilitazione degli spiriti, mobilitazione totale, assetto di guerra anche se non siamo in guerra, o almeno non direttamente e ufficialmente. Tutti dovete fare la vostra parte per sconfiggere il comune nemico!Alcuni quotidiani già forniscono succinti manuali di sopravvivenza, proprio come consigliavano i tamponi prima delle cene di Natale. Il Corriere della Sera, ad esempio, spiega che «per consumare meno energia e meno gas» possiamo, tra le altre cose, recuperare «le buone abitudini dei nonni, spegnere la luce quando si esce da una stanza, non lasciare scorrere l’acqua calda inutilmente e non eccedere con i termosifoni. Ne guadagneranno la bolletta, l’ambiente e anche il fabbisogno di gas». Preveniamo l’obiezione, anche perché ci sono già in circolazione i soliti volonterosi pronti a dire: «Ah, in Ucraina la gente muore e tu non vuoi abbassare il calorifero! Vigliacco, qui si parla di libertà e democrazia e tu non sei pronto al più piccolo dei sacrifici!». Ora, è evidente che seguire i consigli del giornale di via Solferino non sia affatto impossibile. Anzi, alcuni accorgimenti attengono al semplice buon senso. Ma il punto non è rifiutarsi di spegnere la luce o abbassare la temperatura. Il punto è che questa mobilitazione non servirà a fermare la guerra, né a garantirci l’indipendenza energetica. In compenso, la logica binaria della mobilitazione totale ci impedisce di ragionare e di chiederci: ma per quale motivo ci viene davvero richiesto di fare tutto ciò? E se qualcuno stesse utilizzando il conflitto per avviarci a forza sulla strada della riconversione energetica? Soprattutto: in quante altre occasioni, nel prossimo futuro, verrà utilizzato un analogo ricatto morale? Con lo spauracchio del Covid ci sono stati imposti il controllo capillare e la segregazione di una buona fetta di connazionali. E, come è evidente a tutti, il virus non è stato sconfitto. La guerra servirà a farci digerire l’austerità energetica e la transizione verde? È possibile. E anche in questo caso con la «misura di cieca disperazione» non otterremo di fermare le bombe.Ma poco importa: volete mettere quanto ci sentiremo felici e moralmente superiori non appena avremo abbassato il termosifone? Pensate: potremo addirittura recuperare le trazioni dei nostri nonni e riscoprire un’antica condizione ormai dimenticata: la povertà. Per i malefici no vax senza stipendio sarà perfino una consolazione: tanto, prima o poi, il gas e la luce glieli avrebbero tagliati comunque.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lue-porta-il-metodo-covid-in-guerra-spegnere-i-caloriferi-e-la-nuova-ffp2-2656897483.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="bruxelles-nasconde-i-soliti-deliri-green-nel-piano-anti-mosca" data-post-id="2656897483" data-published-at="1646861225" data-use-pagination="False"> Bruxelles nasconde i soliti deliri green nel piano anti Mosca Il nuovo piano della Commissione europea per affrancare l’Unione dai combustibili fossili provenienti dalla Russia, presentato martedì a Bruxelles, non è poi così nuovo. La strategia RePowerEu somiglia piuttosto a una versione aggiornata del piano Fitfor55, cui è stato aggiunto un ingrediente: l’urgenza. Una spolverata di «tachicrazia», insomma, ovvero quella tendenza a governare in nome della necessità e con strumenti d’urgenza, che rendono accettabile ciò che in tempi normali non sarebbe mai accettato. Il piano prevede in sintesi di accelerare sulle fonti rinnovabili, ridurre i consumi ed eliminare la Russia dall’albo dei fornitori di gas. La sostituzione delle attuali forniture di gas dalla Russia con altre da Paesi terzi fa parte dell’improvvisata strategia di sicurezza degli approvvigionamenti che si stanno dando i governi e a questo punto diventa davvero una necessità. È sconcertante però quanto si legge nel RePowerEu, cioè che già entro quest’anno (in meno di nove mesi) sia possibile abbattere di due terzi la dipendenza dal gas russo (100 miliardi di metri cubi su 150). Se davvero è così immediato fare a meno del gas importato dalla Siberia, perché in un’ottica di sicurezza degli approvvigionamenti ciò non è stato fatto prima? Perché ci è voluta una guerra sulla soglia di casa per accorgersi che la sicurezza strategica del continente era sbilanciata a favore di un unico soggetto esterno? Il primo nocciolo di unione in Europa nacque negli anni Cinquanta del secolo scorso proprio sui temi energetici. La sicurezza delle forniture energetiche, lo ricordiamo, è uno dei fondamenti dell’Ue, assieme all’affidabilità e al costo ragionevole. Pare evidente che siamo ben lontani, dopo 30 anni di Unione, da questi obiettivi. Tornano alla mente le parole di Romano Prodi, quando sosteneva che l’Unione europea cresce attraverso le crisi. Oltre a dubitare sulla correttezza del termine «cresce» applicato all’Unione (meglio starebbe il termine «alligna»), si potrebbe obiettare che spesso è la stessa Unione a essere l’origine di tali crisi, o quantomeno un’importante concausa. È certamente così per quanto riguarda la crisi energetica in cui ci troviamo, iniziata ben prima dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia. Solo l’Unione europea poteva lanciare il Green deal, cioè una rivoluzione tecnologica e geopolitica epocale, senza la minima preparazione, senza un serio esame costi-benefici e senza la necessaria attenzione alle conseguenze. Per tacere dell’accelerazione imposta con il programma Fitfor55, giunto l’anno scorso nel pieno della disintegrazione delle supply chain mondiali a seguito della turbolenta ripresa post Covid. A parte le (buone?) intenzioni, era abbastanza evidente che l’affannosa ricerca di nuove materie prime e l’abbandono dei combustibili fossili da parte di un intero continente avrebbe provocato violenti sconvolgimenti nei paradigmi economici mondiali. Oltre alla sostituzione di 60 miliardi di metri cubi di gas russo in pochi mesi semplicemente cambiando fornitore, l’altra autentica perla del programma RePowerEu è rappresentato dal «risparmio», anch’esso ottenibile in nove mesi, di ben 14 miliardi di metri cubi di gas ottenibile nell’edilizia abitativa. «Ad esempio se si abbassa di 1 ºC il termostato del riscaldamento», si premura di specificare il piano. Dunque, non si mette in discussione l’impianto generale del Green deal, che anzi viene accelerato. Né si ammette di avere sottovalutato il problema della sicurezza energetica, bensì si chiede surrettiziamente ai cittadini di entrare in un’economia di guerra, ove i beni scarseggiano. Per carità, risparmiare energia è sacrosanto ed è quanto già i nostri nonni ci raccomandavano. Ma proprio per questo c’è da chiedersi in nome di quale idea di progresso si imponga ai cittadini un piano di rinunce, soprattutto quando queste potevano essere evitate con un minimo di lungimiranza. La doverosa e piena solidarietà all’Ucraina aggredita non può far passare in secondo piano la necessità di chiedere a chi in Europa ci ha portato incautamente in questa situazione di rispondere del proprio operato. Come dovrebbe essere in una democrazia, in cui i governi rispondo all’elettorato di ciò che fanno e soprattutto, di ciò che non fanno. Ma l’Ue, come ben sappiamo, non è una democrazia. Negli Usa, da questo punto di vista, va un po’ meglio ma non troppo. Il presidente Joe Biden si muove di fatto sulla stessa linea. L’annuncio dell’embargo americano sui prodotti petroliferi russi avrà certamente un impatto sui prezzi della benzina, già ai massimi negli Usa. Con i cittadini molto preoccupati, anziché aumentare la produzione nazionale di petrolio, Biden mantiene gli obiettivi climatici nel suo Paese e si muove all’estero per sostituire i quantitativi russi. Lo scambio avvenuto martedì tra la portavoce della Casa Bianca, Jen Psaki, e il giornalista di Fox news, Peter Doocy, su questo tema, reperibile in Rete, è particolarmente gustoso. Il Wall Street Journal ha rivelato poi che i leader di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti si sono rifiutati di parlare con il presidente americano. Un sonoro schiaffo alle ambizioni americane di costruire un fronte compatto anti russo, che dovrebbe comprendere persino il reietto Venezuela, e di frenare i prezzi del petrolio. La guerra economica in corso dalla finanza si è spostata all’energia, in attesa del prossimo fronte.
Dal Brasile arriva pollo contaminato da salmonella che invade il mercato europeo senza alcun controllo. Nella partita del Mercosur per l’Italia c’è anche un’aggravante, se così si può dire: aveva fatto fronte comune con gli altri Paesi per bloccarlo, ma alla fine ha detto sì al trattato di libero scambio con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay con annessa Bolivia. Il ministro per la Sovranità alimentare, Francesco Lollobrigida, anche su consiglio di Giorgia Meloni, si era fatto convincere perché la Commissione Ue ha promosso l’applicazione della clausola di reciprocità: i prodotti agricoli importati dal Mercosur devono avere le stesse garanzie di salubrità e qualità di quelli europei.
Promessa immediatamente smentita da quanto è accaduto in Grecia: è sbarcato un carico di carne di pollo contaminato il 2 maggio, il giorno seguente all’entrata in vigore ufficiale del Mercosur. Ursula von der Leyen ha fatto il diavolo a quattro per far ratificare l’accordo il prima possibile, ha sfidato il Parlamento europeo che ha chiesto alla Corte di giustizia di verificare se l’accordo violi o meno i Trattati europei e lo ha fatto applicare in via provvisoria infischiandosene del pronunciamento dei giudici. Il che espone l’Ue, nel caso in cui la Corte di Lussemburgo sancisse l’illegittimità dell’accordo, a un contenzioso lungo e oneroso assai. Pur di vendere le vecchie Mercedes, le Bmw e le Audi ai brasiliani che ci rimpinzano di ogni schifezza agricola, la baronessa non è andata tanto per il sottile. Ma, come si dice, il diavolo fa le pentole, ma non i coperchi. E la prima, gravissima conseguenza del Mercosur si è materializzata in Grecia, Paese che, dopo la batosta della crisi monetaria del 2009, di fatto è a trazione tedesca e il leader di Nea Democratia e premier, Kyriakos Mitsotakis, ha già pagato un prezzo alto in popolarità. Ha seguito la stessa traiettoria dell’Italia anche se i contadini greci sono tutt’ora sul piede di guerra, soprattutto i coltivatori di riso Ndel nord, gli allevatori del Peloponneso e gli olivicoltori e vignaioli di Creta dove ci sono state le proteste più violente.
E hanno ragione perché l’80% del primo carico di pollo congelato, pari a 3 tonnellate in totale, giunto in Grecia dal Brasile, era contaminato da salmonella. Lo ha rivelato la Federazione panellenica degli ingegneri geotecnici. Quanto accaduto solleva seri interrogativi sull’efficacia dei meccanismi di controllo dell’Ue sulla sicurezza degli alimenti importati. Secondo i risultati dei laboratori veterinari di Agia Paraskevi, nella periferia di Atene, 8 su 10 dei primi lotti analizzati sono risultati contaminati da salmonella e il presidente della Federazione panellenica degli ingegnergeotecnici pubblici, Nikos Kakavas, lo ha confermato esprimendo forti preoccupazioni circa l’adeguatezza dei controlli sui prodotti importati.
Nikos Kakavas ha denunciato peraltro le gravi ripercussioni sull’agricoltura greca a causa delle importazioni selvagge via Mercosur, in un Paese che, avendo solo il 40% dei tecnici che servirebbero, non è in grado di controllare la merce che arriva. Come direbbero i francesi: è solo l’inizio. In Italia la mobilitazione anti Mercosur, per chiedere controlli e lotta alle contraffazioni, non si è mai arrestata. Migliaia di agricoltori della Coldiretti si ritroveranno alla Fiera di Cagliari domani per protestare e con loro ci sarà anche il ministro Francesco Lollobrigida che sul Mercosur avrà forse da ridire.
Continua a leggereRiduci
Papa Leone (Imagoeconomica)
A rivelarlo pubblicamente è stato un caro amico di Robert Prevost, padre Tom McCarthy, nel corso di un incontro con alcuni fedeli a Naperville nell’Illinois il cui contenuto è stato poi diffuso dal New York Times.
I fatti, secondo il racconto di McCarthy, sono avvenuti a due mesi dall’elezione al soglio pontificio di Prevost; quando, cioè, il suo nome - pur già noto in precedenza negli States - era divenuto di fama planetaria. In breve, è accaduto che papa Leone XIV abbia contattato telefonicamente la sua banca di Chicago per aggiornare, per ovvie ragioni, il suo numero di telefono e il suo indirizzo. In tale tentativo, si è trovato d interloquire con una addetta che gli ha posto tutta una serie di domande di verifica.
Ebbene, il Santo Padre ha risposto correttamente a tutti i quesiti postigli; eppure ciò non è bastato per ottenere lo scopo che si era prefissato con la telefonata, che a un certo punto ha visto la zelante addetta alla sicurezza scandire queste parole al suo interlocutore: «Deve venire di persona in filiale». A quel punto, sempre secondo il racconto di McCarthy, l’utente - dopo aver manifestato una cauta perplessità («Beh, non credo di poterlo fare») - avrebbe tentato la sua ultima carta per uscire dall’angolo: «Cambierebbe qualcosa se le dicessi che sono papa Leone?». Una domanda a fronte della quale l’addetta - la quale forse non aveva sufficiente familiarità con la voce del pontefice, benché suo connazionale - ha riattaccato. Fine della conversazione e delle speranze, da parte di papa Prevost, di sbrigare con quella telefonata una faccenda semplice, come milioni di persone potranno confermare, solo sulla carta. Com’è finita? Che il pontefice ha poi contattato un altro sacerdote di Chicago, il quale l’ha messo in contatto con il presidente della banca, che a sua volta avrebbe fatto resistenza rimarcando, dura lex sed lex, che le regole impongono la presenza fisica del correntista. Leone XIV a questo punto avrebbe fatto capire che avrebbe cambiato banca, eventualità che avrebbe fatto cedere anche il presidente.
Fine di questa storia, che torna utile sotto almeno due punti di vista. Il primo, senza dubbio, è quello dell’umiltà d’un capo di Stato - perché questo è il Papa - il quale, pur potendo delegare numerosissimi sottoposti, sceglie di sbrigarsi da solo faccende per giunta snervanti. Già si sapeva, in realtà, come Prevost fosse un uomo di grande umiltà, ma episodi come questo sono comunque significativi e rivelatori di chi sia e di come ragioni il successore di Pietro. In secondo luogo, come già si diceva in apertura, il racconto di padre McCarthy funge da monito: mai osare mettere alla prova l’impermeabilità d’un servizio di assistenza clienti. Neppure se si è il Papa.
Continua a leggereRiduci
Ecco #DimmiLaVerità del 7 maggio 2026. La deputata della Lega Tiziana Nisini ci parla della carenza di senologi in Italia, una emergenza nazionale
Papa Leone XIV (Ansa)
L’ennesimo codazzo del disordine sinodale è la pubblicazione del rapporto finale del nono Gruppo di studio sulle «questioni dottrinali, pastorali ed etiche emergenti». In sostanza, il rapporto con i fedeli Lgbt. L’ennesima mina che a Robert Francis Prevost toccherà disinnescare, dopo il caso delle benedizioni gay in Germania.
La relazione, infatti, cerca di occultare, dietro l’uso della neolingua catto-woke, un vero e proprio assalto al magistero. Lo si intuisce già dallo slittamento semantico che propone: gli autori dicono di ritenere «più appropriato qualificare le questioni in oggetto come questioni “emergenti” piuttosto che come questioni “controverse”». Essi annunciano, così, un «cambio di paradigma», che consentirebbe di trattare certe situazioni non più alla stregua di un «problema» da risolvere, evidenziando invece «la qualità globale dell’impegno che concerne l’insieme della comunità ecclesiale e l’integralità della persona», oltre che rimandando a «una possibile risorsa da discernere nella “conversazione nello Spirito” e nella “conversione relazionale”». Cristallino, eh? Se Gesù si fosse espresso in questi termini, non si sarebbe capito nemmeno da solo.
Quel che si capisce benissimo è dove che vogliano andare a parare le 24 pagine (su 32 totali) che precedono la prima occorrenza della parola «omosessuali»: a legittimare, appunto, le relazioni gay. Se non il matrimonio tra persone dello stesso sesso.
Al volumetto sono state allegate alcune testimonianze anonime, in particolare una proveniente dal Portogallo e l’altra dagli Stati Uniti, di cattolici Lgbt accolti dalle locali comunità ecclesiali, dopo un periodo di travagli e discriminazioni.
Il fedele lusitano allude apertamente al «mio matrimonio» e a «mio marito». Matrimonio. Marito. La Chiesa ritiene che l’unione omosessuale sia equiparabile alle nozze tra uomo e donna? Strano, perché il Dicastero per la Dottrina della fede, pur retto dal bergogliano Víctor Manuel Fernández, ha appena diffuso il testo di una lettera che il cardinale, nel 2024, indirizzò a monsignor Stephen Ackermann, vescovo di Trier, in risposta alla posizione della Conferenza episcopale tedesca sulle «benedizioni per le coppie che si amano». Il capo dell’ex Sant’Uffizio spiegava che, nonostante Fiducia Supplicans avesse liberalizzato - in modo maldestro - la pratica di benedire le unioni irregolari, la Chiesa di Germania si stava spingendo troppo in là. Tucho ricordava che la Chiesa «non ha il potere di conferire la sua benedizione liturgica» a coppie omosessuali e divorziati risposati, che non voleva «legittimare nulla» né «sancire […] nulla» e che non bisognava, dunque, «creare confusione», introducendo un «rito liturgico» o «forme di benedizioni simili a sacramentali». Tirare fuori quella missiva è stata la risposta della Santa Sede, ora guidata dal pontefice americano, all’ennesima fuga in avanti dei teutonici: il cardinale Reinhard Marx ha chiesto ai sacerdoti della sua diocesi, Monaco e Frisinga, di mettere a «fondamento della pratica pastorale» le benedizioni già bocciate dal Dicastero della Fede.
Ma nel rapporto del Gruppo di studio n. 9 del Sinodo compare un’intervista dagli Usa, che è ancora più esplicita di quella realizzata in Portogallo. La corrispondente vaticana Diane Montagna ha identificato il testimone statunitense, il quale ringrazia Dio «per mio marito» e si presenta come l’autore del libro Lgbtq catholic ministry, past and present, che reca la prefazione del noto prete arcobaleno, il gesuita James Martin. L’innominato, allora, non può che essere Jason Steidl: è l’uomo la cui foto con il compagno, mentre entrambi venivano benedetti dallo stesso padre Martin, comparve il 21 dicembre 2023 sul New York Times, scatenando un vespaio di polemiche. L’immagine, in effetti, somigliava alla celebrazione di un matrimonio gay.
D’altronde, nel comitato di teologi che ha prodotto il documento compaiono figure quali Maurizio Chiodi, sostenitore della pastorale Lgbt e convinto che, in alcune circostanze, gli atti omosessuali siano «moralmente buoni». Tutto coerente con i toni della relazione sinodale, che per giustificare l’inosservanza della dottrina pattina tra espressioni alate e retoriche evanescenti: la «narrazione», la «cultura della trasparenza» e quella «del rendiconto e della valutazione», il dovere di accogliere le «istanze che le pratiche credenti esprimono e mettono in atto», nonché di piegare i principi alle esigenze dei «contesti».
Se la decisione di nominare vescovi senza il consenso di Roma romperà, per ovvi motivi, la comunione della Fraternità San Pio X con la Santa Sede, sarebbe bizzarro se il Vaticano non iniziasse a prendere provvedimenti seri anche per arginare queste martellanti campagne di demolizione del magistero «da sinistra». Per il Papa chiamato a riparare le crepe che si erano aperte durante il pontificato di Francesco, lo scisma arcobaleno è più allarmante degli attacchi di Trump. Il presidente Usa non è eterno e le sue sparate, semmai, stanno compattando i cattolici. La vera grana - il Vangelo insegna - un regno ce l’ha quando si divide in sé stesso.
Continua a leggereRiduci