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2022-03-10
Metodo Covid per la crisi Ucraina
Josep Borrell (Ansa)
Per raccontarla in maniera seria, dovremmo notare come anche per la questione ucraina venga imposta la «mobilitazione totale». Tutta la popolazione - ogni persona a modo suo - deve partecipare allo sforzo titanico contro il nemico. Per usare le parole di Ernst Jünger, «il complesso e ramificato pulsare della vita moderna viene convogliato in un sol colpo di leva nella grande corrente dell’energia bellica»: non ci si può tirare indietro, chi si sottrae alla lotta è un saprofita e un traditore. Ecco, così diremmo se volessimo prenderla seriamente. Ma siccome la serietà, ormai da tempo, non risiede in questi paraggi, tanto vale usare un linguaggio più diretto: combinano disastri e fanno pagare il conto ai comuni cittadini.
La logica è esattamente (e drammaticamente) la stessa che abbiamo visto all’opera nel caso del Covid. Il nostro governo e le istituzioni internazionali non hanno saputo e potuto fermare i contagi. Anche le poche misure di sicurezza che si sarebbero potute mettere in campo nelle scuole e nel trasporto pubblico non sono state applicate, quindi le autorità hanno deciso di seguire la strada più semplice: hanno scaricato il barile a noi. Hanno stabilito, in buona sostanza, che se le infezioni si moltiplicavano era colpa degli italiani e, in particolare, di alcune categorie di untori. Prima chi usciva di casa a corricchiare, poi dei giovani che si ostinavano a perdersi nella movida, quindi dei negazionisti svalvolati e infine, come noto, dei temibili e spietati no vax.
Fu il ministro Roberto Speranza, nel novembre del 2020, a dettare la linea. «I sacrifici sono duri, ma necessari per piegare la curva dei contagi», disse a proposito delle chiusure e del famigerato sistema a colori. «Quando si chiudono attività economiche e commerciali si chiedono dei sacrifici e noi siamo molto consapevoli dei sacrifici che stiamo chiedendo», precisò. «Ma sono indispensabili perché senza di questi la curva non è piegabile». In sintesi: poiché non sappiamo cosa fare, tocca a voi sacrificarvi. E, ovviamente, chi non si sacrifica (o si permette di alzare il ditino) è un sabotatore.
Ebbene, il discorso pronunciato da Speranza nel 2020 ricorda in maniera agghiacciante quello snocciolato ieri dall’Alto rappresentante dell’Ue per la politica estera, Josep Borrell. «La Commissione europea«, ha detto, «con una nuova direttiva punta a tagliare di due terzi la nostra dipendenza dal gas russo, un obiettivo difficile però realizzabile se davvero ci impegneremo». Chiaro? Sarà dura, ma i sacrifici sono necessari per un fine superiore.
Quali siano i sacrifici è presto detto. Secondo Borrell, rinunciare al gas russo «richiede misure macroeconomiche, misure tecniche, richiede anche che i cittadini europei abbassino il riscaldamento nei loro appartamenti, che tutti facciano uno sforzo individuale per cercare di ridurre il consumo di gas». Visto? Il meccanismo è totalmente sovrapponibile. «Siamo nel pieno di un dramma», ci viene detto, «e gli unici che possono risolverlo siete voi». Il virus? Se vi comporterete bene lo batteremo. La guerra? Se farete qualche sacrificio finirà.
Certo, qualcuno potrebbe pensare che paragonare la pandemia al conflitto sia ingiusto e irrispettoso, ma il punto è che a legare le due cose è proprio il signor Borrell. A suo dire, dobbiamo abbassare il riscaldamento «un po’ come tagliamo il consumo dell’acqua quando c’è la siccità. O esattamente come ci mettiamo una mascherina per poter fare fronte al virus. Quello che abbiamo fatto contro il Covid-19 dobbiamo farlo in favore dell’Ucraina. Dev’essere una mobilitazione degli spiriti, dei comportamenti individuali, con un impegno collettivo per cercare di fare fronte a un compito che sicuramente ha una portata storica». Eccola lì: mobilitazione degli spiriti, mobilitazione totale, assetto di guerra anche se non siamo in guerra, o almeno non direttamente e ufficialmente. Tutti dovete fare la vostra parte per sconfiggere il comune nemico!
Alcuni quotidiani già forniscono succinti manuali di sopravvivenza, proprio come consigliavano i tamponi prima delle cene di Natale. Il Corriere della Sera, ad esempio, spiega che «per consumare meno energia e meno gas» possiamo, tra le altre cose, recuperare «le buone abitudini dei nonni, spegnere la luce quando si esce da una stanza, non lasciare scorrere l’acqua calda inutilmente e non eccedere con i termosifoni. Ne guadagneranno la bolletta, l’ambiente e anche il fabbisogno di gas».
Preveniamo l’obiezione, anche perché ci sono già in circolazione i soliti volonterosi pronti a dire: «Ah, in Ucraina la gente muore e tu non vuoi abbassare il calorifero! Vigliacco, qui si parla di libertà e democrazia e tu non sei pronto al più piccolo dei sacrifici!». Ora, è evidente che seguire i consigli del giornale di via Solferino non sia affatto impossibile. Anzi, alcuni accorgimenti attengono al semplice buon senso. Ma il punto non è rifiutarsi di spegnere la luce o abbassare la temperatura. Il punto è che questa mobilitazione non servirà a fermare la guerra, né a garantirci l’indipendenza energetica. In compenso, la logica binaria della mobilitazione totale ci impedisce di ragionare e di chiederci: ma per quale motivo ci viene davvero richiesto di fare tutto ciò? E se qualcuno stesse utilizzando il conflitto per avviarci a forza sulla strada della riconversione energetica? Soprattutto: in quante altre occasioni, nel prossimo futuro, verrà utilizzato un analogo ricatto morale? Con lo spauracchio del Covid ci sono stati imposti il controllo capillare e la segregazione di una buona fetta di connazionali. E, come è evidente a tutti, il virus non è stato sconfitto. La guerra servirà a farci digerire l’austerità energetica e la transizione verde? È possibile. E anche in questo caso con la «misura di cieca disperazione» non otterremo di fermare le bombe.
Ma poco importa: volete mettere quanto ci sentiremo felici e moralmente superiori non appena avremo abbassato il termosifone? Pensate: potremo addirittura recuperare le trazioni dei nostri nonni e riscoprire un’antica condizione ormai dimenticata: la povertà. Per i malefici no vax senza stipendio sarà perfino una consolazione: tanto, prima o poi, il gas e la luce glieli avrebbero tagliati comunque.
Bruxelles nasconde i soliti deliri green nel piano anti Mosca
Il nuovo piano della Commissione europea per affrancare l’Unione dai combustibili fossili provenienti dalla Russia, presentato martedì a Bruxelles, non è poi così nuovo. La strategia RePowerEu somiglia piuttosto a una versione aggiornata del piano Fitfor55, cui è stato aggiunto un ingrediente: l’urgenza. Una spolverata di «tachicrazia», insomma, ovvero quella tendenza a governare in nome della necessità e con strumenti d’urgenza, che rendono accettabile ciò che in tempi normali non sarebbe mai accettato. Il piano prevede in sintesi di accelerare sulle fonti rinnovabili, ridurre i consumi ed eliminare la Russia dall’albo dei fornitori di gas.
La sostituzione delle attuali forniture di gas dalla Russia con altre da Paesi terzi fa parte dell’improvvisata strategia di sicurezza degli approvvigionamenti che si stanno dando i governi e a questo punto diventa davvero una necessità. È sconcertante però quanto si legge nel RePowerEu, cioè che già entro quest’anno (in meno di nove mesi) sia possibile abbattere di due terzi la dipendenza dal gas russo (100 miliardi di metri cubi su 150).
Se davvero è così immediato fare a meno del gas importato dalla Siberia, perché in un’ottica di sicurezza degli approvvigionamenti ciò non è stato fatto prima? Perché ci è voluta una guerra sulla soglia di casa per accorgersi che la sicurezza strategica del continente era sbilanciata a favore di un unico soggetto esterno? Il primo nocciolo di unione in Europa nacque negli anni Cinquanta del secolo scorso proprio sui temi energetici. La sicurezza delle forniture energetiche, lo ricordiamo, è uno dei fondamenti dell’Ue, assieme all’affidabilità e al costo ragionevole. Pare evidente che siamo ben lontani, dopo 30 anni di Unione, da questi obiettivi.
Tornano alla mente le parole di Romano Prodi, quando sosteneva che l’Unione europea cresce attraverso le crisi. Oltre a dubitare sulla correttezza del termine «cresce» applicato all’Unione (meglio starebbe il termine «alligna»), si potrebbe obiettare che spesso è la stessa Unione a essere l’origine di tali crisi, o quantomeno un’importante concausa. È certamente così per quanto riguarda la crisi energetica in cui ci troviamo, iniziata ben prima dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia. Solo l’Unione europea poteva lanciare il Green deal, cioè una rivoluzione tecnologica e geopolitica epocale, senza la minima preparazione, senza un serio esame costi-benefici e senza la necessaria attenzione alle conseguenze. Per tacere dell’accelerazione imposta con il programma Fitfor55, giunto l’anno scorso nel pieno della disintegrazione delle supply chain mondiali a seguito della turbolenta ripresa post Covid. A parte le (buone?) intenzioni, era abbastanza evidente che l’affannosa ricerca di nuove materie prime e l’abbandono dei combustibili fossili da parte di un intero continente avrebbe provocato violenti sconvolgimenti nei paradigmi economici mondiali.
Oltre alla sostituzione di 60 miliardi di metri cubi di gas russo in pochi mesi semplicemente cambiando fornitore, l’altra autentica perla del programma RePowerEu è rappresentato dal «risparmio», anch’esso ottenibile in nove mesi, di ben 14 miliardi di metri cubi di gas ottenibile nell’edilizia abitativa. «Ad esempio se si abbassa di 1 ºC il termostato del riscaldamento», si premura di specificare il piano. Dunque, non si mette in discussione l’impianto generale del Green deal, che anzi viene accelerato. Né si ammette di avere sottovalutato il problema della sicurezza energetica, bensì si chiede surrettiziamente ai cittadini di entrare in un’economia di guerra, ove i beni scarseggiano. Per carità, risparmiare energia è sacrosanto ed è quanto già i nostri nonni ci raccomandavano. Ma proprio per questo c’è da chiedersi in nome di quale idea di progresso si imponga ai cittadini un piano di rinunce, soprattutto quando queste potevano essere evitate con un minimo di lungimiranza. La doverosa e piena solidarietà all’Ucraina aggredita non può far passare in secondo piano la necessità di chiedere a chi in Europa ci ha portato incautamente in questa situazione di rispondere del proprio operato. Come dovrebbe essere in una democrazia, in cui i governi rispondo all’elettorato di ciò che fanno e soprattutto, di ciò che non fanno. Ma l’Ue, come ben sappiamo, non è una democrazia.
Negli Usa, da questo punto di vista, va un po’ meglio ma non troppo. Il presidente Joe Biden si muove di fatto sulla stessa linea. L’annuncio dell’embargo americano sui prodotti petroliferi russi avrà certamente un impatto sui prezzi della benzina, già ai massimi negli Usa. Con i cittadini molto preoccupati, anziché aumentare la produzione nazionale di petrolio, Biden mantiene gli obiettivi climatici nel suo Paese e si muove all’estero per sostituire i quantitativi russi. Lo scambio avvenuto martedì tra la portavoce della Casa Bianca, Jen Psaki, e il giornalista di Fox news, Peter Doocy, su questo tema, reperibile in Rete, è particolarmente gustoso. Il Wall Street Journal ha rivelato poi che i leader di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti si sono rifiutati di parlare con il presidente americano. Un sonoro schiaffo alle ambizioni americane di costruire un fronte compatto anti russo, che dovrebbe comprendere persino il reietto Venezuela, e di frenare i prezzi del petrolio. La guerra economica in corso dalla finanza si è spostata all’energia, in attesa del prossimo fronte.
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«Abbassare il riscaldamento è come mettere la mascherina». Il commissario Josep Borrell spiega benissimo la strategia della Ue di fronte al cataclisma energia: scaricare sulle spalle dei cittadini. E intanto nel «nuovo piano» restano i vecchi deliri green. Dazi ed export contingentato: tentazione autarchia. Ma le aziende chiudono a raffica.Lo speciale comprende due articoli.Per raccontarla in maniera seria, dovremmo notare come anche per la questione ucraina venga imposta la «mobilitazione totale». Tutta la popolazione - ogni persona a modo suo - deve partecipare allo sforzo titanico contro il nemico. Per usare le parole di Ernst Jünger, «il complesso e ramificato pulsare della vita moderna viene convogliato in un sol colpo di leva nella grande corrente dell’energia bellica»: non ci si può tirare indietro, chi si sottrae alla lotta è un saprofita e un traditore. Ecco, così diremmo se volessimo prenderla seriamente. Ma siccome la serietà, ormai da tempo, non risiede in questi paraggi, tanto vale usare un linguaggio più diretto: combinano disastri e fanno pagare il conto ai comuni cittadini.La logica è esattamente (e drammaticamente) la stessa che abbiamo visto all’opera nel caso del Covid. Il nostro governo e le istituzioni internazionali non hanno saputo e potuto fermare i contagi. Anche le poche misure di sicurezza che si sarebbero potute mettere in campo nelle scuole e nel trasporto pubblico non sono state applicate, quindi le autorità hanno deciso di seguire la strada più semplice: hanno scaricato il barile a noi. Hanno stabilito, in buona sostanza, che se le infezioni si moltiplicavano era colpa degli italiani e, in particolare, di alcune categorie di untori. Prima chi usciva di casa a corricchiare, poi dei giovani che si ostinavano a perdersi nella movida, quindi dei negazionisti svalvolati e infine, come noto, dei temibili e spietati no vax.Fu il ministro Roberto Speranza, nel novembre del 2020, a dettare la linea. «I sacrifici sono duri, ma necessari per piegare la curva dei contagi», disse a proposito delle chiusure e del famigerato sistema a colori. «Quando si chiudono attività economiche e commerciali si chiedono dei sacrifici e noi siamo molto consapevoli dei sacrifici che stiamo chiedendo», precisò. «Ma sono indispensabili perché senza di questi la curva non è piegabile». In sintesi: poiché non sappiamo cosa fare, tocca a voi sacrificarvi. E, ovviamente, chi non si sacrifica (o si permette di alzare il ditino) è un sabotatore.Ebbene, il discorso pronunciato da Speranza nel 2020 ricorda in maniera agghiacciante quello snocciolato ieri dall’Alto rappresentante dell’Ue per la politica estera, Josep Borrell. «La Commissione europea«, ha detto, «con una nuova direttiva punta a tagliare di due terzi la nostra dipendenza dal gas russo, un obiettivo difficile però realizzabile se davvero ci impegneremo». Chiaro? Sarà dura, ma i sacrifici sono necessari per un fine superiore.Quali siano i sacrifici è presto detto. Secondo Borrell, rinunciare al gas russo «richiede misure macroeconomiche, misure tecniche, richiede anche che i cittadini europei abbassino il riscaldamento nei loro appartamenti, che tutti facciano uno sforzo individuale per cercare di ridurre il consumo di gas». Visto? Il meccanismo è totalmente sovrapponibile. «Siamo nel pieno di un dramma», ci viene detto, «e gli unici che possono risolverlo siete voi». Il virus? Se vi comporterete bene lo batteremo. La guerra? Se farete qualche sacrificio finirà.Certo, qualcuno potrebbe pensare che paragonare la pandemia al conflitto sia ingiusto e irrispettoso, ma il punto è che a legare le due cose è proprio il signor Borrell. A suo dire, dobbiamo abbassare il riscaldamento «un po’ come tagliamo il consumo dell’acqua quando c’è la siccità. O esattamente come ci mettiamo una mascherina per poter fare fronte al virus. Quello che abbiamo fatto contro il Covid-19 dobbiamo farlo in favore dell’Ucraina. Dev’essere una mobilitazione degli spiriti, dei comportamenti individuali, con un impegno collettivo per cercare di fare fronte a un compito che sicuramente ha una portata storica». Eccola lì: mobilitazione degli spiriti, mobilitazione totale, assetto di guerra anche se non siamo in guerra, o almeno non direttamente e ufficialmente. Tutti dovete fare la vostra parte per sconfiggere il comune nemico!Alcuni quotidiani già forniscono succinti manuali di sopravvivenza, proprio come consigliavano i tamponi prima delle cene di Natale. Il Corriere della Sera, ad esempio, spiega che «per consumare meno energia e meno gas» possiamo, tra le altre cose, recuperare «le buone abitudini dei nonni, spegnere la luce quando si esce da una stanza, non lasciare scorrere l’acqua calda inutilmente e non eccedere con i termosifoni. Ne guadagneranno la bolletta, l’ambiente e anche il fabbisogno di gas». Preveniamo l’obiezione, anche perché ci sono già in circolazione i soliti volonterosi pronti a dire: «Ah, in Ucraina la gente muore e tu non vuoi abbassare il calorifero! Vigliacco, qui si parla di libertà e democrazia e tu non sei pronto al più piccolo dei sacrifici!». Ora, è evidente che seguire i consigli del giornale di via Solferino non sia affatto impossibile. Anzi, alcuni accorgimenti attengono al semplice buon senso. Ma il punto non è rifiutarsi di spegnere la luce o abbassare la temperatura. Il punto è che questa mobilitazione non servirà a fermare la guerra, né a garantirci l’indipendenza energetica. In compenso, la logica binaria della mobilitazione totale ci impedisce di ragionare e di chiederci: ma per quale motivo ci viene davvero richiesto di fare tutto ciò? E se qualcuno stesse utilizzando il conflitto per avviarci a forza sulla strada della riconversione energetica? Soprattutto: in quante altre occasioni, nel prossimo futuro, verrà utilizzato un analogo ricatto morale? Con lo spauracchio del Covid ci sono stati imposti il controllo capillare e la segregazione di una buona fetta di connazionali. E, come è evidente a tutti, il virus non è stato sconfitto. La guerra servirà a farci digerire l’austerità energetica e la transizione verde? È possibile. E anche in questo caso con la «misura di cieca disperazione» non otterremo di fermare le bombe.Ma poco importa: volete mettere quanto ci sentiremo felici e moralmente superiori non appena avremo abbassato il termosifone? Pensate: potremo addirittura recuperare le trazioni dei nostri nonni e riscoprire un’antica condizione ormai dimenticata: la povertà. Per i malefici no vax senza stipendio sarà perfino una consolazione: tanto, prima o poi, il gas e la luce glieli avrebbero tagliati comunque.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lue-porta-il-metodo-covid-in-guerra-spegnere-i-caloriferi-e-la-nuova-ffp2-2656897483.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="bruxelles-nasconde-i-soliti-deliri-green-nel-piano-anti-mosca" data-post-id="2656897483" data-published-at="1646861225" data-use-pagination="False"> Bruxelles nasconde i soliti deliri green nel piano anti Mosca Il nuovo piano della Commissione europea per affrancare l’Unione dai combustibili fossili provenienti dalla Russia, presentato martedì a Bruxelles, non è poi così nuovo. La strategia RePowerEu somiglia piuttosto a una versione aggiornata del piano Fitfor55, cui è stato aggiunto un ingrediente: l’urgenza. Una spolverata di «tachicrazia», insomma, ovvero quella tendenza a governare in nome della necessità e con strumenti d’urgenza, che rendono accettabile ciò che in tempi normali non sarebbe mai accettato. Il piano prevede in sintesi di accelerare sulle fonti rinnovabili, ridurre i consumi ed eliminare la Russia dall’albo dei fornitori di gas. La sostituzione delle attuali forniture di gas dalla Russia con altre da Paesi terzi fa parte dell’improvvisata strategia di sicurezza degli approvvigionamenti che si stanno dando i governi e a questo punto diventa davvero una necessità. È sconcertante però quanto si legge nel RePowerEu, cioè che già entro quest’anno (in meno di nove mesi) sia possibile abbattere di due terzi la dipendenza dal gas russo (100 miliardi di metri cubi su 150). Se davvero è così immediato fare a meno del gas importato dalla Siberia, perché in un’ottica di sicurezza degli approvvigionamenti ciò non è stato fatto prima? Perché ci è voluta una guerra sulla soglia di casa per accorgersi che la sicurezza strategica del continente era sbilanciata a favore di un unico soggetto esterno? Il primo nocciolo di unione in Europa nacque negli anni Cinquanta del secolo scorso proprio sui temi energetici. La sicurezza delle forniture energetiche, lo ricordiamo, è uno dei fondamenti dell’Ue, assieme all’affidabilità e al costo ragionevole. Pare evidente che siamo ben lontani, dopo 30 anni di Unione, da questi obiettivi. Tornano alla mente le parole di Romano Prodi, quando sosteneva che l’Unione europea cresce attraverso le crisi. Oltre a dubitare sulla correttezza del termine «cresce» applicato all’Unione (meglio starebbe il termine «alligna»), si potrebbe obiettare che spesso è la stessa Unione a essere l’origine di tali crisi, o quantomeno un’importante concausa. È certamente così per quanto riguarda la crisi energetica in cui ci troviamo, iniziata ben prima dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia. Solo l’Unione europea poteva lanciare il Green deal, cioè una rivoluzione tecnologica e geopolitica epocale, senza la minima preparazione, senza un serio esame costi-benefici e senza la necessaria attenzione alle conseguenze. Per tacere dell’accelerazione imposta con il programma Fitfor55, giunto l’anno scorso nel pieno della disintegrazione delle supply chain mondiali a seguito della turbolenta ripresa post Covid. A parte le (buone?) intenzioni, era abbastanza evidente che l’affannosa ricerca di nuove materie prime e l’abbandono dei combustibili fossili da parte di un intero continente avrebbe provocato violenti sconvolgimenti nei paradigmi economici mondiali. Oltre alla sostituzione di 60 miliardi di metri cubi di gas russo in pochi mesi semplicemente cambiando fornitore, l’altra autentica perla del programma RePowerEu è rappresentato dal «risparmio», anch’esso ottenibile in nove mesi, di ben 14 miliardi di metri cubi di gas ottenibile nell’edilizia abitativa. «Ad esempio se si abbassa di 1 ºC il termostato del riscaldamento», si premura di specificare il piano. Dunque, non si mette in discussione l’impianto generale del Green deal, che anzi viene accelerato. Né si ammette di avere sottovalutato il problema della sicurezza energetica, bensì si chiede surrettiziamente ai cittadini di entrare in un’economia di guerra, ove i beni scarseggiano. Per carità, risparmiare energia è sacrosanto ed è quanto già i nostri nonni ci raccomandavano. Ma proprio per questo c’è da chiedersi in nome di quale idea di progresso si imponga ai cittadini un piano di rinunce, soprattutto quando queste potevano essere evitate con un minimo di lungimiranza. La doverosa e piena solidarietà all’Ucraina aggredita non può far passare in secondo piano la necessità di chiedere a chi in Europa ci ha portato incautamente in questa situazione di rispondere del proprio operato. Come dovrebbe essere in una democrazia, in cui i governi rispondo all’elettorato di ciò che fanno e soprattutto, di ciò che non fanno. Ma l’Ue, come ben sappiamo, non è una democrazia. Negli Usa, da questo punto di vista, va un po’ meglio ma non troppo. Il presidente Joe Biden si muove di fatto sulla stessa linea. L’annuncio dell’embargo americano sui prodotti petroliferi russi avrà certamente un impatto sui prezzi della benzina, già ai massimi negli Usa. Con i cittadini molto preoccupati, anziché aumentare la produzione nazionale di petrolio, Biden mantiene gli obiettivi climatici nel suo Paese e si muove all’estero per sostituire i quantitativi russi. Lo scambio avvenuto martedì tra la portavoce della Casa Bianca, Jen Psaki, e il giornalista di Fox news, Peter Doocy, su questo tema, reperibile in Rete, è particolarmente gustoso. Il Wall Street Journal ha rivelato poi che i leader di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti si sono rifiutati di parlare con il presidente americano. Un sonoro schiaffo alle ambizioni americane di costruire un fronte compatto anti russo, che dovrebbe comprendere persino il reietto Venezuela, e di frenare i prezzi del petrolio. La guerra economica in corso dalla finanza si è spostata all’energia, in attesa del prossimo fronte.
Pagamento? Azioni. Naturalmente. Perché il contante, nell’era della finanza quantistica, è archeologia. La preda si chiama Cursor, società che sviluppa intelligenza artificiale capace di scrivere il codice in autonomia. In sostanza un programmatore software che non chiede ferie, non sciopera e non vuole aumenti di stipendio. L’operazione, già di per sé sufficiente a scaldare i grafici, diventa però quasi secondaria rispetto allo spettacolo principale: la capitalizzazione. SpaceX è volata in zona 2,5–2,7 trilioni di dollari, con picchi che sfiorano i 3.000 miliardi. L’azienda di Musk adesso vale quanto il Pil dell’Italia. Per dare un’idea: a un certo punto ha superato Amazon e Microsoft. Il tutto con una struttura da manuale del paradosso: 19 miliardi di ricavi e quasi 5 di perdite, contro i 717 miliardi di fatturato e 78 di utili di Amazon. Ma Wall Street ormai è una narrazione collettiva con pricing dinamico. Elon Musk consolida la sua narrazione di primo trilionario al mondo. Non perché abbia trovato oro su Marte o monetizzato l’aria rarefatta dello spazio, ma perché il mercato ha deciso che la sua equazione personale vale più della somma di molti sistemi economici terrestri. Nel frattempo, un dettaglio tecnico passa quasi inosservato, come sempre accade con le cose che poi diventano fondamentali: sul mercato circola appena il 4% delle azioni. Il resto è vincolato, trattenuto, congelato in accordi e regolamenti. Vuol dire che il prezzo lo fanno pochissimi scambi, ma su quei pochi scambi si costruiscono montagne di trilioni. Una leva perfetta. O pericolosa. Dipende dal punto di osservazione. E così accade l’altra magia: più il titolo sale, meno azioni servono per pagare Cursor. Più il titolo sale, più l’acquisizione da 60 miliardi diventa “economica”. Il mercato si abitua a tutto con la velocità con cui un social network dimentica una notizia: SpaceX diventa valuta. Non solo società, ma moneta. Una moneta che non stampa la banca centrale, ma la fiducia. E mentre qualcuno ancora si chiede se sia sostenibile, Wall Street decide che la domanda è mal posta. Al terzo giorno di contrattazioni, SpaceX continua a correre, passando da 135 a 214 dollari. Per un attimo diventa la quarta società al mondo per capitalizzazione, dietro solo a Nvidia, Alphabet e Apple. Poi ritraccia, perché anche le vertigini hanno bisogno di pause. Come se non bastasse, si apre anche il fronte dei derivati: partono le contrattazioni delle opzioni al Cboe Global Markets e al Nasdaq. Insomma si inizia a scommettere non solo sul futuro dell’azienda, ma sul futuro delle scommesse sul futuro dell’azienda. Una specie di matrioska finanziaria dove l’ultimo strato non è mai l’ultimo.
Nel mezzo di questo spettacolo orbitale, il pezzo industriale viene quasi schiacciato dalla narrativa. Cursor entra come tassello strategico: servirebbe ad ampliare le capacità di Grok nello sviluppo software. L’intelligenza artificiale che scrive codice per un’altra intelligenza artificiale che già scrive codice. Un dialogo tra automi che, per ora, non chiede ancora la pensione. Almeno per ora. E poi ci sono loro, gli altri due poli del nuovo triangolo tecnologico.
OpenAI chiude il 2025 con 13 miliardi di ricavi e una perdita da 38,5 miliardi. Un rosso che, in qualunque altro settore, verrebbe definito emergenza industriale; nell’intelligenza artificiale viene archiviato come «fase di investimento strategico». L’emorragia è impressionante: due miliardi di dollari al mese, ChatGPT come motore principale, progetti secondari come Sora ridimensionati per concentrare fuoco e capitale. Valutazione: 730 miliardi. Obiettivo dichiarato: mille miliardi. Perché ormai anche i numeri hanno un piano industriale. E dietro, come ombra competitiva ma speculare, Anthropic si muove nello stesso perimetro: collocamento riservato, capitali in arrivo, corsa alla scala globale dell’intelligenza artificiale. Non è più una gara tra aziende, ma tra ecosistemi cognitivi.
Alla fine resta una sensazione semplice, quasi banale: la Borsa non sta più prezzando aziende. Sta prezzando un futuro per il momento solo frutto di immaginazione e speranza. E mentre qualcuno ancora cerca il confine tra economia reale e finanza narrativa, il mercato ha già deciso che quel confine non serve più.
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Le risorse per affrontare l’emergenza casa potranno arrivare a circa 10 miliardi entro il 2034, considerando sia i fondi nazionali - per un apporto pari a 7,3 miliardi - sia i fondi europei della politica di coesione, per 3,3 miliardi. È questo uno dei temi toccati dall’Ance (l’organizzazione dei costruttori associata a Confindustria) in occasione dell’ottantesimo anniversario dalla fondazione. All’evento, guidato dalla presidente Federica Brancaccio nella splendida cornice di Villa Giulia a Roma, sede del Museo Etrusco, hanno preso parte con un videomessaggio il premier Giorgia Meloni e il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, mentre erano presenti i ministri dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratini e della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo.
Il Piano Casa, ha detto Brancaccio, «era un’emergenza di cui parlavamo da anni. Ma», ha ammonito la presidente Ance, «sono centrali le tempistiche che devono essere veloci». Nelle interlocuzioni con la politica, l’Ance ha sempre chiesto di fissare tempi anche sulla governance. «Sappiamo che c’è un commissario ma ci vogliono i decreti attuativi e non si dice entro quando queste nomine ci saranno», ha sottolineato la presidente. Ieri, il ministro Salvini ha detto che «il nuovo commissario nazionale aiuterà nell’arco di un anno a recuperare 61.000 appartamenti di edilizia residenziale pubblica ad oggi non assegnati perché vanno risistemati, con una spesa media valutata tra 20 e 25.000 euro ciascuno». La nomina, fa sapere il vicepremier, avverrà nelle prossime ore.
Brancaccio ha sottolineato che «quasi il 90% degli appalti in qualche modo è sottratto alla gara classica, alla trasparenza totale». Inoltre, «sappiamo che c’è uno sforzo da parte del governo per anticipare la cassa e usare questi 10 miliardi, facendo ricorso a un mutuo da un’istituzione finanziaria. Se questo avesse esiti positivi, le risorse attivabili nel 2027 sarebbero più di un miliardo».
La presidente ha poi evidenziato che «c’è la bolla del mercato libero che ha delle enormi variabili a seconda di dove si realizzano le abitazioni. Quindi, le percentuali previste dall’attuale Piano Casa per gli investimenti dei privati (70% da destinare all’edilizia convenzionata e il restante 30% da vendere o affittare a prezzo di mercato libero) dovrebbero essere riviste». Una soluzione potrebbe essere quella di «dare un ruolo a chi amministra gli enti territoriali, che hanno ben presente le esigenze locali». E ha chiosato: «Sappiamo che questo piano partirà così com’è ma anche che ci saranno in corso d’opera degli aggiustamenti. Ora c’è il testo unico dell’edilizia in revisione, ma si deve andare per deroghe e commissari».
L’Ance ha tracciato un quadro positivo per le costruzioni, uno dei settori industriali che meglio ha sfruttato il Pnrr. Ad aprile, il 76% dei cantieri risultava concluso o in stato avanzato e, secondo la Banca d’Italia, i tempi di avvio delle opere si sono ridotti del 19%, mentre la probabilità di aggiudicazione è maggiore del 20% rispetto alle opere non Pnrr.
Intanto, Dl Piano Casa entra nel vivo alla Camera con il voto sui 275 emendamenti in commissione Ambiente. Il testo definitivo è atteso in Aula questo venerdì, giornata in cui il governo dovrebbe porre la questione di fiducia. Subito dopo passerà all’esame del Senato: la conversione definitiva in legge dovrà avvenire entro la scadenza del 6 luglio.
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