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2022-03-10
Metodo Covid per la crisi Ucraina
Josep Borrell (Ansa)
Per raccontarla in maniera seria, dovremmo notare come anche per la questione ucraina venga imposta la «mobilitazione totale». Tutta la popolazione - ogni persona a modo suo - deve partecipare allo sforzo titanico contro il nemico. Per usare le parole di Ernst Jünger, «il complesso e ramificato pulsare della vita moderna viene convogliato in un sol colpo di leva nella grande corrente dell’energia bellica»: non ci si può tirare indietro, chi si sottrae alla lotta è un saprofita e un traditore. Ecco, così diremmo se volessimo prenderla seriamente. Ma siccome la serietà, ormai da tempo, non risiede in questi paraggi, tanto vale usare un linguaggio più diretto: combinano disastri e fanno pagare il conto ai comuni cittadini.
La logica è esattamente (e drammaticamente) la stessa che abbiamo visto all’opera nel caso del Covid. Il nostro governo e le istituzioni internazionali non hanno saputo e potuto fermare i contagi. Anche le poche misure di sicurezza che si sarebbero potute mettere in campo nelle scuole e nel trasporto pubblico non sono state applicate, quindi le autorità hanno deciso di seguire la strada più semplice: hanno scaricato il barile a noi. Hanno stabilito, in buona sostanza, che se le infezioni si moltiplicavano era colpa degli italiani e, in particolare, di alcune categorie di untori. Prima chi usciva di casa a corricchiare, poi dei giovani che si ostinavano a perdersi nella movida, quindi dei negazionisti svalvolati e infine, come noto, dei temibili e spietati no vax.
Fu il ministro Roberto Speranza, nel novembre del 2020, a dettare la linea. «I sacrifici sono duri, ma necessari per piegare la curva dei contagi», disse a proposito delle chiusure e del famigerato sistema a colori. «Quando si chiudono attività economiche e commerciali si chiedono dei sacrifici e noi siamo molto consapevoli dei sacrifici che stiamo chiedendo», precisò. «Ma sono indispensabili perché senza di questi la curva non è piegabile». In sintesi: poiché non sappiamo cosa fare, tocca a voi sacrificarvi. E, ovviamente, chi non si sacrifica (o si permette di alzare il ditino) è un sabotatore.
Ebbene, il discorso pronunciato da Speranza nel 2020 ricorda in maniera agghiacciante quello snocciolato ieri dall’Alto rappresentante dell’Ue per la politica estera, Josep Borrell. «La Commissione europea«, ha detto, «con una nuova direttiva punta a tagliare di due terzi la nostra dipendenza dal gas russo, un obiettivo difficile però realizzabile se davvero ci impegneremo». Chiaro? Sarà dura, ma i sacrifici sono necessari per un fine superiore.
Quali siano i sacrifici è presto detto. Secondo Borrell, rinunciare al gas russo «richiede misure macroeconomiche, misure tecniche, richiede anche che i cittadini europei abbassino il riscaldamento nei loro appartamenti, che tutti facciano uno sforzo individuale per cercare di ridurre il consumo di gas». Visto? Il meccanismo è totalmente sovrapponibile. «Siamo nel pieno di un dramma», ci viene detto, «e gli unici che possono risolverlo siete voi». Il virus? Se vi comporterete bene lo batteremo. La guerra? Se farete qualche sacrificio finirà.
Certo, qualcuno potrebbe pensare che paragonare la pandemia al conflitto sia ingiusto e irrispettoso, ma il punto è che a legare le due cose è proprio il signor Borrell. A suo dire, dobbiamo abbassare il riscaldamento «un po’ come tagliamo il consumo dell’acqua quando c’è la siccità. O esattamente come ci mettiamo una mascherina per poter fare fronte al virus. Quello che abbiamo fatto contro il Covid-19 dobbiamo farlo in favore dell’Ucraina. Dev’essere una mobilitazione degli spiriti, dei comportamenti individuali, con un impegno collettivo per cercare di fare fronte a un compito che sicuramente ha una portata storica». Eccola lì: mobilitazione degli spiriti, mobilitazione totale, assetto di guerra anche se non siamo in guerra, o almeno non direttamente e ufficialmente. Tutti dovete fare la vostra parte per sconfiggere il comune nemico!
Alcuni quotidiani già forniscono succinti manuali di sopravvivenza, proprio come consigliavano i tamponi prima delle cene di Natale. Il Corriere della Sera, ad esempio, spiega che «per consumare meno energia e meno gas» possiamo, tra le altre cose, recuperare «le buone abitudini dei nonni, spegnere la luce quando si esce da una stanza, non lasciare scorrere l’acqua calda inutilmente e non eccedere con i termosifoni. Ne guadagneranno la bolletta, l’ambiente e anche il fabbisogno di gas».
Preveniamo l’obiezione, anche perché ci sono già in circolazione i soliti volonterosi pronti a dire: «Ah, in Ucraina la gente muore e tu non vuoi abbassare il calorifero! Vigliacco, qui si parla di libertà e democrazia e tu non sei pronto al più piccolo dei sacrifici!». Ora, è evidente che seguire i consigli del giornale di via Solferino non sia affatto impossibile. Anzi, alcuni accorgimenti attengono al semplice buon senso. Ma il punto non è rifiutarsi di spegnere la luce o abbassare la temperatura. Il punto è che questa mobilitazione non servirà a fermare la guerra, né a garantirci l’indipendenza energetica. In compenso, la logica binaria della mobilitazione totale ci impedisce di ragionare e di chiederci: ma per quale motivo ci viene davvero richiesto di fare tutto ciò? E se qualcuno stesse utilizzando il conflitto per avviarci a forza sulla strada della riconversione energetica? Soprattutto: in quante altre occasioni, nel prossimo futuro, verrà utilizzato un analogo ricatto morale? Con lo spauracchio del Covid ci sono stati imposti il controllo capillare e la segregazione di una buona fetta di connazionali. E, come è evidente a tutti, il virus non è stato sconfitto. La guerra servirà a farci digerire l’austerità energetica e la transizione verde? È possibile. E anche in questo caso con la «misura di cieca disperazione» non otterremo di fermare le bombe.
Ma poco importa: volete mettere quanto ci sentiremo felici e moralmente superiori non appena avremo abbassato il termosifone? Pensate: potremo addirittura recuperare le trazioni dei nostri nonni e riscoprire un’antica condizione ormai dimenticata: la povertà. Per i malefici no vax senza stipendio sarà perfino una consolazione: tanto, prima o poi, il gas e la luce glieli avrebbero tagliati comunque.
Bruxelles nasconde i soliti deliri green nel piano anti Mosca
Il nuovo piano della Commissione europea per affrancare l’Unione dai combustibili fossili provenienti dalla Russia, presentato martedì a Bruxelles, non è poi così nuovo. La strategia RePowerEu somiglia piuttosto a una versione aggiornata del piano Fitfor55, cui è stato aggiunto un ingrediente: l’urgenza. Una spolverata di «tachicrazia», insomma, ovvero quella tendenza a governare in nome della necessità e con strumenti d’urgenza, che rendono accettabile ciò che in tempi normali non sarebbe mai accettato. Il piano prevede in sintesi di accelerare sulle fonti rinnovabili, ridurre i consumi ed eliminare la Russia dall’albo dei fornitori di gas.
La sostituzione delle attuali forniture di gas dalla Russia con altre da Paesi terzi fa parte dell’improvvisata strategia di sicurezza degli approvvigionamenti che si stanno dando i governi e a questo punto diventa davvero una necessità. È sconcertante però quanto si legge nel RePowerEu, cioè che già entro quest’anno (in meno di nove mesi) sia possibile abbattere di due terzi la dipendenza dal gas russo (100 miliardi di metri cubi su 150).
Se davvero è così immediato fare a meno del gas importato dalla Siberia, perché in un’ottica di sicurezza degli approvvigionamenti ciò non è stato fatto prima? Perché ci è voluta una guerra sulla soglia di casa per accorgersi che la sicurezza strategica del continente era sbilanciata a favore di un unico soggetto esterno? Il primo nocciolo di unione in Europa nacque negli anni Cinquanta del secolo scorso proprio sui temi energetici. La sicurezza delle forniture energetiche, lo ricordiamo, è uno dei fondamenti dell’Ue, assieme all’affidabilità e al costo ragionevole. Pare evidente che siamo ben lontani, dopo 30 anni di Unione, da questi obiettivi.
Tornano alla mente le parole di Romano Prodi, quando sosteneva che l’Unione europea cresce attraverso le crisi. Oltre a dubitare sulla correttezza del termine «cresce» applicato all’Unione (meglio starebbe il termine «alligna»), si potrebbe obiettare che spesso è la stessa Unione a essere l’origine di tali crisi, o quantomeno un’importante concausa. È certamente così per quanto riguarda la crisi energetica in cui ci troviamo, iniziata ben prima dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia. Solo l’Unione europea poteva lanciare il Green deal, cioè una rivoluzione tecnologica e geopolitica epocale, senza la minima preparazione, senza un serio esame costi-benefici e senza la necessaria attenzione alle conseguenze. Per tacere dell’accelerazione imposta con il programma Fitfor55, giunto l’anno scorso nel pieno della disintegrazione delle supply chain mondiali a seguito della turbolenta ripresa post Covid. A parte le (buone?) intenzioni, era abbastanza evidente che l’affannosa ricerca di nuove materie prime e l’abbandono dei combustibili fossili da parte di un intero continente avrebbe provocato violenti sconvolgimenti nei paradigmi economici mondiali.
Oltre alla sostituzione di 60 miliardi di metri cubi di gas russo in pochi mesi semplicemente cambiando fornitore, l’altra autentica perla del programma RePowerEu è rappresentato dal «risparmio», anch’esso ottenibile in nove mesi, di ben 14 miliardi di metri cubi di gas ottenibile nell’edilizia abitativa. «Ad esempio se si abbassa di 1 ºC il termostato del riscaldamento», si premura di specificare il piano. Dunque, non si mette in discussione l’impianto generale del Green deal, che anzi viene accelerato. Né si ammette di avere sottovalutato il problema della sicurezza energetica, bensì si chiede surrettiziamente ai cittadini di entrare in un’economia di guerra, ove i beni scarseggiano. Per carità, risparmiare energia è sacrosanto ed è quanto già i nostri nonni ci raccomandavano. Ma proprio per questo c’è da chiedersi in nome di quale idea di progresso si imponga ai cittadini un piano di rinunce, soprattutto quando queste potevano essere evitate con un minimo di lungimiranza. La doverosa e piena solidarietà all’Ucraina aggredita non può far passare in secondo piano la necessità di chiedere a chi in Europa ci ha portato incautamente in questa situazione di rispondere del proprio operato. Come dovrebbe essere in una democrazia, in cui i governi rispondo all’elettorato di ciò che fanno e soprattutto, di ciò che non fanno. Ma l’Ue, come ben sappiamo, non è una democrazia.
Negli Usa, da questo punto di vista, va un po’ meglio ma non troppo. Il presidente Joe Biden si muove di fatto sulla stessa linea. L’annuncio dell’embargo americano sui prodotti petroliferi russi avrà certamente un impatto sui prezzi della benzina, già ai massimi negli Usa. Con i cittadini molto preoccupati, anziché aumentare la produzione nazionale di petrolio, Biden mantiene gli obiettivi climatici nel suo Paese e si muove all’estero per sostituire i quantitativi russi. Lo scambio avvenuto martedì tra la portavoce della Casa Bianca, Jen Psaki, e il giornalista di Fox news, Peter Doocy, su questo tema, reperibile in Rete, è particolarmente gustoso. Il Wall Street Journal ha rivelato poi che i leader di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti si sono rifiutati di parlare con il presidente americano. Un sonoro schiaffo alle ambizioni americane di costruire un fronte compatto anti russo, che dovrebbe comprendere persino il reietto Venezuela, e di frenare i prezzi del petrolio. La guerra economica in corso dalla finanza si è spostata all’energia, in attesa del prossimo fronte.
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«Abbassare il riscaldamento è come mettere la mascherina». Il commissario Josep Borrell spiega benissimo la strategia della Ue di fronte al cataclisma energia: scaricare sulle spalle dei cittadini. E intanto nel «nuovo piano» restano i vecchi deliri green. Dazi ed export contingentato: tentazione autarchia. Ma le aziende chiudono a raffica.Lo speciale comprende due articoli.Per raccontarla in maniera seria, dovremmo notare come anche per la questione ucraina venga imposta la «mobilitazione totale». Tutta la popolazione - ogni persona a modo suo - deve partecipare allo sforzo titanico contro il nemico. Per usare le parole di Ernst Jünger, «il complesso e ramificato pulsare della vita moderna viene convogliato in un sol colpo di leva nella grande corrente dell’energia bellica»: non ci si può tirare indietro, chi si sottrae alla lotta è un saprofita e un traditore. Ecco, così diremmo se volessimo prenderla seriamente. Ma siccome la serietà, ormai da tempo, non risiede in questi paraggi, tanto vale usare un linguaggio più diretto: combinano disastri e fanno pagare il conto ai comuni cittadini.La logica è esattamente (e drammaticamente) la stessa che abbiamo visto all’opera nel caso del Covid. Il nostro governo e le istituzioni internazionali non hanno saputo e potuto fermare i contagi. Anche le poche misure di sicurezza che si sarebbero potute mettere in campo nelle scuole e nel trasporto pubblico non sono state applicate, quindi le autorità hanno deciso di seguire la strada più semplice: hanno scaricato il barile a noi. Hanno stabilito, in buona sostanza, che se le infezioni si moltiplicavano era colpa degli italiani e, in particolare, di alcune categorie di untori. Prima chi usciva di casa a corricchiare, poi dei giovani che si ostinavano a perdersi nella movida, quindi dei negazionisti svalvolati e infine, come noto, dei temibili e spietati no vax.Fu il ministro Roberto Speranza, nel novembre del 2020, a dettare la linea. «I sacrifici sono duri, ma necessari per piegare la curva dei contagi», disse a proposito delle chiusure e del famigerato sistema a colori. «Quando si chiudono attività economiche e commerciali si chiedono dei sacrifici e noi siamo molto consapevoli dei sacrifici che stiamo chiedendo», precisò. «Ma sono indispensabili perché senza di questi la curva non è piegabile». In sintesi: poiché non sappiamo cosa fare, tocca a voi sacrificarvi. E, ovviamente, chi non si sacrifica (o si permette di alzare il ditino) è un sabotatore.Ebbene, il discorso pronunciato da Speranza nel 2020 ricorda in maniera agghiacciante quello snocciolato ieri dall’Alto rappresentante dell’Ue per la politica estera, Josep Borrell. «La Commissione europea«, ha detto, «con una nuova direttiva punta a tagliare di due terzi la nostra dipendenza dal gas russo, un obiettivo difficile però realizzabile se davvero ci impegneremo». Chiaro? Sarà dura, ma i sacrifici sono necessari per un fine superiore.Quali siano i sacrifici è presto detto. Secondo Borrell, rinunciare al gas russo «richiede misure macroeconomiche, misure tecniche, richiede anche che i cittadini europei abbassino il riscaldamento nei loro appartamenti, che tutti facciano uno sforzo individuale per cercare di ridurre il consumo di gas». Visto? Il meccanismo è totalmente sovrapponibile. «Siamo nel pieno di un dramma», ci viene detto, «e gli unici che possono risolverlo siete voi». Il virus? Se vi comporterete bene lo batteremo. La guerra? Se farete qualche sacrificio finirà.Certo, qualcuno potrebbe pensare che paragonare la pandemia al conflitto sia ingiusto e irrispettoso, ma il punto è che a legare le due cose è proprio il signor Borrell. A suo dire, dobbiamo abbassare il riscaldamento «un po’ come tagliamo il consumo dell’acqua quando c’è la siccità. O esattamente come ci mettiamo una mascherina per poter fare fronte al virus. Quello che abbiamo fatto contro il Covid-19 dobbiamo farlo in favore dell’Ucraina. Dev’essere una mobilitazione degli spiriti, dei comportamenti individuali, con un impegno collettivo per cercare di fare fronte a un compito che sicuramente ha una portata storica». Eccola lì: mobilitazione degli spiriti, mobilitazione totale, assetto di guerra anche se non siamo in guerra, o almeno non direttamente e ufficialmente. Tutti dovete fare la vostra parte per sconfiggere il comune nemico!Alcuni quotidiani già forniscono succinti manuali di sopravvivenza, proprio come consigliavano i tamponi prima delle cene di Natale. Il Corriere della Sera, ad esempio, spiega che «per consumare meno energia e meno gas» possiamo, tra le altre cose, recuperare «le buone abitudini dei nonni, spegnere la luce quando si esce da una stanza, non lasciare scorrere l’acqua calda inutilmente e non eccedere con i termosifoni. Ne guadagneranno la bolletta, l’ambiente e anche il fabbisogno di gas». Preveniamo l’obiezione, anche perché ci sono già in circolazione i soliti volonterosi pronti a dire: «Ah, in Ucraina la gente muore e tu non vuoi abbassare il calorifero! Vigliacco, qui si parla di libertà e democrazia e tu non sei pronto al più piccolo dei sacrifici!». Ora, è evidente che seguire i consigli del giornale di via Solferino non sia affatto impossibile. Anzi, alcuni accorgimenti attengono al semplice buon senso. Ma il punto non è rifiutarsi di spegnere la luce o abbassare la temperatura. Il punto è che questa mobilitazione non servirà a fermare la guerra, né a garantirci l’indipendenza energetica. In compenso, la logica binaria della mobilitazione totale ci impedisce di ragionare e di chiederci: ma per quale motivo ci viene davvero richiesto di fare tutto ciò? E se qualcuno stesse utilizzando il conflitto per avviarci a forza sulla strada della riconversione energetica? Soprattutto: in quante altre occasioni, nel prossimo futuro, verrà utilizzato un analogo ricatto morale? Con lo spauracchio del Covid ci sono stati imposti il controllo capillare e la segregazione di una buona fetta di connazionali. E, come è evidente a tutti, il virus non è stato sconfitto. La guerra servirà a farci digerire l’austerità energetica e la transizione verde? È possibile. E anche in questo caso con la «misura di cieca disperazione» non otterremo di fermare le bombe.Ma poco importa: volete mettere quanto ci sentiremo felici e moralmente superiori non appena avremo abbassato il termosifone? Pensate: potremo addirittura recuperare le trazioni dei nostri nonni e riscoprire un’antica condizione ormai dimenticata: la povertà. Per i malefici no vax senza stipendio sarà perfino una consolazione: tanto, prima o poi, il gas e la luce glieli avrebbero tagliati comunque.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lue-porta-il-metodo-covid-in-guerra-spegnere-i-caloriferi-e-la-nuova-ffp2-2656897483.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="bruxelles-nasconde-i-soliti-deliri-green-nel-piano-anti-mosca" data-post-id="2656897483" data-published-at="1646861225" data-use-pagination="False"> Bruxelles nasconde i soliti deliri green nel piano anti Mosca Il nuovo piano della Commissione europea per affrancare l’Unione dai combustibili fossili provenienti dalla Russia, presentato martedì a Bruxelles, non è poi così nuovo. La strategia RePowerEu somiglia piuttosto a una versione aggiornata del piano Fitfor55, cui è stato aggiunto un ingrediente: l’urgenza. Una spolverata di «tachicrazia», insomma, ovvero quella tendenza a governare in nome della necessità e con strumenti d’urgenza, che rendono accettabile ciò che in tempi normali non sarebbe mai accettato. Il piano prevede in sintesi di accelerare sulle fonti rinnovabili, ridurre i consumi ed eliminare la Russia dall’albo dei fornitori di gas. La sostituzione delle attuali forniture di gas dalla Russia con altre da Paesi terzi fa parte dell’improvvisata strategia di sicurezza degli approvvigionamenti che si stanno dando i governi e a questo punto diventa davvero una necessità. È sconcertante però quanto si legge nel RePowerEu, cioè che già entro quest’anno (in meno di nove mesi) sia possibile abbattere di due terzi la dipendenza dal gas russo (100 miliardi di metri cubi su 150). Se davvero è così immediato fare a meno del gas importato dalla Siberia, perché in un’ottica di sicurezza degli approvvigionamenti ciò non è stato fatto prima? Perché ci è voluta una guerra sulla soglia di casa per accorgersi che la sicurezza strategica del continente era sbilanciata a favore di un unico soggetto esterno? Il primo nocciolo di unione in Europa nacque negli anni Cinquanta del secolo scorso proprio sui temi energetici. La sicurezza delle forniture energetiche, lo ricordiamo, è uno dei fondamenti dell’Ue, assieme all’affidabilità e al costo ragionevole. Pare evidente che siamo ben lontani, dopo 30 anni di Unione, da questi obiettivi. Tornano alla mente le parole di Romano Prodi, quando sosteneva che l’Unione europea cresce attraverso le crisi. Oltre a dubitare sulla correttezza del termine «cresce» applicato all’Unione (meglio starebbe il termine «alligna»), si potrebbe obiettare che spesso è la stessa Unione a essere l’origine di tali crisi, o quantomeno un’importante concausa. È certamente così per quanto riguarda la crisi energetica in cui ci troviamo, iniziata ben prima dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia. Solo l’Unione europea poteva lanciare il Green deal, cioè una rivoluzione tecnologica e geopolitica epocale, senza la minima preparazione, senza un serio esame costi-benefici e senza la necessaria attenzione alle conseguenze. Per tacere dell’accelerazione imposta con il programma Fitfor55, giunto l’anno scorso nel pieno della disintegrazione delle supply chain mondiali a seguito della turbolenta ripresa post Covid. A parte le (buone?) intenzioni, era abbastanza evidente che l’affannosa ricerca di nuove materie prime e l’abbandono dei combustibili fossili da parte di un intero continente avrebbe provocato violenti sconvolgimenti nei paradigmi economici mondiali. Oltre alla sostituzione di 60 miliardi di metri cubi di gas russo in pochi mesi semplicemente cambiando fornitore, l’altra autentica perla del programma RePowerEu è rappresentato dal «risparmio», anch’esso ottenibile in nove mesi, di ben 14 miliardi di metri cubi di gas ottenibile nell’edilizia abitativa. «Ad esempio se si abbassa di 1 ºC il termostato del riscaldamento», si premura di specificare il piano. Dunque, non si mette in discussione l’impianto generale del Green deal, che anzi viene accelerato. Né si ammette di avere sottovalutato il problema della sicurezza energetica, bensì si chiede surrettiziamente ai cittadini di entrare in un’economia di guerra, ove i beni scarseggiano. Per carità, risparmiare energia è sacrosanto ed è quanto già i nostri nonni ci raccomandavano. Ma proprio per questo c’è da chiedersi in nome di quale idea di progresso si imponga ai cittadini un piano di rinunce, soprattutto quando queste potevano essere evitate con un minimo di lungimiranza. La doverosa e piena solidarietà all’Ucraina aggredita non può far passare in secondo piano la necessità di chiedere a chi in Europa ci ha portato incautamente in questa situazione di rispondere del proprio operato. Come dovrebbe essere in una democrazia, in cui i governi rispondo all’elettorato di ciò che fanno e soprattutto, di ciò che non fanno. Ma l’Ue, come ben sappiamo, non è una democrazia. Negli Usa, da questo punto di vista, va un po’ meglio ma non troppo. Il presidente Joe Biden si muove di fatto sulla stessa linea. L’annuncio dell’embargo americano sui prodotti petroliferi russi avrà certamente un impatto sui prezzi della benzina, già ai massimi negli Usa. Con i cittadini molto preoccupati, anziché aumentare la produzione nazionale di petrolio, Biden mantiene gli obiettivi climatici nel suo Paese e si muove all’estero per sostituire i quantitativi russi. Lo scambio avvenuto martedì tra la portavoce della Casa Bianca, Jen Psaki, e il giornalista di Fox news, Peter Doocy, su questo tema, reperibile in Rete, è particolarmente gustoso. Il Wall Street Journal ha rivelato poi che i leader di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti si sono rifiutati di parlare con il presidente americano. Un sonoro schiaffo alle ambizioni americane di costruire un fronte compatto anti russo, che dovrebbe comprendere persino il reietto Venezuela, e di frenare i prezzi del petrolio. La guerra economica in corso dalla finanza si è spostata all’energia, in attesa del prossimo fronte.
Ansa
Del resto quando degradi l’idea stessa di cultura allo schema del prodotto di consumo e quando utilizzi ostentatamente le strategie di marketing per dire che «il marketing è oppressione», quando denunci la mercificazione e vendi il tuo letto disfatto per milioni di sterline, allora sei tu ad essere il cuore stesso del sistema che pensavi di denunciare. E mentre diventi multimilionario e ti godi il riconoscimento del ruolo di artista e di intellettuale - ormai le due cose non possono più essere disgiunte - non ti accorgi che nel frattempo il «popolo» al quale pensi di parlare non è la massa ma è l’élite straricca di coloro che frequentano il salotto del tuo gallerista per partecipare al gioco (fiscale) dell’arte contemporanea.
L’ultimo grande eroe dell’arte trasgressiva e della denuncia sociale è caduto l’altro giorno sotto una meritata salva di fischi e derisioni. L’opera raffigurante un uomo che marcia accecato dalla propria bandiera, installata nottetempo in Waterloo Place a Londra senza autorizzazione apparente e con la solita modalità «pirata» dal collettivo che utilizza il nome Banksy, viene immediatamente adottata dal Westminster City Council e dal sindaco Sadiq Khan: alle prime luci dell’alba compaiono barriere di protezione e dichiarazioni ufficiali con tanto di cartella stampa che definiscono l’installazione «un vibrante contributo alla scena artistica pubblica».
Senonché la Bbc fa un servizio in cui solleva dubbi sulla presunta «trasgressività» dell’installazione provocando l’ulteriore conferma dall’amministrazione londinese che dichiara che l’opera «non è autorizzata» ma che verrà mantenuta e transennata fino alle elezioni locali come «motivo di riflessione contro i nazionalismi». Inaspettatamente, però, su X si solleva una pressoché unanime protesta non tanto contro l’installazione, che ha un effettivo potenziale comunicativo e «di rottura» inferiore ad un manifesto pubblicitario di una serie Netflix, quanto nei confronti del palese e ormai ridicolo cortocircuito tra politica, artisti sovvenzionati e mercato dell’arte. Tutti elementi interni al mondo della Sinistra che ormai non riesce più a fuoriuscire dai riti e dai linguaggi che ha stabilito con tale solerzia e convinzione da giungere all’inevitabile deriva finale: il comico.
I più furbi, notando le reazioni del pubblico, si sono a loro volta uniformati alla nuova ondata di rigetto ed hanno, candidamente e con la nonchalance che ne contraddistingue l’esistenza, elaborato nuove analisi nelle quali effettivamente si riconosce che Banksy è un paraculo, che è da sempre d’accordo con le istituzioni (o almeno da quando ha una quotazione di mercato) e che la politica gli ha in pratica commissionato l’opera. Improvvisamente anche per le riviste impegnate l’artista-collettivo multimilionario, da decenni allineato all’agenda ufficiale, che finanzia le Ong immigrazioniste e che non perde occasione per condannare il populismo, non solo incarna «il provocative conformism» ma la sua opera non fa altro che «proiettare l’ansia elitaria verso il populismo reazionario piuttosto che sfidare il vero potere». I commentatori chic britannici si sono così accorti che Banksy più che ad Andy Warhol guarda a Greta Thunberg offrendo al mercato ribelle il prodotto giusto, quello che consente la trasgressione estetica confermando l’ortodossia culturale.
Esattamente come le magliette dei trasgressivi che attaccano le pericolosissime masse populiste e corrono a difendere il debole e inerme Quirinale, esattamente come le solite «battaglie culturali» sempre allineate al mainstream e sempre dotate di merchandising già pronto il primo giorno di «manifestazioni spontanee», ormai ogni discorso ribelle è merce che consolida il dominio producendo verità attraverso il consenso culturale.
Il fatto è che mai nella storia si è chiesto alle avanguardie una ricetta politica alternativa ma solo la lucidità per denunciare la narrazione dominante e distaccarsene radicalmente. La ribellione al sistema di un Johnny Rotten rifuggiva ogni programma politico e si limitava a smascherare ogni forma di falsa coscienza; oggi l’artista contemporaneo non vede l’ora di farsi cooptare dal potere e di farsi quotare nel sistema dell’arte contemporanea, correndo a confermare ogni battaglia culturale woke e decidendo così di farsi attivista politico proprio mentre l’ex cantante dei Sex Pistols liquida il woke come «una banda di pazzi» e ammette che oggi è la sinistra ad incarnare tutto ciò che è divertente odiare. E mentre Rolling Stone retrocede Eric Clapton dalla decima alla trentacinquesima posizione della sua hall of fame per «le sue critiche al vaccino Covid e la sua scelta di non discriminare l’ingresso ai suoi concerti durante la pandemia», siamo tutti chiamati a ricordare che l’arte autentica è affermazione vitale e non risentimento mascherato da progressismo, rifiuto della conformità e non ricerca ossessiva delle benedizioni istituzionali.
Questa volta, con l’ennesima installazione pedagogica del buon Banksy, si cominciano ad intravedere i segni di un diffuso rigetto nei confronti di forme obsolete, utili solo a mantenere privilegi elitari, controllo della narrazione ed estromissione dei veri temi critici dall’agenda narrativa dominante. Fino a che un giorno chi scrive quell’agenda si accorgerà che viene letta solo ai vernissage di certe gallerie.
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Michele Emiliano (Ansa)
Dal rapporto burrascoso con il governatore della Puglia e suo ex pupillo, Antonio Decaro, a un ritorno in toga, Emiliano va a ruota libera in un’intervista rilasciata a Telenorba. Dopo 23 anni di aspettativa politica è in attesa della decisione della Terza commissione del Csm per ottenere il via libera a un’altra aspettativa per diventare consulente giuridico della Regione Puglia, domanda già bocciata tre volte.
Ieri doveva arrivare la decisione che non è arrivata. La discussione sul contratto proposto da Decaro al suo predecessore (con uno stipendio di circa 130.000 euro all’anno) ha fatto emergere diverse obiezioni, tra cui quella secondo cui «un consigliere non è la stessa cosa di un operativo: il via libera creerebbe un precedente per il quale tutti gli enti territoriali potrebbero chiedere un magistrato in aspettativa per affidargli compiti dirigenziali.
«Il presidente Decaro mi ha chiesto di dargli una mano come consulente», spiega Emiliano, «io gli ho detto: “Sono disposto a darti consulenze pure telefoniche gratuitamente”, però evidentemente voleva darmi il segno della sua vicinanza. Io avevo detto che era una costruzione un po’ ardita, ma lui ha voluto andare avanti. Dopodiché il Pd ha chiesto alla commissione sugli incidenti del lavoro di inserirmi come consulente. Ma se io dovessi scegliere, non vedrei l’ora di rimettermi la toga, di andare a fare il pubblico ministero in una Procura».
La legge attuale impedisce ai magistrati che hanno fatto politica di rientrare negli uffici giudiziari, ma a lui questa legge non si applica essendo andato in aspettativa prima. «Temo solo che la Procura dove rischio di andare sarebbe un po’ perseguitata dai giornalisti», aggiunge. Ecco la scusa. «Sto cercando di evitare di rientrare in servizio proprio per evitare questo. Dopodiché, se mi costringono a rientrare, sarò felicissimo perché chi nasce magistrato muore magistrato».
Ma non esita a dire anche che «se il Pd decidesse di candidarmi» alle Politiche 2027 «sarei felice», perché «la politica obiettivamente è la bacchetta magica che se funziona, cambia tutto, come al contrario se non funziona fa un disastro». A Emiliano ha cambiato davvero tutto.
Quindi? «Non è che uno per sopravvivere deve fare politica per forza», insiste. «Mi rendo conto però che se qualcuno mi chiedesse di fare il deputato farebbe una cosa intelligente perché ho una certa esperienza. Se non me lo chiedesse perché sono troppo ingombrante a me la vita non me la cambiano». E ne ha anche per il sindaco di Genova, Silvia Salis, che scarica per ingraziarsi il segretario Pd, Elly Schlein: «Non credo abbia le carte in regola per essere candidata premier del centrosinistra. È appena diventata sindaco, non ha nessuna storia politica e non ha nessuna connessione con tutto il mondo progressista. È una figura interessante per il futuro, non per il presente».
Emiliano manda poi una serie di messaggi a Decaro, delfino che si è smarcato dal suo mentore. «Antonio è reo confesso: lo dice chiaramente a tutti che soffre la mia presenza, ma questo lo capisco». Tuttavia, gli tende la mano: «Io, comunque, qualunque cosa dovesse fare Antonio, sono dalla sua parte e lo sosterrò in tutte le maniere perché ovviamente, come diceva mia madre, l’ho fatto io, non è che lo posso distruggere».
Nel corso dell’intervista, Emiliano ha anche presentato il suo romanzo noir, L’Alba di San Nicola, raccontandone la genesi: «Se non mi avessero messo a riposo forzato, probabilmente non l’avrei finito. È stato un momento per riorganizzare la propria vita».
Anche se per il momento la vita di Emiliano assomiglia di più a un giallo.
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Nicola Magrini (Ansa)
L’affermazione è stata fatta nel contesto delle misure prese durante la seconda ondata, da settembre a dicembre 2020. Innanzitutto, l’ex dg ha voluto precisare che nei primi protocolli di trattamento domiciliare Aifa le indicazioni «non erano di vigile attesa ma di watchful waiting, monitoraggio attento e presente, non da remoto, dell’evoluzione clinica del paziente».
Peccato che la circolare dell’allora ministro della Salute, Roberto Speranza, firmata il 30 novembre 2020 dall’ex direttore generale della Prevenzione sanitaria Giovanni Rezza e uscita dopo 8 mesi con le linee guida sulla gestione domiciliare dei pazienti con infezione da Sars-Cov-2, riportasse proprio «vigile attesa» e «trattamenti sintomatici (ad esempio paracetamolo)». L’accoppiata tachipirina e vigile attesa che lasciava senza cure centinaia di migliaia di persone atterrite dal virus, quando rimanevano contagiate e sapevano di non poter andare al Pronto soccorso. Quanto al «monitoraggio non da remoto», sappiamo che la maggior parte dei medici si rifiutava di visitare i propri assistiti, lasciandoli spesso anche senza risposte telefoniche. Magrini, che è specializzato in farmacologia clinica, ha poi spiegato ai parlamentari della commissione che gli studi clinici randomizzati (Rct) sono lo strumento più affidabile anche durante la pandemia per valutare efficacia e sicurezza dei farmaci. «Undici trattamenti non hanno dimostrato nessuna efficacia su mortalità, durata ricovero e ventilazione e qualche potenziale danno. Li cito rapidamente, l’idrossiclorochina, il lopinavir […] il plasma dei convalescenti che in Italia ha avuto faticose polemiche, l’aspirina…».
Non si è trattato solo dell’ennesimo insulto al professor Giuseppe De Donno, l’ex primario di pneumologia dell’ospedale Carlo Poma di Mantova che per primo aveva iniziato la cura del Covid con le trasfusioni di plasma iperimmune (e che si tolse la vita nel luglio del 2021), ma anche della negazione dell’efficacia dell’infusione di sangue di contagiati dal coronavirus, opportunamente trattato, in altri pazienti, riconosciuta da studi autorevoli.
Come quello dell’ottobre 2023, uscito su The New England Journal of Medicine (Nejm) e che dimostrava una mortalità ridotta nei pazienti affetti da sindrome da distress respiratorio acuto (Ards), indotta da Covid-19, ai quali era stato somministrato plasma raccolto da donatori convalescenti, entro 5 giorni dall’inizio della ventilazione meccanica invasiva. Non solo, tra l’inizio di aprile 2020 e la fine di agosto 2020, quasi 100.000 pazienti ricoverati in circa 2.200 ospedali statunitensi con infezioni da Sars-CoV-2 furono trattati con plasma convalescente nell’ambito di un programma autorizzato dalla Fda.
In Italia, invece, lo studio clinico randomizzato e controllato chiamato Tsunami, promosso da Istituto superiore della sanità e Aifa «non evidenziò benefici» e la cura venne bocciata. Forse perché costava poco. Ancora oggi, Magrini insiste nel definire il plasma iperimmune inefficace, magari con qualche potenziale danno. E vogliamo parlare dell’aspirina? Solo guardando agli studi dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri pubblicati nel 2021, 2022 e 2023, era documentata l’importanza di farmaci antinfiammatori non steroidei quali l’aspirina. Nel gennaio di quest’anno, un nuovo lavoro pubblicato su Frontiers in Immunology, prendeva in esame i meccanismi molecolari dell’effetto dell’aspirina sulla struttura della proteina Spike, riducendo la capacità del virus di legarsi alle cellule dell’ospite e limitando il danno polmonare. E per fortuna che l’ex dg di Aifa ha affermato: «Le linee guida terapeutiche progrediscono con il progredire delle evidenze, che nel caso del Covid sono progredite di mese in mese, in alcuni momenti anche di settimana in settimana». Nessun mea culpa per quello che la nostra agenzia regolatoria impedì che venisse attuato, escludendo trattamenti importanti?
Magrini ha spiegato in commissione che aveva ragione l’articolo apparso il 14 aprile su Nejm dal titolo «Valutazione dei farmaci durante la pandemia di Covid-19», nel quale «Jerry Avorn affermava che avremo problemi, come disegni di studi clinici inadeguati e sicurezza in studi randomizzati prima della immissione sul mercato o loro autorizzazione». Nel testo si affermava che «l’ampliamento dell’accesso a terapie sperimentali non ancora completamente valutate potrebbe avere diverse conseguenze indesiderate» e Magrini ha fatto l’esempio di Trump. «Diceva che aveva l’intuito che funzionasse l’idrossiclorochina, la preoccupazione della scienza era di un input politico […] occorre proteggere le persone da farmaci inefficaci o poco sicuri». L’ex dg non ha dubbi: «La salute dei singoli pazienti, sia della popolazione si preserverà restando fedeli ai principi di valutazione delle attività regolatorie». Il giudizio su Aifa, guardando all’epoca pandemica, invece per molti italiani non è affatto positivo.
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