
Dopo aver duramente criticato lo statuto del Board of peace per Gaza, Bruxelles ha fatto dietrofront: la Commissione europea parteciperà alla riunione inaugurale come osservatore.
A rappresentare l’Ue giovedì a Washington sarà il commissario europeo per il Mediterraneo, Dubravka Suica. Nonostante le premesse di rito, ovvero che la Commissione «non sta diventando membro» del Board, il portavoce Guillaume Mercier ha comunicato che la partecipazione all’incontro è in virtù «dell’impegno di lunga data per l’attuazione del cessate il fuoco a Gaza, nonché per prendere parte agli sforzi internazionali per sostenere la ricostruzione e la ripresa postbellica a Gaza».
A fargli eco anche la portavoce della Commissione, Paula Pinho, che ha messo in primo piano il ruolo svolto da Bruxelles: «Siamo i più importanti donatori per Gaza e per la Palestina. Ed è in questo senso e in questo ruolo che andiamo alla riunione. Abbiamo le competenze necessarie. Disponiamo già di un importante sostegno finanziario». Pare però che a Bruxelles piaccia poco essere etichettata con il nome di «osservatore», termine usato anche da Reuters. «Preferiamo non parlare di osservatore» hanno detto fonti dell’Ue, che invece vogliono spiegare i due aspetti della presenza europea: non diventare membri, ma essere presenti «alle discussioni su Gaza».
La virata non è il risultato di un qualche cambiamento richiesto da Bruxelles e adottato dal Chair, ovvero Donald Trump, ma è l’ennesimo giro di valzer made in Ue. Il 23 gennaio, il presidente del Consiglio europeo, António Costa, aveva espresso «seri dubbi su diversi elementi dello statuto del Board of Peace» ovvero «il suo ambito di applicazione, la sua governance e la sua compatibilità con la Carta delle Nazioni unite». E invece ieri, pur ritenendo sempre critici questi aspetti, un portavoce della Commissione Ue ha reso noto che «l’Alto rappresentante, Kaja Kallas, è in contatto con i membri e, al Consiglio affari esteri, i ministri discuteranno con Nikolay Mladenov (l’Alto rappresentante del Board, ndr) di come l’Ue potrà contribuire».
La recente scelta del governo italiano di prendere parte al Board come osservatore non stona quindi con la linea europea. Lo stesso ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha dichiarato ieri: «Vogliamo essere protagonisti ma come osservatori, come lo sarà la Commissione europea». In tal modo non si è vincolati «all’articolo 9 dello statuto del Board» che «è in contrasto con la Costituzione». L’iniziativa, ha proseguito Tajani, si spiega con il ruolo svolto dall’Italia: «Lo facciamo perché abbiamo già dato molto per Gaza e continueremo a farlo, siamo tra i Paesi al mondo che ha dato di più. Siamo pronti a formare la nuova polizia gazawa e quella palestinese, siamo pronti a incrementare i nostri carabinieri a Rafah». Tra l’altro, l’inversione di Bruxelles è andata probabilmente oltre le aspettative del Quirinale, che si è voluto mantenere distante dall’acceso dibattito tra il governo e l’opposizione. Poco prima della svolta europea, il Corriere della Sera aveva fatto sapere che «non era stato il Quirinale a stoppare l’ingresso a pieno titolo dell’Italia nel Board per la ricostruzione di Gaza. E non sarà il Quirinale a impedire che Meloni accetti l’invito di Trump a partecipare come osservatore».
In questo contesto, le critiche dell’opposizione sembrano obsolete. «Mi chiedo fino a che punto Meloni voglia umiliare la tradizione diplomatica di questo Paese per non scontentare Trump» ha detto il segretario del Pd, Elly Schlein. Per i parlamentari M5s delle Commissioni esteri di Camera e Senato si tratta dell’«ennesimo atto di sudditanza di Meloni che degrada l’Italia a vassallo degli Stati Uniti e allontana il nostro Paese dal novero dei Paesi europei che contano». Peraltro, Tajani, al Corriere della Sera, ha risposto alle critiche: «Mi sembrano accuse senza senso. Allora anche la Commissione europea, che sarà presente con la responsabile del Mediterraneo Dubravka Suica, è asservita all’America? E Cipro che ha la presidenza di turno? Non capisco cosa ci sia da strepitare». Tra gli osservatori ci saranno infatti anche Cipro, la Romania e la Grecia, mentre la Germania sta valutando. Di certo il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, non sarà a Washington, ma una fonte del governo ha rivelato che «il cancelliere ha continuamente contatti con Meloni». Nel frattempo, ieri è stato organizzato un vertice a Palazzo Chigi tra il premier, Giorgia Meloni, Tajani, il vicepremier, Matteo Salvini e il leader di Noi moderati Maurizio Lupi. Il confronto, oltre al Board, ha riguardato le priorità dell’ultimo anno dell’esecutivo, la legge elettorale e il decreto energia. E nonostante non sia ancora noto chi rappresenterà l’Italia a Washington, se Tajani o Meloni, a fare da preludio alla riunione del Board saranno oggi le comunicazioni del vicepremier al Parlamento a cui seguiranno le votazioni.






