True
2019-10-23
L’Ue butta la maschera e fa sconti agli amici
Ansa
Ricordate il putiferio quando un anno fa, proprio in questi giorni, Bruxelles ci indirizzò la durissima lettera nella quale ci veniva rimproverata una «deviazione senza precedenti» rispetto agli obblighi previsti dal Patto di stabilità e crescita? Ebbene, anche quest'anno la tirata di orecchie sui nostri conti è arrivata puntuale, ma i «gemelli diversi» Valdis Dombrovskis e Pierre Moscovici hanno usato toni ben diversi.
«È una lettera completamente diversa da quella che era stata indirizzata al governo precedente», ci ha tenuto a specificare a voce Moscovici poco dopo che il testo era stato reso pubblico, «non c'è nessun problema di crisi di bilancio con l'Italia, siamo in un processo di dialogo positivo con il governo». Quando si tratta di spiegare la necessità di rispettare le regole, il tono del commissario uscente agli Affari economici e monetari si fa quasi morbido: «Il ruolo della Commissione è stabilire fatti oggettivi, quello che va nella direzione giusta, e anche di notare un certo numero di aggiustamenti o disaggiustamenti».
Sul finale della missiva, i due si spingono fino a usare un tono gentile. «Gradiremmo ricevere ulteriori informazioni sulla composizione precisa del saldo strutturale», si legge nel testo, «che ci aiuterebbero a capire se c'è un rischio di deviazione significativa».
Ma nonostante i commenti rassicuranti a margine e il carattere a tratti conciliante del carteggio, rimane un fatto oggettivo: la lettera è stata inviata e una risposta va data, anche in tempi molto brevi. Già oggi infatti Bruxelles si aspetta un riscontro dal governo italiano.
Facendo un salto indietro di 12 mesi, la mente torna alla reazione isterica dei media italiani, solerti a definire «impietosa» e «senza sconti» la richiesta di puntualizzazione inviata dalla Commissione. Nelle settimane che seguirono si aprì un lungo contenzioso tra il governo e la stampa nostrana, a colpi di voci di corridoio e indiscrezioni riferite da non meglio precisate «persone ben informate dei fatti». Si rispolverò per l'occasione un filone narrativo che dovrebbe essere estraneo al giornalismo, il «retroscenismo», contrassegnato ogni giorno da una velina diversa il cui scopo sembrava essere però sempre lo stesso: il governo degli incompetenti ci ha portati allo sfascio e merita di essere punito con la procedura di infrazione.
Servirono a poco i tentativi di tenere a bada le speculazioni messi in atto, fin dal primo momento, da parte dell'esecutivo. Proprio lo stesso giorno in cui gli venne recapitata la lettera, l'allora ministro dell'Economia Giovanna Tria dichiarò che «oggi si apre quello che abbiamo definito un dialogo costruttivo partendo da punti di vista diversi», precisando allo stesso tempo la volontà di «approfondire le nostre spiegazioni e le ragioni della nostra politica e di far conoscere meglio alla Commissione le riforme strutturali che porteremo avanti con la legge di Bilancio, e di poter avvicinare le nostre posizioni». Né più né meno, a ben vedere, del messaggio che viene fuori dalla giornata odierna.
Ma ormai il violentissimo j'accuse contro il governo gialloblù era partito e nulla avrebbe potuto fermarlo. Emblematico il caso del corrispondente del Corriere della Sera da Bruxelles, Ivo Caizzi, e il rimprovero al proprio direttore Luciano Fontana per la scelta di insistere nella narrazione di una «inesistente» procedura di infrazione. «Si può aprire la prima pagine del Corriere con “una notizia che non c'è" del genere?», si chiedeva ai primi di quest'anno uno sconsolato Caizzi. Perché in effetti la sanzione tanto minacciata e a lungo sbandierata nei confronti del nostro Paese non ci sarebbe mai stata, e alla fine avrebbe prevalso la linea del dialogo proprio come annunciato dal ministro Tria già poche ore dopo la pubblicazione della lettera.
Viene spontaneo dunque riflettere quantomeno su due aspetti. Per prima cosa, sul peso effettivo che rivestono le richieste di chiarimento inviate da Bruxelles. Da quando esiste il Patto di stabilità, sono state aperte ben 36 procedure di infrazione nei confronti degli Stati membri, ciascuna con una durata media di cinque anni. Nessuna di queste ha mai portato all'applicazione di sanzioni vere e proprie. Quest'anno, oltre all'Italia, anche Belgio, Francia, Portogallo e Spagna hanno ricevuto a loro volta una missiva da parte della Commissione. Con tutta probabilità, anche stavolta finirà tutto a tarallucci e vino.
Ma al di là delle considerazioni di carattere generale, c'è un'altra considerazione da fare. Stesso premier, stessi commissari, pressappoco gli stessi parametri di bilancio. L'unico elemento che cambia quest'anno è l'assenza di Matteo Salvini al governo. Verrebbe quasi da pensare che, in realtà, lo scopo di Bruxelles fosse proprio quello di «fare politica» e levarsi dai piedi la Lega. Confermando così che le regole si applicano per i nemici, ma per gli amici si possono tranquillamente interpretare.
Bruxelles prima boccia la manovra poi apre l’ombrello: «Niente crisi»
Caro Giuseppi, nemmeno quest'anno hai fatto bene i compiti a casa, ma stavolta non rischi nessuna bocciatura. Cambia la maggioranza, e cambia la musica: come accadde nell'ottobre del 2018, la Commissione europea scrive una lettera all'Italia per contestare la manovra finanziaria, ma i toni stavolta sono al miele. Rispetto a 12 mesi fa, Giuseppe Conte è ancora premier, ma ora governa con il sostegno del M5s e delle tre sinistre (Pd, Italia viva e Leu), mentre la Lega è passata all'opposizione. Ora come allora, però, l'Europa bacchetta il nostro governo sulla legge di bilancio: la lettera arrivata ieri a Palazzo Chigi e al ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri, è firmata dal vicepresidente della Commissione Ue, Valdis Dombrovskis, e del commissario agli Affari economici, Pierre Moscovici. Il primo è stato riconfermato anche nella nuova commissione guidata da Ursula von der Leyen; il secondo invece è in attesa di lasciare la poltrona a Paolo Gentiloni.
Vediamo i contenuti della lettera, partendo dal punto principale: la manovra italiana, secondo la Commissione Ue, «prevede una variazione del saldo strutturale nel 2020 pari a un peggioramento dello 0,1% del Pil, sia a valore nominale sia come ricalcolato dai servizi della Commissione secondo la metodologia concordata, che non è all'altezza dell'adeguamento strutturale raccomandato dello 0,6% del Pil». Il documento programmatico di bilancio prevede inoltre «un tasso di crescita nominale della spesa pubblica primaria netta dell'1,9%, che supera la riduzione raccomandata di almeno lo 0,1». Nel complesso, questi elementi sembrano non essere in linea con i requisiti di politica di bilancio stabiliti nella raccomandazione del Consiglio del 9 luglio 2019, «poiché», scrivono Dombrovskis e Moscovici, «indicano un rischio di deviazione significativa nel 2020, e in generale nel 2019 e 2020 insieme, dallo sforzo di bilancio raccomandato. Il piano dell'Italia non rispetta il parametro di riferimento per la riduzione del debito nel 2020».
«Allo stesso tempo», scrivono i due burosauri di Bruxelles, «prendiamo atto della richiesta dell'Italia nel documento programmatico di bilancio di avvalersi della flessibilità nell'ambito del braccio preventivo del patto di stabilità e crescita per tener conto dell'impatto di eventi insoliti sul bilancio. La Commissione europea, e successivamente il Consiglio, effettueranno una valutazione approfondita della domanda, tenendo conto dei criteri di ammissibilità». Dombrovskis e Moscovici richiedono quindi «ulteriori informazioni» per poter determinare «se esiste il rischio di una deviazione significativa dall'adeguamento fiscale raccomandato nel 2020 e in generale nel 2019 e 2020».
Entro oggi, mercoledì 23 ottobre, la Commissione attende chiarimenti dall'Italia «per giungere a una valutazione finale», «tenendo conto del dibattito svoltosi nella riunione dell'Eurogruppo del 9 ottobre sulla situazione economica e sulla politica di bilancio nell'area dell'euro, la Commissione europea cerca di proseguire un dialogo costruttivo con l'Italia per giungere a una valutazione finale».
Fin qui la lettera, ma ora esaminiamo il comportamento del postino. Moscovici, ieri, subito dopo l'arrivo a Roma della missiva, si è letteralmente scapicollato a ridimensionare l'iniziativa di Bruxelles, derubricandola quasi a un messaggio, in anticipo, di buon Natale. «Quella inviata dalla Commissione all'Italia», ha detto Moscovici, «è una lettera fattuale, che bisogna prendere sul serio; c'è il rischio di una deviazione significativa, e siamo obbligati a rilevarlo. Ma non ne traiamo conseguenze procedurali, tipo la richiesta di sottoporre un altro bilancio, o di rimettere in causa questo o quel punto». Avete letto bene: la lettera è stata spedita, ma si sa già (prima ancora che il governo risponda), che non avrà conseguenze e che l'Italia non dovrà cambiare nulla della manovra presentata alla Commissione.
«Abbiamo detto», ha aggiunto Moscovici, «ciò che la Commissione dice da tempo: che in una situazione in cui ci fosse un rallentamento più marcato di quello di oggi, ci vorrà una risposta di bilancio differenziata: i Paesi, come l'Italia, con un livello molto alto di debito dovranno avere una politica seria, che però non vuol dire austera; altri Paesi come la Germania o l'Olanda, che hanno margini di bilancio molto più importanti, dovranno utilizzarli per la crescita. Per la loro crescita, perché anche la Germania rallenta, e per la crescita dell'insieme dell'Eurozona». Non vuole dire austera: l'Europa si prepara quindi a allargare i cordoni della borsa, e la manovra «sarà esaminata nelle procedure ulteriori del semestre europeo, e dunque avremo occasione lungo tutto il semestre di riparlarne, e assicurarci che il bilancio, così come è stato proposto, sia debitamente attuato. Bisogna prima di tutto approvarlo, e poi dargli esecuzione in condizioni serie». Insomma, tutto molto chiaro: ora che al governo insieme al M5s ci sono i partiti di sinistra, messi lì proprio dall'Europa, pur di mettere all'opposizione la Lega, la Commissione le lettere le scrive e se le rimangia nel giro di 24 ore.
Spread giù ma non conta il governo. È solo la Bce che fa il suo lavoro
Il solo lessico della lettera inviata dal commissario Pierre Moscovici - per intendersi colui che ha aperto la campagna elettorale del Pd alle europee del 2019 assieme al suo successore Paolo Gentiloni cui peraltro sono stati conferiti molte meno deleghe del predecessore - è di per sé esemplificativo. Si parla di «flessibilità» da ritrovare nel «braccio preventivo del Patto di stabilità e crescita». Termini che evocano l'immaginario di ciò che veramente è l'Unione europea: un posto da cui non si esce non perché si sta bene ma perché è impossibile fuggire. Un carcere appunto con tanto di braccio. Seguono le solite supercazzole sui vari zero virgola accompagnate dalle consuete e stantie raccomandazioni a non deviare dai percorsi di riduzione del debito pubblico. Una lettera non condita dalle esternazioni di un anno fa dei vari Valdis Dombrovskis o Günther Oettinger con tanto di «i mercati insegneranno gli italiani a votare» e con ciò inviando chiari segnali neanche tanto in codice per far innervosire gli investitori e alimentare la volatilità sui nostri titoli di Stato.
La vicenda ci insegna comunque alcune cose. Da un lato la lettera sembra tanto uno di quegli atti dovuti per non far dire a Matteo Salvini che la commissione Ue fa figli e figliastri. Dall'altro comprendiamo anche che questo governo non meritava alcun pesante monito dal momento che si accinge ad approvare una legge di bilancio fatta apposta per non litigare con la Commissione e che mette invece pesantemente le mani in tasca ai contribuenti italiani. Non vedremo aumentare l'Iva di 23 miliardi ma poco ci manca visto che un battuto di tasse e gabelle varie sminuzzate per circa 13 miliardi condirà la pessima pietanza messa in tavola. Dalle pacche sulle spalle dell'Europa al pacco servito agli italiani. Quanto alla presunta credibilità di questo governo che avrebbe di fatto provocato una discesa dei rendimenti dei titoli di Stato, ai lettori della Verità ormai non si insegna più nulla. Nessuna emergenza sulla sostenibilità del nostro debito dal momento che anche nei momenti di più forte nervosismo l'Italia emetteva debito a un costo inferiore rispetto al costo medio dello stock di debito in essere.
E difatti la nota di aggiornamento al documento di economia e finanza confermava come nel 2019 la Repubblica italiana spenderà 62 miliardi circa di interessi sul debito rispetto ai 65 del 2018. E comunque la discesa dei rendimenti sui nostri Btp è già energicamente iniziata nel giugno di quest'anno a seguito dell'annuncio del nuovo quantitative easing da parte dell'uscente governatore della Bce Mario Draghi. Il rendimento sul decennale a giugno è infatti sceso al 2,1% rispetto al 2,7% di maggio per poi diminuire ancora all'1,5% a luglio e addirittura all'1% ad agosto nel pieno della crisi di governo. E ancora sull'1% veleggia il rendimento del Btp a dieci anni a dimostrazione del fatto che non esiste alcun «effetto credibilità» dell'attuale esecutivo rispetto al momento in cui vie era addirittura la crisi di governo di mezza estate.
A conferma e dimostrazione del fatto che, come del resto è stato esplicitamente sostenuto dallo stesso ministro Roberto Gualtieri in audizione alla commissione Bilancio della Camera, è solo l'azione della Bce a determinare la dinamica dei rendimenti e i numeri di questi anno non lasciano adito a dubbi.
Da quando è iniziato il quantitative easing nel marzo 2015 il governo di Matteo Renzi ha goduto a piene mani e per 21 mesi del bazooka di Draghi dal momento che gli acquisti medi mensili di Btp sono stati pari a 9,5 miliardi di euro. Praticamente stessa musica per il successore Gentiloni che nei suoi 18 mesi di governo ha goduto della generosità della Bce che si è mediamente acquistata ogni mese 9,2 miliardi di titoli decennali. Lo stesso non può dirsi invece per il primo governo Conte che nei suoi 15 mesi travagliati ha visto acquisti gli medi mensili scendere ad appena 1,5 miliardi.
Nessuno si è accorto insomma - tranne La Verità - che in quei mesi L'avaro di Molière ha scalzato Super Mario dalla guida della Bce mettendo il bazooka in soffitta.
Nel 2018 le stesse critiche provocarono una rivolta. Oggi gli altri Paesi tacciono
«Prendiamo atto della richiesta dell'Italia nel documento programmatico di bilancio di avvalersi della flessibilità nell'ambito del Patto di stabilità e crescita. La Commissione europea, e successivamente il Consiglio, effettueranno una valutazione approfondita della domanda, tenendo conto dei criteri di ammissibilità». Parola di Valdis Dombrovskis e Pierre Moscovici, i falchi della Commissione europea, diventati colombe. Flessibilità è la parola magica di ogni manovra finanziaria, la possibilità di sforare i rigidissimi paramenti imposti dalla Commissione europea.
Di fronte ai dati della manovra di quest'anno, non tanto diversi da quelli della finanziaria 2018, guardate come sono cambiati i toni dell'Europa nei confronti del governo italiano. «Non è nostra intenzione aggiungere flessibilità a flessibilità per l'Italia» diceva lo scorso anno, esattamente di questi tempi, il presidente della Commissione europea Jean Claude-Juncker. Per non parlare dei toni catastrofisti che accompagnarono la lettera spedita nell'ottobre 2018, da Bruxelles all'Italia, firmata ora come allora da Dombrovskis e Moscovici: quest'ultimo addirittura volò a Roma, per consegnare personalmente la missiva all'ex ministro dell'Economia, Giovanni Tria. Non solo: Moscovici, per drammatizzare ancora di più l'atmosfera intorno ai primi passi in economia del governo Lega-M5s, andò addirittura, il 12 ottobre 2018, al Quirinale, per discutere della manovra finanziaria con il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.
La Lega al governo non era funzionale ai disegni della cupola europea, e quindi l'Italia fu sottoposta a un vero e proprio bombardamento: «La Francia sostiene il rispetto delle regole», si azzardò a pontificare il presidente francese, Emmanuel Macron, mentre il suo uomo, Moscovici, chiudeva un occhio sul mostruoso rapporto deficit/Pil dei transalpini. Il cancelliere austriaco, Sebastian Kurz, affondava i colpi: «Non abbiamo nessuna comprensione», diceva Kurz, «per le politiche finanziarie dell'Italia, ci aspettiamo che il governo rispetti le regole. Non siamo i soli a pensarlo, anche molti altri Paesi. I criteri di Maastricht valgono per tutti. In Austria di sicuro non pagheremo per il debito di altri».
«Il nostro lavoro», ammoniva il presidente dell'Eurogruppo, il portoghese Mario Centeno, «è produrre dei piani di bilancio che rispettino le regole, rafforzino la nostra moneta e facciano proseguire l'umore positivo della zona euro. Abbiamo procedure e regole che ci siamo impegnati a seguire».
Il premier olandese Mark Rutte, dopo aver incontrato Giuseppe Conte, twittava durissimo: «Buon incontro bilaterale con Giuseppe Conte durante il Consiglio europeo. Ho espresso le preoccupazioni dell'Olanda sui piani di bilancio per il 2019. Pieno sostegno alla Commissione Ue perché applichi gli obblighi comuni del Patto di stabilità». «La politica chiave del mio governo è stato il consolidamento fiscale, quindi credo che gli stessi criteri debbano essere applicati a tutti», ammoniva il premier croato Andrej Plenkovic.
Il resto, lo ricordiamo tutti: dopo la lettera dell'Ue, sembrava che l'Italia fosse sul punto di fallire. Opinionisti e addetti ai lavori dei giornali ostili al governo sostenuto dalla Lega prevedevano impennate dello spread, crisi economiche, fame, miseria, praticamente l'apocalisse. L'accerchiamento a cui fu sottoposto il governo Conte uno fu qualcosa di mai visto nella storia dell'Europa. Scese in campo anche il Fondo monetario internazionale: «Non è il momento di rilassarsi sulle politiche fiscali», avvertì il responsabile del dipartimento Europa dell'istituto di Washington, Poul Thomsen. «Siamo d'accordo con la Commissione europea, l'Italia deve rispettare le regole, la manovra italiana va in direzione opposta ai suggerimenti del Fondo, non è corretta», affermò Thomsen, dicendosi «convinto che l'Eurozona abbia gli strumenti giusti per evitare un rischio contagio».
Continua a leggereRiduci
La Commissione, inflessibile con i sovranisti, all'improvviso si scopre clemente: «Questa missiva è diversa da quella indirizzata al Conte uno». È l'ennesima prova che le decisioni sono politiche, non tecniche: l'unica cosa differente è che non c'è più Matteo Salvini.La lettera dell'Europa stronca il piano («Non rispetta il target di riduzione del debito»), ma Pierre Moscovici corre subito in soccorso di Palazzo Chigi: «Non ci saranno modifiche. Se le avessimo volute, lo avremmo scritto».Nel 2019 spenderemo 62 miliardi di interessi sul debito contro i 65 dell'anno precedente.Dopo il primo richiamo, Austria, Olanda e Francia attaccarono con violenza l'Italia: «Non avremo nessuna comprensione».Lo speciale contiene quattro articoli.Ricordate il putiferio quando un anno fa, proprio in questi giorni, Bruxelles ci indirizzò la durissima lettera nella quale ci veniva rimproverata una «deviazione senza precedenti» rispetto agli obblighi previsti dal Patto di stabilità e crescita? Ebbene, anche quest'anno la tirata di orecchie sui nostri conti è arrivata puntuale, ma i «gemelli diversi» Valdis Dombrovskis e Pierre Moscovici hanno usato toni ben diversi. «È una lettera completamente diversa da quella che era stata indirizzata al governo precedente», ci ha tenuto a specificare a voce Moscovici poco dopo che il testo era stato reso pubblico, «non c'è nessun problema di crisi di bilancio con l'Italia, siamo in un processo di dialogo positivo con il governo». Quando si tratta di spiegare la necessità di rispettare le regole, il tono del commissario uscente agli Affari economici e monetari si fa quasi morbido: «Il ruolo della Commissione è stabilire fatti oggettivi, quello che va nella direzione giusta, e anche di notare un certo numero di aggiustamenti o disaggiustamenti».Sul finale della missiva, i due si spingono fino a usare un tono gentile. «Gradiremmo ricevere ulteriori informazioni sulla composizione precisa del saldo strutturale», si legge nel testo, «che ci aiuterebbero a capire se c'è un rischio di deviazione significativa».Ma nonostante i commenti rassicuranti a margine e il carattere a tratti conciliante del carteggio, rimane un fatto oggettivo: la lettera è stata inviata e una risposta va data, anche in tempi molto brevi. Già oggi infatti Bruxelles si aspetta un riscontro dal governo italiano. Facendo un salto indietro di 12 mesi, la mente torna alla reazione isterica dei media italiani, solerti a definire «impietosa» e «senza sconti» la richiesta di puntualizzazione inviata dalla Commissione. Nelle settimane che seguirono si aprì un lungo contenzioso tra il governo e la stampa nostrana, a colpi di voci di corridoio e indiscrezioni riferite da non meglio precisate «persone ben informate dei fatti». Si rispolverò per l'occasione un filone narrativo che dovrebbe essere estraneo al giornalismo, il «retroscenismo», contrassegnato ogni giorno da una velina diversa il cui scopo sembrava essere però sempre lo stesso: il governo degli incompetenti ci ha portati allo sfascio e merita di essere punito con la procedura di infrazione. Servirono a poco i tentativi di tenere a bada le speculazioni messi in atto, fin dal primo momento, da parte dell'esecutivo. Proprio lo stesso giorno in cui gli venne recapitata la lettera, l'allora ministro dell'Economia Giovanna Tria dichiarò che «oggi si apre quello che abbiamo definito un dialogo costruttivo partendo da punti di vista diversi», precisando allo stesso tempo la volontà di «approfondire le nostre spiegazioni e le ragioni della nostra politica e di far conoscere meglio alla Commissione le riforme strutturali che porteremo avanti con la legge di Bilancio, e di poter avvicinare le nostre posizioni». Né più né meno, a ben vedere, del messaggio che viene fuori dalla giornata odierna.Ma ormai il violentissimo j'accuse contro il governo gialloblù era partito e nulla avrebbe potuto fermarlo. Emblematico il caso del corrispondente del Corriere della Sera da Bruxelles, Ivo Caizzi, e il rimprovero al proprio direttore Luciano Fontana per la scelta di insistere nella narrazione di una «inesistente» procedura di infrazione. «Si può aprire la prima pagine del Corriere con “una notizia che non c'è" del genere?», si chiedeva ai primi di quest'anno uno sconsolato Caizzi. Perché in effetti la sanzione tanto minacciata e a lungo sbandierata nei confronti del nostro Paese non ci sarebbe mai stata, e alla fine avrebbe prevalso la linea del dialogo proprio come annunciato dal ministro Tria già poche ore dopo la pubblicazione della lettera.Viene spontaneo dunque riflettere quantomeno su due aspetti. Per prima cosa, sul peso effettivo che rivestono le richieste di chiarimento inviate da Bruxelles. Da quando esiste il Patto di stabilità, sono state aperte ben 36 procedure di infrazione nei confronti degli Stati membri, ciascuna con una durata media di cinque anni. Nessuna di queste ha mai portato all'applicazione di sanzioni vere e proprie. Quest'anno, oltre all'Italia, anche Belgio, Francia, Portogallo e Spagna hanno ricevuto a loro volta una missiva da parte della Commissione. Con tutta probabilità, anche stavolta finirà tutto a tarallucci e vino.Ma al di là delle considerazioni di carattere generale, c'è un'altra considerazione da fare. Stesso premier, stessi commissari, pressappoco gli stessi parametri di bilancio. L'unico elemento che cambia quest'anno è l'assenza di Matteo Salvini al governo. Verrebbe quasi da pensare che, in realtà, lo scopo di Bruxelles fosse proprio quello di «fare politica» e levarsi dai piedi la Lega. Confermando così che le regole si applicano per i nemici, ma per gli amici si possono tranquillamente interpretare.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lue-butta-la-maschera-e-fa-sconti-agli-amici-2641071117.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="bruxelles-prima-boccia-la-manovra-poi-apre-lombrello-niente-crisi" data-post-id="2641071117" data-published-at="1779872126" data-use-pagination="False"> Bruxelles prima boccia la manovra poi apre l’ombrello: «Niente crisi» Caro Giuseppi, nemmeno quest'anno hai fatto bene i compiti a casa, ma stavolta non rischi nessuna bocciatura. Cambia la maggioranza, e cambia la musica: come accadde nell'ottobre del 2018, la Commissione europea scrive una lettera all'Italia per contestare la manovra finanziaria, ma i toni stavolta sono al miele. Rispetto a 12 mesi fa, Giuseppe Conte è ancora premier, ma ora governa con il sostegno del M5s e delle tre sinistre (Pd, Italia viva e Leu), mentre la Lega è passata all'opposizione. Ora come allora, però, l'Europa bacchetta il nostro governo sulla legge di bilancio: la lettera arrivata ieri a Palazzo Chigi e al ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri, è firmata dal vicepresidente della Commissione Ue, Valdis Dombrovskis, e del commissario agli Affari economici, Pierre Moscovici. Il primo è stato riconfermato anche nella nuova commissione guidata da Ursula von der Leyen; il secondo invece è in attesa di lasciare la poltrona a Paolo Gentiloni. Vediamo i contenuti della lettera, partendo dal punto principale: la manovra italiana, secondo la Commissione Ue, «prevede una variazione del saldo strutturale nel 2020 pari a un peggioramento dello 0,1% del Pil, sia a valore nominale sia come ricalcolato dai servizi della Commissione secondo la metodologia concordata, che non è all'altezza dell'adeguamento strutturale raccomandato dello 0,6% del Pil». Il documento programmatico di bilancio prevede inoltre «un tasso di crescita nominale della spesa pubblica primaria netta dell'1,9%, che supera la riduzione raccomandata di almeno lo 0,1». Nel complesso, questi elementi sembrano non essere in linea con i requisiti di politica di bilancio stabiliti nella raccomandazione del Consiglio del 9 luglio 2019, «poiché», scrivono Dombrovskis e Moscovici, «indicano un rischio di deviazione significativa nel 2020, e in generale nel 2019 e 2020 insieme, dallo sforzo di bilancio raccomandato. Il piano dell'Italia non rispetta il parametro di riferimento per la riduzione del debito nel 2020». «Allo stesso tempo», scrivono i due burosauri di Bruxelles, «prendiamo atto della richiesta dell'Italia nel documento programmatico di bilancio di avvalersi della flessibilità nell'ambito del braccio preventivo del patto di stabilità e crescita per tener conto dell'impatto di eventi insoliti sul bilancio. La Commissione europea, e successivamente il Consiglio, effettueranno una valutazione approfondita della domanda, tenendo conto dei criteri di ammissibilità». Dombrovskis e Moscovici richiedono quindi «ulteriori informazioni» per poter determinare «se esiste il rischio di una deviazione significativa dall'adeguamento fiscale raccomandato nel 2020 e in generale nel 2019 e 2020». Entro oggi, mercoledì 23 ottobre, la Commissione attende chiarimenti dall'Italia «per giungere a una valutazione finale», «tenendo conto del dibattito svoltosi nella riunione dell'Eurogruppo del 9 ottobre sulla situazione economica e sulla politica di bilancio nell'area dell'euro, la Commissione europea cerca di proseguire un dialogo costruttivo con l'Italia per giungere a una valutazione finale». Fin qui la lettera, ma ora esaminiamo il comportamento del postino. Moscovici, ieri, subito dopo l'arrivo a Roma della missiva, si è letteralmente scapicollato a ridimensionare l'iniziativa di Bruxelles, derubricandola quasi a un messaggio, in anticipo, di buon Natale. «Quella inviata dalla Commissione all'Italia», ha detto Moscovici, «è una lettera fattuale, che bisogna prendere sul serio; c'è il rischio di una deviazione significativa, e siamo obbligati a rilevarlo. Ma non ne traiamo conseguenze procedurali, tipo la richiesta di sottoporre un altro bilancio, o di rimettere in causa questo o quel punto». Avete letto bene: la lettera è stata spedita, ma si sa già (prima ancora che il governo risponda), che non avrà conseguenze e che l'Italia non dovrà cambiare nulla della manovra presentata alla Commissione. «Abbiamo detto», ha aggiunto Moscovici, «ciò che la Commissione dice da tempo: che in una situazione in cui ci fosse un rallentamento più marcato di quello di oggi, ci vorrà una risposta di bilancio differenziata: i Paesi, come l'Italia, con un livello molto alto di debito dovranno avere una politica seria, che però non vuol dire austera; altri Paesi come la Germania o l'Olanda, che hanno margini di bilancio molto più importanti, dovranno utilizzarli per la crescita. Per la loro crescita, perché anche la Germania rallenta, e per la crescita dell'insieme dell'Eurozona». Non vuole dire austera: l'Europa si prepara quindi a allargare i cordoni della borsa, e la manovra «sarà esaminata nelle procedure ulteriori del semestre europeo, e dunque avremo occasione lungo tutto il semestre di riparlarne, e assicurarci che il bilancio, così come è stato proposto, sia debitamente attuato. Bisogna prima di tutto approvarlo, e poi dargli esecuzione in condizioni serie». Insomma, tutto molto chiaro: ora che al governo insieme al M5s ci sono i partiti di sinistra, messi lì proprio dall'Europa, pur di mettere all'opposizione la Lega, la Commissione le lettere le scrive e se le rimangia nel giro di 24 ore. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lue-butta-la-maschera-e-fa-sconti-agli-amici-2641071117.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="spread-giu-ma-non-conta-il-governo-e-solo-la-bce-che-fa-il-suo-lavoro" data-post-id="2641071117" data-published-at="1779872126" data-use-pagination="False"> Spread giù ma non conta il governo. È solo la Bce che fa il suo lavoro Il solo lessico della lettera inviata dal commissario Pierre Moscovici - per intendersi colui che ha aperto la campagna elettorale del Pd alle europee del 2019 assieme al suo successore Paolo Gentiloni cui peraltro sono stati conferiti molte meno deleghe del predecessore - è di per sé esemplificativo. Si parla di «flessibilità» da ritrovare nel «braccio preventivo del Patto di stabilità e crescita». Termini che evocano l'immaginario di ciò che veramente è l'Unione europea: un posto da cui non si esce non perché si sta bene ma perché è impossibile fuggire. Un carcere appunto con tanto di braccio. Seguono le solite supercazzole sui vari zero virgola accompagnate dalle consuete e stantie raccomandazioni a non deviare dai percorsi di riduzione del debito pubblico. Una lettera non condita dalle esternazioni di un anno fa dei vari Valdis Dombrovskis o Günther Oettinger con tanto di «i mercati insegneranno gli italiani a votare» e con ciò inviando chiari segnali neanche tanto in codice per far innervosire gli investitori e alimentare la volatilità sui nostri titoli di Stato. La vicenda ci insegna comunque alcune cose. Da un lato la lettera sembra tanto uno di quegli atti dovuti per non far dire a Matteo Salvini che la commissione Ue fa figli e figliastri. Dall'altro comprendiamo anche che questo governo non meritava alcun pesante monito dal momento che si accinge ad approvare una legge di bilancio fatta apposta per non litigare con la Commissione e che mette invece pesantemente le mani in tasca ai contribuenti italiani. Non vedremo aumentare l'Iva di 23 miliardi ma poco ci manca visto che un battuto di tasse e gabelle varie sminuzzate per circa 13 miliardi condirà la pessima pietanza messa in tavola. Dalle pacche sulle spalle dell'Europa al pacco servito agli italiani. Quanto alla presunta credibilità di questo governo che avrebbe di fatto provocato una discesa dei rendimenti dei titoli di Stato, ai lettori della Verità ormai non si insegna più nulla. Nessuna emergenza sulla sostenibilità del nostro debito dal momento che anche nei momenti di più forte nervosismo l'Italia emetteva debito a un costo inferiore rispetto al costo medio dello stock di debito in essere. E difatti la nota di aggiornamento al documento di economia e finanza confermava come nel 2019 la Repubblica italiana spenderà 62 miliardi circa di interessi sul debito rispetto ai 65 del 2018. E comunque la discesa dei rendimenti sui nostri Btp è già energicamente iniziata nel giugno di quest'anno a seguito dell'annuncio del nuovo quantitative easing da parte dell'uscente governatore della Bce Mario Draghi. Il rendimento sul decennale a giugno è infatti sceso al 2,1% rispetto al 2,7% di maggio per poi diminuire ancora all'1,5% a luglio e addirittura all'1% ad agosto nel pieno della crisi di governo. E ancora sull'1% veleggia il rendimento del Btp a dieci anni a dimostrazione del fatto che non esiste alcun «effetto credibilità» dell'attuale esecutivo rispetto al momento in cui vie era addirittura la crisi di governo di mezza estate. A conferma e dimostrazione del fatto che, come del resto è stato esplicitamente sostenuto dallo stesso ministro Roberto Gualtieri in audizione alla commissione Bilancio della Camera, è solo l'azione della Bce a determinare la dinamica dei rendimenti e i numeri di questi anno non lasciano adito a dubbi. Da quando è iniziato il quantitative easing nel marzo 2015 il governo di Matteo Renzi ha goduto a piene mani e per 21 mesi del bazooka di Draghi dal momento che gli acquisti medi mensili di Btp sono stati pari a 9,5 miliardi di euro. Praticamente stessa musica per il successore Gentiloni che nei suoi 18 mesi di governo ha goduto della generosità della Bce che si è mediamente acquistata ogni mese 9,2 miliardi di titoli decennali. Lo stesso non può dirsi invece per il primo governo Conte che nei suoi 15 mesi travagliati ha visto acquisti gli medi mensili scendere ad appena 1,5 miliardi. Nessuno si è accorto insomma - tranne La Verità - che in quei mesi L'avaro di Molière ha scalzato Super Mario dalla guida della Bce mettendo il bazooka in soffitta. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lue-butta-la-maschera-e-fa-sconti-agli-amici-2641071117.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="nel-2018-le-stesse-critiche-provocarono-una-rivolta-oggi-gli-altri-paesi-tacciono" data-post-id="2641071117" data-published-at="1779872126" data-use-pagination="False"> Nel 2018 le stesse critiche provocarono una rivolta. Oggi gli altri Paesi tacciono «Prendiamo atto della richiesta dell'Italia nel documento programmatico di bilancio di avvalersi della flessibilità nell'ambito del Patto di stabilità e crescita. La Commissione europea, e successivamente il Consiglio, effettueranno una valutazione approfondita della domanda, tenendo conto dei criteri di ammissibilità». Parola di Valdis Dombrovskis e Pierre Moscovici, i falchi della Commissione europea, diventati colombe. Flessibilità è la parola magica di ogni manovra finanziaria, la possibilità di sforare i rigidissimi paramenti imposti dalla Commissione europea. Di fronte ai dati della manovra di quest'anno, non tanto diversi da quelli della finanziaria 2018, guardate come sono cambiati i toni dell'Europa nei confronti del governo italiano. «Non è nostra intenzione aggiungere flessibilità a flessibilità per l'Italia» diceva lo scorso anno, esattamente di questi tempi, il presidente della Commissione europea Jean Claude-Juncker. Per non parlare dei toni catastrofisti che accompagnarono la lettera spedita nell'ottobre 2018, da Bruxelles all'Italia, firmata ora come allora da Dombrovskis e Moscovici: quest'ultimo addirittura volò a Roma, per consegnare personalmente la missiva all'ex ministro dell'Economia, Giovanni Tria. Non solo: Moscovici, per drammatizzare ancora di più l'atmosfera intorno ai primi passi in economia del governo Lega-M5s, andò addirittura, il 12 ottobre 2018, al Quirinale, per discutere della manovra finanziaria con il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. La Lega al governo non era funzionale ai disegni della cupola europea, e quindi l'Italia fu sottoposta a un vero e proprio bombardamento: «La Francia sostiene il rispetto delle regole», si azzardò a pontificare il presidente francese, Emmanuel Macron, mentre il suo uomo, Moscovici, chiudeva un occhio sul mostruoso rapporto deficit/Pil dei transalpini. Il cancelliere austriaco, Sebastian Kurz, affondava i colpi: «Non abbiamo nessuna comprensione», diceva Kurz, «per le politiche finanziarie dell'Italia, ci aspettiamo che il governo rispetti le regole. Non siamo i soli a pensarlo, anche molti altri Paesi. I criteri di Maastricht valgono per tutti. In Austria di sicuro non pagheremo per il debito di altri». «Il nostro lavoro», ammoniva il presidente dell'Eurogruppo, il portoghese Mario Centeno, «è produrre dei piani di bilancio che rispettino le regole, rafforzino la nostra moneta e facciano proseguire l'umore positivo della zona euro. Abbiamo procedure e regole che ci siamo impegnati a seguire». Il premier olandese Mark Rutte, dopo aver incontrato Giuseppe Conte, twittava durissimo: «Buon incontro bilaterale con Giuseppe Conte durante il Consiglio europeo. Ho espresso le preoccupazioni dell'Olanda sui piani di bilancio per il 2019. Pieno sostegno alla Commissione Ue perché applichi gli obblighi comuni del Patto di stabilità». «La politica chiave del mio governo è stato il consolidamento fiscale, quindi credo che gli stessi criteri debbano essere applicati a tutti», ammoniva il premier croato Andrej Plenkovic. Il resto, lo ricordiamo tutti: dopo la lettera dell'Ue, sembrava che l'Italia fosse sul punto di fallire. Opinionisti e addetti ai lavori dei giornali ostili al governo sostenuto dalla Lega prevedevano impennate dello spread, crisi economiche, fame, miseria, praticamente l'apocalisse. L'accerchiamento a cui fu sottoposto il governo Conte uno fu qualcosa di mai visto nella storia dell'Europa. Scese in campo anche il Fondo monetario internazionale: «Non è il momento di rilassarsi sulle politiche fiscali», avvertì il responsabile del dipartimento Europa dell'istituto di Washington, Poul Thomsen. «Siamo d'accordo con la Commissione europea, l'Italia deve rispettare le regole, la manovra italiana va in direzione opposta ai suggerimenti del Fondo, non è corretta», affermò Thomsen, dicendosi «convinto che l'Eurozona abbia gli strumenti giusti per evitare un rischio contagio».
Rocco Buttiglione (secondo da sinistra), durante la Messa dell'Epifania nella Basilica di San Pietro, celebrata da Papa Benedetto XVI il 6 gennaio 2013 (Getty Images)
In occasione della giornata di studi dedicata a Dietrich von Hildebrand, Rocco Buttiglione riflette su amore, libertà, passioni e personalismo cristiano: «La società liquida si ricostruisce quando due persone imparano a dire “noi”».
Secondo Joseph Ratzinger, quello del filosofo Dietrich von Hildebrand (1889-1977) sarebbe diventato «il nome più eminente per la storia intellettuale della Chiesa cattolica del XX secolo». In occasione della Giornata di studio della Cattedra Hildebrand per il Personalismo Cristiano Amore e comunione nel pensiero di Dietrich von Hildebrand, tenutasi presso il Pontificio Ateneo Regina Apostolorum di Roma, La Verità ha intervistato il professor Rocco Buttiglione, tra i principali interpreti contemporanei del personalismo cristiano e del pensiero di Karol Wojtyła.
Professor Buttiglione, il documento vaticano del 2005 Una caro ha riportato al centro del dibattito ecclesiale e culturale il tema dell’amore coniugale come comunione personale. Perché il pensiero di Dietrich von Hildebrand è attuale?
«Molte volte i cattolici hanno sviluppato una pedagogia del dovere. La parola di Dio, oppure la Legge naturale, oppure la Tradizione mi dicono cosa devo fare e io lo faccio. Disimpegno un ruolo sociale e assumo gli obblighi corrispondenti. L’energia della vita viene assorbita dall’adempimento del dovere. Fra il dovere ed il desiderio del cuore nasce un’ostilità, una contrapposizione. Il tipo di uomo che risulta da questa educazione è una persona “per bene”, che svolge responsabilmente il suo ruolo sociale ma è spento dentro, è noioso ed è annoiato. Gran parte delle energie della persona sono assorbite dal compito di controllare e tenere sottomesse le passioni dell’anima. Ogni tanto, o anche spesso, questa pressione viene sospesa e le passioni vengono soddisfatte, nella forma più rozza, più immediata e meno umana. Molti vivono da robot i giorni della settimana, e il sabato e la domenica si ubriacano fino a perdere la coscienza di sé o fino ad andare a letto con chi capita (in America questo si chiama binge drinking) oppure assumono droghe, o entrano nel giro del gioco virtuale. La pedagogia del dovere parte dalla convinzione che la passione sia cattiva. Von Hildebrand parte invece dalla convinzione che la passione sia buona, che ogni percezione di un oggetto sia accompagnata dalla intuizione di un valore proprio dell’oggetto percepito e che queste intuizioni di valore si dispongano naturalmente in una gerarchia di valori. Le passioni non hanno bisogno di essere represse per essere sottomesse al dominio della ragione. Hanno bisogno, se mai, di essere educate per fare in modo che la loro energia confluisca per intero nell’adempimento del compito della vita. Ognuno conosce la differenza fra un professore che svolge meccanicamente il compito di esporre una disciplina e uno che ama quello che fa, lo investe con tutta la passione della sua vita e in tal modo appassiona lo studente alla materia che insegna. Questo è il grande apporto di von Hildebrand alla filosofia contemporanea: la conciliazione, anzi il matrimonio fra dovere e passione».
Nel suo intervento lei parlera del “pensare a partire dal cuore” in dialogo con Hildebrand, Wojtyła e Giussani. In che senso il cuore può essere considerato un luogo autentico della conoscenza morale e non semplicemente della soggettività emotiva?
«La filosofia classica distingue nell’uomo due facoltà diverse, l’intelletto e la volontà. L’intelletto processa tutta la informazione disponibile e poi comunica il suo giudizio alla volontà che secondo tale giudizio è tenuta ad operare. La volontà deve obbedire all’intelletto e deve resistere alle passioni che tendono a trascinarla ad agire per la soddisfazione del momento e non secondo gli interessi di lungo periodo della persona. In modi diversi e convergenti von Hildebrand, Wojtyła e Giussani ci dicono che intelletto e volontà sono astrazioni, certo valide nel livello loro proprio ma lontane un passo dalla realtà. La realtà dell’uomo è il cuore che è il centro dinamico della persona. Dobbiamo imparare a pensare a partire dal cuore, cioè a partire dall’insieme di esigenze ed evidenze elementari che sono costitutive di ciascuno di noi. Pensare a partire dal cuore ci rivela anche la positività delle passioni che non devono essere represse, ma guidate verso il loro fine proprio. Questo è il compito della cultura».
Hildebrand insiste molto sul fatto che l’uomo non “costruisce” il valore, ma lo riconosce e vi risponde. Quanto questa impostazione può rappresentare oggi un’alternativa al relativismo contemporaneo?
«Io non mi sono fatto da solo. Io sono dato a me stesso. La prima lealtà del pensiero è il riconoscimento del dono. Ricevo da Dio il dono del mio essere. Ad un livello più prossimo ricevo il mio corpo dai miei genitori e modello il mio spirito nel dialogo con loro. Attraverso i genitori incontro il mondo della cultura al quale appartengo e che devo fare mio. Fare mio questo mondo non è però una operazione passiva. Qui la originaria passività si capovolge in attività. Devo creare il mio mondo interiore attraverso il dialogo con la Tradizione che mi precede. La originaria passività è la condizione della mia attività creativa. Per poter essere creativo devo prima di tutto accettare il dono di me che viene da un altro. Per essere padre devo accettare di essere figlio».
Nel dibattito pubblico contemporaneo sembra prevalere una concezione delle relazioni molto legata all’autorealizzazione individuale o alla soddisfazione reciproca. Che cosa può dire oggi il personalismo cristiano sul significato dell’amore come dono di sé? Lei ha dedicato, inoltre, gran parte della sua riflessione al rapporto tra verità e libertà. Ritiene che oggi esista ancora spazio, culturalmente, per parlare di verità sull’uomo senza essere immediatamente accusati di dogmatismo?
«È in gioco il senso della libertà. Posso giocare con la libertà immaginando di creare il mondo a partire da me stesso ed ignorando che ciò che sono l'ho ricevuto. Posso pensare la libertà come un “fare quello che pare e piace”. Questo è però un gioco demente ed il suo punto d’arrivo necessario è l’autoinganno, la disperazione e la follia. I nostri autori propongono un’altra visione della libertà. Per cominciare la libertà decide all’interno di un orizzonte di possibilità che mi è dato. Posso decidere solo all’interno di questo orizzonte che mi è dato dalla modalità concreta in cui ricevo il dono dell’essere. Facciamo un esempio: la esperienza più grande di libertà nella mia vita coincide con il momento in cui la ragazza di cui ero innamorato mi ha detto di sì. Per vivere questa esperienza la mia libertà non può fingersi sovrana, deve accettare di essere mendicante. Io chiedo il sì di un’altra libertà, che potrebbe anche dirmi di no. La libertà comporta, inevitabilmente, un rischio. L’incontro della mia libertà con la libertà dell’altro mi cambia. Non penso più il mondo a partire da me. Lo penso a partire da noi. Non posso definire il mio bene senza includere nel mio bene il bene dell’altro. È davvero un altro mondo».
Che cosa accomuna, a suo avviso, figure molto diverse come Hildebrand, Wojtyła e don Luigi Giussani? Le chiedo inoltre: nel contesto delle grandi trasformazioni antropologiche contemporanee - dalla crisi della famiglia alla solitudine sociale - quali aspetti del personalismo cristiano ritiene oggi più urgenti?
«La cosa più urgente è riscoprire l’amore. L’amore è quella “divina follia” che fa in modo che “due” divengano “uno”. Ogni qual volta un ragazzo ed una ragazza si innamorano e imparano a dire “noi”, la società liquida di cui parla Zygmunt Bauman si condensa e si risolidifica. Per fortuna i giovani continuano ad innamorarsi. Tutto il mondo, però, è contro di loro. Tutti dicono loro che non vale la pena, che il sesso è reale e l’amore invece no, che chi ama di più soffre di più, che nella vita bisogna accontentarsi, che non si può andare oltre il circolo ferreo dell’interesse individuale e che alla fine l’amore è destinato a perire. Così alle prime difficoltà si arrendono e rompono, in attesa di un altro amore che inizieranno già stanchi e sfiduciati, già convinti nel fondo che l’amore vero non esista. Convinti di avere esplorato la profondità dell’amore e di esserne delusi, non hanno in realtà neppure incominciato a capire che cosa sia. Von Hildebrand era soprannominato dai suoi amici “Doctor Amoris”. Di questo c’è bisogno. In un recente documento il Dicastero della dottrina della fede della Chiesa Cattolica ci offre un grande elogio dell’amore che attinge in gran parte al pensiero di von Hildebrand e di Wojtyła. È un segno di speranza. Di recente si è conclusa a Milano, con una celebrazione in Sant'Ambrogio, la fase diocesana del processo di beatificazione di don Giussani. Anche questo è un segno di speranza».
intervista realizzata da Elisa Grimi, Direttore della Cattedra per il Personalismo Cristiano, Pontificio Ateneo Regina Apostolorum, Roma (Italia)
Continua a leggereRiduci
(Ansa)
Fare in fretta e fare bene: dopo il buon risultato del primo turno delle amministrative, il centrodestra punta tutto sulla legge elettorale per mettere all’angolo gli avversari. Innanzitutto, si obbligherà il centrosinistra a indicare il candidato premier prima delle elezioni, con tutte le conseguenze (nefaste, per loro) del caso. I risultati delle comunali, inoltre, al di là del voto dei centri più importanti, restituiscono una distribuzione dell’elettorato molto frammentata, con Pd, M5s, Avs e alleati che, correndo uniti a differenza del 2022, nei collegi soprattutto al Sud (basta leggere i risultati delle comunali in Campania) potrebbero fare il pieno di uninominali. Proprio gli uninominali, quindi, verranno eliminati nella nuova legge elettorale, che il centrodestra deve però approvare il prima possibile, per non consegnare al centrosinistra l’arma propagandistica del «parlate di cose che non interessano alla gente» e «volete cambiare in corsa le regole».
Alcune modifiche, quindi, verranno apportate al testo originario: le indiscrezioni parlano di un premio di maggioranza più contenuto e di una soglia per ottenerlo leggermente più alta del 40%, per non correre il rischio di una bocciatura da parte della Corte costituzionale. Le preferenze? Falso problema: come già sanno i lettori della Verità, basterà «bloccare» il cappello di lista per garantire l’elezione dei candidati scelti dalle segreterie di partito, lasciando gli altri a battersi per la speranza di un posto al sole. «Ci sono tre disegni di legge», spiega il presidente della commissione Affari costituzionali della Camera, Nazario Pagano di Forza Italia, al termine dei lavori di ieri, «sui quali si è aperta la discussione generale e si sta svolgendo in commissione. Al suo esito, anche sulla scorta di ciò che è emerso dalle audizioni, molto variegate, i relatori trarranno le loro conseguenze ed è probabile che faranno le loro proposte. Delle modifiche saranno proposte, questo sì. A me non risulta che il testo sarà stravolto. C’è sempre stata la intenzione di coinvolgere le opposizioni», aggiunge Pagano, «io ero anche favorevole a un comitato ristretto ma se opponi sempre un niet sovietico a qualunque cose capite che è un problema». In Commissione non è mancata un po’ di bagarre, poiché le opposizioni, prendendo spunto dalle indiscrezioni di stampa su imminenti modifiche al testo in fase di valutazione, hanno chiesto di poter discutere su quello definitivo: «Se c’è un nuovo testo base», chiede il deputato del Pd Gianni Cuperlo, «perché iniziamo la discussione generale su un testo base che di fatto voi stessi dite che non c’è più? Su questo punto c’è stata un’oretta di schermaglie. I relatori sono intervenuti dicendo che ragionevolmente ci sarà un testo modificato ma di fatto ancora non c’è. Il presidente Pagano si è impuntato e ha avviato comunque la discussione generale che, ha detto, servirà a definire il nuovo testo che arriverà successivamente. Ma è un gioco dell’oca: se stanno discutendo sul nuovo testo base ci facciano sapere cosa prevede».
Il gioco delle parti: in realtà l’unica speranza per il centrosinistra è che la maggioranza perda tempo e arrivi «lunga», troppo a ridosso delle elezioni per procedere a modificare la legge. «Se c’è la volontà politica», sottolinea il presidente del Senato, Ignazio La Russa, «ci sono i tempi. Non è un problema di tempi il percorso delle leggi, è sempre figlio della volontà politica». Sembrano invece superate le perplessità di Forza Italia, che non può certo sganciarsi da un’alleanza che sta in piedi, da più di 30 anni, non solo a livello nazionale ma anche in regioni e comuni. Il problema-Roberto Vannacci? Tutta fuffa: Forza Italia alla fine accetterà l’alleanza con chiunque, pur di vincere, incassare la sua quota di premio di maggioranza e restare al governo. Un «accordo sul programma» si trova sempre, come del resto lo troveranno nel centrosinistra, dove certo non mancano le distanze tra le visioni dei vari partiti.
A proposito di Vannacci: il generale non molla sulle preferenze, ma la nuova legge elettorale, manco a dirlo, gli sta benissimo: «A noi non interessano le altre dinamiche», commenta Vannacci, «la soglia di sbarramento la mettano dove vogliono. Ci piace il premio di maggioranza perché consegna governabilità al Paese, ma siamo assolutamente contrari al fatto che non si riprendano in considerazione le preferenze e che le preferenze non vengano reintrodotte. La sinistra, peraltro, deve tacere perché questa legge si chiama Rosatellum, deriva da Rosato che è un loro esimio rappresentante, quindi è stata la sinistra in primis a non volere le preferenze e siamo noi di Futuro nazionale invece ad avanzare questa istanza. Faremo tutti gli emendamenti, tutti gli ordini del giorno per farci ascoltare», aggiunge il leader di Fn, «anche se sappiamo che le dinamiche di potere, di palazzo e le mosse del cavallo delle segreterie dei partiti saranno difficili da superare».
Col pareggio Colle in mano ai cespugli. Ecco perché servono regole diverse
Naturalmente fare previsioni su un voto che arriverà fra un anno, senza sapere se la legge elettorale resterà in vigore oppure verrà modificata, è un esercizio rischioso. Eppure i sondaggi - per quel che valgono -accreditano sempre più uno scenario preciso: dalle elezioni politiche del 2027 potrebbe non uscire una maggioranza chiara. Centrodestra e centrosinistra rischiano di equivalersi. È questo il vero spettro che si aggira nelle stanze della politica italiana: il fantasma del pareggio. Se ne discute nei partiti, nelle coalizioni, nei retroscena parlamentari, nei sondaggi, utili a costruire strategie in vista del voto e sulle pagine dei giornali. Se ne parla soprattutto in relazione al difficile percorso che dovrebbe portare a una nuova legge elettorale, con l’obiettivo dichiarato di garantire una maggioranza stabile e un governo in grado di durare per l’intera legislatura. Ma il tema non riguarda soltanto il governo del Paese. Sullo sfondo c’è già il 2029, anno in cui il prossimo Parlamento sarà chiamato ad eleggere il successore di Sergio Mattarella al Quirinale. È anche in funzione di quell’appuntamento decisivo che i partiti stanno ragionando sugli equilibri parlamentari. Il ricordo della non vittoria corre inevitabilmente al 2013, quando il risultato elettorale impedì a Pier Luigi Bersani di conquistare Palazzo Chigi e aprì una lunga stagione di governi eterogenei e larghe intese, alimentando smarrimento e sfiducia nell’elettorato. Per questo motivo, l’idea stessa di un nuovo pareggio viene letta da molti come il segnale di una crisi dei due poli e di una crescente sfiducia verso l’intero sistema politico. Ma chi spinge per desiderare questo ipotetico risultato? Sono senza dubbio tutte le forze centriste e i partiti di dimensioni minori (Azione, Italia viva, la parte riformista del Pd, ) che sperano di essere determinanti nella formazione di una alleanza di governo. In un Parlamento senza maggioranze autosufficienti, infatti, il loro peso politico potrebbe essere decisivo.
Da qui nasce il dibattito aperto nei diversi schieramenti tra «pareggisti» e «bipolaristi». Uno scontro che attraversa in particolare il centrosinistra. Da una parte c’è chi rifiuta qualsiasi dialogo con il governo Meloni sulla riforma elettorale, dall’altra chi ritiene inevitabile aprire un confronto per impedire una nuova stagione di instabilità.Nel Partito democratico l’arbitro di questa discussione sembra essere ancora Dario Franceschini. Secondo alcuni retroscena, l’ex ministro avrebbe invitato i dirigenti dem a riflettere sul fatto che rifiutarsi oggi di discutere con la Meloni sulla riforma elettorale non metterebbe comunque il Pd al riparo da un confronto con Fratelli d’Italia domani, in caso di pareggio. Una riflessione che non fa una grinza ma il dibattito si complica quando lo sguardo si sposta sul Qurinale.
I «pareggisti», infatti, sostengono che in caso di «non vittoria» dei due schieramenti sarebbe più semplice influire sulla scelta del nuovo presidente della Repubblica. Nel centrosinistra cresce il timore che una vittoria piena del centrodestra possa consegnare a Meloni anche il controllo della partita per il Quirinale. Una posizione questa che sembra comprensibile ma che mostra tutta la sua debolezza. Quasi una rinuncia preventiva a combattere per far prevalere il proprio schieramento politico nella contesa elettorale. È il segnale delle difficoltà e dell’assenza di ambizioni del cosiddetto campo largo. Solo pochi mesi fa, affascinati dall’esito del referendum sulla giustizia, erano pronti a campagne battagliere per scalzare il governo di centrodestra, oggi sembrano meno audaci. Probabilmente si è compreso che non esiste alcuna traslazione automatica dal voto referendario e quello politico, come dimostra del resto il test elettorale amministrativo del fine settimana appena trascorso. Non sappiamo se il messaggio ai duri e puri del centrosinistra, inviato da Franceschini, sia stato recepito. Sappiamo invece che una riforma elettorale appare sempre più necessaria per assicurare, indipendentemente da chi vincerà, un governo stabile e duraturo in una fase storica segnata da sfide economiche, sociali e internazionali sempre più complesse.
Continua a leggereRiduci
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 27 maggio con Carlo Cambi