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2019-10-23
L’Ue butta la maschera e fa sconti agli amici
Ansa
Ricordate il putiferio quando un anno fa, proprio in questi giorni, Bruxelles ci indirizzò la durissima lettera nella quale ci veniva rimproverata una «deviazione senza precedenti» rispetto agli obblighi previsti dal Patto di stabilità e crescita? Ebbene, anche quest'anno la tirata di orecchie sui nostri conti è arrivata puntuale, ma i «gemelli diversi» Valdis Dombrovskis e Pierre Moscovici hanno usato toni ben diversi.
«È una lettera completamente diversa da quella che era stata indirizzata al governo precedente», ci ha tenuto a specificare a voce Moscovici poco dopo che il testo era stato reso pubblico, «non c'è nessun problema di crisi di bilancio con l'Italia, siamo in un processo di dialogo positivo con il governo». Quando si tratta di spiegare la necessità di rispettare le regole, il tono del commissario uscente agli Affari economici e monetari si fa quasi morbido: «Il ruolo della Commissione è stabilire fatti oggettivi, quello che va nella direzione giusta, e anche di notare un certo numero di aggiustamenti o disaggiustamenti».
Sul finale della missiva, i due si spingono fino a usare un tono gentile. «Gradiremmo ricevere ulteriori informazioni sulla composizione precisa del saldo strutturale», si legge nel testo, «che ci aiuterebbero a capire se c'è un rischio di deviazione significativa».
Ma nonostante i commenti rassicuranti a margine e il carattere a tratti conciliante del carteggio, rimane un fatto oggettivo: la lettera è stata inviata e una risposta va data, anche in tempi molto brevi. Già oggi infatti Bruxelles si aspetta un riscontro dal governo italiano.
Facendo un salto indietro di 12 mesi, la mente torna alla reazione isterica dei media italiani, solerti a definire «impietosa» e «senza sconti» la richiesta di puntualizzazione inviata dalla Commissione. Nelle settimane che seguirono si aprì un lungo contenzioso tra il governo e la stampa nostrana, a colpi di voci di corridoio e indiscrezioni riferite da non meglio precisate «persone ben informate dei fatti». Si rispolverò per l'occasione un filone narrativo che dovrebbe essere estraneo al giornalismo, il «retroscenismo», contrassegnato ogni giorno da una velina diversa il cui scopo sembrava essere però sempre lo stesso: il governo degli incompetenti ci ha portati allo sfascio e merita di essere punito con la procedura di infrazione.
Servirono a poco i tentativi di tenere a bada le speculazioni messi in atto, fin dal primo momento, da parte dell'esecutivo. Proprio lo stesso giorno in cui gli venne recapitata la lettera, l'allora ministro dell'Economia Giovanna Tria dichiarò che «oggi si apre quello che abbiamo definito un dialogo costruttivo partendo da punti di vista diversi», precisando allo stesso tempo la volontà di «approfondire le nostre spiegazioni e le ragioni della nostra politica e di far conoscere meglio alla Commissione le riforme strutturali che porteremo avanti con la legge di Bilancio, e di poter avvicinare le nostre posizioni». Né più né meno, a ben vedere, del messaggio che viene fuori dalla giornata odierna.
Ma ormai il violentissimo j'accuse contro il governo gialloblù era partito e nulla avrebbe potuto fermarlo. Emblematico il caso del corrispondente del Corriere della Sera da Bruxelles, Ivo Caizzi, e il rimprovero al proprio direttore Luciano Fontana per la scelta di insistere nella narrazione di una «inesistente» procedura di infrazione. «Si può aprire la prima pagine del Corriere con “una notizia che non c'è" del genere?», si chiedeva ai primi di quest'anno uno sconsolato Caizzi. Perché in effetti la sanzione tanto minacciata e a lungo sbandierata nei confronti del nostro Paese non ci sarebbe mai stata, e alla fine avrebbe prevalso la linea del dialogo proprio come annunciato dal ministro Tria già poche ore dopo la pubblicazione della lettera.
Viene spontaneo dunque riflettere quantomeno su due aspetti. Per prima cosa, sul peso effettivo che rivestono le richieste di chiarimento inviate da Bruxelles. Da quando esiste il Patto di stabilità, sono state aperte ben 36 procedure di infrazione nei confronti degli Stati membri, ciascuna con una durata media di cinque anni. Nessuna di queste ha mai portato all'applicazione di sanzioni vere e proprie. Quest'anno, oltre all'Italia, anche Belgio, Francia, Portogallo e Spagna hanno ricevuto a loro volta una missiva da parte della Commissione. Con tutta probabilità, anche stavolta finirà tutto a tarallucci e vino.
Ma al di là delle considerazioni di carattere generale, c'è un'altra considerazione da fare. Stesso premier, stessi commissari, pressappoco gli stessi parametri di bilancio. L'unico elemento che cambia quest'anno è l'assenza di Matteo Salvini al governo. Verrebbe quasi da pensare che, in realtà, lo scopo di Bruxelles fosse proprio quello di «fare politica» e levarsi dai piedi la Lega. Confermando così che le regole si applicano per i nemici, ma per gli amici si possono tranquillamente interpretare.
Bruxelles prima boccia la manovra poi apre l’ombrello: «Niente crisi»
Caro Giuseppi, nemmeno quest'anno hai fatto bene i compiti a casa, ma stavolta non rischi nessuna bocciatura. Cambia la maggioranza, e cambia la musica: come accadde nell'ottobre del 2018, la Commissione europea scrive una lettera all'Italia per contestare la manovra finanziaria, ma i toni stavolta sono al miele. Rispetto a 12 mesi fa, Giuseppe Conte è ancora premier, ma ora governa con il sostegno del M5s e delle tre sinistre (Pd, Italia viva e Leu), mentre la Lega è passata all'opposizione. Ora come allora, però, l'Europa bacchetta il nostro governo sulla legge di bilancio: la lettera arrivata ieri a Palazzo Chigi e al ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri, è firmata dal vicepresidente della Commissione Ue, Valdis Dombrovskis, e del commissario agli Affari economici, Pierre Moscovici. Il primo è stato riconfermato anche nella nuova commissione guidata da Ursula von der Leyen; il secondo invece è in attesa di lasciare la poltrona a Paolo Gentiloni.
Vediamo i contenuti della lettera, partendo dal punto principale: la manovra italiana, secondo la Commissione Ue, «prevede una variazione del saldo strutturale nel 2020 pari a un peggioramento dello 0,1% del Pil, sia a valore nominale sia come ricalcolato dai servizi della Commissione secondo la metodologia concordata, che non è all'altezza dell'adeguamento strutturale raccomandato dello 0,6% del Pil». Il documento programmatico di bilancio prevede inoltre «un tasso di crescita nominale della spesa pubblica primaria netta dell'1,9%, che supera la riduzione raccomandata di almeno lo 0,1». Nel complesso, questi elementi sembrano non essere in linea con i requisiti di politica di bilancio stabiliti nella raccomandazione del Consiglio del 9 luglio 2019, «poiché», scrivono Dombrovskis e Moscovici, «indicano un rischio di deviazione significativa nel 2020, e in generale nel 2019 e 2020 insieme, dallo sforzo di bilancio raccomandato. Il piano dell'Italia non rispetta il parametro di riferimento per la riduzione del debito nel 2020».
«Allo stesso tempo», scrivono i due burosauri di Bruxelles, «prendiamo atto della richiesta dell'Italia nel documento programmatico di bilancio di avvalersi della flessibilità nell'ambito del braccio preventivo del patto di stabilità e crescita per tener conto dell'impatto di eventi insoliti sul bilancio. La Commissione europea, e successivamente il Consiglio, effettueranno una valutazione approfondita della domanda, tenendo conto dei criteri di ammissibilità». Dombrovskis e Moscovici richiedono quindi «ulteriori informazioni» per poter determinare «se esiste il rischio di una deviazione significativa dall'adeguamento fiscale raccomandato nel 2020 e in generale nel 2019 e 2020».
Entro oggi, mercoledì 23 ottobre, la Commissione attende chiarimenti dall'Italia «per giungere a una valutazione finale», «tenendo conto del dibattito svoltosi nella riunione dell'Eurogruppo del 9 ottobre sulla situazione economica e sulla politica di bilancio nell'area dell'euro, la Commissione europea cerca di proseguire un dialogo costruttivo con l'Italia per giungere a una valutazione finale».
Fin qui la lettera, ma ora esaminiamo il comportamento del postino. Moscovici, ieri, subito dopo l'arrivo a Roma della missiva, si è letteralmente scapicollato a ridimensionare l'iniziativa di Bruxelles, derubricandola quasi a un messaggio, in anticipo, di buon Natale. «Quella inviata dalla Commissione all'Italia», ha detto Moscovici, «è una lettera fattuale, che bisogna prendere sul serio; c'è il rischio di una deviazione significativa, e siamo obbligati a rilevarlo. Ma non ne traiamo conseguenze procedurali, tipo la richiesta di sottoporre un altro bilancio, o di rimettere in causa questo o quel punto». Avete letto bene: la lettera è stata spedita, ma si sa già (prima ancora che il governo risponda), che non avrà conseguenze e che l'Italia non dovrà cambiare nulla della manovra presentata alla Commissione.
«Abbiamo detto», ha aggiunto Moscovici, «ciò che la Commissione dice da tempo: che in una situazione in cui ci fosse un rallentamento più marcato di quello di oggi, ci vorrà una risposta di bilancio differenziata: i Paesi, come l'Italia, con un livello molto alto di debito dovranno avere una politica seria, che però non vuol dire austera; altri Paesi come la Germania o l'Olanda, che hanno margini di bilancio molto più importanti, dovranno utilizzarli per la crescita. Per la loro crescita, perché anche la Germania rallenta, e per la crescita dell'insieme dell'Eurozona». Non vuole dire austera: l'Europa si prepara quindi a allargare i cordoni della borsa, e la manovra «sarà esaminata nelle procedure ulteriori del semestre europeo, e dunque avremo occasione lungo tutto il semestre di riparlarne, e assicurarci che il bilancio, così come è stato proposto, sia debitamente attuato. Bisogna prima di tutto approvarlo, e poi dargli esecuzione in condizioni serie». Insomma, tutto molto chiaro: ora che al governo insieme al M5s ci sono i partiti di sinistra, messi lì proprio dall'Europa, pur di mettere all'opposizione la Lega, la Commissione le lettere le scrive e se le rimangia nel giro di 24 ore.
Spread giù ma non conta il governo. È solo la Bce che fa il suo lavoro
Il solo lessico della lettera inviata dal commissario Pierre Moscovici - per intendersi colui che ha aperto la campagna elettorale del Pd alle europee del 2019 assieme al suo successore Paolo Gentiloni cui peraltro sono stati conferiti molte meno deleghe del predecessore - è di per sé esemplificativo. Si parla di «flessibilità» da ritrovare nel «braccio preventivo del Patto di stabilità e crescita». Termini che evocano l'immaginario di ciò che veramente è l'Unione europea: un posto da cui non si esce non perché si sta bene ma perché è impossibile fuggire. Un carcere appunto con tanto di braccio. Seguono le solite supercazzole sui vari zero virgola accompagnate dalle consuete e stantie raccomandazioni a non deviare dai percorsi di riduzione del debito pubblico. Una lettera non condita dalle esternazioni di un anno fa dei vari Valdis Dombrovskis o Günther Oettinger con tanto di «i mercati insegneranno gli italiani a votare» e con ciò inviando chiari segnali neanche tanto in codice per far innervosire gli investitori e alimentare la volatilità sui nostri titoli di Stato.
La vicenda ci insegna comunque alcune cose. Da un lato la lettera sembra tanto uno di quegli atti dovuti per non far dire a Matteo Salvini che la commissione Ue fa figli e figliastri. Dall'altro comprendiamo anche che questo governo non meritava alcun pesante monito dal momento che si accinge ad approvare una legge di bilancio fatta apposta per non litigare con la Commissione e che mette invece pesantemente le mani in tasca ai contribuenti italiani. Non vedremo aumentare l'Iva di 23 miliardi ma poco ci manca visto che un battuto di tasse e gabelle varie sminuzzate per circa 13 miliardi condirà la pessima pietanza messa in tavola. Dalle pacche sulle spalle dell'Europa al pacco servito agli italiani. Quanto alla presunta credibilità di questo governo che avrebbe di fatto provocato una discesa dei rendimenti dei titoli di Stato, ai lettori della Verità ormai non si insegna più nulla. Nessuna emergenza sulla sostenibilità del nostro debito dal momento che anche nei momenti di più forte nervosismo l'Italia emetteva debito a un costo inferiore rispetto al costo medio dello stock di debito in essere.
E difatti la nota di aggiornamento al documento di economia e finanza confermava come nel 2019 la Repubblica italiana spenderà 62 miliardi circa di interessi sul debito rispetto ai 65 del 2018. E comunque la discesa dei rendimenti sui nostri Btp è già energicamente iniziata nel giugno di quest'anno a seguito dell'annuncio del nuovo quantitative easing da parte dell'uscente governatore della Bce Mario Draghi. Il rendimento sul decennale a giugno è infatti sceso al 2,1% rispetto al 2,7% di maggio per poi diminuire ancora all'1,5% a luglio e addirittura all'1% ad agosto nel pieno della crisi di governo. E ancora sull'1% veleggia il rendimento del Btp a dieci anni a dimostrazione del fatto che non esiste alcun «effetto credibilità» dell'attuale esecutivo rispetto al momento in cui vie era addirittura la crisi di governo di mezza estate.
A conferma e dimostrazione del fatto che, come del resto è stato esplicitamente sostenuto dallo stesso ministro Roberto Gualtieri in audizione alla commissione Bilancio della Camera, è solo l'azione della Bce a determinare la dinamica dei rendimenti e i numeri di questi anno non lasciano adito a dubbi.
Da quando è iniziato il quantitative easing nel marzo 2015 il governo di Matteo Renzi ha goduto a piene mani e per 21 mesi del bazooka di Draghi dal momento che gli acquisti medi mensili di Btp sono stati pari a 9,5 miliardi di euro. Praticamente stessa musica per il successore Gentiloni che nei suoi 18 mesi di governo ha goduto della generosità della Bce che si è mediamente acquistata ogni mese 9,2 miliardi di titoli decennali. Lo stesso non può dirsi invece per il primo governo Conte che nei suoi 15 mesi travagliati ha visto acquisti gli medi mensili scendere ad appena 1,5 miliardi.
Nessuno si è accorto insomma - tranne La Verità - che in quei mesi L'avaro di Molière ha scalzato Super Mario dalla guida della Bce mettendo il bazooka in soffitta.
Nel 2018 le stesse critiche provocarono una rivolta. Oggi gli altri Paesi tacciono
«Prendiamo atto della richiesta dell'Italia nel documento programmatico di bilancio di avvalersi della flessibilità nell'ambito del Patto di stabilità e crescita. La Commissione europea, e successivamente il Consiglio, effettueranno una valutazione approfondita della domanda, tenendo conto dei criteri di ammissibilità». Parola di Valdis Dombrovskis e Pierre Moscovici, i falchi della Commissione europea, diventati colombe. Flessibilità è la parola magica di ogni manovra finanziaria, la possibilità di sforare i rigidissimi paramenti imposti dalla Commissione europea.
Di fronte ai dati della manovra di quest'anno, non tanto diversi da quelli della finanziaria 2018, guardate come sono cambiati i toni dell'Europa nei confronti del governo italiano. «Non è nostra intenzione aggiungere flessibilità a flessibilità per l'Italia» diceva lo scorso anno, esattamente di questi tempi, il presidente della Commissione europea Jean Claude-Juncker. Per non parlare dei toni catastrofisti che accompagnarono la lettera spedita nell'ottobre 2018, da Bruxelles all'Italia, firmata ora come allora da Dombrovskis e Moscovici: quest'ultimo addirittura volò a Roma, per consegnare personalmente la missiva all'ex ministro dell'Economia, Giovanni Tria. Non solo: Moscovici, per drammatizzare ancora di più l'atmosfera intorno ai primi passi in economia del governo Lega-M5s, andò addirittura, il 12 ottobre 2018, al Quirinale, per discutere della manovra finanziaria con il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.
La Lega al governo non era funzionale ai disegni della cupola europea, e quindi l'Italia fu sottoposta a un vero e proprio bombardamento: «La Francia sostiene il rispetto delle regole», si azzardò a pontificare il presidente francese, Emmanuel Macron, mentre il suo uomo, Moscovici, chiudeva un occhio sul mostruoso rapporto deficit/Pil dei transalpini. Il cancelliere austriaco, Sebastian Kurz, affondava i colpi: «Non abbiamo nessuna comprensione», diceva Kurz, «per le politiche finanziarie dell'Italia, ci aspettiamo che il governo rispetti le regole. Non siamo i soli a pensarlo, anche molti altri Paesi. I criteri di Maastricht valgono per tutti. In Austria di sicuro non pagheremo per il debito di altri».
«Il nostro lavoro», ammoniva il presidente dell'Eurogruppo, il portoghese Mario Centeno, «è produrre dei piani di bilancio che rispettino le regole, rafforzino la nostra moneta e facciano proseguire l'umore positivo della zona euro. Abbiamo procedure e regole che ci siamo impegnati a seguire».
Il premier olandese Mark Rutte, dopo aver incontrato Giuseppe Conte, twittava durissimo: «Buon incontro bilaterale con Giuseppe Conte durante il Consiglio europeo. Ho espresso le preoccupazioni dell'Olanda sui piani di bilancio per il 2019. Pieno sostegno alla Commissione Ue perché applichi gli obblighi comuni del Patto di stabilità». «La politica chiave del mio governo è stato il consolidamento fiscale, quindi credo che gli stessi criteri debbano essere applicati a tutti», ammoniva il premier croato Andrej Plenkovic.
Il resto, lo ricordiamo tutti: dopo la lettera dell'Ue, sembrava che l'Italia fosse sul punto di fallire. Opinionisti e addetti ai lavori dei giornali ostili al governo sostenuto dalla Lega prevedevano impennate dello spread, crisi economiche, fame, miseria, praticamente l'apocalisse. L'accerchiamento a cui fu sottoposto il governo Conte uno fu qualcosa di mai visto nella storia dell'Europa. Scese in campo anche il Fondo monetario internazionale: «Non è il momento di rilassarsi sulle politiche fiscali», avvertì il responsabile del dipartimento Europa dell'istituto di Washington, Poul Thomsen. «Siamo d'accordo con la Commissione europea, l'Italia deve rispettare le regole, la manovra italiana va in direzione opposta ai suggerimenti del Fondo, non è corretta», affermò Thomsen, dicendosi «convinto che l'Eurozona abbia gli strumenti giusti per evitare un rischio contagio».
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La Commissione, inflessibile con i sovranisti, all'improvviso si scopre clemente: «Questa missiva è diversa da quella indirizzata al Conte uno». È l'ennesima prova che le decisioni sono politiche, non tecniche: l'unica cosa differente è che non c'è più Matteo Salvini.La lettera dell'Europa stronca il piano («Non rispetta il target di riduzione del debito»), ma Pierre Moscovici corre subito in soccorso di Palazzo Chigi: «Non ci saranno modifiche. Se le avessimo volute, lo avremmo scritto».Nel 2019 spenderemo 62 miliardi di interessi sul debito contro i 65 dell'anno precedente.Dopo il primo richiamo, Austria, Olanda e Francia attaccarono con violenza l'Italia: «Non avremo nessuna comprensione».Lo speciale contiene quattro articoli.Ricordate il putiferio quando un anno fa, proprio in questi giorni, Bruxelles ci indirizzò la durissima lettera nella quale ci veniva rimproverata una «deviazione senza precedenti» rispetto agli obblighi previsti dal Patto di stabilità e crescita? Ebbene, anche quest'anno la tirata di orecchie sui nostri conti è arrivata puntuale, ma i «gemelli diversi» Valdis Dombrovskis e Pierre Moscovici hanno usato toni ben diversi. «È una lettera completamente diversa da quella che era stata indirizzata al governo precedente», ci ha tenuto a specificare a voce Moscovici poco dopo che il testo era stato reso pubblico, «non c'è nessun problema di crisi di bilancio con l'Italia, siamo in un processo di dialogo positivo con il governo». Quando si tratta di spiegare la necessità di rispettare le regole, il tono del commissario uscente agli Affari economici e monetari si fa quasi morbido: «Il ruolo della Commissione è stabilire fatti oggettivi, quello che va nella direzione giusta, e anche di notare un certo numero di aggiustamenti o disaggiustamenti».Sul finale della missiva, i due si spingono fino a usare un tono gentile. «Gradiremmo ricevere ulteriori informazioni sulla composizione precisa del saldo strutturale», si legge nel testo, «che ci aiuterebbero a capire se c'è un rischio di deviazione significativa».Ma nonostante i commenti rassicuranti a margine e il carattere a tratti conciliante del carteggio, rimane un fatto oggettivo: la lettera è stata inviata e una risposta va data, anche in tempi molto brevi. Già oggi infatti Bruxelles si aspetta un riscontro dal governo italiano. Facendo un salto indietro di 12 mesi, la mente torna alla reazione isterica dei media italiani, solerti a definire «impietosa» e «senza sconti» la richiesta di puntualizzazione inviata dalla Commissione. Nelle settimane che seguirono si aprì un lungo contenzioso tra il governo e la stampa nostrana, a colpi di voci di corridoio e indiscrezioni riferite da non meglio precisate «persone ben informate dei fatti». Si rispolverò per l'occasione un filone narrativo che dovrebbe essere estraneo al giornalismo, il «retroscenismo», contrassegnato ogni giorno da una velina diversa il cui scopo sembrava essere però sempre lo stesso: il governo degli incompetenti ci ha portati allo sfascio e merita di essere punito con la procedura di infrazione. Servirono a poco i tentativi di tenere a bada le speculazioni messi in atto, fin dal primo momento, da parte dell'esecutivo. Proprio lo stesso giorno in cui gli venne recapitata la lettera, l'allora ministro dell'Economia Giovanna Tria dichiarò che «oggi si apre quello che abbiamo definito un dialogo costruttivo partendo da punti di vista diversi», precisando allo stesso tempo la volontà di «approfondire le nostre spiegazioni e le ragioni della nostra politica e di far conoscere meglio alla Commissione le riforme strutturali che porteremo avanti con la legge di Bilancio, e di poter avvicinare le nostre posizioni». Né più né meno, a ben vedere, del messaggio che viene fuori dalla giornata odierna.Ma ormai il violentissimo j'accuse contro il governo gialloblù era partito e nulla avrebbe potuto fermarlo. Emblematico il caso del corrispondente del Corriere della Sera da Bruxelles, Ivo Caizzi, e il rimprovero al proprio direttore Luciano Fontana per la scelta di insistere nella narrazione di una «inesistente» procedura di infrazione. «Si può aprire la prima pagine del Corriere con “una notizia che non c'è" del genere?», si chiedeva ai primi di quest'anno uno sconsolato Caizzi. Perché in effetti la sanzione tanto minacciata e a lungo sbandierata nei confronti del nostro Paese non ci sarebbe mai stata, e alla fine avrebbe prevalso la linea del dialogo proprio come annunciato dal ministro Tria già poche ore dopo la pubblicazione della lettera.Viene spontaneo dunque riflettere quantomeno su due aspetti. Per prima cosa, sul peso effettivo che rivestono le richieste di chiarimento inviate da Bruxelles. Da quando esiste il Patto di stabilità, sono state aperte ben 36 procedure di infrazione nei confronti degli Stati membri, ciascuna con una durata media di cinque anni. Nessuna di queste ha mai portato all'applicazione di sanzioni vere e proprie. Quest'anno, oltre all'Italia, anche Belgio, Francia, Portogallo e Spagna hanno ricevuto a loro volta una missiva da parte della Commissione. Con tutta probabilità, anche stavolta finirà tutto a tarallucci e vino.Ma al di là delle considerazioni di carattere generale, c'è un'altra considerazione da fare. Stesso premier, stessi commissari, pressappoco gli stessi parametri di bilancio. L'unico elemento che cambia quest'anno è l'assenza di Matteo Salvini al governo. Verrebbe quasi da pensare che, in realtà, lo scopo di Bruxelles fosse proprio quello di «fare politica» e levarsi dai piedi la Lega. Confermando così che le regole si applicano per i nemici, ma per gli amici si possono tranquillamente interpretare.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lue-butta-la-maschera-e-fa-sconti-agli-amici-2641071117.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="bruxelles-prima-boccia-la-manovra-poi-apre-lombrello-niente-crisi" data-post-id="2641071117" data-published-at="1781879884" data-use-pagination="False"> Bruxelles prima boccia la manovra poi apre l’ombrello: «Niente crisi» Caro Giuseppi, nemmeno quest'anno hai fatto bene i compiti a casa, ma stavolta non rischi nessuna bocciatura. Cambia la maggioranza, e cambia la musica: come accadde nell'ottobre del 2018, la Commissione europea scrive una lettera all'Italia per contestare la manovra finanziaria, ma i toni stavolta sono al miele. Rispetto a 12 mesi fa, Giuseppe Conte è ancora premier, ma ora governa con il sostegno del M5s e delle tre sinistre (Pd, Italia viva e Leu), mentre la Lega è passata all'opposizione. Ora come allora, però, l'Europa bacchetta il nostro governo sulla legge di bilancio: la lettera arrivata ieri a Palazzo Chigi e al ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri, è firmata dal vicepresidente della Commissione Ue, Valdis Dombrovskis, e del commissario agli Affari economici, Pierre Moscovici. Il primo è stato riconfermato anche nella nuova commissione guidata da Ursula von der Leyen; il secondo invece è in attesa di lasciare la poltrona a Paolo Gentiloni. Vediamo i contenuti della lettera, partendo dal punto principale: la manovra italiana, secondo la Commissione Ue, «prevede una variazione del saldo strutturale nel 2020 pari a un peggioramento dello 0,1% del Pil, sia a valore nominale sia come ricalcolato dai servizi della Commissione secondo la metodologia concordata, che non è all'altezza dell'adeguamento strutturale raccomandato dello 0,6% del Pil». Il documento programmatico di bilancio prevede inoltre «un tasso di crescita nominale della spesa pubblica primaria netta dell'1,9%, che supera la riduzione raccomandata di almeno lo 0,1». Nel complesso, questi elementi sembrano non essere in linea con i requisiti di politica di bilancio stabiliti nella raccomandazione del Consiglio del 9 luglio 2019, «poiché», scrivono Dombrovskis e Moscovici, «indicano un rischio di deviazione significativa nel 2020, e in generale nel 2019 e 2020 insieme, dallo sforzo di bilancio raccomandato. Il piano dell'Italia non rispetta il parametro di riferimento per la riduzione del debito nel 2020». «Allo stesso tempo», scrivono i due burosauri di Bruxelles, «prendiamo atto della richiesta dell'Italia nel documento programmatico di bilancio di avvalersi della flessibilità nell'ambito del braccio preventivo del patto di stabilità e crescita per tener conto dell'impatto di eventi insoliti sul bilancio. La Commissione europea, e successivamente il Consiglio, effettueranno una valutazione approfondita della domanda, tenendo conto dei criteri di ammissibilità». Dombrovskis e Moscovici richiedono quindi «ulteriori informazioni» per poter determinare «se esiste il rischio di una deviazione significativa dall'adeguamento fiscale raccomandato nel 2020 e in generale nel 2019 e 2020». Entro oggi, mercoledì 23 ottobre, la Commissione attende chiarimenti dall'Italia «per giungere a una valutazione finale», «tenendo conto del dibattito svoltosi nella riunione dell'Eurogruppo del 9 ottobre sulla situazione economica e sulla politica di bilancio nell'area dell'euro, la Commissione europea cerca di proseguire un dialogo costruttivo con l'Italia per giungere a una valutazione finale». Fin qui la lettera, ma ora esaminiamo il comportamento del postino. Moscovici, ieri, subito dopo l'arrivo a Roma della missiva, si è letteralmente scapicollato a ridimensionare l'iniziativa di Bruxelles, derubricandola quasi a un messaggio, in anticipo, di buon Natale. «Quella inviata dalla Commissione all'Italia», ha detto Moscovici, «è una lettera fattuale, che bisogna prendere sul serio; c'è il rischio di una deviazione significativa, e siamo obbligati a rilevarlo. Ma non ne traiamo conseguenze procedurali, tipo la richiesta di sottoporre un altro bilancio, o di rimettere in causa questo o quel punto». Avete letto bene: la lettera è stata spedita, ma si sa già (prima ancora che il governo risponda), che non avrà conseguenze e che l'Italia non dovrà cambiare nulla della manovra presentata alla Commissione. «Abbiamo detto», ha aggiunto Moscovici, «ciò che la Commissione dice da tempo: che in una situazione in cui ci fosse un rallentamento più marcato di quello di oggi, ci vorrà una risposta di bilancio differenziata: i Paesi, come l'Italia, con un livello molto alto di debito dovranno avere una politica seria, che però non vuol dire austera; altri Paesi come la Germania o l'Olanda, che hanno margini di bilancio molto più importanti, dovranno utilizzarli per la crescita. Per la loro crescita, perché anche la Germania rallenta, e per la crescita dell'insieme dell'Eurozona». Non vuole dire austera: l'Europa si prepara quindi a allargare i cordoni della borsa, e la manovra «sarà esaminata nelle procedure ulteriori del semestre europeo, e dunque avremo occasione lungo tutto il semestre di riparlarne, e assicurarci che il bilancio, così come è stato proposto, sia debitamente attuato. Bisogna prima di tutto approvarlo, e poi dargli esecuzione in condizioni serie». Insomma, tutto molto chiaro: ora che al governo insieme al M5s ci sono i partiti di sinistra, messi lì proprio dall'Europa, pur di mettere all'opposizione la Lega, la Commissione le lettere le scrive e se le rimangia nel giro di 24 ore. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lue-butta-la-maschera-e-fa-sconti-agli-amici-2641071117.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="spread-giu-ma-non-conta-il-governo-e-solo-la-bce-che-fa-il-suo-lavoro" data-post-id="2641071117" data-published-at="1781879884" data-use-pagination="False"> Spread giù ma non conta il governo. 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Una lettera non condita dalle esternazioni di un anno fa dei vari Valdis Dombrovskis o Günther Oettinger con tanto di «i mercati insegneranno gli italiani a votare» e con ciò inviando chiari segnali neanche tanto in codice per far innervosire gli investitori e alimentare la volatilità sui nostri titoli di Stato. La vicenda ci insegna comunque alcune cose. Da un lato la lettera sembra tanto uno di quegli atti dovuti per non far dire a Matteo Salvini che la commissione Ue fa figli e figliastri. Dall'altro comprendiamo anche che questo governo non meritava alcun pesante monito dal momento che si accinge ad approvare una legge di bilancio fatta apposta per non litigare con la Commissione e che mette invece pesantemente le mani in tasca ai contribuenti italiani. Non vedremo aumentare l'Iva di 23 miliardi ma poco ci manca visto che un battuto di tasse e gabelle varie sminuzzate per circa 13 miliardi condirà la pessima pietanza messa in tavola. Dalle pacche sulle spalle dell'Europa al pacco servito agli italiani. Quanto alla presunta credibilità di questo governo che avrebbe di fatto provocato una discesa dei rendimenti dei titoli di Stato, ai lettori della Verità ormai non si insegna più nulla. Nessuna emergenza sulla sostenibilità del nostro debito dal momento che anche nei momenti di più forte nervosismo l'Italia emetteva debito a un costo inferiore rispetto al costo medio dello stock di debito in essere. E difatti la nota di aggiornamento al documento di economia e finanza confermava come nel 2019 la Repubblica italiana spenderà 62 miliardi circa di interessi sul debito rispetto ai 65 del 2018. E comunque la discesa dei rendimenti sui nostri Btp è già energicamente iniziata nel giugno di quest'anno a seguito dell'annuncio del nuovo quantitative easing da parte dell'uscente governatore della Bce Mario Draghi. Il rendimento sul decennale a giugno è infatti sceso al 2,1% rispetto al 2,7% di maggio per poi diminuire ancora all'1,5% a luglio e addirittura all'1% ad agosto nel pieno della crisi di governo. E ancora sull'1% veleggia il rendimento del Btp a dieci anni a dimostrazione del fatto che non esiste alcun «effetto credibilità» dell'attuale esecutivo rispetto al momento in cui vie era addirittura la crisi di governo di mezza estate. A conferma e dimostrazione del fatto che, come del resto è stato esplicitamente sostenuto dallo stesso ministro Roberto Gualtieri in audizione alla commissione Bilancio della Camera, è solo l'azione della Bce a determinare la dinamica dei rendimenti e i numeri di questi anno non lasciano adito a dubbi. Da quando è iniziato il quantitative easing nel marzo 2015 il governo di Matteo Renzi ha goduto a piene mani e per 21 mesi del bazooka di Draghi dal momento che gli acquisti medi mensili di Btp sono stati pari a 9,5 miliardi di euro. Praticamente stessa musica per il successore Gentiloni che nei suoi 18 mesi di governo ha goduto della generosità della Bce che si è mediamente acquistata ogni mese 9,2 miliardi di titoli decennali. Lo stesso non può dirsi invece per il primo governo Conte che nei suoi 15 mesi travagliati ha visto acquisti gli medi mensili scendere ad appena 1,5 miliardi. Nessuno si è accorto insomma - tranne La Verità - che in quei mesi L'avaro di Molière ha scalzato Super Mario dalla guida della Bce mettendo il bazooka in soffitta. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lue-butta-la-maschera-e-fa-sconti-agli-amici-2641071117.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="nel-2018-le-stesse-critiche-provocarono-una-rivolta-oggi-gli-altri-paesi-tacciono" data-post-id="2641071117" data-published-at="1781879884" data-use-pagination="False"> Nel 2018 le stesse critiche provocarono una rivolta. Oggi gli altri Paesi tacciono «Prendiamo atto della richiesta dell'Italia nel documento programmatico di bilancio di avvalersi della flessibilità nell'ambito del Patto di stabilità e crescita. La Commissione europea, e successivamente il Consiglio, effettueranno una valutazione approfondita della domanda, tenendo conto dei criteri di ammissibilità». Parola di Valdis Dombrovskis e Pierre Moscovici, i falchi della Commissione europea, diventati colombe. Flessibilità è la parola magica di ogni manovra finanziaria, la possibilità di sforare i rigidissimi paramenti imposti dalla Commissione europea. Di fronte ai dati della manovra di quest'anno, non tanto diversi da quelli della finanziaria 2018, guardate come sono cambiati i toni dell'Europa nei confronti del governo italiano. «Non è nostra intenzione aggiungere flessibilità a flessibilità per l'Italia» diceva lo scorso anno, esattamente di questi tempi, il presidente della Commissione europea Jean Claude-Juncker. Per non parlare dei toni catastrofisti che accompagnarono la lettera spedita nell'ottobre 2018, da Bruxelles all'Italia, firmata ora come allora da Dombrovskis e Moscovici: quest'ultimo addirittura volò a Roma, per consegnare personalmente la missiva all'ex ministro dell'Economia, Giovanni Tria. Non solo: Moscovici, per drammatizzare ancora di più l'atmosfera intorno ai primi passi in economia del governo Lega-M5s, andò addirittura, il 12 ottobre 2018, al Quirinale, per discutere della manovra finanziaria con il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. La Lega al governo non era funzionale ai disegni della cupola europea, e quindi l'Italia fu sottoposta a un vero e proprio bombardamento: «La Francia sostiene il rispetto delle regole», si azzardò a pontificare il presidente francese, Emmanuel Macron, mentre il suo uomo, Moscovici, chiudeva un occhio sul mostruoso rapporto deficit/Pil dei transalpini. Il cancelliere austriaco, Sebastian Kurz, affondava i colpi: «Non abbiamo nessuna comprensione», diceva Kurz, «per le politiche finanziarie dell'Italia, ci aspettiamo che il governo rispetti le regole. Non siamo i soli a pensarlo, anche molti altri Paesi. I criteri di Maastricht valgono per tutti. In Austria di sicuro non pagheremo per il debito di altri». «Il nostro lavoro», ammoniva il presidente dell'Eurogruppo, il portoghese Mario Centeno, «è produrre dei piani di bilancio che rispettino le regole, rafforzino la nostra moneta e facciano proseguire l'umore positivo della zona euro. Abbiamo procedure e regole che ci siamo impegnati a seguire». Il premier olandese Mark Rutte, dopo aver incontrato Giuseppe Conte, twittava durissimo: «Buon incontro bilaterale con Giuseppe Conte durante il Consiglio europeo. Ho espresso le preoccupazioni dell'Olanda sui piani di bilancio per il 2019. Pieno sostegno alla Commissione Ue perché applichi gli obblighi comuni del Patto di stabilità». «La politica chiave del mio governo è stato il consolidamento fiscale, quindi credo che gli stessi criteri debbano essere applicati a tutti», ammoniva il premier croato Andrej Plenkovic. Il resto, lo ricordiamo tutti: dopo la lettera dell'Ue, sembrava che l'Italia fosse sul punto di fallire. Opinionisti e addetti ai lavori dei giornali ostili al governo sostenuto dalla Lega prevedevano impennate dello spread, crisi economiche, fame, miseria, praticamente l'apocalisse. L'accerchiamento a cui fu sottoposto il governo Conte uno fu qualcosa di mai visto nella storia dell'Europa. Scese in campo anche il Fondo monetario internazionale: «Non è il momento di rilassarsi sulle politiche fiscali», avvertì il responsabile del dipartimento Europa dell'istituto di Washington, Poul Thomsen. «Siamo d'accordo con la Commissione europea, l'Italia deve rispettare le regole, la manovra italiana va in direzione opposta ai suggerimenti del Fondo, non è corretta», affermò Thomsen, dicendosi «convinto che l'Eurozona abbia gli strumenti giusti per evitare un rischio contagio».
Ansa
I treni sono stati instradati da Napoli a Roma sulla vecchia linea Formia. Certamente, un po’ per il caldo afoso, un po’ per il disagio dei viaggiatori, legittimamente si sono accumulate proteste su proteste e, tra l’altro, non è la prima volta che succede. Poi si è scoperto che c’era stato un furto di cavi nei pressi di Tora e Piccirilli, in provincia di Caserta. Anche questo non è una novità, ma questa volta il fatto malavitoso è risultato talmente evidente che nessuno avrebbe ragionevolmente potuto addossare la colpa la ministro delle Infrastrutture. Avrebbe...
In realtà è scoppiata una polemica contro il ministro Salvini dove si sosteneva che non si occupa a sufficienza della rete ferroviaria e della sua manutenzione, perché pensa ad altro trascurando i compiti del suo ministero.
Il casino, alla fine, si è risolto ma ovviamente il caos di ieri mattina è seguito a quello di due giorni prima. Questo perché i treni, al contrario degli aerei, non volano, un po’ come gli asini, e infatti è un somaro chi non sa, prima di fare polemiche politiche, che la linea ferroviaria si ingorga con molta facilità, più del traffico aereo sopra le nubi, perché con un treno fermo i convogli dietro, almeno fino a oggi, non possono né valicare il treno davanti né mettere la freccia e sorpassarlo.
Qualcuno, probabilmente, non sa che si chiamano Frecciarossa non perché sono dotati di frecce per il sorpasso, ma perché vanno veloci come una freccia; evidentemente a qualcuno è sfuggita la metafora e, ricordandosi i film dei cowboy e degli indiani, ha pensato che nelle stazioni ci sia un enorme arco che lancia il Frecciarossa indipendentemente da quello che si trova davanti.
Che ci sia in Italia un problema legato al fatto dell’elettrificazione delle linee ferroviarie è innegabile. Così come è innegabile che, ormai, i Frecciarossa cominciano ad avere qualche anno di uso e richiedono una manutenzione che del resto viene assicurata dalle Ferrovie dello Stato e anche dalla Rfi, che è la società responsabile delle linee ferroviarie stesse. Onestamente il livello di manutenzione della nostra rete ferroviaria non è inferiore a quello di altri Paesi europei, tant’è vero che nelle classifiche europee sull’efficienza del sistema ferroviario non siamo assolutamente nelle ultime posizioni. Certamente si può fare meglio, e si deve fare meglio, ma questo vale in particolare per i treni dei pendolari dove la situazione, nonostante gli ultimi investimenti del governo, rimane critica per sovraffollamento, mancanza di riscaldamento e raffreddamento degli ambienti interni e accumulo di ritardi.
A questo, come se non bastasse (vedi il caso di due giorni fa) si aggiunge l’opera di criminali, in particolare dei ladri di rame che notoriamente è un materiale che sul mercato illegale porta molti soldi nelle tasche di quei delinquenti che lo gestiscono, o per mano dei soliti gruppi anarchici o anarco-insurrezionalisti che pensano di favorire le ragioni del popolo contro il capitalismo, come se sui treni viaggiassero solo persone con un patrimonio da varie centinaia di migliaia di euro in su.
Alla fine, è sempre la solita storia: in nome del popolo si fanno cose a causa delle quali chi ci rimette è il popolo stesso. Ma questo è un vecchio problema che non possiamo contrastare culturalmente ma solo con una efficace (e senza sconti) repressione di questi fenomeni criminali.
Naturalmente, l’opposizione fa il suo mestiere, però potrebbe farlo anche un po’ meglio, ad esempio indicando alcune soluzioni che, quando vengono proposte, o sono irrealizzabili per mancanza di possibilità di spesa pubblica, almeno nell’immediato, o sono improbabili, ma tant’è che alla fine la colpa è di Salvini. L’ho scritto sopra e lo scrivo di nuovo: tutto si può migliorare. Basterebbe però sapere che, ad esempio, la situazione in Francia e in Germania è peggiore della nostra, per cui in Francia sono stati cancellati fino a 71 treni a causa del caldo per la mancanza, all’interno dei treni stessi, di un sistema di aria condizionata.
Ci sono dei problemi, ma questo tipo di dibattito che avviene in sede politica dopo i disagi che accadono non aiuta a risolverli e neanche a complicarli. Non serve a nulla, è tempo perso e, certamente, alimenta il sentimento di distacco dalla politica che già troneggia abbondantemente nel nostro Paese.
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Matteo Renzi (Ansa)
Il convitato di pietra Matteo Renzi si è ben palesato. L’avvocato di Volturara Apula ha una sua furbizia: guarda i sondaggi, scopre che Roberto Vannacci sorpassa la Lega e lui, memore della stagione gialloverde, strizza l’occhio a chi non dovesse digerire il generale. Manda a dire a Elly Schlein che sulla leadership alternativa a Giorgia Meloni si vedrà. E forse si sente il Vannacci di sinistra e sull’originale sentenzia: «Se entra in maggioranza lo diluiscono». Pare Cavour quando gli dissero che i repubblicani avevano dei seggi: «Vengano in Parlamento, si metteranno la cravatta». È la parabola dei grillini e Conte spera che il generale scopra Giorgia Meloni sul fianco destro mentre lui cercherà di portarsi al centro del campo largo. Così fa sapere che gli piace il progetto del centrista assessore romano Alessandro Onorato, vuole dialogare con Pina Picierno, quanto a Matteo Renzi non lo nomina per antica ruggine, ma potrebbe digerirlo.
Conte vuole comunque dare le carte e approfitta del trabocco di bile che il senatore singolo di Rignano sull’Arno ha avuto per non esser stato invitato da sora Costanza, e che ora intende farla pagare al Pd. Renzi loda il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi (Silvia Salis non è come le sue scarpe Manolo da 1.200 euro: è già passata di moda) ben sapendo che alla Schlein, flexitariana, il partito campano è indigesto come un panino con la porchetta. Renzi è volato da Barac Obama e pare di vederlo, rivolto a Elly Schlein (delle presidenziali obamiane fu galoppina), mentre fa «tié» col gesto dell’ombrello, ricordandole: «Senza di noi perdono le politiche e il Quirinale; sulla legge elettorale stiamo a vedere. È matematica: senza i rifornisti non hanno i numeri». Lo sa bene Paola De Micheli, Pd per ogni stagione e ora moderata, che ricorda alla segretaria: «Quella foto di voi quattro è un inizio, ma ora devi aprirti al centro: parla con Renzi. Bene guardare al nostro elettorato tradizionale, ma c’è anche un elettorato fluido da conquistare». L’aggettivo fluido non è usato per guardare ai referenti dell’onorevole Alessandro Zan che piacciono tanto anche alla segretaria. Stessa esortazione arriva da Lorenzo Guerini - cacicco doc - che raccomanda: «Costruire il campo largo vuol dire fare un cantiere che coinvolge il centro». E chi lo nega?, Risponde la «coppia di fatto» di Avs, i «Fratonelli», che però rivendicano di essere gli assi del poker della sora Costanza. Quanto a Elly Schlein, sostiene che «L’alleanza progressista è già più larga, questo però non significa che le principali forze di opposizione non facciano iniziative. Sono testardamente unitaria perché lo chiede la nostra gente e da settembre faremo il programma con tutta l’alleanza». Il che significa fare un’altra cena aperta oltreché a Renzi (sta sulla riva del fiume e ripete: «Alla fine ci ritroveremo per battere le destre»), anche col segretario dei socialisti Enzo Maraio e con il capo di più Europa Riccardo Magi, che magari, dato il cognome, si attovaglia per un consommé.
Se Achille Occhetto aveva inaugurato la gioiosa macchina da guerra pare che la Schlein pensi a un’alleanza à la carte. Ma, come lascia intendere il guru del Pd Goffredo Bettini, strenuo sostenitore del rendez vous con Conte, se l’accordo non è pentastellato si rischia che il menu sia la sconfitta.
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Roberto Vannacci (Imagoeconomica)
Un dato che va naturalmente preso con le molle, ma che riflette non solo il trend in crescita che anche altri istituti segnalano per Vannacci, ma anche il solido dato di realtà costituito dalle tante adesioni a Fn in ogni parte d’Italia.
Per il resto, Fratelli d’Italia resta primo partito con il 27,8% (+0,1); crescono il Pd (22,2%,+0,5), Forza Italia (8,2%,+0,4) e Alleanza Verdi Sinistra (6,8%,+0,4). Vistoso il calo del M5s (12,1%,-1,4). Azione è al 3,1%(-0,1) e Italia Viva al 2,1 (-0,1). Il Partito Liberaldemocratico è stabile all’1,2%, , Ora! all’1,1%, +Europa all’1% e Noi Moderati allo 0,9%. Di corto muso, direbbe Massimiliano Allegri, ma il sorpasso c’è, e viene celebrato sulla pagina Fb di Futuro nazionale: «Dovevano essere una parentesi», recita il post, «dovevano essere folklore. Dovevamo essere il partito personale destinato a sparire. E invece Futuro nazionale cresce ancora e, secondo il sondaggio Youtrend per Sky Tg24, raggiunge il 5,9% e supera la Lega. Un risultato che non nasce nei salotti televisivi, ma nelle piazze, nei territori, tra la gente che non si rassegna alla solita politica, ai giochi di palazzo e ai compromessi al ribasso. Che c’è un popolo che vuole identità, coraggio, sovranità, sicurezza, libertà di parola e difesa degli interessi nazionali. Ci avevano detto che era impossibile. Noi abbiamo iniziato a camminare. E adesso acceleriamo». «Le cose stanno andando secondo i piani», commenta Vannacci a La Presse, «molto bene. Ma i veri sondaggi rimangono quelli fatti tra la gente e in mezzo alla strada. Noi non ci occupiamo delle dinamiche degli altri partiti e di quanto dicano i loro esponenti ma lavoriamo solo affinché Futuro nazionale cresca e per il bene dell’Italia e degli italiani». E nel frattempo rispunta un video del 2025 in cui il generale si dichiara pronto per Palazzo Chigi: «Se l’elettorato lo vorrà, io certamente non mi tiro indietro».
Lucida come sempre l’analisi dell’economista Antonio Maria Rinaldi, ex eurodeputato della Lega che ha aderito a Futuro nazionale: «Attenzione», dice Rinaldi alla Verità, «perché i sondaggi sono voti virtuali, i voti reali sono un’altra cosa. Il fatto che ci sia attenzione su Futuro nazionale sicuramente premia i nostri sforzi. Penso che il nostro bacino sia anche l’astensione e da questi dati si evince anche un’erosione del M5s. Ci sono dei delusi anche lì dalle promesse andate al vento. Il centrodestra dovrebbe essere contento se noi riusciamo a recuperare voti che loro non riescono a intercettare».
Non si scompone il capogruppo al Senato della Lega, Massimiliano Romeo: «Siamo un po’ stanchi», commenta Romeo, «tutti i giorni di guardare i sondaggi di Vannacci. Noi siamo qui per lavorare, siamo al governo, e la nostra preoccupazione è quella di dare risposte ai cittadini. Stiamo facendo bene nel campo della sicurezza e i rimpatri dal 2023 ad oggi sono più di 20.000. Le norme che abbiamo voluto nei decreti sicurezza sul contrasto ai maranza stanno dando i loro frutti», aggiunge Romeo, «il nuovo regolamento europeo sui migranti dà ragione al fatto che bisogna essere più rapidi e più veloci sulle espulsioni, come ha voluto la Lega nell’ultimo decreto sicurezza. Sostanzialmente siamo stati legittimati anche rispetto alla costruzione di centri in paesi fuori dall’Unione europea. Quindi si sta andando nella direzione che i cittadini vogliono».
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