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2019-10-23
L’Ue butta la maschera e fa sconti agli amici
Ansa
Ricordate il putiferio quando un anno fa, proprio in questi giorni, Bruxelles ci indirizzò la durissima lettera nella quale ci veniva rimproverata una «deviazione senza precedenti» rispetto agli obblighi previsti dal Patto di stabilità e crescita? Ebbene, anche quest'anno la tirata di orecchie sui nostri conti è arrivata puntuale, ma i «gemelli diversi» Valdis Dombrovskis e Pierre Moscovici hanno usato toni ben diversi.
«È una lettera completamente diversa da quella che era stata indirizzata al governo precedente», ci ha tenuto a specificare a voce Moscovici poco dopo che il testo era stato reso pubblico, «non c'è nessun problema di crisi di bilancio con l'Italia, siamo in un processo di dialogo positivo con il governo». Quando si tratta di spiegare la necessità di rispettare le regole, il tono del commissario uscente agli Affari economici e monetari si fa quasi morbido: «Il ruolo della Commissione è stabilire fatti oggettivi, quello che va nella direzione giusta, e anche di notare un certo numero di aggiustamenti o disaggiustamenti».
Sul finale della missiva, i due si spingono fino a usare un tono gentile. «Gradiremmo ricevere ulteriori informazioni sulla composizione precisa del saldo strutturale», si legge nel testo, «che ci aiuterebbero a capire se c'è un rischio di deviazione significativa».
Ma nonostante i commenti rassicuranti a margine e il carattere a tratti conciliante del carteggio, rimane un fatto oggettivo: la lettera è stata inviata e una risposta va data, anche in tempi molto brevi. Già oggi infatti Bruxelles si aspetta un riscontro dal governo italiano.
Facendo un salto indietro di 12 mesi, la mente torna alla reazione isterica dei media italiani, solerti a definire «impietosa» e «senza sconti» la richiesta di puntualizzazione inviata dalla Commissione. Nelle settimane che seguirono si aprì un lungo contenzioso tra il governo e la stampa nostrana, a colpi di voci di corridoio e indiscrezioni riferite da non meglio precisate «persone ben informate dei fatti». Si rispolverò per l'occasione un filone narrativo che dovrebbe essere estraneo al giornalismo, il «retroscenismo», contrassegnato ogni giorno da una velina diversa il cui scopo sembrava essere però sempre lo stesso: il governo degli incompetenti ci ha portati allo sfascio e merita di essere punito con la procedura di infrazione.
Servirono a poco i tentativi di tenere a bada le speculazioni messi in atto, fin dal primo momento, da parte dell'esecutivo. Proprio lo stesso giorno in cui gli venne recapitata la lettera, l'allora ministro dell'Economia Giovanna Tria dichiarò che «oggi si apre quello che abbiamo definito un dialogo costruttivo partendo da punti di vista diversi», precisando allo stesso tempo la volontà di «approfondire le nostre spiegazioni e le ragioni della nostra politica e di far conoscere meglio alla Commissione le riforme strutturali che porteremo avanti con la legge di Bilancio, e di poter avvicinare le nostre posizioni». Né più né meno, a ben vedere, del messaggio che viene fuori dalla giornata odierna.
Ma ormai il violentissimo j'accuse contro il governo gialloblù era partito e nulla avrebbe potuto fermarlo. Emblematico il caso del corrispondente del Corriere della Sera da Bruxelles, Ivo Caizzi, e il rimprovero al proprio direttore Luciano Fontana per la scelta di insistere nella narrazione di una «inesistente» procedura di infrazione. «Si può aprire la prima pagine del Corriere con “una notizia che non c'è" del genere?», si chiedeva ai primi di quest'anno uno sconsolato Caizzi. Perché in effetti la sanzione tanto minacciata e a lungo sbandierata nei confronti del nostro Paese non ci sarebbe mai stata, e alla fine avrebbe prevalso la linea del dialogo proprio come annunciato dal ministro Tria già poche ore dopo la pubblicazione della lettera.
Viene spontaneo dunque riflettere quantomeno su due aspetti. Per prima cosa, sul peso effettivo che rivestono le richieste di chiarimento inviate da Bruxelles. Da quando esiste il Patto di stabilità, sono state aperte ben 36 procedure di infrazione nei confronti degli Stati membri, ciascuna con una durata media di cinque anni. Nessuna di queste ha mai portato all'applicazione di sanzioni vere e proprie. Quest'anno, oltre all'Italia, anche Belgio, Francia, Portogallo e Spagna hanno ricevuto a loro volta una missiva da parte della Commissione. Con tutta probabilità, anche stavolta finirà tutto a tarallucci e vino.
Ma al di là delle considerazioni di carattere generale, c'è un'altra considerazione da fare. Stesso premier, stessi commissari, pressappoco gli stessi parametri di bilancio. L'unico elemento che cambia quest'anno è l'assenza di Matteo Salvini al governo. Verrebbe quasi da pensare che, in realtà, lo scopo di Bruxelles fosse proprio quello di «fare politica» e levarsi dai piedi la Lega. Confermando così che le regole si applicano per i nemici, ma per gli amici si possono tranquillamente interpretare.
Bruxelles prima boccia la manovra poi apre l’ombrello: «Niente crisi»
Caro Giuseppi, nemmeno quest'anno hai fatto bene i compiti a casa, ma stavolta non rischi nessuna bocciatura. Cambia la maggioranza, e cambia la musica: come accadde nell'ottobre del 2018, la Commissione europea scrive una lettera all'Italia per contestare la manovra finanziaria, ma i toni stavolta sono al miele. Rispetto a 12 mesi fa, Giuseppe Conte è ancora premier, ma ora governa con il sostegno del M5s e delle tre sinistre (Pd, Italia viva e Leu), mentre la Lega è passata all'opposizione. Ora come allora, però, l'Europa bacchetta il nostro governo sulla legge di bilancio: la lettera arrivata ieri a Palazzo Chigi e al ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri, è firmata dal vicepresidente della Commissione Ue, Valdis Dombrovskis, e del commissario agli Affari economici, Pierre Moscovici. Il primo è stato riconfermato anche nella nuova commissione guidata da Ursula von der Leyen; il secondo invece è in attesa di lasciare la poltrona a Paolo Gentiloni.
Vediamo i contenuti della lettera, partendo dal punto principale: la manovra italiana, secondo la Commissione Ue, «prevede una variazione del saldo strutturale nel 2020 pari a un peggioramento dello 0,1% del Pil, sia a valore nominale sia come ricalcolato dai servizi della Commissione secondo la metodologia concordata, che non è all'altezza dell'adeguamento strutturale raccomandato dello 0,6% del Pil». Il documento programmatico di bilancio prevede inoltre «un tasso di crescita nominale della spesa pubblica primaria netta dell'1,9%, che supera la riduzione raccomandata di almeno lo 0,1». Nel complesso, questi elementi sembrano non essere in linea con i requisiti di politica di bilancio stabiliti nella raccomandazione del Consiglio del 9 luglio 2019, «poiché», scrivono Dombrovskis e Moscovici, «indicano un rischio di deviazione significativa nel 2020, e in generale nel 2019 e 2020 insieme, dallo sforzo di bilancio raccomandato. Il piano dell'Italia non rispetta il parametro di riferimento per la riduzione del debito nel 2020».
«Allo stesso tempo», scrivono i due burosauri di Bruxelles, «prendiamo atto della richiesta dell'Italia nel documento programmatico di bilancio di avvalersi della flessibilità nell'ambito del braccio preventivo del patto di stabilità e crescita per tener conto dell'impatto di eventi insoliti sul bilancio. La Commissione europea, e successivamente il Consiglio, effettueranno una valutazione approfondita della domanda, tenendo conto dei criteri di ammissibilità». Dombrovskis e Moscovici richiedono quindi «ulteriori informazioni» per poter determinare «se esiste il rischio di una deviazione significativa dall'adeguamento fiscale raccomandato nel 2020 e in generale nel 2019 e 2020».
Entro oggi, mercoledì 23 ottobre, la Commissione attende chiarimenti dall'Italia «per giungere a una valutazione finale», «tenendo conto del dibattito svoltosi nella riunione dell'Eurogruppo del 9 ottobre sulla situazione economica e sulla politica di bilancio nell'area dell'euro, la Commissione europea cerca di proseguire un dialogo costruttivo con l'Italia per giungere a una valutazione finale».
Fin qui la lettera, ma ora esaminiamo il comportamento del postino. Moscovici, ieri, subito dopo l'arrivo a Roma della missiva, si è letteralmente scapicollato a ridimensionare l'iniziativa di Bruxelles, derubricandola quasi a un messaggio, in anticipo, di buon Natale. «Quella inviata dalla Commissione all'Italia», ha detto Moscovici, «è una lettera fattuale, che bisogna prendere sul serio; c'è il rischio di una deviazione significativa, e siamo obbligati a rilevarlo. Ma non ne traiamo conseguenze procedurali, tipo la richiesta di sottoporre un altro bilancio, o di rimettere in causa questo o quel punto». Avete letto bene: la lettera è stata spedita, ma si sa già (prima ancora che il governo risponda), che non avrà conseguenze e che l'Italia non dovrà cambiare nulla della manovra presentata alla Commissione.
«Abbiamo detto», ha aggiunto Moscovici, «ciò che la Commissione dice da tempo: che in una situazione in cui ci fosse un rallentamento più marcato di quello di oggi, ci vorrà una risposta di bilancio differenziata: i Paesi, come l'Italia, con un livello molto alto di debito dovranno avere una politica seria, che però non vuol dire austera; altri Paesi come la Germania o l'Olanda, che hanno margini di bilancio molto più importanti, dovranno utilizzarli per la crescita. Per la loro crescita, perché anche la Germania rallenta, e per la crescita dell'insieme dell'Eurozona». Non vuole dire austera: l'Europa si prepara quindi a allargare i cordoni della borsa, e la manovra «sarà esaminata nelle procedure ulteriori del semestre europeo, e dunque avremo occasione lungo tutto il semestre di riparlarne, e assicurarci che il bilancio, così come è stato proposto, sia debitamente attuato. Bisogna prima di tutto approvarlo, e poi dargli esecuzione in condizioni serie». Insomma, tutto molto chiaro: ora che al governo insieme al M5s ci sono i partiti di sinistra, messi lì proprio dall'Europa, pur di mettere all'opposizione la Lega, la Commissione le lettere le scrive e se le rimangia nel giro di 24 ore.
Spread giù ma non conta il governo. È solo la Bce che fa il suo lavoro
Il solo lessico della lettera inviata dal commissario Pierre Moscovici - per intendersi colui che ha aperto la campagna elettorale del Pd alle europee del 2019 assieme al suo successore Paolo Gentiloni cui peraltro sono stati conferiti molte meno deleghe del predecessore - è di per sé esemplificativo. Si parla di «flessibilità» da ritrovare nel «braccio preventivo del Patto di stabilità e crescita». Termini che evocano l'immaginario di ciò che veramente è l'Unione europea: un posto da cui non si esce non perché si sta bene ma perché è impossibile fuggire. Un carcere appunto con tanto di braccio. Seguono le solite supercazzole sui vari zero virgola accompagnate dalle consuete e stantie raccomandazioni a non deviare dai percorsi di riduzione del debito pubblico. Una lettera non condita dalle esternazioni di un anno fa dei vari Valdis Dombrovskis o Günther Oettinger con tanto di «i mercati insegneranno gli italiani a votare» e con ciò inviando chiari segnali neanche tanto in codice per far innervosire gli investitori e alimentare la volatilità sui nostri titoli di Stato.
La vicenda ci insegna comunque alcune cose. Da un lato la lettera sembra tanto uno di quegli atti dovuti per non far dire a Matteo Salvini che la commissione Ue fa figli e figliastri. Dall'altro comprendiamo anche che questo governo non meritava alcun pesante monito dal momento che si accinge ad approvare una legge di bilancio fatta apposta per non litigare con la Commissione e che mette invece pesantemente le mani in tasca ai contribuenti italiani. Non vedremo aumentare l'Iva di 23 miliardi ma poco ci manca visto che un battuto di tasse e gabelle varie sminuzzate per circa 13 miliardi condirà la pessima pietanza messa in tavola. Dalle pacche sulle spalle dell'Europa al pacco servito agli italiani. Quanto alla presunta credibilità di questo governo che avrebbe di fatto provocato una discesa dei rendimenti dei titoli di Stato, ai lettori della Verità ormai non si insegna più nulla. Nessuna emergenza sulla sostenibilità del nostro debito dal momento che anche nei momenti di più forte nervosismo l'Italia emetteva debito a un costo inferiore rispetto al costo medio dello stock di debito in essere.
E difatti la nota di aggiornamento al documento di economia e finanza confermava come nel 2019 la Repubblica italiana spenderà 62 miliardi circa di interessi sul debito rispetto ai 65 del 2018. E comunque la discesa dei rendimenti sui nostri Btp è già energicamente iniziata nel giugno di quest'anno a seguito dell'annuncio del nuovo quantitative easing da parte dell'uscente governatore della Bce Mario Draghi. Il rendimento sul decennale a giugno è infatti sceso al 2,1% rispetto al 2,7% di maggio per poi diminuire ancora all'1,5% a luglio e addirittura all'1% ad agosto nel pieno della crisi di governo. E ancora sull'1% veleggia il rendimento del Btp a dieci anni a dimostrazione del fatto che non esiste alcun «effetto credibilità» dell'attuale esecutivo rispetto al momento in cui vie era addirittura la crisi di governo di mezza estate.
A conferma e dimostrazione del fatto che, come del resto è stato esplicitamente sostenuto dallo stesso ministro Roberto Gualtieri in audizione alla commissione Bilancio della Camera, è solo l'azione della Bce a determinare la dinamica dei rendimenti e i numeri di questi anno non lasciano adito a dubbi.
Da quando è iniziato il quantitative easing nel marzo 2015 il governo di Matteo Renzi ha goduto a piene mani e per 21 mesi del bazooka di Draghi dal momento che gli acquisti medi mensili di Btp sono stati pari a 9,5 miliardi di euro. Praticamente stessa musica per il successore Gentiloni che nei suoi 18 mesi di governo ha goduto della generosità della Bce che si è mediamente acquistata ogni mese 9,2 miliardi di titoli decennali. Lo stesso non può dirsi invece per il primo governo Conte che nei suoi 15 mesi travagliati ha visto acquisti gli medi mensili scendere ad appena 1,5 miliardi.
Nessuno si è accorto insomma - tranne La Verità - che in quei mesi L'avaro di Molière ha scalzato Super Mario dalla guida della Bce mettendo il bazooka in soffitta.
Nel 2018 le stesse critiche provocarono una rivolta. Oggi gli altri Paesi tacciono
«Prendiamo atto della richiesta dell'Italia nel documento programmatico di bilancio di avvalersi della flessibilità nell'ambito del Patto di stabilità e crescita. La Commissione europea, e successivamente il Consiglio, effettueranno una valutazione approfondita della domanda, tenendo conto dei criteri di ammissibilità». Parola di Valdis Dombrovskis e Pierre Moscovici, i falchi della Commissione europea, diventati colombe. Flessibilità è la parola magica di ogni manovra finanziaria, la possibilità di sforare i rigidissimi paramenti imposti dalla Commissione europea.
Di fronte ai dati della manovra di quest'anno, non tanto diversi da quelli della finanziaria 2018, guardate come sono cambiati i toni dell'Europa nei confronti del governo italiano. «Non è nostra intenzione aggiungere flessibilità a flessibilità per l'Italia» diceva lo scorso anno, esattamente di questi tempi, il presidente della Commissione europea Jean Claude-Juncker. Per non parlare dei toni catastrofisti che accompagnarono la lettera spedita nell'ottobre 2018, da Bruxelles all'Italia, firmata ora come allora da Dombrovskis e Moscovici: quest'ultimo addirittura volò a Roma, per consegnare personalmente la missiva all'ex ministro dell'Economia, Giovanni Tria. Non solo: Moscovici, per drammatizzare ancora di più l'atmosfera intorno ai primi passi in economia del governo Lega-M5s, andò addirittura, il 12 ottobre 2018, al Quirinale, per discutere della manovra finanziaria con il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.
La Lega al governo non era funzionale ai disegni della cupola europea, e quindi l'Italia fu sottoposta a un vero e proprio bombardamento: «La Francia sostiene il rispetto delle regole», si azzardò a pontificare il presidente francese, Emmanuel Macron, mentre il suo uomo, Moscovici, chiudeva un occhio sul mostruoso rapporto deficit/Pil dei transalpini. Il cancelliere austriaco, Sebastian Kurz, affondava i colpi: «Non abbiamo nessuna comprensione», diceva Kurz, «per le politiche finanziarie dell'Italia, ci aspettiamo che il governo rispetti le regole. Non siamo i soli a pensarlo, anche molti altri Paesi. I criteri di Maastricht valgono per tutti. In Austria di sicuro non pagheremo per il debito di altri».
«Il nostro lavoro», ammoniva il presidente dell'Eurogruppo, il portoghese Mario Centeno, «è produrre dei piani di bilancio che rispettino le regole, rafforzino la nostra moneta e facciano proseguire l'umore positivo della zona euro. Abbiamo procedure e regole che ci siamo impegnati a seguire».
Il premier olandese Mark Rutte, dopo aver incontrato Giuseppe Conte, twittava durissimo: «Buon incontro bilaterale con Giuseppe Conte durante il Consiglio europeo. Ho espresso le preoccupazioni dell'Olanda sui piani di bilancio per il 2019. Pieno sostegno alla Commissione Ue perché applichi gli obblighi comuni del Patto di stabilità». «La politica chiave del mio governo è stato il consolidamento fiscale, quindi credo che gli stessi criteri debbano essere applicati a tutti», ammoniva il premier croato Andrej Plenkovic.
Il resto, lo ricordiamo tutti: dopo la lettera dell'Ue, sembrava che l'Italia fosse sul punto di fallire. Opinionisti e addetti ai lavori dei giornali ostili al governo sostenuto dalla Lega prevedevano impennate dello spread, crisi economiche, fame, miseria, praticamente l'apocalisse. L'accerchiamento a cui fu sottoposto il governo Conte uno fu qualcosa di mai visto nella storia dell'Europa. Scese in campo anche il Fondo monetario internazionale: «Non è il momento di rilassarsi sulle politiche fiscali», avvertì il responsabile del dipartimento Europa dell'istituto di Washington, Poul Thomsen. «Siamo d'accordo con la Commissione europea, l'Italia deve rispettare le regole, la manovra italiana va in direzione opposta ai suggerimenti del Fondo, non è corretta», affermò Thomsen, dicendosi «convinto che l'Eurozona abbia gli strumenti giusti per evitare un rischio contagio».
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La Commissione, inflessibile con i sovranisti, all'improvviso si scopre clemente: «Questa missiva è diversa da quella indirizzata al Conte uno». È l'ennesima prova che le decisioni sono politiche, non tecniche: l'unica cosa differente è che non c'è più Matteo Salvini.La lettera dell'Europa stronca il piano («Non rispetta il target di riduzione del debito»), ma Pierre Moscovici corre subito in soccorso di Palazzo Chigi: «Non ci saranno modifiche. Se le avessimo volute, lo avremmo scritto».Nel 2019 spenderemo 62 miliardi di interessi sul debito contro i 65 dell'anno precedente.Dopo il primo richiamo, Austria, Olanda e Francia attaccarono con violenza l'Italia: «Non avremo nessuna comprensione».Lo speciale contiene quattro articoli.Ricordate il putiferio quando un anno fa, proprio in questi giorni, Bruxelles ci indirizzò la durissima lettera nella quale ci veniva rimproverata una «deviazione senza precedenti» rispetto agli obblighi previsti dal Patto di stabilità e crescita? Ebbene, anche quest'anno la tirata di orecchie sui nostri conti è arrivata puntuale, ma i «gemelli diversi» Valdis Dombrovskis e Pierre Moscovici hanno usato toni ben diversi. «È una lettera completamente diversa da quella che era stata indirizzata al governo precedente», ci ha tenuto a specificare a voce Moscovici poco dopo che il testo era stato reso pubblico, «non c'è nessun problema di crisi di bilancio con l'Italia, siamo in un processo di dialogo positivo con il governo». Quando si tratta di spiegare la necessità di rispettare le regole, il tono del commissario uscente agli Affari economici e monetari si fa quasi morbido: «Il ruolo della Commissione è stabilire fatti oggettivi, quello che va nella direzione giusta, e anche di notare un certo numero di aggiustamenti o disaggiustamenti».Sul finale della missiva, i due si spingono fino a usare un tono gentile. «Gradiremmo ricevere ulteriori informazioni sulla composizione precisa del saldo strutturale», si legge nel testo, «che ci aiuterebbero a capire se c'è un rischio di deviazione significativa».Ma nonostante i commenti rassicuranti a margine e il carattere a tratti conciliante del carteggio, rimane un fatto oggettivo: la lettera è stata inviata e una risposta va data, anche in tempi molto brevi. Già oggi infatti Bruxelles si aspetta un riscontro dal governo italiano. Facendo un salto indietro di 12 mesi, la mente torna alla reazione isterica dei media italiani, solerti a definire «impietosa» e «senza sconti» la richiesta di puntualizzazione inviata dalla Commissione. Nelle settimane che seguirono si aprì un lungo contenzioso tra il governo e la stampa nostrana, a colpi di voci di corridoio e indiscrezioni riferite da non meglio precisate «persone ben informate dei fatti». Si rispolverò per l'occasione un filone narrativo che dovrebbe essere estraneo al giornalismo, il «retroscenismo», contrassegnato ogni giorno da una velina diversa il cui scopo sembrava essere però sempre lo stesso: il governo degli incompetenti ci ha portati allo sfascio e merita di essere punito con la procedura di infrazione. Servirono a poco i tentativi di tenere a bada le speculazioni messi in atto, fin dal primo momento, da parte dell'esecutivo. Proprio lo stesso giorno in cui gli venne recapitata la lettera, l'allora ministro dell'Economia Giovanna Tria dichiarò che «oggi si apre quello che abbiamo definito un dialogo costruttivo partendo da punti di vista diversi», precisando allo stesso tempo la volontà di «approfondire le nostre spiegazioni e le ragioni della nostra politica e di far conoscere meglio alla Commissione le riforme strutturali che porteremo avanti con la legge di Bilancio, e di poter avvicinare le nostre posizioni». Né più né meno, a ben vedere, del messaggio che viene fuori dalla giornata odierna.Ma ormai il violentissimo j'accuse contro il governo gialloblù era partito e nulla avrebbe potuto fermarlo. Emblematico il caso del corrispondente del Corriere della Sera da Bruxelles, Ivo Caizzi, e il rimprovero al proprio direttore Luciano Fontana per la scelta di insistere nella narrazione di una «inesistente» procedura di infrazione. «Si può aprire la prima pagine del Corriere con “una notizia che non c'è" del genere?», si chiedeva ai primi di quest'anno uno sconsolato Caizzi. Perché in effetti la sanzione tanto minacciata e a lungo sbandierata nei confronti del nostro Paese non ci sarebbe mai stata, e alla fine avrebbe prevalso la linea del dialogo proprio come annunciato dal ministro Tria già poche ore dopo la pubblicazione della lettera.Viene spontaneo dunque riflettere quantomeno su due aspetti. Per prima cosa, sul peso effettivo che rivestono le richieste di chiarimento inviate da Bruxelles. Da quando esiste il Patto di stabilità, sono state aperte ben 36 procedure di infrazione nei confronti degli Stati membri, ciascuna con una durata media di cinque anni. Nessuna di queste ha mai portato all'applicazione di sanzioni vere e proprie. Quest'anno, oltre all'Italia, anche Belgio, Francia, Portogallo e Spagna hanno ricevuto a loro volta una missiva da parte della Commissione. Con tutta probabilità, anche stavolta finirà tutto a tarallucci e vino.Ma al di là delle considerazioni di carattere generale, c'è un'altra considerazione da fare. Stesso premier, stessi commissari, pressappoco gli stessi parametri di bilancio. L'unico elemento che cambia quest'anno è l'assenza di Matteo Salvini al governo. Verrebbe quasi da pensare che, in realtà, lo scopo di Bruxelles fosse proprio quello di «fare politica» e levarsi dai piedi la Lega. Confermando così che le regole si applicano per i nemici, ma per gli amici si possono tranquillamente interpretare.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lue-butta-la-maschera-e-fa-sconti-agli-amici-2641071117.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="bruxelles-prima-boccia-la-manovra-poi-apre-lombrello-niente-crisi" data-post-id="2641071117" data-published-at="1779380125" data-use-pagination="False"> Bruxelles prima boccia la manovra poi apre l’ombrello: «Niente crisi» Caro Giuseppi, nemmeno quest'anno hai fatto bene i compiti a casa, ma stavolta non rischi nessuna bocciatura. Cambia la maggioranza, e cambia la musica: come accadde nell'ottobre del 2018, la Commissione europea scrive una lettera all'Italia per contestare la manovra finanziaria, ma i toni stavolta sono al miele. Rispetto a 12 mesi fa, Giuseppe Conte è ancora premier, ma ora governa con il sostegno del M5s e delle tre sinistre (Pd, Italia viva e Leu), mentre la Lega è passata all'opposizione. Ora come allora, però, l'Europa bacchetta il nostro governo sulla legge di bilancio: la lettera arrivata ieri a Palazzo Chigi e al ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri, è firmata dal vicepresidente della Commissione Ue, Valdis Dombrovskis, e del commissario agli Affari economici, Pierre Moscovici. Il primo è stato riconfermato anche nella nuova commissione guidata da Ursula von der Leyen; il secondo invece è in attesa di lasciare la poltrona a Paolo Gentiloni. Vediamo i contenuti della lettera, partendo dal punto principale: la manovra italiana, secondo la Commissione Ue, «prevede una variazione del saldo strutturale nel 2020 pari a un peggioramento dello 0,1% del Pil, sia a valore nominale sia come ricalcolato dai servizi della Commissione secondo la metodologia concordata, che non è all'altezza dell'adeguamento strutturale raccomandato dello 0,6% del Pil». Il documento programmatico di bilancio prevede inoltre «un tasso di crescita nominale della spesa pubblica primaria netta dell'1,9%, che supera la riduzione raccomandata di almeno lo 0,1». Nel complesso, questi elementi sembrano non essere in linea con i requisiti di politica di bilancio stabiliti nella raccomandazione del Consiglio del 9 luglio 2019, «poiché», scrivono Dombrovskis e Moscovici, «indicano un rischio di deviazione significativa nel 2020, e in generale nel 2019 e 2020 insieme, dallo sforzo di bilancio raccomandato. Il piano dell'Italia non rispetta il parametro di riferimento per la riduzione del debito nel 2020». «Allo stesso tempo», scrivono i due burosauri di Bruxelles, «prendiamo atto della richiesta dell'Italia nel documento programmatico di bilancio di avvalersi della flessibilità nell'ambito del braccio preventivo del patto di stabilità e crescita per tener conto dell'impatto di eventi insoliti sul bilancio. La Commissione europea, e successivamente il Consiglio, effettueranno una valutazione approfondita della domanda, tenendo conto dei criteri di ammissibilità». Dombrovskis e Moscovici richiedono quindi «ulteriori informazioni» per poter determinare «se esiste il rischio di una deviazione significativa dall'adeguamento fiscale raccomandato nel 2020 e in generale nel 2019 e 2020». Entro oggi, mercoledì 23 ottobre, la Commissione attende chiarimenti dall'Italia «per giungere a una valutazione finale», «tenendo conto del dibattito svoltosi nella riunione dell'Eurogruppo del 9 ottobre sulla situazione economica e sulla politica di bilancio nell'area dell'euro, la Commissione europea cerca di proseguire un dialogo costruttivo con l'Italia per giungere a una valutazione finale». Fin qui la lettera, ma ora esaminiamo il comportamento del postino. Moscovici, ieri, subito dopo l'arrivo a Roma della missiva, si è letteralmente scapicollato a ridimensionare l'iniziativa di Bruxelles, derubricandola quasi a un messaggio, in anticipo, di buon Natale. «Quella inviata dalla Commissione all'Italia», ha detto Moscovici, «è una lettera fattuale, che bisogna prendere sul serio; c'è il rischio di una deviazione significativa, e siamo obbligati a rilevarlo. Ma non ne traiamo conseguenze procedurali, tipo la richiesta di sottoporre un altro bilancio, o di rimettere in causa questo o quel punto». Avete letto bene: la lettera è stata spedita, ma si sa già (prima ancora che il governo risponda), che non avrà conseguenze e che l'Italia non dovrà cambiare nulla della manovra presentata alla Commissione. «Abbiamo detto», ha aggiunto Moscovici, «ciò che la Commissione dice da tempo: che in una situazione in cui ci fosse un rallentamento più marcato di quello di oggi, ci vorrà una risposta di bilancio differenziata: i Paesi, come l'Italia, con un livello molto alto di debito dovranno avere una politica seria, che però non vuol dire austera; altri Paesi come la Germania o l'Olanda, che hanno margini di bilancio molto più importanti, dovranno utilizzarli per la crescita. Per la loro crescita, perché anche la Germania rallenta, e per la crescita dell'insieme dell'Eurozona». Non vuole dire austera: l'Europa si prepara quindi a allargare i cordoni della borsa, e la manovra «sarà esaminata nelle procedure ulteriori del semestre europeo, e dunque avremo occasione lungo tutto il semestre di riparlarne, e assicurarci che il bilancio, così come è stato proposto, sia debitamente attuato. Bisogna prima di tutto approvarlo, e poi dargli esecuzione in condizioni serie». Insomma, tutto molto chiaro: ora che al governo insieme al M5s ci sono i partiti di sinistra, messi lì proprio dall'Europa, pur di mettere all'opposizione la Lega, la Commissione le lettere le scrive e se le rimangia nel giro di 24 ore. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lue-butta-la-maschera-e-fa-sconti-agli-amici-2641071117.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="spread-giu-ma-non-conta-il-governo-e-solo-la-bce-che-fa-il-suo-lavoro" data-post-id="2641071117" data-published-at="1779380125" data-use-pagination="False"> Spread giù ma non conta il governo. 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Una lettera non condita dalle esternazioni di un anno fa dei vari Valdis Dombrovskis o Günther Oettinger con tanto di «i mercati insegneranno gli italiani a votare» e con ciò inviando chiari segnali neanche tanto in codice per far innervosire gli investitori e alimentare la volatilità sui nostri titoli di Stato. La vicenda ci insegna comunque alcune cose. Da un lato la lettera sembra tanto uno di quegli atti dovuti per non far dire a Matteo Salvini che la commissione Ue fa figli e figliastri. Dall'altro comprendiamo anche che questo governo non meritava alcun pesante monito dal momento che si accinge ad approvare una legge di bilancio fatta apposta per non litigare con la Commissione e che mette invece pesantemente le mani in tasca ai contribuenti italiani. Non vedremo aumentare l'Iva di 23 miliardi ma poco ci manca visto che un battuto di tasse e gabelle varie sminuzzate per circa 13 miliardi condirà la pessima pietanza messa in tavola. Dalle pacche sulle spalle dell'Europa al pacco servito agli italiani. Quanto alla presunta credibilità di questo governo che avrebbe di fatto provocato una discesa dei rendimenti dei titoli di Stato, ai lettori della Verità ormai non si insegna più nulla. Nessuna emergenza sulla sostenibilità del nostro debito dal momento che anche nei momenti di più forte nervosismo l'Italia emetteva debito a un costo inferiore rispetto al costo medio dello stock di debito in essere. E difatti la nota di aggiornamento al documento di economia e finanza confermava come nel 2019 la Repubblica italiana spenderà 62 miliardi circa di interessi sul debito rispetto ai 65 del 2018. E comunque la discesa dei rendimenti sui nostri Btp è già energicamente iniziata nel giugno di quest'anno a seguito dell'annuncio del nuovo quantitative easing da parte dell'uscente governatore della Bce Mario Draghi. Il rendimento sul decennale a giugno è infatti sceso al 2,1% rispetto al 2,7% di maggio per poi diminuire ancora all'1,5% a luglio e addirittura all'1% ad agosto nel pieno della crisi di governo. E ancora sull'1% veleggia il rendimento del Btp a dieci anni a dimostrazione del fatto che non esiste alcun «effetto credibilità» dell'attuale esecutivo rispetto al momento in cui vie era addirittura la crisi di governo di mezza estate. A conferma e dimostrazione del fatto che, come del resto è stato esplicitamente sostenuto dallo stesso ministro Roberto Gualtieri in audizione alla commissione Bilancio della Camera, è solo l'azione della Bce a determinare la dinamica dei rendimenti e i numeri di questi anno non lasciano adito a dubbi. Da quando è iniziato il quantitative easing nel marzo 2015 il governo di Matteo Renzi ha goduto a piene mani e per 21 mesi del bazooka di Draghi dal momento che gli acquisti medi mensili di Btp sono stati pari a 9,5 miliardi di euro. Praticamente stessa musica per il successore Gentiloni che nei suoi 18 mesi di governo ha goduto della generosità della Bce che si è mediamente acquistata ogni mese 9,2 miliardi di titoli decennali. Lo stesso non può dirsi invece per il primo governo Conte che nei suoi 15 mesi travagliati ha visto acquisti gli medi mensili scendere ad appena 1,5 miliardi. Nessuno si è accorto insomma - tranne La Verità - che in quei mesi L'avaro di Molière ha scalzato Super Mario dalla guida della Bce mettendo il bazooka in soffitta. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lue-butta-la-maschera-e-fa-sconti-agli-amici-2641071117.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="nel-2018-le-stesse-critiche-provocarono-una-rivolta-oggi-gli-altri-paesi-tacciono" data-post-id="2641071117" data-published-at="1779380125" data-use-pagination="False"> Nel 2018 le stesse critiche provocarono una rivolta. Oggi gli altri Paesi tacciono «Prendiamo atto della richiesta dell'Italia nel documento programmatico di bilancio di avvalersi della flessibilità nell'ambito del Patto di stabilità e crescita. La Commissione europea, e successivamente il Consiglio, effettueranno una valutazione approfondita della domanda, tenendo conto dei criteri di ammissibilità». Parola di Valdis Dombrovskis e Pierre Moscovici, i falchi della Commissione europea, diventati colombe. Flessibilità è la parola magica di ogni manovra finanziaria, la possibilità di sforare i rigidissimi paramenti imposti dalla Commissione europea. Di fronte ai dati della manovra di quest'anno, non tanto diversi da quelli della finanziaria 2018, guardate come sono cambiati i toni dell'Europa nei confronti del governo italiano. «Non è nostra intenzione aggiungere flessibilità a flessibilità per l'Italia» diceva lo scorso anno, esattamente di questi tempi, il presidente della Commissione europea Jean Claude-Juncker. Per non parlare dei toni catastrofisti che accompagnarono la lettera spedita nell'ottobre 2018, da Bruxelles all'Italia, firmata ora come allora da Dombrovskis e Moscovici: quest'ultimo addirittura volò a Roma, per consegnare personalmente la missiva all'ex ministro dell'Economia, Giovanni Tria. Non solo: Moscovici, per drammatizzare ancora di più l'atmosfera intorno ai primi passi in economia del governo Lega-M5s, andò addirittura, il 12 ottobre 2018, al Quirinale, per discutere della manovra finanziaria con il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. La Lega al governo non era funzionale ai disegni della cupola europea, e quindi l'Italia fu sottoposta a un vero e proprio bombardamento: «La Francia sostiene il rispetto delle regole», si azzardò a pontificare il presidente francese, Emmanuel Macron, mentre il suo uomo, Moscovici, chiudeva un occhio sul mostruoso rapporto deficit/Pil dei transalpini. Il cancelliere austriaco, Sebastian Kurz, affondava i colpi: «Non abbiamo nessuna comprensione», diceva Kurz, «per le politiche finanziarie dell'Italia, ci aspettiamo che il governo rispetti le regole. Non siamo i soli a pensarlo, anche molti altri Paesi. I criteri di Maastricht valgono per tutti. In Austria di sicuro non pagheremo per il debito di altri». «Il nostro lavoro», ammoniva il presidente dell'Eurogruppo, il portoghese Mario Centeno, «è produrre dei piani di bilancio che rispettino le regole, rafforzino la nostra moneta e facciano proseguire l'umore positivo della zona euro. Abbiamo procedure e regole che ci siamo impegnati a seguire». Il premier olandese Mark Rutte, dopo aver incontrato Giuseppe Conte, twittava durissimo: «Buon incontro bilaterale con Giuseppe Conte durante il Consiglio europeo. Ho espresso le preoccupazioni dell'Olanda sui piani di bilancio per il 2019. Pieno sostegno alla Commissione Ue perché applichi gli obblighi comuni del Patto di stabilità». «La politica chiave del mio governo è stato il consolidamento fiscale, quindi credo che gli stessi criteri debbano essere applicati a tutti», ammoniva il premier croato Andrej Plenkovic. Il resto, lo ricordiamo tutti: dopo la lettera dell'Ue, sembrava che l'Italia fosse sul punto di fallire. Opinionisti e addetti ai lavori dei giornali ostili al governo sostenuto dalla Lega prevedevano impennate dello spread, crisi economiche, fame, miseria, praticamente l'apocalisse. L'accerchiamento a cui fu sottoposto il governo Conte uno fu qualcosa di mai visto nella storia dell'Europa. Scese in campo anche il Fondo monetario internazionale: «Non è il momento di rilassarsi sulle politiche fiscali», avvertì il responsabile del dipartimento Europa dell'istituto di Washington, Poul Thomsen. «Siamo d'accordo con la Commissione europea, l'Italia deve rispettare le regole, la manovra italiana va in direzione opposta ai suggerimenti del Fondo, non è corretta», affermò Thomsen, dicendosi «convinto che l'Eurozona abbia gli strumenti giusti per evitare un rischio contagio».
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La questione cova da tempo ma, solo durante la recente campagna municipale, ha ottenuto una certa attenzione dai media mainstream. Ieri ci sono stati numerosi arresti, ma per capire la gravità della situazione bisogna fare qualche passo indietro.
Domenica c’è stata una vera svolta quando, il procuratore di Parigi Laure Beccuau, ha rivelato cifre da brividi. «Si indaga su un certo numero di animatori» del périscolaire, ha dichiarato il giudice su Rtl, Le Figaro e Public Sénat. «Attualmente abbiamo inchieste su 84 scuole materne, una ventina di scuole primarie e una decina di nidi». Beccuau ha inoltre confermato che da gennaio sono state aperte tre inchieste giudiziarie. Ad oggi sarebbero stati sospesi 78 membri del personale scolastico parigino e su 31 di essi peserebbe il sospetto di abusi sessuali su minori.
Ad esempio, secondo Le Parisien, un animatore ventiduenne sospettato di aggressioni sessuali su tre bambini era già stato denunciato nel 2024, quando lavorava in una scuola pubblica del X arrondissement. Nonostante ciò ha continuato a lavorare con bambini in un altro istituto pubblico fino all’ottobre 2025, quando è stato sospeso. Nel febbraio scorso vari media, tra cui HuffPost e Afp, hanno rivelato che l’uomo era sotto controllo giudiziario per «aggressione sessuale su minori», «esibizione sessuale» e «corruzione di minore». Bfm tv aveva riferito che il sospettato è stato arrestato lo scorso 30 aprile. «Mia figlia avrebbe potuto essere risparmiata», ha dichiarato a Le Parisien il padre di una piccola vittima citato anonimamente. Un altro genitore, Eric, intervistato da radio Rmc, ha criticato il «comportamento scorretto da parte del comune di Parigi e di una delle sue amministrazioni, quella responsabile delle attività extrascolastiche».
Ma perché la maggioranza di sinistra, che governa Parigi dal 2001, non ha reagito prima? Va dato atto al socialista Emmanuel Grégoire che, da quando è stato eletto sindaco lo scorso marzo, ha moltiplicato gli incontri con i genitori e gli interventi sui media. Il 14 aprile scorso, durante la prima seduta del nuovo consiglio municipale, ha annunciato un «piano di azione» contro le violenze sui bambini, per un investimento di circa 20 milioni di euro. Il piano dovrebbe semplificare le procedure di segnalazione e finanziare una migliore formazione del personale. Lunedì, invece, si è tenuta la prima riunione della «Convenzione cittadina» municipale dedicata alla «protezione e ai tempi (scolastici, ndr) dei bambini nelle scuole». Il sindaco ha rivolto ai genitori questo messaggio: «Devono avere fiducia nelle scuole» di Parigi. Ma vista la portata dell’inchiesta, l’invito rischia di cadere nel vuoto.
Il 12 maggio, nella riunione con i genitori della scuola pubblica Sainte Dominique, Grégoire avrebbe ammesso che «la città di Parigi ha indiscutibilmente delle responsabilità». Lo ha scritto Le Figaro, citando alcuni presenti secondo i quali il sindaco avrebbe anche detto che «ci sono stati gravi malfunzionamenti».
Poi, ieri, si è appreso dell’arresto di 16 persone in servizio proprio alla scuola pubblica Saint Dominique. Sempre Le Figaro scrive che «l’identità delle persone fermate non è stata resa nota. Secondo le nostre informazioni, si tratterebbe esclusivamente di dipendenti del Comune di Parigi. Il personale scolastico, quindi, non sarebbe coinvolto».
Sempre ieri, Grégoire è tornato a parlare della riassunzione del ventiduenne sospettato di abusi su minori. «Me ne scuso» ha detto il sindaco nella trasmissione del mattino di France 2, ammettendo anche che «non sia più possibile» continuare con questa situazione e che farà di tutto perché non si ripeta.
Parole sacrosante che, tuttavia, non cancellano il fatto che Grégoire sia stato assessore tra il 2014 e il 2017 e poi primo vicesindaco di Anne Hidalgo dal 2018 al 2024. Da tempo, in consiglio comunale, le opposizioni ricordano le responsabilità della vecchia amministrazione. «Per anni il comune ha vissuto in una forma di diniego arrivata fino alla menzogna, con una totale opacità sui malfunzionamenti», ha denunciato recentemente Florence Berthout, sindaco del V arrondissement.
Sul fondo resta anche l’aggressività della maggioranza parigina di sinistra nei confronti delle scuole cattoliche della capitale. Come scritto a più riprese da La Verità, negli ultimi anni la giunta Hidalgo ha attaccato Stanislas, uno dei più noti istituti cattolici parigini. Nel 2024, Médiapart aveva pubblicato un rapporto ispettivo del 2023 in cui si parlava, tra l’altro, di «clima propizio all’omofobia» e contestava il «carattere obbligatorio della catechesi» a Stanislas. A fine 2025 Patrick Bloche, allora vicesindaco, aveva annunciato l’intenzione di sospendere il contributo pubblico annuale di 1,3 milioni di euro destinato all’istituto. La leader dell’opposizione Rachida Dati, aveva lamentato che Bloche «non ha nemmeno menzionato i malfunzionamenti [...] nelle attività extrascolastiche».
Vista la portata dell’inchiesta sulle attività extrascolastiche nelle scuole parigine, una domanda resta aperta: perché la maggioranza socialista è stata così rapida nell’indagare sulle accuse rivolte a Stanislas, mentre solo ora promette una vera reazione contro gli abusi nelle attività extrascolastiche? Qui ci sono di mezzo dei bambini e chi ne abusa, nel mondo cattolico o altrove, deve essere punito. Punto.
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Angelika Niebler (Ansa)
Di certo non una figura laterale. Piuttosto, una di quelle europarlamentari che non compaiono spesso davanti alle telecamere, ma frequentano da sempre il retrobottega di Strasburgo, dove si costruiscono maggioranze, compromessi e carriere. Ora il suo nome è finito in un fascicolo che il Parlamento europeo ha scelto di chiudere prima che diventasse davvero un’indagine.
Il 21 luglio 2025, infatti, la Procura europea (Eppo) aveva chiesto la revoca della sua immunità. Voleva verificare se assistenti locali pagati con fondi del Parlamento europeo fossero stati usati per attività estranee al mandato. Secondo l’ipotesi investigativa - le contestazioni riguardano il periodo tra il 2017 e il 2025 - ci sarebbero stati accompagnamenti da Monaco a Bruxelles e Strasburgo, trasferimenti in aeroporto per viaggi privati, supporto ad appuntamenti professionali, riunioni della leadership Csu non direttamente legate al lavoro parlamentare, incombenze personali o politiche.
C’è anche un’accusa più precisa. Un assistente retribuito con fondi europei da Niebler avrebbe lavorato non per lei, ma per un ex eurodeputato del suo stesso partito. In parallelo, vengono citate possibili irregolarità nei rimborsi per viaggi verso Bruxelles e Strasburgo. In sostanza, il sospetto è che denaro pubblico destinato all’attività parlamentare sia stato usato per esigenze private, professionali, di partito o di rete personale.
Niebler respinge ogni accusa. La presunzione di innocenza vale per tutti. Ma qui il punto non è stabilire se sia colpevole. Il punto è capire perché alla Procura europea sia stato impedito di verificarlo.
La commissione Giuridica del Parlamento europeo, la Juri, ha raccomandato di non revocare l’immunità. Niebler, dettaglio non secondario, è supplente proprio in quella commissione. Poi nei giorni scorsi è arrivato il voto dell’Aula. Il 19 maggio 2026, a scrutinio segreto, 309 eurodeputati hanno votato per mantenere la protezione, 283 contro, 53 si sono astenuti. Risultato: l’Eppo non può procedere oltre la fase preliminare. Non può interrogare Niebler come avrebbe voluto. Non può completare l’accertamento.
La struttura dell’accusa ricorda quella che ha travolto Marine Le Pen e il Rassemblement national. Anche lì c’erano fondi europei destinati agli assistenti parlamentari. Anche lì l’accusa sosteneva che collaboratori pagati dal Parlamento europeo lavorassero in realtà per attività non collegate al mandato, ma al partito. Solo che in quel caso la giustizia ha potuto procedere.
Il 31 marzo 2025 Le Pen è stata condannata in primo grado a quattro anni di carcere, due dei quali sospesi, 100.000 euro di multa e cinque anni di ineleggibilità immediata. Una sanzione già efficace, che oggi le impedisce di correre nel 2027. L’appello, atteso il 7 luglio 2026, deciderà se riaprirle la strada.
In quel caso, dopo le verifiche di Olaf (Ufficio europeo per la lotta antifrode) e l’azione del Parlamento europeo per il recupero dei fondi, la giustizia francese ha potuto procedere fino al processo e alla condanna. Nel caso Niebler, invece, l’Eppo è stata fermata prima dell’inizio dell’indagine.
Il paradosso è che Niebler, oggi beneficiaria della protezione parlamentare, era già supplente in Juri negli anni in cui la commissione raccomandava la revoca dell’immunità di Le Pen in altri procedimenti. Non solo. L’europarlamentare tedesca non è una politica qualsiasi. È una dirigente del sistema. Lavora sui dossier industriali, digitali, commerciali. Siede nella commissione Industria e nella commissione Commercio internazionale. Ha seguito dossier sulla cybersecurity, sui dati, sulle imprese. Accanto allo stipendio da eurodeputata, Niebler dichiara redditi esterni tra i più alti dell’Eurocamera: secondo Euobserver, tra i 177.500 e 195.000 euro l’anno. Solo dallo studio legale Gibson, Dunn & Crutcher riceve 63.000 euro l’anno. In passato era già stata criticata per possibili conflitti d’interesse tra attività privata e ruolo parlamentare. Nel confronto con Le Pen, il contesto conta. Quando una figura così interna all’architettura del Ppe viene protetta da un’indagine sui fondi europei, il messaggio politico è evidente. Il Parlamento non sta difendendo solo un principio. Sta difendendo una sua dirigente.
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Lo ha detto il premier all’uscita dal Municipio di Niscemi, parlando con i giornalisti: «A febbraio scorso abbiamo varato un decreto, poi convertito in legge ad aprile, per stanziare 150 milioni che avevano l’obiettivo della messa in sicurezza, degli indennizzi e della demolizione delle case. E domani portiamo in Consiglio dei ministri due diversi programmi: uno sulla messa in sicurezza del territorio e sulle opere infrastrutturali; un altro per quanto riguarda gli indennizzi per le famiglie che hanno perso la casa e anche tutto il tema delle demolizioni necessarie».
«Stiamo facendo la differenza rispetto al 1997», ha aggiunto il presidente del Consiglio, che prima di lasciare il comune siciliano ha incontrato in Comune una delegazione di sfollati.