True
2021-12-23
Londra resiste ai catastrofisti della variante
Getty Images
Sono le 10 di mattina alla fermata Knighstbridge della metropolitana di Londra, dove si scende per andare ai grandi magazzini Harrod’s. Non è l’ora di punta, ma il treno della linea Piccadilly è pieno e tutti indossano diligentemente la mascherina. Molti hanno pure ingombranti valigie, pur essendo i turisti assenti da Londra (disincentivati dai troppi tamponi e dalla mini quarantena di due giorni). Sarà pure orfana dei visitatori stranieri, ma la capitale è la meta preferita dai turisti domestici: non potendo volare all’estero, si «consolano» con un viaggio nella capitale.
Stessa scena lungo Oxford Street: è quasi impossibile camminare dalla folla che anima la via mondiale dello shopping. È il pomeriggio del 21 dicembre e in teoria ci vuole il green pass per entrare nei luoghi affollati; le mascherine obbligatorie nei negozi. Su tutto, poi, aleggia pure lo spettro di nuovo lockdown che però sarebbe un suicidio politico per i Tory; e la catastrofe economica per il Paese. Ma per gli inglesi è un Natale come tanti: negozi presi d’assalto, metro piena, strade affollate. Da Fortnum&Mason, la storica casa di thè e casalinghi di lusso, peraltro con prezzi inaccessibili a uno stipendio normale, la ressa è tale che i commessi devono smistare le persone. «La saggezza della gente comune» teorizzava già a fine del Settecento il politologo irlandese Edmund Burke: di fronte a una nuova, presunta, emergenza i britannici si comportano senza isterismi o fobie. Il Covid è, banalmente, qualcosa con cui convivere. Anche a dispetto del governo: il common sense, il buon senso, è nel Dna da secoli.
Passeggiando in giro per Londra, ne viene fuori che il Paese reale è distante anni luce dalla narrazione dominante: sui giornali, specialmente quelli italiani, la Gran Bretagna è di nuovo descritta come sull’orlo dell’Apocalisse, l’inferno della pandemia: 91.000 casi di contagi al giorno strillano i media, alimentando la macchina della paura e la propaganda antibritannica. Ma con 44 morti al giorno, peraltro pure in calo, è evidente che non sono i contagi il problema, in un Paese dove sono quasi tutti vaccinati e dunque il Covid è ormai derubricato a banale influenza. Ma quei 91.000 casi sbandierati sono solo un’arma mediatica dell’ennesimo procurato allarme. L’ultimo bollettino medico registra 7.000 ricoverati per Covid nel Paese, a fronte di 140.000 posti letto del sistema sanitario nazionale: l’emergenza, per ora, è solo sui media. E infatti la gente va tranquillamente a fare le ultime compere di Natale, senza troppi patemi. Come sempre, non è mai tutto oro quel che luccica: le nuove restrizioni, che comunque sono bazzecole rispetto all’Italia, sono state una tegola per pub e ristoranti: fioccano le disdette delle feste aziendali di Natale, che in Gran Bretagna sono il momento clou dell’anno, l’occasione per fare bagordi. Le prenotazioni sono crollate del 40% La catena Greene King, gruppo di proprietà cinese che controlla il maggior numero di pub tradizionali nel Paese, ha accusato un calo degli incassi del 50%. Piangono anche teatri e cinema, di nuovo ripiombati a pochi clienti. A novembre, i consumi erano saliti dell’1,4% a livelli record per un mese notoriamente debole. Su questa scia, si attendeva un dicembre d’oro, per chiudere l’anno in bellezza. Ogni annuncio di restrizioni danneggia l’economia, ma a Londra segni di crisi, né tantomeno di emergenza Covid, non se ne vedono. Non sarà il Natale spumeggiante che molti pregustavano, ma sarà comunque un buon Natale per l’economia e per il Paese.
Il vero dilemma, semmai, è capire perché con la locomotiva Uk lanciata a mille, il governo di Boris Johnson, lo stesso che annunciò il Freedom Day lo scorso 19 luglio e brindò al primo Paese libero dal Covid grazie ai vaccini Astrazeneca, si sia incartato su Omicron. La riunione di emergenza del gabinetto dei ministri, dove pendeva la spada di Damocle di un nuovo lockdown, alla fine si è limitata a nuove misure di contenimento. Il primo ministro ha tuttavia avvertito che non si può «escludere nulla», che la situazione «è estremamente difficile» e che altre restrizioni potrebbero essere annunciate. Insomma per ora il Natale è salvo, ma tutti stanno col fiato sospeso. La cautela del premier, in assenza di ospedali in affanno, pare fin troppa, quasi esagerata. A mandare in tilt BoJo sono stati gli ormai detestabili «esperti»: il comitato di Sage (Scientific advisory group for emergencies), il gruppo di virologi che assiste il governo, ha chiesto a Johnson di introdurre nuove misure di restrizione sulla base di proiezioni che nello scenario peggiore vedono un balzo dei nuovi ricoveri a 10.000 al giorno a fronte di 6.000 decessi. Sono numeri da Armageddon, ma poco realistici. Sembrano quasi fatti apposta per convincere a prendere decisioni impopolari. Il partito dei virologi, che vive di terrorismo psicologico, batte il tamburo anche nel Regno Unito. Alcuni più smaliziati, invece, intravedono un piano dello stesso governo: l’allarme degli ultimi giorni, unito alle nuove restrizioni, ha spinto in massa la gente a farsi la terza dose. In strada si vedono lunghe file di persone in attesa nei centri vaccini volanti, dove si va senza prenotazione. Guarda caso, metà popolazione adulta ha già ricevuto la terza dose: 30 milioni di persone già vaccinate. Di questo passo, per Capodanno Omicron sarà inoffensivo. Dietrologia o meno, una cosa è certa: a Londra la vita scorre normale e difficilmente richiuderà del tutto.
Dalle vittime alle terapie intensive. L’Inghilterra è messa meglio di noi
Per la regina Elisabetta sarà il primo Natale dopo oltre 70 anni senza il marito, il principe Filippo, morto ad aprile. Sarà anche un Natale senza i tradizionali festeggiamenti reali nella residenza di Sandringham, nel Norfolk, una decisione che pare le sia pesata parecchio, racconta la stampa britannica. La sovrana ha deciso di rimanere al castello di Windsor con i famigliari. Ma, è notizia di ieri, dovrà fare a meno della compagnia della figlia, la principessa Anna, e del marito di lei, il vice ammiraglio Sir Timothy Laurence, risultati positivi al Covid-19 e in isolamento nel Gloucestershire.
L’aumento dei casi frutto della variante Omicron preoccupa il governo di Sua Maestà, guidato da Boris Johnson. Ma a ben vedere, non sembrano essere le basi per certe campagne denigratorie, tanto di moda sulla stampa italiana, verso l’operato dell’esecutivo. Lo dicono gli scienziati britannici. E lo dicono i numeri.
Andiamo con ordine, partiamo dai primi. L’Agenzia per la sicurezza sanitaria del Regno Unito pubblicherà oggi la sua valutazione della gravità di Omicron. Ma alcuni giornali, come Politico, hanno potuto vederla in anteprima. Il giudizio è netto: chi viene colpito dalla variante Omicron ha meno probabilità di ammalarsi gravemente rispetto a quelli chi contrae la Delta.
Tuttavia, gli scienziati hanno anche confermato che la trasmissibilità di Omicron è molto alta, il che significa che anche se è più lieve, i contagi subiranno una brusca accelerata al punto che un gran numero di persone potrebbe ancora finire in ospedale. Per l’Agenzia, due dosi di un vaccino non sono sufficienti per la protezione contro Omicron. Ma una dose di richiamo riduce significativamente la possibilità di infezione sintomatica e di ospedalizzazione.
Poi ci sono i numeri. Basta un confronto con l’Italia.
Nel Regno Unito ieri c’erano 129 persone ricoverate per contagio da variante Omicron ed erano 14 in totale i morti. Sempre ieri, il Paese, che viaggia poco sotto la soglia del milione e mezzo di test giornalieri, ha fatto segnare un nuovo record assoluto di contagi da coronavirus nel Regno Unito dall’inizio della pandemia: sono stati registrati 106.122 casi nelle ultime 24 ore, con 140 decessi. Martedì c’erano 8.008 persone in ospedale con il Covid-19, il numero più alto dal 22 novembre, aumentato del 4% rispetto alla settimana scorsa. Durante la seconda ondata, il numero di ospedalizzazioni ha raggiunto il picco di 39.254 il 18 gennaio.
Sempre ieri, in Italia, sono stati registrati 36.293 positivi (martedì erano stati 30.798), 146 vittime (7 in meno del giorno prima). Il tasso di positività è al 4,6%, in aumento rispetto al 3,6% di martedì. I pazienti in terapia intensiva sono 1.010, due in meno di martedì nel saldo tra entrate e uscite. Gli ingressi giornalieri sono stati 92.
Intanto, il governo britannico ha deciso di ridurre da dieci a sette giorni il periodo di autoisolamento per le persone che in Inghilterra che ottengono un risultato negativo al test rapido (offerto dal governo) per due giorni di fila. Una mossa pensata per cercare di alleviare le pressioni sui servizi essenziali. Molte aziende sono alle prese con carenze di personale. Anche gli ospedali, che hanno avvertito del rischio di un impatto pesante sui pazienti. «Il governo sta guardando tutti i dati su base giornaliera e li teniamo attentamente sotto controllo», ha detto il segretario di Stato per la Salute, Sajid Javid. Se fossero necessarie nuove restrizioni, il governo non esiterebbe a prenderle, ha spiegato. Per ora, però, non ne sono previste sotto l’albero di Natale.
Continua a leggereRiduci
I virologi di Stato invocano chiusure, Boris Johnson per ora le ha escluse. Intanto, la capitale brulica di gente per Natale: mezzi, strade dello shopping e grandi magazzini sono pieni, anche se allarmi e (poche) restrizioni hanno determinato un boom di terze dosi.Il Paese registra tre volte i nostri contagi, ma, in proporzione, meno morti e ricoveri.Lo speciale contiene due articoli.Sono le 10 di mattina alla fermata Knighstbridge della metropolitana di Londra, dove si scende per andare ai grandi magazzini Harrod’s. Non è l’ora di punta, ma il treno della linea Piccadilly è pieno e tutti indossano diligentemente la mascherina. Molti hanno pure ingombranti valigie, pur essendo i turisti assenti da Londra (disincentivati dai troppi tamponi e dalla mini quarantena di due giorni). Sarà pure orfana dei visitatori stranieri, ma la capitale è la meta preferita dai turisti domestici: non potendo volare all’estero, si «consolano» con un viaggio nella capitale. Stessa scena lungo Oxford Street: è quasi impossibile camminare dalla folla che anima la via mondiale dello shopping. È il pomeriggio del 21 dicembre e in teoria ci vuole il green pass per entrare nei luoghi affollati; le mascherine obbligatorie nei negozi. Su tutto, poi, aleggia pure lo spettro di nuovo lockdown che però sarebbe un suicidio politico per i Tory; e la catastrofe economica per il Paese. Ma per gli inglesi è un Natale come tanti: negozi presi d’assalto, metro piena, strade affollate. Da Fortnum&Mason, la storica casa di thè e casalinghi di lusso, peraltro con prezzi inaccessibili a uno stipendio normale, la ressa è tale che i commessi devono smistare le persone. «La saggezza della gente comune» teorizzava già a fine del Settecento il politologo irlandese Edmund Burke: di fronte a una nuova, presunta, emergenza i britannici si comportano senza isterismi o fobie. Il Covid è, banalmente, qualcosa con cui convivere. Anche a dispetto del governo: il common sense, il buon senso, è nel Dna da secoli. Passeggiando in giro per Londra, ne viene fuori che il Paese reale è distante anni luce dalla narrazione dominante: sui giornali, specialmente quelli italiani, la Gran Bretagna è di nuovo descritta come sull’orlo dell’Apocalisse, l’inferno della pandemia: 91.000 casi di contagi al giorno strillano i media, alimentando la macchina della paura e la propaganda antibritannica. Ma con 44 morti al giorno, peraltro pure in calo, è evidente che non sono i contagi il problema, in un Paese dove sono quasi tutti vaccinati e dunque il Covid è ormai derubricato a banale influenza. Ma quei 91.000 casi sbandierati sono solo un’arma mediatica dell’ennesimo procurato allarme. L’ultimo bollettino medico registra 7.000 ricoverati per Covid nel Paese, a fronte di 140.000 posti letto del sistema sanitario nazionale: l’emergenza, per ora, è solo sui media. E infatti la gente va tranquillamente a fare le ultime compere di Natale, senza troppi patemi. Come sempre, non è mai tutto oro quel che luccica: le nuove restrizioni, che comunque sono bazzecole rispetto all’Italia, sono state una tegola per pub e ristoranti: fioccano le disdette delle feste aziendali di Natale, che in Gran Bretagna sono il momento clou dell’anno, l’occasione per fare bagordi. Le prenotazioni sono crollate del 40% La catena Greene King, gruppo di proprietà cinese che controlla il maggior numero di pub tradizionali nel Paese, ha accusato un calo degli incassi del 50%. Piangono anche teatri e cinema, di nuovo ripiombati a pochi clienti. A novembre, i consumi erano saliti dell’1,4% a livelli record per un mese notoriamente debole. Su questa scia, si attendeva un dicembre d’oro, per chiudere l’anno in bellezza. Ogni annuncio di restrizioni danneggia l’economia, ma a Londra segni di crisi, né tantomeno di emergenza Covid, non se ne vedono. Non sarà il Natale spumeggiante che molti pregustavano, ma sarà comunque un buon Natale per l’economia e per il Paese. Il vero dilemma, semmai, è capire perché con la locomotiva Uk lanciata a mille, il governo di Boris Johnson, lo stesso che annunciò il Freedom Day lo scorso 19 luglio e brindò al primo Paese libero dal Covid grazie ai vaccini Astrazeneca, si sia incartato su Omicron. La riunione di emergenza del gabinetto dei ministri, dove pendeva la spada di Damocle di un nuovo lockdown, alla fine si è limitata a nuove misure di contenimento. Il primo ministro ha tuttavia avvertito che non si può «escludere nulla», che la situazione «è estremamente difficile» e che altre restrizioni potrebbero essere annunciate. Insomma per ora il Natale è salvo, ma tutti stanno col fiato sospeso. La cautela del premier, in assenza di ospedali in affanno, pare fin troppa, quasi esagerata. A mandare in tilt BoJo sono stati gli ormai detestabili «esperti»: il comitato di Sage (Scientific advisory group for emergencies), il gruppo di virologi che assiste il governo, ha chiesto a Johnson di introdurre nuove misure di restrizione sulla base di proiezioni che nello scenario peggiore vedono un balzo dei nuovi ricoveri a 10.000 al giorno a fronte di 6.000 decessi. Sono numeri da Armageddon, ma poco realistici. Sembrano quasi fatti apposta per convincere a prendere decisioni impopolari. Il partito dei virologi, che vive di terrorismo psicologico, batte il tamburo anche nel Regno Unito. Alcuni più smaliziati, invece, intravedono un piano dello stesso governo: l’allarme degli ultimi giorni, unito alle nuove restrizioni, ha spinto in massa la gente a farsi la terza dose. In strada si vedono lunghe file di persone in attesa nei centri vaccini volanti, dove si va senza prenotazione. Guarda caso, metà popolazione adulta ha già ricevuto la terza dose: 30 milioni di persone già vaccinate. Di questo passo, per Capodanno Omicron sarà inoffensivo. Dietrologia o meno, una cosa è certa: a Londra la vita scorre normale e difficilmente richiuderà del tutto.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/londra-resiste-catastrofisti-variante-2656093116.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="dalle-vittime-alle-terapie-intensive-linghilterra-e-messa-meglio-di-noi" data-post-id="2656093116" data-published-at="1640200350" data-use-pagination="False"> Dalle vittime alle terapie intensive. L’Inghilterra è messa meglio di noi Per la regina Elisabetta sarà il primo Natale dopo oltre 70 anni senza il marito, il principe Filippo, morto ad aprile. Sarà anche un Natale senza i tradizionali festeggiamenti reali nella residenza di Sandringham, nel Norfolk, una decisione che pare le sia pesata parecchio, racconta la stampa britannica. La sovrana ha deciso di rimanere al castello di Windsor con i famigliari. Ma, è notizia di ieri, dovrà fare a meno della compagnia della figlia, la principessa Anna, e del marito di lei, il vice ammiraglio Sir Timothy Laurence, risultati positivi al Covid-19 e in isolamento nel Gloucestershire. L’aumento dei casi frutto della variante Omicron preoccupa il governo di Sua Maestà, guidato da Boris Johnson. Ma a ben vedere, non sembrano essere le basi per certe campagne denigratorie, tanto di moda sulla stampa italiana, verso l’operato dell’esecutivo. Lo dicono gli scienziati britannici. E lo dicono i numeri. Andiamo con ordine, partiamo dai primi. L’Agenzia per la sicurezza sanitaria del Regno Unito pubblicherà oggi la sua valutazione della gravità di Omicron. Ma alcuni giornali, come Politico, hanno potuto vederla in anteprima. Il giudizio è netto: chi viene colpito dalla variante Omicron ha meno probabilità di ammalarsi gravemente rispetto a quelli chi contrae la Delta. Tuttavia, gli scienziati hanno anche confermato che la trasmissibilità di Omicron è molto alta, il che significa che anche se è più lieve, i contagi subiranno una brusca accelerata al punto che un gran numero di persone potrebbe ancora finire in ospedale. Per l’Agenzia, due dosi di un vaccino non sono sufficienti per la protezione contro Omicron. Ma una dose di richiamo riduce significativamente la possibilità di infezione sintomatica e di ospedalizzazione. Poi ci sono i numeri. Basta un confronto con l’Italia. Nel Regno Unito ieri c’erano 129 persone ricoverate per contagio da variante Omicron ed erano 14 in totale i morti. Sempre ieri, il Paese, che viaggia poco sotto la soglia del milione e mezzo di test giornalieri, ha fatto segnare un nuovo record assoluto di contagi da coronavirus nel Regno Unito dall’inizio della pandemia: sono stati registrati 106.122 casi nelle ultime 24 ore, con 140 decessi. Martedì c’erano 8.008 persone in ospedale con il Covid-19, il numero più alto dal 22 novembre, aumentato del 4% rispetto alla settimana scorsa. Durante la seconda ondata, il numero di ospedalizzazioni ha raggiunto il picco di 39.254 il 18 gennaio. Sempre ieri, in Italia, sono stati registrati 36.293 positivi (martedì erano stati 30.798), 146 vittime (7 in meno del giorno prima). Il tasso di positività è al 4,6%, in aumento rispetto al 3,6% di martedì. I pazienti in terapia intensiva sono 1.010, due in meno di martedì nel saldo tra entrate e uscite. Gli ingressi giornalieri sono stati 92. Intanto, il governo britannico ha deciso di ridurre da dieci a sette giorni il periodo di autoisolamento per le persone che in Inghilterra che ottengono un risultato negativo al test rapido (offerto dal governo) per due giorni di fila. Una mossa pensata per cercare di alleviare le pressioni sui servizi essenziali. Molte aziende sono alle prese con carenze di personale. Anche gli ospedali, che hanno avvertito del rischio di un impatto pesante sui pazienti. «Il governo sta guardando tutti i dati su base giornaliera e li teniamo attentamente sotto controllo», ha detto il segretario di Stato per la Salute, Sajid Javid. Se fossero necessarie nuove restrizioni, il governo non esiterebbe a prenderle, ha spiegato. Per ora, però, non ne sono previste sotto l’albero di Natale.
(IStock)
Dopo la tempesta Goretti di un paio di settimane fa, che ha provocato un’alta richiesta di energia, da qualche giorno su Canada, Stati Uniti, una parte dell’Asia e sull’Europa nord-orientale insiste una massa d’aria polare gelida che ha fatto abbassare le temperature a livelli glaciali. La domanda di energia, quindi, sia per riscaldamento sia per i processi industriali, è salita moltissimo e con essa sono saliti i prezzi. Cose che normalmente succedono d’inverno.
Il prezzo del gas dal 9 gennaio scorso in Europa è cresciuto del 38%, avendo il future mensile al TTF chiuso ieri le contrattazioni a 39,11 euro al megawattora, dopo aver toccato un massimo a 43,38 euro al megawattora. Un prezzo che non si vedeva da un anno. In Italia il prezzo al PSV per le consegne di ieri era a 44,73 euro al megawattora.
Il freddo polare del nord Europa influenza anche, di riflesso, i prezzi dell’elettricità in Germania, dove ieri il prezzo spot era di 141,31 euro al megawattora mentre le consegne per oggi hanno raggiunto i 130,61 euro al megawattora. A quanto pare dunque i 100.000 megawatt installati di capacità fotovoltaica non sono sufficienti a scongiurare un rincaro del prezzo dell’energia quando la domanda sale. In effetti, ieri alle 13, l’orario di punta per la produzione fotovoltaica, l’apporto di tale produzione era di soli 3.700 ME, ovvero il 3,6% della capacità installata. Meglio l’eolico, che alla stessa ora presentava una produzione di 20,4 gigawattora sui 73 possibili, pari al 28% circa. In quell’ora, il 35% del fabbisogno era coperto dalle due fonti rinnovabili. Ma è stato un attimo. Il fotovoltaico si è rapidamente azzerato e per tutte le 24 ore chi ha tenuto in piedi il sistema elettrico tedesco sono stati gas (13-15.000 megawatt), carbone (14-19.000 megawatt) e importazioni (circa 3 gigawatt costanti dalla Francia, altre quantità da Svizzera, Norvegia, Danimarca), oltre che i pompaggi idroelettrici al mattino presto e in serata. Il prezzo del gas è salito molto anche negli Usa, dove la produzione di gas rallenta a causa del freddo, facendo salire anche i prezzi del Gnl importato in Europa.
Ma i limiti evidenti delle fonti rinnovabili non frenano l’Europa. Ieri, al vertice del Mare del Nord Gran Bretagna, Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Islanda, Irlanda, Lussemburgo, Paesi Bassi e Norvegia hanno firmato ad Amburgo un patto per installare altri 100 gigawatt di energia eolica offshore attraverso progetti congiunti su larga scala. L’annuncio non specifica l’ammontare dei sussidi pubblici necessari per installare questa enorme capacità, né a quanto ammonteranno i necessari investimenti nelle reti elettriche necessarie ad evacuare l’energia prodotta.
Per completare il suicidio energetico europeo, sempre ieri a Bruxelles il Consiglio Affari generali ha sancito l’addio definitivo al gas russo, approvando il relativo regolamento. Il divieto di importare gas dalla Russia, sia via gasdotto che Gnl, inizierà ad applicarsi sei settimane dopo l'entrata in vigore del regolamento, mentre per i contratti esistenti è previsto un periodo di transizione.
Il divieto totale per le importazioni di Gnl entrerà in vigore a partire dal primo gennaio 2027, mentre quello per le importazioni di gas da gasdotto entrerà in vigore a partire dal primo ottobre 2027.
Ungheria e Slovacchia hanno votato contro, la Bulgaria si è astenuta, tutti gli altri a favore. Subito dopo il voto, l’Ungheria ha annunciato ricorso alla Corte di Giustizia dell’Ue contro il regolamento, perché esso «presenta una misura sanzionatoria come una decisione di politica commerciale per evitare l’unanimità. Ciò è in completa violazione delle norme dell’Ue. I Trattati sono chiari: le decisioni sul mix energetico sono di competenza nazionale». Così ha scritto su X il ministro degli Affari Esteri e del Commercio dell’Ungheria Péter Szijjártó.
Prima di autorizzare l’ingresso di importazioni di gas nell’Unione, inoltre, i Paesi dell’Ue verificheranno il Paese in cui il gas è stato prodotto, per evitare triangolazioni. Ma non solo: entro il 1° marzo prossimo gli Stati membri devono elaborare dei piani nazionali per diversificare l'approvvigionamento di gas e individuare i rischi e le difficoltà nella sostituzione del gas russo. Le imprese dovranno quindi notificare alle autorità e alla Commissione tutti i restanti contratti relativi al gas russo. Dunque, prima si vieta l’importazione di gas russo, poi si chiede a Stati e imprese come e dove intendono trovare le alternative. Forse la logica richiederebbe di invertire l’ordine dei fattori. Gustosa, poi, la postilla: «in casi di emergenza dichiarata e se la sicurezza dell’approvvigionamento di uno o più paesi dell’Ue è seriamente minacciata, la Commissione può sospendere il divieto di importazione per un massimo di quattro settimane», dice il comunicato stampa del Consiglio. Come se la Russia, a quel punto, non vedesse l’ora di salvare l’ex cliente europeo dall’emergenza. A nessuno, pare, viene un dubbio.
Insomma, nulla cambia nella distorta percezione della realtà in quel di Bruxelles, che nonostante i disastri provocati pretende ancora di forgiare il mondo con i propri regolamenti.
Continua a leggereRiduci
Ursula von der Leyen (Ansa)
Il patto di libero scambio promette forti riduzioni tariffarie per vino e olio d’oliva, lasciando invariata la protezione su carne, pollame e zucchero. Un’intesa che «dovrebbe essere molto vantaggiosa per gli esportatori agricoli europei» hanno fatto trapelare da Bruxelles come a voler mettere le mani avanti e tranquillizzare il settore agricolo che ancora non ha digerito (soprattutto gli italiani) il Mercosur.
La firma con Delhi arriva dopo un iter lungo e complesso. I colloqui sono partiti nel 2007 e da allora, il tavolo delle trattative si è allargato ad un ampio pacchetto che comprende commercio di beni e servizi, investimenti e cooperazione normativa. Sia ben chiaro però che l’annuncio della ratifica non equivale all’operatività immediata, poiché l’intesa dovrà affrontare un iter complesso di ratifica soprattutto sul fronte dei Paesi Ue. Il ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, ha detto che «saranno valutate se quanto è stato garantito, verrà davvero messo in campo».
Innanzitutto c’è subito un aspetto che non torna. Secondo uno studio di Bruxelles, il Pil europeo salirà nel migliore dei casi dello 0,2% e quello indiano dell’1%. Insomma poco o nulla per l’Europa. La riduzione dei dazi su vari settori non porterà quella sferzata all’economia che si attenderebbe da un negoziato di questa portata. Peraltro la Ue è già oggi il principale partner commerciale dell’India: gli scambi bilaterali di merci hanno raggiunto i 135 miliardi di dollari nel 2023-24, con un aumento di quasi il 90% nell’ultimo decennio. In questa trattativa Von der Leyen sarebbe andata avanti come un treno. Stando a una ricostruzione di Politico, l’Alta rappresentante della Ue, Kaja Kallas si sarebbe lamentata, in privato, dando alla presidente della «dittatrice» perché accentratrice e per la tendenza a decidere solo con i suoi (in particolare con il suo capo di gabinetto, Bjorn Seibert) mentre il resto della struttura sarebbe informata solo a cose fatte.
Ma vediamo chi ci guadagna e chi ci perde dall’accordo. Per l’automotive e i macchinari di sicuro a brindare sarà la Germania che non a caso ha sollecitato Bruxelles a stringere i tempi dell’accordo. Berlino ha bisogno di trovare nuovi mercati di sbocco per le sue imprese, specie quelle dell’auto, che boccheggiano. E quale migliore piazza dell’India, destinata a diventare la terza economia mondiale. I dazi sulle auto provenienti dall’Europa dovrebbero passare da un massimo di 110 a 40%. Ciò favorirebbe Volkswagen, Mercedes-Benz e BMW. Il governo Modi avrebbe accettato di ridurre immediatamente il dazio per un numero limitato di auto con un prezzo d’importazione superiore a 15.000 euro. Secondo una fonte, la riduzione si applicherebbe inizialmente a una quota di circa 200.000 veicoli a combustione all’anno. Nel tempo, il dazio dovrebbe scendere fino al 10%. I veicoli elettrici sarebbero esclusi dalle riduzioni per i primi cinque anni, per proteggere gli investimenti dei produttori locali. L'India è il terzo mercato automobilistico più grande al mondo dopo Stati Uniti e Cina. Attualmente i produttori europei detengono meno del 4% del mercato indiano, che conta circa 4,4 milioni di veicoli all’anno ma si prevede una crescita fino a 6 milioni di unità all’anno entro il 2030.
Per il tessile-abbigliamento, l’accordo si prospetta una mazzata per la Ue. L’India ha una forte tradizione nel tessile e un costo del lavoro molto basso. Due fattori che rappresentano un vantaggio competitivo. Un report di Bruxelles stima che le esportazioni dell’India in questo settore cresceranno in termini assoluti (8,4 miliardi rispetto agli 1,4 miliardi della Ue). Per la pelle situazione simile: export dell’India stimate in aumento di 5,3 miliardi rispetto ai 970 milioni della Ue. Per il lattiero-caseario e cereali gli aumenti delle esportazioni verso la Ue sarebbero superiori al 100%. Va sottolineato che il governo Modi ha voluto il mantenimento dello status quo sui settori più sensibili per la propria economia, carne bovina, pollame e zucchero per i quali le tariffe non subiranno cambiamenti.
Ciò che rende l’accordo squilibrato a favore dell’India è l’assenza nel Paese di regole stringenti sulle emissioni di carbonio che ha permesso una crescita industriale a basso costo. Questo le consente di produrre acciaio, alluminio e cemento utilizzando ancora il carbone, diventando un gigante delle esportazioni. L’India si è opposta al Carbon Adjustment Mechanism della Ue, considerandolo un ostacolo al libero commercio. Non è chiaro se e come questa posizione sarà gestita con il nuovo accordo.
Continua a leggereRiduci