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2021-12-23
Londra resiste ai catastrofisti della variante
Getty Images
Sono le 10 di mattina alla fermata Knighstbridge della metropolitana di Londra, dove si scende per andare ai grandi magazzini Harrod’s. Non è l’ora di punta, ma il treno della linea Piccadilly è pieno e tutti indossano diligentemente la mascherina. Molti hanno pure ingombranti valigie, pur essendo i turisti assenti da Londra (disincentivati dai troppi tamponi e dalla mini quarantena di due giorni). Sarà pure orfana dei visitatori stranieri, ma la capitale è la meta preferita dai turisti domestici: non potendo volare all’estero, si «consolano» con un viaggio nella capitale.
Stessa scena lungo Oxford Street: è quasi impossibile camminare dalla folla che anima la via mondiale dello shopping. È il pomeriggio del 21 dicembre e in teoria ci vuole il green pass per entrare nei luoghi affollati; le mascherine obbligatorie nei negozi. Su tutto, poi, aleggia pure lo spettro di nuovo lockdown che però sarebbe un suicidio politico per i Tory; e la catastrofe economica per il Paese. Ma per gli inglesi è un Natale come tanti: negozi presi d’assalto, metro piena, strade affollate. Da Fortnum&Mason, la storica casa di thè e casalinghi di lusso, peraltro con prezzi inaccessibili a uno stipendio normale, la ressa è tale che i commessi devono smistare le persone. «La saggezza della gente comune» teorizzava già a fine del Settecento il politologo irlandese Edmund Burke: di fronte a una nuova, presunta, emergenza i britannici si comportano senza isterismi o fobie. Il Covid è, banalmente, qualcosa con cui convivere. Anche a dispetto del governo: il common sense, il buon senso, è nel Dna da secoli.
Passeggiando in giro per Londra, ne viene fuori che il Paese reale è distante anni luce dalla narrazione dominante: sui giornali, specialmente quelli italiani, la Gran Bretagna è di nuovo descritta come sull’orlo dell’Apocalisse, l’inferno della pandemia: 91.000 casi di contagi al giorno strillano i media, alimentando la macchina della paura e la propaganda antibritannica. Ma con 44 morti al giorno, peraltro pure in calo, è evidente che non sono i contagi il problema, in un Paese dove sono quasi tutti vaccinati e dunque il Covid è ormai derubricato a banale influenza. Ma quei 91.000 casi sbandierati sono solo un’arma mediatica dell’ennesimo procurato allarme. L’ultimo bollettino medico registra 7.000 ricoverati per Covid nel Paese, a fronte di 140.000 posti letto del sistema sanitario nazionale: l’emergenza, per ora, è solo sui media. E infatti la gente va tranquillamente a fare le ultime compere di Natale, senza troppi patemi. Come sempre, non è mai tutto oro quel che luccica: le nuove restrizioni, che comunque sono bazzecole rispetto all’Italia, sono state una tegola per pub e ristoranti: fioccano le disdette delle feste aziendali di Natale, che in Gran Bretagna sono il momento clou dell’anno, l’occasione per fare bagordi. Le prenotazioni sono crollate del 40% La catena Greene King, gruppo di proprietà cinese che controlla il maggior numero di pub tradizionali nel Paese, ha accusato un calo degli incassi del 50%. Piangono anche teatri e cinema, di nuovo ripiombati a pochi clienti. A novembre, i consumi erano saliti dell’1,4% a livelli record per un mese notoriamente debole. Su questa scia, si attendeva un dicembre d’oro, per chiudere l’anno in bellezza. Ogni annuncio di restrizioni danneggia l’economia, ma a Londra segni di crisi, né tantomeno di emergenza Covid, non se ne vedono. Non sarà il Natale spumeggiante che molti pregustavano, ma sarà comunque un buon Natale per l’economia e per il Paese.
Il vero dilemma, semmai, è capire perché con la locomotiva Uk lanciata a mille, il governo di Boris Johnson, lo stesso che annunciò il Freedom Day lo scorso 19 luglio e brindò al primo Paese libero dal Covid grazie ai vaccini Astrazeneca, si sia incartato su Omicron. La riunione di emergenza del gabinetto dei ministri, dove pendeva la spada di Damocle di un nuovo lockdown, alla fine si è limitata a nuove misure di contenimento. Il primo ministro ha tuttavia avvertito che non si può «escludere nulla», che la situazione «è estremamente difficile» e che altre restrizioni potrebbero essere annunciate. Insomma per ora il Natale è salvo, ma tutti stanno col fiato sospeso. La cautela del premier, in assenza di ospedali in affanno, pare fin troppa, quasi esagerata. A mandare in tilt BoJo sono stati gli ormai detestabili «esperti»: il comitato di Sage (Scientific advisory group for emergencies), il gruppo di virologi che assiste il governo, ha chiesto a Johnson di introdurre nuove misure di restrizione sulla base di proiezioni che nello scenario peggiore vedono un balzo dei nuovi ricoveri a 10.000 al giorno a fronte di 6.000 decessi. Sono numeri da Armageddon, ma poco realistici. Sembrano quasi fatti apposta per convincere a prendere decisioni impopolari. Il partito dei virologi, che vive di terrorismo psicologico, batte il tamburo anche nel Regno Unito. Alcuni più smaliziati, invece, intravedono un piano dello stesso governo: l’allarme degli ultimi giorni, unito alle nuove restrizioni, ha spinto in massa la gente a farsi la terza dose. In strada si vedono lunghe file di persone in attesa nei centri vaccini volanti, dove si va senza prenotazione. Guarda caso, metà popolazione adulta ha già ricevuto la terza dose: 30 milioni di persone già vaccinate. Di questo passo, per Capodanno Omicron sarà inoffensivo. Dietrologia o meno, una cosa è certa: a Londra la vita scorre normale e difficilmente richiuderà del tutto.
Dalle vittime alle terapie intensive. L’Inghilterra è messa meglio di noi
Per la regina Elisabetta sarà il primo Natale dopo oltre 70 anni senza il marito, il principe Filippo, morto ad aprile. Sarà anche un Natale senza i tradizionali festeggiamenti reali nella residenza di Sandringham, nel Norfolk, una decisione che pare le sia pesata parecchio, racconta la stampa britannica. La sovrana ha deciso di rimanere al castello di Windsor con i famigliari. Ma, è notizia di ieri, dovrà fare a meno della compagnia della figlia, la principessa Anna, e del marito di lei, il vice ammiraglio Sir Timothy Laurence, risultati positivi al Covid-19 e in isolamento nel Gloucestershire.
L’aumento dei casi frutto della variante Omicron preoccupa il governo di Sua Maestà, guidato da Boris Johnson. Ma a ben vedere, non sembrano essere le basi per certe campagne denigratorie, tanto di moda sulla stampa italiana, verso l’operato dell’esecutivo. Lo dicono gli scienziati britannici. E lo dicono i numeri.
Andiamo con ordine, partiamo dai primi. L’Agenzia per la sicurezza sanitaria del Regno Unito pubblicherà oggi la sua valutazione della gravità di Omicron. Ma alcuni giornali, come Politico, hanno potuto vederla in anteprima. Il giudizio è netto: chi viene colpito dalla variante Omicron ha meno probabilità di ammalarsi gravemente rispetto a quelli chi contrae la Delta.
Tuttavia, gli scienziati hanno anche confermato che la trasmissibilità di Omicron è molto alta, il che significa che anche se è più lieve, i contagi subiranno una brusca accelerata al punto che un gran numero di persone potrebbe ancora finire in ospedale. Per l’Agenzia, due dosi di un vaccino non sono sufficienti per la protezione contro Omicron. Ma una dose di richiamo riduce significativamente la possibilità di infezione sintomatica e di ospedalizzazione.
Poi ci sono i numeri. Basta un confronto con l’Italia.
Nel Regno Unito ieri c’erano 129 persone ricoverate per contagio da variante Omicron ed erano 14 in totale i morti. Sempre ieri, il Paese, che viaggia poco sotto la soglia del milione e mezzo di test giornalieri, ha fatto segnare un nuovo record assoluto di contagi da coronavirus nel Regno Unito dall’inizio della pandemia: sono stati registrati 106.122 casi nelle ultime 24 ore, con 140 decessi. Martedì c’erano 8.008 persone in ospedale con il Covid-19, il numero più alto dal 22 novembre, aumentato del 4% rispetto alla settimana scorsa. Durante la seconda ondata, il numero di ospedalizzazioni ha raggiunto il picco di 39.254 il 18 gennaio.
Sempre ieri, in Italia, sono stati registrati 36.293 positivi (martedì erano stati 30.798), 146 vittime (7 in meno del giorno prima). Il tasso di positività è al 4,6%, in aumento rispetto al 3,6% di martedì. I pazienti in terapia intensiva sono 1.010, due in meno di martedì nel saldo tra entrate e uscite. Gli ingressi giornalieri sono stati 92.
Intanto, il governo britannico ha deciso di ridurre da dieci a sette giorni il periodo di autoisolamento per le persone che in Inghilterra che ottengono un risultato negativo al test rapido (offerto dal governo) per due giorni di fila. Una mossa pensata per cercare di alleviare le pressioni sui servizi essenziali. Molte aziende sono alle prese con carenze di personale. Anche gli ospedali, che hanno avvertito del rischio di un impatto pesante sui pazienti. «Il governo sta guardando tutti i dati su base giornaliera e li teniamo attentamente sotto controllo», ha detto il segretario di Stato per la Salute, Sajid Javid. Se fossero necessarie nuove restrizioni, il governo non esiterebbe a prenderle, ha spiegato. Per ora, però, non ne sono previste sotto l’albero di Natale.
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I virologi di Stato invocano chiusure, Boris Johnson per ora le ha escluse. Intanto, la capitale brulica di gente per Natale: mezzi, strade dello shopping e grandi magazzini sono pieni, anche se allarmi e (poche) restrizioni hanno determinato un boom di terze dosi.Il Paese registra tre volte i nostri contagi, ma, in proporzione, meno morti e ricoveri.Lo speciale contiene due articoli.Sono le 10 di mattina alla fermata Knighstbridge della metropolitana di Londra, dove si scende per andare ai grandi magazzini Harrod’s. Non è l’ora di punta, ma il treno della linea Piccadilly è pieno e tutti indossano diligentemente la mascherina. Molti hanno pure ingombranti valigie, pur essendo i turisti assenti da Londra (disincentivati dai troppi tamponi e dalla mini quarantena di due giorni). Sarà pure orfana dei visitatori stranieri, ma la capitale è la meta preferita dai turisti domestici: non potendo volare all’estero, si «consolano» con un viaggio nella capitale. Stessa scena lungo Oxford Street: è quasi impossibile camminare dalla folla che anima la via mondiale dello shopping. È il pomeriggio del 21 dicembre e in teoria ci vuole il green pass per entrare nei luoghi affollati; le mascherine obbligatorie nei negozi. Su tutto, poi, aleggia pure lo spettro di nuovo lockdown che però sarebbe un suicidio politico per i Tory; e la catastrofe economica per il Paese. Ma per gli inglesi è un Natale come tanti: negozi presi d’assalto, metro piena, strade affollate. Da Fortnum&Mason, la storica casa di thè e casalinghi di lusso, peraltro con prezzi inaccessibili a uno stipendio normale, la ressa è tale che i commessi devono smistare le persone. «La saggezza della gente comune» teorizzava già a fine del Settecento il politologo irlandese Edmund Burke: di fronte a una nuova, presunta, emergenza i britannici si comportano senza isterismi o fobie. Il Covid è, banalmente, qualcosa con cui convivere. Anche a dispetto del governo: il common sense, il buon senso, è nel Dna da secoli. Passeggiando in giro per Londra, ne viene fuori che il Paese reale è distante anni luce dalla narrazione dominante: sui giornali, specialmente quelli italiani, la Gran Bretagna è di nuovo descritta come sull’orlo dell’Apocalisse, l’inferno della pandemia: 91.000 casi di contagi al giorno strillano i media, alimentando la macchina della paura e la propaganda antibritannica. Ma con 44 morti al giorno, peraltro pure in calo, è evidente che non sono i contagi il problema, in un Paese dove sono quasi tutti vaccinati e dunque il Covid è ormai derubricato a banale influenza. Ma quei 91.000 casi sbandierati sono solo un’arma mediatica dell’ennesimo procurato allarme. L’ultimo bollettino medico registra 7.000 ricoverati per Covid nel Paese, a fronte di 140.000 posti letto del sistema sanitario nazionale: l’emergenza, per ora, è solo sui media. E infatti la gente va tranquillamente a fare le ultime compere di Natale, senza troppi patemi. Come sempre, non è mai tutto oro quel che luccica: le nuove restrizioni, che comunque sono bazzecole rispetto all’Italia, sono state una tegola per pub e ristoranti: fioccano le disdette delle feste aziendali di Natale, che in Gran Bretagna sono il momento clou dell’anno, l’occasione per fare bagordi. Le prenotazioni sono crollate del 40% La catena Greene King, gruppo di proprietà cinese che controlla il maggior numero di pub tradizionali nel Paese, ha accusato un calo degli incassi del 50%. Piangono anche teatri e cinema, di nuovo ripiombati a pochi clienti. A novembre, i consumi erano saliti dell’1,4% a livelli record per un mese notoriamente debole. Su questa scia, si attendeva un dicembre d’oro, per chiudere l’anno in bellezza. Ogni annuncio di restrizioni danneggia l’economia, ma a Londra segni di crisi, né tantomeno di emergenza Covid, non se ne vedono. Non sarà il Natale spumeggiante che molti pregustavano, ma sarà comunque un buon Natale per l’economia e per il Paese. Il vero dilemma, semmai, è capire perché con la locomotiva Uk lanciata a mille, il governo di Boris Johnson, lo stesso che annunciò il Freedom Day lo scorso 19 luglio e brindò al primo Paese libero dal Covid grazie ai vaccini Astrazeneca, si sia incartato su Omicron. La riunione di emergenza del gabinetto dei ministri, dove pendeva la spada di Damocle di un nuovo lockdown, alla fine si è limitata a nuove misure di contenimento. Il primo ministro ha tuttavia avvertito che non si può «escludere nulla», che la situazione «è estremamente difficile» e che altre restrizioni potrebbero essere annunciate. Insomma per ora il Natale è salvo, ma tutti stanno col fiato sospeso. La cautela del premier, in assenza di ospedali in affanno, pare fin troppa, quasi esagerata. A mandare in tilt BoJo sono stati gli ormai detestabili «esperti»: il comitato di Sage (Scientific advisory group for emergencies), il gruppo di virologi che assiste il governo, ha chiesto a Johnson di introdurre nuove misure di restrizione sulla base di proiezioni che nello scenario peggiore vedono un balzo dei nuovi ricoveri a 10.000 al giorno a fronte di 6.000 decessi. Sono numeri da Armageddon, ma poco realistici. Sembrano quasi fatti apposta per convincere a prendere decisioni impopolari. Il partito dei virologi, che vive di terrorismo psicologico, batte il tamburo anche nel Regno Unito. Alcuni più smaliziati, invece, intravedono un piano dello stesso governo: l’allarme degli ultimi giorni, unito alle nuove restrizioni, ha spinto in massa la gente a farsi la terza dose. In strada si vedono lunghe file di persone in attesa nei centri vaccini volanti, dove si va senza prenotazione. Guarda caso, metà popolazione adulta ha già ricevuto la terza dose: 30 milioni di persone già vaccinate. Di questo passo, per Capodanno Omicron sarà inoffensivo. Dietrologia o meno, una cosa è certa: a Londra la vita scorre normale e difficilmente richiuderà del tutto.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/londra-resiste-catastrofisti-variante-2656093116.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="dalle-vittime-alle-terapie-intensive-linghilterra-e-messa-meglio-di-noi" data-post-id="2656093116" data-published-at="1640200350" data-use-pagination="False"> Dalle vittime alle terapie intensive. L’Inghilterra è messa meglio di noi Per la regina Elisabetta sarà il primo Natale dopo oltre 70 anni senza il marito, il principe Filippo, morto ad aprile. Sarà anche un Natale senza i tradizionali festeggiamenti reali nella residenza di Sandringham, nel Norfolk, una decisione che pare le sia pesata parecchio, racconta la stampa britannica. La sovrana ha deciso di rimanere al castello di Windsor con i famigliari. Ma, è notizia di ieri, dovrà fare a meno della compagnia della figlia, la principessa Anna, e del marito di lei, il vice ammiraglio Sir Timothy Laurence, risultati positivi al Covid-19 e in isolamento nel Gloucestershire. L’aumento dei casi frutto della variante Omicron preoccupa il governo di Sua Maestà, guidato da Boris Johnson. Ma a ben vedere, non sembrano essere le basi per certe campagne denigratorie, tanto di moda sulla stampa italiana, verso l’operato dell’esecutivo. Lo dicono gli scienziati britannici. E lo dicono i numeri. Andiamo con ordine, partiamo dai primi. L’Agenzia per la sicurezza sanitaria del Regno Unito pubblicherà oggi la sua valutazione della gravità di Omicron. Ma alcuni giornali, come Politico, hanno potuto vederla in anteprima. Il giudizio è netto: chi viene colpito dalla variante Omicron ha meno probabilità di ammalarsi gravemente rispetto a quelli chi contrae la Delta. Tuttavia, gli scienziati hanno anche confermato che la trasmissibilità di Omicron è molto alta, il che significa che anche se è più lieve, i contagi subiranno una brusca accelerata al punto che un gran numero di persone potrebbe ancora finire in ospedale. Per l’Agenzia, due dosi di un vaccino non sono sufficienti per la protezione contro Omicron. Ma una dose di richiamo riduce significativamente la possibilità di infezione sintomatica e di ospedalizzazione. Poi ci sono i numeri. Basta un confronto con l’Italia. Nel Regno Unito ieri c’erano 129 persone ricoverate per contagio da variante Omicron ed erano 14 in totale i morti. Sempre ieri, il Paese, che viaggia poco sotto la soglia del milione e mezzo di test giornalieri, ha fatto segnare un nuovo record assoluto di contagi da coronavirus nel Regno Unito dall’inizio della pandemia: sono stati registrati 106.122 casi nelle ultime 24 ore, con 140 decessi. Martedì c’erano 8.008 persone in ospedale con il Covid-19, il numero più alto dal 22 novembre, aumentato del 4% rispetto alla settimana scorsa. Durante la seconda ondata, il numero di ospedalizzazioni ha raggiunto il picco di 39.254 il 18 gennaio. Sempre ieri, in Italia, sono stati registrati 36.293 positivi (martedì erano stati 30.798), 146 vittime (7 in meno del giorno prima). Il tasso di positività è al 4,6%, in aumento rispetto al 3,6% di martedì. I pazienti in terapia intensiva sono 1.010, due in meno di martedì nel saldo tra entrate e uscite. Gli ingressi giornalieri sono stati 92. Intanto, il governo britannico ha deciso di ridurre da dieci a sette giorni il periodo di autoisolamento per le persone che in Inghilterra che ottengono un risultato negativo al test rapido (offerto dal governo) per due giorni di fila. Una mossa pensata per cercare di alleviare le pressioni sui servizi essenziali. Molte aziende sono alle prese con carenze di personale. Anche gli ospedali, che hanno avvertito del rischio di un impatto pesante sui pazienti. «Il governo sta guardando tutti i dati su base giornaliera e li teniamo attentamente sotto controllo», ha detto il segretario di Stato per la Salute, Sajid Javid. Se fossero necessarie nuove restrizioni, il governo non esiterebbe a prenderle, ha spiegato. Per ora, però, non ne sono previste sotto l’albero di Natale.
Ansa
I più pacati scandivano «governo Meloni dimissioni» o «cacciamo il governo dei fascisti guerrafondai», esibendo striscioni sui quali avvertono: «Non ci arruoliamo». Poi a comando saltellavano, intonando «chi non salta è un fascista», sulle note di Bella ciao, cercando goffamente di fare il verso alla premier che saltava con il ministro degli esteri, Antonio Tajani, lo scorso novembre in chiusura dell’intervento al comizio dei big del centrodestra a Napoli, mentre la folla intonava «Chi non salta comunista è».
Ma la violenza che percorre manifestazioni come quella del Comitato No sociale, ieri a Roma, dove ai presunti pacifisti si mescola ogni genere di attivisti avvolti in kefiah e sventolando pure la bandiera di Hezbollah, ha portato subito a bruciare con fumogeni due immagini. La prima, che raffigurava il presidente del Consiglio mentre teneva a guinzaglio e con la museruola il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, recava la scritta «No al vostro referendum».
Sulla seconda fotografia, con la stretta di mano tra Meloni e il premier israeliano Benjamin Netanyahu, era scritto: «No al vostro genocidio, 75.000 civili uccisi, 2 milioni di sfollati». I manifestanti saranno denunciati per vilipendio delle istituzioni, anche attraverso l’analisi delle immagini registrate dalla Scientifica.
In piazza a Roma, Milano e Torino c’era un po’ di tutto, da Potere al popolo a collettivi studenteschi come Osa e Cambiare Rotta; da Movimento migranti e rifugiati di Napoli a No Ponte Calabria; da Global movement to Gaza a Unione democratica arabo palestinese; da Moschea Omar a Emilia por Cuba passando per Strasaffica e via con le sigle che fremono per avere visibilità. Tra i cartelli, «Giù le mani dall’Iran», «Nessuna base, nessun soldato. Fuori l’Italia dalla Nato» e anche «No al colonialismo». Dimostranti hanno esibito uno striscione con scritto «Contro le aggressioni imperialiste. Difendere Cuba socialista». L’Associazione nazionale magistrati è intervenuta sulla violenza di quelle fotografie strappate e del messaggio devastante che gesti simili vogliono trasmettere. «Esprimiamo la nostra solidarietà alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni e al ministro della Giustizia Carlo Nordio per quanto accaduto al corteo di Roma. Il nostro invito ad abbassare i toni nel corso di questa campagna referendaria è sempre valso e sempre varrà per chiunque e a prescindere dai propri orientamenti personali e collettivi», ha fatto sapere.
Solidarietà è stata espressa dal presidente del Comitato Giusto dire No, Enrico Grosso. «Pensare che bruciare le immagini di Nordio e Meloni sia un atto che contenga un qualche senso è quanto di più distante dal nostro modo di intendere questa campagna referendaria», ha detto. Ed è stato costretto a pronunciare parole di condanna anche Giuseppe Conte, presidente M5s: «Questo governo deve andare a casa con la forza delle idee e della democrazia, non a colpi di odio e violenza. Mancano una manciata di giorni all’appuntamento del referendum, a chi scende in piazza oggi (ieri per chi legge, ndr) e nei prossimi giorni dico: continuiamo a spiegare e ribadire le ragioni del No democraticamente». Ringrazio di cuore chi ha manifestato la sua solidarietà, in particolare il presidente del Comitato per il No, Enrico Grosso, e l’Anm. Auspico anche io che nei prossimi giorni il dibattito si mantenga nei termini indicati da Sergio Mattarella, con pacatezza e lealtà, sui reali contenuti. Naturalmente questi eccessi aggressivi, lungi dall’intimorirmi, mi sollecitano a proseguire con sempre maggior determinazione e vigore», ha dichiarato Nordio.
Il corteo romano, partito da piazza della Repubblica, si era concluso a piazza San Giovanni dove zainetti rosa e fagotti bianchi cosparsi di petali volevano ricordare le 175 bambine della scuola elementare Shajareh Tayyebeh in Iran, uccise da un missile americano nel primo giorno di bombardamenti. Manifestazioni che si dichiarano contro la violenza, eppure la fanno entrare. Come è accaduto ieri a Milano, dove alcuni manifestanti hanno bruciato una bandiera di Israele lungo un corteo partito dall’Arco della Pace con lo slogan «Contro guerra imperialista e sionismo». Promosso da realtà antagoniste nell’ambito della tre giorni di eventi per ricordare Davide Cesare, «Dax», ucciso nel 2003 da militanti di estrema destra, è stato il pretesto per occupare ancora una volta il Palasharp. Anche a Torino, nel corteo regionale per la Palestina, sotto una pioggia battente è stata bruciata la bandiera di Israele.
Ieri Meloni ha rilanciato sui social un video in cui il costituzionalista (ed ex parlamentare del Pd) Stefano Ceccanti spiega le ragioni del Sì al referendum. «Il professor Ceccanti, sicuramente non tacciabile di essere un mio sostenitore o elettore, spiega in pochi secondi perché votare Sì al referendum. Un invito ad andare oltre appartenenze politiche e contrapposizioni ideologiche, guardando semplicemente al merito del quesito».
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Ansa
E perché avvistamenti satellitari, analoghi a quelli riportati adesso da Afp, erano stati registrati già l’11 gennaio e il 25 dicembre scorsi, senza contare che precedenti del genere si susseguono ormai da anni? La risposta è inquietante: gli esperti ritengono che si tratti di azioni coordinate, parte dei preparativi del regime di Pechino in vista di una crisi o di un conflitto regionale.
Le imbarcazioni civili formerebbero una milizia marittima, con diversi potenziali impieghi. Ad esempio, si prestano a costituire una muraglia galleggiante per rallentare o bloccare le rotte commerciali e complicare il passaggio delle navi militari. Non trattandosi di mezzi bellici veri e propri, per un nemico sarebbe problematico attaccarli. I pescatori sarebbero, in sostanza, uno scudo umano. Lo sciame potrebbe anche funzionare alla stregua di una rete di intelligence distribuita. Oppure, potrebbe fungere da base per rifornimenti di altri natanti, per il recupero di equipaggi e velivoli senza pilota, per la distribuzione di sensori e per il trasporto di strumentazioni. Ancora: la flotta potrebbe rafforzare eventuali rivendicazioni territoriali, assicurando una presenza permanente in alcune aree contese. Non mancano i precedenti: le autorità già pagano gli armatori per stazionare almeno 280 giorni alle isole Spratly, reclamate dal Dragone, dal Vietnam, dalle Filippine, da Taiwan, dalla Malesia e dal Brunei.
L’esercitazione, considerate le tempistiche, non è direttamente collegata alla guerra in Iran. Ma i dirigenti cinesi stanno di certo studiando con attenzione quello che accade in Medio Oriente. Sia perché hanno bisogno dei barili di petrolio; sia perché le difficoltà degli americani, finora incapaci di garantire la sicurezza della navigazione nello Stretto di Hormuz, lasciano supporre che, per la Marina statunitense, sarebbe pressoché impossibile opporsi a un atto di forza di Xi Jinping nel Mar Cinese meridionale e orientale. Questo rimette in discussione l’indipendenza di Taiwan e persino la sicurezza degli alleati dell’Occidente nell’Indo-Pacifico.
Al Politburo non sarà passata inosservata la notizia dello spostamento, dalle acque nipponiche al teatro bellico mediorientale, di una nave d’assalto americana, insieme a 2.000 marines. La redistribuzione degli assetti ha preoccupato le potenze asiatiche vicine agli Stati Uniti, anche alla luce delle indiscrezioni di stampa, secondo cui la Casa Bianca sarebbe intenzionata a trasferire alcuni componenti del sistema di difesa missilistica Thaad, attualmente situati in Corea del Sud, che ha necessità di proteggersi da Pyongyang. Si andrebbe ben oltre il grado di disimpegno che caldeggiano i prudentissimi esponenti della scuola del realismo difensivo: tre mesi fa, era uscito l’ultimo saggio di Charles L. Glaser, Retrench, defend, compete, che suggeriva di mollare Taipei per minimizzare il pericolo di uno scontro con il Dragone, ma al contempo prescriveva di confermare il sostegno Usa agli altri Paesi filoamericani della regione. Xi non morirà dalla voglia di aprire un altro vaso di Pandora. Ma il regime deve aver annotato tutti i segnali di debolezza dell’«Armada» a stelle e strisce, che pretende di aver «annientato il 100% delle capacità militari dell’Iran», come ha detto Donald Trump ieri, eppure non ha impedito a Teheran di interdire Hormuz. Si capisce come mai il presidente abbia invocato esplicitamente l’intervento dei cinesi, al fianco di Parigi, Tokyo, Seul e Londra, in un’ipotetica missione per liberare lo Stretto. Un tentativo di mettere in imbarazzo politico i rivali.
La partita che si gioca attorno al petrolio è molto complessa. Alcune immagini circolate in Rete mostrano code di vetture ai distributori nelle metropoli cinesi: gli automobilisti starebbero facendo incetta di carburante, in prospettiva di ulteriori aumenti dei prezzi. Si era appreso, nei giorni scorsi, che la Cina aveva provato a negoziare con gli ayatollah il passaggio del greggio. Poi è spuntata una nuova ipotesi: l’Iran sarebbe disponibile a lasciar transitare le petroliere, purché gli scambi siano condotti in yuan. Stando a quanto riferito dal South China Morning Post, il Paese asiatico rimane cauto, se non scettico: «Benché il piano possa simbolicamente promuovere l’uso della valuta cinese», ha scritto il quotidiano, «la sua attuazione fronteggerebbe sfide di sicurezza e fattibilità e potrebbe provocare strappi nelle relazioni Cina-Usa». Relazioni alle quali, evidentemente, il Partito tiene ancora. Specie alla vigilia dell’incontro tra il segretario al Tesoro statunitense, Scott Bessent, e il vicepremier di Pechino, He Lifeng. E in attesa del bilaterale Trump-Xi, previsto ad aprile. Un faccia a faccia decisivo per risolvere la disputa sui dazi. Anche se l’America, a questo punto, potrebbe arrivarci con le armi spuntate. In tutti i sensi.
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Per mesi hanno bersagliato di droni e razzi tutto il naviglio che attraversava lo Stretto di Bab el Mandeb in direzione di Suez, mettendo in crisi il commercio marittimo dell’Europa. Dopo giorni di inattività, gli Huthi hanno deciso di scendere in campo con tutto il loro arsenale.
Mohammed al-Bukhaiti, portavoce e alto funzionario dell’ufficio politico dei ribelli yemeniti, ha sancito il passo del suo governo. «Ansar Allah (partigiani di Dio, meglio conosciuti come Huthi, ndr) ha deciso di schierarsi militarmente al fianco dei fratelli iraniani», ha confermato alla Verità. «E molto preso annuncerà l’ora zero del suo ingresso in battaglia. La nostra scelta è necessaria per rispondere all’aggressione in corso da parte di Israele e degli Stati Uniti contro la Repubblica islamica. La falsa propaganda sionista vuole far credere che l’asse della resistenza non esista più, ma invece siamo più forti che mai e lo dimostreremo distruggendo tutte le navi del nemico».
Il mare sembra ormai essere diventato un fondamentale luogo di scontro e, dopo lo Stretto di Hormuz, dove l’Iran permette il passaggio solo delle navi cinesi, gli Huthi possono rendere impossibile l’accesso al canale di Suez, distruggendo l’economia egiziana e danneggiando profondamente i commerci fra Asia ed Europa. «Il nostro ingresso in guerra è inevitabile», continua Mohammed al-Bukhaiti, «il popolo yemenita lo chiede a gran voce. Il 6 marzo decine di migliaia di persone hanno riempito piazza al-Sabeen a Sanaa, intonando canti in onore della Ali Seyyed Khamenei e manifestazioni di questo tipo si sono svolte in ogni governatorato e città. L’obiettivo era assassinare la Guida suprema della rivoluzione islamica, insieme a diversi comandanti militari, per distruggere la società iraniana, ma hanno fallito. Come ha detto il nostro leader, Abdel Malik al Houthi, le dita sono sul grilletto e lo scontro è una battaglia per l’intera nazione islamica, non per una sola parte».
Il momentaneo mancato ingresso in guerra degli yemeniti è sicuramente un calcolo strategico di Teheran, che dopo l’impatto iniziale vuole spingere sulle difficoltà economiche globali bloccando ancora una volta l’accesso a Suez. «Stiamo monitorando la situazione e siamo pronti ad agire contro gli aggressori. Le rappresaglie iraniane contro le basi militari americane nella regione sono legittime. Teheran ha il diritto di colpire le basi di occupazione utilizzate per lanciare attacchi. Questa brutale aggressione dimostra che tutte le accuse mosse in precedenza contro l’Iran erano false, noi siamo i difensori del popolo».
Al-Bukhaiti si è poi rivolto alle nazioni arabe delle regione. «Voglio esortare con urgenza tutti i Paesi della regione ad unirsi, perché devono condannare l’aggressione americana e schierarsi al fianco dell’Iran. Questo scontro va oltre i confini dell’Iran, coinvolgendo tutte le nazioni arabe e islamiche. Si tratta di una battaglia che ci è stata imposta e che dobbiamo portare avanti finché non imporremo le nostre condizioni. Le nazioni del Golfo devono capire che ne va della nostra sopravvivenza e se non sceglieranno la parte giusta, noi li attaccheremo con tutta la nostra forza». Il dirigente yemenita ha concluso lanciando un inquietante appello: «Questo conflitto è una battaglia decisiva la cui vittoria finale sarà il trionfo della verità, gli Stati Uniti ed i sionisti sono un nemico che va combattuto insieme».
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