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2021-12-23
Londra resiste ai catastrofisti della variante
Getty Images
Sono le 10 di mattina alla fermata Knighstbridge della metropolitana di Londra, dove si scende per andare ai grandi magazzini Harrod’s. Non è l’ora di punta, ma il treno della linea Piccadilly è pieno e tutti indossano diligentemente la mascherina. Molti hanno pure ingombranti valigie, pur essendo i turisti assenti da Londra (disincentivati dai troppi tamponi e dalla mini quarantena di due giorni). Sarà pure orfana dei visitatori stranieri, ma la capitale è la meta preferita dai turisti domestici: non potendo volare all’estero, si «consolano» con un viaggio nella capitale.
Stessa scena lungo Oxford Street: è quasi impossibile camminare dalla folla che anima la via mondiale dello shopping. È il pomeriggio del 21 dicembre e in teoria ci vuole il green pass per entrare nei luoghi affollati; le mascherine obbligatorie nei negozi. Su tutto, poi, aleggia pure lo spettro di nuovo lockdown che però sarebbe un suicidio politico per i Tory; e la catastrofe economica per il Paese. Ma per gli inglesi è un Natale come tanti: negozi presi d’assalto, metro piena, strade affollate. Da Fortnum&Mason, la storica casa di thè e casalinghi di lusso, peraltro con prezzi inaccessibili a uno stipendio normale, la ressa è tale che i commessi devono smistare le persone. «La saggezza della gente comune» teorizzava già a fine del Settecento il politologo irlandese Edmund Burke: di fronte a una nuova, presunta, emergenza i britannici si comportano senza isterismi o fobie. Il Covid è, banalmente, qualcosa con cui convivere. Anche a dispetto del governo: il common sense, il buon senso, è nel Dna da secoli.
Passeggiando in giro per Londra, ne viene fuori che il Paese reale è distante anni luce dalla narrazione dominante: sui giornali, specialmente quelli italiani, la Gran Bretagna è di nuovo descritta come sull’orlo dell’Apocalisse, l’inferno della pandemia: 91.000 casi di contagi al giorno strillano i media, alimentando la macchina della paura e la propaganda antibritannica. Ma con 44 morti al giorno, peraltro pure in calo, è evidente che non sono i contagi il problema, in un Paese dove sono quasi tutti vaccinati e dunque il Covid è ormai derubricato a banale influenza. Ma quei 91.000 casi sbandierati sono solo un’arma mediatica dell’ennesimo procurato allarme. L’ultimo bollettino medico registra 7.000 ricoverati per Covid nel Paese, a fronte di 140.000 posti letto del sistema sanitario nazionale: l’emergenza, per ora, è solo sui media. E infatti la gente va tranquillamente a fare le ultime compere di Natale, senza troppi patemi. Come sempre, non è mai tutto oro quel che luccica: le nuove restrizioni, che comunque sono bazzecole rispetto all’Italia, sono state una tegola per pub e ristoranti: fioccano le disdette delle feste aziendali di Natale, che in Gran Bretagna sono il momento clou dell’anno, l’occasione per fare bagordi. Le prenotazioni sono crollate del 40% La catena Greene King, gruppo di proprietà cinese che controlla il maggior numero di pub tradizionali nel Paese, ha accusato un calo degli incassi del 50%. Piangono anche teatri e cinema, di nuovo ripiombati a pochi clienti. A novembre, i consumi erano saliti dell’1,4% a livelli record per un mese notoriamente debole. Su questa scia, si attendeva un dicembre d’oro, per chiudere l’anno in bellezza. Ogni annuncio di restrizioni danneggia l’economia, ma a Londra segni di crisi, né tantomeno di emergenza Covid, non se ne vedono. Non sarà il Natale spumeggiante che molti pregustavano, ma sarà comunque un buon Natale per l’economia e per il Paese.
Il vero dilemma, semmai, è capire perché con la locomotiva Uk lanciata a mille, il governo di Boris Johnson, lo stesso che annunciò il Freedom Day lo scorso 19 luglio e brindò al primo Paese libero dal Covid grazie ai vaccini Astrazeneca, si sia incartato su Omicron. La riunione di emergenza del gabinetto dei ministri, dove pendeva la spada di Damocle di un nuovo lockdown, alla fine si è limitata a nuove misure di contenimento. Il primo ministro ha tuttavia avvertito che non si può «escludere nulla», che la situazione «è estremamente difficile» e che altre restrizioni potrebbero essere annunciate. Insomma per ora il Natale è salvo, ma tutti stanno col fiato sospeso. La cautela del premier, in assenza di ospedali in affanno, pare fin troppa, quasi esagerata. A mandare in tilt BoJo sono stati gli ormai detestabili «esperti»: il comitato di Sage (Scientific advisory group for emergencies), il gruppo di virologi che assiste il governo, ha chiesto a Johnson di introdurre nuove misure di restrizione sulla base di proiezioni che nello scenario peggiore vedono un balzo dei nuovi ricoveri a 10.000 al giorno a fronte di 6.000 decessi. Sono numeri da Armageddon, ma poco realistici. Sembrano quasi fatti apposta per convincere a prendere decisioni impopolari. Il partito dei virologi, che vive di terrorismo psicologico, batte il tamburo anche nel Regno Unito. Alcuni più smaliziati, invece, intravedono un piano dello stesso governo: l’allarme degli ultimi giorni, unito alle nuove restrizioni, ha spinto in massa la gente a farsi la terza dose. In strada si vedono lunghe file di persone in attesa nei centri vaccini volanti, dove si va senza prenotazione. Guarda caso, metà popolazione adulta ha già ricevuto la terza dose: 30 milioni di persone già vaccinate. Di questo passo, per Capodanno Omicron sarà inoffensivo. Dietrologia o meno, una cosa è certa: a Londra la vita scorre normale e difficilmente richiuderà del tutto.
Dalle vittime alle terapie intensive. L’Inghilterra è messa meglio di noi
Per la regina Elisabetta sarà il primo Natale dopo oltre 70 anni senza il marito, il principe Filippo, morto ad aprile. Sarà anche un Natale senza i tradizionali festeggiamenti reali nella residenza di Sandringham, nel Norfolk, una decisione che pare le sia pesata parecchio, racconta la stampa britannica. La sovrana ha deciso di rimanere al castello di Windsor con i famigliari. Ma, è notizia di ieri, dovrà fare a meno della compagnia della figlia, la principessa Anna, e del marito di lei, il vice ammiraglio Sir Timothy Laurence, risultati positivi al Covid-19 e in isolamento nel Gloucestershire.
L’aumento dei casi frutto della variante Omicron preoccupa il governo di Sua Maestà, guidato da Boris Johnson. Ma a ben vedere, non sembrano essere le basi per certe campagne denigratorie, tanto di moda sulla stampa italiana, verso l’operato dell’esecutivo. Lo dicono gli scienziati britannici. E lo dicono i numeri.
Andiamo con ordine, partiamo dai primi. L’Agenzia per la sicurezza sanitaria del Regno Unito pubblicherà oggi la sua valutazione della gravità di Omicron. Ma alcuni giornali, come Politico, hanno potuto vederla in anteprima. Il giudizio è netto: chi viene colpito dalla variante Omicron ha meno probabilità di ammalarsi gravemente rispetto a quelli chi contrae la Delta.
Tuttavia, gli scienziati hanno anche confermato che la trasmissibilità di Omicron è molto alta, il che significa che anche se è più lieve, i contagi subiranno una brusca accelerata al punto che un gran numero di persone potrebbe ancora finire in ospedale. Per l’Agenzia, due dosi di un vaccino non sono sufficienti per la protezione contro Omicron. Ma una dose di richiamo riduce significativamente la possibilità di infezione sintomatica e di ospedalizzazione.
Poi ci sono i numeri. Basta un confronto con l’Italia.
Nel Regno Unito ieri c’erano 129 persone ricoverate per contagio da variante Omicron ed erano 14 in totale i morti. Sempre ieri, il Paese, che viaggia poco sotto la soglia del milione e mezzo di test giornalieri, ha fatto segnare un nuovo record assoluto di contagi da coronavirus nel Regno Unito dall’inizio della pandemia: sono stati registrati 106.122 casi nelle ultime 24 ore, con 140 decessi. Martedì c’erano 8.008 persone in ospedale con il Covid-19, il numero più alto dal 22 novembre, aumentato del 4% rispetto alla settimana scorsa. Durante la seconda ondata, il numero di ospedalizzazioni ha raggiunto il picco di 39.254 il 18 gennaio.
Sempre ieri, in Italia, sono stati registrati 36.293 positivi (martedì erano stati 30.798), 146 vittime (7 in meno del giorno prima). Il tasso di positività è al 4,6%, in aumento rispetto al 3,6% di martedì. I pazienti in terapia intensiva sono 1.010, due in meno di martedì nel saldo tra entrate e uscite. Gli ingressi giornalieri sono stati 92.
Intanto, il governo britannico ha deciso di ridurre da dieci a sette giorni il periodo di autoisolamento per le persone che in Inghilterra che ottengono un risultato negativo al test rapido (offerto dal governo) per due giorni di fila. Una mossa pensata per cercare di alleviare le pressioni sui servizi essenziali. Molte aziende sono alle prese con carenze di personale. Anche gli ospedali, che hanno avvertito del rischio di un impatto pesante sui pazienti. «Il governo sta guardando tutti i dati su base giornaliera e li teniamo attentamente sotto controllo», ha detto il segretario di Stato per la Salute, Sajid Javid. Se fossero necessarie nuove restrizioni, il governo non esiterebbe a prenderle, ha spiegato. Per ora, però, non ne sono previste sotto l’albero di Natale.
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I virologi di Stato invocano chiusure, Boris Johnson per ora le ha escluse. Intanto, la capitale brulica di gente per Natale: mezzi, strade dello shopping e grandi magazzini sono pieni, anche se allarmi e (poche) restrizioni hanno determinato un boom di terze dosi.Il Paese registra tre volte i nostri contagi, ma, in proporzione, meno morti e ricoveri.Lo speciale contiene due articoli.Sono le 10 di mattina alla fermata Knighstbridge della metropolitana di Londra, dove si scende per andare ai grandi magazzini Harrod’s. Non è l’ora di punta, ma il treno della linea Piccadilly è pieno e tutti indossano diligentemente la mascherina. Molti hanno pure ingombranti valigie, pur essendo i turisti assenti da Londra (disincentivati dai troppi tamponi e dalla mini quarantena di due giorni). Sarà pure orfana dei visitatori stranieri, ma la capitale è la meta preferita dai turisti domestici: non potendo volare all’estero, si «consolano» con un viaggio nella capitale. Stessa scena lungo Oxford Street: è quasi impossibile camminare dalla folla che anima la via mondiale dello shopping. È il pomeriggio del 21 dicembre e in teoria ci vuole il green pass per entrare nei luoghi affollati; le mascherine obbligatorie nei negozi. Su tutto, poi, aleggia pure lo spettro di nuovo lockdown che però sarebbe un suicidio politico per i Tory; e la catastrofe economica per il Paese. Ma per gli inglesi è un Natale come tanti: negozi presi d’assalto, metro piena, strade affollate. Da Fortnum&Mason, la storica casa di thè e casalinghi di lusso, peraltro con prezzi inaccessibili a uno stipendio normale, la ressa è tale che i commessi devono smistare le persone. «La saggezza della gente comune» teorizzava già a fine del Settecento il politologo irlandese Edmund Burke: di fronte a una nuova, presunta, emergenza i britannici si comportano senza isterismi o fobie. Il Covid è, banalmente, qualcosa con cui convivere. Anche a dispetto del governo: il common sense, il buon senso, è nel Dna da secoli. Passeggiando in giro per Londra, ne viene fuori che il Paese reale è distante anni luce dalla narrazione dominante: sui giornali, specialmente quelli italiani, la Gran Bretagna è di nuovo descritta come sull’orlo dell’Apocalisse, l’inferno della pandemia: 91.000 casi di contagi al giorno strillano i media, alimentando la macchina della paura e la propaganda antibritannica. Ma con 44 morti al giorno, peraltro pure in calo, è evidente che non sono i contagi il problema, in un Paese dove sono quasi tutti vaccinati e dunque il Covid è ormai derubricato a banale influenza. Ma quei 91.000 casi sbandierati sono solo un’arma mediatica dell’ennesimo procurato allarme. L’ultimo bollettino medico registra 7.000 ricoverati per Covid nel Paese, a fronte di 140.000 posti letto del sistema sanitario nazionale: l’emergenza, per ora, è solo sui media. E infatti la gente va tranquillamente a fare le ultime compere di Natale, senza troppi patemi. Come sempre, non è mai tutto oro quel che luccica: le nuove restrizioni, che comunque sono bazzecole rispetto all’Italia, sono state una tegola per pub e ristoranti: fioccano le disdette delle feste aziendali di Natale, che in Gran Bretagna sono il momento clou dell’anno, l’occasione per fare bagordi. Le prenotazioni sono crollate del 40% La catena Greene King, gruppo di proprietà cinese che controlla il maggior numero di pub tradizionali nel Paese, ha accusato un calo degli incassi del 50%. Piangono anche teatri e cinema, di nuovo ripiombati a pochi clienti. A novembre, i consumi erano saliti dell’1,4% a livelli record per un mese notoriamente debole. Su questa scia, si attendeva un dicembre d’oro, per chiudere l’anno in bellezza. Ogni annuncio di restrizioni danneggia l’economia, ma a Londra segni di crisi, né tantomeno di emergenza Covid, non se ne vedono. Non sarà il Natale spumeggiante che molti pregustavano, ma sarà comunque un buon Natale per l’economia e per il Paese. Il vero dilemma, semmai, è capire perché con la locomotiva Uk lanciata a mille, il governo di Boris Johnson, lo stesso che annunciò il Freedom Day lo scorso 19 luglio e brindò al primo Paese libero dal Covid grazie ai vaccini Astrazeneca, si sia incartato su Omicron. La riunione di emergenza del gabinetto dei ministri, dove pendeva la spada di Damocle di un nuovo lockdown, alla fine si è limitata a nuove misure di contenimento. Il primo ministro ha tuttavia avvertito che non si può «escludere nulla», che la situazione «è estremamente difficile» e che altre restrizioni potrebbero essere annunciate. Insomma per ora il Natale è salvo, ma tutti stanno col fiato sospeso. La cautela del premier, in assenza di ospedali in affanno, pare fin troppa, quasi esagerata. A mandare in tilt BoJo sono stati gli ormai detestabili «esperti»: il comitato di Sage (Scientific advisory group for emergencies), il gruppo di virologi che assiste il governo, ha chiesto a Johnson di introdurre nuove misure di restrizione sulla base di proiezioni che nello scenario peggiore vedono un balzo dei nuovi ricoveri a 10.000 al giorno a fronte di 6.000 decessi. Sono numeri da Armageddon, ma poco realistici. Sembrano quasi fatti apposta per convincere a prendere decisioni impopolari. Il partito dei virologi, che vive di terrorismo psicologico, batte il tamburo anche nel Regno Unito. Alcuni più smaliziati, invece, intravedono un piano dello stesso governo: l’allarme degli ultimi giorni, unito alle nuove restrizioni, ha spinto in massa la gente a farsi la terza dose. In strada si vedono lunghe file di persone in attesa nei centri vaccini volanti, dove si va senza prenotazione. Guarda caso, metà popolazione adulta ha già ricevuto la terza dose: 30 milioni di persone già vaccinate. Di questo passo, per Capodanno Omicron sarà inoffensivo. Dietrologia o meno, una cosa è certa: a Londra la vita scorre normale e difficilmente richiuderà del tutto.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/londra-resiste-catastrofisti-variante-2656093116.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="dalle-vittime-alle-terapie-intensive-linghilterra-e-messa-meglio-di-noi" data-post-id="2656093116" data-published-at="1640200350" data-use-pagination="False"> Dalle vittime alle terapie intensive. L’Inghilterra è messa meglio di noi Per la regina Elisabetta sarà il primo Natale dopo oltre 70 anni senza il marito, il principe Filippo, morto ad aprile. Sarà anche un Natale senza i tradizionali festeggiamenti reali nella residenza di Sandringham, nel Norfolk, una decisione che pare le sia pesata parecchio, racconta la stampa britannica. La sovrana ha deciso di rimanere al castello di Windsor con i famigliari. Ma, è notizia di ieri, dovrà fare a meno della compagnia della figlia, la principessa Anna, e del marito di lei, il vice ammiraglio Sir Timothy Laurence, risultati positivi al Covid-19 e in isolamento nel Gloucestershire. L’aumento dei casi frutto della variante Omicron preoccupa il governo di Sua Maestà, guidato da Boris Johnson. Ma a ben vedere, non sembrano essere le basi per certe campagne denigratorie, tanto di moda sulla stampa italiana, verso l’operato dell’esecutivo. Lo dicono gli scienziati britannici. E lo dicono i numeri. Andiamo con ordine, partiamo dai primi. L’Agenzia per la sicurezza sanitaria del Regno Unito pubblicherà oggi la sua valutazione della gravità di Omicron. Ma alcuni giornali, come Politico, hanno potuto vederla in anteprima. Il giudizio è netto: chi viene colpito dalla variante Omicron ha meno probabilità di ammalarsi gravemente rispetto a quelli chi contrae la Delta. Tuttavia, gli scienziati hanno anche confermato che la trasmissibilità di Omicron è molto alta, il che significa che anche se è più lieve, i contagi subiranno una brusca accelerata al punto che un gran numero di persone potrebbe ancora finire in ospedale. Per l’Agenzia, due dosi di un vaccino non sono sufficienti per la protezione contro Omicron. Ma una dose di richiamo riduce significativamente la possibilità di infezione sintomatica e di ospedalizzazione. Poi ci sono i numeri. Basta un confronto con l’Italia. Nel Regno Unito ieri c’erano 129 persone ricoverate per contagio da variante Omicron ed erano 14 in totale i morti. Sempre ieri, il Paese, che viaggia poco sotto la soglia del milione e mezzo di test giornalieri, ha fatto segnare un nuovo record assoluto di contagi da coronavirus nel Regno Unito dall’inizio della pandemia: sono stati registrati 106.122 casi nelle ultime 24 ore, con 140 decessi. Martedì c’erano 8.008 persone in ospedale con il Covid-19, il numero più alto dal 22 novembre, aumentato del 4% rispetto alla settimana scorsa. Durante la seconda ondata, il numero di ospedalizzazioni ha raggiunto il picco di 39.254 il 18 gennaio. Sempre ieri, in Italia, sono stati registrati 36.293 positivi (martedì erano stati 30.798), 146 vittime (7 in meno del giorno prima). Il tasso di positività è al 4,6%, in aumento rispetto al 3,6% di martedì. I pazienti in terapia intensiva sono 1.010, due in meno di martedì nel saldo tra entrate e uscite. Gli ingressi giornalieri sono stati 92. Intanto, il governo britannico ha deciso di ridurre da dieci a sette giorni il periodo di autoisolamento per le persone che in Inghilterra che ottengono un risultato negativo al test rapido (offerto dal governo) per due giorni di fila. Una mossa pensata per cercare di alleviare le pressioni sui servizi essenziali. Molte aziende sono alle prese con carenze di personale. Anche gli ospedali, che hanno avvertito del rischio di un impatto pesante sui pazienti. «Il governo sta guardando tutti i dati su base giornaliera e li teniamo attentamente sotto controllo», ha detto il segretario di Stato per la Salute, Sajid Javid. Se fossero necessarie nuove restrizioni, il governo non esiterebbe a prenderle, ha spiegato. Per ora, però, non ne sono previste sotto l’albero di Natale.
Keir Starmer (Ansa)
Ed è proprio sentendo sorgere dentro di noi la domanda sul perché, di fronte a fatti così meritevoli di ribellione, nessuno si stia ribellando, che è necessario chiederci se non esista in realtà un preciso meccanismo che tali ribellioni guidi, impedisca o autorizzi. I piani annunciati da Keir Starmer per vietare l’accesso ai social media ai minori, con obblighi di verifica dell’età e blocco delle Vpn, vanno sorprendentemente oltre le misure cinesi e russe in termini di controllo preventivo e centralizzato delle narrazioni digitali e stabiliscono un vero e proprio primato nell’accezione positiva di «censura» per una democrazia occidentale.
Queste misure, presentate come tutela dell’infanzia, riprendono e amplificano la revisione dell’Online safety act con enfasi sul contrasto alla «disinformazione» prefigurando non soltanto una chiara torsione autoritaria ma mostrando al mondo ciò che sarebbe potuto accadere ovunque con una vittoria di Kamala Harris. A portare al punto di collasso il rapporto tra potere e opinione pubblica britannica è stata l’evidenza con la quale il governo laburista ha inteso accelerare su queste misure proprio in occasione della pubblicazione del Rapporto ufficiale dal titolo «The rape gang inquiry report» nel quale si documentano decenni di sfruttamenti sessuali e orrende violenze sistematiche su minorenni britanniche perpetrate da reti organizzate e istituzionalmente coperte di immigrati pakistani.
Le stime indicano 250.000 vittime e le coperture e le connivenze emerse ricordano i meccanismi di protezione dall’alto della rete di Jeffrey Epstein. A fronte di uno scandalo che assume i contorni di un vero e proprio crollo di civiltà a sinistra si tace o addirittura si minimizza, i media censurano e la politica emana leggi per arrestare chi ne parla sui social.
A questo punto occorre riflettere non solo sui fatti in sé ma sui meccanismi che consentono al governo con il peggior gradimento della storia a rimanere al suo posto malgrado le numerose dimissioni di ministri e, soprattutto, sul perché non si verifichino moti di protesta generalizzati ed efficaci fatte salve le proteste di strada come a Southport o Belfast. Aveva ragione George Sorel, forse la «ribellione delle masse» non ha le caratteristiche del moto spontaneo ma del mito. In «Riflessioni sulla violenza» (1908), Sorel definisce il «mito» come un insieme di immagini capaci di evocare nelle masse l’istinto di lotta contro l’ordine esistente. Per Sorel il mito per eccellenza a disposizione del popolo è lo sciopero generale non in quanto evento spontaneo ma inteso come paziente costruzione che conferisce coesione e slancio eroico alle masse.
Senza un mito adeguato - e senza élite che lo diffondano - le masse restano passive anche di fronte a ingiustizie estreme, soprusi e provocazioni di ogni tipo. Pensiamo ai «Gilet gialli» in Francia, un movimento con un forte carattere spontaneo e popolare che nel periodo 2018-2020 ha rappresentato una delle più ampie mobilitazioni di massa degli ultimi decenni, con centinaia di migliaia di persone in piazza ogni settimana contro tasse e rincari e contro il sistema di potere di Emmanuel Macron. Un movimento molto ampio e diffuso ma privo di una struttura organizzativa stabile e, soprattutto, di un’élite che lo motivasse, lo incanalasse e lo autorizzasse in modo coerente e strutturato, tanto da non pervenire ad alcun risultato effettivo né tantomeno ad un ricambio di élite.
Al contrario, invece, possiamo pensare al crollo del regime di Bashar al-Assad in Siria, avvenuto in due settimane con l’accordo orchestrato delle élite internazionali e con il supporto interno di élite siriane in attesa di ricambio. In Siria il popolo non ha svolto alcun ruolo, ha semmai subito una guerra tuttora in corso ed al posto di Assad è stato insediato l’ex jihadista Al-Jolani, poi ricevuto con tutto gli onori in varie cancellerie occidentali. Appare dunque chiaro come la «protesta di piazza» altro non sia se non la fase teatrale della narrazione del ricambio delle élite; non espressione spontanea di una volontà popolare autonoma ma fase spettacolare attraverso la quale le élite in conflitto si forniscono una «giustificazione dal basso». Rimaniamo dunque attoniti di fronte alle assurde incongruenze, alle palesi e inaccettabili ingiustizie e ci convinciamo che la mancata ribellione delle masse sia dovuta a scarsa motivazione, a debolezza, a mancanza di «coscienza di classe» la quale soltanto, una volta creata, porterà all’inevitabile rivoluzione. Ma anche questa, e soprattutto questa, è una truffa: si tratta sempre e solo di alternanza ai vertici del sistema di potere.
Una volta tutto ciò viene chiamato «libertà, uguaglianza e fraternità», un’altra volta «dittatura del proletariato», ma sono sempre le poche persone che lottano per il potere apicale a motivare, autorizzare, costruire o bloccare i miti che danno alle masse l’impressione di essere protagoniste. Viviamo il momento storico nel quale tutto ciò appare con più chiarezza.
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Roberto Vannacci (Imagoeconomica)
L’ultima provocazione del leader di Futuro Nazionale, ieri ospite di Sky Tg24, è l’immigraticidio. «Se accettiamo il reato di femminicidio allora va introdotto l’immigraticidio. Voglio che chi usa violenza contro le donne marcisca dietro le sbarre, che si tenga conto delle circostanze aggravanti. Se noi accettiamo che un reato venga definito in base alla vittima, allora va introdotto l’immigraticidio. Un delitto non può essere più o meno grave in base al sesso o al colore della pelle. Siamo contrari alla creazione di nuovi reati come l’islamofobia o l’omofobia».
Sull’educazione affettivo-sessuale a scuola come prevenzione del femminicidio, Vannacci aveva sostenuto che «in Nord Europa dove l’educazione sessuale viene fatta da anni, gli omicidi di donne sono più numerosi che in Italia», e che invece va combattuto «crescendo uomini forti e non deboli. Per me la cultura patriarcale è l’uomo che si prende carico della famiglia, che la protegge, che protegge le donne in quanto esseri fisicamente più deboli rispetto all’uomo».
Poi c’è il tema degli omosessuali. Le posizioni del generale sugli omosessuali, espresse anche nel suo libro Il mondo al contrario e reiterate in dibattiti pubblici, ruotano attorno al concetto di «non normalità» statistica dell’omosessualità e alla difesa della famiglia tradizionale. Negli ultimi giorni Vannacci aveva criticato il suo ex partito, la Lega, accusandola di una «deriva» volta a legittimare le rivendicazioni della comunità Lgbtq+ e ribadendo che, secondo i suoi principi, la famiglia da promuovere è «solo quella naturale».
«Meglio anormale che generale, è questa la risposta che abbiamo dato a Vannacci quando dice che gli omosessuali non sono normali», replica Riccardo Magi di +Europa al pride di Roma. Sulla stessa linea il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, in testa al corteo del Roma pride dietro al grande striscione rosso della manifestazione che riporta lo slogan «La Repubblica è di chi la abita»: «Dobbiamo batterci per una pienezza di diritti per tutti, al di là dell’orientamento sessuale e di genere: è scritto nella nostra Costituzione e la nostra legislazione, a oggi, non la rispetta». Replicando alle frasi di Vannacci, il sindaco aggiunge: «Non rispondiamo neanche perché noi siamo per la Costituzione. Non ci stupisce che le forze fasciste e oscurantiste vogliano colpire i diritti di qualcuno, ma sappiamo bene che quando si conculcano i diritti di una minoranza, si colpiscono i diritti di tutti. Non arretriamo e ci battiamo con ancora maggiore convinzione».
Commentando poi i sondaggi dell’ultima settimana per il suo partito, Vannacci ha aggiunto: «Questo è il risultato di un piano che si sta realizzando. Il 5.9% nei sondaggi non lo festeggiamo, questo è solo l’inizio. Non credo ai sondaggi, i veri sondaggi li faccio per la strada, quando le persone mi chiedono di andare avanti. La feccia, i figli di nessuno, e la sporca dozzina sono tra di noi».
E sulle alleanze che facciamo? «Io non ho fatto istanza di alleanza. Chi ha cominciato a erigere muri sono stati proprio i partiti del centrodestra. Io non ho mai detto che avrei eretto muri, cosa che invece hanno fatto i vari Lupi, Romeo, Zaia, Centinaio, i vari Marina Berlusconi, che non so a che titolo parli perché non ha ruoli politici, i vari Occhiuto. Evidentemente o hanno paura o vogliono mettere le mani avanti. Sono loro», ha aggiunto, «che vogliono evitare o che vogliono assolutamente impedire un’eventuale intesa che comunque avverrebbe solo se questa alleanza di centrodestra convenisse di non oltrepassare quelle linee rosse che ho stabilito».
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Il carcere La Dogaia di Prato (Ansa)
Ciò che ha spinto, fondamentalmente, il tribunale di sorveglianza a intervenire per le suddette condizioni degradanti è consistito nella constatazione dello stato di sovraffollamento. Il tribunale ha accertato che l’uomo è rimasto, secondo quanto riportava ieri QN, per 2.026 giorni nella cella insieme ad altri due detenuti vivendo in spazi troppo angusti e troppo ristretti. Inoltre, come prevede la legge, ha usufruito dello sconto di un giorno in carcere ogni dieci sempre per il medesimo affollamento. In più, riceverà 288 euro a titolo di risarcimento per gli altri 16 giorni di detenzione «degradante».
Non c’è dubbio che il sovraffollamento vada contro il dettato della Costituzione che prevede il carcere come un luogo dove si viva in condizioni di dignità umana e che non sia solo un luogo di pena ma anche di riabilitazione.
Detto questo, il povero pedofilo avrà lo sconto di pena perché la cella è piccola. E la cella dalla quale per anni ha tentato di uscire il minore - non specifichiamo sesso ed età per rispetto - vittima del pedofilo? Quella è stretta o è larga? Noi pensiamo che sia stata una cella strettissima, angusta, angosciante e che, certamente, uscire da quella cella non è stato e non sarà un cammino semplice. Quel minore che risarcimento ha avuto? Non lo sappiamo, ma temiamo nessuno, come l’esperienza ci dice e ci ha insegnato per molti anni. A confronto il pedofilo piglia circa 300 euro che, per carità, sono un nulla, ma si fa un bel po’ meno di carcere perché le condizioni della sua cella, evidentemente, hanno un peso maggiore di quello della cella nella quale ha dovuto convivere quella vittima, che oggi ha più di 20 anni, insieme ai suoi amici e alle sue amiche.
Ora, è ovvio che il problema del sovraffollamento è un problema serio, ma quando senti certe notizie un po’ ti incazzi perché troppe volte assistiamo a trattamenti, in qualche modo, di favore e di risarcimento verso i carnefici e molto meno verso le vittime.
Per non essere manchevoli nell’informazione che volgiamo dare ai nostri lettori, vogliamo riportare alcuni dati pubblicati, non molto tempo fa, da Il Sole 24 Ore. In Quasi l’80% degli istituti penitenziari si superano i limiti di capienza: in alcune strutture (come, ad esempio, Lucca o Milano San Vittore) si superano per il 200-260% i limiti di capienza. Questo, naturalmente, si traduce in celle inadeguate e in spazi vitali ridotti al minimo che violano espressamente i parametri stabiliti dalla Corte europea dei diritti dell’uomo provocando, ovviamente, problemi di disagio psichico e anche gesti estremi come il suicidio. Per non parlare poi del problema delle mamme detenute con bambini per i quali ci sono già delle strutture detentive appositamente studiate perché i bambini non debbano soffrire le conseguenze della pena per le malefatte della madre, ma non bastano, ce ne vogliono di più. La media nazionale del sovraffollamento supera il tasso del 138%.
Queste sono considerazioni che è d’obbligo fare e di cui si parla da troppo, ma si fa poco o niente.
Però il punto è un altro. Non può la considerazione delle condizioni «degradanti» del detenuto essere dirimente qualora quel detenuto non sia provato che, negli anni di detenzione, abbia compiuto un percorso tale che all’uscita del carcere non sia un soggetto ad alta pericolosità sociale. In particolare, nel caso dei pedofili, la malattia permane spesso nonostante il carcere e, quindi, all’uscita da esso, tendono a reiterare gli atti delinquenziali soprattutto su minorenni. Siamo sicuri che questo signore possiamo reimmetterlo nella società civile con la tranquillità di chi sa che si sta reimmettendo qualcuno che è «guarito»? Se quest’uomo è stato condannato vuol dire che quando ha compiuto quell’orrendo reato era capace di intendere e di volere: lo ha fatto deliberatamente sapendo quello che faceva e volontariamente potando a compimento il suo proposito criminale. Il carcere lo ha guarito? Uno potrebbe dire che in questo momento sto facendo un ragionamento contraddittorio ma, secondo me, contraddittorio non è. Perché se è sacrosanto il diritto di vivere in carceri «vivibili» è altrettanto sacrosanto - e ci permettiamo forse anche di più - nutrire il diritto da parte dei minorenni e, in generale di tutti, soprattutto le donne, di non aver paura di essere attaccati e distrutti psicologicamente da un pedofilo o da un maniaco sessuale.
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Il sindaco di Genova Silvia Salis e il cantante Olly
Ovvero diversi soggetti vennero chiamati a fare un’offerta. Tra gli aggiudicatari ci fu anche la storica agenzia di eventi cittadina che l’attuale amministrazione ha estromesso dal bando per l’organizzazione dell’ultimo show di San Silvestro, secondo il Tar della Liguria in modo irregolare. Ma questa volta la Procura non sembra reattiva da par suo. Nessuna indagine in tempo reale (ormai il Capodanno è passato da quasi sette mesi). E anche giornali e tv non sembrano troppo interessati alla questione.
La Concertopoli denunciata dalla Verità con analisi delle sentenze della giustizia amministrativa e delle società vincitrici del bando non sembra appassionare i segugi del giornalismo investigativo locale, che non hanno dedicato neppure una riga alla storia della Rst events e della Ops eventi, due società controllate da Nicolò Sasso e Alessandro Orlando che a Genova ottengono affidamenti su affidamenti e organizzano quasi tutti gli eventi a cui partecipa da protagonista la sindaca Silvia Salis. Stiamo parlando di centinaia di migliaia di euro consegnati a una coppia di ditte con un solo dipendente. C’è poi la questione degli impianti sportivi comunali concessi gratuitamente dall’amministrazione comunale, con conti non proprio floridi. Per esempio la consigliera Anna Orlando ha chiesto delucidazioni sull’utilizzo, quasi certamente a titolo gratuito, dello stadio Luigi Ferraris per i tre concerti di Olly. Show privati per cui 90.000 fan hanno pagato tra i 49 e gli 89 euro a biglietto. Sarebbe stato «regalato» agli organizzatori anche il palazzetto dello sport cittadino per un quadrangolare internazionale di pallavolo. In questo caso, sempre senza bando, l’amministrazione ha versato anche un contributo di 180.000 euro alla Fipav che, però, le partite le ha fatte pagare profumatamente (70 euro a biglietto, comprensivi della prevendita). Da approfondire anche la questione della lounge extralusso allestita per gli ospiti vip a margine dell’evento di Capodanno. Agli invitati sarebbe stato offerto il catering di uno chef stellato e un servizio di baby-sitting.
polemiche
Ma torniamo alla gara delle polemiche. In vista del Capodanno 2025 il Comune lancia un bando che mette sul piatto 740.000 euro per portare almeno un grande artista a Genova. La Duemilagrandieventi propone un ribasso del 7,5%, circa 55.000 euro in meno rispetto alla base d’asta e assicura di avere pronti Ghali, i Subsonica e Joan Thiel. «Tutti e tre insieme», chiarisce Paola Donati, socia e direttrice dell’azienda. La Rst dentro alla busta ha, invece, il nome dei Pinguini tattici nucleari e un ribasso dello 0,5% (il costo complessivo è di 736.000 euro). La commissione aggiudicatrice, formata dalla dirigente dell’Ufficio Grandi eventi, Monica Bocchiardo, (secondo le nostre fonti in ottimi rapporti con i titolari della Rst), da Pietro Toso e Cinzia Marino, però, prima dell’aggiudicazione, fa la cosiddetta verifica di congruità e chiede alle parti di esibire i contratti firmati dei cantanti. La Duemilagrandieventi presenta le mail intercorse con gli agenti degli artisti e si sente rispondere che tali comunicazioni «sono riconducibili a mere trattative preliminari e non a un impegno vincolante per l’artista». In mancanza del «contratto di ingaggio o di opzione», viene espresso «il giudizio di incongruità dell’offerta». E anche se, dopo l’esclusione, alla società viene concesso di presentare eventuali accordi, la Duemilagradieventi fa sapere che, a quel punto, «nessun artista ha più ritenuto di sottoscrivere impegni definitivi per un evento di incerta organizzazione».
Parte così il ricorso al Tar, che dà ragione alla Duemilagrandieventi. Secondo i giudici amministrativi «dalla piana esegesi» del disciplinare di gara «si evince chiaramente che l’esistenza dei contratti di ingaggio degli artisti era necessaria solo al momento dell’aggiudicazione e non nelle fasi anteriori, quindi neppure nell’ambito del subprocedimento di verifica di congruità dell’offerta che, notoriamente, precede l’aggiudicazione». In seguito all’annullamento della gara, il Comune ha fatto ricorso e, a ottobre, il Consiglio di Stato dovrà dire la parola definitiva sulla querelle.
scintille
La consigliera leghista Paola Bordilli chiede da tempo chiarezza: «La sindaca ha incontrato, nel corso del bando di gara, gli aggiudicatari finali? Quali problemi ha la Salis a rispondere a questa domanda che pongo da novembre? Perché, nonostante abbiamo segnalato la questione al prefetto, il sindaco tace quasi in disprezzo anche della autorità governativa?». Durante le presunte trattative, i Pinguini tattici nucleari avrebbero accettato di limare leggermente il proprio cachet e, quasi contestualmente, il Comune avrebbe garantito un contributo per favorire lo sbarco di Olly nell’impianto genovese. Che sarebbe stato concesso gratuitamente.
Visto che gli spettacoli sono stati organizzati dalle medesime società, la domanda sorge spontanea: il presunto sconto sul gruppo milanese è stato bilanciato dalla possibilità di utilizzare lo stadio? Secondo una nostra fonte, la sindaca, quando ha saputo della vittoria del pacchetto con Ghali, non avrebbe gradito la notizia e non lo avrebbe nascosto. L’esclusione della Duemilagrandieventi è una conseguenza di quel presunto mancato gradimento della prima cittadina?
veglione
Si tratta di questioni ancora tutte da verificare. Noi abbiamo provato a chiederlo agli organizzatori, ma non ci è stata data risposta. Ma se la gara di Capodanno e l’annullamento deciso dal Tar sembrano interessare stampa, politica e magistratura molto meno dell’organizzazione del Tricapodanno da parte della giunta di centrodestra, resta aperto un altro tema. Quello della presunta telefonata tra Sasso e l’agente dello spettacolo Cristina Lodi, a cui, in vista del Capodanno 2025, l’imprenditore avrebbe riferito che non sarebbe stata gradita la sua presenza alla conferenza stampa e all’evento vero e proprio per la sua vecchia candidatura nelle fila del centrodestra.
Una vicenda che Sasso non ha voluto commentare, ma su cui è intervenuta Ilaria Cavo, deputata di Noi moderati e consigliera (più votata) del Comune di Genova: «Quello capitato a Cristina Lodi è un episodio molto increscioso. Bene che sia rientrato con la posizione dell’amministrazione comunale. Visto che è diventato pubblico, sarebbe opportuna una chiara presa di posizione della sindaca, anche se sono certa che tutto sia rientrato. Nessuna figura professionale può essere penalizzata per il fatto di essersi candidata in una lista politica, che in questo caso era “Noi moderati Bucci Orgoglio Genova” da me guidata».
La Cavo ha, però, un altro appunto da fare: «Quello che non torna, in questo momento, è soprattutto la rassegna stampa del Comune di Genova. Nonostante parlino della nostra città, non sono presenti gli articoli della Verità che questa settimana ha pubblicato inchieste su accrediti, concerti, sport legati a Genova. Un giorno può capitare, ma difficile pensare a una svista ripetuta. Ne chiederemo conto con un’interrogazione perché non può esserci il minimo sospetto di censura. I concerti e i grandi eventi che riempiono piazze e attirano i giovani li abbiamo sempre sostenuti e li continueremo a sostenere insieme al rispetto per la stampa».
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