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2021-02-05
Londra studia il mix di due vaccini. L’Italia sempre più vicina a Sputnik
Ansa
Nel Regno Unito si cercano volontari per il primo esperimento, a livello mondiale, che testerà l'efficacia della somministrazione di due vaccini diversi. A 820 persone, di età superiore ai 50 anni, verrà inoculata la prima dose con il farmaco Pfizer Biontech, o con quello di Astrazeneca, mentre il richiamo verrà fatto con un vaccino diverso, a intervalli di tempo differenti. Lo studio vuole verificare se la combinazione non modifica il livello di protezione dal Covid, ma ha pure l'ambizione di dimostrare che forse lo riesce a potenziare. I trial saranno gestiti dall'Università di Oxford e finanziati dalla task force del governo britannico sui vaccini. Lo studio si annuncia interessante anche perché, se i riscontri saranno positivi, il Regno Unito (così pure gli altri Paesi) non dovranno più dipendere dalle forniture delle singole case farmaceutiche. «Date le inevitabili sfide dell'immunizzazione di gran parte della popolazione contro il Covid-19 e i potenziali vincoli dell'offerta globale di vaccino, ci sono vantaggi a disporre di dati che potrebbero supportare un programma più flessibile», ha commentato Jonathan Van Tam, vice capo della Sanità inglese e responsabile dello studio. Ai volontari, che si stanno reclutando sul sito del National health service (Nhs), il sistema sanitario nazionale del Regno Unito, il vaccino sarà somministrato in maniera differente. Alcuni riceveranno due dosi dello stesso farmaco Pfizer Biontech, o Astrazeneca, altri avranno nella seconda somministrazione un vaccino diverso dal primo. Si testeranno anche intervalli distinti tra la prima e la seconda iniezione, alla ricerca di conferme dell'opportunità di modificare il calendario dei dosaggi. Per un gruppo di persone sarà dopo quattro settimane, secondo quando inizialmente raccomandato, mentre per altri avverrà dopo tre mesi come scelto dalle autorità britanniche per raggiungere più persone. Dopo la vaccinazione, nei volontari sarà monitorata la presenza di anticorpi anti Covid attraverso prelievi del sangue. «È possibile che, combinando i vaccini, la risposta immunitaria possa essere migliorata, fornendo livelli di anticorpi ancora più elevati e che durano più a lungo», ha infatti ipotizzato il professor Van Tam. Per Matthew Snape, ricercatore presso l'Università di Oxford, si potranno anche avere informazioni preziose «su come è possibile aumentare la protezione contro nuove varianti di virus». Il Regno Unito, il primo Paese occidentale a lanciare la campagna di vaccinazione, ha già vaccinato più di 10,5 milioni dei suoi 66 milioni di persone e mira a raggiungere 15 milioni entro metà febbraio, tra cui tutti gli over 70, gli operatori sanitari e i malati particolarmente fragili. Il sottosegretario inglese, Nadhim Zahawi, ha assicurato che una nuova combinazione di vaccini non sarà autorizzata «fino a quando i ricercatori e l'agenzia regolatrice del farmaco non saranno assolutamente certi che il metodo risulti sicuro ed efficace». Non è convinto che sia un percorso percorribile, anzi pensa che sia «aleatorio» il nostro presidente del Consiglio superiore di sanità, Franco Locatelli, che su Sky Tg24 ha così commentato l'idea: «Dobbiamo restare all'evidenza dei dati disponibili. I dati si riferiscono a un uso costante, tra la prima e la seconda vaccinazione, dello stesso tipo di vaccino». Locatelli ha definito, invece, «interessanti» i dati sul vaccino russo Sputnik apparsi sulla rivista scientifica The Lancet. Secondo il presidente del Css «ci dobbiamo accostare a ogni vaccino con un atteggiamento che definirei laico, cioè valutare quello che è il profilo di sicurezza ed efficacia attraverso analisi rigorose», e poi «fare valutazioni sulle pubblicazioni scientifiche che verranno a essere prodotte». Il vaccino russo è stato caldeggiato dall'assessore al Welfare e vice presidente della Regione Lombardia, Letizia Moratti, che ha chiesto al commissario all'emergenza, Domenico Arcuri, di iniziare a utilizzarlo. «Non dobbiamo avere timori delle origini dei vaccini, quello che per noi è importante è il passaggio all'Ema (l'agenzia europea farmaco, ndr)», ha replicato il ministro della Salute, Roberto Speranza. «Abbiamo sollecitato l'Ue alla valutazione scientifica sul vaccino russo e di altri Paesi», ha aggiunto. Per il governatore del Piemonte, Alberto Cirio «qualora ci fosse la possibilità per le Regioni di acquistare i vaccini in modo autonomo, noi saremmo pronti. Qualsiasi tipo di vaccino che sia in grado di salvare vite, e sul vaccino russo ci sono studi che darebbero una validità al 91%, per noi va bene», ha dichiarato. Il Piemonte, «con le sue università e le sue eccellenze» avrebbe «percorsi privilegiati anche nell'approvvigionamento dei vaccini». Intanto sono 152 i «drive through», i punti predisposti per le somministrazioni in auto, che la Difesa ha già schierato qualora richiesto dalle Asl o dal ministero della Salute. Di questi, 27 sono in Lombardia, 20 nel Lazio e 16 in Campania, altrettanti nel Veneto e 15 in Emilia Romagna.
Israele immunizza anche i sedicenni
Da ieri tutti gli israeliani sopra i 16 anni possono ricevere il vaccino per il Covid-19. Prima, infatti, i vaccini erano disponibili soltanto per i gruppi a rischio e per chiunque avesse più di 35 anni. Il ministro della Salute Yuli Edelstein ha invitato gli over 16 a farsi vaccinare: «Approfittate dell'opportunità che quasi nessun Paese al mondo ha», ha scritto su Twitter.
I dati diffusi ieri dal ministero della Salute israeliano parlano di circa 3,3 milioni di persone che hanno ricevuto almeno la prima dose (cioè oltre un terzo della popolazione totale che ammonta a 9 milioni). Di questi, a 1,9 milioni è stata inoculata anche la seconda.
«Incredibilmente, mentre in alcuni Paesi le persone sono arrabbiate con i loro governi, quasi fino al punto di ribellarsi a volte, per non aver fornito i vaccini, qui (in Israele, ndr) giacciono nei depositi», ha detto non senza un pizzico d'orgoglio per i ritmi della campagna vaccinale il ministro Edelstein alla radio Galey Israel. Il suo vice, Yoav Kisch, ha spiegato che i bambini dai 12 ai 16 anni potrebbero essere vaccinati da aprile, in attesa del via libera normativo. Per comprendere anche gli under 12, invece, «ci vorrà almeno un altro anno», ha dichiarato all'emittente radiofonica FM 103.
Gli ultimi sviluppi nella campagna vaccinale israeliana hanno due motivazioni. La prima è sanitaria: il virus continua a circolare, nonostante le dosi somministrate e le tre settimane di duro lockdown, a causa delle varianti più contagiose. La seconda è politica: il 23 marzo prossimo il Paese tornerà alle urne e il primo ministro Benjamin Netanyahu ha scommesso molto sulla campagna vaccinale. Il governo israeliano ha inoltre fatto un accordo con Pfizer che prevede la raccolta e l'invio all'azienda farmaceutica di informazioni sui pazienti vaccinati in cambio di una fornitura di dosi continua e anticipata, per la quale ha pagato un sovrapprezzo.
Ma l'ampliamento della popolazione vaccinabile non è l'unica notizia che arriva da Israele. Infatti, potremmo essere davanti a una svolta positiva sui dati che riguardano l'utilità dei vaccini anti Covid-19 dopo una singola dose. Infatti, secondo uno studio condotto proprio in Israele dopo settimane di somministrazione di massa su un campione di mezzo milione di persone, l'efficacia del vaccino Pfizer/BioNTech dopo tre settimane dalla prima dose si attesta al 90% del totale, il doppio di quanto stimato inizialmente. Lo studio, riporta il Guardian, «dimostra che una singola dose di vaccino è altamente protettiva, anche se possono essere necessari fino a 21 giorni per raggiungere questo obiettivo».
La ricerca non ancora sottoposta a peer review, quindi a verifica da parte di scienziati indipendenti, è stata svolta dai ricercatori dell'Università dell'East Anglia durante il programma di vaccinazioni di massa nel Paese. Nota non di poco conto: la ricerca è stata svolta nel Regno Unito, Paese che ha scommesso sull'iniziale strategia d'estensione dell'intervallo fra prima dose e richiamo.
Secondo le analisi del professor Paul Hunter e della dottoressa Julii Brainard una prima dose potrebbe già fornire una protezione adeguata. Tuttavia, gli esperti mettono in guardia anche su una controindicazione emersa nel comportamento dei vaccinati: a otto giorni dalla somministrazione della prima dose, il rischio di infezione sarebbe raddoppiato. Ciò potrebbe essere dovuto a una minore cautela da parte di chi ha ricevuto la vaccinazione. Lo studio sembra dunque contraddire quanto affermato solo il mese scorso dal professor Nachman Ash, responsabile del piano di vaccinazione in Israele, secondo cui una singola dose era apparsa «meno efficace di quanto si sperasse». Anche meno del 52% dichiarato da Pfizer.
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L'esperimento britannico testerà la combinazione dei farmaci Pfizer e Astrazeneca. Scettico Franco Locatelli (Css) che apre invece alla cura russa. La Difesa pronta a somministrare in 152 spazi mobili ora dedicati ai tamponi.In Israele oltre un terzo della popolazione ha già ricevuto il farmaco. I bimbi dai 12 anni forse da aprile. Rilevata l'efficacia già dalla prima dose di Pfizer sul 90% dei riceventi.Lo speciale contiene due articoli.Nel Regno Unito si cercano volontari per il primo esperimento, a livello mondiale, che testerà l'efficacia della somministrazione di due vaccini diversi. A 820 persone, di età superiore ai 50 anni, verrà inoculata la prima dose con il farmaco Pfizer Biontech, o con quello di Astrazeneca, mentre il richiamo verrà fatto con un vaccino diverso, a intervalli di tempo differenti. Lo studio vuole verificare se la combinazione non modifica il livello di protezione dal Covid, ma ha pure l'ambizione di dimostrare che forse lo riesce a potenziare. I trial saranno gestiti dall'Università di Oxford e finanziati dalla task force del governo britannico sui vaccini. Lo studio si annuncia interessante anche perché, se i riscontri saranno positivi, il Regno Unito (così pure gli altri Paesi) non dovranno più dipendere dalle forniture delle singole case farmaceutiche. «Date le inevitabili sfide dell'immunizzazione di gran parte della popolazione contro il Covid-19 e i potenziali vincoli dell'offerta globale di vaccino, ci sono vantaggi a disporre di dati che potrebbero supportare un programma più flessibile», ha commentato Jonathan Van Tam, vice capo della Sanità inglese e responsabile dello studio. Ai volontari, che si stanno reclutando sul sito del National health service (Nhs), il sistema sanitario nazionale del Regno Unito, il vaccino sarà somministrato in maniera differente. Alcuni riceveranno due dosi dello stesso farmaco Pfizer Biontech, o Astrazeneca, altri avranno nella seconda somministrazione un vaccino diverso dal primo. Si testeranno anche intervalli distinti tra la prima e la seconda iniezione, alla ricerca di conferme dell'opportunità di modificare il calendario dei dosaggi. Per un gruppo di persone sarà dopo quattro settimane, secondo quando inizialmente raccomandato, mentre per altri avverrà dopo tre mesi come scelto dalle autorità britanniche per raggiungere più persone. Dopo la vaccinazione, nei volontari sarà monitorata la presenza di anticorpi anti Covid attraverso prelievi del sangue. «È possibile che, combinando i vaccini, la risposta immunitaria possa essere migliorata, fornendo livelli di anticorpi ancora più elevati e che durano più a lungo», ha infatti ipotizzato il professor Van Tam. Per Matthew Snape, ricercatore presso l'Università di Oxford, si potranno anche avere informazioni preziose «su come è possibile aumentare la protezione contro nuove varianti di virus». Il Regno Unito, il primo Paese occidentale a lanciare la campagna di vaccinazione, ha già vaccinato più di 10,5 milioni dei suoi 66 milioni di persone e mira a raggiungere 15 milioni entro metà febbraio, tra cui tutti gli over 70, gli operatori sanitari e i malati particolarmente fragili. Il sottosegretario inglese, Nadhim Zahawi, ha assicurato che una nuova combinazione di vaccini non sarà autorizzata «fino a quando i ricercatori e l'agenzia regolatrice del farmaco non saranno assolutamente certi che il metodo risulti sicuro ed efficace». Non è convinto che sia un percorso percorribile, anzi pensa che sia «aleatorio» il nostro presidente del Consiglio superiore di sanità, Franco Locatelli, che su Sky Tg24 ha così commentato l'idea: «Dobbiamo restare all'evidenza dei dati disponibili. I dati si riferiscono a un uso costante, tra la prima e la seconda vaccinazione, dello stesso tipo di vaccino». Locatelli ha definito, invece, «interessanti» i dati sul vaccino russo Sputnik apparsi sulla rivista scientifica The Lancet. Secondo il presidente del Css «ci dobbiamo accostare a ogni vaccino con un atteggiamento che definirei laico, cioè valutare quello che è il profilo di sicurezza ed efficacia attraverso analisi rigorose», e poi «fare valutazioni sulle pubblicazioni scientifiche che verranno a essere prodotte». Il vaccino russo è stato caldeggiato dall'assessore al Welfare e vice presidente della Regione Lombardia, Letizia Moratti, che ha chiesto al commissario all'emergenza, Domenico Arcuri, di iniziare a utilizzarlo. «Non dobbiamo avere timori delle origini dei vaccini, quello che per noi è importante è il passaggio all'Ema (l'agenzia europea farmaco, ndr)», ha replicato il ministro della Salute, Roberto Speranza. «Abbiamo sollecitato l'Ue alla valutazione scientifica sul vaccino russo e di altri Paesi», ha aggiunto. Per il governatore del Piemonte, Alberto Cirio «qualora ci fosse la possibilità per le Regioni di acquistare i vaccini in modo autonomo, noi saremmo pronti. Qualsiasi tipo di vaccino che sia in grado di salvare vite, e sul vaccino russo ci sono studi che darebbero una validità al 91%, per noi va bene», ha dichiarato. Il Piemonte, «con le sue università e le sue eccellenze» avrebbe «percorsi privilegiati anche nell'approvvigionamento dei vaccini». Intanto sono 152 i «drive through», i punti predisposti per le somministrazioni in auto, che la Difesa ha già schierato qualora richiesto dalle Asl o dal ministero della Salute. Di questi, 27 sono in Lombardia, 20 nel Lazio e 16 in Campania, altrettanti nel Veneto e 15 in Emilia Romagna.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/londra-due-vaccini-litalia-sputnik-2650323534.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="israele-immunizza-anche-i-sedicenni" data-post-id="2650323534" data-published-at="1612498885" data-use-pagination="False"> Israele immunizza anche i sedicenni Da ieri tutti gli israeliani sopra i 16 anni possono ricevere il vaccino per il Covid-19. Prima, infatti, i vaccini erano disponibili soltanto per i gruppi a rischio e per chiunque avesse più di 35 anni. Il ministro della Salute Yuli Edelstein ha invitato gli over 16 a farsi vaccinare: «Approfittate dell'opportunità che quasi nessun Paese al mondo ha», ha scritto su Twitter. I dati diffusi ieri dal ministero della Salute israeliano parlano di circa 3,3 milioni di persone che hanno ricevuto almeno la prima dose (cioè oltre un terzo della popolazione totale che ammonta a 9 milioni). Di questi, a 1,9 milioni è stata inoculata anche la seconda. «Incredibilmente, mentre in alcuni Paesi le persone sono arrabbiate con i loro governi, quasi fino al punto di ribellarsi a volte, per non aver fornito i vaccini, qui (in Israele, ndr) giacciono nei depositi», ha detto non senza un pizzico d'orgoglio per i ritmi della campagna vaccinale il ministro Edelstein alla radio Galey Israel. Il suo vice, Yoav Kisch, ha spiegato che i bambini dai 12 ai 16 anni potrebbero essere vaccinati da aprile, in attesa del via libera normativo. Per comprendere anche gli under 12, invece, «ci vorrà almeno un altro anno», ha dichiarato all'emittente radiofonica FM 103. Gli ultimi sviluppi nella campagna vaccinale israeliana hanno due motivazioni. La prima è sanitaria: il virus continua a circolare, nonostante le dosi somministrate e le tre settimane di duro lockdown, a causa delle varianti più contagiose. La seconda è politica: il 23 marzo prossimo il Paese tornerà alle urne e il primo ministro Benjamin Netanyahu ha scommesso molto sulla campagna vaccinale. Il governo israeliano ha inoltre fatto un accordo con Pfizer che prevede la raccolta e l'invio all'azienda farmaceutica di informazioni sui pazienti vaccinati in cambio di una fornitura di dosi continua e anticipata, per la quale ha pagato un sovrapprezzo. Ma l'ampliamento della popolazione vaccinabile non è l'unica notizia che arriva da Israele. Infatti, potremmo essere davanti a una svolta positiva sui dati che riguardano l'utilità dei vaccini anti Covid-19 dopo una singola dose. Infatti, secondo uno studio condotto proprio in Israele dopo settimane di somministrazione di massa su un campione di mezzo milione di persone, l'efficacia del vaccino Pfizer/BioNTech dopo tre settimane dalla prima dose si attesta al 90% del totale, il doppio di quanto stimato inizialmente. Lo studio, riporta il Guardian, «dimostra che una singola dose di vaccino è altamente protettiva, anche se possono essere necessari fino a 21 giorni per raggiungere questo obiettivo». La ricerca non ancora sottoposta a peer review, quindi a verifica da parte di scienziati indipendenti, è stata svolta dai ricercatori dell'Università dell'East Anglia durante il programma di vaccinazioni di massa nel Paese. Nota non di poco conto: la ricerca è stata svolta nel Regno Unito, Paese che ha scommesso sull'iniziale strategia d'estensione dell'intervallo fra prima dose e richiamo. Secondo le analisi del professor Paul Hunter e della dottoressa Julii Brainard una prima dose potrebbe già fornire una protezione adeguata. Tuttavia, gli esperti mettono in guardia anche su una controindicazione emersa nel comportamento dei vaccinati: a otto giorni dalla somministrazione della prima dose, il rischio di infezione sarebbe raddoppiato. Ciò potrebbe essere dovuto a una minore cautela da parte di chi ha ricevuto la vaccinazione. Lo studio sembra dunque contraddire quanto affermato solo il mese scorso dal professor Nachman Ash, responsabile del piano di vaccinazione in Israele, secondo cui una singola dose era apparsa «meno efficace di quanto si sperasse». Anche meno del 52% dichiarato da Pfizer.
Jacques e Jessica Moretti con i loro avvocati (Ansa)
L’interrogatorio di oggi, a quanto risulta, ha riguardato i beni della coppia e le loro (sempre meno chiare) attività imprenditoriali, mentre un nuovo confronto sull’incendio si dovrebbe tenere domani. Ma questo è bastato per far prendere alle autorità svizzere, finalmente, la decisione di applicare per i due, accusati di omicidio colposo, lesioni e incendio colposo, le misure cautelari che i parenti delle vittime si aspettavano già da giorni. Per quanto riguarda Jaques, la procuratrice Catherine Seppey ha ritenuto che la sua nazionalità francese e le sue abitudini di spostarsi frequentemente da un luogo all’altro per affari fossero elementi sufficienti per ipotizzare che l’uomo potesse lasciare la Svizzera per tornare in patria. Soprattutto perché la Francia è un Paese che non estrada i suoi cittadini. L’uomo, al termine dell’incontro in Procura, è stato visto salire su un mezzo della polizia per essere tradotto in carcere.
La signora Moretti, invece, è uscita dagli uffici della polizia scortata dai suoi legali ed è stata mandata a casa, dove la Procura avrebbe chiesto per lei le misure domiciliari: dovrà indossare un braccialetto elettronico e presentarsi ogni tre giorni per la firma. Nell’immensa tragedia che ha stravolto la vita di tante famiglie, questo è il primo momento di riallineamento alla realtà dell’inchiesta svizzera, che fino ad oggi - anche a fronte di evidenze gravissime, dagli abusi dei gestori ai mancati controlli da parte degli enti pubblici - aveva tenuto un approccio ritenuto da molti troppo blando.
Nelle prossime 48 ore, comunque, la decisione dell’arresto e delle misure cautelari dovrà essere confermata dal giudice che si occupa, a livello cantonale, dei provvedimenti coercitivi.
Jessica, dunque, si sarebbe risparmiata il carcere in quanto - secondo alcuni media francesi - sarebbe madre di un bambino di 10 mesi (oltre a un primo figlio più grande, presente la sera dell’incendio come capo staff del locale andato a fuoco). La donna era arrivata oggi mattina a Sion, sede della procura generale del Canton Vallese, mano nella mano con Jaques, accompagnata dagli avvocati che seguono la coppia e scortata dalla polizia. I due erano entrati da una porta laterale degli uffici e lei - che la notte dell’incendio era presente a Le Constellation - con gli occhialoni scuri calati sulla faccia non aveva risposto ai giornalisti che la sollecitavano a porgere le scuse alle vittime.
Una volta uscita dall’interrogatorio, invece, trovatasi sola e con il marito in partenza per il carcere, Jessica ha parlato: «I miei pensieri costanti vanno alle vittime e alle persone che lottano tutt’oggi. È una tragedia inimmaginabile e mai avremmo pensato che potesse accadere. Si è verificata nella nostra struttura e ci tengo a chiedere scusa», ha detto, piangendo. Parole che, però, nella mente di chi vive un lutto così enorme, non riescono a cancellare l’idea che lei, quella notte davanti al fuoco che divampava, sia fuggita senza prestare soccorsi, se non addirittura con l’incasso della serata stretto tra le braccia.
Oggi, in Svizzera, era lutto nazionale e durante la cerimonia commemorativa dedicata alle vittime il consigliere di Stato del Canton Vallese, Stéphane Ganzer, ha fatto una promessa: «Adesso arriva il tempo della giustizia», ha detto. «È chiaro che avremmo potuto evitare questo dramma. Avremmo dovuto evitarlo. Ma ora la giustizia agirà in maniera rigorosa e indipendente».
Sempre oggi, il premier Giorgia Meloni, intervenendo alla usuale conferenza stampa di inizio anno, ha dichiarato: «Quello che è successo a Crans-Montana non è una disgrazia, è il risultato di troppe persone che non hanno fatto il loro lavoro o che pensavano di fare soldi facili. Ora le responsabilità devono essere individuate e perseguite». Ma torniamo, per un momento, a Jessica e al marito con due particolari che, se confermati, dicono molto della coppia, riportati dal quotidiano svizzero Inside Paradeplatz. Innanzitutto i domiciliari: la signora Moretti li passerà in un ambiente particolarmente confortevole, ossia la villa da 500 metri quadrati, di cui 147 di giardino, acquistata appena un anno fa dai due nel Comune di Lens per oltre 400.000 franchi. Per quanto riguarda Jaques, invece, sempre lo stesso quotidiano, scavando meglio sugli arresti che l’uomo in passato aveva scontato, ha scoperto che già avevano a che fare con la Svizzera. Secondo quanto riportato, infatti, Jaques, allora trentenne, abitava in un paesino francese ai confini con la Svizzera e da lì inviava giovani donne francesi a Ginevra per fare le «accompagnatrici» nelle località di lusso. Nel 2005 i francesi allertarono la polizia, ma poiché in Svizzera la prostituzione non è illegale, Jaques fu condannato in Francia a 12 mesi di carcere, dei quali ne scontò appena quattro. Intanto spuntano nuove accuse per la coppia: la notte della strage tolsero dai social video e foto del locale. A riferirlo uno dei legali delle vittime, l’avvocato Romain Jordan.
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«Gomorra. Le Origini» (Sky)
Non sarebbe stato il futuro, hanno deciso infine, ma il passato a permettere loro di continuare a vivere di Gomorra e dei suoi personaggi. Così, a cinque anni dall’ultima puntata della serie televisiva, dopo un film che ha approfondito verticalmente l’esistenza di uno fra i suoi protagonisti, gli sceneggiatori hanno scelto di confezionare un prequel di Gomorra. E di farlo insieme a Roberto Saviano. La storia, infatti, è frutto di un guizzo estemporaneo, calato, però, all'interno del romanzo originale: riavvolgere il nastro e spiegare (o provare a) come si sia arrivati laddove tutto è cominciato, a Secondigliano e alle lotte per il potere.
Pietro Savastano, allora, non boss, ma ragazzino. Gomorra: Le Origini, su Sky dalla prima serata di venerdì 9 gennaio, torna al 1977, all'anno in cui don Pietro Savastano è solo Pietro: un adolescente di strada, figlio di una famiglia indigente, di una Secondigliano povera e priva di mezzi. Sogna un futuro migliore, come gli amici che lo circondano. Ma questo futuro non sa come costruirlo, né con quali strumenti. Di lì, dunque, la scelta di accodarsi ad Angelo, detto 'a Sirena, reggente di quel pezzo di Napoli che per Savastano e i suoi amici è un tutto senza confini. Di qui, il fascino subito, l'invidia, la voglia di detenere un giorno quello stesso potere, quella stessa ricchezza.
Lo show, in sei episodi, racconta l'ascesa di don Pietro, quel don Pietro che sarebbe diventato padre di Gennaro Savastano e, dunque, motore della Gomorra vera e propria. Pare un romanzo di formazione al contrario, un romanzo di corruzione, la storia di un ragazzino che ha scelto di non scegliere, rimanendo dentro quelle storture che la prossimità gli ha insegnato a conoscere e riconoscere. Pietro Savastano, andando appresso ad Angelo, 'a Sirena, viene introdotto tra le fila della Camorra, al modus operandi della criminalità. Diventa quel che avrebbe dovuto evitare di essere. Ed è in questa sua metamorfosi che germina il seme di Gomorra, così come sette anni di messa in onda televisiva ce l'hanno raccontata.
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La normativa europea ha previsto un sistema graduale: nel 2024 copertura del 40% delle emissioni prodotte, poi salita al 70% nel 2025 e al 100% quest’anno. Un report del Centro studi Confindustria Sardegna ha disegnato uno scenario degli impatti della direttiva Ets trasporto marittimo sulle imprese dell’isola. Nello studio si sottolinea che se per un verso l’imposta dovrebbe accelerare l’introduzione di «innovazioni tecnologiche in grado di fornire un contributo estremamente significativo nella transizione ecologica, per un altro, ad oggi, assistiamo a un incremento esorbitante delle tariffe delle navi a totale discapito del sistema produttivo e del mercato finale». Considerando le due tratte più battute, la Cagliari-Livorno e, viceversa, la Olbia-Livorno, nel primo caso, nel 2024 l’Ets costava 6 euro a metro lineare per mezzo imbarcato (la misura media è di 13,6 metri lineari), con un costo complessivo di 81,60 euro. Nel 2025 l’importo a metro è passato a 16 euro con un sovraccosto di 217,60 euro. Per il 2026 con l’Ets al 100% l’onere, come ipotizza Confindustria, sarà di 27,14 euro a metro lineare e una maggior spesa per mezzo imbarcato di 369,10 euro. Questi rincari si scaricano lungo la filiera fino al consumatore finale. Il sistema Ets sta portando a un aumento anche del costo dei biglietti per i passeggeri. Le compagnie di navigazione hanno inserito nei preventivi una voce specifica, spesso chiamata «Supplemento Ets» o «Eco-Surcharge». Non è una tariffa fissa, ma varia in base alla lunghezza della tratta (ad esempio, la Civitavecchia-Olbia costa meno di supplemento rispetto alla Genova-Porto Torres). Poiché nel 2026 le compagnie devono coprire il 100% delle loro emissioni l’impatto sul prezzo finale è ora più visibile. C’è una nota parzialmente positiva: l’Unione europea ha previsto una deroga (esenzione) per i contratti di Continuità Territoriale fino al 2030. Questo significa che sulle rotte soggette a oneri di servizio pubblico (quelle «statali» con tariffe agevolate per i residenti), l’aumento dovrebbe essere nullo o molto contenuto. Il problema però è che molte rotte per la Sardegna sono operate in regime di «libero mercato» (soprattutto in estate o su tratte non coperte dalla continuità). Su queste navi, il rincaro Ets viene applicato pienamente e pagato da tutti, residenti e turisti. Alcune compagnie stanno cercando di compensare questi costi viaggiando a velocità ridotta per consumare meno carburante e pagare meno tasse, allungando però i tempi di percorrenza. Le aziende sarde hanno problematiche da affrontare anche per rimanere competitive. Per chi vuole risparmiare vale la regola dei voli, ovvero prenotare prima possibile perché i last minute sono diventati sensibilmente più costosi rispetto al passato.
Confitarma, l’associazione degli armatori, ha stimato che l’impatto totale per il sistema Italia nel 2026 dagli Ets a pieno regime, supererà i 600 milioni di euro. Questo costo, avverte l’organizzazione, non può essere assorbito dagli armatori senza mettere a rischio la sopravvivenza delle rotte. È inevitabile, se ne deduce, che potrebbe essere scaricato sulle tariffe. Cifre ufficiali non ci sono.Non c’è solo l’Ets. La Fuel Eu, altro regolamento europeo per diminuire le emissioni di gas serra, crea un costo aggiuntivo in Europa nel 2025 almeno tra 250 e 300 euro a tonnellata. L’aumento dei costi dei traghetti potrebbe spingere alcune aziende a preferire il trasporto tutto su gomma, dove possibile o a delocalizzare, aumentando le emissioni. Pertanto l’imprenditoria sarda si trova a dover pagare una tassa ambientale che chi produce in Lombardia o in Francia, usando camion su strada, non deve pagare allo stesso modo, creando una disparità di mercato. Cna Fita Sardegna ha segnalato che gli aumenti incidono in modo particolare sulle piccole imprese artigiane, già penalizzate dall’assenza di economie di scala e dall’impossibilità di accedere a meccanismi di compensazione automatica.
Sulla Cagliari-Livorno il costo a metro lineare è salito recentemente a 28,50 euro, con un totale di 387,60 euro per semirimorchio. Confrontando i dati con l’ultimo trimestre del 2025, la crescita arriva al 50%. La tratta Olbia-Livorno registra 23,60 euro a metro lineare, con un incremento del 43% rispetto al trimestre precedente. Le tariffe rischiano di rendere insostenibile la logistica per le aziende e c’è il pericolo di una stangata sui prezzi dei beni che viaggiano via mare.Intanto i marittimi respingono l’idea che questi aumenti abbiano a che fare con il costo del lavoro. «Sulle navi si naviga con equipaggi sempre più ridotti», spiegano, «spesso al limite della sicurezza. Non solo non beneficiamo di questi rincari, ma ne subiamo le conseguenze». Secondo i rappresentanti dei lavoratori del mare, negli ultimi anni le compagnie hanno puntato al contenimento dei costi comprimendo il personale. «Si parla di sostenibilità ambientale, ma non di sostenibilità sociale», sottolineano.
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