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2023-11-09
Vergogna inglese: Indi deve morire
Ansa
Nella foto più intensa fissa l’obiettivo dal lettino d’ospedale con lo sguardo allarmato. Indossa un golfino a fiori, ha un sondino su una guancia, è sorretta dalla mamma. Indi Gregory ha otto mesi e sembra dire: perché volete farmi morire? L’hanno condannata tre tribunali inglesi, la firma sul documento definitivo con l’intestazione dell’Alta Corte di Londra è quella del giudice Robert Peel che indica ai medici le modalità del fine vita: lo spegnimento del ventilatore che aiuta la piccola a respirare. Ai genitori estenuati dalla terribile battaglia non restava che un obiettivo: portarla via dal Queen’s Medical Center di Nottingham e farle conoscere, anche solo per qualche minuto, la cameretta di casa nel Derbyshire che non ha mai visto. Neppure questo è stato loro concesso. Oggi verrà staccata la spina.
Quella di Indi è una storia atroce con profili di disumanità istituzionale, ma non è una storia nuova. Perché proprio in Gran Bretagna - patria dell’Habeas Corpus - la macchina della buona morte per i bambini malati sta diventando una cupa consuetudine con i suoi burocratici protocolli. Per comprendere la banalità del male basta elencare la procedura: 1) diagnosi letale (in questo caso si tratta di sindrome da deperimento mitocondriale progressivo); 2) medici convinti che «staccarle la spina è nel suo migliore interesse»; 3) ricorso al tribunale da parte della direzione sanitaria dell’ospedale pubblico che non intende farsi carico di cure lunghe e con poche speranze; 4) giustizia con i cingoli che pretende di discutere in aula di bioetica; 5) respingimento sistematico dei ricorsi della famiglia sempre più disperata; 6) divieto di ammettere una seconda diagnosi, 7) coinvolgimento dell’Alta Corte che, in osservanza della giurisprudenza consolidata, decreta la condanna a morte, 8) esecuzione della pena in loco oppure in hospice. O nel caso più fortunato, in casa.
Non sono contemplate variazioni, anche se in questo caso il giudice ultimo è stato costretto ad affrontare un quarto d’ora di umanità, quando in aula sono stati proiettati i video nei quali Indi Gregory «piange, sorride e sgambetta». Poi si è tolto la parrucca ed è andato a giocare a golf. Nessuna pietà, tutto così agghiacciante, ma non siamo su Netflix. Nell’Occidente dei diritti universali, la macchina della morte messa in moto dallo Stato etico funziona alla perfezione. E la procedura non è stata scalfita neppure dalla decisione di Giorgia Meloni di dare la cittadinanza italiana alla piccola e di chiedere per lei il trasferimento a Roma, all’Ospedale del Bambino Gesù, per tentare di salvarla. Gli interessi della famiglia sono rappresentati in Italia dall’avvocato Simone Pillon, ma l’ordine è uno solo: sospendere la ventilazione assistita.
Papà Dean e mamma Claire sono sfiniti dal braccio di ferro, accarezzano la piccola mentre dorme, sostengono che lei «ci vede, ci sente e ci ama quando le siamo vicini». Non serve a niente, vince l’aberrante potere di un giudice di condannare a morte una persona malata contro la volontà di chi la rappresenta legalmente. Proprio come a suo tempo accadde ai genitori di Charlie Gard (10 mesi), Alfie Evans (2 anni), Archie Battersbee (12 anni), Isaiah Haasrtrup (8 mesi). Quando accennavamo ai burocratici protocolli intendevamo proprio l’ottusa ripetitività di una pratica ormai entrata a far parte del diritto consuetudinario: la via inglese all’eutanasia dei bambini malati. Nell’antica Sparta avevano almeno l’alibi di carenza di risonanze magnetiche.
Come negli altri casi, l’ultima speranza era rivolta alla Corte europea per i diritti dell’uomo, sempre pronta a giudicare i comportamenti sullo scibile umano (dalle misure carcerarie al trattamento dei migranti fino a Silvio Berlusconi) ma curiosamente in simili vicende «non competente su temi morali rispetto alle sovranità nazionali». Come da prestampato. Così anche questa volta, mentre si avverte lo sciacquio pilatesco di mani nel bacile. Con una coda beffarda: per Alfie e Isaiah gli ospedali ammisero le loro colpe. «Ce ne scusiamo senza riserve». Purtroppo, solo dopo le esecuzioni.
Indi deve morire, per lei il «restiamo umani» non vale. Lo hanno deciso il servizio sanitario e quello giudiziario di Sua Maestà. Sul pianeta delle sentenze i malati gravi che non hanno speranza di guarire devono essere soppressi: è la prassi ormai consolidata dell’eugenetica voluta dai tecnici del diritto e della scienza, l’agghiacciante rivalutazione del dottor Josef Mengele sotto la coperta calda della legge. Diceva Albert Einstein: «Due sono le cose infinite, l’universo e la stupidità dell’uomo. Sull’universo ho ancora dei dubbi».
Al termine del lungo viaggio dentro il dolore supremo di un figlio strappato dal sistema, papà Dean Gregory ha scritto una bellissima lettera: «In tribunale mi sembrava di essere stato trascinato all’inferno. Ma non può esistere un inferno senza paradiso e io voglio che Indi vada in paradiso. Per questo l’ho fatta battezzare». Oltre il suo grido disperato, il silenzio. Anche quello della Chiesa, che assiste immobile e impotente allo scempio di una bimba «che piange, sorride, sgambetta» ancora per qualche ora dentro un golfino a fiori.
Oggi alle 15 stop ai supporti vitali. I legali tentano l’ultimo ricorso
Indi Gregory dovrà morire al Queen’s Medical Center di Nottingham «o in un hospice ma non a casa» - contrariamente alla volontà dei genitori - e il respiratore che la tiene in vita sarà rimosso a partire dalle ore 14 (15 in Italia) di oggi. È quanto stabilito ieri dal giudice Robert Peel, dopo che martedì aveva tenuto un’udienza online urgente per decidere dove rimuovere il supporto vitale. Alla fine il giudice ha concluso che estubazione e cure palliative al domicilio della famiglia sarebbero «praticamente impossibili» e «contrarie al migliore interesse di Indi». Sono state così di nuovo accolte le istanze dei medici inglesi, a scapito pure del piano d’assistenza del Nhs Trust, che stabilisce che «i genitori dovrebbero essere supportati nel decidere dove sarebbe meglio fornire l’assistenza», e di quanto richiesto da Dean Gregory e Claire Staniforth, i genitori della bambina, i quali, sostenuti dal Christian Legal Centre, presenteranno nuovamente ricorso.Robert Peel, come già notato dalla Verità, è lo stesso che già il 13 ottobre scorso aveva dato il suo ok ai sostegni vitali alla bambina e che, poi, non aveva cambiato idea neppure dinnanzi alla disponibilità che, nella tarda serata del giorno 29, dall’ospedale Bambino Gesù di Roma – con nota del suo presidente, Tiziano Onesti – avevano reso alla famiglia, dicendosi «pronti ad accogliere e curare vostra figlia». Sarà per questo inflessibile ribadire la propria linea da parte del medesimo giudice che, contattato dalla Verità, Simone Pillon - l’avvocato incaricato dalla famiglia Gregory di seguire gli interessi della bimba in Italia e che tiene i contatti col Bambino Gesù - non è parso sorpreso dal verdetto. «Nel frattempo ci stiamo attivando per far riconoscere la sentenza del giudice italiano, stiamo facendo un lavoro in parallelo», ha dichiarato Pillon alla Verità, «da quando c’è la cittadinanza il quadro è cambiato». Il riferimento è a quanto avvenuto nelle scorse ore da parte del console italiano a Manchester, Matteo Corradini, il quale, su richiesta dei familiari della ora cittadina italiana Indi Gregory, nella sua funzione di giudice tutelare ha emesso un provvedimento d’urgenza, dichiarando la competenza del giudice italiano e autorizzando l’adozione del piano terapeutico proposto dall’ospedale Bambin Gesù di Roma e il trasferimento della minore a Roma. Il console ha altresì nominato un curatore speciale, il dottor Antonio Perno del Bambino Gesù, per gestire le procedure. Il decreto è stato comunicato al direttore generale dell’ospedale inglese per favorire una collaborazione, evitando conflitti di giurisdizione. Nel frattempo, nell’ospedale dov’è la bimba la tensione è salita, con minacce di procedere alla sospensione dei supporti vitali. «Prima della sentenza del giudice», ha sottolineato in un comunicato redatto insieme a Pillon Jacopo Coghe, portavoce di Pro Vita & Famiglia onlus, «i vertici del Servizio sanitario nazionale hanno minacciato di rimuovere il supporto vitale già ieri, senza la presenza dei familiari».«Chiediamo a tutti i soggetti coinvolti, a vario titolo, in Italia e nel Regno Unito», ha aggiunto Coghe, «d’ intensificare ogni sforzo per portare la nostra concittadina Indi Gregory in Italia». Sulla vicenda è intervenuta anche la Conferenza episcopale di Inghilterra e Galles. «La tragica situazione della piccola Indi Gregory spezza il cuore», hanno scritto in una nota i vescovi inglesi, «soprattutto pensando all’affetto dei suoi genitori, Claire e Dean, dei suoi fratelli e della sua famiglia estesa». Il vescovo responsabile per il settore vita, Sherrington, e il vescovo McKinney della diocesi di Nottingham, hanno inoltre affermato: «Chi cura Indi, pensa di aver fatto tutto il possibile per aiutarla, tuttavia, come persone di speranza, capiamo che I suoi genitori vogliano esplorare ogni possibilità di allungare la sua vita».
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Malgrado la concessione della nostra cittadinanza, la disponibilità del Bambino Gesù e l’intervento di un giudice italiano, l’Alta Corte britannica ordina che venga staccata la spina alla piccola malata. Calpestate volontà dei genitori e umana pietà.L’avvocato della famiglia, Simone Pillon: «Ci stiamo attivando». Si muove il console italiano.Lo speciale contiene due articoli. Nella foto più intensa fissa l’obiettivo dal lettino d’ospedale con lo sguardo allarmato. Indossa un golfino a fiori, ha un sondino su una guancia, è sorretta dalla mamma. Indi Gregory ha otto mesi e sembra dire: perché volete farmi morire? L’hanno condannata tre tribunali inglesi, la firma sul documento definitivo con l’intestazione dell’Alta Corte di Londra è quella del giudice Robert Peel che indica ai medici le modalità del fine vita: lo spegnimento del ventilatore che aiuta la piccola a respirare. Ai genitori estenuati dalla terribile battaglia non restava che un obiettivo: portarla via dal Queen’s Medical Center di Nottingham e farle conoscere, anche solo per qualche minuto, la cameretta di casa nel Derbyshire che non ha mai visto. Neppure questo è stato loro concesso. Oggi verrà staccata la spina.Quella di Indi è una storia atroce con profili di disumanità istituzionale, ma non è una storia nuova. Perché proprio in Gran Bretagna - patria dell’Habeas Corpus - la macchina della buona morte per i bambini malati sta diventando una cupa consuetudine con i suoi burocratici protocolli. Per comprendere la banalità del male basta elencare la procedura: 1) diagnosi letale (in questo caso si tratta di sindrome da deperimento mitocondriale progressivo); 2) medici convinti che «staccarle la spina è nel suo migliore interesse»; 3) ricorso al tribunale da parte della direzione sanitaria dell’ospedale pubblico che non intende farsi carico di cure lunghe e con poche speranze; 4) giustizia con i cingoli che pretende di discutere in aula di bioetica; 5) respingimento sistematico dei ricorsi della famiglia sempre più disperata; 6) divieto di ammettere una seconda diagnosi, 7) coinvolgimento dell’Alta Corte che, in osservanza della giurisprudenza consolidata, decreta la condanna a morte, 8) esecuzione della pena in loco oppure in hospice. O nel caso più fortunato, in casa. Non sono contemplate variazioni, anche se in questo caso il giudice ultimo è stato costretto ad affrontare un quarto d’ora di umanità, quando in aula sono stati proiettati i video nei quali Indi Gregory «piange, sorride e sgambetta». Poi si è tolto la parrucca ed è andato a giocare a golf. Nessuna pietà, tutto così agghiacciante, ma non siamo su Netflix. Nell’Occidente dei diritti universali, la macchina della morte messa in moto dallo Stato etico funziona alla perfezione. E la procedura non è stata scalfita neppure dalla decisione di Giorgia Meloni di dare la cittadinanza italiana alla piccola e di chiedere per lei il trasferimento a Roma, all’Ospedale del Bambino Gesù, per tentare di salvarla. Gli interessi della famiglia sono rappresentati in Italia dall’avvocato Simone Pillon, ma l’ordine è uno solo: sospendere la ventilazione assistita.Papà Dean e mamma Claire sono sfiniti dal braccio di ferro, accarezzano la piccola mentre dorme, sostengono che lei «ci vede, ci sente e ci ama quando le siamo vicini». Non serve a niente, vince l’aberrante potere di un giudice di condannare a morte una persona malata contro la volontà di chi la rappresenta legalmente. Proprio come a suo tempo accadde ai genitori di Charlie Gard (10 mesi), Alfie Evans (2 anni), Archie Battersbee (12 anni), Isaiah Haasrtrup (8 mesi). Quando accennavamo ai burocratici protocolli intendevamo proprio l’ottusa ripetitività di una pratica ormai entrata a far parte del diritto consuetudinario: la via inglese all’eutanasia dei bambini malati. Nell’antica Sparta avevano almeno l’alibi di carenza di risonanze magnetiche. Come negli altri casi, l’ultima speranza era rivolta alla Corte europea per i diritti dell’uomo, sempre pronta a giudicare i comportamenti sullo scibile umano (dalle misure carcerarie al trattamento dei migranti fino a Silvio Berlusconi) ma curiosamente in simili vicende «non competente su temi morali rispetto alle sovranità nazionali». Come da prestampato. Così anche questa volta, mentre si avverte lo sciacquio pilatesco di mani nel bacile. Con una coda beffarda: per Alfie e Isaiah gli ospedali ammisero le loro colpe. «Ce ne scusiamo senza riserve». Purtroppo, solo dopo le esecuzioni. Indi deve morire, per lei il «restiamo umani» non vale. Lo hanno deciso il servizio sanitario e quello giudiziario di Sua Maestà. Sul pianeta delle sentenze i malati gravi che non hanno speranza di guarire devono essere soppressi: è la prassi ormai consolidata dell’eugenetica voluta dai tecnici del diritto e della scienza, l’agghiacciante rivalutazione del dottor Josef Mengele sotto la coperta calda della legge. Diceva Albert Einstein: «Due sono le cose infinite, l’universo e la stupidità dell’uomo. Sull’universo ho ancora dei dubbi». Al termine del lungo viaggio dentro il dolore supremo di un figlio strappato dal sistema, papà Dean Gregory ha scritto una bellissima lettera: «In tribunale mi sembrava di essere stato trascinato all’inferno. Ma non può esistere un inferno senza paradiso e io voglio che Indi vada in paradiso. Per questo l’ho fatta battezzare». Oltre il suo grido disperato, il silenzio. Anche quello della Chiesa, che assiste immobile e impotente allo scempio di una bimba «che piange, sorride, sgambetta» ancora per qualche ora dentro un golfino a fiori.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/londra-condanna-indi-a-morte-2666190530.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="oggi-alle-15-stop-ai-supporti-vitali-i-legali-tentano-lultimo-ricorso" data-post-id="2666190530" data-published-at="1699479116" data-use-pagination="False"> Oggi alle 15 stop ai supporti vitali. I legali tentano l’ultimo ricorso Indi Gregory dovrà morire al Queen’s Medical Center di Nottingham «o in un hospice ma non a casa» - contrariamente alla volontà dei genitori - e il respiratore che la tiene in vita sarà rimosso a partire dalle ore 14 (15 in Italia) di oggi. È quanto stabilito ieri dal giudice Robert Peel, dopo che martedì aveva tenuto un’udienza online urgente per decidere dove rimuovere il supporto vitale. Alla fine il giudice ha concluso che estubazione e cure palliative al domicilio della famiglia sarebbero «praticamente impossibili» e «contrarie al migliore interesse di Indi». Sono state così di nuovo accolte le istanze dei medici inglesi, a scapito pure del piano d’assistenza del Nhs Trust, che stabilisce che «i genitori dovrebbero essere supportati nel decidere dove sarebbe meglio fornire l’assistenza», e di quanto richiesto da Dean Gregory e Claire Staniforth, i genitori della bambina, i quali, sostenuti dal Christian Legal Centre, presenteranno nuovamente ricorso.Robert Peel, come già notato dalla Verità, è lo stesso che già il 13 ottobre scorso aveva dato il suo ok ai sostegni vitali alla bambina e che, poi, non aveva cambiato idea neppure dinnanzi alla disponibilità che, nella tarda serata del giorno 29, dall’ospedale Bambino Gesù di Roma – con nota del suo presidente, Tiziano Onesti – avevano reso alla famiglia, dicendosi «pronti ad accogliere e curare vostra figlia». Sarà per questo inflessibile ribadire la propria linea da parte del medesimo giudice che, contattato dalla Verità, Simone Pillon - l’avvocato incaricato dalla famiglia Gregory di seguire gli interessi della bimba in Italia e che tiene i contatti col Bambino Gesù - non è parso sorpreso dal verdetto. «Nel frattempo ci stiamo attivando per far riconoscere la sentenza del giudice italiano, stiamo facendo un lavoro in parallelo», ha dichiarato Pillon alla Verità, «da quando c’è la cittadinanza il quadro è cambiato». Il riferimento è a quanto avvenuto nelle scorse ore da parte del console italiano a Manchester, Matteo Corradini, il quale, su richiesta dei familiari della ora cittadina italiana Indi Gregory, nella sua funzione di giudice tutelare ha emesso un provvedimento d’urgenza, dichiarando la competenza del giudice italiano e autorizzando l’adozione del piano terapeutico proposto dall’ospedale Bambin Gesù di Roma e il trasferimento della minore a Roma. Il console ha altresì nominato un curatore speciale, il dottor Antonio Perno del Bambino Gesù, per gestire le procedure. Il decreto è stato comunicato al direttore generale dell’ospedale inglese per favorire una collaborazione, evitando conflitti di giurisdizione. Nel frattempo, nell’ospedale dov’è la bimba la tensione è salita, con minacce di procedere alla sospensione dei supporti vitali. «Prima della sentenza del giudice», ha sottolineato in un comunicato redatto insieme a Pillon Jacopo Coghe, portavoce di Pro Vita & Famiglia onlus, «i vertici del Servizio sanitario nazionale hanno minacciato di rimuovere il supporto vitale già ieri, senza la presenza dei familiari».«Chiediamo a tutti i soggetti coinvolti, a vario titolo, in Italia e nel Regno Unito», ha aggiunto Coghe, «d’ intensificare ogni sforzo per portare la nostra concittadina Indi Gregory in Italia». Sulla vicenda è intervenuta anche la Conferenza episcopale di Inghilterra e Galles. «La tragica situazione della piccola Indi Gregory spezza il cuore», hanno scritto in una nota i vescovi inglesi, «soprattutto pensando all’affetto dei suoi genitori, Claire e Dean, dei suoi fratelli e della sua famiglia estesa». Il vescovo responsabile per il settore vita, Sherrington, e il vescovo McKinney della diocesi di Nottingham, hanno inoltre affermato: «Chi cura Indi, pensa di aver fatto tutto il possibile per aiutarla, tuttavia, come persone di speranza, capiamo che I suoi genitori vogliano esplorare ogni possibilità di allungare la sua vita».
«Quando ci si adopera per una cura adeguata della nostra Casa comune e di tutti, deve essere considerato un approccio integrale», scrivono i cardinali Michael Czerny e Kevin Joseph Farrell - prefetti rispettivamente dei due citati dicasteri - nell’introduzione al testo dove, peraltro, non manca una citazione di papa Benedetto XVI.
Certo, ci sono pure vari richiami a papa Francesco, com’è inevitabile avendo egli dedicato all’ecologia un’intera enciclica, la Laudato si' (2015). Tuttavia, il testo è del tutto coerente con la linea di papa Leone XIV, il quale, pur citando spesso papa Bergoglio, guida ora la Chiesa su acque dottrinalmente ben più tranquille. Prova ne è il fatto che L’ecologia integrale nella vita della famiglia non si limita, si potrebbe ironizzare, a invitare a fare la raccolta differenziata, ma dedica più passaggi a richiamare il ruolo stesso di quella che, per i cattolici, è la cellula fondamentale della società. Il documento infatti non parla genericamente di famiglia, ma lo fa sempre in riferimento al sacramento matrimoniale; non è un caso che il termine «matrimonio» ricorra ben dieci volte.
A tal proposito, sovvengono le parole di papa Prevost, che nell’omelia in occasione della Messa per il giubileo delle Famiglie, nelle prime settimane del suo pontificato, aveva precisato, esprimendo una linea cristallina, che «il matrimonio non è un ideale ma il canone del vero amore». Non stupisce, allora, che nelle pagine del documento appena pubblicato la famiglia fondata sul sacramento del matrimonio sia richiamata così spesso. Ma c’è più. In un testo che si presenta come di «ecologia integrale», con cioè una prospettiva che si prende cura del creato nel suo insieme, traspare con forza l’idea che non esista cura dell’ambiente senza quella dell’uomo, tanto che viene sottolineata con forza la necessità di far «rispettare la vita umana dal concepimento alla morte naturale dicendo no all’aborto, all’eutanasia, alla maternità surrogata e alle tecniche di fecondazione assistita e alla loro promozione» (p. 34).
Poco prima, anche una condanna all’ideologia antinatalista: «Oggi c’è la tendenza a considerare la crescita demografica come la principale minaccia per l’umanità» (p. 29). A seguire, un ammonimento ai governi che «operano attivamente per la diffusione dell’aborto, promuovendo talvolta l’adozione della pratica della sterilizzazione» e impongono «un forte controllo delle nascite» (p. 30).
Anche le proposte educative alle giovani generazioni, sia pure calibrate sul tema ambientale, sposano sempre un’antropologia cristiana. Così, nelle pagine dedicate all’istruzione, troviamo sì riferimenti all’importanza di «chiedere alla scuola di aggiornare le proprie attività e manuali didattici in materia di ecologia» e a quella di «educare a non sprecare il cibo» (p. 58); ma quest’ultimo impegno arriva comunque dopo l’esortazione a «parlare in maniera adeguata all’età della necessità di proteggere la vita umana da aborto, maternità surrogata ed eutanasia» (p. 57). Il solco tra l’ecologia integrale cristiana e l’ambientalismo caro al mainstream è davvero lampante.
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Il professor Pier Luigi Petrillo ha dato l’anima per questo traguardo. Ieri 27 aprile s’è scoperto grazie alla mobilitazione della Coldiretti - ha portato al passo del Brennero 10.000 agricoltori - che alcuni piatti simbolo di questa cucina sono fatti con ingredienti che d’italiano hanno solo l’etichetta. Una rivelazione scioccante riguarda le mozzarelle campane della serie «tu vulive a pizza c’ha mozzarella e a pummarola in coppa e niente chiù». Secondo l’analisi di Coldiretti e Centro Studi Divulga su dati del ministero della Salute, «l’Italia ha importato nel 2025 circa 1,5 milioni di quintali di cagliate su un totale di 6,4 milioni di quintali di formaggi che arrivano nel nostro Paese (+9% rispetto al 2024)». Passano quasi tutti dal Brennero e «oltre la metà delle cagliate importate finiscono a Napoli (306.000 quintali) a Benevento (183.000 quintali), Campobasso (134.000) e Salerno (92.000)». Due terzi delle cagliate tedesche e polacche sono lavorate al Sud con la Campania che ne assorbe il 46,7%. Ieri al Brennero – Coldiretti aveva il supporto della Guardia di Finanza - hanno scoperto i «Tir dell’orrore». Correva il 9 gennaio 2026 quando sempre il ministro Francesco Lollobrigida annunciava che contrariamente a quanto sostenuto per anni l’Italia diceva sì al Mercosur - il trattato commerciale col Sud America – perché si erano ottenute da Ursula von der Leyen stringenti garanzie sulle clausole di reciprocità, sull’applicazione dell’etichetta d’origine e sullo stabilire in Italia l’autorità doganale europea visto che nessuno si fida dei controlli che fanno gli olandesi. La dogana europea ora sta Lille in Francia che ha detto no al Mercosur. Ursula forse s’è distratta. Al Brennero sono saltati fuori kiwi cileni (l’Italia è il primo produttore al mondo di questi frutti avendo superato anche la Nuova Zelanda) fettine di pollo sudamericano che diventano crocchette italiane, carciofi egiziani, lavorati e venduti come sottaceto italiani, arance sudafricane che diventano succhi di frutta italiani, grano canadese trasformato in pasta italiana. Tutta roba che passa da Rotterdam mentre i nostri partner europei ci danno le cosce di maiale fresche – sono le più «spacciate» al Brennero - che arrivano dalla Germania, dall’Olanda, dalla Danimarca, dalla Francia e diventano prosciutti italiani, così come tonnellate di miele tedesco, centinaia di migliaia di litri di latte francese e polacco e le mozzarelle tedesche già confezionate col tricolore. Un danno enorme alla nostra agricoltura, ma anche alla nostra reputazione commerciale dovuto al codice doganale europeo che consente di etichettare come italiano il prodotto che subisce in Italia anche solo il confezionamento.
«Al centro della mobilitazione che da mesi ha coinvolto almeno 100.000 agricoltori e ha la sua tappa finale qui al Brennero», spiega il segretario generale di Coldiretti Vincenzo Gesmundo, «c’è la battaglia per la revisione della normativa sull’ultima trasformazione che penalizza il lavoro agricolo nazionale e altera profondamente la trasparenza del mercato. E poi vogliamo l’etichetta di origine». Ettore Prandini, che di Coldiretti è il presidente, ribadisce: «L’agroalimentare rappresenta una filiera strategica per il Paese, che vale 707 miliardi di euro e garantisce 4 milioni di posti di lavoro, assistiamo a meccanismi che alterano la concorrenza, comprimono il reddito degli agricoltori e compromettono l’immagine del vero Made in Italy. Vogliamo un intervento europeo immediato. A partire da tre elementi: la sicurezza alimentare, la salute dei consumatori, il reddito degli agricoltori». E giovedì in Coldiretti si replica. A Roma si parla di cibo e salute con il commissario europeo Olivér Várhelyi.
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Matteo Salvini e coniugi Trevaillon (Ansa)
Dopo un colloquio di un’ora nel Municipio dove ha incontrato il sindaco Giuseppe Masciulli, Salvini si è recato nella casa nel bosco dove tutto ha avuto inizio. E dove, dopo la scadenza del contratto con il B&B che la ospitava, la coppia ha fatto ritorno proprio in questi giorni. Ma senza figli. «Ci sono i pannelli solari, il bosco, il fiume, le piante, l’asino. È stato chiesto loro di sistemare casa, fatto. La questione sanitaria, c’è il pediatra, le vaccinazioni, fatto. Sistemate le domande educative, c’è l’insegnante pronta. Non capisco cosa si deve aspettare!», ha detto ancora Salvini. «Io sono sicuro che tutti hanno agito in buona fede ma probabilmente qualcuno ha sbagliato valutazione», ha proseguito riferendosi alla decisione del tribunale per i minorenni dell’Aquila dello scorso 20 novembre con cui aveva sospeso la responsabilità genitoriale della coppia sui tre figli. E all’odissea che ne è seguita. Come l’allontanamento di mamma Catherine dalla casa famiglia deciso lo scorso 6 marzo, in quanto ritenuta un possibile ostacolo al percorso educativo dei minori.
Da allora gli incontri sono stati limitati al massimo. Solo negli ultimi giorni è arrivata la concessione di una videochiamata, forse un piccolo segnale di riavvicinamento, mentre per un incontro in presenza si dovranno attendere ulteriori sviluppi nel percorso stabilito dal tribunale. Che ancora non è chiaro. Come ha sottolineato il sindaco, che ha puntato il dito contro l’assenza di un programma che faccia intravedere un esito finale positivo della vicenda. Una lacuna inaccettabile, spiega, a cinque mesi dall’ordinanza e dopo la soluzione di gran parte delle criticità. Anche perché la gestione dell’intera vicenda è costata al Comune di 850 abitanti già 50.000 euro. Una spesa che, in assenza di un percorso definito, potrebbe raddoppiare.
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Ecco #DimmiLaVerità del 28 aprile 2026. Il nostro Alessandro Da Rold ci spiega perché giovedì sarà il giorno cruciale per l'inchiesta su Rocchi e gli arbitri.