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2023-11-09
Vergogna inglese: Indi deve morire
Ansa
Nella foto più intensa fissa l’obiettivo dal lettino d’ospedale con lo sguardo allarmato. Indossa un golfino a fiori, ha un sondino su una guancia, è sorretta dalla mamma. Indi Gregory ha otto mesi e sembra dire: perché volete farmi morire? L’hanno condannata tre tribunali inglesi, la firma sul documento definitivo con l’intestazione dell’Alta Corte di Londra è quella del giudice Robert Peel che indica ai medici le modalità del fine vita: lo spegnimento del ventilatore che aiuta la piccola a respirare. Ai genitori estenuati dalla terribile battaglia non restava che un obiettivo: portarla via dal Queen’s Medical Center di Nottingham e farle conoscere, anche solo per qualche minuto, la cameretta di casa nel Derbyshire che non ha mai visto. Neppure questo è stato loro concesso. Oggi verrà staccata la spina.
Quella di Indi è una storia atroce con profili di disumanità istituzionale, ma non è una storia nuova. Perché proprio in Gran Bretagna - patria dell’Habeas Corpus - la macchina della buona morte per i bambini malati sta diventando una cupa consuetudine con i suoi burocratici protocolli. Per comprendere la banalità del male basta elencare la procedura: 1) diagnosi letale (in questo caso si tratta di sindrome da deperimento mitocondriale progressivo); 2) medici convinti che «staccarle la spina è nel suo migliore interesse»; 3) ricorso al tribunale da parte della direzione sanitaria dell’ospedale pubblico che non intende farsi carico di cure lunghe e con poche speranze; 4) giustizia con i cingoli che pretende di discutere in aula di bioetica; 5) respingimento sistematico dei ricorsi della famiglia sempre più disperata; 6) divieto di ammettere una seconda diagnosi, 7) coinvolgimento dell’Alta Corte che, in osservanza della giurisprudenza consolidata, decreta la condanna a morte, 8) esecuzione della pena in loco oppure in hospice. O nel caso più fortunato, in casa.
Non sono contemplate variazioni, anche se in questo caso il giudice ultimo è stato costretto ad affrontare un quarto d’ora di umanità, quando in aula sono stati proiettati i video nei quali Indi Gregory «piange, sorride e sgambetta». Poi si è tolto la parrucca ed è andato a giocare a golf. Nessuna pietà, tutto così agghiacciante, ma non siamo su Netflix. Nell’Occidente dei diritti universali, la macchina della morte messa in moto dallo Stato etico funziona alla perfezione. E la procedura non è stata scalfita neppure dalla decisione di Giorgia Meloni di dare la cittadinanza italiana alla piccola e di chiedere per lei il trasferimento a Roma, all’Ospedale del Bambino Gesù, per tentare di salvarla. Gli interessi della famiglia sono rappresentati in Italia dall’avvocato Simone Pillon, ma l’ordine è uno solo: sospendere la ventilazione assistita.
Papà Dean e mamma Claire sono sfiniti dal braccio di ferro, accarezzano la piccola mentre dorme, sostengono che lei «ci vede, ci sente e ci ama quando le siamo vicini». Non serve a niente, vince l’aberrante potere di un giudice di condannare a morte una persona malata contro la volontà di chi la rappresenta legalmente. Proprio come a suo tempo accadde ai genitori di Charlie Gard (10 mesi), Alfie Evans (2 anni), Archie Battersbee (12 anni), Isaiah Haasrtrup (8 mesi). Quando accennavamo ai burocratici protocolli intendevamo proprio l’ottusa ripetitività di una pratica ormai entrata a far parte del diritto consuetudinario: la via inglese all’eutanasia dei bambini malati. Nell’antica Sparta avevano almeno l’alibi di carenza di risonanze magnetiche.
Come negli altri casi, l’ultima speranza era rivolta alla Corte europea per i diritti dell’uomo, sempre pronta a giudicare i comportamenti sullo scibile umano (dalle misure carcerarie al trattamento dei migranti fino a Silvio Berlusconi) ma curiosamente in simili vicende «non competente su temi morali rispetto alle sovranità nazionali». Come da prestampato. Così anche questa volta, mentre si avverte lo sciacquio pilatesco di mani nel bacile. Con una coda beffarda: per Alfie e Isaiah gli ospedali ammisero le loro colpe. «Ce ne scusiamo senza riserve». Purtroppo, solo dopo le esecuzioni.
Indi deve morire, per lei il «restiamo umani» non vale. Lo hanno deciso il servizio sanitario e quello giudiziario di Sua Maestà. Sul pianeta delle sentenze i malati gravi che non hanno speranza di guarire devono essere soppressi: è la prassi ormai consolidata dell’eugenetica voluta dai tecnici del diritto e della scienza, l’agghiacciante rivalutazione del dottor Josef Mengele sotto la coperta calda della legge. Diceva Albert Einstein: «Due sono le cose infinite, l’universo e la stupidità dell’uomo. Sull’universo ho ancora dei dubbi».
Al termine del lungo viaggio dentro il dolore supremo di un figlio strappato dal sistema, papà Dean Gregory ha scritto una bellissima lettera: «In tribunale mi sembrava di essere stato trascinato all’inferno. Ma non può esistere un inferno senza paradiso e io voglio che Indi vada in paradiso. Per questo l’ho fatta battezzare». Oltre il suo grido disperato, il silenzio. Anche quello della Chiesa, che assiste immobile e impotente allo scempio di una bimba «che piange, sorride, sgambetta» ancora per qualche ora dentro un golfino a fiori.
Oggi alle 15 stop ai supporti vitali. I legali tentano l’ultimo ricorso
Indi Gregory dovrà morire al Queen’s Medical Center di Nottingham «o in un hospice ma non a casa» - contrariamente alla volontà dei genitori - e il respiratore che la tiene in vita sarà rimosso a partire dalle ore 14 (15 in Italia) di oggi. È quanto stabilito ieri dal giudice Robert Peel, dopo che martedì aveva tenuto un’udienza online urgente per decidere dove rimuovere il supporto vitale. Alla fine il giudice ha concluso che estubazione e cure palliative al domicilio della famiglia sarebbero «praticamente impossibili» e «contrarie al migliore interesse di Indi». Sono state così di nuovo accolte le istanze dei medici inglesi, a scapito pure del piano d’assistenza del Nhs Trust, che stabilisce che «i genitori dovrebbero essere supportati nel decidere dove sarebbe meglio fornire l’assistenza», e di quanto richiesto da Dean Gregory e Claire Staniforth, i genitori della bambina, i quali, sostenuti dal Christian Legal Centre, presenteranno nuovamente ricorso.Robert Peel, come già notato dalla Verità, è lo stesso che già il 13 ottobre scorso aveva dato il suo ok ai sostegni vitali alla bambina e che, poi, non aveva cambiato idea neppure dinnanzi alla disponibilità che, nella tarda serata del giorno 29, dall’ospedale Bambino Gesù di Roma – con nota del suo presidente, Tiziano Onesti – avevano reso alla famiglia, dicendosi «pronti ad accogliere e curare vostra figlia». Sarà per questo inflessibile ribadire la propria linea da parte del medesimo giudice che, contattato dalla Verità, Simone Pillon - l’avvocato incaricato dalla famiglia Gregory di seguire gli interessi della bimba in Italia e che tiene i contatti col Bambino Gesù - non è parso sorpreso dal verdetto. «Nel frattempo ci stiamo attivando per far riconoscere la sentenza del giudice italiano, stiamo facendo un lavoro in parallelo», ha dichiarato Pillon alla Verità, «da quando c’è la cittadinanza il quadro è cambiato». Il riferimento è a quanto avvenuto nelle scorse ore da parte del console italiano a Manchester, Matteo Corradini, il quale, su richiesta dei familiari della ora cittadina italiana Indi Gregory, nella sua funzione di giudice tutelare ha emesso un provvedimento d’urgenza, dichiarando la competenza del giudice italiano e autorizzando l’adozione del piano terapeutico proposto dall’ospedale Bambin Gesù di Roma e il trasferimento della minore a Roma. Il console ha altresì nominato un curatore speciale, il dottor Antonio Perno del Bambino Gesù, per gestire le procedure. Il decreto è stato comunicato al direttore generale dell’ospedale inglese per favorire una collaborazione, evitando conflitti di giurisdizione. Nel frattempo, nell’ospedale dov’è la bimba la tensione è salita, con minacce di procedere alla sospensione dei supporti vitali. «Prima della sentenza del giudice», ha sottolineato in un comunicato redatto insieme a Pillon Jacopo Coghe, portavoce di Pro Vita & Famiglia onlus, «i vertici del Servizio sanitario nazionale hanno minacciato di rimuovere il supporto vitale già ieri, senza la presenza dei familiari».«Chiediamo a tutti i soggetti coinvolti, a vario titolo, in Italia e nel Regno Unito», ha aggiunto Coghe, «d’ intensificare ogni sforzo per portare la nostra concittadina Indi Gregory in Italia». Sulla vicenda è intervenuta anche la Conferenza episcopale di Inghilterra e Galles. «La tragica situazione della piccola Indi Gregory spezza il cuore», hanno scritto in una nota i vescovi inglesi, «soprattutto pensando all’affetto dei suoi genitori, Claire e Dean, dei suoi fratelli e della sua famiglia estesa». Il vescovo responsabile per il settore vita, Sherrington, e il vescovo McKinney della diocesi di Nottingham, hanno inoltre affermato: «Chi cura Indi, pensa di aver fatto tutto il possibile per aiutarla, tuttavia, come persone di speranza, capiamo che I suoi genitori vogliano esplorare ogni possibilità di allungare la sua vita».
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Malgrado la concessione della nostra cittadinanza, la disponibilità del Bambino Gesù e l’intervento di un giudice italiano, l’Alta Corte britannica ordina che venga staccata la spina alla piccola malata. Calpestate volontà dei genitori e umana pietà.L’avvocato della famiglia, Simone Pillon: «Ci stiamo attivando». Si muove il console italiano.Lo speciale contiene due articoli. Nella foto più intensa fissa l’obiettivo dal lettino d’ospedale con lo sguardo allarmato. Indossa un golfino a fiori, ha un sondino su una guancia, è sorretta dalla mamma. Indi Gregory ha otto mesi e sembra dire: perché volete farmi morire? L’hanno condannata tre tribunali inglesi, la firma sul documento definitivo con l’intestazione dell’Alta Corte di Londra è quella del giudice Robert Peel che indica ai medici le modalità del fine vita: lo spegnimento del ventilatore che aiuta la piccola a respirare. Ai genitori estenuati dalla terribile battaglia non restava che un obiettivo: portarla via dal Queen’s Medical Center di Nottingham e farle conoscere, anche solo per qualche minuto, la cameretta di casa nel Derbyshire che non ha mai visto. Neppure questo è stato loro concesso. Oggi verrà staccata la spina.Quella di Indi è una storia atroce con profili di disumanità istituzionale, ma non è una storia nuova. Perché proprio in Gran Bretagna - patria dell’Habeas Corpus - la macchina della buona morte per i bambini malati sta diventando una cupa consuetudine con i suoi burocratici protocolli. Per comprendere la banalità del male basta elencare la procedura: 1) diagnosi letale (in questo caso si tratta di sindrome da deperimento mitocondriale progressivo); 2) medici convinti che «staccarle la spina è nel suo migliore interesse»; 3) ricorso al tribunale da parte della direzione sanitaria dell’ospedale pubblico che non intende farsi carico di cure lunghe e con poche speranze; 4) giustizia con i cingoli che pretende di discutere in aula di bioetica; 5) respingimento sistematico dei ricorsi della famiglia sempre più disperata; 6) divieto di ammettere una seconda diagnosi, 7) coinvolgimento dell’Alta Corte che, in osservanza della giurisprudenza consolidata, decreta la condanna a morte, 8) esecuzione della pena in loco oppure in hospice. O nel caso più fortunato, in casa. Non sono contemplate variazioni, anche se in questo caso il giudice ultimo è stato costretto ad affrontare un quarto d’ora di umanità, quando in aula sono stati proiettati i video nei quali Indi Gregory «piange, sorride e sgambetta». Poi si è tolto la parrucca ed è andato a giocare a golf. Nessuna pietà, tutto così agghiacciante, ma non siamo su Netflix. Nell’Occidente dei diritti universali, la macchina della morte messa in moto dallo Stato etico funziona alla perfezione. E la procedura non è stata scalfita neppure dalla decisione di Giorgia Meloni di dare la cittadinanza italiana alla piccola e di chiedere per lei il trasferimento a Roma, all’Ospedale del Bambino Gesù, per tentare di salvarla. Gli interessi della famiglia sono rappresentati in Italia dall’avvocato Simone Pillon, ma l’ordine è uno solo: sospendere la ventilazione assistita.Papà Dean e mamma Claire sono sfiniti dal braccio di ferro, accarezzano la piccola mentre dorme, sostengono che lei «ci vede, ci sente e ci ama quando le siamo vicini». Non serve a niente, vince l’aberrante potere di un giudice di condannare a morte una persona malata contro la volontà di chi la rappresenta legalmente. Proprio come a suo tempo accadde ai genitori di Charlie Gard (10 mesi), Alfie Evans (2 anni), Archie Battersbee (12 anni), Isaiah Haasrtrup (8 mesi). Quando accennavamo ai burocratici protocolli intendevamo proprio l’ottusa ripetitività di una pratica ormai entrata a far parte del diritto consuetudinario: la via inglese all’eutanasia dei bambini malati. Nell’antica Sparta avevano almeno l’alibi di carenza di risonanze magnetiche. Come negli altri casi, l’ultima speranza era rivolta alla Corte europea per i diritti dell’uomo, sempre pronta a giudicare i comportamenti sullo scibile umano (dalle misure carcerarie al trattamento dei migranti fino a Silvio Berlusconi) ma curiosamente in simili vicende «non competente su temi morali rispetto alle sovranità nazionali». Come da prestampato. Così anche questa volta, mentre si avverte lo sciacquio pilatesco di mani nel bacile. Con una coda beffarda: per Alfie e Isaiah gli ospedali ammisero le loro colpe. «Ce ne scusiamo senza riserve». Purtroppo, solo dopo le esecuzioni. Indi deve morire, per lei il «restiamo umani» non vale. Lo hanno deciso il servizio sanitario e quello giudiziario di Sua Maestà. Sul pianeta delle sentenze i malati gravi che non hanno speranza di guarire devono essere soppressi: è la prassi ormai consolidata dell’eugenetica voluta dai tecnici del diritto e della scienza, l’agghiacciante rivalutazione del dottor Josef Mengele sotto la coperta calda della legge. Diceva Albert Einstein: «Due sono le cose infinite, l’universo e la stupidità dell’uomo. Sull’universo ho ancora dei dubbi». Al termine del lungo viaggio dentro il dolore supremo di un figlio strappato dal sistema, papà Dean Gregory ha scritto una bellissima lettera: «In tribunale mi sembrava di essere stato trascinato all’inferno. Ma non può esistere un inferno senza paradiso e io voglio che Indi vada in paradiso. Per questo l’ho fatta battezzare». Oltre il suo grido disperato, il silenzio. Anche quello della Chiesa, che assiste immobile e impotente allo scempio di una bimba «che piange, sorride, sgambetta» ancora per qualche ora dentro un golfino a fiori.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/londra-condanna-indi-a-morte-2666190530.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="oggi-alle-15-stop-ai-supporti-vitali-i-legali-tentano-lultimo-ricorso" data-post-id="2666190530" data-published-at="1699479116" data-use-pagination="False"> Oggi alle 15 stop ai supporti vitali. I legali tentano l’ultimo ricorso Indi Gregory dovrà morire al Queen’s Medical Center di Nottingham «o in un hospice ma non a casa» - contrariamente alla volontà dei genitori - e il respiratore che la tiene in vita sarà rimosso a partire dalle ore 14 (15 in Italia) di oggi. È quanto stabilito ieri dal giudice Robert Peel, dopo che martedì aveva tenuto un’udienza online urgente per decidere dove rimuovere il supporto vitale. Alla fine il giudice ha concluso che estubazione e cure palliative al domicilio della famiglia sarebbero «praticamente impossibili» e «contrarie al migliore interesse di Indi». Sono state così di nuovo accolte le istanze dei medici inglesi, a scapito pure del piano d’assistenza del Nhs Trust, che stabilisce che «i genitori dovrebbero essere supportati nel decidere dove sarebbe meglio fornire l’assistenza», e di quanto richiesto da Dean Gregory e Claire Staniforth, i genitori della bambina, i quali, sostenuti dal Christian Legal Centre, presenteranno nuovamente ricorso.Robert Peel, come già notato dalla Verità, è lo stesso che già il 13 ottobre scorso aveva dato il suo ok ai sostegni vitali alla bambina e che, poi, non aveva cambiato idea neppure dinnanzi alla disponibilità che, nella tarda serata del giorno 29, dall’ospedale Bambino Gesù di Roma – con nota del suo presidente, Tiziano Onesti – avevano reso alla famiglia, dicendosi «pronti ad accogliere e curare vostra figlia». Sarà per questo inflessibile ribadire la propria linea da parte del medesimo giudice che, contattato dalla Verità, Simone Pillon - l’avvocato incaricato dalla famiglia Gregory di seguire gli interessi della bimba in Italia e che tiene i contatti col Bambino Gesù - non è parso sorpreso dal verdetto. «Nel frattempo ci stiamo attivando per far riconoscere la sentenza del giudice italiano, stiamo facendo un lavoro in parallelo», ha dichiarato Pillon alla Verità, «da quando c’è la cittadinanza il quadro è cambiato». Il riferimento è a quanto avvenuto nelle scorse ore da parte del console italiano a Manchester, Matteo Corradini, il quale, su richiesta dei familiari della ora cittadina italiana Indi Gregory, nella sua funzione di giudice tutelare ha emesso un provvedimento d’urgenza, dichiarando la competenza del giudice italiano e autorizzando l’adozione del piano terapeutico proposto dall’ospedale Bambin Gesù di Roma e il trasferimento della minore a Roma. Il console ha altresì nominato un curatore speciale, il dottor Antonio Perno del Bambino Gesù, per gestire le procedure. Il decreto è stato comunicato al direttore generale dell’ospedale inglese per favorire una collaborazione, evitando conflitti di giurisdizione. Nel frattempo, nell’ospedale dov’è la bimba la tensione è salita, con minacce di procedere alla sospensione dei supporti vitali. «Prima della sentenza del giudice», ha sottolineato in un comunicato redatto insieme a Pillon Jacopo Coghe, portavoce di Pro Vita & Famiglia onlus, «i vertici del Servizio sanitario nazionale hanno minacciato di rimuovere il supporto vitale già ieri, senza la presenza dei familiari».«Chiediamo a tutti i soggetti coinvolti, a vario titolo, in Italia e nel Regno Unito», ha aggiunto Coghe, «d’ intensificare ogni sforzo per portare la nostra concittadina Indi Gregory in Italia». Sulla vicenda è intervenuta anche la Conferenza episcopale di Inghilterra e Galles. «La tragica situazione della piccola Indi Gregory spezza il cuore», hanno scritto in una nota i vescovi inglesi, «soprattutto pensando all’affetto dei suoi genitori, Claire e Dean, dei suoi fratelli e della sua famiglia estesa». Il vescovo responsabile per il settore vita, Sherrington, e il vescovo McKinney della diocesi di Nottingham, hanno inoltre affermato: «Chi cura Indi, pensa di aver fatto tutto il possibile per aiutarla, tuttavia, come persone di speranza, capiamo che I suoi genitori vogliano esplorare ogni possibilità di allungare la sua vita».
Negli ultimi tre anni, l’indice delle banche italiane ha messo a segno un clamoroso +274,85%, staccando nettamente l’indice settoriale europeo e surclassando colossi come JPMorgan e Bank of America.
Nel primo trimestre 2026 gli utili aggregati dei sei principali gruppi commerciali italiani - Intesa Sanpaolo, Unicredit, Mps, Banco Bpm, Bper e Credem - sono saliti del 4% su base annua, toccando 7,8 miliardi di euro in tre mesi, con un Roe di sistema stabilmente sopra il 15%. Il tutto mentre la discesa dei tassi Bce ha iniziato a limare il margine di interesse. La compensazione è arrivata dalle commissioni: +2,7% complessivo. Unicredit ha archiviato il miglior trimestre di sempre con 3,22 miliardi di utili, mentre Intesa Sanpaolo è salita a 2,76 miliardi. Commissioni sul risparmio gestito, fondi, certificati, polizze, credito al consumo e prestiti «garantiti»: è qui che si concentra il vero business.
«C’è una celebre massima finanziaria che dice “L’arte degli affari consiste nel fare affari con i soldi degli altri”, e le banche italiane la stanno applicando con rigore scientifico», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «Se l’America ha la tecnologia della Silicon Valley e il Medio Oriente ha i giacimenti di petrolio, l’Italia ha una ricchezza altrettanto preziosa, strategica e contesa: i risparmi dei cittadini». Secondo Gaziano, quando i tassi scendono, le banche italiane non puntano tanto sulla crescita organica all’estero o sull’efficienza tecnologica per ridurre i costi ai clienti. «Cercano di allargare il proprio territorio per “catturare” più conti correnti e patrimoni possibili attraverso le fusioni, espandendo il perimetro su cui applicare le commissioni di gestione e vendere i propri prodotti assicurativi e finanziari». La dimostrazione plastica arriva dal nuovo risiko bancario esploso con l’Opas da 30,6 miliardi lanciata da Intesa Sanpaolo su Mps. Se l’operazione andrà in porto, sommando Intesa, Mps, Mediobanca e la galassia Generali, nascerà un super-polo capace di controllare circa 2.000 miliardi di euro di ricchezza finanziaria complessiva dei clienti: conti correnti, fondi, certificati e polizze. «Ma c’è una differenza geopolitica profonda che i risparmiatori devono comprendere», osserva ancora l’esperto. «Mentre Ubs gestisce capitali sparsi in tutto il pianeta, il nuovo colosso di Carlo Messina, se realizzato, controllerebbe una montagna di denaro concentrata quasi interamente in Italia. È il trionfo della “fortezza Italia”: si diventa leader europei giocando al sicuro in casa».
Nel risiko bancario italiano, fino alle assemblee, tutto può ancora succedere.
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La tangenziale di Napoli, costruita negli anni Settanta con i suoi circa 21 chilometri di tracciato e 22 di svincoli, entra così nella storia della mobilità del nostro Paese, avendo come obiettivo primario la sicurezza e l’efficienza della mobilità attraverso un ecosistema integrato e connesso.
Tre le grandi novità che hanno permesso la certificazione ufficiale del Mit in conformità ai requisiti del decreto ministeriale 70/2018, figurano il monitoraggio intelligente della viabilità, il controllo costante del rischio meteo e idrogeologico, con molteplici sensori che rilevano condizioni della pavimentazione, livelli delle acque e in generale lo stato del territorio che circonda l’infrastruttura stradale, e soprattutto il dialogo diretto tra strada e veicoli connessi. Le auto possono ricevere sul display informazioni su incidenti, cantieri, ostacoli e velocità consigliata per evitare le code, ma anche inviare a loro volta dati all’infrastruttura, rendendo la gestione del traffico più rapida e precisa. Non è quindi solo l’infrastruttura a fornire informazioni al mezzo, avviene anche il contrario: per questo la comunicazione V2i aggiorna anche il gestore autostradale sulle condizioni del traffico in modo molto più preciso e tempestivo. L’operatore diventa così orchestratore della mobilità: potrà cioè gestire la viabilità in modo proattivo e non solo reattivo.
Una Smart Road che «parla» con le auto grazie a un progetto ambizioso che ha coinvolto Tangenziale di Napoli, società del gruppo Autostrade per l’Italia, insieme al Mit e al Centro nazionale per la mobilità sostenibile (Most), con il supporto tecnologico di Movyon, polo d’innovazione di Aspi. Un primato costruito con tecnologie all’avanguardia: lungo i 22 chilometri del tracciato sono in fase di installazione 217 telecamere intelligenti, 15 portali di rilevamento, otto centraline meteo e 40 antenne di comunicazione, in grado di raccogliere e analizzare dati in tempo reale su traffico, condizioni della strada e possibili criticità. Sono già 30 i mezzi connessi che comunicano con la tangenziale e, nel tratto tra Vomero e Fuorigrotta, è stato testato con successo per la prima volta in Italia un veicolo a guida autonoma capace di adattare la propria velocità seguendo le indicazioni ricevute dalla strada stessa. Un test che prefigura uno scenario in cui infrastruttura e veicoli non sono entità separate, ma un sistema integrato e cooperativo.
La Smart Road è un traguardo che fa di Napoli il laboratorio italiano della mobilità del futuro e apre la strada alla diffusione di queste tecnologie su scala nazionale considerato che la tangenziale, principale asse a pagamento di attraversamento urbano del capoluogo campano, è tra le tratte più trafficate d’Italia con flussi medi giornalieri di circa 230.000 veicoli, più del doppio dei volumi medi della rete gestita da Autostrade.
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Ecco #DimmiLaVerità dell'11 giugno 2026. Il nostro vicedirettore Giuliano Zulin fa il punto sulla situazione della Lega tra Luca Zaia, Roberto Vannacci e Matteo Salvini.