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2023-11-09
Vergogna inglese: Indi deve morire
Ansa
Nella foto più intensa fissa l’obiettivo dal lettino d’ospedale con lo sguardo allarmato. Indossa un golfino a fiori, ha un sondino su una guancia, è sorretta dalla mamma. Indi Gregory ha otto mesi e sembra dire: perché volete farmi morire? L’hanno condannata tre tribunali inglesi, la firma sul documento definitivo con l’intestazione dell’Alta Corte di Londra è quella del giudice Robert Peel che indica ai medici le modalità del fine vita: lo spegnimento del ventilatore che aiuta la piccola a respirare. Ai genitori estenuati dalla terribile battaglia non restava che un obiettivo: portarla via dal Queen’s Medical Center di Nottingham e farle conoscere, anche solo per qualche minuto, la cameretta di casa nel Derbyshire che non ha mai visto. Neppure questo è stato loro concesso. Oggi verrà staccata la spina.
Quella di Indi è una storia atroce con profili di disumanità istituzionale, ma non è una storia nuova. Perché proprio in Gran Bretagna - patria dell’Habeas Corpus - la macchina della buona morte per i bambini malati sta diventando una cupa consuetudine con i suoi burocratici protocolli. Per comprendere la banalità del male basta elencare la procedura: 1) diagnosi letale (in questo caso si tratta di sindrome da deperimento mitocondriale progressivo); 2) medici convinti che «staccarle la spina è nel suo migliore interesse»; 3) ricorso al tribunale da parte della direzione sanitaria dell’ospedale pubblico che non intende farsi carico di cure lunghe e con poche speranze; 4) giustizia con i cingoli che pretende di discutere in aula di bioetica; 5) respingimento sistematico dei ricorsi della famiglia sempre più disperata; 6) divieto di ammettere una seconda diagnosi, 7) coinvolgimento dell’Alta Corte che, in osservanza della giurisprudenza consolidata, decreta la condanna a morte, 8) esecuzione della pena in loco oppure in hospice. O nel caso più fortunato, in casa.
Non sono contemplate variazioni, anche se in questo caso il giudice ultimo è stato costretto ad affrontare un quarto d’ora di umanità, quando in aula sono stati proiettati i video nei quali Indi Gregory «piange, sorride e sgambetta». Poi si è tolto la parrucca ed è andato a giocare a golf. Nessuna pietà, tutto così agghiacciante, ma non siamo su Netflix. Nell’Occidente dei diritti universali, la macchina della morte messa in moto dallo Stato etico funziona alla perfezione. E la procedura non è stata scalfita neppure dalla decisione di Giorgia Meloni di dare la cittadinanza italiana alla piccola e di chiedere per lei il trasferimento a Roma, all’Ospedale del Bambino Gesù, per tentare di salvarla. Gli interessi della famiglia sono rappresentati in Italia dall’avvocato Simone Pillon, ma l’ordine è uno solo: sospendere la ventilazione assistita.
Papà Dean e mamma Claire sono sfiniti dal braccio di ferro, accarezzano la piccola mentre dorme, sostengono che lei «ci vede, ci sente e ci ama quando le siamo vicini». Non serve a niente, vince l’aberrante potere di un giudice di condannare a morte una persona malata contro la volontà di chi la rappresenta legalmente. Proprio come a suo tempo accadde ai genitori di Charlie Gard (10 mesi), Alfie Evans (2 anni), Archie Battersbee (12 anni), Isaiah Haasrtrup (8 mesi). Quando accennavamo ai burocratici protocolli intendevamo proprio l’ottusa ripetitività di una pratica ormai entrata a far parte del diritto consuetudinario: la via inglese all’eutanasia dei bambini malati. Nell’antica Sparta avevano almeno l’alibi di carenza di risonanze magnetiche.
Come negli altri casi, l’ultima speranza era rivolta alla Corte europea per i diritti dell’uomo, sempre pronta a giudicare i comportamenti sullo scibile umano (dalle misure carcerarie al trattamento dei migranti fino a Silvio Berlusconi) ma curiosamente in simili vicende «non competente su temi morali rispetto alle sovranità nazionali». Come da prestampato. Così anche questa volta, mentre si avverte lo sciacquio pilatesco di mani nel bacile. Con una coda beffarda: per Alfie e Isaiah gli ospedali ammisero le loro colpe. «Ce ne scusiamo senza riserve». Purtroppo, solo dopo le esecuzioni.
Indi deve morire, per lei il «restiamo umani» non vale. Lo hanno deciso il servizio sanitario e quello giudiziario di Sua Maestà. Sul pianeta delle sentenze i malati gravi che non hanno speranza di guarire devono essere soppressi: è la prassi ormai consolidata dell’eugenetica voluta dai tecnici del diritto e della scienza, l’agghiacciante rivalutazione del dottor Josef Mengele sotto la coperta calda della legge. Diceva Albert Einstein: «Due sono le cose infinite, l’universo e la stupidità dell’uomo. Sull’universo ho ancora dei dubbi».
Al termine del lungo viaggio dentro il dolore supremo di un figlio strappato dal sistema, papà Dean Gregory ha scritto una bellissima lettera: «In tribunale mi sembrava di essere stato trascinato all’inferno. Ma non può esistere un inferno senza paradiso e io voglio che Indi vada in paradiso. Per questo l’ho fatta battezzare». Oltre il suo grido disperato, il silenzio. Anche quello della Chiesa, che assiste immobile e impotente allo scempio di una bimba «che piange, sorride, sgambetta» ancora per qualche ora dentro un golfino a fiori.
Oggi alle 15 stop ai supporti vitali. I legali tentano l’ultimo ricorso
Indi Gregory dovrà morire al Queen’s Medical Center di Nottingham «o in un hospice ma non a casa» - contrariamente alla volontà dei genitori - e il respiratore che la tiene in vita sarà rimosso a partire dalle ore 14 (15 in Italia) di oggi. È quanto stabilito ieri dal giudice Robert Peel, dopo che martedì aveva tenuto un’udienza online urgente per decidere dove rimuovere il supporto vitale. Alla fine il giudice ha concluso che estubazione e cure palliative al domicilio della famiglia sarebbero «praticamente impossibili» e «contrarie al migliore interesse di Indi». Sono state così di nuovo accolte le istanze dei medici inglesi, a scapito pure del piano d’assistenza del Nhs Trust, che stabilisce che «i genitori dovrebbero essere supportati nel decidere dove sarebbe meglio fornire l’assistenza», e di quanto richiesto da Dean Gregory e Claire Staniforth, i genitori della bambina, i quali, sostenuti dal Christian Legal Centre, presenteranno nuovamente ricorso.Robert Peel, come già notato dalla Verità, è lo stesso che già il 13 ottobre scorso aveva dato il suo ok ai sostegni vitali alla bambina e che, poi, non aveva cambiato idea neppure dinnanzi alla disponibilità che, nella tarda serata del giorno 29, dall’ospedale Bambino Gesù di Roma – con nota del suo presidente, Tiziano Onesti – avevano reso alla famiglia, dicendosi «pronti ad accogliere e curare vostra figlia». Sarà per questo inflessibile ribadire la propria linea da parte del medesimo giudice che, contattato dalla Verità, Simone Pillon - l’avvocato incaricato dalla famiglia Gregory di seguire gli interessi della bimba in Italia e che tiene i contatti col Bambino Gesù - non è parso sorpreso dal verdetto. «Nel frattempo ci stiamo attivando per far riconoscere la sentenza del giudice italiano, stiamo facendo un lavoro in parallelo», ha dichiarato Pillon alla Verità, «da quando c’è la cittadinanza il quadro è cambiato». Il riferimento è a quanto avvenuto nelle scorse ore da parte del console italiano a Manchester, Matteo Corradini, il quale, su richiesta dei familiari della ora cittadina italiana Indi Gregory, nella sua funzione di giudice tutelare ha emesso un provvedimento d’urgenza, dichiarando la competenza del giudice italiano e autorizzando l’adozione del piano terapeutico proposto dall’ospedale Bambin Gesù di Roma e il trasferimento della minore a Roma. Il console ha altresì nominato un curatore speciale, il dottor Antonio Perno del Bambino Gesù, per gestire le procedure. Il decreto è stato comunicato al direttore generale dell’ospedale inglese per favorire una collaborazione, evitando conflitti di giurisdizione. Nel frattempo, nell’ospedale dov’è la bimba la tensione è salita, con minacce di procedere alla sospensione dei supporti vitali. «Prima della sentenza del giudice», ha sottolineato in un comunicato redatto insieme a Pillon Jacopo Coghe, portavoce di Pro Vita & Famiglia onlus, «i vertici del Servizio sanitario nazionale hanno minacciato di rimuovere il supporto vitale già ieri, senza la presenza dei familiari».«Chiediamo a tutti i soggetti coinvolti, a vario titolo, in Italia e nel Regno Unito», ha aggiunto Coghe, «d’ intensificare ogni sforzo per portare la nostra concittadina Indi Gregory in Italia». Sulla vicenda è intervenuta anche la Conferenza episcopale di Inghilterra e Galles. «La tragica situazione della piccola Indi Gregory spezza il cuore», hanno scritto in una nota i vescovi inglesi, «soprattutto pensando all’affetto dei suoi genitori, Claire e Dean, dei suoi fratelli e della sua famiglia estesa». Il vescovo responsabile per il settore vita, Sherrington, e il vescovo McKinney della diocesi di Nottingham, hanno inoltre affermato: «Chi cura Indi, pensa di aver fatto tutto il possibile per aiutarla, tuttavia, come persone di speranza, capiamo che I suoi genitori vogliano esplorare ogni possibilità di allungare la sua vita».
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Malgrado la concessione della nostra cittadinanza, la disponibilità del Bambino Gesù e l’intervento di un giudice italiano, l’Alta Corte britannica ordina che venga staccata la spina alla piccola malata. Calpestate volontà dei genitori e umana pietà.L’avvocato della famiglia, Simone Pillon: «Ci stiamo attivando». Si muove il console italiano.Lo speciale contiene due articoli. Nella foto più intensa fissa l’obiettivo dal lettino d’ospedale con lo sguardo allarmato. Indossa un golfino a fiori, ha un sondino su una guancia, è sorretta dalla mamma. Indi Gregory ha otto mesi e sembra dire: perché volete farmi morire? L’hanno condannata tre tribunali inglesi, la firma sul documento definitivo con l’intestazione dell’Alta Corte di Londra è quella del giudice Robert Peel che indica ai medici le modalità del fine vita: lo spegnimento del ventilatore che aiuta la piccola a respirare. Ai genitori estenuati dalla terribile battaglia non restava che un obiettivo: portarla via dal Queen’s Medical Center di Nottingham e farle conoscere, anche solo per qualche minuto, la cameretta di casa nel Derbyshire che non ha mai visto. Neppure questo è stato loro concesso. Oggi verrà staccata la spina.Quella di Indi è una storia atroce con profili di disumanità istituzionale, ma non è una storia nuova. Perché proprio in Gran Bretagna - patria dell’Habeas Corpus - la macchina della buona morte per i bambini malati sta diventando una cupa consuetudine con i suoi burocratici protocolli. Per comprendere la banalità del male basta elencare la procedura: 1) diagnosi letale (in questo caso si tratta di sindrome da deperimento mitocondriale progressivo); 2) medici convinti che «staccarle la spina è nel suo migliore interesse»; 3) ricorso al tribunale da parte della direzione sanitaria dell’ospedale pubblico che non intende farsi carico di cure lunghe e con poche speranze; 4) giustizia con i cingoli che pretende di discutere in aula di bioetica; 5) respingimento sistematico dei ricorsi della famiglia sempre più disperata; 6) divieto di ammettere una seconda diagnosi, 7) coinvolgimento dell’Alta Corte che, in osservanza della giurisprudenza consolidata, decreta la condanna a morte, 8) esecuzione della pena in loco oppure in hospice. O nel caso più fortunato, in casa. Non sono contemplate variazioni, anche se in questo caso il giudice ultimo è stato costretto ad affrontare un quarto d’ora di umanità, quando in aula sono stati proiettati i video nei quali Indi Gregory «piange, sorride e sgambetta». Poi si è tolto la parrucca ed è andato a giocare a golf. Nessuna pietà, tutto così agghiacciante, ma non siamo su Netflix. Nell’Occidente dei diritti universali, la macchina della morte messa in moto dallo Stato etico funziona alla perfezione. E la procedura non è stata scalfita neppure dalla decisione di Giorgia Meloni di dare la cittadinanza italiana alla piccola e di chiedere per lei il trasferimento a Roma, all’Ospedale del Bambino Gesù, per tentare di salvarla. Gli interessi della famiglia sono rappresentati in Italia dall’avvocato Simone Pillon, ma l’ordine è uno solo: sospendere la ventilazione assistita.Papà Dean e mamma Claire sono sfiniti dal braccio di ferro, accarezzano la piccola mentre dorme, sostengono che lei «ci vede, ci sente e ci ama quando le siamo vicini». Non serve a niente, vince l’aberrante potere di un giudice di condannare a morte una persona malata contro la volontà di chi la rappresenta legalmente. Proprio come a suo tempo accadde ai genitori di Charlie Gard (10 mesi), Alfie Evans (2 anni), Archie Battersbee (12 anni), Isaiah Haasrtrup (8 mesi). Quando accennavamo ai burocratici protocolli intendevamo proprio l’ottusa ripetitività di una pratica ormai entrata a far parte del diritto consuetudinario: la via inglese all’eutanasia dei bambini malati. Nell’antica Sparta avevano almeno l’alibi di carenza di risonanze magnetiche. Come negli altri casi, l’ultima speranza era rivolta alla Corte europea per i diritti dell’uomo, sempre pronta a giudicare i comportamenti sullo scibile umano (dalle misure carcerarie al trattamento dei migranti fino a Silvio Berlusconi) ma curiosamente in simili vicende «non competente su temi morali rispetto alle sovranità nazionali». Come da prestampato. Così anche questa volta, mentre si avverte lo sciacquio pilatesco di mani nel bacile. Con una coda beffarda: per Alfie e Isaiah gli ospedali ammisero le loro colpe. «Ce ne scusiamo senza riserve». Purtroppo, solo dopo le esecuzioni. Indi deve morire, per lei il «restiamo umani» non vale. Lo hanno deciso il servizio sanitario e quello giudiziario di Sua Maestà. Sul pianeta delle sentenze i malati gravi che non hanno speranza di guarire devono essere soppressi: è la prassi ormai consolidata dell’eugenetica voluta dai tecnici del diritto e della scienza, l’agghiacciante rivalutazione del dottor Josef Mengele sotto la coperta calda della legge. Diceva Albert Einstein: «Due sono le cose infinite, l’universo e la stupidità dell’uomo. Sull’universo ho ancora dei dubbi». Al termine del lungo viaggio dentro il dolore supremo di un figlio strappato dal sistema, papà Dean Gregory ha scritto una bellissima lettera: «In tribunale mi sembrava di essere stato trascinato all’inferno. Ma non può esistere un inferno senza paradiso e io voglio che Indi vada in paradiso. Per questo l’ho fatta battezzare». Oltre il suo grido disperato, il silenzio. Anche quello della Chiesa, che assiste immobile e impotente allo scempio di una bimba «che piange, sorride, sgambetta» ancora per qualche ora dentro un golfino a fiori.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/londra-condanna-indi-a-morte-2666190530.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="oggi-alle-15-stop-ai-supporti-vitali-i-legali-tentano-lultimo-ricorso" data-post-id="2666190530" data-published-at="1699479116" data-use-pagination="False"> Oggi alle 15 stop ai supporti vitali. I legali tentano l’ultimo ricorso Indi Gregory dovrà morire al Queen’s Medical Center di Nottingham «o in un hospice ma non a casa» - contrariamente alla volontà dei genitori - e il respiratore che la tiene in vita sarà rimosso a partire dalle ore 14 (15 in Italia) di oggi. È quanto stabilito ieri dal giudice Robert Peel, dopo che martedì aveva tenuto un’udienza online urgente per decidere dove rimuovere il supporto vitale. Alla fine il giudice ha concluso che estubazione e cure palliative al domicilio della famiglia sarebbero «praticamente impossibili» e «contrarie al migliore interesse di Indi». Sono state così di nuovo accolte le istanze dei medici inglesi, a scapito pure del piano d’assistenza del Nhs Trust, che stabilisce che «i genitori dovrebbero essere supportati nel decidere dove sarebbe meglio fornire l’assistenza», e di quanto richiesto da Dean Gregory e Claire Staniforth, i genitori della bambina, i quali, sostenuti dal Christian Legal Centre, presenteranno nuovamente ricorso.Robert Peel, come già notato dalla Verità, è lo stesso che già il 13 ottobre scorso aveva dato il suo ok ai sostegni vitali alla bambina e che, poi, non aveva cambiato idea neppure dinnanzi alla disponibilità che, nella tarda serata del giorno 29, dall’ospedale Bambino Gesù di Roma – con nota del suo presidente, Tiziano Onesti – avevano reso alla famiglia, dicendosi «pronti ad accogliere e curare vostra figlia». Sarà per questo inflessibile ribadire la propria linea da parte del medesimo giudice che, contattato dalla Verità, Simone Pillon - l’avvocato incaricato dalla famiglia Gregory di seguire gli interessi della bimba in Italia e che tiene i contatti col Bambino Gesù - non è parso sorpreso dal verdetto. «Nel frattempo ci stiamo attivando per far riconoscere la sentenza del giudice italiano, stiamo facendo un lavoro in parallelo», ha dichiarato Pillon alla Verità, «da quando c’è la cittadinanza il quadro è cambiato». Il riferimento è a quanto avvenuto nelle scorse ore da parte del console italiano a Manchester, Matteo Corradini, il quale, su richiesta dei familiari della ora cittadina italiana Indi Gregory, nella sua funzione di giudice tutelare ha emesso un provvedimento d’urgenza, dichiarando la competenza del giudice italiano e autorizzando l’adozione del piano terapeutico proposto dall’ospedale Bambin Gesù di Roma e il trasferimento della minore a Roma. Il console ha altresì nominato un curatore speciale, il dottor Antonio Perno del Bambino Gesù, per gestire le procedure. Il decreto è stato comunicato al direttore generale dell’ospedale inglese per favorire una collaborazione, evitando conflitti di giurisdizione. Nel frattempo, nell’ospedale dov’è la bimba la tensione è salita, con minacce di procedere alla sospensione dei supporti vitali. «Prima della sentenza del giudice», ha sottolineato in un comunicato redatto insieme a Pillon Jacopo Coghe, portavoce di Pro Vita & Famiglia onlus, «i vertici del Servizio sanitario nazionale hanno minacciato di rimuovere il supporto vitale già ieri, senza la presenza dei familiari».«Chiediamo a tutti i soggetti coinvolti, a vario titolo, in Italia e nel Regno Unito», ha aggiunto Coghe, «d’ intensificare ogni sforzo per portare la nostra concittadina Indi Gregory in Italia». Sulla vicenda è intervenuta anche la Conferenza episcopale di Inghilterra e Galles. «La tragica situazione della piccola Indi Gregory spezza il cuore», hanno scritto in una nota i vescovi inglesi, «soprattutto pensando all’affetto dei suoi genitori, Claire e Dean, dei suoi fratelli e della sua famiglia estesa». Il vescovo responsabile per il settore vita, Sherrington, e il vescovo McKinney della diocesi di Nottingham, hanno inoltre affermato: «Chi cura Indi, pensa di aver fatto tutto il possibile per aiutarla, tuttavia, come persone di speranza, capiamo che I suoi genitori vogliano esplorare ogni possibilità di allungare la sua vita».
Carlo Conti (Ansa)
Niente male. Anzi, molto bene: è la prima volta che un conduttore di questa importanza e in una situazione tanto esposta come il più nazional popolare degli eventi manifesta la propria appartenenza cristiana. Sì, in passato, di qualcuno si è potuto intuirla. Dello stesso Baudo, per esempio. Ma forse, nel suo caso, si trattava soprattutto di un riferimento politico e partitico. Poi qualcuno ricorderà il segno della croce fatto da Amadeus in cima alla scala dell’Ariston prima di iniziare una delle sue conduzioni. Ma sembrava essere più che altro un gesto scaramantico. Conti no, ha rivelato spontaneamente un tratto del suo essere. E, comunque, pur senza enfatizzarla, una certa sensibilità era affiorata anche quando, nel 2015, aveva ospitato Sammy Basso, affetto da progeria o, l’anno dopo, quando aveva concesso il palco dell’Ariston al maestro e compositore Ezio Bosso che sulle note di Following a bird aveva commosso il pubblico.
Ora gli osservatori più occhiuti saranno pronti a lamentare il Festival confessionale. Già le conferenze stampa sono una palestra di puntiglio critico. Alcuni colleghi si adoperano per scovare le pressioni del palazzo. Il premier alla serata inaugurale, il caso del comico Andrea Pucci. Conti scansa, smorza, spegne i focolai. Parole d’ordine «serenità e leggerezza». Non a caso Laura Pausini si è lasciata convincere alla co-conduzione da Carlotan, Carlo più Lexotan. Il mondo è pieno di guerre e al Festival ci accontentiamo delle canzonette, moraleggia qualcuno, mentre per esempio, uno come Bruce Springsteen prende posizione contro la politica autoritaria. Conti cita Gianna Pratesi, 105 anni all’anagrafe, invitata per ricordare ieri sera la prima volta che andò a votare subito dopo la guerra. E i partigiani e chi ha combattuto ed è morto per liberare l’Italia dalla dittatura nazifascista: «Ci hanno dato questa Repubblica che ci permette di godere della musica e di un Festival come questo. Il mio auspicio è che tutti i Paesi del mondo, dove c’è la guerra, possano avere il loro Festival di Sanremo». «Sanremo», sottolinea, «non deve essere fatto di due ore e mezzo di proclami, secondo me, ma se sottotraccia c’è qualche riflessione che ci porta a ragionare forse può risultare ancora più forte».
Si sente pressato dal presidente del Senato Ignazio La Russa che ha fatto un appello per concedere a Pucci uno spazio riparatore? «Rispetto la seconda carica dello Stato e ho ascoltato con attenzione quello che ha detto», è la replica. «Ho chiesto a Pucci se volesse mandare un videomessaggio scherzoso, ma non se la sente. Non posso certo obbligare nessuno a fare qualcosa contro la sua volontà». Soddisfatto della «cortese ed esaustiva risposta», La Russa rinnova la stima per il conduttore augurandogli «un grande successo per questo Festival di Sanremo che resta il più grande avvenimento nazional popolare di cui è quindi lecito occuparci un po’ tutti. Senza nulla togliere alle cose più importanti».
Se un filo di preoccupazione increspa i pensieri di Conti è quello degli ascolti. «Ma come non mi esalto se le cose vanno troppo bene, non mi abbatterò se i risultati non saranno positivi... anche perché tutto sommato devo battere me stesso. Sono fatto così. Mi presenterei qui con lo stesso spirito. Lo scenario è diverso», aggiunge, «ci siamo spostati di due settimane, i competitor sono diversi, e ci sono le partite di calcio...». Stamattina, il verdetto.
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«Il signore delle mosche» (Sky)
Invece, Golding lo ha dato alle stampe nel 1954, vergando pagine tanto perfette da risuonare, ancora oggi, senza bisogno alcuno che uno sceneggiatore vi rimetta mano. Perciò, Thorne, responsabile dell'ultimo adattamento televisivo dell'opera, si è ben guardato dal cambiarne la trama. L'autore, che attraverso Adolescence ha dimostrato di sapere interpretare con tanta delicatezza quanta efficacia le fragilità dei ragazzini, ha ripercorso minuziosamente la storia, così come Golding l'ha tracciata. Gli anni Cinquanta, uno schianto aereo, un'intera scolaresca britannica precipitata, sola e spaurita, su un'isola al largo dell'Oceano Pacifico. E poi la lotta per la sopravvivenza, una lotta animale, intrinseca all'essere umano, senza riguardo per l'età o l'esperienza di mondo.
Il signore delle mosche, nei quattro episodi al debutto su Sky dalla prima serata di domenica 22 febbraio, torna al 1954, allo sgomento che quella pubblicazione aveva saputo suscitare. E, a tratti, lo ripropone, unendo alle parole la forza delle immagini.La serie televisiva, voluta dalla Bbc e presentata in anteprima alla scorsa Berlinale, comincia in medias res, dallo schianto e dal tentativo, immediato, di darsi un ordine. L'ordine di bambini per nulla avvezzi alle cose dei grandi, l'ordine del buon senso. Ralph e Piggy, più morigerati di altri compagni, l'avrebbero voluto così: una placida catena di montaggio, volta ad assegnare a ciascun superstite un compito, facilitando la convivenza e la costruzione, seppur embrionale, di una società. Jack, però, ragazzo del coro, a questa uguaglianza mite non ha voluto uniformarsi. Avrebbe comandato da solo, dispotico nel suo corpo acerbo. Sarebbe stato non re, ma dittatore. Ed è allora, sulla decisione arbitraria di un solo ragazzo, che Golding ha costruito il suo romanzo e dato forma alla sua tesi, quella per cui nulla è salvabile nell'uomo.
Il signore delle mosche, pur popolato di bambini, racconta ancora oggi di una diffidenza quasi ancestrale, ben oltre l'homo homini lupus di hobbesiana memoria. Sono paure senza basi di realtà, egoismi, un istinto malsano di sopravvivenza ad emergere, distruggendo quel nucleo che tanto potenziale avrebbe potuto avere. Distruggendo, anche, l'innocenza dei bambini, tanto fra le pagine del romanzo, quanto negli episodi, pochi e ben fatti, della serie televisiva.
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Pier Paolo Pasolini (Ansa)
Già un paio di mesi prima di pubblicare quel celebre articolo, insomma, Pasolini aveva messo in chiaro, in maniera forse ancor più decisa e lineare di quanto successivamente sarebbe avvenuto sul Corriere, come la sua contrarietà all’aborto - di cui, a differenza del Partito radicale, suo interlocutore privilegiato di quel periodo assieme alla Federazione giovanile comunista italiana, osteggiava la legalizzazione (che sarebbe stata sancita nel 1978 con l’approvazione della legge 194) - risiedesse innanzitutto nel fatto che l’aborto è un omicidio. Se oggi, dopo oltre mezzo secolo di completo oblio (il pezzo era ignoto anche ai maggiori conoscitori di Pasolini e dal 1974 non è mai stato riproposto da nessuna parte), questo significativo articolo apparso su Amica è tornato alla luce, il merito è di uno dei più straordinari e colti collezionisti italiani, il romano Giuseppe Garrera, che in quel numero della rivista si è imbattuto alcuni mesi fa durante una delle sue instancabili ricerche di materiali pasoliniani. Adesso la copia di Amica recuperata da Garrera è esposta a Spoleto nel contesto della mostra «Vita minore. San Francesco e la santità dell’arte contemporanea», curata dallo stesso Garrera assieme al fratello Gianni (a sua volta serissimo studioso e grande collezionista) e visitabile, fino al prossimo 2 giugno, presso Palazzo Collicola. Chi si recherà a Spoleto potrà constatare dal vivo come all’articolo di Pasolini fosse stato dato, ricorrendo a caratteri cubitali, il definivo titolo «Io sono contro l’aborto», che diverrà poi il titolo «ufficioso» dell’editoriale ospitato in seguito dal Corriere della Sera (che, come già abbiamo ricordato, era stato titolato diversamente dal quotidiano milanese). Una scelta redazionale, quella di Amica, che certifica la perentorietà - e quindi la non fraintendibilità - della posizione di Pasolini sull’aborto: una posizione che invece da più di cinquant’anni, e oggi in modo non meno pervicace di un tempo, si tenta da più parti di annacquare, alterare, manipolare, spostando l’attenzione dalla motivazione fondamentale fornita da Pasolini («Sono contrario alla legalizzazione dell’aborto perché la considero, come molti, una legalizzazione dell’omicidio», citazione testuale dall’articolo uscito sul Corriere della Sera) alle motivazioni ulteriori formulate sempre sul Corriere: motivazioni, a differenza di quella principale (la quale è, prima di ogni altra cosa, scientificamente ineccepibile), pretestuose (la legalizzazione della pratica abortiva quale strumento della falsa tolleranza sessuale attuata dalla società dei consumi a scapito del coito omoerotico) oppure contorte e oramai obsolete (favorendo la pratica del coito eterosessuale, liberato dallo spettro della gravidanza indesiderata, l’aborto avrebbe paradossalmente portato a un aumento delle nascite e pertanto a un aggravarsi del problema della sovrappopolazione).
Adesso, dunque, l’auspicio - quasi certamente vano, ne siamo consapevoli - è che la riapparizione dell’articolo di Amica faccia comprendere una volta per tutte che quando un’associazione come Pro vita e Famiglia - la persecuzione di amministrazioni e tribunali nei confronti delle cui affissioni, sia detto per inciso, è uno scandalo antidemocratico che avrebbe verosimilmente indignato lo stesso Pasolini - attacca manifesti miranti a scoraggiare l’attività abortiva su cui compare il volto di PPP, non compie alcuna appropriazione indebita, poiché lo scrittore era indiscutibilmente antiabortista e lo ha affermato in più occasioni con una nettezza assoluta. Fino al punto di non accettare neppure la visione - certamente sensata e a nostro avviso necessaria nel suo realismo, a meno appunto di non assumere come Pasolini posizioni squisitamente idealistiche - dell’aborto legale come male minore.
Scriveva ancora Pasolini su Amica: «Infatti so che l’abrogazione delle leggi contro l’aborto è il “meno peggio”, un’azione di “realpolitik”, è un “compromesso”. […] Ebbene, è proprio questo ragionamento che io non mi sento di fare. La soluzione è a monte dell’abrogazione delle leggi contro l’aborto: è nel rendere popolare il concetto della libertà di fare figli come e quando si vuole, che non esiste illegalità in una nascita (questo per le ragazze madri, che, soprattutto nelle classi più povere, ricorrono all’aborto per evitare il disonore); se poi non si vogliono avere figli, ci sono un’infinità di modi per non averli: bisogna dunque, se mai, “abrogare” la Chiesa che condanna questi modi (la pillola ecc.)».Il punto è sempre lo stesso: si può non essere d’accordo con Pasolini e si può, anzi si deve, discuterlo. Non si possono invece distorcerne, per proprio tornaconto, le opinioni e le affermazioni. Non si può farlo diventare, da scomodo, comodo.
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In questa puntata di Segreti il professor Riccardo Puglisi analizza il delitto di Garlasco da una prospettiva inedita: il ruolo dei media, la polarizzazione dell’opinione pubblica e il peso delle narrazioni nel caso Stasi. Tra giustizia, informazione e percezione collettiva, analizziamo come nasce, e si consolida, un racconto mediatico destinato a dividere.