L’Occidente che banalizza l’aborto fa il gioco dei terroristi di Hamas

Il concetto è stato espresso con chiarezza da Kant. La moralità o l’assoluta immoralità di un’azione sono stabilite dall’intenzione. Quindi la stessa azione può essere morale o immorale a seconda dell’intenzione. Il concetto è anche stato percepito dalla legge: tutti codici penali distinguono tra un crimine doloso, colposo, preterintenzionale, per legittima difesa.
L’assassinio del bambino commesso per ottenere un qualche scopo, la sicurezza dei propri cittadini, la liberazione degli ostaggi o dei deportati, una pace stabile, non è sovrapponibile all’assassinio del bambino fatto per il piacere di assassinare il bambino. Il bambino tedesco ucciso dai bombardamenti equivale al bambino ucciso in un lager oppure mitragliato in Ucraina sul bordo di una fossa comune? Un bambino bruciato vivo da una bomba equivale a uno addosso al quale è stata buttata della benzina per poi dargli fuoco? Le provocatorie domande sono fatte dall’ex Ss Max Aue, protagonista del libro Le benevole, di Jonathan Littell. Il romanziere attribuisce al suo personaggio queste provocazioni perché domande del genere sono state in effetti poste dagli imputati al processo di Norimberga. La risposta è no, le due morti non si equivalgono, perché è diversa l’intenzione. L’uccisione del bambino tedesco era il mezzo per raggiungere un fine: la resa della Germania. Una volta raggiunto il fine, una volta ottenuta la resa, i bombardieri hanno smesso di bombardare. Il popolo tedesco avrebbe potuto evitare la morte dei suoi bambini offrendo la resa.
La morte del bambino ebreo o del bambino armeno, era lo scopo. Non c’era niente che i padri di quei bambini potessero fare per evitare loro morte. Non erano in guerra. Non erano armati. Si erano già arresi. Non c’era alcuna azione che i padri di quei bambini potessero fare per evitare la morte dei loro figli. La morte del bambino era lo scopo e, quindi, coloro che lo assassinavano non si fermavano, andavano avanti fino a che tutti i bambini sono stati uccisi. I bombardamenti hanno uno scopo, non sono lo scopo. Un’uccisione intenzionale di un bambino nemmeno ancora partorito è descritta nel libro Uccisero anche i bambini - Gli Ulma, la famiglia martire che aiutò gli ebrei, di Pawel Rytel-Andrianik e Manuela Tulli, Ares Editore.
Chi ha il privilegio di conoscere la guerra solo attraverso i libri di storia spesso analizza i conflitti attraverso gli avvenimenti, le date, le scelte politiche e tende a dimenticare che la storia è fatta dalla tragedia e dall’eroismo di tanti uomini e donne. Il saggio di Pawel Rytel-Andrianik e Manuela Tulli ha il grande merito di rendere nota la vicenda degli Ulma, quasi del tutto sconosciuta al di fuori del loro Paese, la Polonia. Il 24 marzo 1944, a Markowa, un villaggio della Polonia, la famiglia Ulma, composta da Józef, Wiktoria, i loro bambini Stasia, Basia, Wladziu, Franio, Antos, Marysia e il piccolo che doveva ancora nascere (Wiktoria era incinta e quasi al termine della gravidanza) vennero trucidati dai nazisti insieme agli otto ebrei che avevano nascosto nella loro casa. Gli Ulma erano cattolici e vivevano la loro vita alla luce delle Sacre scritture. Nella Bibbia trovata in casa dopo l’eccidio era stata sottolineata in rosso la parabola del buon samaritano dal Vangelo di Luca. Proprio per aver seguito questo insegnamento fino al sacrificio, Jósef e Wiktoria sono noti come i «samaritani di Markowa».
Nel 1935, l’antisemitismo montante in tutta Europa coinvolse anche la Polonia che per i successivi cinque anni divenne il terreno di prova utilizzato dai nazisti per le persecuzioni e il genocidio. Il 15 ottobre 1941 fu decretata la pena di morte per gli ebrei che fuggivano dal ghetto e per chi li nascondeva. I polacchi che aiutavano gli ebrei venivano giustiziati pubblicamente per stroncare ogni tentativo di emulazione. Le uccisioni avvenivano nel centro delle città, per questo gli Ulma erano pienamente consapevoli del pericolo cui andavano incontro.
La decisione di mettere a rischio la loro vita e quella dei loro bambini nasce dalla loro grande fede cristiana. Quando, nell’agosto del 1942, i tedeschi vietarono agli ebrei di soggiornare anche nella zona di Markova e cominciò la deportazione nei campi di sterminio, alcune famiglie ebree del villaggio chiesero aiuto agli Ulma. Otto ebrei furono nascosti in casa della famiglia Ulma che si preoccupò anche del loro sostentamento senza chiedere nulla in cambio. Proprio l’acquisto di grandi quantità di derrate potrebbe aver insospettito Wlodzimierz Leś, la spia che li denunciò. Nella notte fra il 23 e il 24 marzo 1944, gendarmi tedeschi capitanati da Józef Kokott e poliziotti delle forze di sicurezza territoriali che sostenevano i nazisti, tra cui lo stesso Leś, comandati dal tenente Eilert Dieken, fecero irruzione nell’abitazione degli Ulma e assassinarono tutti gli occupanti. Dieken diede l’ordine di uccidere anche i bambini. Vennero assassinate diciassette persone, compreso il figlio che Wiktoria aveva iniziato a partorire al momento dell’esecuzione.
Dopo aver saccheggiato la fattoria e depredato i cadaveri, impossessandosi anche del sacchettino di gioielli che Golda Goldman portava al collo, ulteriore prova che Jósef e Wiktoria non avevano chiesto alcun compenso per nascondere le famiglie Goldman, Grünfeld e Didner, i carnefici festeggiarono sul luogo della strage bevendo vodka. Nel 1944 Wlodzimierz Leś venne condannato a morte dalla resistenza polacca. Eilert Dieken e gli altri autori della strage sono rimasti impuniti. Nel 1995 Jósef e Wiktoria Ulma sono stati proclamati Giusti tra le nazioni, il più grande riconoscimento attribuito dallo Stato d’Israele ai non ebrei. Nel 2003 è iniziato il processo di beatificazione della famiglia Ulma. Il 10 settembre 2023 Jósef , Wiktoria e i loro bambini sono stati dichiarati Beati, per il piccolo che doveva nascere vi è stato il battesimo di sangue. Come ha sottolineato padre Witold Burda, il postulatore del processo di beatificazione, il martirio dei bambini «ricorda un martirio che prosegue ancora oggi con tanti bambini, soprattutto non nati, scartati dall’uomo».
Il più grande sterminio di creature umane è quello dovuto all’aborto. L’aborto è stato dichiarato un diritto in Occidente, dove esiste una micidiale cultura dell’aborto. C’è un momento nella gravidanza in cui, anche per motivi ormonali, noi donne siamo tristi e sfiduciate. Molte donne al secondo mese di gravidanza credono di non volere il loro bambino, sono spaventate all’idea di modificare la loro vita. È una fase in cui hanno bisogno di qualcuno che le sostenga nel loro nuovo ruolo di madri. Se in quei giorni, invece, si trovano a vivere in un mondo che non vuole il loro bambino, che sbarra tutte le porte e lascia aperta sono quella facile, comoda e gratuita dell’aborto volontario, allora corrono il rischio di fare questa scelta, che è una scelta di morte.
La banalizzazione dell’aborto in Occidente è diventata una catastrofe epocale in Cina, dove è diventato obbligatorio, in India e negli Emirati, dove si è scatenata una strage di bambine. A Gaza molti bambini stanno morendo, ma l’attacco israeliano si fermerebbe immediatamente se venissero restituiti gli ostaggi e se Hamas accettasse di abbandonare Gaza. Il capo di Hamas, Osama Hamdan, con il suo sorrisetto felice, ha serenamente dichiarato che la morte di donne e bambini palestinesi è necessaria alla causa, per scatenare un odio mortale e genocidario contro Israele. L’articolo 1 della Costituzione di Hamas inneggia alla distruzione dello Stato di Israele, l’articolo 7 allo sterminio di tutti gli ebrei del mondo, bambini compresi.
Se vogliamo che la morte dei bambini palestinesi cessi, se vogliamo che possano vivere in pace e prosperità, pretendiamo tutti, subito, la liberazione degli ostaggi, pretendiamo che cessino, subito, i finanziamenti a un’associazione genocidaria come Hamas. E allora i bambini potranno vivere.





