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2021-02-08
Lo Stato non gioca più. Il fallimento delle lotterie
- Il lockdown ha ridotto del 40% gli incassi del settore e l'erario ha perso 4,5 miliardi Crollano tutti i tagliandi a premio. Corre l'online. Ma anche l'attività clandestina
- L'economista Giampaolo Galli: «Molti, a partire dai 5 stelle, si scagliano contro l'azzardo legale. La verità è che quegli incassi fanno comodo»
Lo speciale contiene due articoli
Lo Stato non gioca più. Il Covid ha fatto cadere la maschera di ipocrisia dei tanti moralisti «da salotto» che dopo anni di battaglie per chiudere le sale da gioco, all'improvviso hanno scoperto che il blocco di questo settore può causare gravi problemi per i conti pubblici, fino a rappresentare un rischio di nuove tasse. Le misure di restrizione decise dal governo per fronteggiare la pandemia hanno causato un drammatico calo dei ricavi per gli operatori del settore e, come conseguenza, un'importante diminuzione delle entrate erariali.
Considerando la chiusura delle sale giochi per oltre 6 mesi, nel corso del 2020 si stimano ricavi fiscali per lo Stato inferiori a 7 miliardi di euro, circa 4,5 miliardi di euro in meno (il 40%) rispetto al 2019 quando il gettito erariale è stato di 11,5 miliardi. Complessivamente il settore ha perso il 25% degli incassi arrivando a una raccolta di circa 82 miliardi contro i 110 miliardi dell'anno scorso. Questo spiega la perdita di gettito per lo Stato. Secondo Agipronews, il crollo maggiore si è avuto per le slot machine e le videolottery che hanno totalizzato una raccolta solo di 4,7 miliardi, cioè il 54% in meno rispetto al 2019. Sono diminuite del 36% le scommesse mentre il Bingo ha perso il 50% degli incassi.
Non è andata meglio alle lotterie e ai giochi numerici che hanno registrato una perdita erariale di 800 milioni di euro. I proventi del lotto sono diminuiti del 22% scendendo a 5,9 miliardi. Il tradizionale appuntamento con la Lotteria Italia è stato un disastro. Solo 4,7 milioni di biglietti venduti, con un incasso di 23 milioni di euro. Mai così pochi da 40 anni, in calo del 31,3% rispetto ai 6,7 milioni dell'edizione precedente. Ora lo Stato ci riprova con la lotteria degli scontrini. L'operazione legata al cashback è però già partita in salita.
La chiusura delle sale giochi non ha fermato i giocatori più incalliti, come era prevedibile, che si sono riversati sul Web o sono stati intercettati dagli operatori clandestini. Le attività online rappresentano ancora un settore di nicchia ma la pandemia ha fatto decollare i flussi sulle piattaforme anche straniere e gli esperti del settore stimano che questa crescita continuerà anche quando i locali saranno riaperti. Il Covid ha contribuito a radicare una tendenza che si era già manifestata soprattutto tra i più giovani. Durante il lockdown, è stato rilevato un incremento delle scommesse e dei giochi online del 39% rispetto al 2019. Le puntate tramite pc e smartphone hanno toccato i 2,5 miliardi di euro. Una buona fetta del fatturato perso dalle sale è finito presumibilmente al mercato clandestino.
Per l'erario, giochi e lotterie hanno sempre rappresentato un gettito importante capace di riequilibrare il bilancio pubblico nei momenti più neri. L'alternativa sarebbe stata un aumento e l'introduzione di nuove tasse. Ma si è cercato di nascondere questa realtà dietro campagne moralistiche. Il M5s ne ha fatto addirittura un pilastro del programma elettorale, salvo fare marcia indietro quando è arrivato a Palazzo Chigi dove si è limitato a promuovere un inasprimento fiscale.
Certo, sarebbe assai difficile rinunciare agli oltre 10 miliardi che ogni anno giochi e lotterie garantiscono alle casse pubbliche. Come riporta il Libro Blu dell'Agenzia delle dogane e dei monopoli, che annualmente fotografa il settore, nel 2019 il volume di denaro giocato è aumentato del 3,5% attestandosi a 110,54 miliardi di euro e gli incassi erariali sono cresciuti del 9,5% a 11,5 miliardi. Dal 2015 al 2019 le dimensioni del gioco hanno avuto un trend crescente. La raccolta, cioè l'ammontare complessivo delle puntate effettuate dalla totalità dei giocatori, è salita del 25,3%. La spesa, cioè le perdite dei giocatori data dalla differenza tra raccolta e vincite, è aumentata del 14,4% e gli incassi per l'erario del 29,5%.
Una vera manna. Tant'è che i governi negli ultimi anni hanno inasprito la tassazione sul gioco spesso spacciando le maggiori imposte come parte della lotta contro questa forma di dipendenza. Più tasse al settore si trovano nel decreto Dignità, nella legge di bilancio e nel decreto sul reddito di cittadinanza. La legge di bilancio aveva stabilito anche un taglio del 30% del numero di slot machine, scese da 407.000 nel 2017 a 259.130 di metà 2018.
Nonostante le numerose misure penalizzanti e gli aggravi introdotti dal legislatore, dal 2016 a oggi la raccolta totale rapportata al Pil è aumentata di continuo. Maggiori tasse non possono essere considerate strumenti efficaci per contrastare il gioco d'azzardo. Uno studio dell'Osservatorio sui conti pubblici mette in evidenza che le giocate nelle slot machine presenti nei bar e nei tabaccai e le videolottery delle sale giochi e bingo rappresentano una parte importante di tutta la raccolta e sono proprio quelle rimaste ferme con le misure di restrizione del Covid. Il report sottolinea anche che gli aumenti di imposizione fiscale sul gioco d'azzardo trovano largo consenso presso l'opinione pubblica anche perché si pensa che gravino sulle aziende del settore e possano quindi metterle in difficoltà.
In realtà, nella maggior parte dei casi sono a carico dei giocatori, molti dei quali sono problematici o affetti da ludopatia. E questi non si lasciano distogliere da qualche balzello in più, come pure non si sono fatti scoraggiare dalle chiusure dei locali per il Covid. Hanno continuato a giocare altrove, sul Web o in modo clandestino. I soldi che finivano nelle casse dello Stato non sono rimasti nelle tasche dei giocatori, ma in (cattive) mani altrui.
Sul fenomeno ha acceso i riflettori l'Agenzia dei monopoli. Per il direttore generale Marcello Minenna il lockdown «ha determinato una riduzione del 25-30% del gioco legale, facendo però riscontrare un aumento di quello illegale». Numerosi sono stati gli interventi del Comitato per la prevenzione e la repressione del gioco illegale: in più di 50 capoluoghi di provincia sono state controllate 250 sale illegali e inflitte sanzioni per oltre 1 milione di euro.
Sul crollo del fatturato dei giochi è stata presentata una interrogazione al Senato il 13 gennaio nella quale si chiedeva conto al ministro dell'Economia sulle misure da adottare per riaprire i luoghi adibiti a queste attività. Al doppio danno, blocco del gettito fiscale e rivitalizzazione del mercato illegale, si aggiunge il rischio per gli oltre 150.000 occupati che potrebbero saltare non appena finirà lo stop ai licenziamenti. La pandemia ha così svelato quanto di ipocrita ci sia nella battaglia contro le sale gioco. A meno che non si voglia rinunciare agli incassi da tasse che ne derivano. Ma allora bisognerà andare a prelevare i soldi altrove, con qualche mal di pancia in più per i contribuenti.
«Quanta ipocrisia su un gettito che conviene a tutti»
«C'è molta ipocrisia sui giochi. È una voce importante del bilancio del Stato alla quale non si può rinunciare. L'alternativa è l'aumento delle tasse. Se, a causa dell'epidemia e delle chiusure, verranno meno quelle entrate, avremo un problema in più. Penso che questo nessuno lo voglia». Giampaolo Galli, economista dell'Osservatorio sui conti pubblici dell'Università Cattolica di Milano, parla fuori dai denti. «Il Movimento 5 stelle ha fatto della lotta ai giochi un totem quand'era all'opposizione mentre al governo ha continuato la battaglia aumentando l'imposizione fiscale sulle attività. Ma senza alcun risultato. Nel 2019, dopo i provvedimenti voluti dai 5s, i giocatori non sono diminuiti, anzi sono cresciuti e, in fondo, per le casse dello Stato è stato un vantaggio».
Le restrizioni imposte dal Covid hanno messo a terra un settore che conta oltre 150.000 addetti e garantisce un gettito per lo Stato pari a circa 11 miliardi l'anno. Forse qualcuno pensa che la pandemia possa dare un colpo mortale al gioco?
«Non c'è dubbio che questo è un settore che come tanti altri garantisce reddito e occupazione a tante persone, oltre che un incasso per lo Stato. Secondo le prime stime, nel 2020 il gettito per l'erario è caduto di ben 4,5 miliardi. E sui giochi poi ci sono parecchi miti da sfatare».
Ci dica.
«Intanto, in passato si è pensato che l'aumento della tassazione e del costo per gli utenti sarebbe stato un deterrente efficace contro la crescita del gioco. Questo non è vero. La ludopatia, che è una brutta bestia, rende le persone sostanzialmente insensibili al prezzo. Quindi, quando si aumenta la tassazione, i giocatori continuano a giocare, ma si riducono le vincite perché una quota maggiore della spesa va allo Stato».
E gli altri miti?
«L'altro mito è che con un aumento del Preu, cioè la tassa che pagano le imprese sulla raccolta, l'onere della tassa finisca davvero a carico delle imprese. In realtà, alla fine quelli che pagano sono i clienti, cioè i giocatori. Si aumentano le tasse sulle imprese, ma queste riducono il pay-out, cioè la quota di spesa che torna ai giocatori sotto forme di vincite, e quindi sono quasi sempre questi ultimi che ci rimettono».
E non basterebbe mettere dei livelli minimi alle vincite?
«I minimi di legge ci sono, eccome. Ma non tutte le imprese sono al minimo, anche perché nel settore c'è concorrenza. Inoltre, in questi anni, ogni volta che si è aumentato il Preu si è anche consentito alle imprese di ridurre il pay-out, per evitare di mandarle in crisi».
Nel 2018, su richiesta del Movimento 5 stelle, fu aumentata la tassazione sulle imprese. Quali furono le conseguenze?
«Intanto il provvedimento dei 5s prevedeva che, assieme all'aumento del Preu su slot e videolottery, ci fosse una riduzione del pay-out minimo. Questo ha fatto sì che la tassa fosse pagata per lo più dai giocatori. E non si prevedeva certo che ciò avrebbe ridotto le spesa per i giochi; tant'è vero che nella relazione ufficiale della Ragioneria dello Stato vi era la previsione di un aumento dell'incasso per l'erario. A consuntivo, la spesa per il gioco nel 2019 è aumentata del 3,5%, il contrario di quello che era stato propagandato dai fautori di quella legge».
Altri miti da sfatare?
«Che riducendo i giochi legali e già regolati possa diminuire il totale delle giocate. Questo non è vero, per l'ovvio motivo che esistono i giochi online e le scommesse clandestine, su cui lo Stato può fare ben poco. La legge di bilancio del 2016, oltre ad aumentare drasticamente il prelievo, ha imposto una riduzione del 30% delle slot machine. E in effetti c'è stata una diminuzione del loro numero, da 407.000 unità al 1° gennaio 2017 a 259.130 a metà del 2018. È probabile che questo taglio abbia avuto un impatto sulle giocate delle slot. Ma i dati sul totale della spesa per giochi degli italiani non mostrano una riduzione, segno che la gente ha speso per altre tipologie di giochi».
Ma non c'è una questione di etica pubblica che dovrebbe venire prima di tutto?
«Sono d'accordo, ma allora la prima cosa da fare è mettere fine allo Stato biscazziere. E questo vuol dire trovare nuove tasse per sostituire le entrate da gioco. Dopo tante chiacchiere contro le scommesse di Stato, nemmeno il Movimento 5 stelle se l'è sentita di fare una cosa del genere. In realtà, con i decreti del 2018 di cui abbiamo detto prima è caduto uno dei tanti totem propagandistici dei 5s. Se fossero stati coerenti avrebbero dovuto abolire le entrate da giochi. E ovviamente non lo hanno fatto».
E allora che cosa si può fare per contrastare la ludopatia?
«Invece di fare battaglie di retroguardia, ideologiche e senza alcun costrutto, come quella sull'abolizione delle sale gioco o sull'aumento delle tasse nel settore, la politica dovrebbe concentrarsi su una corretta informazione rivolta alle nuove generazioni, sui rischi delle scommesse d'azzardo e in generale sui giochi non regolamentati proposti dal Web. È questa la vera guerra da combattere».
Il lockdown ha ridotto del 40% gli incassi del settore e l'erario ha perso 4,5 miliardi Crollano tutti i tagliandi a premio. Corre l'online. Ma anche l'attività clandestinaL'economista Giampaolo Galli: «Molti, a partire dai 5 stelle, si scagliano contro l'azzardo legale. La verità è che quegli incassi fanno comodo»Lo speciale contiene due articoliLo Stato non gioca più. Il Covid ha fatto cadere la maschera di ipocrisia dei tanti moralisti «da salotto» che dopo anni di battaglie per chiudere le sale da gioco, all'improvviso hanno scoperto che il blocco di questo settore può causare gravi problemi per i conti pubblici, fino a rappresentare un rischio di nuove tasse. Le misure di restrizione decise dal governo per fronteggiare la pandemia hanno causato un drammatico calo dei ricavi per gli operatori del settore e, come conseguenza, un'importante diminuzione delle entrate erariali. Considerando la chiusura delle sale giochi per oltre 6 mesi, nel corso del 2020 si stimano ricavi fiscali per lo Stato inferiori a 7 miliardi di euro, circa 4,5 miliardi di euro in meno (il 40%) rispetto al 2019 quando il gettito erariale è stato di 11,5 miliardi. Complessivamente il settore ha perso il 25% degli incassi arrivando a una raccolta di circa 82 miliardi contro i 110 miliardi dell'anno scorso. Questo spiega la perdita di gettito per lo Stato. Secondo Agipronews, il crollo maggiore si è avuto per le slot machine e le videolottery che hanno totalizzato una raccolta solo di 4,7 miliardi, cioè il 54% in meno rispetto al 2019. Sono diminuite del 36% le scommesse mentre il Bingo ha perso il 50% degli incassi. Non è andata meglio alle lotterie e ai giochi numerici che hanno registrato una perdita erariale di 800 milioni di euro. I proventi del lotto sono diminuiti del 22% scendendo a 5,9 miliardi. Il tradizionale appuntamento con la Lotteria Italia è stato un disastro. Solo 4,7 milioni di biglietti venduti, con un incasso di 23 milioni di euro. Mai così pochi da 40 anni, in calo del 31,3% rispetto ai 6,7 milioni dell'edizione precedente. Ora lo Stato ci riprova con la lotteria degli scontrini. L'operazione legata al cashback è però già partita in salita. La chiusura delle sale giochi non ha fermato i giocatori più incalliti, come era prevedibile, che si sono riversati sul Web o sono stati intercettati dagli operatori clandestini. Le attività online rappresentano ancora un settore di nicchia ma la pandemia ha fatto decollare i flussi sulle piattaforme anche straniere e gli esperti del settore stimano che questa crescita continuerà anche quando i locali saranno riaperti. Il Covid ha contribuito a radicare una tendenza che si era già manifestata soprattutto tra i più giovani. Durante il lockdown, è stato rilevato un incremento delle scommesse e dei giochi online del 39% rispetto al 2019. Le puntate tramite pc e smartphone hanno toccato i 2,5 miliardi di euro. Una buona fetta del fatturato perso dalle sale è finito presumibilmente al mercato clandestino. Per l'erario, giochi e lotterie hanno sempre rappresentato un gettito importante capace di riequilibrare il bilancio pubblico nei momenti più neri. L'alternativa sarebbe stata un aumento e l'introduzione di nuove tasse. Ma si è cercato di nascondere questa realtà dietro campagne moralistiche. Il M5s ne ha fatto addirittura un pilastro del programma elettorale, salvo fare marcia indietro quando è arrivato a Palazzo Chigi dove si è limitato a promuovere un inasprimento fiscale. Certo, sarebbe assai difficile rinunciare agli oltre 10 miliardi che ogni anno giochi e lotterie garantiscono alle casse pubbliche. Come riporta il Libro Blu dell'Agenzia delle dogane e dei monopoli, che annualmente fotografa il settore, nel 2019 il volume di denaro giocato è aumentato del 3,5% attestandosi a 110,54 miliardi di euro e gli incassi erariali sono cresciuti del 9,5% a 11,5 miliardi. Dal 2015 al 2019 le dimensioni del gioco hanno avuto un trend crescente. La raccolta, cioè l'ammontare complessivo delle puntate effettuate dalla totalità dei giocatori, è salita del 25,3%. La spesa, cioè le perdite dei giocatori data dalla differenza tra raccolta e vincite, è aumentata del 14,4% e gli incassi per l'erario del 29,5%. Una vera manna. Tant'è che i governi negli ultimi anni hanno inasprito la tassazione sul gioco spesso spacciando le maggiori imposte come parte della lotta contro questa forma di dipendenza. Più tasse al settore si trovano nel decreto Dignità, nella legge di bilancio e nel decreto sul reddito di cittadinanza. La legge di bilancio aveva stabilito anche un taglio del 30% del numero di slot machine, scese da 407.000 nel 2017 a 259.130 di metà 2018. Nonostante le numerose misure penalizzanti e gli aggravi introdotti dal legislatore, dal 2016 a oggi la raccolta totale rapportata al Pil è aumentata di continuo. Maggiori tasse non possono essere considerate strumenti efficaci per contrastare il gioco d'azzardo. Uno studio dell'Osservatorio sui conti pubblici mette in evidenza che le giocate nelle slot machine presenti nei bar e nei tabaccai e le videolottery delle sale giochi e bingo rappresentano una parte importante di tutta la raccolta e sono proprio quelle rimaste ferme con le misure di restrizione del Covid. Il report sottolinea anche che gli aumenti di imposizione fiscale sul gioco d'azzardo trovano largo consenso presso l'opinione pubblica anche perché si pensa che gravino sulle aziende del settore e possano quindi metterle in difficoltà. In realtà, nella maggior parte dei casi sono a carico dei giocatori, molti dei quali sono problematici o affetti da ludopatia. E questi non si lasciano distogliere da qualche balzello in più, come pure non si sono fatti scoraggiare dalle chiusure dei locali per il Covid. Hanno continuato a giocare altrove, sul Web o in modo clandestino. I soldi che finivano nelle casse dello Stato non sono rimasti nelle tasche dei giocatori, ma in (cattive) mani altrui.Sul fenomeno ha acceso i riflettori l'Agenzia dei monopoli. Per il direttore generale Marcello Minenna il lockdown «ha determinato una riduzione del 25-30% del gioco legale, facendo però riscontrare un aumento di quello illegale». Numerosi sono stati gli interventi del Comitato per la prevenzione e la repressione del gioco illegale: in più di 50 capoluoghi di provincia sono state controllate 250 sale illegali e inflitte sanzioni per oltre 1 milione di euro.Sul crollo del fatturato dei giochi è stata presentata una interrogazione al Senato il 13 gennaio nella quale si chiedeva conto al ministro dell'Economia sulle misure da adottare per riaprire i luoghi adibiti a queste attività. Al doppio danno, blocco del gettito fiscale e rivitalizzazione del mercato illegale, si aggiunge il rischio per gli oltre 150.000 occupati che potrebbero saltare non appena finirà lo stop ai licenziamenti. La pandemia ha così svelato quanto di ipocrita ci sia nella battaglia contro le sale gioco. A meno che non si voglia rinunciare agli incassi da tasse che ne derivano. 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Giampaolo Galli, economista dell'Osservatorio sui conti pubblici dell'Università Cattolica di Milano, parla fuori dai denti. «Il Movimento 5 stelle ha fatto della lotta ai giochi un totem quand'era all'opposizione mentre al governo ha continuato la battaglia aumentando l'imposizione fiscale sulle attività. Ma senza alcun risultato. Nel 2019, dopo i provvedimenti voluti dai 5s, i giocatori non sono diminuiti, anzi sono cresciuti e, in fondo, per le casse dello Stato è stato un vantaggio».Le restrizioni imposte dal Covid hanno messo a terra un settore che conta oltre 150.000 addetti e garantisce un gettito per lo Stato pari a circa 11 miliardi l'anno. Forse qualcuno pensa che la pandemia possa dare un colpo mortale al gioco? «Non c'è dubbio che questo è un settore che come tanti altri garantisce reddito e occupazione a tante persone, oltre che un incasso per lo Stato. Secondo le prime stime, nel 2020 il gettito per l'erario è caduto di ben 4,5 miliardi. E sui giochi poi ci sono parecchi miti da sfatare». Ci dica. «Intanto, in passato si è pensato che l'aumento della tassazione e del costo per gli utenti sarebbe stato un deterrente efficace contro la crescita del gioco. Questo non è vero. La ludopatia, che è una brutta bestia, rende le persone sostanzialmente insensibili al prezzo. Quindi, quando si aumenta la tassazione, i giocatori continuano a giocare, ma si riducono le vincite perché una quota maggiore della spesa va allo Stato». E gli altri miti? «L'altro mito è che con un aumento del Preu, cioè la tassa che pagano le imprese sulla raccolta, l'onere della tassa finisca davvero a carico delle imprese. In realtà, alla fine quelli che pagano sono i clienti, cioè i giocatori. Si aumentano le tasse sulle imprese, ma queste riducono il pay-out, cioè la quota di spesa che torna ai giocatori sotto forme di vincite, e quindi sono quasi sempre questi ultimi che ci rimettono». E non basterebbe mettere dei livelli minimi alle vincite? «I minimi di legge ci sono, eccome. Ma non tutte le imprese sono al minimo, anche perché nel settore c'è concorrenza. Inoltre, in questi anni, ogni volta che si è aumentato il Preu si è anche consentito alle imprese di ridurre il pay-out, per evitare di mandarle in crisi». Nel 2018, su richiesta del Movimento 5 stelle, fu aumentata la tassazione sulle imprese. Quali furono le conseguenze? «Intanto il provvedimento dei 5s prevedeva che, assieme all'aumento del Preu su slot e videolottery, ci fosse una riduzione del pay-out minimo. Questo ha fatto sì che la tassa fosse pagata per lo più dai giocatori. E non si prevedeva certo che ciò avrebbe ridotto le spesa per i giochi; tant'è vero che nella relazione ufficiale della Ragioneria dello Stato vi era la previsione di un aumento dell'incasso per l'erario. A consuntivo, la spesa per il gioco nel 2019 è aumentata del 3,5%, il contrario di quello che era stato propagandato dai fautori di quella legge». Altri miti da sfatare? «Che riducendo i giochi legali e già regolati possa diminuire il totale delle giocate. Questo non è vero, per l'ovvio motivo che esistono i giochi online e le scommesse clandestine, su cui lo Stato può fare ben poco. La legge di bilancio del 2016, oltre ad aumentare drasticamente il prelievo, ha imposto una riduzione del 30% delle slot machine. E in effetti c'è stata una diminuzione del loro numero, da 407.000 unità al 1° gennaio 2017 a 259.130 a metà del 2018. È probabile che questo taglio abbia avuto un impatto sulle giocate delle slot. Ma i dati sul totale della spesa per giochi degli italiani non mostrano una riduzione, segno che la gente ha speso per altre tipologie di giochi». Ma non c'è una questione di etica pubblica che dovrebbe venire prima di tutto? «Sono d'accordo, ma allora la prima cosa da fare è mettere fine allo Stato biscazziere. E questo vuol dire trovare nuove tasse per sostituire le entrate da gioco. Dopo tante chiacchiere contro le scommesse di Stato, nemmeno il Movimento 5 stelle se l'è sentita di fare una cosa del genere. In realtà, con i decreti del 2018 di cui abbiamo detto prima è caduto uno dei tanti totem propagandistici dei 5s. Se fossero stati coerenti avrebbero dovuto abolire le entrate da giochi. E ovviamente non lo hanno fatto». E allora che cosa si può fare per contrastare la ludopatia? «Invece di fare battaglie di retroguardia, ideologiche e senza alcun costrutto, come quella sull'abolizione delle sale gioco o sull'aumento delle tasse nel settore, la politica dovrebbe concentrarsi su una corretta informazione rivolta alle nuove generazioni, sui rischi delle scommesse d'azzardo e in generale sui giochi non regolamentati proposti dal Web. È questa la vera guerra da combattere».
Philippe Donnet (Ansa)
La cedola sale a 1,64 euro per azione, con un incremento del 14,7%, superiore alle attese degli analisti. Quasi 2,4 miliardi distribuiti agli azionisti. Donnet lancia anche un nuovo programma di buyback da 500 milioni di euro. In altre parole, soldi che tornano direttamente nelle tasche dei soci. Quando si distribuisce così tanta liquidità significa che il motore gira forte. Le masse gestite dal gruppo arrivano a sfiorare i 900 miliardi di euro, in crescita del 4,3%. Il risparmio gestito porta a casa oltre 1,19 miliardi di utile operativo. Ma il cuore pulsante resta l’attività assicurativa. I premi lordi complessivi salgono a 98,1 miliardi. La solidità patrimoniale resta robusta. In termini semplici: il capitale per coprire i rischi è più che abbondante. Accanto a Donnet, il nuovo direttore generale e vice ceo Giulio Terzariol prova a sintetizzare il momento dei mercati partendo da vicino: «Le assicurazioni non coprono i rischi di guerra». Ma la parte più interessante arriva quando si passa alla geografia della finanza. È cambiato l’azionista di riferimento di Mediobanca, la storica custode della quota strategica di Generali. Un passaggio che ha riacceso i riflettori sugli equilibri del capitalismo tricolore, con i soci Francesco Gaetano Caltagirone e la holding Delfin della famiglia Del Vecchio molto attivi nel riassetto del sistema. Donnet, con diplomazia d’ordinanza, dice di avere «rapporti positivi e istituzionali con tutti gli azionisti». Il riferimento è alla mancata alleanza con la francese Natixis nella gestione del risparmio, stoppata anche in nome della difesa della sovranità nazionale. Il ceo del Leone tira fuori la mossa più elegante della giornata. Se davvero il risparmio italiano deve restare in Italia, dice in sostanza Donnet, allora Generali è prontissima a dare una mano. L’accordo di bancassurance tra Banca Monte dei Paschi e la francese Axa scade il prossimo anno. «Il nostro mestiere è anche la gestione del risparmio», osserva Donnet. «Forse saremo un candidato per sostituire Axa». Pertanto: «Se possiamo rimpatriare questo risparmio italiano in Italia, saremo felici di farlo». Non solo patriottismo (Donnet ha preso la cittadinanza italiana) e tentativo di allacciare nuovi rapporti con la capogruppo: gli sportelli del Monte rappresentano una rete commerciale importante per vendere polizze, previdenza e prodotti di investimento. In altre parole, un affare che vale miliardi. E non è l’unica partita aperta. Generali guarda con interesse anche all’espansione dell’accordo di bancassurance con Unicredit, oggi limitato al Centro ed Est Europa. L’idea è ampliarlo e rafforzarlo sostituendo Amundi, altro gruppo francese. Intanto, mentre a Trieste si parlava di utili record, il titolo Generali a Piazza Affari chiudeva la seduta in controtendenza, salendo dell’1,48% a 33,6 euro. Segno che il mercato apprezza la traiettoria del Leone. Il prossimo appuntamento sarà l’assemblea del 23 aprile. Una riunione un po’ particolare: per la prima volta dopo il periodo Covid gli azionisti non saranno presenti fisicamente e voteranno solo tramite il rappresentante designato. Ma non è detto che mancherà lo spettacolo. Perché quando si parla di Generali, di Mediobanca e di finanza italiana, qualcosa succede sempre.
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Riduci
«Quella Notte» (Netflix)
Il romanzo da cui Netflix ha deciso di trarre ispirazione, in Italia, non è mai arrivato. Non tradotto. Esiste solo la sua versione inglese, quella che il Sunday Times ha celebrato annoverandola tra i propri bestseller. Veloce, dinamico, capace di prendere le distanze dal classico giallo procedurale per trovare una complessità diversa, allargando l'ambito psicologico fino a interrogarsi sui confini che l'etica e la morale dovrebbero imporre ad ognuno di noi.
That Night, com'è stato intitolato in lingua originale il romanzo di Gillian McAllister, non ha falle, per la critica statunitense. Che, venerdì 13 marzo, sarà chiamata a valutare una nuova versione di questo libro perfetto: la serie televisiva che di qui ha avuto origine.Quella Notte, i cui episodi saranno rilasciati su Netflix nella modalità canonica del cofanetto, è l'adattamento televisivo del romanzo mai tradotto. E, con lo stesso ritmo, ne racconta la storia. Una storia difficile da valutare, quella di una donna, Elena, partita per una vacanza che avrebbe dovuto essere leggera. Aveva scelto la Repubblica Dominicana per passare qualche giorno lontano dalla città, sulle spiagge in cui il mare sovrasti i pensieri. Ma, poco dopo il proprio arrivo, con la macchina presa a nolo, ha investito un uomo. Lo ha ucciso e lasciato sul ciglio della strada. Elena è scappata, per paura. Paura della prigione in un Paese straniero, paura di essere separata dal figlio piccolo. Paura di ammettere il proprio errore, di non riuscire a giustificarlo come tale, di essere considerata un'assassina. Così, anziché fare quello che avrebbe dovuto, chiamare le autorità competenti, lascia che sia il panico a guidare le proprie azioni, scegliendo la famiglia. Sono le sue sorelle le prime persone che Elena avvisa, Paula e Cris. E sono loro a cedere al legame di sangue, acconsentendo a coprire l'omicidio. Peggio, ad insabbiarlo. Avevano le stesse paure di Elena, temevano il nipotino rimanesse senza sua madre. Coprono, dunque, rendendosi complici di un crimine che avrebbe dovuto essere denunciato.
Quella Notte comincia qui, allontanandosi dall'incedere tipico del giallo per raccontarne una variabile, il calvario di chi del giallo è parte, la pressione psicologica, l'ansia che schiaccia e toglie il fiato. E, ad agitare le coscienze, il dubbio e la colpa. Lo show, come il romanzo dal quale è tratto, cerca di interrogarsi sui limiti dell'etica individuale, capendo quanto possa essere elastica: fin dove si possano spingere gli esseri umani per proteggere se stessi e coloro che amano. La risposta è ambigua, volutamente fumosa. Tra le sorelle, una sembra patire meno il senso di colpa. L'altra vorrebbe aggiustare il tiro, fare diversamente. Non c'è moralismo, né la condanna dell'una o dell'altra. Solo l'interrogativo, declinato con lo schema sempre efficace di episodi breve e intensi.
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Il rischio da qui al 2035, dice il report, è di avere città meno illuminate, alcuni quartieri-dormitorio, popolazione anziana con difficoltà a fare la spesa e un maggior degrado del tessuto urbano. Il fenomeno è il risultato di una tempesta perfetta di fattori economici e sociali. In primo luogo, il cambiamento profondo nei modelli di acquisto: tra il 2015 e il 2025, mentre le vendite totali al dettaglio sono cresciute del 14,4%, quelle delle piccole superfici sono rimaste al palo (0,0%). Al contrario, il commercio online è quasi triplicato (+187%), passando da un valore di 31,4 miliardi nel 2019 ai 62,3 miliardi previsti per il 2025. Oggi l’e-commerce incide per l’11,3% sui consumi di beni e per il 18,4% sui servizi. Ha grande impatto sulle chiusure dei negozi la «turistificazione» dei centri storici. Gli affitti brevi e i B&B sono aumentati del 184,4%. Questo boom è particolarmente evidente nelle località del Mezzogiorno, dove i B&B sono quasi quadruplicati. Se da un lato questo alimenta l’indotto turistico, dall’altro sottrae spazi alla residenzialità e ai servizi di prossimità, modificando l’identità dei quartieri. Questa mutazione si esprime anche con una modifica del tessuto imprenditoriale: calano le imprese a titolarità italiana (-290.000) e aumentano quelle straniere (+134.000), che svolgono una funzione di «supplenza» commerciale, pur rimanendo spesso piccole e frammentate. Si nota inoltre un processo di professionalizzazione: crescono le società di capitale (passate dal 9% al 17% nel commercio al dettaglio e dal 14,2% al 30,6% nell’alloggio e ristorazione) mentre diminuiscono tutte le altre forme (ditte individuali, società di persone, cooperative, consorzi), segno che chi resta sul mercato cerca una struttura organizzativa più solida per resistere alla crisi. In molti casi la crescita degli alloggi turistici avviene a scapito delle strutture alberghiere tradizionali, mentre parte dei bar si riclassifica nella ristorazione.
Il fenomeno non colpisce l’Italia in modo uniforme. Il Nord è più sofferente, con perdite di negozi che in città come Belluno, Vercelli, Trieste e Alessandria superano il 33%. Al contrario, il Sud mostra una maggiore resilienza, sebbene fortemente dipendente dalla spinta turistica. Tra le città che hanno perso più imprese spiccano Agrigento (-37,5%) e Ancona (-35,9%).
Il bilancio sullo stato di salute delle varie categorie merceologiche è impietoso. In forte calo le edicole (-51,9%), l’abbigliamento e le calzature (-36,9%), i mobili e ferramenta (-35,9%) e i libri e giocattoli (-32,6%). In crescita invece ristorazione (+35%), rosticcerie e pasticcerie (+14,4%), farmacie e negozi di tecnologia. Il comparto alloggio e ristorazione è l’unico con segno positivo (+19.000 imprese totali).
Confcommercio azzarda una stima al 2035 che è a tinte fosche: città meno illuminate, aumento del degrado urbano, quartieri che diventano «dormitori» e crescenti difficoltà per la popolazione anziana, che perderebbe i punti di riferimento per la spesa quotidiana.
Per contrastare questo scenario, l’associazione del commercio, attraverso il progetto Cities, sottolinea l’urgenza di provvedimenti di rigenerazione urbana. Non si tratta solo di sostenere il commercio, ma di ripensare l’equilibrio tra residenti, turisti e servizi. È necessario passare da una crescita disordinata a una pianificazione che valorizzi i negozi di vicinato come presidi di sicurezza, socialità e vivibilità delle città italiane.
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