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2026-04-16
Risbattuto in strada dai medici attivisti. Senegalese sgozzato in una baraccopoli
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Qui, quando ancora tre degli otto medici poi indagati non erano stati sospesi dal giudice e agli altri non era stato impedito di occuparsi della burocrazia migratoria (per dieci mesi), era entrato in una lista speciale. Cisse era uno degli stranieri che avrebbe beneficiato di quei 34 certificati al centro dell’indagine della Procura sui medici anti Cpr. Documenti ritenuti falsi in base alle verifiche degli investigatori della Squadra mobile all’interno di un’inchiesta coordinata dai pm Daniele Barberini e Angela Scorza. Quando Cisse, immigrato da trattenere in un Cpr in attesa della sua espulsione, fu sottoposto alle analisi del sangue e del torace non saltarono fuori patologie. Nessun elemento clinico significativo. Il medico che si occupò della sua posizione, però, emise una valutazione di inidoneità. Con una decisione motivata in modo generico (l’incompletezza degli esiti, il tempo ritenuto insufficiente per un approfondimento clinico), Cisse è stato sottratto dal trattenimento in Cpr ma non tolto dalla strada. «L’indisponibilità di dati sanitari per omesso espletamento dei dovuti accertamenti», è stata la ramanzina del gip per i dottori anti-sistema, «non giustifica l’emissione di un certificato d’inidoneità», dato che «il compito del medico è proprio quello di accertare l’esistenza di patologie incompatibili con la vita in comunità ristretta». E il mancato approfondimento delle visite non può essere giustificato con la mancanza di tempo «atteso che nessuna disposizione ha introdotto un termine perentorio entro il quale il sanitario deve emettere la valutazione». Quel certificato ha lasciato Cisse nella sua zona grigia da clandestino in fase di espulsione, irrimediabile dal punto di vista burocratico e caratterizzata da precarietà e abbandono. Una condizione nella quale il disagio si accumula e può esplodere. Ma erano i giorni della protesta, suggerita dalla Società italiana di medicina delle migrazioni, che a Malattie infettive del Santa Maria delle Croci aveva conquistato quasi tutto il reparto. I certificati, ha ricostruito l’inchiesta, venivano stilati «in un’ottica di aperta contestazione del sistema di gestione dell’immigrazione clandestina».
Chi ha firmato il certificato, però, non deve essersi chiesto se Cisse, invece di seguire il regolare iter disposto dalle autorità, sarebbe poi finito tra altri senza dimora che trovano riparo nei dormitori improvvisati della Darsena. Rifugi. Ma anche punti di incontro e di tensione. Gli stessi davanti ai quali l’altra notte è cominciata la colluttazione. L’altra figura di questa storia è un trentaseienne del Mali, Dambelé Kedjougou Madi. È ricoverato con ferite da arma da taglio. I carabinieri del nucleo investigativo, coordinati dal pm di turno Ylenia Barbieri, sospettano che sia l’autore dell’accoltellamento. E ieri gli hanno notificato un provvedimento giudiziario di fermo con l’accusa di omicidio volontario aggravato dai futili motivi. Madi rimarrà piantonato nella sua stanza d’ospedale. Poi, come disposto dall’autorità giudiziaria, quando le sue condizioni lo permetteranno, verrà accompagnato in carcere. A differenza della vittima risulterebbe regolare sul territorio italiano. Avrebbe colpito Cisse al collo con un oggetto tagliente, forse un coltello (che al momento non è stato trovato). E mentre la vittima, dopo essersi trascinata per alcune centinaia di metri lungo via Antico Squero, si è accasciata vicino alla cancellata dell’Autorità portuale, Madi, ferito alla testa con un corpo contundente, è stato trovato poco più avanti, proprio alla fine della Darsena. L’ipotesi più accreditata è quella di un litigio. Un contrasto nato tra due uomini che frequentavano gli stessi edifici abbandonati. Una tensione cresciuta dentro uno spazio senza regole, senza protezioni e senza mediazioni. Le «minuziose attività di sopralluogo e repertamento», fanno sapere i carabinieri, avrebbero permesso di ricostruire la dinamica, indirizzando le indagini verso il sospettato. Entrambi, stando ai testimoni, venivano visti al «servizio docce e ristoro» dell’Opera di Santa Teresa. Quello era l’unico luogo in cui Cisse aveva piccoli momenti di vita sociale. Tanto che ieri una ragazza italiana che lo conosceva è arrivata sulla Darsena per lasciare dei fiori e un biglietto. Lì, però, ha trovato il suo ex, un ventiseienne senegalese indagato per stalking, con divieto di avvicinamento e braccialetto elettronico. È scattato un arresto per violazione della misura cautelare e una denuncia per gli oggetti atti a offendere che lo straniero aveva nello zaino. Lo stesso spazio marginale, la Darsena, si conferma un punto che raccoglie storie diverse, ma segnate dal disagio.
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Clandestino muore a Ravenna dopo una rissa con un maliano. Era tra i beneficiari dei certificati contestati dalla Procura.Prima di terminare la sua vita sulla pista ciclabile della Darsena di Ravenna, area urbana marginale tutta capannoni dismessi ed ex strutture industriali, Moussa Cisse, il senegalese di 29 anni trovato con la gola tagliata, era passato per il reparto di Malattie infettive del Santa Maria delle Croci. Qui, quando ancora tre degli otto medici poi indagati non erano stati sospesi dal giudice e agli altri non era stato impedito di occuparsi della burocrazia migratoria (per dieci mesi), era entrato in una lista speciale. Cisse era uno degli stranieri che avrebbe beneficiato di quei 34 certificati al centro dell’indagine della Procura sui medici anti Cpr. Documenti ritenuti falsi in base alle verifiche degli investigatori della Squadra mobile all’interno di un’inchiesta coordinata dai pm Daniele Barberini e Angela Scorza. Quando Cisse, immigrato da trattenere in un Cpr in attesa della sua espulsione, fu sottoposto alle analisi del sangue e del torace non saltarono fuori patologie. Nessun elemento clinico significativo. Il medico che si occupò della sua posizione, però, emise una valutazione di inidoneità. Con una decisione motivata in modo generico (l’incompletezza degli esiti, il tempo ritenuto insufficiente per un approfondimento clinico), Cisse è stato sottratto dal trattenimento in Cpr ma non tolto dalla strada. «L’indisponibilità di dati sanitari per omesso espletamento dei dovuti accertamenti», è stata la ramanzina del gip per i dottori anti-sistema, «non giustifica l’emissione di un certificato d’inidoneità», dato che «il compito del medico è proprio quello di accertare l’esistenza di patologie incompatibili con la vita in comunità ristretta». E il mancato approfondimento delle visite non può essere giustificato con la mancanza di tempo «atteso che nessuna disposizione ha introdotto un termine perentorio entro il quale il sanitario deve emettere la valutazione». Quel certificato ha lasciato Cisse nella sua zona grigia da clandestino in fase di espulsione, irrimediabile dal punto di vista burocratico e caratterizzata da precarietà e abbandono. Una condizione nella quale il disagio si accumula e può esplodere. Ma erano i giorni della protesta, suggerita dalla Società italiana di medicina delle migrazioni, che a Malattie infettive del Santa Maria delle Croci aveva conquistato quasi tutto il reparto. I certificati, ha ricostruito l’inchiesta, venivano stilati «in un’ottica di aperta contestazione del sistema di gestione dell’immigrazione clandestina». Chi ha firmato il certificato, però, non deve essersi chiesto se Cisse, invece di seguire il regolare iter disposto dalle autorità, sarebbe poi finito tra altri senza dimora che trovano riparo nei dormitori improvvisati della Darsena. Rifugi. Ma anche punti di incontro e di tensione. Gli stessi davanti ai quali l’altra notte è cominciata la colluttazione. L’altra figura di questa storia è un trentaseienne del Mali, Dambelé Kedjougou Madi. È ricoverato con ferite da arma da taglio. I carabinieri del nucleo investigativo, coordinati dal pm di turno Ylenia Barbieri, sospettano che sia l’autore dell’accoltellamento. E ieri gli hanno notificato un provvedimento giudiziario di fermo con l’accusa di omicidio volontario aggravato dai futili motivi. Madi rimarrà piantonato nella sua stanza d’ospedale. Poi, come disposto dall’autorità giudiziaria, quando le sue condizioni lo permetteranno, verrà accompagnato in carcere. A differenza della vittima risulterebbe regolare sul territorio italiano. Avrebbe colpito Cisse al collo con un oggetto tagliente, forse un coltello (che al momento non è stato trovato). E mentre la vittima, dopo essersi trascinata per alcune centinaia di metri lungo via Antico Squero, si è accasciata vicino alla cancellata dell’Autorità portuale, Madi, ferito alla testa con un corpo contundente, è stato trovato poco più avanti, proprio alla fine della Darsena. L’ipotesi più accreditata è quella di un litigio. Un contrasto nato tra due uomini che frequentavano gli stessi edifici abbandonati. Una tensione cresciuta dentro uno spazio senza regole, senza protezioni e senza mediazioni. Le «minuziose attività di sopralluogo e repertamento», fanno sapere i carabinieri, avrebbero permesso di ricostruire la dinamica, indirizzando le indagini verso il sospettato. Entrambi, stando ai testimoni, venivano visti al «servizio docce e ristoro» dell’Opera di Santa Teresa. Quello era l’unico luogo in cui Cisse aveva piccoli momenti di vita sociale. Tanto che ieri una ragazza italiana che lo conosceva è arrivata sulla Darsena per lasciare dei fiori e un biglietto. Lì, però, ha trovato il suo ex, un ventiseienne senegalese indagato per stalking, con divieto di avvicinamento e braccialetto elettronico. È scattato un arresto per violazione della misura cautelare e una denuncia per gli oggetti atti a offendere che lo straniero aveva nello zaino. Lo stesso spazio marginale, la Darsena, si conferma un punto che raccoglie storie diverse, ma segnate dal disagio.
Padiglione Enel con modello di centrale nucleare alla Fiera Campionaria di Milano, aprile 1976. (Archivio Fondazione Fiera Milano)
Nel 1976 gli effetti della crisi petrolifera mondiale scatenata tre anni prima dalla guerra dello Yom Kippur si facevano ancora sentire in modo preoccupante. Il rincaro del petrolio e dei suoi derivati avevano eroso pesantemente la crescita delle economie ed i governi occidentali, non ultimo quello italiano, erano alla ricerca affannosa di fonti energetiche alternative all’oro nero. L’energia nucleare era considerata una delle frontiere su cui i Paesi contavano maggiormente. L’Italia, fin dal decennio precedente (che vide la nascita dell’azienda nazionale Enel dalla nazionalizzazione delle compagnie private) si era trovata all’avanguardia nella ricerca e nello sviluppo dell’energia atomica. Dal 1964 tre centrali di prima generazione erano in funzione sul territorio nazionale: quelle di Borgo Sabotino (Latina), di Sessa Aurunca (Caserta) e Trino Vercellese (Vercelli), con i reattori realizzati da Ansaldo su licenza General Electric. Dal 1971 era in costruzione la quarta e più evoluta centrale di Caorso (Piacenza), e nello stesso periodo il Piano Energetico Nazionale del 1975 (noto come piano Donat-Cattin dal cognome del ministro dell’Industria) d’intesa tra governo, Enel e Cnen (poi Enea) avrebbe dovuto portare in 10 anni alla costruzione di ben 20 centrali nucleari in Italia. Anche l’industria pesante e l’Eni furono coinvolti, con quest’ultimo che avrebbe dovuto occuparsi della trasformazione dell’Uranio francese tramite un accordo con Edf, mentre le grandi aziende come Ansaldo già avevano sviluppato un ottimo know-how grazie alle numerose commesse ottenute all’estero. I tempi, insomma, sembravano maturi in quella primavera del 1976 quando si aprì la annuale Fiera Campionaria di Milano, appuntamento-vetrina per l’industria italiana. L’Enel si presentò con un padiglione divulgativo dedicato prevalentemente all’energia dell’atomo, particolarmente studiato per sensibilizzare i milioni di visitatori di quella 54a edizione, aperta poco dopo un convegno presso l’Accademia dei Lincei dove il presidente dell’Enel Arnaldo Maria Angelini indicò nella crescente richiesta di energia dell’ultimo anno il segno di una ripresa industriale alle porte, sottolineando quanto la crescita dei prezzi dell’olio combustibile per l’industria avesse pesato sulla ripresa (800 miliardi di lire), lamentandosi dei ritardi nella costruzione delle altre due centrali (Caorso e Montalto di Castro ndr) e dei crescenti costi per la loro realizzazione. Il ministro «enfant terrible della Dc» usò il padiglione Enel per rimarcare l’intenzione di sbloccare le grandi commesse pubbliche per l’elettronucleare davanti agli operatori del settore, a poca distanza dal plastico realizzato in ogni dettaglio della futura centrale di Caorso, dotata di un reattore di seconda generazione ad acqua leggera e uranio leggermente impoverito di tipo Bwr (Boiling water reactor). Nei grandi pannelli informativi del padiglione l’esaltazione dell’energia nucleare come soluzione alla dipendenza dal petrolio, come fonte pulita, efficiente, alternativa e soprattutto descritta come assolutamente sicura.
Dopo le giornate «radiose» della Fiera tuttavia, la storia del nucleare italiano che pareva allora proiettare il Paese tra i primi tre produttori di energia dalla fissione atomica, fu costellata di ostacoli di varia natura, che in brevissimo tempo metteranno la parola fine all’energia alternativa al petrolio e alle altre fonti importate. Se la centrale di Caorso vedrà la luce (pur con ritardo) nel 1981, quella di Montalto di Castro, iniziata nel 1982, non entrerà mai in funzione con grave perdita per Enel. Inoltre giocò un ruolo di opposizione la politica locale, con gli scontri sulla localizzazione delle aree destinate al nucleare che rallentarono ulteriormente la marcia dell’atomo italiano. Determinanti furono poi gli incidenti agli impianti nucleari all’estero. Il 28 marzo 1979 si verificò un grave incidente alla centrale di Three Mile Island in Pennsylvania, dove un principio di fusione del nocciolo fece rischiare la catastrofe, evitata solo perché le strutture di contenimento ressero. Ma il panico si diffuse anche in Europa, dove contemporaneamente nascevano i movimenti contro l’energia atomica. Nel 1978, intanto, era stata fermata la centrale del Garigliano a Sessa Aurunca per manutenzione. La poca vita rimanente dell’impianto e la paura per la localizzazione dell’impianto in zona sismica dopo il terremoto del 1980 ne decretarono la dismissione nel 1982.
Il 1986, esattamente un decennio dopo quell’ edizione della Fiera di Milano dedicata ai traguardi del nucleare, fu l’annus terribilis per l’energia atomica, con l’incidente alla centrale nucleare di Chernobyl in Ucraina. L’anno seguente un referendum mise la parola fine al nucleare italiano e tutte le centrali italiane furono fermate e successivamente smantellate.
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Giorgio Gandola ospita il senatore Claudio Borghi (Lega) per un’analisi senza filtri sulla tempesta che minaccia l’Italia. Tra venti di guerra, crisi energetica e la rigidità glaciale di Ursula von der Leyen, il quadro che emerge è quello di un'Europa a due velocità che gioca con le carte segnate e in cui il nostro Paese è tenuto volutamente in svantaggio. Intanto a Trump non basta più attaccare l'Iran: ora se la prende pure con papa Leone XIV.