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2019-07-22
L’Inps possiede 31.292 case
però riesce a perdere più di 73 milioni
Ansa
Uffici, locali commerciali, alberghi. Perfino cantine, soffitte e palazzi di lusso: c'è un po' di tutto nell'enorme patrimonio immobiliare di proprietà dell'Inps. Non c'è Regione d'Italia che sia stata risparmiata dalla «colonizzazione» immobiliare dell'ente di previdenza: lungo lo stivale, si contano 31.292 immobili, il 50 per cento dei quali nella sola Regione Lazio. Nell'ultima relazione della Corte dei conti sulla gestione finanziaria dell'istituto, si legge che il 42 per cento del patrimonio è costituito da unità secondarie o minori (come box o cantine), il 36 per cento da immobili a destinazione abitativa e il restante 22 per cento si divide tra uffici e strutture ricettive, come ex colonie o edifici scolastici.
«La forte eterogeneità del patrimonio immobiliare», scrivono i giudici contabili, «è il risultato della confluenza dei portafogli immobiliari di enti soppressi (come Inpdap e Inpdai) e, soprattutto, della chiusura di operazioni di cartolarizzazione». Un tesoretto da 2,4 miliardi di euro, la cui gestione tuttavia non può dirsi propriamente un affare: nel 2017, il rendimento lordo del patrimonio è stato negativo per una percentuale che sfiora il 3%. Gli oltre 30.000 immobili di proprietà dell'Inps, insomma, hanno generato un buco in bilancio di più di 73 milioni di euro. Fino al 31 marzo scorso, il patrimonio da reddito, quello originario dell'Inps e quello derivante dalla soppressione di alcuni enti come Ipost, era in mano alla società Igei spa, partecipata al 51 per cento da Inps. Dal primo aprile 2018, con la Igei in liquidazione con una perdita netta di oltre due milioni di euro, chi è stato chiamato a valorizzare il patrimonio dell'Inps? La Romeo gestioni, società riconducibile ad Alfredo Romeo, l'imprenditore napoletano coinvolto con l'accusa di corruzione nella maxi inchiesta Consip. Certo, Romeo gestioni è uno dei gruppi più grandi d'Italia, amministra i beni e gli immobili di gran parte della pubblica amministrazione, dalla presidenza della Repubblica a quella del Consiglio, passando per il ministero dell'Interno e quello dell'Economia. Eppure, le coincidenze temporali hanno una certa rilevanza: quando viene deciso di affidarle la gestione del patrimonio Inps, il caso Consip è già scoppiato da tempo; in più, qualche giorno più avanti, la Romeo gestioni viene rinviata a giudizio per illeciti amministrativi. Perché, all'Inps, hanno deciso comunque di procedere all'affidamento? Perché dare in gestione il suo patrimonio? All'amministrazione degli immobili non può provvedere la stessa Inps? Del resto, ogni mattone di proprietà dell'ente è parte del capitale posto a garanzia delle pensioni.
Soldi dei contribuenti che si perdono così in un labirinto di cattiva gestione e totale disinteresse. Spulciando nell'elenco degli immobili di proprietà dell'istituto, infatti, ci si accorge che più della metà sono inutilizzati. Avete capito bene: 18.874 palazzi sono praticamente vuoti. Alcuni lo sono da così tanto tempo che stanno letteralmente cadendo a pezzi. L'ex colonia marina Rosa Maltoni di Giulianova, per esempio, è un rudere abbandonato nella provincia di Teramo da quasi 30 anni: 40.000 metri quadrati trasformati in una sorta di discarica, tra calcinacci lasciati a terra e oggetti abbandonati da chi in quella struttura è riuscito a entrare forzando le reti. Già nel luglio del 2018, Inps annunciava la cessione dell'immobile al fondo i3 Silver, gestito da Invimit Sgr, per avviare un progetto di riconversione della struttura in «senior housing», cioè appartamenti di pregio per anziani. «Invimit prevede di realizzare investimenti per la valorizzazione degli immobili, dotandoli così di una nuova vita e permettendo la loro reintegrazione nei rispettivi tessuti urbani», si leggeva nel comunicato congiunto. A distanza di un anno da quell'annuncio, cosa è cambiato? Praticamente nulla: la struttura è ancora lì, abbandonata. A cambiare sono state le stanze interne, da cui sono spariti arredi e sanitari.
Stessa sorte toccata al centro vacanze Lido Alberoni di Venezia, un tempo di proprietà dell'Inpdap, poi passato a Inps. «Il complesso», si legge in uno studio di prefattibilità tecnica redatto dagli architetti ex Inpdap, «è stato realizzato negli anni Sessanta e si compone di quattro edifici, per un totale di oltre 4.000 metri quadrati di sole superfici coperte». Nata come una colonia marina, la struttura, collocata a ridosso di un'area di particolare pregio paesaggistico non distante dal centro di Venezia, avrebbe potuto essere utilizzata per «vacanze di tipo naturalistico o per soggiorni legati a eventi culturali della città di Venezia». E invece, è chiusa e abbandonata da quasi 30 anni. La Verità ha provato a chiedere conto a Invimit dello stato di avanzamento della riconversione: nel momento in cui scriviamo, tuttavia, non abbiamo ricevuto alcuna risposta.
I palazzi restano vuoti, inutilizzati. In compenso, gli affitti corrono. Sapete quanto spende l'Inps per affittare i locali delle varie sedi dislocate sul territorio? Quasi 90 milioni di euro l'anno, come risulta dai dati di bilancio relativi ai costi di gestione. A Firenze, per esempio, l'Inps paga un milione e 300.000 euro l'anno di affitto mentre gli otto palazzi di proprietà sono praticamente inutilizzati. Ci sono stabili, come quello di via Masaccio, dove solo un piano su cinque è in uso. E in viale Alessandro Volta, non si prova neanche più a ipotizzare una qualche forma di valorizzazione: qui, i locali e gli appartamenti commerciali sono sbarrati. In via Torta, non lontano da piazza Santa Croce (in pieno centro storico), un edificio di pregio è completamente lasciato a sé stesso.
E se non ci pensa l'Inps, capita che a gestire gli appartamenti siano, in maniera indebita, i suoi dipendenti. È il caso dello stabile fiorentino di via Monteverdi, attorno al quale si sarebbe generato un racket di occupazioni abusive che vedrebbe coinvolto anche il custode. Era lui, secondo la Procura, a indicare al capo dell'organizzazione gli appartamenti vuoti da occupare. Secondo un report della Fp Cgil Toscana, quello di Firenze non sarebbe un caso isolato: anche a Siena l'Inps avrebbe preso in affitto due sedi per un canone di 890.000 euro l'anno, a fronte di un immobile di proprietà inutilizzato. E anche le sedi di Lucca sarebbero vuote o sottoutilizzate.
Razionalizzare i costi, questo è l'imperativo negli uffici dell'Inps. Peccato che a volte si finisca per ottenere il risultato contrario. Come è successo a Seregno, in Brianza. Nel 1992 l'Inps acquista uno stabile, l'ex clinica Santa Maria, di oltre 4.000 metri quadrati, per farne la nuova sede principale e dismettere, finalmente, quelle periferiche. Ma anziché trasferire subito gli uffici, cosa fa? Attende che la struttura vada in rovina, fino a diventare un rudere. Come è oggi. In 27 anni, il palazzo non è mai entrato in funziona e ora è abbandonato. Gli infissi cadono a pezzi, le finestre, quelle che non sono state murate, sono rotte. Lo stabile è messo così male che da 15 anni è sostenuto da un ponteggio per evitare che venga giù. E a chi tocca sostenere i costi? All'Inps, ovviamente, che si accolla le spese dell'Imu e quelle degli affitti per le sedi periferiche, mai dismesse: circa 250.000 euro l'anno. Facile, non vi pare? Del resto che importa, sono solo i soldi delle pensioni. Si possono spendere. Se non fosse che il risultato economico di esercizio dell'Inps è in rosso per quasi 8 miliardi, come è emerso dal Rapporto annuale dell'ente presentato giusto qualche giorno fa dal Presidente, Pasquale Tridico.
«Il sistema pensionistico è solido», si legge nella relazione del presidente allegata. Sarà, ma di fronte ad alcune sapienti opere di razionalizzazione, qualche dubbio resta.
«Dopo 27 anni, la clinica comprata dall’istituto è un edificio diroccato»
«Alla clinica Santa Maria una volta arrivava la vita. Ora l'ha vista? È diventato uno dei luoghi di maggior degrado di Seregno. Una ferita aperta per tutti noi». Di fronte a uno dei tanti sprechi dell'Inps, Alberto Rossi, sindaco di Seregno da appena un anno, a fatica contiene l'amarezza.
Sindaco, nella sua città c'è uno dei 18.874 palazzi di proprietà dell'Inps completamente abbandonati. A cosa pensa ogni volta che ci passa davanti?
«La clinica è stata chiusa 50 anni fa. Da allora, lo stabile è stato dimenticato. Quando nel 1992 è stato acquistato da Inps, pensavamo che sarebbe tornato a vivere. E invece, 27 anni di nulla. Quest'anno ci troviamo a “festeggiare" questo poco felice anniversario: mezzo secolo di abbandono per una struttura dal potenziale enorme».
Che potenziale vede in un palazzo fatiscente, lasciato a sé stesso da così tanto tempo?
«Si trova a metà strada tra il centro della città e la statale: sono oltre 4.000 metri quadrati di struttura che potrebbe rispondere alle esigenze di un territorio molto ampio».
Eppure sembra che stia cadendo a pezzi. Non è pericoloso?
«La struttura è sostenuta da un ponteggio, che è lì, in piedi, da quindici anni. Negli anni si sono verificati diversi crolli: calcinacci che si sono staccati dal tetto, infissi e persiane volati via. In più occasioni abbiamo dovuto diramare delle ordinanze per rimettere in sicurezza lo stabile. Abbiamo chiesto più volte alla Romeo gestioni di provvedere al controllo dei punti critici e di fare una nuova perizia sullo stato dell'arte».
La Romeo gestioni, la società che ha in mano la maggior parte degli stabili Inps? Cosa le hanno risposto?
«I punti critici sono stati messi in sicurezza. Eppure, dopo queste ordinanze abbiamo ritenuto necessario accelerare il percorso di interlocuzione con Inps. Abbiamo fatto capire all'ente di previdenza che questo luogo non è un'area dismessa come le altre».
E l'Inps cosa vi ha risposto?
«Per la prima volta in 27 anni, Inps si è dichiarata disposta a valutare la vendita dell'immobile. Agli inizi dello scorso maggio abbiamo iniziato un dialogo proficuo».
Intende acquistare lo stabile?
«Ho fatto presente che, se ci fosse stato l'interesse a vendere la ex clinica Santa Maria, io sarei stato disposto a valutarne l'acquisto».
A quale prezzo?
«Siamo impegnati in una trattativa, ma siamo convinti che il prezzo non possa superare quello con cui l'Inps ha acquistato l'immobile».
All'epoca, nel 1992, Inps spese circa 3 miliardi delle vecchie lire.
«Di sicuro, per un immobile abbandonato, non investirò più soldi di quanto abbia fatto Inps».
Inps cosa ne pensa? Dopo tutto sono quasi costretti a vendere a un prezzo inferiore rispetto a quello di acquisto.
«Loro sono consapevoli di questo. Sanno benissimo che le ultime perizie parlano di un valore di mercato di gran lunga inferiore rispetto a quello del 1992».
Questa svalutazione aggrava le responsabilità dell'ente, non crede? Perché, secondo lei, in 27 anni non hanno neanche saputo abbozzare una riqualificazione?
«Questa situazione prova che la scelta del 1992 si è rivelata improduttiva. Questo è un dato di fatto. Ma, al di là delle cifre, è la scelta che mi fa pensare: è come comprare un casolare di campagna diroccato e lasciarlo lì. Trent'anni dopo è ancora diroccato e l'investimento si rivela un errore clamoroso».
Non teme che, acquistandolo, possa commettere anche lei un errore clamoroso?
«Mi rendo conto che qualcuno possa avere dei dubbi. Ma la nostra città aspetta un segnale da 50 anni per questo mi aspetto un segnale positivo da tutti. È chiaro che il prezzo o la destinazione d'uso finale creeranno delle polemiche. Però in questo percorso abbiamo bisogno dell'appoggio di tutti. Nel momento in cui si apre questa possibilità dobbiamo essere pronti a coglierla».
Cosa le dicono i suoi cittadini? Credono sia un investimento produttivo?
«Ci sarà sicuramente chi dirà che lo stabile deve essere acquisito in maniera gratuita. Si può fare molto, dopo 50 anni abbiamo la possibilità di sistemare la clinica e credo che tutti siano d'accordo nel sanare una ferita aperta da troppo tempo».
Cosa avrebbe intenzione di farne?
«Ci sarà una valutazione sulle varie opportunità. Io punto molto sulla finalità sociale che, secondo me, è ciò di cui ha bisogno la nostra città».
Nello specifico, che cosa significa?
«Siamo nella fase di studio e approfondimento, ma l'idea è quella di rispondere a delle esigenze: pensiamo a residenze sanitarie assistenziali, assistenza agli anziani, edilizia popolare. Abbiamo bisogno di rispondere a delle criticità, che ci sono anche in una delle zone più ricche del paese».
Cosa vedremo al posto della Santa Maria?
«Chissà, magari potremmo chiamarla Casa della carità: sarebbe il giusto modo per fornire una struttura a chi ha davvero bisogno. Rimettere in funzione una struttura così grande e dal grande valore simbolico sarebbe per noi motivo di orgoglio».
Continua a leggereRiduci
L'ente previdenziale ne possiede più di 31.000, eppure registra una perdita di 73 milioni. Li amministra la società di Alfredo Romeo, coinvolto nell'inchiesta Consip con Luca Lotti.Il sindaco di Seregno: «Credevamo che sarebbe tornata a vivere, oggi cade a pezzi Il Comune è disposto ad acquistarla, purché il prezzo rimanga quello del 1992».Lo speciale contiene due articoliUffici, locali commerciali, alberghi. Perfino cantine, soffitte e palazzi di lusso: c'è un po' di tutto nell'enorme patrimonio immobiliare di proprietà dell'Inps. Non c'è Regione d'Italia che sia stata risparmiata dalla «colonizzazione» immobiliare dell'ente di previdenza: lungo lo stivale, si contano 31.292 immobili, il 50 per cento dei quali nella sola Regione Lazio. Nell'ultima relazione della Corte dei conti sulla gestione finanziaria dell'istituto, si legge che il 42 per cento del patrimonio è costituito da unità secondarie o minori (come box o cantine), il 36 per cento da immobili a destinazione abitativa e il restante 22 per cento si divide tra uffici e strutture ricettive, come ex colonie o edifici scolastici.«La forte eterogeneità del patrimonio immobiliare», scrivono i giudici contabili, «è il risultato della confluenza dei portafogli immobiliari di enti soppressi (come Inpdap e Inpdai) e, soprattutto, della chiusura di operazioni di cartolarizzazione». Un tesoretto da 2,4 miliardi di euro, la cui gestione tuttavia non può dirsi propriamente un affare: nel 2017, il rendimento lordo del patrimonio è stato negativo per una percentuale che sfiora il 3%. Gli oltre 30.000 immobili di proprietà dell'Inps, insomma, hanno generato un buco in bilancio di più di 73 milioni di euro. Fino al 31 marzo scorso, il patrimonio da reddito, quello originario dell'Inps e quello derivante dalla soppressione di alcuni enti come Ipost, era in mano alla società Igei spa, partecipata al 51 per cento da Inps. Dal primo aprile 2018, con la Igei in liquidazione con una perdita netta di oltre due milioni di euro, chi è stato chiamato a valorizzare il patrimonio dell'Inps? La Romeo gestioni, società riconducibile ad Alfredo Romeo, l'imprenditore napoletano coinvolto con l'accusa di corruzione nella maxi inchiesta Consip. Certo, Romeo gestioni è uno dei gruppi più grandi d'Italia, amministra i beni e gli immobili di gran parte della pubblica amministrazione, dalla presidenza della Repubblica a quella del Consiglio, passando per il ministero dell'Interno e quello dell'Economia. Eppure, le coincidenze temporali hanno una certa rilevanza: quando viene deciso di affidarle la gestione del patrimonio Inps, il caso Consip è già scoppiato da tempo; in più, qualche giorno più avanti, la Romeo gestioni viene rinviata a giudizio per illeciti amministrativi. Perché, all'Inps, hanno deciso comunque di procedere all'affidamento? Perché dare in gestione il suo patrimonio? All'amministrazione degli immobili non può provvedere la stessa Inps? Del resto, ogni mattone di proprietà dell'ente è parte del capitale posto a garanzia delle pensioni. Soldi dei contribuenti che si perdono così in un labirinto di cattiva gestione e totale disinteresse. Spulciando nell'elenco degli immobili di proprietà dell'istituto, infatti, ci si accorge che più della metà sono inutilizzati. Avete capito bene: 18.874 palazzi sono praticamente vuoti. Alcuni lo sono da così tanto tempo che stanno letteralmente cadendo a pezzi. L'ex colonia marina Rosa Maltoni di Giulianova, per esempio, è un rudere abbandonato nella provincia di Teramo da quasi 30 anni: 40.000 metri quadrati trasformati in una sorta di discarica, tra calcinacci lasciati a terra e oggetti abbandonati da chi in quella struttura è riuscito a entrare forzando le reti. Già nel luglio del 2018, Inps annunciava la cessione dell'immobile al fondo i3 Silver, gestito da Invimit Sgr, per avviare un progetto di riconversione della struttura in «senior housing», cioè appartamenti di pregio per anziani. «Invimit prevede di realizzare investimenti per la valorizzazione degli immobili, dotandoli così di una nuova vita e permettendo la loro reintegrazione nei rispettivi tessuti urbani», si leggeva nel comunicato congiunto. A distanza di un anno da quell'annuncio, cosa è cambiato? Praticamente nulla: la struttura è ancora lì, abbandonata. A cambiare sono state le stanze interne, da cui sono spariti arredi e sanitari.Stessa sorte toccata al centro vacanze Lido Alberoni di Venezia, un tempo di proprietà dell'Inpdap, poi passato a Inps. «Il complesso», si legge in uno studio di prefattibilità tecnica redatto dagli architetti ex Inpdap, «è stato realizzato negli anni Sessanta e si compone di quattro edifici, per un totale di oltre 4.000 metri quadrati di sole superfici coperte». Nata come una colonia marina, la struttura, collocata a ridosso di un'area di particolare pregio paesaggistico non distante dal centro di Venezia, avrebbe potuto essere utilizzata per «vacanze di tipo naturalistico o per soggiorni legati a eventi culturali della città di Venezia». E invece, è chiusa e abbandonata da quasi 30 anni. La Verità ha provato a chiedere conto a Invimit dello stato di avanzamento della riconversione: nel momento in cui scriviamo, tuttavia, non abbiamo ricevuto alcuna risposta.I palazzi restano vuoti, inutilizzati. In compenso, gli affitti corrono. Sapete quanto spende l'Inps per affittare i locali delle varie sedi dislocate sul territorio? Quasi 90 milioni di euro l'anno, come risulta dai dati di bilancio relativi ai costi di gestione. A Firenze, per esempio, l'Inps paga un milione e 300.000 euro l'anno di affitto mentre gli otto palazzi di proprietà sono praticamente inutilizzati. Ci sono stabili, come quello di via Masaccio, dove solo un piano su cinque è in uso. E in viale Alessandro Volta, non si prova neanche più a ipotizzare una qualche forma di valorizzazione: qui, i locali e gli appartamenti commerciali sono sbarrati. In via Torta, non lontano da piazza Santa Croce (in pieno centro storico), un edificio di pregio è completamente lasciato a sé stesso.E se non ci pensa l'Inps, capita che a gestire gli appartamenti siano, in maniera indebita, i suoi dipendenti. È il caso dello stabile fiorentino di via Monteverdi, attorno al quale si sarebbe generato un racket di occupazioni abusive che vedrebbe coinvolto anche il custode. Era lui, secondo la Procura, a indicare al capo dell'organizzazione gli appartamenti vuoti da occupare. Secondo un report della Fp Cgil Toscana, quello di Firenze non sarebbe un caso isolato: anche a Siena l'Inps avrebbe preso in affitto due sedi per un canone di 890.000 euro l'anno, a fronte di un immobile di proprietà inutilizzato. E anche le sedi di Lucca sarebbero vuote o sottoutilizzate.Razionalizzare i costi, questo è l'imperativo negli uffici dell'Inps. Peccato che a volte si finisca per ottenere il risultato contrario. Come è successo a Seregno, in Brianza. Nel 1992 l'Inps acquista uno stabile, l'ex clinica Santa Maria, di oltre 4.000 metri quadrati, per farne la nuova sede principale e dismettere, finalmente, quelle periferiche. Ma anziché trasferire subito gli uffici, cosa fa? Attende che la struttura vada in rovina, fino a diventare un rudere. Come è oggi. In 27 anni, il palazzo non è mai entrato in funziona e ora è abbandonato. Gli infissi cadono a pezzi, le finestre, quelle che non sono state murate, sono rotte. Lo stabile è messo così male che da 15 anni è sostenuto da un ponteggio per evitare che venga giù. E a chi tocca sostenere i costi? All'Inps, ovviamente, che si accolla le spese dell'Imu e quelle degli affitti per le sedi periferiche, mai dismesse: circa 250.000 euro l'anno. Facile, non vi pare? Del resto che importa, sono solo i soldi delle pensioni. Si possono spendere. Se non fosse che il risultato economico di esercizio dell'Inps è in rosso per quasi 8 miliardi, come è emerso dal Rapporto annuale dell'ente presentato giusto qualche giorno fa dal Presidente, Pasquale Tridico. «Il sistema pensionistico è solido», si legge nella relazione del presidente allegata. Sarà, ma di fronte ad alcune sapienti opere di razionalizzazione, qualche dubbio resta. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lo-scandalo-immobili-dellinps-2639294235.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="dopo-27-anni-la-clinica-comprata-dallistituto-e-un-edificio-diroccato" data-post-id="2639294235" data-published-at="1769717299" data-use-pagination="False"> «Dopo 27 anni, la clinica comprata dall’istituto è un edificio diroccato» «Alla clinica Santa Maria una volta arrivava la vita. Ora l'ha vista? È diventato uno dei luoghi di maggior degrado di Seregno. Una ferita aperta per tutti noi». Di fronte a uno dei tanti sprechi dell'Inps, Alberto Rossi, sindaco di Seregno da appena un anno, a fatica contiene l'amarezza. Sindaco, nella sua città c'è uno dei 18.874 palazzi di proprietà dell'Inps completamente abbandonati. A cosa pensa ogni volta che ci passa davanti? «La clinica è stata chiusa 50 anni fa. Da allora, lo stabile è stato dimenticato. Quando nel 1992 è stato acquistato da Inps, pensavamo che sarebbe tornato a vivere. E invece, 27 anni di nulla. Quest'anno ci troviamo a “festeggiare" questo poco felice anniversario: mezzo secolo di abbandono per una struttura dal potenziale enorme». Che potenziale vede in un palazzo fatiscente, lasciato a sé stesso da così tanto tempo? «Si trova a metà strada tra il centro della città e la statale: sono oltre 4.000 metri quadrati di struttura che potrebbe rispondere alle esigenze di un territorio molto ampio». Eppure sembra che stia cadendo a pezzi. Non è pericoloso? «La struttura è sostenuta da un ponteggio, che è lì, in piedi, da quindici anni. Negli anni si sono verificati diversi crolli: calcinacci che si sono staccati dal tetto, infissi e persiane volati via. In più occasioni abbiamo dovuto diramare delle ordinanze per rimettere in sicurezza lo stabile. Abbiamo chiesto più volte alla Romeo gestioni di provvedere al controllo dei punti critici e di fare una nuova perizia sullo stato dell'arte». La Romeo gestioni, la società che ha in mano la maggior parte degli stabili Inps? Cosa le hanno risposto? «I punti critici sono stati messi in sicurezza. Eppure, dopo queste ordinanze abbiamo ritenuto necessario accelerare il percorso di interlocuzione con Inps. Abbiamo fatto capire all'ente di previdenza che questo luogo non è un'area dismessa come le altre». E l'Inps cosa vi ha risposto? «Per la prima volta in 27 anni, Inps si è dichiarata disposta a valutare la vendita dell'immobile. Agli inizi dello scorso maggio abbiamo iniziato un dialogo proficuo». Intende acquistare lo stabile? «Ho fatto presente che, se ci fosse stato l'interesse a vendere la ex clinica Santa Maria, io sarei stato disposto a valutarne l'acquisto». A quale prezzo? «Siamo impegnati in una trattativa, ma siamo convinti che il prezzo non possa superare quello con cui l'Inps ha acquistato l'immobile». All'epoca, nel 1992, Inps spese circa 3 miliardi delle vecchie lire. «Di sicuro, per un immobile abbandonato, non investirò più soldi di quanto abbia fatto Inps». Inps cosa ne pensa? Dopo tutto sono quasi costretti a vendere a un prezzo inferiore rispetto a quello di acquisto. «Loro sono consapevoli di questo. Sanno benissimo che le ultime perizie parlano di un valore di mercato di gran lunga inferiore rispetto a quello del 1992». Questa svalutazione aggrava le responsabilità dell'ente, non crede? Perché, secondo lei, in 27 anni non hanno neanche saputo abbozzare una riqualificazione? «Questa situazione prova che la scelta del 1992 si è rivelata improduttiva. Questo è un dato di fatto. Ma, al di là delle cifre, è la scelta che mi fa pensare: è come comprare un casolare di campagna diroccato e lasciarlo lì. Trent'anni dopo è ancora diroccato e l'investimento si rivela un errore clamoroso». Non teme che, acquistandolo, possa commettere anche lei un errore clamoroso? «Mi rendo conto che qualcuno possa avere dei dubbi. Ma la nostra città aspetta un segnale da 50 anni per questo mi aspetto un segnale positivo da tutti. È chiaro che il prezzo o la destinazione d'uso finale creeranno delle polemiche. Però in questo percorso abbiamo bisogno dell'appoggio di tutti. Nel momento in cui si apre questa possibilità dobbiamo essere pronti a coglierla». Cosa le dicono i suoi cittadini? Credono sia un investimento produttivo? «Ci sarà sicuramente chi dirà che lo stabile deve essere acquisito in maniera gratuita. Si può fare molto, dopo 50 anni abbiamo la possibilità di sistemare la clinica e credo che tutti siano d'accordo nel sanare una ferita aperta da troppo tempo». Cosa avrebbe intenzione di farne? «Ci sarà una valutazione sulle varie opportunità. Io punto molto sulla finalità sociale che, secondo me, è ciò di cui ha bisogno la nostra città». Nello specifico, che cosa significa? «Siamo nella fase di studio e approfondimento, ma l'idea è quella di rispondere a delle esigenze: pensiamo a residenze sanitarie assistenziali, assistenza agli anziani, edilizia popolare. Abbiamo bisogno di rispondere a delle criticità, che ci sono anche in una delle zone più ricche del paese». Cosa vedremo al posto della Santa Maria? «Chissà, magari potremmo chiamarla Casa della carità: sarebbe il giusto modo per fornire una struttura a chi ha davvero bisogno. Rimettere in funzione una struttura così grande e dal grande valore simbolico sarebbe per noi motivo di orgoglio».
(IStock)
Don Chichì ha un’idea. «Tornare alle origini, a Cristo e ai suoi Apostoli che portavano alle genti sofferenti la parola consolatrice di Dio! Passare casa per casa, bussare a tutte le porte, interessarsi di tutti i problemi dei fedeli, intervenire attivamente dove è possibile. Trasformare il prete-burocrate in amico». Naturalmente l’idea di don Chichì, che poi è quella della Chiesa del post Concilio, fu un fiasco.
E rischia di esserlo ancora di più ora che la Cei - come si legge nel documento finale del suo consiglio permanente (quasi fosse la Cgil) - «ha demandato alla Presidenza la costituzione di gruppi di lavoro per lo studio di linee orientative e indicazioni per la riconfigurazione territoriale delle comunità parrocchiali e l’affido della partecipazione alla cura pastorale di una comunità a un diacono o un’altra persona non insignita del carattere sacerdotale o a una comunità di persone, e anche per lo studio degli aspetti teologici, antropologici e pastorali relativi all’accoglienza di persone omoaffettive e transgender».
Proviamo a tradurre il burocratese della Conferenza episcopale: nel documento si chiede che ogni comunità parrocchiale abbia un fedele, sia esso diacono o laico, che si possa occupare dell’inclusione di persone omosessuali o trans. Bene. Anzi, male: perché la Chiesa oggi pare interessata a tutto fuorché a far arrivare il maggior numero di anime possibili al Padreterno. Per cui parla di tutto - del clima, dei trans, della disoccupazione e del fatto che non esistono più le mezze stagioni - ma mai (o quasi) della fede. Eppure quello dovrebbe essere il cuore di tutto.
Giovanni Maria Vianney, il curato d’Ars, faceva una cosa molto semplice. Si alzava la mattina e si chiudeva nel confessionale, dove rimaneva per ore e ore. I fedeli accorrevano da ogni dove per dirgli i peccati che avevano commesso, certamente, ma pure le loro difficoltà. E lui ascoltava tutti e li assolveva nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Promettevano di non peccare più, ma poi ci ricadevano lo stesso. E allora indietro dal curato d’Ars, che non si muoveva mai da quell’inginocchiatoio di legno. Era, lui, un prete-prete. Non il prete amico di don Chichì, prototipo di tanti preti-amici che oggi sono vescovi e cardinali. Che hanno perso il centro e che a furia di cercare chi era lontano hanno perso chi si trovava più vicino. Basta entrare in una chiesa per rendersene conto. Non c’è più nessuno che prega. A volte qualche vecchina, come una sentinella solitaria, che sgrana il rosario. A volte qualcuno che chiede un miracolo per sé o per qualche caro.
La primavera del Concilio, come ha detto Paolo VI, si è rivelata un gelido inverno. Che ha ghiacciato le anime. E ora, per provare a portare qualcuno in chiesa, si punta ad aprirsi ulteriormente, a colpi di psicologia e sociologia. Ma ciò che serve davvero è qualcuno che parli fede. Qualcuno che parli meno di questo mondo e più dell’altro. C’è bisogno del Cristo dell’altare maggiore, che indica la via, e di preti come don Camillo, che abbiano mani come badili per rimetterti in carreggiata. E che siano in grado di scaldare il nostro vecchio cuore di marziani, come direbbe Giovannino Guareschi.
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(Ansa)
La riforma consta di otto articoli, sull’ultimo dei quali - «Disposizioni transitorie» - tornerò alla fine. Gli altri sette modificano gli articoli 87, 102, 104-107 e 110 della Costituzione. Sembrerebbe la modifica di sette articoli e infatti le lamentele del Comitato per il No esordiscono proprio così: «Questa legge modifica sette articoli della Costituzione». Il che, pur apparentemente vero, è sostanzialmente sonoramente falso e fuorviante. Il Comitato per il No esordisce manipolandovi col trasmettere il messaggio angoscioso che la riforma governativa stravolgerebbe la Costituzione. Una comunicazione levantina che da sola basterebbe a togliere ogni fiducia a chi invita a votare No.
La verità sostanziale è che si modificano solo due articoli, mentre gli altri sono solo adeguati per coerenza. Per esempio, visto che nei due veri articoli modificati si istituiscono due magistrature governate, ciascuna, dal proprio Consiglio superiore, l’articolo 87 - che attualmente recita: «Il presidente della Repubblica presiede il Csm» - diventa: «Il presidente della Repubblica presiede il Csm giudicante e il Csm requirente». Simili considerazioni valgono per gli articoli 102, 105, 106 e 110. Gli articoli veramente modificati sono il 104 e il 105. La riforma disciplina tre cose.
L’esordio dell’articolo 104 - «La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere» - diventa: «La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere ed è composta dai magistrati della carriera giudicante e della carriera requirente». È finalmente introdotta la separazione delle carriere: così come l’avvocato che vi difende non è collega del giudice che deve emettere sentenza, anche la pubblica accusa non lo sarà più. Ove l’articolo vecchio continua assegnando la presidenza dell’unico Csm al capo dello Stato, quello nuovo si adegua, istituisce due Csm e mantiene il capo dello Stato a presiederli entrambi. Ecco attuato il principio del giusto processo, in ottemperanza all’articolo 111 della Costituzione.
Secondo il vecchio articolo, gli altri componenti (attualmente 24) sono «eletti» per 2/3 dai magistrati e per 1/3 da una lista che il Parlamento compone tra professionisti di lungo corso del diritto. Nell’articolo modificato dalla riforma, la parola «eletti» è sostituita con le parole «estratti a sorte».
L’articolo 105 attuale recita: «Spettano al Csm le assunzioni, le assegnazioni e i trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati». Il nuovo articolo 105 è molto più lungo, col primo comma quasi coincidente con l’intero articolo vecchio: «Spettano a ciascuno dei due Csm le assunzioni, le assegnazioni, i trasferimenti, le valutazioni di professionalità e i conferimenti di funzioni nei riguardi dei magistrati». Come si nota, le parole «le promozioni» sono sostituite con le parole «le valutazioni di professionalità e i conferimenti di funzioni»; e sono state soppresse le parole «provvedimenti disciplinari» del vecchio articolo. Cosa significa? Significa, intanto, che ove la vecchia legge parla solo di «promozioni», la nuova parla di «valutazioni di professionalità». Ora, non voglio qui rivangare la brillante carriera dei giudici che hanno distrutto la vita di Enzo Tortora, solo perché non voglio dare l’impressione che quella del caso Tortora sia l’eccezione che conferma una regola: temo che sia invece la regola. Ancora: a leggere l’attuale articolo 105, suona quanto mai bizzarro che eventuali provvedimenti disciplinari nei confronti di un magistrato siano affidati a coloro che quel medesimo magistrato ha eletto. E, infatti, come osservavo a mo’ di esempio, quelli coinvolti nel caso Tortora, lungi dal subire provvedimenti disciplinari, fecero invece brillante carriera. Nel resto del nuovo art. 105, la riforma istituisce allora un’Alta Corte disciplinare, composta da 15 giudici professionalmente qualificati: «Tre dei quali nominati dal presidente della Repubblica» e gli altri 12 sono, di nuovo, tutti estratti a sorte: sei sono della magistratura giudicante, tre della magistratura inquirente e tre da un elenco di professionisti di lungo corso del diritto nominati dal Parlamento. I membri dell’Alta Corte non possono essere membri di nessun Parlamento (regionale, nazionale o europeo) né possono esercitare professione di avvocato. Infine, chi è soggetto a provvedimenti dell’Alta Corte può impugnarli solo dinanzi alla medesima Corte e, in questo caso, essa giudica in assenza dei componenti che hanno concorso alla decisione impugnata.
La prima lamentela del Comitato per il No è che la riforma assoggetterebbe il Csm al governo e/o al Parlamento. Ora, ditemi voi, come possa mai accadere che, passando da un meccanismo elettivo a una estrazione a sorte, chicchessia possa meglio influenzare sull’esito finale. Anzi, l’estrazione a sorte tra i titolati a far parte dei due Csm o dell’Alta Corte è l’unica cosa che garantisce che la scelta dei componenti sia avvenuta senza alcuna influenza esterna. Allora, chi vi dice che la riforma introduce, rispetto alla vecchia legge, maggiore controllo del potere politico, vi sta manipolando, vi sta mentendo, e vi sta togliendo il potere di scegliere. Né è vero che gli scelti per votazione sono i più «bravi»: sono solo quelli che hanno avuto più voti.
Le «Disposizioni transitorie», poi, prevedono che le leggi sul Csm, sull’ordinamento giudiziario e sulla giurisdizione disciplinare siano adeguate entro un anno alla nuova norma costituzionale. Allora, non solo con la nuova legge l’ingerenza della politica sulla magistratura è ridotta, ma codesta presunta ingerenza non è di alcun beneficio all’attuale esecutivo, che sarà a scadenza a ridosso dell’entrata in vigore della riforma.
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Una seduta del Csm (Imagoeconomica)
Battute a parte, resta la notizia e cioè che ieri il Tar del Lazio ha dato torto ai criticoni: il referendum si terrà nella data fissata dal governo, quindi domenica 22 e lunedì 23 marzo. Per i giudici amministrativi le preoccupazioni del No non avevano senso, non c’era alcuna prevaricazione e soprattutto il tempo per informare i cittadini è assolutamente congruo. Del resto, lo stesso capo dello Stato Sergio Mattarella non aveva avuto problemi a firmare la delibera che fissava la data, alla quale si era giunti dopo una mediazione di equilibrio.
Pertanto non ci saranno sorprese: si va dritti sul 22 e il 23 marzo, nel senso che la decisione del governo, secondo il Tar, non è un atto «lesivo e illegittimo» e non «rappresenta di fatto l’espropriazione del diritto dei cittadini di raccogliere le firme». La decisione dei giudici amministrativi è tanto più importante se si pensa che è avvenuta con sentenza e non con ordinanza, il che - per dirla in soldoni - rafforza la stessa, poiché non si ferma al solo congelamento del ricorso (cioè la richiesta di sospensione cautelare) ma entra anche nel merito delle questioni sollevate dai 15 giuristi che avevano promosso l’iniziativa. Insomma il governo e il fronte del Sì vincono abbondantemente su tutta la linea.
Questo ci permette allora di riprendere quanto nei giorni scorsi Alessandro Sallusti aveva già scritto, illuminando un aspetto fondamentale. Perché - si domandava - così tanto affanno da parte dei promotori nel chiedere la sospensione cautelare rispetto alla data fissata dal governo? Perché chiedere il posticipo, denunciando lesioni di diritti a danno dei cittadini? Ecco, Sallusti ci indicava una ragione che alla luce della sentenza del Tar del Lazio si fa ancor più condivisibile. Al fronte del No, quello che sta raccontando di pm che verrebbero assoggettati al potere politico (da qui la campagna pubblicitaria nelle stazioni e non solo…), interesserebbe arrivare al rinnovo del Csm con le vecchie regole; perciò spingeva a posticipare il referendum: buttare la palla in tribuna e guadagnare tempo.
In effetti, quand’anche il referendum convalidasse la riforma del governo - come sembra dai recenti sondaggi - poi ci sarà bisogno dei decreti attuativi, cioè di quelle leggi che «fanno camminare» le buone intenzioni legislative. Una vittoria del Sì il 22 e il 23 marzo velocizzerebbe tali norme blindandole in un calendario favorevole al rinnovo del Csm secondo le nuove regole. Un posticipo del referendum avrebbe invece ritardato tali tabella di marcia. Ci sono dieci mesi circa per impostare il rinnovo del Csm che va a scadenza tra un anno: se tutto filerà liscio a quel punto avremo un Csm per i giudici e uno per i pm, con l’azzeramento dei giochi tra le correnti perché gli organi di autogoverno sarebbero compilati secondo il sorteggio.
Ritardare il referendum avrebbe vanificato questa operazione anche in caso di vittoria dei Sì perché le procedure di rinnovo sarebbero state fatte con le vecchie regole e quindi… Buonanotte ai suonatori. La decisone del Tar del Lazio - che ripeto è entrato nel merito delle questioni sollevate dai 15 giuristi promotori spazzandole via - dà indirettamente ulteriore smalto ai promotori del Sì e ci consentirà di entrare nel vivo della campagna al netto degli allarmismi creati ad arte. Questa riforma è un passo avanti in una ridefinizione della giustizia rimettendola su binari più consoni, facendo invece deragliare (con la procedura del sorteggio) il treno del correntismo togato. La riforma del Csm è il cuore della legge costituzionale su cui ci esprimeremo e - ora più che mai - siamo convinti che proprio per questo le anime più politicizzate stanno dicendo e facendo cose bizzarre, dai post del segretario alla richiesta di rinvio del referendum.
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Ecco #DimmiLaVerità del 29 gennaio 2026. Il grande esperto di geopolitica Daniele Ruvinetti rivela un dettaglio inedito della escalation Usa-Iran.