- L’ente previdenziale ne possiede più di 31.000, eppure registra una perdita di 73 milioni. Li amministra la società di Alfredo Romeo, coinvolto nell’inchiesta Consip con Luca Lotti.
- Il sindaco di Seregno: «Credevamo che sarebbe tornata a vivere, oggi cade a pezzi Il Comune è disposto ad acquistarla, purché il prezzo rimanga quello del 1992».
Lo speciale contiene due articoli
Uffici, locali commerciali, alberghi. Perfino cantine, soffitte e palazzi di lusso: c’è un po’ di tutto nell’enorme patrimonio immobiliare di proprietà dell’Inps. Non c’è Regione d’Italia che sia stata risparmiata dalla «colonizzazione» immobiliare dell’ente di previdenza: lungo lo stivale, si contano 31.292 immobili, il 50 per cento dei quali nella sola Regione Lazio. Nell’ultima relazione della Corte dei conti sulla gestione finanziaria dell’istituto, si legge che il 42 per cento del patrimonio è costituito da unità secondarie o minori (come box o cantine), il 36 per cento da immobili a destinazione abitativa e il restante 22 per cento si divide tra uffici e strutture ricettive, come ex colonie o edifici scolastici.
«La forte eterogeneità del patrimonio immobiliare», scrivono i giudici contabili, «è il risultato della confluenza dei portafogli immobiliari di enti soppressi (come Inpdap e Inpdai) e, soprattutto, della chiusura di operazioni di cartolarizzazione». Un tesoretto da 2,4 miliardi di euro, la cui gestione tuttavia non può dirsi propriamente un affare: nel 2017, il rendimento lordo del patrimonio è stato negativo per una percentuale che sfiora il 3%. Gli oltre 30.000 immobili di proprietà dell’Inps, insomma, hanno generato un buco in bilancio di più di 73 milioni di euro. Fino al 31 marzo scorso, il patrimonio da reddito, quello originario dell’Inps e quello derivante dalla soppressione di alcuni enti come Ipost, era in mano alla società Igei spa, partecipata al 51 per cento da Inps. Dal primo aprile 2018, con la Igei in liquidazione con una perdita netta di oltre due milioni di euro, chi è stato chiamato a valorizzare il patrimonio dell’Inps? La Romeo gestioni, società riconducibile ad Alfredo Romeo, l’imprenditore napoletano coinvolto con l’accusa di corruzione nella maxi inchiesta Consip. Certo, Romeo gestioni è uno dei gruppi più grandi d’Italia, amministra i beni e gli immobili di gran parte della pubblica amministrazione, dalla presidenza della Repubblica a quella del Consiglio, passando per il ministero dell’Interno e quello dell’Economia. Eppure, le coincidenze temporali hanno una certa rilevanza: quando viene deciso di affidarle la gestione del patrimonio Inps, il caso Consip è già scoppiato da tempo; in più, qualche giorno più avanti, la Romeo gestioni viene rinviata a giudizio per illeciti amministrativi. Perché, all’Inps, hanno deciso comunque di procedere all’affidamento? Perché dare in gestione il suo patrimonio? All’amministrazione degli immobili non può provvedere la stessa Inps? Del resto, ogni mattone di proprietà dell’ente è parte del capitale posto a garanzia delle pensioni.
Soldi dei contribuenti che si perdono così in un labirinto di cattiva gestione e totale disinteresse. Spulciando nell’elenco degli immobili di proprietà dell’istituto, infatti, ci si accorge che più della metà sono inutilizzati. Avete capito bene: 18.874 palazzi sono praticamente vuoti. Alcuni lo sono da così tanto tempo che stanno letteralmente cadendo a pezzi. L’ex colonia marina Rosa Maltoni di Giulianova, per esempio, è un rudere abbandonato nella provincia di Teramo da quasi 30 anni: 40.000 metri quadrati trasformati in una sorta di discarica, tra calcinacci lasciati a terra e oggetti abbandonati da chi in quella struttura è riuscito a entrare forzando le reti. Già nel luglio del 2018, Inps annunciava la cessione dell’immobile al fondo i3 Silver, gestito da Invimit Sgr, per avviare un progetto di riconversione della struttura in «senior housing», cioè appartamenti di pregio per anziani. «Invimit prevede di realizzare investimenti per la valorizzazione degli immobili, dotandoli così di una nuova vita e permettendo la loro reintegrazione nei rispettivi tessuti urbani», si leggeva nel comunicato congiunto. A distanza di un anno da quell’annuncio, cosa è cambiato? Praticamente nulla: la struttura è ancora lì, abbandonata. A cambiare sono state le stanze interne, da cui sono spariti arredi e sanitari.
Stessa sorte toccata al centro vacanze Lido Alberoni di Venezia, un tempo di proprietà dell’Inpdap, poi passato a Inps. «Il complesso», si legge in uno studio di prefattibilità tecnica redatto dagli architetti ex Inpdap, «è stato realizzato negli anni Sessanta e si compone di quattro edifici, per un totale di oltre 4.000 metri quadrati di sole superfici coperte». Nata come una colonia marina, la struttura, collocata a ridosso di un’area di particolare pregio paesaggistico non distante dal centro di Venezia, avrebbe potuto essere utilizzata per «vacanze di tipo naturalistico o per soggiorni legati a eventi culturali della città di Venezia». E invece, è chiusa e abbandonata da quasi 30 anni. La Verità ha provato a chiedere conto a Invimit dello stato di avanzamento della riconversione: nel momento in cui scriviamo, tuttavia, non abbiamo ricevuto alcuna risposta.
I palazzi restano vuoti, inutilizzati. In compenso, gli affitti corrono. Sapete quanto spende l’Inps per affittare i locali delle varie sedi dislocate sul territorio? Quasi 90 milioni di euro l’anno, come risulta dai dati di bilancio relativi ai costi di gestione. A Firenze, per esempio, l’Inps paga un milione e 300.000 euro l’anno di affitto mentre gli otto palazzi di proprietà sono praticamente inutilizzati. Ci sono stabili, come quello di via Masaccio, dove solo un piano su cinque è in uso. E in viale Alessandro Volta, non si prova neanche più a ipotizzare una qualche forma di valorizzazione: qui, i locali e gli appartamenti commerciali sono sbarrati. In via Torta, non lontano da piazza Santa Croce (in pieno centro storico), un edificio di pregio è completamente lasciato a sé stesso.
E se non ci pensa l’Inps, capita che a gestire gli appartamenti siano, in maniera indebita, i suoi dipendenti. È il caso dello stabile fiorentino di via Monteverdi, attorno al quale si sarebbe generato un racket di occupazioni abusive che vedrebbe coinvolto anche il custode. Era lui, secondo la Procura, a indicare al capo dell’organizzazione gli appartamenti vuoti da occupare. Secondo un report della Fp Cgil Toscana, quello di Firenze non sarebbe un caso isolato: anche a Siena l’Inps avrebbe preso in affitto due sedi per un canone di 890.000 euro l’anno, a fronte di un immobile di proprietà inutilizzato. E anche le sedi di Lucca sarebbero vuote o sottoutilizzate.
Razionalizzare i costi, questo è l’imperativo negli uffici dell’Inps. Peccato che a volte si finisca per ottenere il risultato contrario. Come è successo a Seregno, in Brianza. Nel 1992 l’Inps acquista uno stabile, l’ex clinica Santa Maria, di oltre 4.000 metri quadrati, per farne la nuova sede principale e dismettere, finalmente, quelle periferiche. Ma anziché trasferire subito gli uffici, cosa fa? Attende che la struttura vada in rovina, fino a diventare un rudere. Come è oggi. In 27 anni, il palazzo non è mai entrato in funziona e ora è abbandonato. Gli infissi cadono a pezzi, le finestre, quelle che non sono state murate, sono rotte. Lo stabile è messo così male che da 15 anni è sostenuto da un ponteggio per evitare che venga giù. E a chi tocca sostenere i costi? All’Inps, ovviamente, che si accolla le spese dell’Imu e quelle degli affitti per le sedi periferiche, mai dismesse: circa 250.000 euro l’anno. Facile, non vi pare? Del resto che importa, sono solo i soldi delle pensioni. Si possono spendere. Se non fosse che il risultato economico di esercizio dell’Inps è in rosso per quasi 8 miliardi, come è emerso dal Rapporto annuale dell’ente presentato giusto qualche giorno fa dal Presidente, Pasquale Tridico.
«Il sistema pensionistico è solido», si legge nella relazione del presidente allegata. Sarà, ma di fronte ad alcune sapienti opere di razionalizzazione, qualche dubbio resta.
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