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2020-05-26
L’Italia diventa agibile. Per gli stranieri
Ansa
Siamo al gioco delle tre date, remake di quello delle tre carte che è una specialità del governo giallorosso. Data vince, data perde. Ritenere che ciò che è scritto in un decreto approvato appena una settimana fa, sia pure con un mese di ritardo, resti valido per qualche giorno è una bizzarria. In Italia le regole sono come i sogni: svaniscono all'alba. Siamo al paradosso: il 3 giugno in Italia potranno arrivare - ammesso e non concesso che decidano di venirci - cittadini da tutti e 27 gli Stati dell'Ue senza nemmeno farsi misurare la febbre, accolti da 60.000 spioni con la scritta «assistenti civici» che li inviteranno a mantenere le distanze - quando si dice l'accoglienza - ma gli italiani dovranno restare confinati nella loro regione. Quando il cancelliere austriaco Sebastian Kurz non ne voleva sapere di aprire il Brennero - lo farà per consentire il transito dei tedeschi che volessero eventualmente arrivare in Alto Adige perché forse oltre non potranno andare - si è gridato al complotto. Kurz ha risposto: lo faccio perché non mi fido dell'Italia. In effetti non è un bel vedere un paese che apre le frontiere, ma tiene chiuse quelle fra le sue regioni. Detta così sembra che chi ci governa sia affetto da un disturbo bipolare, la verità e che non riescono a mettersi d'accordo. Ci sono tante regioni che vivono di turismo che chiedono il via libera, in prima linea su questo fronte ci sono Giovanni Toti con la Liguria, Luca Zaia col Veneto, Massimiliano Fedriga col Friuli Venezia Giulia, Donatella Tesei con l'Umbria. Sono tutte di centrodestra e contro di loro è schierato il ministro per gli Affari regionali, Francesco Boccia, che ritiene una sua missione dimostrare che chi governa i territori, ma non è del Pd, deve prendere ordini da lui, lo «sceriffo di Bisceglie», il custode della sanità pubblica attraverso la negazione del titolo quinto della Costituzione. Però c'è anche un dissidio evidente nel governo tra il Pd e il M5s. In particolare Luigi Di Maio, ministro degli Esteri, spaventato da un probabilissimo flop del turismo vuole aprire tutto e subito. Come si sa, l'Italia rischia di essere tagliata fuori dai flussi turistici perché alcuni Paesi si stanno mettendo d'accordo fra loro. In particolare la Germania, la Francia, la Svizzera, la Danimarca e il Lussemburgo stanno riaprendo le loro frontiere e i croati - che non hanno mai chiuso le loro spiagge - ne hanno approfittato per dire: venite da noi. Luigi Di Maio è andato in Europa a chiedere regole eguali per tutti, si è accordato con il suo omologo tedesco Heiko Mass per evitare gli accordi bilaterali, ma per non finire isolato ha giocato d'anticipo: dal 3 giugno frontiere aperte. L'Italia è la prima nazione a farlo. Che questa decisione abbia fatto imbufalire tutti gli altri Paesi europei - Svizzera, che comunque sta nell'area Schengen, compresa - è particolare trascurabile. Di Maio - col silenzio assenso di Dario Franceschini che sarebbe anche ministro del Turismo, ma che di queste faccende non si preoccupa - ha fatto scrivere nel decreto Rilancio che «a decorrere dal 3 giugno, gli spostamenti da e per l'estero possono essere limitati solo con provvedimenti adottati ai sensi dell'articolo 2 del decreto-legge n° 19 del 2020, anche in relazione a specifici Stati e territori, secondo principi di adeguatezza e proporzionalità al rischio epidemiologico». Cosa significa? Che se si mettono d'accordo un po' di regioni e s'impunta qualche ministro questo decreto allora non è più valido? È esattamente quello che sta succedendo e che rischia di rovinare definitivamente la già bassa reputazione italiana in Europa e nel mondo. Ad accendere la miccia e dunque a creare confusione, in danno prima di tutto del turismo, è il ministro degli affari regionali Francesco Boccia. Il quale ha una particolare avversione per le regioni governate dal centrodestra. Ha cercato in tutti i modi di accusare la Lombardia, ha impugnato la riapertura decisa da Jole Santelli in Calabria anche se poi dopo una settimana il governo ha adottato di fatto gli stessi provvedimenti e si è impegnato tantissimo a rovinare la stagione turistica dell'Umbria, che avendo contagi zero per una bislacca statistica - di cui anche l'Istituto superiore di sanità alla fine si è scusato - è stata inserita nelle regioni a rischio. Francesco Boccia è il reclutatore dei 60.000 spioni ed è quello che di fronte ai bar affollati di sabato scorso si è precipitato a dire, con un'intervista alla Stampa, «se va avanti così si chiude tutto di nuovo». Poi ha aggiunto: «Monitoriamo al situazione, nel fine settimana decideremo. Ci sono i 21 parametri da esaminare e solo se saranno tutti allineati daremo il via libera alla mobilità tra le regioni». A dire il vero anche Stefano Bonaccini, presidente dell'Emilia Romagna che proprio ieri ha riaperto le spiagge, con la giacchetta di presidente della conferenza Stato-Regioni sembra assecondare lo sceriffo di Bisceglie. Al Corriere della Sera dice: «Al 3 giugno mancano tanti giorni, il quadro si chiarirà in fretta. Credo si debba centrare un solo obiettivo: adottare soluzioni praticabili, efficaci e chiare. Discuterne ora, senza i dati del prossimo weekend, è inutile». Ma ai turisti - ammesso che qualcuno abbia intenzione di venire in Italia - chi glielo spiega? Oddio, è già successo che un volo della Eurowings partito da Dusseldorf la mattina del 22 maggio (destinazione Olbia) sia dovuto tornare indietro perché l'aeroporto era chiuso. Ma queste sono cose trascurabili per una nazione che punta, infelice, alla decrescita.
Ipotesi scuole aperte a settembre ma soltanto elementari e medie
Intesa nella notte sul concorsone per stabilizzare 32.000 precari della scuola e prime linee guida per il rientro in classe varate dalla task force che affianca il ministro dell'Istruzione Lucia Azzolina. A settembre torneranno in classe i bambini del primo ciclo. «Non vogliamo che si torni a settembre con una didattica a distanza o una didattica mista, i bambini della scuola dell'infanzia, elementare e media devono poter essere in un contesto di socialità», ha spiegato Amanda Ferrario, dirigente scolastico nel comitato di esperti. Questo l'obiettivo tecnico che però deve conciliarsi con quello sanitario del comitato scientifico che ha già stabilito 2 metri di distanza tra i banchi, mascherina obbligatoria sempre, tranne durante le interrogazioni, distanza di sicurezza anche nelle mense. «Noi ci stiamo muovendo anche su altro», ha detto l'esperta, «ridefinire l'unità oraria che non deve essere necessariamente di 60 minuti, in modo tale da poter garantire il tempo scuola a tutti gli studenti. Farli entrare in maniera scaglionata durante l'arco della giornata e non tutti alle 8, utilizzare per le lezioni non soltanto le aule ma anche parchi e giardini, gli oratori messi in sicurezza con le necessarie precauzioni, le strutture dei Comuni. Le scuole possono fare accordi per progetti con gli enti locali al fine di integrare la didattica: più musica più sport più cinema e teatro e più arte». Diverso l'orientamento per la scuola superiore: i ragazzi «sono più grandi e quindi la possibilità di intervallare un tempo scuola in presenza e un tempo a scuola a distanza è possibile. Ad esempio, fare turni pomeridiani o entrate ritardate sarebbe più semplice per gli studenti del liceo che non per quelli di elementari e medie. Ma, precisa la Ferrario, «è probabile che per le superiori la didattica a distanza ci sarà ancora, quanto meno nella prima parte dell'anno, nella quale le misure di distanziamento in ambienti che sono antichi o piccoli non si prestano a poter ospitare tutti gli studenti con il distanziamento fisico». Per i bambini fino alle scuole medie, come ribadito dalla viceministra Anna Ascani, «avremo bisogno di sdoppiare le classi per consentire il distanziamento, perché quelle attuali di 27-30 alunni saranno impossibili e quindi dovremo avere un confronto anche con i sindaci per capire le disponibilità di spazio. Non solo, faremo assunzioni a tempo determinato, oltre ai precari che saranno stabilizzati. Nel decreto rilancio proprio per questo abbiamo fatto stanziare un miliardo». Infatti, dopo la spaccatura nel governo, è stata trovata la mediazione sui precari. Nessuna sanatoria, ma il maxi concorso per regolarizzarne 32.000 con 3 anni di docenza si svolgerà a settembre, con una prova scritta ma non con il test a crocette, e non ci sarà la prova orale. Intanto saliranno in cattedra altri precari seguendo la graduatoria provinciale. Come assicurato dalla ministra Azzolina, «saranno regolarizzati 78.000 insegnanti, 32.000 con il concorso straordinario, 32.000 con quello ordinario, il resto per coprire i posti della primaria». Scontenti i sindacati (oggi l'incontro al Miur) che lamentano 200.000 posti vacanti. Per Giorgia Meloni, Fdi, la soluzione è un passo indietro, mentre la Lega sottolinea che senza stabilizzazione si creerà soltanto disorganizzazione.
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Sta per concretizzarsi un paradosso: dall'estero sarà possibile entrare e circolare nel nostro Paese, mentre gli italiani non potranno ancora spostarsi fra regioni diverse. Sempre ammesso che dal resto d'Europa qualcuno abbia intenzione di fare qui le vacanze.Ipotesi scuole aperte a settembre, ma soltanto elementari e medie. Piano allo studio del comitato di esperti. Anna Ascani: «Per i piccoli classi sdoppiate».Lo speciale contiene due articoli. Siamo al gioco delle tre date, remake di quello delle tre carte che è una specialità del governo giallorosso. Data vince, data perde. Ritenere che ciò che è scritto in un decreto approvato appena una settimana fa, sia pure con un mese di ritardo, resti valido per qualche giorno è una bizzarria. In Italia le regole sono come i sogni: svaniscono all'alba. Siamo al paradosso: il 3 giugno in Italia potranno arrivare - ammesso e non concesso che decidano di venirci - cittadini da tutti e 27 gli Stati dell'Ue senza nemmeno farsi misurare la febbre, accolti da 60.000 spioni con la scritta «assistenti civici» che li inviteranno a mantenere le distanze - quando si dice l'accoglienza - ma gli italiani dovranno restare confinati nella loro regione. Quando il cancelliere austriaco Sebastian Kurz non ne voleva sapere di aprire il Brennero - lo farà per consentire il transito dei tedeschi che volessero eventualmente arrivare in Alto Adige perché forse oltre non potranno andare - si è gridato al complotto. Kurz ha risposto: lo faccio perché non mi fido dell'Italia. In effetti non è un bel vedere un paese che apre le frontiere, ma tiene chiuse quelle fra le sue regioni. Detta così sembra che chi ci governa sia affetto da un disturbo bipolare, la verità e che non riescono a mettersi d'accordo. Ci sono tante regioni che vivono di turismo che chiedono il via libera, in prima linea su questo fronte ci sono Giovanni Toti con la Liguria, Luca Zaia col Veneto, Massimiliano Fedriga col Friuli Venezia Giulia, Donatella Tesei con l'Umbria. Sono tutte di centrodestra e contro di loro è schierato il ministro per gli Affari regionali, Francesco Boccia, che ritiene una sua missione dimostrare che chi governa i territori, ma non è del Pd, deve prendere ordini da lui, lo «sceriffo di Bisceglie», il custode della sanità pubblica attraverso la negazione del titolo quinto della Costituzione. Però c'è anche un dissidio evidente nel governo tra il Pd e il M5s. In particolare Luigi Di Maio, ministro degli Esteri, spaventato da un probabilissimo flop del turismo vuole aprire tutto e subito. Come si sa, l'Italia rischia di essere tagliata fuori dai flussi turistici perché alcuni Paesi si stanno mettendo d'accordo fra loro. In particolare la Germania, la Francia, la Svizzera, la Danimarca e il Lussemburgo stanno riaprendo le loro frontiere e i croati - che non hanno mai chiuso le loro spiagge - ne hanno approfittato per dire: venite da noi. Luigi Di Maio è andato in Europa a chiedere regole eguali per tutti, si è accordato con il suo omologo tedesco Heiko Mass per evitare gli accordi bilaterali, ma per non finire isolato ha giocato d'anticipo: dal 3 giugno frontiere aperte. L'Italia è la prima nazione a farlo. Che questa decisione abbia fatto imbufalire tutti gli altri Paesi europei - Svizzera, che comunque sta nell'area Schengen, compresa - è particolare trascurabile. Di Maio - col silenzio assenso di Dario Franceschini che sarebbe anche ministro del Turismo, ma che di queste faccende non si preoccupa - ha fatto scrivere nel decreto Rilancio che «a decorrere dal 3 giugno, gli spostamenti da e per l'estero possono essere limitati solo con provvedimenti adottati ai sensi dell'articolo 2 del decreto-legge n° 19 del 2020, anche in relazione a specifici Stati e territori, secondo principi di adeguatezza e proporzionalità al rischio epidemiologico». Cosa significa? Che se si mettono d'accordo un po' di regioni e s'impunta qualche ministro questo decreto allora non è più valido? È esattamente quello che sta succedendo e che rischia di rovinare definitivamente la già bassa reputazione italiana in Europa e nel mondo. Ad accendere la miccia e dunque a creare confusione, in danno prima di tutto del turismo, è il ministro degli affari regionali Francesco Boccia. Il quale ha una particolare avversione per le regioni governate dal centrodestra. Ha cercato in tutti i modi di accusare la Lombardia, ha impugnato la riapertura decisa da Jole Santelli in Calabria anche se poi dopo una settimana il governo ha adottato di fatto gli stessi provvedimenti e si è impegnato tantissimo a rovinare la stagione turistica dell'Umbria, che avendo contagi zero per una bislacca statistica - di cui anche l'Istituto superiore di sanità alla fine si è scusato - è stata inserita nelle regioni a rischio. Francesco Boccia è il reclutatore dei 60.000 spioni ed è quello che di fronte ai bar affollati di sabato scorso si è precipitato a dire, con un'intervista alla Stampa, «se va avanti così si chiude tutto di nuovo». Poi ha aggiunto: «Monitoriamo al situazione, nel fine settimana decideremo. Ci sono i 21 parametri da esaminare e solo se saranno tutti allineati daremo il via libera alla mobilità tra le regioni». A dire il vero anche Stefano Bonaccini, presidente dell'Emilia Romagna che proprio ieri ha riaperto le spiagge, con la giacchetta di presidente della conferenza Stato-Regioni sembra assecondare lo sceriffo di Bisceglie. Al Corriere della Sera dice: «Al 3 giugno mancano tanti giorni, il quadro si chiarirà in fretta. Credo si debba centrare un solo obiettivo: adottare soluzioni praticabili, efficaci e chiare. Discuterne ora, senza i dati del prossimo weekend, è inutile». Ma ai turisti - ammesso che qualcuno abbia intenzione di venire in Italia - chi glielo spiega? Oddio, è già successo che un volo della Eurowings partito da Dusseldorf la mattina del 22 maggio (destinazione Olbia) sia dovuto tornare indietro perché l'aeroporto era chiuso. Ma queste sono cose trascurabili per una nazione che punta, infelice, alla decrescita.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/litalia-diventa-agibile-per-gli-stranieri-2646082394.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ipotesi-scuole-aperte-a-settembre-ma-soltanto-elementari-e-medie" data-post-id="2646082394" data-published-at="1590445352" data-use-pagination="False"> Ipotesi scuole aperte a settembre ma soltanto elementari e medie Intesa nella notte sul concorsone per stabilizzare 32.000 precari della scuola e prime linee guida per il rientro in classe varate dalla task force che affianca il ministro dell'Istruzione Lucia Azzolina. A settembre torneranno in classe i bambini del primo ciclo. «Non vogliamo che si torni a settembre con una didattica a distanza o una didattica mista, i bambini della scuola dell'infanzia, elementare e media devono poter essere in un contesto di socialità», ha spiegato Amanda Ferrario, dirigente scolastico nel comitato di esperti. Questo l'obiettivo tecnico che però deve conciliarsi con quello sanitario del comitato scientifico che ha già stabilito 2 metri di distanza tra i banchi, mascherina obbligatoria sempre, tranne durante le interrogazioni, distanza di sicurezza anche nelle mense. «Noi ci stiamo muovendo anche su altro», ha detto l'esperta, «ridefinire l'unità oraria che non deve essere necessariamente di 60 minuti, in modo tale da poter garantire il tempo scuola a tutti gli studenti. Farli entrare in maniera scaglionata durante l'arco della giornata e non tutti alle 8, utilizzare per le lezioni non soltanto le aule ma anche parchi e giardini, gli oratori messi in sicurezza con le necessarie precauzioni, le strutture dei Comuni. Le scuole possono fare accordi per progetti con gli enti locali al fine di integrare la didattica: più musica più sport più cinema e teatro e più arte». Diverso l'orientamento per la scuola superiore: i ragazzi «sono più grandi e quindi la possibilità di intervallare un tempo scuola in presenza e un tempo a scuola a distanza è possibile. Ad esempio, fare turni pomeridiani o entrate ritardate sarebbe più semplice per gli studenti del liceo che non per quelli di elementari e medie. Ma, precisa la Ferrario, «è probabile che per le superiori la didattica a distanza ci sarà ancora, quanto meno nella prima parte dell'anno, nella quale le misure di distanziamento in ambienti che sono antichi o piccoli non si prestano a poter ospitare tutti gli studenti con il distanziamento fisico». Per i bambini fino alle scuole medie, come ribadito dalla viceministra Anna Ascani, «avremo bisogno di sdoppiare le classi per consentire il distanziamento, perché quelle attuali di 27-30 alunni saranno impossibili e quindi dovremo avere un confronto anche con i sindaci per capire le disponibilità di spazio. Non solo, faremo assunzioni a tempo determinato, oltre ai precari che saranno stabilizzati. Nel decreto rilancio proprio per questo abbiamo fatto stanziare un miliardo». Infatti, dopo la spaccatura nel governo, è stata trovata la mediazione sui precari. Nessuna sanatoria, ma il maxi concorso per regolarizzarne 32.000 con 3 anni di docenza si svolgerà a settembre, con una prova scritta ma non con il test a crocette, e non ci sarà la prova orale. Intanto saliranno in cattedra altri precari seguendo la graduatoria provinciale. Come assicurato dalla ministra Azzolina, «saranno regolarizzati 78.000 insegnanti, 32.000 con il concorso straordinario, 32.000 con quello ordinario, il resto per coprire i posti della primaria». Scontenti i sindacati (oggi l'incontro al Miur) che lamentano 200.000 posti vacanti. Per Giorgia Meloni, Fdi, la soluzione è un passo indietro, mentre la Lega sottolinea che senza stabilizzazione si creerà soltanto disorganizzazione.
Val Pusteria (iStock)
La filosofia di Reinhold Messner, registrata per i visitatori di Messner Haus, rifugio dei cimeli dell’eroico alpinista «cantastorie» ricavato dall’impianto in disuso della cabinovia del Monte Elmo, nelle Dolomiti di Sesto in Val Pusteria, racchiude un messaggio cristallino: l’alta montagna deve rimanere selvaggia per preservare il suo mistero. Il rapporto tra uomo e altezze è insieme psicologico e chimico.
Scalare fonde con la natura a una profondità che «schiarisce la percezione del mondo», condizione che dona la sicurezza tanto cercata da riportare a valle, «nella civiltà». Quella che, in Val Pusteria, costeggia la pista ciclabile che serpeggia da San Candido a Bagni di Moso tra chalet, fattorie, giardini immacolati e campanili sottili. Intorno, con precisa magia, la Meridiana di Sesto - Sextum per gli antichi romani - sintonizza il passaggio del sole agli orologi degli escursionisti sui sentieri della Croda Rossa. Morbida e accessibile, l’area erbosa tra i 1.900 e i 2.200 m è raggiunta dagli impianti di risalita di Moso, frazione con 800 abitanti e una memoria termale asburgica dal 1765. Ne sono testimoni la chiesetta di San Valentino, edificata per i bagnanti, e l’unica sorgente sulfurea dell’Alto Adige, che irrora i percorsi acquatici del Bad Moos Aqua Spa Resort, dove fare il pieno di zolfo, fluoro, magnesio, calcio e sali minerali.
Come Vestali del benessere a lungo termine, le proprietarie Evi Oberhauser e Cristina Floriani potenziano l’eredità geologica saldando il legame tra salute, acqua e montagna. In SPA, il mondo delle saune racchiude il calore della biosauna moderata, della finlandese ad alta temperatura, dell’aromatica Larix e della Lady in cirmolo a 60°, fino al bagno turco e alla cabina con seduta mirata a sciogliere le tensioni vertebrali.
Dagli ambienti che costruiscono continuità tra interno ed esterno trapela l’antica sapienza olistica delle terme alpine. Arredati con artigianato altoatesino e sauna nello chalet-dépendance e nella camera del bagno di fieno dei pascoli circostanti, o con pareti vetrate, chaise-longue e lettini ad acqua a bordo della piscina interna-esterna riscaldata e nelle sale relax, sono tutt’uno con la natura. Ma l’iniziazione alla longevità si sperimenta anche in altri rami della struttura, che «amplifica l’esperienza della vita di montagna con ciò che non si trova più nelle grandi città» - afferma Floriani.
Il genuino menù si prende cura dell’alimentazione, il programma Move & Balance calendarizza attività psicofisiche guidate di yoga, ginnastica dolce, percorso Kneipp, Augfuss e meditazione con campane tibetane nella grotta di acqua solfata. Lo stile tirolese degli architetti Demetz impiega pietra, larice e cirmolo, loden e leder (cuoio nero), per rivestire la hall, la Stube, il luminoso ristorante e le facciate che ricordano i fienili tradizionali, rendendo il comfort accogliente e intimo sia in comune sia in privato. Ai piani alti, l’atmosfera scalda le suite mansardate con caminetto e vasca idromassaggio aperta sul Monte Casella. Fuori, l’infinità delle Dolomiti completa il circolo del benessere, anche spirituale.
Il corridoio verde della Val Fiscalina, 4,5 km che prolungano la Val Pusteria proprio dal Bad Moos, apre l’impegnativo trekking ad anello verso le Tre Cime di Lavaredo tra le pareti Popera, Croda de Toni, Cima Una e Croda Rossa. Dal rifugio Fondovalle, la salita tecnica 102 dai boschi di larici ai pascoli alti dei Rifugi Locatelli, Pian di Cengia e Zsigmondy-Comici conta una progressione di numeri spettacolari: Cima 9, 10, 11, Torre di Toblin e le Tre Cime Grande, Ovest e Piccola. Per chi desidera toccare il massiccio semicerchio dal versante veneto, il tour in elicottero sorvola Cortina, Misurina, i 3.000 m del gruppo del Cristallo, la Marmolada e il canyon Sorapis con il laghetto turchese dalle rive talcate a forma di cuore. Per scalare le vette dei sogni, la Scuola di Alpinismo Tre Cime organizza pacchetti di ferrate e arrampicate o escursioni su misura in ogni disciplina alpina, anche in formato famiglia (www.alpinschule-dreizinnen.com). Info: www.badmoos.it; www.suedtirol.info.
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Andrea Kimi Antonelli festeggia sul podio dopo il Gran Premio di Formula 1 di Monaco (Ansa)
Da sport per appassionati a fenomeno generazionale. La Formula 1 continua a macinare record di pubblico e a conquistare una fascia di tifosi sempre più giovane. Un cambiamento che passa dai social network, dai nuovi linguaggi della comunicazione e dalla capacità di trasformare i piloti in personaggi capaci di parlare anche fuori dalla pista.
Se ne è discusso all'Atelier Alpine di Milano in occasione del weekend del Gran Premio di Monaco, dove Carolina Tedeschi, opinionista di Sky Sport e content creator specializzata nel motorsport, è stata presentata come nuova brand ambassador dello spazio milanese del marchio francese. Un'occasione per riflettere sul momento che sta vivendo il motorsport e sul fenomeno Andrea Kimi Antonelli, il giovane pilota italiano che proprio nel Principato ha firmato un'altra impresa della sua straordinaria stagione.
«Le tappe sono tutte sold out e il percepito della Formula 1 è cambiato tantissimo», spiega Tedeschi. «Quando vai a un Gran Premio trovi tribune piene di ragazzi giovani. Credo che abbiano raggiunto una fascia tra i 16 e i 35 anni che probabilmente non avevano mai raggiunto nella loro storia». Secondo la divulgatrice emiliana, una delle chiavi della crescita è stata la capacità di aprire le porte del paddock al pubblico, mostrando ciò che accade lontano dai riflettori della gara. «I piloti condividono momenti della loro vita e del dietro le quinte. Quello che prima appariva come un personaggio irraggiungibile diventa una persona nella quale i ragazzi possono identificarsi. Da lì nasce il tifo, la passione e il desiderio di seguire questo sport».
Se la Formula 1 ha trovato una nuova generazione di tifosi, l'Italia sembra aver trovato anche il suo nuovo idolo. Proprio nelle ore in cui a Milano si parlava della crescita del movimento, Andrea Kimi Antonelli conquistava il Gran Premio di Monaco, allungando ulteriormente in vetta al Mondiale e confermandosi uno dei grandi protagonisti della stagione. Tedeschi lo conosce da prima che diventasse una star internazionale. «L'ho incontrato quando aveva 17 anni durante un evento a Imola. Mi ricordo che parlava del suo sogno di arrivare in Formula 1. Oggi vedere dove è arrivato mi fa venire la pelle d'oca». Ma ciò che la colpisce maggiormente non è soltanto il talento. «Quello è evidente e non glielo toglie nessuno. La cosa straordinaria è la persona. Quando l'ho conosciuto sembrava già molto più maturo della sua età. È un ragazzo con i piedi per terra, con valori forti e una famiglia molto unita. Credo che sia anche questo uno dei motivi per cui piace tanto».
Dietro il successo mediatico del Circus, però, continua a esserci una dimensione tecnica che spesso sfugge al grande pubblico. «Ogni tanto sento dire che le gare sono noiose o troppo lunghe», osserva Tedeschi. «Ma quando scopri il lavoro che c'è dietro anche a un singolo aggiornamento tecnico ti rendi conto della quantità di ricerca, sviluppo e innovazione che stanno dietro a ogni weekend di gara». Un mondo che la giornalista ha avuto modo di conoscere da vicino visitando la sede del team Alpine di Formula 1 a Enstone. «Ho visto il lavoro degli ingegneri e tutti i processi che stanno dietro una monoposto. La cosa più affascinante è vedere come molte delle soluzioni sviluppate per le corse arrivino poi sulle vetture stradali. La Formula 1 non nasce e finisce in pista, ma lascia un'eredità concreta che ritroviamo nella vita quotidiana». Proprio questo legame tra passione, ricerca e innovazione è uno degli aspetti che l'hanno convinta ad accettare il ruolo di brand ambassador di Alpine Milano. «Quando si sceglie una collaborazione si cercano sempre valori comuni. Per me sono la passione, la ricerca e lo sviluppo. Sono valori nei quali mi riconosco da sempre».
Uno sguardo rivolto al futuro condiviso anche da Massimo Berruto, direttore marketing di Renord e investitore di Atelier Alpine Milano. Secondo il manager, la sfida del marchio francese è quella di diventare un punto di riferimento per gli appassionati di guida, puntando su una clientela che cerca emozioni al volante più che il semplice prestigio del marchio. Sul fronte dell'elettrificazione, Berruto vede un percorso ormai avviato. «In Italia esiste ancora una certa diffidenza verso l'auto elettrica, ma nel segmento delle vetture sportive si sta capendo che può offrire grandi soddisfazioni. La direzione è tracciata e il mercato sta evolvendo in quella direzione».
Formula 1, innovazione e nuovi linguaggi. Mentre Antonelli continua a collezionare vittorie e ad alimentare l'entusiasmo dei tifosi italiani, il mondo dei motori prova a costruire il proprio futuro parlando a un pubblico sempre più ampio, senza rinunciare a quella passione che continua a rappresentarne il motore principale.
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Alexander Zverev e Flavio Cobolli dopo la finale del Roland Garros (Getty Images)
«Comunque vada Flavio ha già vinto» si diceva alla vigilia del match. Un italiano diverso da Jannik Sinner a giocarsi la finale di uno Slam era addirittura impensabile soltanto fino a pochi giorni fa. Soprattutto se lo Slam in questione è il Roland Garros e l'ultimo italiano a vincerlo è stato Adriano Panatta nel 1976.
Flavio Cobolli ha comunque vinto perché è arrivato a tanto così dal compiere un'impresa che avrebbe scritto un'altra pagina indelebile del tennis azzurro. E se è vero che nello sport arrivarci vicino conta relativamente, è altrettanto vero che sulla terra rossa del Court Philippe-Chatrier il tennista romano ha gettato il cuore oltre l'ostacolo rendendo la vita complicatissima ad Alexander Zverev, numero 3 al mondo con tutto da perdere visto che a 29 anni, dopo 3 finali perse, non era ancora riuscito a vincere uno Slam e per riuscirci ha dovuto faticare non poco. Significative le lacrime del tedesco al momento del secondo match point concretizzato che ha sancito una vittoria inseguita per anni e sempre sfuggita. Una vittoria tanto desiderata quanto sofferta. Merito di un Cobolli a tratti leggendario, rimasto in partita fino all'inizio del quinto set. Poi la partita ha preso la direzione definitiva. Zverev è partito forte nel parziale decisivo, salendo rapidamente 3-0 con due break di vantaggio. Cobolli ha provato a restare agganciato, ma la distanza si è allargata subito e il tedesco ha trovato anche il terzo break nel settimo game, chiudendo di fatto i conti. L’azzurro ha comunque continuato a giocare ogni punto, provando a restare dentro la finale fino all’ultimo scambio.
Il punteggio finale è stato 6-1 4-6 6-4 6-7 (5) 6-1 dopo 4 ore e 16 minuti di gioco. Nel quinto set Cobolli ha avuto anche qualche occasione in risposta, senza però riuscire a concretizzare le palle break. Zverev ha gestito con maggiore solidità i propri turni di servizio, mentre l’italiano ha iniziato a perdere brillantezza negli spostamenti laterali, pagando la fatica di una partita giocata ad altissima intensità.
La finale si era aperta nel segno del tedesco. Primo set a senso unico, con Zverev subito avanti di un break e poi capace di allungare fino al 6-1, approfittando delle difficoltà di Cobolli negli scambi prolungati e al servizio. Il secondo parziale ha invece raccontato un’altra partita: più equilibrio, più lotta, e un Cobolli cresciuto soprattutto nella gestione dei punti importanti. Il break decisivo è arrivato nel settimo game e ha riportato la sfida in parità. Nel terzo set Zverev ha ritrovato ordine nei propri turni di battuta, mentre Cobolli ha avuto due palle break nel quarto game senza sfruttarle. Il tedesco ha poi colpito nel momento chiave, strappando il servizio nel decimo game e portandosi avanti due set a uno. Il quarto parziale è stato il più equilibrato e il più lungo sul piano emotivo. Cobolli ha avuto un primo break di vantaggio, poi è stato ripreso e superato, quindi ha nuovamente ribaltato l’andamento del set fino al 5-3. Zverev ha reagito ancora e si è arrivati al tie-break. Qui l’azzurro ha tenuto meglio la tensione: avanti 6-4, ha chiuso alla seconda occasione utile con un passante di dritto che ha portato il match al quinto set. Nel set decisivo però la partita si è spostata subito verso il tedesco. Zverev ha preso il controllo con un avvio aggressivo e ha sfruttato gli errori di Cobolli nei momenti chiave. L’italiano ha avuto alcune chance in risposta, ma non è riuscito a trasformarle e il divario si è ampliato fino al 6-1 finale.
Al momento del punto decisivo Zverev si è lasciato andare in lacrime, disteso sulla terra rossa del Philippe-Chatrier. Per lui è il primo titolo Slam della carriera, dopo tre finali perse. Cobolli, invece, lascia Parigi con una finale che segna comunque un passaggio importante: il primo grande appuntamento giocato fino in fondo e la sensazione di poter stare stabilmente ad alto livello.
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