
Moreno Conficconi, rigorosamente romagnolo - è nato nel 1958 a Meldola, provincia di Forlì-Cesena - è stato per 10 anni, dal 1990 al 2000, il braccio destro di Raoul Casadei, il secondo re del liscio. Il primo fu Secondo Casadei, zio di Raoul, che fondò la celebre orchestra romagnola.
Lui, da tutti conosciuto come «Moreno il biondo», è il re contemporaneo di questo genere gioioso e popolare che richiama feste di paese, pranzi di nozze. E un’antropologia contadina i cui scenari erano balli sulle aie per vendemmia e mietitura e quei matrimoni allegri rimpianti da Pasolini. Per le sue connotazioni etnologiche, l’epopea del liscio è stata riscoperta anche da noti cultori della musica. L’attuale detentore dello scettro, musicista e cantante, ha collaborato con nomi altisonanti della repubblica internazionale della musica. È solare («Se ti piace il mare vienimi a trovare!»). La sua orchestra si chiama «Orchestra Grande Evento».
A incoronarti è stato Franco Mussida, prestigioso musicista, 40 anni nella Pfm.
«Sono stato invitato al Cpm di Milano, una scuola di perfezionamento di alto livello, con docenti preparatissimi, grandi musicisti, a parlare della musica popolare nell’open day con i ragazzi. Al termine di questa meravigliosa giornata dove ho anche suonato la mia musica popolare, quindi il liscio, accompagnato dai ragazzi, è salito sul palco, mi ha preso e alzato la mano dicendo “Moreno Conficconi, il re del liscio contemporaneo”, suggellando 50 anni di carriera».
Qual è la filosofia del liscio?
«È quella di essere un’unica interpretazione, quella del ballerino e quella del musicista. È una musica che si dona, una simbiosi tra chi la ascolta e chi la balla».
Valzer, polka e mazurka. Non sono generi nati in Romagna…
«La polka non è nostra, il valzer e la mazurka nemmeno perché giungono dall’Europa. Perché è diventata musica nostra? Perché diventò una musica del popolo, una musica sociale, intratteneva con una caratteristica data dal padre fondatore del liscio, Carlo Brighi (1853-1915, ndr), primo violino dell’orchestra di Toscanini alla Scala, che riuscì a renderla usufruibile dal popolo, non più soltanto nelle corti, pensiamo al valzer. Una musica che permise alle persone di avvicinarsi, di abbracciarsi. Il protagonista non era tanto il musicista, quanto il ballerino. La prima cosa che pensiamo è che la musica deve far ballare la gente».
Alla fine degli anni Venti, Secondo Casadei, figlio di una famiglia di sarti, debuttò con l’Orchestra Casadei. Nel 1954 compose Romagna mia. Ad Alto gradimento Arbore e Boncompagni proposero la sua Io cerco la morosa. Il liscio divenne un fenomeno nazionalpopolare…
«Ci furono due momenti straordinari, con Arbore e poi con il Festivalbar. La svolta fu Romagna mia, che arrivò all’ascolto di tutti anche grazie ai juke-box e a Radio Capodistria che la trasmetteva con le dediche… Il liscio diventò una moda. Secondo Casadei visse questo passaggio, attorno al ‘68. Ma una chiave di lettura è anche quella turistica. Lui e il suo quintetto avevano debuttato all’inaugurazione del primo stabilimento balneare a Gatteo Mare. Poi il turismo riceveva sempre più visite dall’Italia e dall’estero e da lì questa musica, suonatissima, diventò anche commerciale perché c’erano le canzoni-cartolina, con una dedica alle varie località. Ogni località aveva una sua canzone Ti aspetto a Cesenatico sul mare oppure Riccione, Riccione goodbye. Spingevi il bottoncino e sentivi il ritornello».
L’hai conosciuto Secondo, che morì a Forlimpopoli nel 1971?
«L’ho solo visto sul palco, al mio paese, a Galeata, a un “veglione della sporta”, avevo 13 anni, suonavo già il sax e il clarinetto nella banda. Ricordo che fui folgorato da questo musicista vestito di bianco al centro del palco e il mio sogno era di esserci un giorno anch’io, proprio in quell’orchestra, vestito di bianco. Un sogno che vita mi ha regalato, la svolta della mia carriera».
Negli anni Sessanta Secondo fu affiancato dal nipote Raoul Casadei che, purtroppo, se ne andò causa Covid nel marzo 2021. Dal 1990 al 2000, con i Casadei, sei stato il suo braccio destro. Come lo ricordi?
«Portava con sé la sua origine professionale, quella del maestro elementare. Raccontava le canzoni alla gente come dovesse raccontarle a un bambino. Inventò il racconto delle canzoni. Era un sognatore. Ero il suo braccio destro in tutto, un po’ il suo interprete, mettevo qualcosa di mio negli arrangiamenti, ascoltavo rock, blues, di tutto… Gran parte dei testi dagli anni Settanta li ha scritti lui».
I temi?
«Melodie italiane, la nostra è una melodia. Scriveva il pezzo “sanremese”, alla Sal Da Vinci per capirci. Devo dire che con Sal - un caro amico - vincitore a Sanremo ha vinto anche il liscio. Io l’ho fatto Sanremo, con gli Extraliscio, e lui è stato la continuazione di un percorso».
Sin da giovane formasti orchestre. Come nacque il tuo interesse?
«Il mio babbo non era musicista, mia madre cantava nella parrocchia, il suo sogno era un figlio che cantasse e suonasse. A sei anni mi mettevano sugli sgabelli a fare i concertini. Feci anche le selezioni per lo Zecchino d’oro. Non vincevo mai, perché ero scarso a cantare. Mio padre, a Galeata, s’inventò la Coppa canora, per farmi vincere. Neanche lì riuscii, ma arrivai terzo. Mia mamma veniva a prendermi al campo di calcio con la scopa che mi dava sulle gambe. “Va’ a suné”. Io pensavo al pallone».
Passione ancora viva dato che sei nella Nazionale Cantanti.
«Esperienza umana straordinaria. Morandi, Ruggeri, Ramazzotti… Già mi conoscevano. Un sogno esaudito e ne ho ancora tanti».
Dopo l’esperienza con i Casadei hai fondato l’Orchestra Grande Evento, la tua orchestra attuale.
«Con l’ingresso di Mirko Casadei, figlio di Raoul, lasciai l’orchestra. Nel 2002 faccio l’Orchestra Grande Evento. Ritorno sul palco con il fronte di attacco musicale dell’Orchestra Casadei storica e riparte quella storia in un’altra maniera. Con Tassinari e Ferrara andammo anche a Sanremo con gli Extraliscio. Adesso facciamo un tour».
Nelle vostre esibizioni si ascolta solo o anche si balla, come nella tradizione del liscio?
«È diventato quasi un cinquanta e cinquanta. Grazie al lavoro fatto anche da me questa musica è diventata da ascolto. Con il Ravenna Festival, nel 2013, per me c’è stata una svolta. Comunque il ballo rimane sempre».
Nel 2013, appunto, il Ravenna Festival ti ha affidò la realizzazione dello spettacolo Secondo a nessuno, tributo a Secondo Casadei. L’Orchestra Sinfonica Giovanile Cherubini di Riccardo Muti si è unita alla tua, al PalaDeAndré di Ravenna. Quattromila spettatori.
«Franco Masotti, del Ravenna Festival, mi ha chiamato da Riccarda Casadei, figlia di Secondo, per me fondamentale nel dopo-Casadei e nel dopo-Raoul. Mi dicono “vogliamo fare questo evento dedicato alla musica romagnola e a Secondo Casadei” con l’orchestra sinfonica giovanile di Muti, che ha suonato con noi. Entrambe le orchestre dirette dal maestro Giorgio Papini, facemmo cinque pezzi di Secondo e Raoul Casadei».
Hai collaborato con il cantautore Massimo Bubola.
«Sì, coinvolto da Giordano Sangiorgi, mi incontrai con Bubola e realizzammo Un bacio in bicicletta, un brano dialettale di Secondo Casadei».
Il liscio è anche antropologia, etnologia, cultura.
«Esattamente, una cosa che il Ravenna Festival ha iniziato a sdoganare. E c’è da dire anche che se l’orchestra sbaglia una nota il ballerino se ne accorge. Ma io cercavo e cerco una musica che rispetti la tradizione ma libera di raggiungere qualsiasi ascoltatore».
Sarebbe ora si smetterla di giudicare il liscio come un sottogenere.
«Certo, e sono cose reali. Se io ho suonato con David Rhodes, il chitarrista di Peter Gabriel… Se io inizio Tramonto, un classico di Secondo Casadei, e cerco di trasmetterla a chi ha suonato con Peter Gabriel o a Roberto Gualdi, Pfm, se con il gruppo Romagna 2.0 facciamo musica salentina con Stefania Morciano, figura principale della notte della taranta… Il mio sogno futuro è fare una band di folklori europei, internazionali e grazie a queste collaborazioni voglio arrivarci».
Musicalmente, il liscio si sta rinnovando?
«Il mondo del liscio attuale è un contenitore di stili e generi, come fosse un format. Sempre al centro c’è il ballo, ma con contaminazioni rock, funky, blues, folk, elettronica. Ad esempio il mood della quotata orchestra Omar Lambertini è più rockettaro. Io faccio folk, liscio, ma uso i sintetizzatori, non ho la rigidità delle partiture… Ciò che mi lega al sound romagnolo tradizionale è il clarinetto in do, che io suono».
E i giovani?
«Tantissimi ne sono attratti, ma che amano il ballo, tutto parte da lì. È la gioventù dei quarantenni, della famiglia, di chi vuole farsi una serata con gli amici a tavola e poi nei locali, multisale, con la sala del liscio».
Hai composto 700 brani…
«Sì, faccio testi e musica. Per i testi mi sto concentrando sul dialettale romagnolo, molto musicale e adatto anche per l’estero».
Secondo Casadei, scrivendo Romagna mia, si pensava lontano da casa?
«Sì, con il desiderio di tornarci. In origine il titolo era Casetta mia. Il maestro Olivieri gli consigliò di cambiarlo con Romagna mia. Era una canzone di scorta. È la quinta canzone al mondo più eseguita. Incisa in un mucchio di lingue, tra cui il cinese».
Nel 2070 il liscio si ballerà ancora?
«Si ballerà perché è giovane nel suo Dna e lo resterà sempre».






