
«Avevo a disposizione un bellissimo salone alla Camera dei deputati e una persona di segreteria molto preparata per fissare gli appuntamenti con i partiti. Addirittura, mi portavano da mangiare». Raggiungo Carlo Cottarelli al telefono e non mi sottraggo alla curiosità di estorcergli un ricordo da ex premier incaricato (maggio 2018). Come si organizza un uomo non di partito per un'operazione del genere? Il fatto che gli dessero pure da mangiare suscita in me curiosità.
Cottarelli, che le importa di mangiare. Lei è un runner.
«Ma quale runner? Corro 40 minuti due volte la settimana».
Tempo sul chilometro?
«Corro perché fa bene, non per fare il tempo».
Impossibile non si sia mai cronometrato.
«Faccio 9-10 chilometri all'ora».
La risposta mi spiazza. Calcolo i minuti a chilometro come fanno i veri runner. Desisto. Anzi no.
Il tempo sulla mezza maratona?
«Ne feci una da neolaureato correndo sulle mura di Lucca. Ma non ricordo il tempo».
Vado oltre. Un commento sul discorso di Draghi.
«Concordo su tutto. Un appunto: sarei stato più esplicito nel dire che la burocrazia va ridotta».
Secondo Wolfgang Munchau, autorevole giornalista del Financial Times, dopo ogni crisi l'Europa ne esce più malconcia. Così accadde dopo Lehman e dopo la crisi dei debiti sovrani. Lo stesso accadrà dopo il Covid. Un'opinione che fa a cazzotti con la narrazione europeista.
«Non ho presente l'articolo ma dissento. L'Europa mette a disposizione risorse importanti: Bce, Recovery fund, Sure e Mes».
Ma il tanto strombazzato Recovery fund ammonta a 750 miliardi, debiti compresi. Più o meno il 6% del Pil Ue. Finanzierebbe gli investimenti dal 2021 al 2027. Pochini.
«Attenzione! La distribuzione dei fondi non è omogenea. Italia e Spagna, le più colpite dalla pandemia, hanno avuto molto più della Germania. I conti vanno fatti Stato per Stato. Dopodiché, rispetto agli Usa l'importo messo in campo è più basso ma l'Ue non è uno Stato federale. Rispetto al passato, l'Ue ha fatto passi da gigante».
Perché il Recovery entri in vigore tutti i Paesi Ue dovranno approvare la «decisione sulle risorse proprie»: aumento di gettito tributario da trasferire a Bruxelles. Ma solo Francia, Croazia, Cipro, Portogallo e Slovenia hanno detto sì, a oggi. A fine 2021 saremo ancora in mezzo al guado?
«Mi risulta che pure Bulgaria e Malta abbiano già detto sì. E nove Paesi sono a buon punto nel percorso: si veda il Milleproroghe in Italia. Comunque, le risorse proprie sono una garanzia. Infine Ursula von der Leyen ha detto che si approverà in tempo».
I soldi veri sono quelli che uno si tiene in tasca. I cosiddetti frugali (Svezia, Finlandia, Olanda e Danimarca) più la Germania a luglio hanno negoziato sconti su quanto dovuto al bilancio Ue. L'Italia, come contributore netto, non avrebbe dovuto fare altrettanto, più che strombazzare improbabili piogge di denaro?
«Grazie al Recovery, da contributori netti diventeremo beneficiari netti. Non condivido le vostre analisi sulla Verità. E comunque parliamo di sconti non rilevanti. Infine, quel negoziato ha ulteriormente contribuito alla discesa dei rendimenti sui nostri Btp».
Draghi sembra escludere il ricorso a parte dei prestiti del Recovery, come Spagna e Portogallo: lo sostengono alcuni analisti che interpretano il discorso per la fiducia.
«Intravedo un equivoco. Il piano prevede già che i finanziamenti del Recovery siano utilizzati per progetti in parte nuovi, in parte già approvati. I prestiti che rifinanzieranno questi ultimi non saranno ulteriore deficit. A questo si riferiva Draghi, secondo me».
Ma i soldi veri sono quelli della Bce. Secondo i miei calcoli, grazie al Pepp la Bce potrebbe acquistare ancora 155-175 miliardi di Btp dopo averne già acquistati oltre 135. E senza tenere conto del programma Pspp. Altri 20 miliardi al mese di shopping su tutti i titoli dell'eurozona.
«Ai miei conti, fra Pepp e Pspp la Bce, tramite Banca d'Italia, ha acquistato 170 miliardi di Btp. Ne rimangono da acquistare circa 150. Starei su questa cifra. I soldi dei Btp arrivano subito, praticamente a costo zero perché via Nazionale incassa cedole che poi riaccrediterà quasi interamente al Tesoro come dividendo, e non hanno condizioni. Quelli del Recovery non arrivano subito, hanno un tasso negativo ma ci verrà chiesto di fare delle cose per averli».
L'eurozona convive con tassi zero o negativi dal 2015. Dal 2014 la Bce ha addirittura aggiunto 5.000 miliardi al suo bilancio stampando denaro. E non eravamo in crisi. La mia opinione è che questa roba servisse a tenere in piedi l'eurozona piena di fratture interne. In pratica, morfina da anni. Non è normale.
«Il Quantitative easing s'inizia nel 2015. Gli spread erano già normalizzati, o quasi, e l'inflazione era sotto il 2%. Ecco il perché di quella operazione. Rimane da chiedersi se sia lo strumento giusto per arginare la deflazione».
La Bundesbank ha messo in guardia la Bce: in Germania la prospettiva di un'inflazione al 3% non è teorica, quindi basta con i soldi facili.
«Le valutazioni Bce sono fatte a livello complessivo di eurozona. Non credo sia semplice per l'inflazione superare stabilmente il 2%».
Se accadesse, sarebbe il tipico caso di politica monetaria taglia unica. Ma ciò che va bene per un Paese non necessariamente va bene per un altro. Una situazione di intrinseca fragilità.
«Il rischio c'è. Dobbiamo evitare che dopo il Quantitative easing arrivi il Quantitative tightening, cioè una politica monetaria restrittiva: la Bce che vende titoli sovrani o non reinveste il capitale a scadenza. Ma esiste una soluzione tecnica».
Cioè?
«Aumentare il coefficiente di riserva obbligatoria per le banche. Se l'inflazione salisse, le banche parcheggerebbero parte della liquidità in un deposito in Bce. Una sorta di sterilizzazione, a patto che sia una tantum, a fronte di un evento eccezionale come il Covid. Se utilizzato come strumento permanente, finiremmo per disintermediare le banche a favore di agenti non regolati. Mi si passi il termine misleading; una “tassa occulta" per le banche».
La riforma conferisce al Mes poteri molto più incisivi: monitorerà anche i Paesi non clienti. Potrebbe metterci in difficoltà ipotizzando l'insostenibilità del debito italiano. Aumenta l'instabilità dell'eurozona?
«Paura ingiustificata all'atto pratico. Pur nella sua autonomia, il Mes collaborerà lealmente con la Commissione Ue e non è previsto pubblicare i propri giudizi per Paesi che non sono “clienti". Me lo confermano molti colleghi oggi al Mes».
Il Mes sanitario serve o no?
«Sei o sette mesi fa ne sarebbe valsa la pena. Io lo prenderei anche adesso, anche se è molto meno conveniente. Non è certo indispensabile. E comunque basta con queste guerre di religione. Il Mes non è il cavallo di Troika e non è l'unico strumento per finanziare la sanità».
Da ex Fmi, mi dica: Draghi ha più amici negli Stati Uniti o a Berlino?
«Draghi ha buone relazioni ovunque».
Da ex premier incaricato lei aveva già una sua lista. Dei ministri di Draghi quanti ne cambierebbe? Le chiedo un numero, non i nomi.
«Due o tre».
Bè, a questo punto dica chi…
«Eh no, ha fatto una promessa…». (Ride).
Chi invece del governo Draghi avrebbe visto volentieri nel suo governo? Un nome a cui non aveva pensato.
«Colao o Cingolani. Se devo sceglierne uno, dico Colao che conosco meglio».
Il patto di stabilità e crescita ha fatto il suo tempo?
«La revisione mi risulta già iniziata. L'idea di abbassare il debito di un ventesimo all'anno per quel che eccede il 60% è irrealistica nel mondo post Covid. Draghi può arrivare a un buon compromesso».
L'esordio di Draghi non è stato felice: subito chiusi gli impianti sciistici con danni per miliardi di euro. Lei lo avrebbe fatto?
«Non ho abbastanza informazioni per rispondere con un sì o un no. Avrei voluto capire con attenzione se questa misura fosse stata veramente necessaria. E se mi fossi convinto, l'avrei comunicata con chiarezza rassicurando subito sugli indennizzi».
Dove ha sbagliato Conte? Esiste per lui ancora una prospettiva?
«Troppo lento sul Recovery plan. Ma è un leader popolare con una prospettiva».
Nel 1997 Romano Prodi ci fece entrare nell'euro agganciandoci a un cambio quasi fisso con il marco. Avevamo un reddito pari a quasi il 100% del Pil pro capite medio dei 15 maggiori Paesi Ue. Oggi siamo al 78%. L'euro è stata una fregatura?
«Se si entra nella moneta unica bisogna comportarsi di conseguenza. Non abbiamo sfruttato la stagione iniziale dei tassi bassi per tenere i conti in ordine e fare riforme. Ecco spiegato il motivo».
Il suo cognome è un brand di austerità. È stato commissario alla spending review. Quella stagione è finita?
«La mia spending review era in realtà finalizzata al taglio delle tasse. Ridurre sprechi per 32 miliardi per finanziare il taglio delle tasse sul lavoro e portare il cuneo fiscale a livelli europei. Ora serve fare più deficit. Quando dovremo ridurre il rapporto debito-Pil dovremo fare riforme per la crescita. Aumenterà il denominatore del rapporto e pure il gettito fiscale, frenando la crescita del numeratore».
Abbiamo emesso Btp per 14 miliardi a tassi minimi record. La domanda degli investitori è stata pari a 90 miliardi. Non conviene fare il pieno in queste emissioni mettendo fieno in cascina?
«Ne ho parlato con un paio di debt manager del Tesoro. La richiesta degli investitori è spropositata perché sanno che si andrà al riparto. E per assicurarsi una quota soddisfacente aumentano molto la domanda. Sorprenderli accettando tutte le loro richieste non sarebbe un comportamento premiante. Perderemmo appeal commerciale. L'argomento mi sembra convincente».






