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2019-08-20
L’imbarazzo di Dibba che si ritrova alleato con il «partito di Bibbiano»
Ansa
Verso la fine di luglio, l'annuncio esplosivo tramite Facebook: «Mi sto dedicando alla collana di saggistica cercando nuovi autori e nuove tematiche da approfondire», dichiarò Alessandro Di Battista. Poi dettagliò: «In tal senso vi annuncio che presto (vi terrò aggiornati) uscirà un libro sullo scandalo di Bibbiano e sarà il primo libro frutto della mia collaborazione con Fazi. Ci è sembrato doveroso approfondire questo scandalo», aggiunse Dibba, «anche perché abbiamo registrato un silenzio assordante da parte del 90% del sistema mediatico nazionale. Tuttavia il libro sull'inferno di Bibbiano sarà solo l'inizio. Vogliamo dare spazio a nuovi autori e a nuove idee».
Niente da dire: un'uscita pubblica meritevole di applausi. Di Battista aveva deciso di prendere di petto una delle questioni più scottanti degli ultimi tempi. In più aveva assolutamente ragione: di Bibbiano non parlava praticamente nessuno, tanto che pure adesso la gran parte dei media continua a ignorare la faccenda. Decisamente meritevole, dunque, l'idea di pubblicare un libro sulla storia degli affidi facili della Val d'Enza. In realtà, molto del merito va reso all'editore Fazi, che da tempo stampa libri coraggiosi e non certo proni al mainstream.
E infatti dalla casa editrice confermano ancora oggi l'intenzione di voler andare avanti: il libro si farà eccome, non sarà Dibba a firmarlo ma un'autrice di cui per ora non è noto il nome. A settembre se ne saprà di più, intanto l'editore assicura che non si tratta di una speculazione politica, e non c'è motivo di non credergli.
Il punto, però, è che nel frattempo qualcosa a livello politico è effettivamente cambiato. Adesso, guarda un po', Alessandro Di Battista si ritrova gomito a gomito con il partito di Bibbiano.
Per prima cosa ci sono i rapporti dei 5 stelle con alcuni dei protagonisti della vicenda. Come noto, i pentastellati piemontesi avevano foraggiato il centro Hansel e Gretel di Claudio Foti. Poi si sono accorti dell'errore e hanno chiesto indietro i soldi. Ma intanto... Inoltre, una delle indagate di «Angeli e demoni», Federica Anghinolfi, è difesa da Rossella Ognibene, già candidato sindaco a 5 stelle nel Comune di Reggio Emilia. La Ognibene si è dimessa, e sembrava finita lì. E invece no: come ha rivelato il nostro giornale, Andrea Coffari - avvocato, amico e collaboratore di Claudio Foti - è stato candidato dai 5 stelle alle Politiche nel Mugello. Qui non parliamo di un difensore qualsiasi, ma di un professionista che condivide la visione di Foti e, prima che in aula, lo difende a livello ideologico. A volerlo in lista fu Alfonso Bonafede, attuale Guardasigilli. Ed è qui che la situazione si fa davvero imbarazzante. Dibba ha proposto il libro sull'inferno bibbianese. Ma ora gli tocca scoprire che in casa sua quell'inferno ha fatto cadere qualche tizzone. Ciliegina: l'alleanza con il Pd. Viene da chiedersi come farà Dibba a digerire il rospo. I democratici hanno fornito copertura ideologica e politica al giro di Bibbiano, come immaginiamo verrà documentato nel libro di Fazi.
Con che faccia li si può bastonare su carta e tollerare in Parlamento? Per altro, qualcuno nel Pd ha già fatto capire che aria tiri. Pierfrancesco Majorino, assessore milanese, ha scritto su Twitter: «E comunque nella trattativa con i 5 stelle 'na parolina di scuse su Bibbiano la pretenderei». In realtà non c'è quasi nulla di cui scusarsi, ma se i toni sono questi, beh, non vorremmo essere nei panni di Di Battista. Domenica, sul Blog delle Stelle, è uscito un feroce articolo su Bibbiano. Notiamo che, nel pezzo, i toni sono già più moderati. L'«inferno» di Dibba è diventato un caso di «presunti affidi illeciti». Il blog attacca frontalmente Salvini. Sbriciolando il governo, egli avrebbe «mandato in fumo anche la speranza delle vittime» di «Angeli e demoni». Ma davvero? Invece vedendo i 5 stelle alleati con il Pd le vittime saranno proprio tranquille e serene...
La «madre» Lgbt pagata dalla Regione su cui i giornali preferiscono tacere
Molti giornali, ieri, si sono occupati di una vicenda agghiacciante che, ancora una volta, si è svolta in Val d'Enza. Il Tg3 Emilia Romagna ha diffuso una intercettazione ambientale in cui si sente parlare la madre affidataria di una bambina di cui si parla nelle carte dell'inchiesta «Angeli e demoni». La donna e la piccola sono in auto e un certo punto l'affidataria si mette a gridare: «Scendi, non ti voglio più. Scendi, io non ti voglio più!». La bambina viene così scaricata in strada, sotto la pioggia battente. A scatenare l'ira della donna è il fatto che la bambina si rifiuta di raccontare, scrivendo in un quaderno, gli abusi che avrebbe subito dal padre naturale in realtà mai avvenuti). L'episodio è in effetti sconvolgente. C'è un piccolo problema, però. I media hanno evitato di raccontare la storia fino in fondo, a differenza di quanto ha fatto La Verità parecchie settimane fa. La bambina che ieri ha suscitato tanto scalpore è la piccola Katia, e il suo è uno dei casi più inquietanti di tutta l'indagine sugli affidi facili.
La piccola, infatti, è stata affidata a due donne Daniela Bedogni e Fadia Bassmaji, che si sono unite civilmente nel giugno del 2018. Le «due mamme» (che per altro percepivano un contributo doppio rispetto ad altri affidatari) avrebbero dovuto prendersi cura della piccina e invece, a quanto risulta dalle carte, la vessavano e maltrattavano. Tanto che il gip reggiano Luca Ramponi ha subito disposto che la bimba fosse tolta alle due donne e ha vietato ogni forma di contatto (oltre che l'avvicinamento a più di un chilometro di distanza).
Katia è stata affidata alla coppia lesbica grazie a una delle protagoniste principali dell'inchiesta, ovvero l'indagata Federica Anghinolfi, dirigente del Servizio di assistenza sociale dell'Unione Comuni Val d'Enza. Come noto, costei era una fervente attivista Lgbt, nota per aver partecipato a convegni dedicati all'affido gay, come quello che si è tenuto a Mantova nel maggio 2018, intitolato «Affidarsi. Uno sguardo accogliente verso l'affido Lgbt». A quel convegno parteciò, guarda caso, anche Fadia Bassmaji, ovvero una delle due mamme affidatarie di Katia. La Bassmaji e la Anghinolfi vengono definite dal giudice di Reggio Emilia. «persone assai attive nella difesa dei diritti Lgbt». Ma non condividevano solo la militanza ideologica. Nelle carte dell'inchiesta si legge che Fadia e Federica «risultavano avere avuto in passato tra loro una relazione sentimentale». Riepilogando: la Anghinolfi, dirigente dei servizi sociali, dà in affidamento una bimba alla Bassmaji, sua ex compagna che si è unita civilmente a un'altra donna, Daniela Bedogni. Non solo: «La sorella della Bedogni», spiega il giudice, «è risultata anche lei una “intima amica" della Anghinolfi».
Soffermiamoci un attimo sulla Bedogni. È lei la protagonista dell'intercettazione diffusa dal Tg3. Secondo il gip di Reggio Emilia, questa donna «si dimostra instabile e del tutto convinta del proprio ruolo essenziale [...] di natura “salvifica" a favore della minore» (ovvero Katia). In alcune intercettazioni ambientali, la Bedogni si esprime con «urla deliranti in cui manifestava il proprio odio contro Dio con ininterrotte bestemmie di ogni tipo alternate d'improvviso a canti eucaristici».
In altre occasioni dà luogo a «interi colloqui con persone immaginarie», a «deliri improvvisi in cui [...] immagina situazioni inesistenti» e poi, ancora, «sproloqui di ogni tipo, sempre intervallati da bestemmie e canti eucaristici». Scrive il giudice: «In totale evidenza di squilibrio mentale, mentre si trova da sola in auto, urla ininterrotte bestemmie, instaura veri e propri discorsi con soggetti immaginari di cui imita le voci». Ecco a chi è stata affidata Katia. A un donna che l'ha sbattuta fuori dalla macchina urlandole: «Porca puttana vai da sola a piedi... Porca puttana scendi! Scendi! Non ti voglio più! Io non ti voglio più scendi! Scendi!».
Perché riportiamo tutti questi dettagli? Non per rendere più morboso il racconto, certo che no. Il fatto è che se non si spiega che cosa è avvenuto esattamente a Katia non si comprende uno degli aspetti fondamentali della vicenda bibbianese, ovvero l'influenza dell'ideologia Lgbt. Federica Anghinolfi ha di fatto affidato a sue amiche/ conoscenti/ ex amanti alcuni minorenni. E lo ha fatto per motivi ideologici.
Evidentemente, però, a qualcuno fa molto comodo evitare questa faccia della medaglia. Qualche approfondimento, per altro, merita pure Fadia Bassmaji, l'altra mamma affidataria. Come abbiamo raccontato nelle settimane passate, ha lavorato a stretto contatto con varie amministrazioni comunali in tutta l'Emilia Romagna, spesso per progetti a sfondo arcobaleno.
Galeazzo Bignami, deputato di Forza Italia, ha chiesto alla Regione Emilia Romagna di fare chiarezza sui rapporti istituzionali con la Bassmaji (tramite le due associazioni da lei fondate Quinta parete e Sinonimia). E ciò che è emerso è piuttosto interessante. «Nel 2017 la Regione ha deliberato un contributo per l'associazione Sinonimia di circa 23.000 euro per il progetto “Teatro Agorà - un teatro di comunità"», dice Bignami. «A luglio 2018 è stato assegnato all'associazione Sinonimia un contributo di 15.000 euro per il progetto “Sono tutti figli nostri?" Quest'ultimo progetto, in particolare, si proponeva di veicolare temi socio-sanitari e relativi all'affido attraverso il teatro. Da qui l'organizzazione di tre incontri sui temi dell'affido anche Lgbt e incontri con Arcigay Reggio Emilia, sul tema delle diverse genitorialità possibili. Infine, vi era anche l'obiettivo di entrare nel mondo della scuola oltre che quello di formare operatori per sciogliere le resistenze in tema di affido Lgbt».
Adesso ci si scandalizza per le intercettazioni angoscianti, ma intanto questa madre affidataria ha collaborato a lungo con la Regione (anche) per fare propaganda Lgbt. Ovviamente, però, su questo i media preferiscono tacere.
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A metà luglio ha sponsorizzato l'uscita del libro sull'«inferno» emiliano. Ora i 5 stelle fanno comunella con il Pd, e si scopre che hanno candidato il sodale del guru di Hansel e Gretel. Lui dimenticherà tutto?Fa scandalo la storia della piccina cacciata dall'auto della sua affidataria. Ma nessuno ne racconta il retroscena arcobaleno.Lo speciale contiene due articoli.Verso la fine di luglio, l'annuncio esplosivo tramite Facebook: «Mi sto dedicando alla collana di saggistica cercando nuovi autori e nuove tematiche da approfondire», dichiarò Alessandro Di Battista. Poi dettagliò: «In tal senso vi annuncio che presto (vi terrò aggiornati) uscirà un libro sullo scandalo di Bibbiano e sarà il primo libro frutto della mia collaborazione con Fazi. Ci è sembrato doveroso approfondire questo scandalo», aggiunse Dibba, «anche perché abbiamo registrato un silenzio assordante da parte del 90% del sistema mediatico nazionale. Tuttavia il libro sull'inferno di Bibbiano sarà solo l'inizio. Vogliamo dare spazio a nuovi autori e a nuove idee».Niente da dire: un'uscita pubblica meritevole di applausi. Di Battista aveva deciso di prendere di petto una delle questioni più scottanti degli ultimi tempi. In più aveva assolutamente ragione: di Bibbiano non parlava praticamente nessuno, tanto che pure adesso la gran parte dei media continua a ignorare la faccenda. Decisamente meritevole, dunque, l'idea di pubblicare un libro sulla storia degli affidi facili della Val d'Enza. In realtà, molto del merito va reso all'editore Fazi, che da tempo stampa libri coraggiosi e non certo proni al mainstream. E infatti dalla casa editrice confermano ancora oggi l'intenzione di voler andare avanti: il libro si farà eccome, non sarà Dibba a firmarlo ma un'autrice di cui per ora non è noto il nome. A settembre se ne saprà di più, intanto l'editore assicura che non si tratta di una speculazione politica, e non c'è motivo di non credergli. Il punto, però, è che nel frattempo qualcosa a livello politico è effettivamente cambiato. Adesso, guarda un po', Alessandro Di Battista si ritrova gomito a gomito con il partito di Bibbiano. Per prima cosa ci sono i rapporti dei 5 stelle con alcuni dei protagonisti della vicenda. Come noto, i pentastellati piemontesi avevano foraggiato il centro Hansel e Gretel di Claudio Foti. Poi si sono accorti dell'errore e hanno chiesto indietro i soldi. Ma intanto... Inoltre, una delle indagate di «Angeli e demoni», Federica Anghinolfi, è difesa da Rossella Ognibene, già candidato sindaco a 5 stelle nel Comune di Reggio Emilia. La Ognibene si è dimessa, e sembrava finita lì. E invece no: come ha rivelato il nostro giornale, Andrea Coffari - avvocato, amico e collaboratore di Claudio Foti - è stato candidato dai 5 stelle alle Politiche nel Mugello. Qui non parliamo di un difensore qualsiasi, ma di un professionista che condivide la visione di Foti e, prima che in aula, lo difende a livello ideologico. A volerlo in lista fu Alfonso Bonafede, attuale Guardasigilli. Ed è qui che la situazione si fa davvero imbarazzante. Dibba ha proposto il libro sull'inferno bibbianese. Ma ora gli tocca scoprire che in casa sua quell'inferno ha fatto cadere qualche tizzone. Ciliegina: l'alleanza con il Pd. Viene da chiedersi come farà Dibba a digerire il rospo. I democratici hanno fornito copertura ideologica e politica al giro di Bibbiano, come immaginiamo verrà documentato nel libro di Fazi. Con che faccia li si può bastonare su carta e tollerare in Parlamento? Per altro, qualcuno nel Pd ha già fatto capire che aria tiri. Pierfrancesco Majorino, assessore milanese, ha scritto su Twitter: «E comunque nella trattativa con i 5 stelle 'na parolina di scuse su Bibbiano la pretenderei». In realtà non c'è quasi nulla di cui scusarsi, ma se i toni sono questi, beh, non vorremmo essere nei panni di Di Battista. Domenica, sul Blog delle Stelle, è uscito un feroce articolo su Bibbiano. Notiamo che, nel pezzo, i toni sono già più moderati. L'«inferno» di Dibba è diventato un caso di «presunti affidi illeciti». Il blog attacca frontalmente Salvini. Sbriciolando il governo, egli avrebbe «mandato in fumo anche la speranza delle vittime» di «Angeli e demoni». Ma davvero? Invece vedendo i 5 stelle alleati con il Pd le vittime saranno proprio tranquille e serene...<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/limbarazzo-di-dibba-che-si-ritrova-alleato-con-il-partito-di-bibbiano-2639897756.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-madre-lgbt-pagata-dalla-regione-su-cui-i-giornali-preferiscono-tacere" data-post-id="2639897756" data-published-at="1781732753" data-use-pagination="False"> La «madre» Lgbt pagata dalla Regione su cui i giornali preferiscono tacere Molti giornali, ieri, si sono occupati di una vicenda agghiacciante che, ancora una volta, si è svolta in Val d'Enza. Il Tg3 Emilia Romagna ha diffuso una intercettazione ambientale in cui si sente parlare la madre affidataria di una bambina di cui si parla nelle carte dell'inchiesta «Angeli e demoni». La donna e la piccola sono in auto e un certo punto l'affidataria si mette a gridare: «Scendi, non ti voglio più. Scendi, io non ti voglio più!». La bambina viene così scaricata in strada, sotto la pioggia battente. A scatenare l'ira della donna è il fatto che la bambina si rifiuta di raccontare, scrivendo in un quaderno, gli abusi che avrebbe subito dal padre naturale in realtà mai avvenuti). L'episodio è in effetti sconvolgente. C'è un piccolo problema, però. I media hanno evitato di raccontare la storia fino in fondo, a differenza di quanto ha fatto La Verità parecchie settimane fa. La bambina che ieri ha suscitato tanto scalpore è la piccola Katia, e il suo è uno dei casi più inquietanti di tutta l'indagine sugli affidi facili. La piccola, infatti, è stata affidata a due donne Daniela Bedogni e Fadia Bassmaji, che si sono unite civilmente nel giugno del 2018. Le «due mamme» (che per altro percepivano un contributo doppio rispetto ad altri affidatari) avrebbero dovuto prendersi cura della piccina e invece, a quanto risulta dalle carte, la vessavano e maltrattavano. Tanto che il gip reggiano Luca Ramponi ha subito disposto che la bimba fosse tolta alle due donne e ha vietato ogni forma di contatto (oltre che l'avvicinamento a più di un chilometro di distanza). Katia è stata affidata alla coppia lesbica grazie a una delle protagoniste principali dell'inchiesta, ovvero l'indagata Federica Anghinolfi, dirigente del Servizio di assistenza sociale dell'Unione Comuni Val d'Enza. Come noto, costei era una fervente attivista Lgbt, nota per aver partecipato a convegni dedicati all'affido gay, come quello che si è tenuto a Mantova nel maggio 2018, intitolato «Affidarsi. Uno sguardo accogliente verso l'affido Lgbt». A quel convegno parteciò, guarda caso, anche Fadia Bassmaji, ovvero una delle due mamme affidatarie di Katia. La Bassmaji e la Anghinolfi vengono definite dal giudice di Reggio Emilia. «persone assai attive nella difesa dei diritti Lgbt». Ma non condividevano solo la militanza ideologica. Nelle carte dell'inchiesta si legge che Fadia e Federica «risultavano avere avuto in passato tra loro una relazione sentimentale». Riepilogando: la Anghinolfi, dirigente dei servizi sociali, dà in affidamento una bimba alla Bassmaji, sua ex compagna che si è unita civilmente a un'altra donna, Daniela Bedogni. Non solo: «La sorella della Bedogni», spiega il giudice, «è risultata anche lei una “intima amica" della Anghinolfi». Soffermiamoci un attimo sulla Bedogni. È lei la protagonista dell'intercettazione diffusa dal Tg3. Secondo il gip di Reggio Emilia, questa donna «si dimostra instabile e del tutto convinta del proprio ruolo essenziale [...] di natura “salvifica" a favore della minore» (ovvero Katia). In alcune intercettazioni ambientali, la Bedogni si esprime con «urla deliranti in cui manifestava il proprio odio contro Dio con ininterrotte bestemmie di ogni tipo alternate d'improvviso a canti eucaristici». In altre occasioni dà luogo a «interi colloqui con persone immaginarie», a «deliri improvvisi in cui [...] immagina situazioni inesistenti» e poi, ancora, «sproloqui di ogni tipo, sempre intervallati da bestemmie e canti eucaristici». Scrive il giudice: «In totale evidenza di squilibrio mentale, mentre si trova da sola in auto, urla ininterrotte bestemmie, instaura veri e propri discorsi con soggetti immaginari di cui imita le voci». Ecco a chi è stata affidata Katia. A un donna che l'ha sbattuta fuori dalla macchina urlandole: «Porca puttana vai da sola a piedi... Porca puttana scendi! Scendi! Non ti voglio più! Io non ti voglio più scendi! Scendi!». Perché riportiamo tutti questi dettagli? Non per rendere più morboso il racconto, certo che no. Il fatto è che se non si spiega che cosa è avvenuto esattamente a Katia non si comprende uno degli aspetti fondamentali della vicenda bibbianese, ovvero l'influenza dell'ideologia Lgbt. Federica Anghinolfi ha di fatto affidato a sue amiche/ conoscenti/ ex amanti alcuni minorenni. E lo ha fatto per motivi ideologici. Evidentemente, però, a qualcuno fa molto comodo evitare questa faccia della medaglia. Qualche approfondimento, per altro, merita pure Fadia Bassmaji, l'altra mamma affidataria. Come abbiamo raccontato nelle settimane passate, ha lavorato a stretto contatto con varie amministrazioni comunali in tutta l'Emilia Romagna, spesso per progetti a sfondo arcobaleno. Galeazzo Bignami, deputato di Forza Italia, ha chiesto alla Regione Emilia Romagna di fare chiarezza sui rapporti istituzionali con la Bassmaji (tramite le due associazioni da lei fondate Quinta parete e Sinonimia). E ciò che è emerso è piuttosto interessante. «Nel 2017 la Regione ha deliberato un contributo per l'associazione Sinonimia di circa 23.000 euro per il progetto “Teatro Agorà - un teatro di comunità"», dice Bignami. «A luglio 2018 è stato assegnato all'associazione Sinonimia un contributo di 15.000 euro per il progetto “Sono tutti figli nostri?" Quest'ultimo progetto, in particolare, si proponeva di veicolare temi socio-sanitari e relativi all'affido attraverso il teatro. Da qui l'organizzazione di tre incontri sui temi dell'affido anche Lgbt e incontri con Arcigay Reggio Emilia, sul tema delle diverse genitorialità possibili. Infine, vi era anche l'obiettivo di entrare nel mondo della scuola oltre che quello di formare operatori per sciogliere le resistenze in tema di affido Lgbt». Adesso ci si scandalizza per le intercettazioni angoscianti, ma intanto questa madre affidataria ha collaborato a lungo con la Regione (anche) per fare propaganda Lgbt. Ovviamente, però, su questo i media preferiscono tacere.
Silvia Capozza @Ecco
La manifestazione offre un’importante vetrina internazionale e rappresenta un’occasione preziosa per incontrare buyer, partner e operatori del settore provenienti da tutto il mondo. Per un marchio come Ecco è un momento fondamentale di confronto, visibilità e sviluppo delle relazioni commerciali», racconta alla Verità Silvia Capozza, general manager South Europe di Ecco, marchio globale specializzato in scarpe e accessori in pelle di alta gamma.
Ecco nasce in Danimarca nel 1963 e oggi è presente in tutto il mondo. Quali sono i valori del brand che ritiene più importanti?
«Comfort, qualità e innovazione. Sono i tre pilastri che ci accompagnano fin dalla nascita e ai quali non abbiamo mai rinunciato. L’innovazione, in particolare, è legata alla continua ricerca e sviluppo di tecnologie proprietarie, resa possibile anche dal controllo diretto della filiera produttiva».
Come lei ha sottolineato il comfort è uno degli elementi più associati al marchio. Quanto conta oggi per i consumatori rispetto all’estetica?
«Oggi i consumatori non scelgono più tra comfort e stile: vogliono entrambi. Questo si collega a un tema molto attuale, quello del quiet luxury, che noi preferiamo interpretare come quiet beauty. Le persone cercano prodotti che offrano comodità, design e innovazione allo stesso tempo. Il comfort non è più soltanto una caratteristica funzionale, ma una sensazione di benessere e libertà che permette di esprimere sé stessi senza compromessi».
Il concept della collezione è Walk Your Walk. Che significato assume oggi questo messaggio?
«È un invito a seguire il proprio percorso con autenticità. Ognuno deve poter vivere la propria individualità senza rinunciare né allo stile né al comfort. Per noi Walk Your Walk rappresenta un nuovo modo di interpretare la quotidianità: sentirsi bene in ciò che si indossa significa anche acquisire maggiore sicurezza e libertà di espressione».
Si parla anche di Return to What Matters. Quali sono oggi i valori davvero essenziali per Ecco in un mercato in continua evoluzione?
«Crediamo sia importante tornare a concentrarsi su ciò che conta davvero. In un contesto caratterizzato da cambiamenti rapidi e continui, Ecco ha sempre mantenuto una direzione coerente. Non abbiamo mai accettato compromessi sulla qualità, neppure nei momenti più complessi. Oggi il consumatore è più consapevole: acquista meno, ma sceglie meglio».
Avete recentemente reinterpretato uno dei vostri modelli iconici, la Joker. Come avete affrontato questo lavoro?
«La Joker è uno dei modelli simbolo della nostra storia. Ci piace recuperare elementi dal nostro archivio e reinterpretarli in chiave contemporanea. Negli ultimi anni abbiamo riproposto questo modello in diverse varianti, valorizzando materiali, colori e finiture differenti. È una scarpa che rappresenta perfettamente il Dna di Ecco perché combina comfort, qualità e design contemporaneo, e il riscontro del pubblico è stato molto positivo».
Le tecnologie sviluppate da Ecco rappresentano un elemento distintivo del marchio. In che modo migliorano l’esperienza di chi indossa le vostre scarpe?
«Le nostre tecnologie sono progettate per accompagnare uno stile di vita dinamico, garantendo leggerezza, traspirabilità, ammortizzazione e un migliore assorbimento degli impatti».
Designer come Natasha Ramsay-Levi, Craig Green e Natacha Aizawa hanno collaborato con il brand attraverso il progetto Ecco Kollektive. Qual è stato il loro contributo?
«Queste collaborazioni ci hanno permesso di dialogare con un pubblico particolarmente sensibile al design e alla sperimentazione creativa. Ogni designer parte dalla collezione principale Ecco e la reinterpreta attraverso il proprio linguaggio».
Le radici del marchio affondano nella lavorazione della pelle. Quanto pesa ancora questa eredità nella vostra identità?
«Moltissimo. Ecco nasce come azienda specializzata nella lavorazione della pelle e continua a possedere e gestire concerie proprie. Questa competenza rappresenta ancora oggi uno degli elementi distintivi del marchio e contribuisce a garantire elevati standard qualitativi lungo tutta la filiera».
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Pagamento? Azioni. Naturalmente. Perché il contante, nell’era della finanza quantistica, è archeologia. La preda si chiama Cursor, società che sviluppa intelligenza artificiale capace di scrivere il codice in autonomia. In sostanza un programmatore software che non chiede ferie, non sciopera e non vuole aumenti di stipendio. L’operazione, già di per sé sufficiente a scaldare i grafici, diventa però quasi secondaria rispetto allo spettacolo principale: la capitalizzazione. SpaceX è volata in zona 2,5–2,7 trilioni di dollari, con picchi che sfiorano i 3.000 miliardi. L’azienda di Musk adesso vale quanto il Pil dell’Italia. Per dare un’idea: a un certo punto ha superato Amazon e Microsoft. Il tutto con una struttura da manuale del paradosso: 19 miliardi di ricavi e quasi 5 di perdite, contro i 717 miliardi di fatturato e 78 di utili di Amazon. Ma Wall Street ormai è una narrazione collettiva con pricing dinamico. Elon Musk consolida la sua narrazione di primo trilionario al mondo. Non perché abbia trovato oro su Marte o monetizzato l’aria rarefatta dello spazio, ma perché il mercato ha deciso che la sua equazione personale vale più della somma di molti sistemi economici terrestri. Nel frattempo, un dettaglio tecnico passa quasi inosservato, come sempre accade con le cose che poi diventano fondamentali: sul mercato circola appena il 4% delle azioni. Il resto è vincolato, trattenuto, congelato in accordi e regolamenti. Vuol dire che il prezzo lo fanno pochissimi scambi, ma su quei pochi scambi si costruiscono montagne di trilioni. Una leva perfetta. O pericolosa. Dipende dal punto di osservazione. E così accade l’altra magia: più il titolo sale, meno azioni servono per pagare Cursor. Più il titolo sale, più l’acquisizione da 60 miliardi diventa “economica”. Il mercato si abitua a tutto con la velocità con cui un social network dimentica una notizia: SpaceX diventa valuta. Non solo società, ma moneta. Una moneta che non stampa la banca centrale, ma la fiducia. E mentre qualcuno ancora si chiede se sia sostenibile, Wall Street decide che la domanda è mal posta. Al terzo giorno di contrattazioni, SpaceX continua a correre, passando da 135 a 214 dollari. Per un attimo diventa la quarta società al mondo per capitalizzazione, dietro solo a Nvidia, Alphabet e Apple. Poi ritraccia, perché anche le vertigini hanno bisogno di pause. Come se non bastasse, si apre anche il fronte dei derivati: partono le contrattazioni delle opzioni al Cboe Global Markets e al Nasdaq. Insomma si inizia a scommettere non solo sul futuro dell’azienda, ma sul futuro delle scommesse sul futuro dell’azienda. Una specie di matrioska finanziaria dove l’ultimo strato non è mai l’ultimo.
Nel mezzo di questo spettacolo orbitale, il pezzo industriale viene quasi schiacciato dalla narrativa. Cursor entra come tassello strategico: servirebbe ad ampliare le capacità di Grok nello sviluppo software. L’intelligenza artificiale che scrive codice per un’altra intelligenza artificiale che già scrive codice. Un dialogo tra automi che, per ora, non chiede ancora la pensione. Almeno per ora. E poi ci sono loro, gli altri due poli del nuovo triangolo tecnologico.
OpenAI chiude il 2025 con 13 miliardi di ricavi e una perdita da 38,5 miliardi. Un rosso che, in qualunque altro settore, verrebbe definito emergenza industriale; nell’intelligenza artificiale viene archiviato come «fase di investimento strategico». L’emorragia è impressionante: due miliardi di dollari al mese, ChatGPT come motore principale, progetti secondari come Sora ridimensionati per concentrare fuoco e capitale. Valutazione: 730 miliardi. Obiettivo dichiarato: mille miliardi. Perché ormai anche i numeri hanno un piano industriale. E dietro, come ombra competitiva ma speculare, Anthropic si muove nello stesso perimetro: collocamento riservato, capitali in arrivo, corsa alla scala globale dell’intelligenza artificiale. Non è più una gara tra aziende, ma tra ecosistemi cognitivi.
Alla fine resta una sensazione semplice, quasi banale: la Borsa non sta più prezzando aziende. Sta prezzando un futuro per il momento solo frutto di immaginazione e speranza. E mentre qualcuno ancora cerca il confine tra economia reale e finanza narrativa, il mercato ha già deciso che quel confine non serve più.
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Le risorse per affrontare l’emergenza casa potranno arrivare a circa 10 miliardi entro il 2034, considerando sia i fondi nazionali - per un apporto pari a 7,3 miliardi - sia i fondi europei della politica di coesione, per 3,3 miliardi. È questo uno dei temi toccati dall’Ance (l’organizzazione dei costruttori associata a Confindustria) in occasione dell’ottantesimo anniversario dalla fondazione. All’evento, guidato dalla presidente Federica Brancaccio nella splendida cornice di Villa Giulia a Roma, sede del Museo Etrusco, hanno preso parte con un videomessaggio il premier Giorgia Meloni e il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, mentre erano presenti i ministri dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratini e della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo.
Il Piano Casa, ha detto Brancaccio, «era un’emergenza di cui parlavamo da anni. Ma», ha ammonito la presidente Ance, «sono centrali le tempistiche che devono essere veloci». Nelle interlocuzioni con la politica, l’Ance ha sempre chiesto di fissare tempi anche sulla governance. «Sappiamo che c’è un commissario ma ci vogliono i decreti attuativi e non si dice entro quando queste nomine ci saranno», ha sottolineato la presidente. Ieri, il ministro Salvini ha detto che «il nuovo commissario nazionale aiuterà nell’arco di un anno a recuperare 61.000 appartamenti di edilizia residenziale pubblica ad oggi non assegnati perché vanno risistemati, con una spesa media valutata tra 20 e 25.000 euro ciascuno». La nomina, fa sapere il vicepremier, avverrà nelle prossime ore.
Brancaccio ha sottolineato che «quasi il 90% degli appalti in qualche modo è sottratto alla gara classica, alla trasparenza totale». Inoltre, «sappiamo che c’è uno sforzo da parte del governo per anticipare la cassa e usare questi 10 miliardi, facendo ricorso a un mutuo da un’istituzione finanziaria. Se questo avesse esiti positivi, le risorse attivabili nel 2027 sarebbero più di un miliardo».
La presidente ha poi evidenziato che «c’è la bolla del mercato libero che ha delle enormi variabili a seconda di dove si realizzano le abitazioni. Quindi, le percentuali previste dall’attuale Piano Casa per gli investimenti dei privati (70% da destinare all’edilizia convenzionata e il restante 30% da vendere o affittare a prezzo di mercato libero) dovrebbero essere riviste». Una soluzione potrebbe essere quella di «dare un ruolo a chi amministra gli enti territoriali, che hanno ben presente le esigenze locali». E ha chiosato: «Sappiamo che questo piano partirà così com’è ma anche che ci saranno in corso d’opera degli aggiustamenti. Ora c’è il testo unico dell’edilizia in revisione, ma si deve andare per deroghe e commissari».
L’Ance ha tracciato un quadro positivo per le costruzioni, uno dei settori industriali che meglio ha sfruttato il Pnrr. Ad aprile, il 76% dei cantieri risultava concluso o in stato avanzato e, secondo la Banca d’Italia, i tempi di avvio delle opere si sono ridotti del 19%, mentre la probabilità di aggiudicazione è maggiore del 20% rispetto alle opere non Pnrr.
Intanto, Dl Piano Casa entra nel vivo alla Camera con il voto sui 275 emendamenti in commissione Ambiente. Il testo definitivo è atteso in Aula questo venerdì, giornata in cui il governo dovrebbe porre la questione di fiducia. Subito dopo passerà all’esame del Senato: la conversione definitiva in legge dovrà avvenire entro la scadenza del 6 luglio.
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Ecco #DimmiLaVerità del 17 giugno 2026. Il deputato della Lega Andrea de Bertoldi, presidente dei Liberali Cristiano Democratici, illustra la sua proposta di legge per i professionisti.