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2019-08-20
L’imbarazzo di Dibba che si ritrova alleato con il «partito di Bibbiano»
Ansa
Verso la fine di luglio, l'annuncio esplosivo tramite Facebook: «Mi sto dedicando alla collana di saggistica cercando nuovi autori e nuove tematiche da approfondire», dichiarò Alessandro Di Battista. Poi dettagliò: «In tal senso vi annuncio che presto (vi terrò aggiornati) uscirà un libro sullo scandalo di Bibbiano e sarà il primo libro frutto della mia collaborazione con Fazi. Ci è sembrato doveroso approfondire questo scandalo», aggiunse Dibba, «anche perché abbiamo registrato un silenzio assordante da parte del 90% del sistema mediatico nazionale. Tuttavia il libro sull'inferno di Bibbiano sarà solo l'inizio. Vogliamo dare spazio a nuovi autori e a nuove idee».
Niente da dire: un'uscita pubblica meritevole di applausi. Di Battista aveva deciso di prendere di petto una delle questioni più scottanti degli ultimi tempi. In più aveva assolutamente ragione: di Bibbiano non parlava praticamente nessuno, tanto che pure adesso la gran parte dei media continua a ignorare la faccenda. Decisamente meritevole, dunque, l'idea di pubblicare un libro sulla storia degli affidi facili della Val d'Enza. In realtà, molto del merito va reso all'editore Fazi, che da tempo stampa libri coraggiosi e non certo proni al mainstream.
E infatti dalla casa editrice confermano ancora oggi l'intenzione di voler andare avanti: il libro si farà eccome, non sarà Dibba a firmarlo ma un'autrice di cui per ora non è noto il nome. A settembre se ne saprà di più, intanto l'editore assicura che non si tratta di una speculazione politica, e non c'è motivo di non credergli.
Il punto, però, è che nel frattempo qualcosa a livello politico è effettivamente cambiato. Adesso, guarda un po', Alessandro Di Battista si ritrova gomito a gomito con il partito di Bibbiano.
Per prima cosa ci sono i rapporti dei 5 stelle con alcuni dei protagonisti della vicenda. Come noto, i pentastellati piemontesi avevano foraggiato il centro Hansel e Gretel di Claudio Foti. Poi si sono accorti dell'errore e hanno chiesto indietro i soldi. Ma intanto... Inoltre, una delle indagate di «Angeli e demoni», Federica Anghinolfi, è difesa da Rossella Ognibene, già candidato sindaco a 5 stelle nel Comune di Reggio Emilia. La Ognibene si è dimessa, e sembrava finita lì. E invece no: come ha rivelato il nostro giornale, Andrea Coffari - avvocato, amico e collaboratore di Claudio Foti - è stato candidato dai 5 stelle alle Politiche nel Mugello. Qui non parliamo di un difensore qualsiasi, ma di un professionista che condivide la visione di Foti e, prima che in aula, lo difende a livello ideologico. A volerlo in lista fu Alfonso Bonafede, attuale Guardasigilli. Ed è qui che la situazione si fa davvero imbarazzante. Dibba ha proposto il libro sull'inferno bibbianese. Ma ora gli tocca scoprire che in casa sua quell'inferno ha fatto cadere qualche tizzone. Ciliegina: l'alleanza con il Pd. Viene da chiedersi come farà Dibba a digerire il rospo. I democratici hanno fornito copertura ideologica e politica al giro di Bibbiano, come immaginiamo verrà documentato nel libro di Fazi.
Con che faccia li si può bastonare su carta e tollerare in Parlamento? Per altro, qualcuno nel Pd ha già fatto capire che aria tiri. Pierfrancesco Majorino, assessore milanese, ha scritto su Twitter: «E comunque nella trattativa con i 5 stelle 'na parolina di scuse su Bibbiano la pretenderei». In realtà non c'è quasi nulla di cui scusarsi, ma se i toni sono questi, beh, non vorremmo essere nei panni di Di Battista. Domenica, sul Blog delle Stelle, è uscito un feroce articolo su Bibbiano. Notiamo che, nel pezzo, i toni sono già più moderati. L'«inferno» di Dibba è diventato un caso di «presunti affidi illeciti». Il blog attacca frontalmente Salvini. Sbriciolando il governo, egli avrebbe «mandato in fumo anche la speranza delle vittime» di «Angeli e demoni». Ma davvero? Invece vedendo i 5 stelle alleati con il Pd le vittime saranno proprio tranquille e serene...
La «madre» Lgbt pagata dalla Regione su cui i giornali preferiscono tacere
Molti giornali, ieri, si sono occupati di una vicenda agghiacciante che, ancora una volta, si è svolta in Val d'Enza. Il Tg3 Emilia Romagna ha diffuso una intercettazione ambientale in cui si sente parlare la madre affidataria di una bambina di cui si parla nelle carte dell'inchiesta «Angeli e demoni». La donna e la piccola sono in auto e un certo punto l'affidataria si mette a gridare: «Scendi, non ti voglio più. Scendi, io non ti voglio più!». La bambina viene così scaricata in strada, sotto la pioggia battente. A scatenare l'ira della donna è il fatto che la bambina si rifiuta di raccontare, scrivendo in un quaderno, gli abusi che avrebbe subito dal padre naturale in realtà mai avvenuti). L'episodio è in effetti sconvolgente. C'è un piccolo problema, però. I media hanno evitato di raccontare la storia fino in fondo, a differenza di quanto ha fatto La Verità parecchie settimane fa. La bambina che ieri ha suscitato tanto scalpore è la piccola Katia, e il suo è uno dei casi più inquietanti di tutta l'indagine sugli affidi facili.
La piccola, infatti, è stata affidata a due donne Daniela Bedogni e Fadia Bassmaji, che si sono unite civilmente nel giugno del 2018. Le «due mamme» (che per altro percepivano un contributo doppio rispetto ad altri affidatari) avrebbero dovuto prendersi cura della piccina e invece, a quanto risulta dalle carte, la vessavano e maltrattavano. Tanto che il gip reggiano Luca Ramponi ha subito disposto che la bimba fosse tolta alle due donne e ha vietato ogni forma di contatto (oltre che l'avvicinamento a più di un chilometro di distanza).
Katia è stata affidata alla coppia lesbica grazie a una delle protagoniste principali dell'inchiesta, ovvero l'indagata Federica Anghinolfi, dirigente del Servizio di assistenza sociale dell'Unione Comuni Val d'Enza. Come noto, costei era una fervente attivista Lgbt, nota per aver partecipato a convegni dedicati all'affido gay, come quello che si è tenuto a Mantova nel maggio 2018, intitolato «Affidarsi. Uno sguardo accogliente verso l'affido Lgbt». A quel convegno parteciò, guarda caso, anche Fadia Bassmaji, ovvero una delle due mamme affidatarie di Katia. La Bassmaji e la Anghinolfi vengono definite dal giudice di Reggio Emilia. «persone assai attive nella difesa dei diritti Lgbt». Ma non condividevano solo la militanza ideologica. Nelle carte dell'inchiesta si legge che Fadia e Federica «risultavano avere avuto in passato tra loro una relazione sentimentale». Riepilogando: la Anghinolfi, dirigente dei servizi sociali, dà in affidamento una bimba alla Bassmaji, sua ex compagna che si è unita civilmente a un'altra donna, Daniela Bedogni. Non solo: «La sorella della Bedogni», spiega il giudice, «è risultata anche lei una “intima amica" della Anghinolfi».
Soffermiamoci un attimo sulla Bedogni. È lei la protagonista dell'intercettazione diffusa dal Tg3. Secondo il gip di Reggio Emilia, questa donna «si dimostra instabile e del tutto convinta del proprio ruolo essenziale [...] di natura “salvifica" a favore della minore» (ovvero Katia). In alcune intercettazioni ambientali, la Bedogni si esprime con «urla deliranti in cui manifestava il proprio odio contro Dio con ininterrotte bestemmie di ogni tipo alternate d'improvviso a canti eucaristici».
In altre occasioni dà luogo a «interi colloqui con persone immaginarie», a «deliri improvvisi in cui [...] immagina situazioni inesistenti» e poi, ancora, «sproloqui di ogni tipo, sempre intervallati da bestemmie e canti eucaristici». Scrive il giudice: «In totale evidenza di squilibrio mentale, mentre si trova da sola in auto, urla ininterrotte bestemmie, instaura veri e propri discorsi con soggetti immaginari di cui imita le voci». Ecco a chi è stata affidata Katia. A un donna che l'ha sbattuta fuori dalla macchina urlandole: «Porca puttana vai da sola a piedi... Porca puttana scendi! Scendi! Non ti voglio più! Io non ti voglio più scendi! Scendi!».
Perché riportiamo tutti questi dettagli? Non per rendere più morboso il racconto, certo che no. Il fatto è che se non si spiega che cosa è avvenuto esattamente a Katia non si comprende uno degli aspetti fondamentali della vicenda bibbianese, ovvero l'influenza dell'ideologia Lgbt. Federica Anghinolfi ha di fatto affidato a sue amiche/ conoscenti/ ex amanti alcuni minorenni. E lo ha fatto per motivi ideologici.
Evidentemente, però, a qualcuno fa molto comodo evitare questa faccia della medaglia. Qualche approfondimento, per altro, merita pure Fadia Bassmaji, l'altra mamma affidataria. Come abbiamo raccontato nelle settimane passate, ha lavorato a stretto contatto con varie amministrazioni comunali in tutta l'Emilia Romagna, spesso per progetti a sfondo arcobaleno.
Galeazzo Bignami, deputato di Forza Italia, ha chiesto alla Regione Emilia Romagna di fare chiarezza sui rapporti istituzionali con la Bassmaji (tramite le due associazioni da lei fondate Quinta parete e Sinonimia). E ciò che è emerso è piuttosto interessante. «Nel 2017 la Regione ha deliberato un contributo per l'associazione Sinonimia di circa 23.000 euro per il progetto “Teatro Agorà - un teatro di comunità"», dice Bignami. «A luglio 2018 è stato assegnato all'associazione Sinonimia un contributo di 15.000 euro per il progetto “Sono tutti figli nostri?" Quest'ultimo progetto, in particolare, si proponeva di veicolare temi socio-sanitari e relativi all'affido attraverso il teatro. Da qui l'organizzazione di tre incontri sui temi dell'affido anche Lgbt e incontri con Arcigay Reggio Emilia, sul tema delle diverse genitorialità possibili. Infine, vi era anche l'obiettivo di entrare nel mondo della scuola oltre che quello di formare operatori per sciogliere le resistenze in tema di affido Lgbt».
Adesso ci si scandalizza per le intercettazioni angoscianti, ma intanto questa madre affidataria ha collaborato a lungo con la Regione (anche) per fare propaganda Lgbt. Ovviamente, però, su questo i media preferiscono tacere.
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A metà luglio ha sponsorizzato l'uscita del libro sull'«inferno» emiliano. Ora i 5 stelle fanno comunella con il Pd, e si scopre che hanno candidato il sodale del guru di Hansel e Gretel. Lui dimenticherà tutto?Fa scandalo la storia della piccina cacciata dall'auto della sua affidataria. Ma nessuno ne racconta il retroscena arcobaleno.Lo speciale contiene due articoli.Verso la fine di luglio, l'annuncio esplosivo tramite Facebook: «Mi sto dedicando alla collana di saggistica cercando nuovi autori e nuove tematiche da approfondire», dichiarò Alessandro Di Battista. Poi dettagliò: «In tal senso vi annuncio che presto (vi terrò aggiornati) uscirà un libro sullo scandalo di Bibbiano e sarà il primo libro frutto della mia collaborazione con Fazi. Ci è sembrato doveroso approfondire questo scandalo», aggiunse Dibba, «anche perché abbiamo registrato un silenzio assordante da parte del 90% del sistema mediatico nazionale. Tuttavia il libro sull'inferno di Bibbiano sarà solo l'inizio. Vogliamo dare spazio a nuovi autori e a nuove idee».Niente da dire: un'uscita pubblica meritevole di applausi. Di Battista aveva deciso di prendere di petto una delle questioni più scottanti degli ultimi tempi. In più aveva assolutamente ragione: di Bibbiano non parlava praticamente nessuno, tanto che pure adesso la gran parte dei media continua a ignorare la faccenda. Decisamente meritevole, dunque, l'idea di pubblicare un libro sulla storia degli affidi facili della Val d'Enza. In realtà, molto del merito va reso all'editore Fazi, che da tempo stampa libri coraggiosi e non certo proni al mainstream. E infatti dalla casa editrice confermano ancora oggi l'intenzione di voler andare avanti: il libro si farà eccome, non sarà Dibba a firmarlo ma un'autrice di cui per ora non è noto il nome. A settembre se ne saprà di più, intanto l'editore assicura che non si tratta di una speculazione politica, e non c'è motivo di non credergli. Il punto, però, è che nel frattempo qualcosa a livello politico è effettivamente cambiato. Adesso, guarda un po', Alessandro Di Battista si ritrova gomito a gomito con il partito di Bibbiano. Per prima cosa ci sono i rapporti dei 5 stelle con alcuni dei protagonisti della vicenda. Come noto, i pentastellati piemontesi avevano foraggiato il centro Hansel e Gretel di Claudio Foti. Poi si sono accorti dell'errore e hanno chiesto indietro i soldi. Ma intanto... Inoltre, una delle indagate di «Angeli e demoni», Federica Anghinolfi, è difesa da Rossella Ognibene, già candidato sindaco a 5 stelle nel Comune di Reggio Emilia. La Ognibene si è dimessa, e sembrava finita lì. E invece no: come ha rivelato il nostro giornale, Andrea Coffari - avvocato, amico e collaboratore di Claudio Foti - è stato candidato dai 5 stelle alle Politiche nel Mugello. Qui non parliamo di un difensore qualsiasi, ma di un professionista che condivide la visione di Foti e, prima che in aula, lo difende a livello ideologico. A volerlo in lista fu Alfonso Bonafede, attuale Guardasigilli. Ed è qui che la situazione si fa davvero imbarazzante. Dibba ha proposto il libro sull'inferno bibbianese. Ma ora gli tocca scoprire che in casa sua quell'inferno ha fatto cadere qualche tizzone. Ciliegina: l'alleanza con il Pd. Viene da chiedersi come farà Dibba a digerire il rospo. I democratici hanno fornito copertura ideologica e politica al giro di Bibbiano, come immaginiamo verrà documentato nel libro di Fazi. Con che faccia li si può bastonare su carta e tollerare in Parlamento? Per altro, qualcuno nel Pd ha già fatto capire che aria tiri. Pierfrancesco Majorino, assessore milanese, ha scritto su Twitter: «E comunque nella trattativa con i 5 stelle 'na parolina di scuse su Bibbiano la pretenderei». In realtà non c'è quasi nulla di cui scusarsi, ma se i toni sono questi, beh, non vorremmo essere nei panni di Di Battista. Domenica, sul Blog delle Stelle, è uscito un feroce articolo su Bibbiano. Notiamo che, nel pezzo, i toni sono già più moderati. L'«inferno» di Dibba è diventato un caso di «presunti affidi illeciti». Il blog attacca frontalmente Salvini. Sbriciolando il governo, egli avrebbe «mandato in fumo anche la speranza delle vittime» di «Angeli e demoni». Ma davvero? Invece vedendo i 5 stelle alleati con il Pd le vittime saranno proprio tranquille e serene...<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/limbarazzo-di-dibba-che-si-ritrova-alleato-con-il-partito-di-bibbiano-2639897756.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-madre-lgbt-pagata-dalla-regione-su-cui-i-giornali-preferiscono-tacere" data-post-id="2639897756" data-published-at="1775571802" data-use-pagination="False"> La «madre» Lgbt pagata dalla Regione su cui i giornali preferiscono tacere Molti giornali, ieri, si sono occupati di una vicenda agghiacciante che, ancora una volta, si è svolta in Val d'Enza. Il Tg3 Emilia Romagna ha diffuso una intercettazione ambientale in cui si sente parlare la madre affidataria di una bambina di cui si parla nelle carte dell'inchiesta «Angeli e demoni». La donna e la piccola sono in auto e un certo punto l'affidataria si mette a gridare: «Scendi, non ti voglio più. Scendi, io non ti voglio più!». La bambina viene così scaricata in strada, sotto la pioggia battente. A scatenare l'ira della donna è il fatto che la bambina si rifiuta di raccontare, scrivendo in un quaderno, gli abusi che avrebbe subito dal padre naturale in realtà mai avvenuti). L'episodio è in effetti sconvolgente. C'è un piccolo problema, però. I media hanno evitato di raccontare la storia fino in fondo, a differenza di quanto ha fatto La Verità parecchie settimane fa. La bambina che ieri ha suscitato tanto scalpore è la piccola Katia, e il suo è uno dei casi più inquietanti di tutta l'indagine sugli affidi facili. La piccola, infatti, è stata affidata a due donne Daniela Bedogni e Fadia Bassmaji, che si sono unite civilmente nel giugno del 2018. Le «due mamme» (che per altro percepivano un contributo doppio rispetto ad altri affidatari) avrebbero dovuto prendersi cura della piccina e invece, a quanto risulta dalle carte, la vessavano e maltrattavano. Tanto che il gip reggiano Luca Ramponi ha subito disposto che la bimba fosse tolta alle due donne e ha vietato ogni forma di contatto (oltre che l'avvicinamento a più di un chilometro di distanza). Katia è stata affidata alla coppia lesbica grazie a una delle protagoniste principali dell'inchiesta, ovvero l'indagata Federica Anghinolfi, dirigente del Servizio di assistenza sociale dell'Unione Comuni Val d'Enza. Come noto, costei era una fervente attivista Lgbt, nota per aver partecipato a convegni dedicati all'affido gay, come quello che si è tenuto a Mantova nel maggio 2018, intitolato «Affidarsi. Uno sguardo accogliente verso l'affido Lgbt». A quel convegno parteciò, guarda caso, anche Fadia Bassmaji, ovvero una delle due mamme affidatarie di Katia. La Bassmaji e la Anghinolfi vengono definite dal giudice di Reggio Emilia. «persone assai attive nella difesa dei diritti Lgbt». Ma non condividevano solo la militanza ideologica. Nelle carte dell'inchiesta si legge che Fadia e Federica «risultavano avere avuto in passato tra loro una relazione sentimentale». Riepilogando: la Anghinolfi, dirigente dei servizi sociali, dà in affidamento una bimba alla Bassmaji, sua ex compagna che si è unita civilmente a un'altra donna, Daniela Bedogni. Non solo: «La sorella della Bedogni», spiega il giudice, «è risultata anche lei una “intima amica" della Anghinolfi». Soffermiamoci un attimo sulla Bedogni. È lei la protagonista dell'intercettazione diffusa dal Tg3. Secondo il gip di Reggio Emilia, questa donna «si dimostra instabile e del tutto convinta del proprio ruolo essenziale [...] di natura “salvifica" a favore della minore» (ovvero Katia). In alcune intercettazioni ambientali, la Bedogni si esprime con «urla deliranti in cui manifestava il proprio odio contro Dio con ininterrotte bestemmie di ogni tipo alternate d'improvviso a canti eucaristici». In altre occasioni dà luogo a «interi colloqui con persone immaginarie», a «deliri improvvisi in cui [...] immagina situazioni inesistenti» e poi, ancora, «sproloqui di ogni tipo, sempre intervallati da bestemmie e canti eucaristici». Scrive il giudice: «In totale evidenza di squilibrio mentale, mentre si trova da sola in auto, urla ininterrotte bestemmie, instaura veri e propri discorsi con soggetti immaginari di cui imita le voci». Ecco a chi è stata affidata Katia. A un donna che l'ha sbattuta fuori dalla macchina urlandole: «Porca puttana vai da sola a piedi... Porca puttana scendi! Scendi! Non ti voglio più! Io non ti voglio più scendi! Scendi!». Perché riportiamo tutti questi dettagli? Non per rendere più morboso il racconto, certo che no. Il fatto è che se non si spiega che cosa è avvenuto esattamente a Katia non si comprende uno degli aspetti fondamentali della vicenda bibbianese, ovvero l'influenza dell'ideologia Lgbt. Federica Anghinolfi ha di fatto affidato a sue amiche/ conoscenti/ ex amanti alcuni minorenni. E lo ha fatto per motivi ideologici. Evidentemente, però, a qualcuno fa molto comodo evitare questa faccia della medaglia. Qualche approfondimento, per altro, merita pure Fadia Bassmaji, l'altra mamma affidataria. Come abbiamo raccontato nelle settimane passate, ha lavorato a stretto contatto con varie amministrazioni comunali in tutta l'Emilia Romagna, spesso per progetti a sfondo arcobaleno. Galeazzo Bignami, deputato di Forza Italia, ha chiesto alla Regione Emilia Romagna di fare chiarezza sui rapporti istituzionali con la Bassmaji (tramite le due associazioni da lei fondate Quinta parete e Sinonimia). E ciò che è emerso è piuttosto interessante. «Nel 2017 la Regione ha deliberato un contributo per l'associazione Sinonimia di circa 23.000 euro per il progetto “Teatro Agorà - un teatro di comunità"», dice Bignami. «A luglio 2018 è stato assegnato all'associazione Sinonimia un contributo di 15.000 euro per il progetto “Sono tutti figli nostri?" Quest'ultimo progetto, in particolare, si proponeva di veicolare temi socio-sanitari e relativi all'affido attraverso il teatro. Da qui l'organizzazione di tre incontri sui temi dell'affido anche Lgbt e incontri con Arcigay Reggio Emilia, sul tema delle diverse genitorialità possibili. Infine, vi era anche l'obiettivo di entrare nel mondo della scuola oltre che quello di formare operatori per sciogliere le resistenze in tema di affido Lgbt». Adesso ci si scandalizza per le intercettazioni angoscianti, ma intanto questa madre affidataria ha collaborato a lungo con la Regione (anche) per fare propaganda Lgbt. Ovviamente, però, su questo i media preferiscono tacere.
(Ansa)
«Come fai quando vuoi spezzare un filo di ferro? Prima lo torci in una direzione e poi nell’altra». Nella riuscita trasposizione cinematografica de Il mago del Cremlino di Giuliano da Empoli, la sceneggiatura cofirmata da Emmanuel Carrère salva uno dei passaggi più acuti del libro. Il protagonista del romanzo, l’enigmatico consigliori di Vladimir Putin Vadim Baranov, fissa le priorità della guerra ibrida che la Russia deve impegnare sul fronte digitale col suo esercito di hacker. Per farlo, illustra la teoria del filo di ferro: «Man mano che costruirete la vostra rete, vi renderete conto che ci sono dei temi ai quali le persone tengono di più. Io non so quali siano, ve lo diranno i clic. [...] L’essenziale è che ognuno ha qualcosa che gli sta a cuore, e qualcuno che lo fa incazzare. Non dobbiamo convertire nessuno. Solo scoprire in cosa credono e convincerli di più. Dargli notizie, argomenti, veri, falsi, non ha importanza. Farli incazzare. Tutti. Sempre di più. Non abbiamo preferenze. La nostra unica linea è il filo di ferro. Torciamo da una parte e poi dall’altra. Finché il filo si spezza».
Oggi, a oltre un mese di guerra in Iran, a torcere quel filo che saremmo noi non ci sono (solo) gli eredi della disinformatia sovietica ma da un lato la prima potenza mondiale e dall’altro la Repubblica islamica dell’Iran. E, come ha spiegato al New York Times Darren Linvill, direttore del Media forensics hub della Clemson university, «Teheran sta vincendo la guerra di propaganda. Erano più pronti dell’amministrazione americana, perché si erano preparati per questo conflitto da 50 anni». Una preparazione che non include solo gli arsenali di missili e droni (costruito a spese di una difesa del popolo ritenuta non altrettanto strategica), ma anche una sofisticata rete di «attacco» informatico destinato al mondo occidentale, se è vero che la teocrazia ha praticamente «chiuso» Internet ai suoi cittadini.
Un report stilato in marzo dal Network contagion research institute descrive le caratteristiche di questa offensiva: «Un’architettura di influenza ibrida molto efficace, in cui media controllati dallo Stato (iraniano, ndr), piattaforme di intermediari e attivisti interni (americani contrari al conflitto, ndr) operano in un unico ecosistema che si rafforza. Al centro di questo sistema c’è un circolo facilmente attivabile di mobilitazione e amplificazione [...] il cui risultato è una dinamica rapidamente disponibile in cui proteste localizzate (sempre negli Usa, ndr) si trasformano in una narrazione globalmente disseminata di propaganda». In questo ecosistema, una conferenza stampa di Trump è letteralmente equiparata a un meme creato da bot gestiti dai pasdaran in grado di influenzare milioni di utenti, magari irridendo le spacconate del presidente Usa, accanendosi sulle bare americane nello Stretto di Hormuz, giocando sulle purghe dell’esercito a stelle e strisce, vero «regime change». Secondo la già citata Clemnson university, ci sono 62 account affiliati all’Irgc (Corpo di guardia della rivoluzione islamica) che operano protetti da Vpn che li fanno apparire americani e inglesi. Il resto lo fanno sistemi di traduzione automatica con Ia, e gli algoritmi di X, Tiktok, Facebook. Di questa trumpizzazione polarizzante del mondo è finita vittima anche la spettacolare operazione di salvataggio a Pasqua, ampiamente raccontata dai media americani: il pilota ferito che, su suolo nemico, fugge su una cresta a 2.100 metri, si nasconde in un anfratto per 36 ore, viene recuperato con 155 velivoli e al prezzo di due C-130 distrutti e dopo un gigantesco depistaggio a danno forze iraniane. Per Teheran è tutto falso: gli americani volevano l’uranio arricchito e il colonnello precipitato era un pretesto.
La verità in guerra è tra le prime vittime, da sempre. Qui siamo di fronte a un fatto nuovo, cioè che anche l’Iran ha imparato la lezione di Baranov: «Tutto ciò che fa credere alla forza l’accresce per davvero». E la potenza digitale è terribilmente reale.
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Nel riquadro: Franco Gattinoni, presidente Fto (Ansa)
Franco Gattinoni, presidente del Fto, la Federazione del Turismo organizzato lancia l’allarme. «Abbiamo fatto presente al governo le problematiche degli esercizi, siamo stati ascoltati con attenzione ma ora alle parole dovrebbero seguire i fatti. Il settore non può essere lasciato da solo».
Avete una stima delle disdette?
«Un paio di settimane fa si è manifestato un rallentamento delle prenotazioni del 20% rispetto alla media stagionale poi salito al 30% e ora nella settimana di Pasqua c’è stato un lieve miglioramento ma siamo sempre al 20% in meno dello standard di questo periodo. Considerate che prima della guerra in Iran, le agenzie turistiche facevano un +6-7% di prenotazioni. Stiamo risentendo del calo delle prenotazioni americane che sono quelle più importanti per il comparto».
C’è chi dice che ci sarà una maggiore scoperta dell’Italia, come avvenuto subito dopo il lockdown, cosa ne pensa?
«È una stupidaggine colossale. Vorrei sapere su quali basi un turista dovrebbe pensare che l’Italia, pur essendo vicino all’area di guerra, dovrebbe essere più sicura di altre mete. Perché dovrebbe venire qui da noi invece che andare in Spagna, o in Brasile o in Giappone. Se poi si ritiene di poter salvare la stagione estiva solo con le presenze italiane si commette un altro errore. Se un connazionale rinuncia al viaggio oltre confine per paura di rimanere bloccato in un aeroporto e decide allora per una meta italiana, non risolve il problema del settore. Il turista che occupa gli alberghi di lusso del nostro Paese, che spende cifre importanti per fare shopping, mangiare e divertirsi, non è certo quello italiano. Se dovesse venire a mancare questo flusso di stranieri, o ridursi in modo consistente, per il turismo sarebbe una stangata».
Rischio chiusure?
«Non siamo ancora a questa emergenza ma ci stiamo avvicinando, perché ogni giorno che passa la situazione si aggrava e sembra senza via d’uscita e la stagione estiva, con l’anticipo delle belle temperature, è già iniziata. Le agenzie di viaggio non hanno un’alta profittabilità, non possono ammortizzare lunghi periodi di cali nelle prenotazioni. Siamo usciti dal Covid con le casse vuote ed è stato durissimo rimetterci in movimento. Poi abbiamo avuto due anni buoni, il movimento turistico è ripreso in modo importante, con numeri anche superiori alle previsioni e pensavamo di essere usciti definitivamente dal tunnel. Questa doccia gelata non ci voleva. Se le prenotazioni crollano, i costi fissi continuano a correre».
Quindi?
«Non possiamo lasciare i dipendenti a casa o non pagare gli affitti dei locali. Poi c’è il tema che la crisi avvantaggia gli operatori digitali che possono sopportare le cancellazioni perché non hanno gli oneri di un esercizio fisico e pagano le tasse all’estero anche extra Ue. Basta vedere quello che è successo con l’e-commerce, con Amazon, che hanno distrutto il commercio tradizionale provocando la chiusura di tanti piccoli esercizi commerciali di prossimità. Le agenzie di viaggio rischiano di fare la stessa fine. Non c’è tempo da perdere. Per questo abbiamo chiesto al governo un sostegno».
Che tipo di aiuti avete chiesto?
«Sarebbe necessario un supporto soprattutto per le piccole e medie imprese, magari solo per affrontare l’emergenza del momento. Il problema però è che non c’è velocità decisionale da parte del governo. Con il Covid gli aiuti sono arrivati un paio di anni dopo la pandemia e nel frattempo le agenzie hanno dovuto far fronte con soldi propri alla crisi. Per far fronte a questa ennesima situazione critica della quale non si intravede un’uscita in tempi brevi, sarebbe necessaria una qualsiasi forma di defiscalizzazione o un intervento sui contributi per i dipendenti. Si fa un gran parlare del valore strategico del turismo che rappresenta il 13% del Pil ma poi al momento di dare un supporto al settore di perde tempo».
Che tempi prevede?
«Le agenzie di viaggio hanno già raschiato il fondo del barile e con un altro mese di incertezza e di calo delle prenotazioni, rischiano il collasso. O di consegnare il comparto a operatori stranieri. L’abitudine dei governi è di curare il malato quando è morto. Ora la situazione è brutta ma non drammatica, continuano ad arrivare le prenotazioni anche se inferiori alla media stagionale. Ma se i voli dovessero subire un drastico ridimensionamento, allora sarebbe un guaio. Perdere l’estate significa perdere un periodo decisivo per ogni agenzia di viaggi. Non si può pensare di poter contare solo sul turismo interno. I grandi alberghi della Costa Smeralda hanno una clientela internazionale. Il ricco italiano che passa le vacanze in Sardegna, ha di solito una propria abitazione, non va nell’hotel cinque stelle lusso. Senza gli americani non andiamo da nessuna parte. Abbiamo già dovuto rinunciare ai russi, a causa della guerra. Sono questi i flussi che fanno business».
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Christian Raimo (Imagoeconomica)
La premessa, in stile lotta di classe d’antan, si lega alle difficoltà economiche di una fascia di popolazione che una volta veniva definita classe media e che oggi fatica a tirare avanti. «Metà o più dei miei amici, quarantenni, cinquantenni», annota il prof, «cerca casa o lavoro o un lavoro in più con cui provare ad arrivare a fine mese. Nei giorni di Pasqua e di bilanci la ferita è più evidente. È una classe media o ormai ex-media, tutti più o meno laureati e dottorati, molti insegnano, ma da quest’anno non stanno in piedi».
Il post, da oltre 2.000 reazioni, è diventato subito uno sfogatoio da follower. Nei 300 commenti c’è chi auspica iper tassazioni per le case sfitte, chi sente di vivere nel «Quarto mondo», chi sostiene l’occupazione illegale. E chi sente di saperne un po’ in più e blatera «sul monopolio unilaterale dell’offerta». Ovviamente ispirato dal ragionamento di Raimo, che trasuda uno slang da sindacalismo rosso degli anni Sessanta, in cui il proprietario trasloca per lasciare il posto al padrone: «Chi vive in affitto», scrive Raimo, «è in piena angoscia. Sa che nel 2027 o nel 2028 il padrone di casa di sicuro non rinnoverà l’affitto, gliel’ha già detto o fatto capire». Per dare consistenza al disagio, il prof, usando qualche passaggio in romanesco, cita un episodio concreto: «Oggi chiacchieravo con un mio collega, 50 anni, separato e single, senza figli, a cui il padrone di casa ha aumentato l’affitto ancora, altrimenti “se te non la voi la casa la do ai bengalesi, ai filippini” gli ha detto, “quelli je faccio scucire 2.000 euro per 35 metri quadrati, ce stanno due famije co i fiji”».
È il passaggio in cui il disagio, nella narrazione di Raimo, prende forma. Ma con un paradosso: in un racconto che nasce all’interno di una sensibilità progressista, la figura dell’immigrato diventa una leva retorica per una minaccia implicita. Il «padrone» evoca gli stranieri per alzare il prezzo, Raimo li usa per rafforzare la narrazione sull’ingiustizia. Ma il risultato non cambia: restano uno strumento. Finché non si arriva al cuore del post: «Mentre mi raccontava questo obbrobrio io ho pensato alla ricina». La potente tossina che si estrae dai semi della pianta del ricino e che viene usata come veleno (tornata alla ribalta dopo l’apertura, nei giorni scorsi, di un’inchiesta a Campobasso su un presunto duplice avvelenamento di una mamma e di sua figlia). A questo punto il professore mette da parte l’analisi sociale e, prendendo la china da sceneggiatore thriller, scrive: «L’odio che mi viene per i proprietari di molte case che sfruttano, per pura speculazione, la presunta mancanza di case mi fa immaginare trame per polizieschi in cui uno dopo l’altro una serie di padroni di case, gestori di Airbnb, gestori di fondi immobiliari vengono avvelenati a morte senza che si capisca se c’è un disegno comune o un serial killer ispirato da sentimenti di ghiaccio, dopo che sua madre è stata sfrattata a 87 anni per metterci un b&b nel suo vecchio appartamento («Trama clamorosa! L’avrei tenuta nascosta per non farmi rubare l’idea», gli scrive tra i commenti un follower, ndr)». Altro che politiche pubbliche. Raimo, a questo punto del suo racconto, si è completamente lasciato alle spalle le elucubrazioni da antagonista sociale per avventurarsi in uno scenario crime che ricorda gli attacchi all’antrace del 2001 negli Stati Uniti. Poi, certo, alla fine arriva la retromarcia. «Fuori dalla vendetta romanzesca», scrive il prof piegando il racconto verso la polemica, «ci vorrebbero almeno delle politiche serie dell’abitare contro questa violenza di massa». La scena madre, però, è già andata in onda: il professore che, davanti al caro affitti, pensa alla ricina. Quasi a completare il Salis pensiero sulla proprietà privata. Perché la traiettoria l’aveva tracciata proprio l’eurodeputata con la quale Raimo ha condiviso la campagna delle europee con Avs. Ilaria Salis, icona degli occupatori abusivi di abitazioni, che sui rapporti di proprietà ha costruito la sua identità politica anche a colpi di emendamenti al Parlamento europeo, ritiene infatti che non sia possibile perseguire le occupazioni abusive contro «i proprietari con molteplici patrimoni residenziali». La casa è il terreno di conflitto e il proprietario una figura da contrastare. Il post di Raimo, dopo essersi collocato esattamente sullo stesso piano, però, introduce uno scenario in cui il nemico «padrone» viene eliminato. Neppure l’ultrà finita nei guai in Ungheria con la Banda del martello era riuscita a spingersi così tanto.
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