True
2019-08-20
L’imbarazzo di Dibba che si ritrova alleato con il «partito di Bibbiano»
Ansa
Verso la fine di luglio, l'annuncio esplosivo tramite Facebook: «Mi sto dedicando alla collana di saggistica cercando nuovi autori e nuove tematiche da approfondire», dichiarò Alessandro Di Battista. Poi dettagliò: «In tal senso vi annuncio che presto (vi terrò aggiornati) uscirà un libro sullo scandalo di Bibbiano e sarà il primo libro frutto della mia collaborazione con Fazi. Ci è sembrato doveroso approfondire questo scandalo», aggiunse Dibba, «anche perché abbiamo registrato un silenzio assordante da parte del 90% del sistema mediatico nazionale. Tuttavia il libro sull'inferno di Bibbiano sarà solo l'inizio. Vogliamo dare spazio a nuovi autori e a nuove idee».
Niente da dire: un'uscita pubblica meritevole di applausi. Di Battista aveva deciso di prendere di petto una delle questioni più scottanti degli ultimi tempi. In più aveva assolutamente ragione: di Bibbiano non parlava praticamente nessuno, tanto che pure adesso la gran parte dei media continua a ignorare la faccenda. Decisamente meritevole, dunque, l'idea di pubblicare un libro sulla storia degli affidi facili della Val d'Enza. In realtà, molto del merito va reso all'editore Fazi, che da tempo stampa libri coraggiosi e non certo proni al mainstream.
E infatti dalla casa editrice confermano ancora oggi l'intenzione di voler andare avanti: il libro si farà eccome, non sarà Dibba a firmarlo ma un'autrice di cui per ora non è noto il nome. A settembre se ne saprà di più, intanto l'editore assicura che non si tratta di una speculazione politica, e non c'è motivo di non credergli.
Il punto, però, è che nel frattempo qualcosa a livello politico è effettivamente cambiato. Adesso, guarda un po', Alessandro Di Battista si ritrova gomito a gomito con il partito di Bibbiano.
Per prima cosa ci sono i rapporti dei 5 stelle con alcuni dei protagonisti della vicenda. Come noto, i pentastellati piemontesi avevano foraggiato il centro Hansel e Gretel di Claudio Foti. Poi si sono accorti dell'errore e hanno chiesto indietro i soldi. Ma intanto... Inoltre, una delle indagate di «Angeli e demoni», Federica Anghinolfi, è difesa da Rossella Ognibene, già candidato sindaco a 5 stelle nel Comune di Reggio Emilia. La Ognibene si è dimessa, e sembrava finita lì. E invece no: come ha rivelato il nostro giornale, Andrea Coffari - avvocato, amico e collaboratore di Claudio Foti - è stato candidato dai 5 stelle alle Politiche nel Mugello. Qui non parliamo di un difensore qualsiasi, ma di un professionista che condivide la visione di Foti e, prima che in aula, lo difende a livello ideologico. A volerlo in lista fu Alfonso Bonafede, attuale Guardasigilli. Ed è qui che la situazione si fa davvero imbarazzante. Dibba ha proposto il libro sull'inferno bibbianese. Ma ora gli tocca scoprire che in casa sua quell'inferno ha fatto cadere qualche tizzone. Ciliegina: l'alleanza con il Pd. Viene da chiedersi come farà Dibba a digerire il rospo. I democratici hanno fornito copertura ideologica e politica al giro di Bibbiano, come immaginiamo verrà documentato nel libro di Fazi.
Con che faccia li si può bastonare su carta e tollerare in Parlamento? Per altro, qualcuno nel Pd ha già fatto capire che aria tiri. Pierfrancesco Majorino, assessore milanese, ha scritto su Twitter: «E comunque nella trattativa con i 5 stelle 'na parolina di scuse su Bibbiano la pretenderei». In realtà non c'è quasi nulla di cui scusarsi, ma se i toni sono questi, beh, non vorremmo essere nei panni di Di Battista. Domenica, sul Blog delle Stelle, è uscito un feroce articolo su Bibbiano. Notiamo che, nel pezzo, i toni sono già più moderati. L'«inferno» di Dibba è diventato un caso di «presunti affidi illeciti». Il blog attacca frontalmente Salvini. Sbriciolando il governo, egli avrebbe «mandato in fumo anche la speranza delle vittime» di «Angeli e demoni». Ma davvero? Invece vedendo i 5 stelle alleati con il Pd le vittime saranno proprio tranquille e serene...
La «madre» Lgbt pagata dalla Regione su cui i giornali preferiscono tacere
Molti giornali, ieri, si sono occupati di una vicenda agghiacciante che, ancora una volta, si è svolta in Val d'Enza. Il Tg3 Emilia Romagna ha diffuso una intercettazione ambientale in cui si sente parlare la madre affidataria di una bambina di cui si parla nelle carte dell'inchiesta «Angeli e demoni». La donna e la piccola sono in auto e un certo punto l'affidataria si mette a gridare: «Scendi, non ti voglio più. Scendi, io non ti voglio più!». La bambina viene così scaricata in strada, sotto la pioggia battente. A scatenare l'ira della donna è il fatto che la bambina si rifiuta di raccontare, scrivendo in un quaderno, gli abusi che avrebbe subito dal padre naturale in realtà mai avvenuti). L'episodio è in effetti sconvolgente. C'è un piccolo problema, però. I media hanno evitato di raccontare la storia fino in fondo, a differenza di quanto ha fatto La Verità parecchie settimane fa. La bambina che ieri ha suscitato tanto scalpore è la piccola Katia, e il suo è uno dei casi più inquietanti di tutta l'indagine sugli affidi facili.
La piccola, infatti, è stata affidata a due donne Daniela Bedogni e Fadia Bassmaji, che si sono unite civilmente nel giugno del 2018. Le «due mamme» (che per altro percepivano un contributo doppio rispetto ad altri affidatari) avrebbero dovuto prendersi cura della piccina e invece, a quanto risulta dalle carte, la vessavano e maltrattavano. Tanto che il gip reggiano Luca Ramponi ha subito disposto che la bimba fosse tolta alle due donne e ha vietato ogni forma di contatto (oltre che l'avvicinamento a più di un chilometro di distanza).
Katia è stata affidata alla coppia lesbica grazie a una delle protagoniste principali dell'inchiesta, ovvero l'indagata Federica Anghinolfi, dirigente del Servizio di assistenza sociale dell'Unione Comuni Val d'Enza. Come noto, costei era una fervente attivista Lgbt, nota per aver partecipato a convegni dedicati all'affido gay, come quello che si è tenuto a Mantova nel maggio 2018, intitolato «Affidarsi. Uno sguardo accogliente verso l'affido Lgbt». A quel convegno parteciò, guarda caso, anche Fadia Bassmaji, ovvero una delle due mamme affidatarie di Katia. La Bassmaji e la Anghinolfi vengono definite dal giudice di Reggio Emilia. «persone assai attive nella difesa dei diritti Lgbt». Ma non condividevano solo la militanza ideologica. Nelle carte dell'inchiesta si legge che Fadia e Federica «risultavano avere avuto in passato tra loro una relazione sentimentale». Riepilogando: la Anghinolfi, dirigente dei servizi sociali, dà in affidamento una bimba alla Bassmaji, sua ex compagna che si è unita civilmente a un'altra donna, Daniela Bedogni. Non solo: «La sorella della Bedogni», spiega il giudice, «è risultata anche lei una “intima amica" della Anghinolfi».
Soffermiamoci un attimo sulla Bedogni. È lei la protagonista dell'intercettazione diffusa dal Tg3. Secondo il gip di Reggio Emilia, questa donna «si dimostra instabile e del tutto convinta del proprio ruolo essenziale [...] di natura “salvifica" a favore della minore» (ovvero Katia). In alcune intercettazioni ambientali, la Bedogni si esprime con «urla deliranti in cui manifestava il proprio odio contro Dio con ininterrotte bestemmie di ogni tipo alternate d'improvviso a canti eucaristici».
In altre occasioni dà luogo a «interi colloqui con persone immaginarie», a «deliri improvvisi in cui [...] immagina situazioni inesistenti» e poi, ancora, «sproloqui di ogni tipo, sempre intervallati da bestemmie e canti eucaristici». Scrive il giudice: «In totale evidenza di squilibrio mentale, mentre si trova da sola in auto, urla ininterrotte bestemmie, instaura veri e propri discorsi con soggetti immaginari di cui imita le voci». Ecco a chi è stata affidata Katia. A un donna che l'ha sbattuta fuori dalla macchina urlandole: «Porca puttana vai da sola a piedi... Porca puttana scendi! Scendi! Non ti voglio più! Io non ti voglio più scendi! Scendi!».
Perché riportiamo tutti questi dettagli? Non per rendere più morboso il racconto, certo che no. Il fatto è che se non si spiega che cosa è avvenuto esattamente a Katia non si comprende uno degli aspetti fondamentali della vicenda bibbianese, ovvero l'influenza dell'ideologia Lgbt. Federica Anghinolfi ha di fatto affidato a sue amiche/ conoscenti/ ex amanti alcuni minorenni. E lo ha fatto per motivi ideologici.
Evidentemente, però, a qualcuno fa molto comodo evitare questa faccia della medaglia. Qualche approfondimento, per altro, merita pure Fadia Bassmaji, l'altra mamma affidataria. Come abbiamo raccontato nelle settimane passate, ha lavorato a stretto contatto con varie amministrazioni comunali in tutta l'Emilia Romagna, spesso per progetti a sfondo arcobaleno.
Galeazzo Bignami, deputato di Forza Italia, ha chiesto alla Regione Emilia Romagna di fare chiarezza sui rapporti istituzionali con la Bassmaji (tramite le due associazioni da lei fondate Quinta parete e Sinonimia). E ciò che è emerso è piuttosto interessante. «Nel 2017 la Regione ha deliberato un contributo per l'associazione Sinonimia di circa 23.000 euro per il progetto “Teatro Agorà - un teatro di comunità"», dice Bignami. «A luglio 2018 è stato assegnato all'associazione Sinonimia un contributo di 15.000 euro per il progetto “Sono tutti figli nostri?" Quest'ultimo progetto, in particolare, si proponeva di veicolare temi socio-sanitari e relativi all'affido attraverso il teatro. Da qui l'organizzazione di tre incontri sui temi dell'affido anche Lgbt e incontri con Arcigay Reggio Emilia, sul tema delle diverse genitorialità possibili. Infine, vi era anche l'obiettivo di entrare nel mondo della scuola oltre che quello di formare operatori per sciogliere le resistenze in tema di affido Lgbt».
Adesso ci si scandalizza per le intercettazioni angoscianti, ma intanto questa madre affidataria ha collaborato a lungo con la Regione (anche) per fare propaganda Lgbt. Ovviamente, però, su questo i media preferiscono tacere.
Continua a leggereRiduci
A metà luglio ha sponsorizzato l'uscita del libro sull'«inferno» emiliano. Ora i 5 stelle fanno comunella con il Pd, e si scopre che hanno candidato il sodale del guru di Hansel e Gretel. Lui dimenticherà tutto?Fa scandalo la storia della piccina cacciata dall'auto della sua affidataria. Ma nessuno ne racconta il retroscena arcobaleno.Lo speciale contiene due articoli.Verso la fine di luglio, l'annuncio esplosivo tramite Facebook: «Mi sto dedicando alla collana di saggistica cercando nuovi autori e nuove tematiche da approfondire», dichiarò Alessandro Di Battista. Poi dettagliò: «In tal senso vi annuncio che presto (vi terrò aggiornati) uscirà un libro sullo scandalo di Bibbiano e sarà il primo libro frutto della mia collaborazione con Fazi. Ci è sembrato doveroso approfondire questo scandalo», aggiunse Dibba, «anche perché abbiamo registrato un silenzio assordante da parte del 90% del sistema mediatico nazionale. Tuttavia il libro sull'inferno di Bibbiano sarà solo l'inizio. Vogliamo dare spazio a nuovi autori e a nuove idee».Niente da dire: un'uscita pubblica meritevole di applausi. Di Battista aveva deciso di prendere di petto una delle questioni più scottanti degli ultimi tempi. In più aveva assolutamente ragione: di Bibbiano non parlava praticamente nessuno, tanto che pure adesso la gran parte dei media continua a ignorare la faccenda. Decisamente meritevole, dunque, l'idea di pubblicare un libro sulla storia degli affidi facili della Val d'Enza. In realtà, molto del merito va reso all'editore Fazi, che da tempo stampa libri coraggiosi e non certo proni al mainstream. E infatti dalla casa editrice confermano ancora oggi l'intenzione di voler andare avanti: il libro si farà eccome, non sarà Dibba a firmarlo ma un'autrice di cui per ora non è noto il nome. A settembre se ne saprà di più, intanto l'editore assicura che non si tratta di una speculazione politica, e non c'è motivo di non credergli. Il punto, però, è che nel frattempo qualcosa a livello politico è effettivamente cambiato. Adesso, guarda un po', Alessandro Di Battista si ritrova gomito a gomito con il partito di Bibbiano. Per prima cosa ci sono i rapporti dei 5 stelle con alcuni dei protagonisti della vicenda. Come noto, i pentastellati piemontesi avevano foraggiato il centro Hansel e Gretel di Claudio Foti. Poi si sono accorti dell'errore e hanno chiesto indietro i soldi. Ma intanto... Inoltre, una delle indagate di «Angeli e demoni», Federica Anghinolfi, è difesa da Rossella Ognibene, già candidato sindaco a 5 stelle nel Comune di Reggio Emilia. La Ognibene si è dimessa, e sembrava finita lì. E invece no: come ha rivelato il nostro giornale, Andrea Coffari - avvocato, amico e collaboratore di Claudio Foti - è stato candidato dai 5 stelle alle Politiche nel Mugello. Qui non parliamo di un difensore qualsiasi, ma di un professionista che condivide la visione di Foti e, prima che in aula, lo difende a livello ideologico. A volerlo in lista fu Alfonso Bonafede, attuale Guardasigilli. Ed è qui che la situazione si fa davvero imbarazzante. Dibba ha proposto il libro sull'inferno bibbianese. Ma ora gli tocca scoprire che in casa sua quell'inferno ha fatto cadere qualche tizzone. Ciliegina: l'alleanza con il Pd. Viene da chiedersi come farà Dibba a digerire il rospo. I democratici hanno fornito copertura ideologica e politica al giro di Bibbiano, come immaginiamo verrà documentato nel libro di Fazi. Con che faccia li si può bastonare su carta e tollerare in Parlamento? Per altro, qualcuno nel Pd ha già fatto capire che aria tiri. Pierfrancesco Majorino, assessore milanese, ha scritto su Twitter: «E comunque nella trattativa con i 5 stelle 'na parolina di scuse su Bibbiano la pretenderei». In realtà non c'è quasi nulla di cui scusarsi, ma se i toni sono questi, beh, non vorremmo essere nei panni di Di Battista. Domenica, sul Blog delle Stelle, è uscito un feroce articolo su Bibbiano. Notiamo che, nel pezzo, i toni sono già più moderati. L'«inferno» di Dibba è diventato un caso di «presunti affidi illeciti». Il blog attacca frontalmente Salvini. Sbriciolando il governo, egli avrebbe «mandato in fumo anche la speranza delle vittime» di «Angeli e demoni». Ma davvero? Invece vedendo i 5 stelle alleati con il Pd le vittime saranno proprio tranquille e serene...<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/limbarazzo-di-dibba-che-si-ritrova-alleato-con-il-partito-di-bibbiano-2639897756.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-madre-lgbt-pagata-dalla-regione-su-cui-i-giornali-preferiscono-tacere" data-post-id="2639897756" data-published-at="1782405648" data-use-pagination="False"> La «madre» Lgbt pagata dalla Regione su cui i giornali preferiscono tacere Molti giornali, ieri, si sono occupati di una vicenda agghiacciante che, ancora una volta, si è svolta in Val d'Enza. Il Tg3 Emilia Romagna ha diffuso una intercettazione ambientale in cui si sente parlare la madre affidataria di una bambina di cui si parla nelle carte dell'inchiesta «Angeli e demoni». La donna e la piccola sono in auto e un certo punto l'affidataria si mette a gridare: «Scendi, non ti voglio più. Scendi, io non ti voglio più!». La bambina viene così scaricata in strada, sotto la pioggia battente. A scatenare l'ira della donna è il fatto che la bambina si rifiuta di raccontare, scrivendo in un quaderno, gli abusi che avrebbe subito dal padre naturale in realtà mai avvenuti). L'episodio è in effetti sconvolgente. C'è un piccolo problema, però. I media hanno evitato di raccontare la storia fino in fondo, a differenza di quanto ha fatto La Verità parecchie settimane fa. La bambina che ieri ha suscitato tanto scalpore è la piccola Katia, e il suo è uno dei casi più inquietanti di tutta l'indagine sugli affidi facili. La piccola, infatti, è stata affidata a due donne Daniela Bedogni e Fadia Bassmaji, che si sono unite civilmente nel giugno del 2018. Le «due mamme» (che per altro percepivano un contributo doppio rispetto ad altri affidatari) avrebbero dovuto prendersi cura della piccina e invece, a quanto risulta dalle carte, la vessavano e maltrattavano. Tanto che il gip reggiano Luca Ramponi ha subito disposto che la bimba fosse tolta alle due donne e ha vietato ogni forma di contatto (oltre che l'avvicinamento a più di un chilometro di distanza). Katia è stata affidata alla coppia lesbica grazie a una delle protagoniste principali dell'inchiesta, ovvero l'indagata Federica Anghinolfi, dirigente del Servizio di assistenza sociale dell'Unione Comuni Val d'Enza. Come noto, costei era una fervente attivista Lgbt, nota per aver partecipato a convegni dedicati all'affido gay, come quello che si è tenuto a Mantova nel maggio 2018, intitolato «Affidarsi. Uno sguardo accogliente verso l'affido Lgbt». A quel convegno parteciò, guarda caso, anche Fadia Bassmaji, ovvero una delle due mamme affidatarie di Katia. La Bassmaji e la Anghinolfi vengono definite dal giudice di Reggio Emilia. «persone assai attive nella difesa dei diritti Lgbt». Ma non condividevano solo la militanza ideologica. Nelle carte dell'inchiesta si legge che Fadia e Federica «risultavano avere avuto in passato tra loro una relazione sentimentale». Riepilogando: la Anghinolfi, dirigente dei servizi sociali, dà in affidamento una bimba alla Bassmaji, sua ex compagna che si è unita civilmente a un'altra donna, Daniela Bedogni. Non solo: «La sorella della Bedogni», spiega il giudice, «è risultata anche lei una “intima amica" della Anghinolfi». Soffermiamoci un attimo sulla Bedogni. È lei la protagonista dell'intercettazione diffusa dal Tg3. Secondo il gip di Reggio Emilia, questa donna «si dimostra instabile e del tutto convinta del proprio ruolo essenziale [...] di natura “salvifica" a favore della minore» (ovvero Katia). In alcune intercettazioni ambientali, la Bedogni si esprime con «urla deliranti in cui manifestava il proprio odio contro Dio con ininterrotte bestemmie di ogni tipo alternate d'improvviso a canti eucaristici». In altre occasioni dà luogo a «interi colloqui con persone immaginarie», a «deliri improvvisi in cui [...] immagina situazioni inesistenti» e poi, ancora, «sproloqui di ogni tipo, sempre intervallati da bestemmie e canti eucaristici». Scrive il giudice: «In totale evidenza di squilibrio mentale, mentre si trova da sola in auto, urla ininterrotte bestemmie, instaura veri e propri discorsi con soggetti immaginari di cui imita le voci». Ecco a chi è stata affidata Katia. A un donna che l'ha sbattuta fuori dalla macchina urlandole: «Porca puttana vai da sola a piedi... Porca puttana scendi! Scendi! Non ti voglio più! Io non ti voglio più scendi! Scendi!». Perché riportiamo tutti questi dettagli? Non per rendere più morboso il racconto, certo che no. Il fatto è che se non si spiega che cosa è avvenuto esattamente a Katia non si comprende uno degli aspetti fondamentali della vicenda bibbianese, ovvero l'influenza dell'ideologia Lgbt. Federica Anghinolfi ha di fatto affidato a sue amiche/ conoscenti/ ex amanti alcuni minorenni. E lo ha fatto per motivi ideologici. Evidentemente, però, a qualcuno fa molto comodo evitare questa faccia della medaglia. Qualche approfondimento, per altro, merita pure Fadia Bassmaji, l'altra mamma affidataria. Come abbiamo raccontato nelle settimane passate, ha lavorato a stretto contatto con varie amministrazioni comunali in tutta l'Emilia Romagna, spesso per progetti a sfondo arcobaleno. Galeazzo Bignami, deputato di Forza Italia, ha chiesto alla Regione Emilia Romagna di fare chiarezza sui rapporti istituzionali con la Bassmaji (tramite le due associazioni da lei fondate Quinta parete e Sinonimia). E ciò che è emerso è piuttosto interessante. «Nel 2017 la Regione ha deliberato un contributo per l'associazione Sinonimia di circa 23.000 euro per il progetto “Teatro Agorà - un teatro di comunità"», dice Bignami. «A luglio 2018 è stato assegnato all'associazione Sinonimia un contributo di 15.000 euro per il progetto “Sono tutti figli nostri?" Quest'ultimo progetto, in particolare, si proponeva di veicolare temi socio-sanitari e relativi all'affido attraverso il teatro. Da qui l'organizzazione di tre incontri sui temi dell'affido anche Lgbt e incontri con Arcigay Reggio Emilia, sul tema delle diverse genitorialità possibili. Infine, vi era anche l'obiettivo di entrare nel mondo della scuola oltre che quello di formare operatori per sciogliere le resistenze in tema di affido Lgbt». Adesso ci si scandalizza per le intercettazioni angoscianti, ma intanto questa madre affidataria ha collaborato a lungo con la Regione (anche) per fare propaganda Lgbt. Ovviamente, però, su questo i media preferiscono tacere.
iStock
Prima guida pediatrica «dedicata ai temi dell’identità di genere, dell’orientamento affettivo e sessuale e dell’accoglienza delle differenze nei percorsi di cura pediatrici», è stata pubblicata il 15 giugno e verrà presentata il prossimo 6 novembre a Roma, nientepopodimeno che presso l’Istituto superiore di sanità (Iss).
Dunque, l’Italia preme per un impegno comune contro la gestazione per altri (Gpa), che nel nostro Paese è reato universale punibile anche se commessa all’estero, invece le associazioni che rappresentano i nostri medici dei bambini la descrivono come tecnica procreativa dei padri gay, fornendo istruzioni al pediatra su come gestirne le implicazioni cliniche.
Più che una guida, risulta un manuale di indottrinamento, costruito attorno alla premessa che bambini e adolescenti Lgbtqia+ «sperimentano stigma, incomprensioni e discriminazioni» e che il pediatra deve essere «primo punto di ascolto». Oltre che specialista delle malattie infantili, può anche essere un supporto per il benessere emotivo e psicologico dei bambini e un riferimento per le famiglie, ma secondo Sip e Acp dovrebbe dare assistenza al coming out, inclusa la promozione della carriera alias scolastica. Scorrendo il documento, si resta stupefatti dall’inquadramento suggerito ai pediatri.
Si parte con una annotazione che è già piena adesione al mondo Lgbtqia+, dove il simbolo addizionale è spiegato come «apertura verso un linguaggio in evoluzione, rappresentativo e rispettoso di ogni identità e vissuto». L’excusatio è altrettanto significativa: «Pur consapevoli dei limiti dell’impiego del maschile sovraesteso, si è scelto di aderirvi per garantire maggiore comprensibilità del testo e ridurre il carico cognitivo per il lettore». Insomma, un manifesto delle rivendicazioni di gay o trans anche nel linguaggio. Ma veniamo ai consigli pratici per i poveri medici. Dovrebbero utilizzare «nomi e pronomi elettivi», in base all’identità di genere che il bimbo avrebbe scelto (sic), e un «linguaggio verbale e non verbale inclusivo con bambini e bambine indipendentemente dall’espressione di genere». Ovvero asterischi, schwa che fluttuano nell’aria come nuvolette dei fumetti?
L’ambulatorio deve mostrare «segnali di accoglienza», per esempio un logo con l’arcobaleno, e nella sala d’attesa occorre lasciare in bella vista non giornaletti o giocattoli bensì «brochure/libri per bambini che rappresentino diverse tipologie di famiglie (incluse omogenitoriali) e la diversità di genere». Non è finita, il bagno deve essere «neutro rispetto al genere o con indicazione che l’accesso è libero per tutti». Per chi si fosse distratto, ricordiamo che è una guida per pediatri. Fortemente raccomandata è una modulistica inclusiva: «Indipendentemente dalla presenza di spazio dedicato nel software gestionale della cartella clinica, è importante specificare nelle note il sesso», ovvero se «maschio, femmina o indeterminato». Il genere: «Maschile/femminile/non binario/agender»; il nome d’elezione (alias).
Mamma e papà sono banditi dai moduli di iscrizione, viene suggerita la sostituzione «con diciture neutre come “genitore/genitore” anche se non legalmente riconosciuti in toto per finalità di cura». Per «prevenire il minority stress», dovuto a «stigma sociale e discriminazioni», è vietato chiedere «Che lavoro fa il papà?». Bisogna optare per un neutro «Che lavoro fanno i tuoi genitori?». Già, ma se uno dei due è morto, non si rischia di intristire il piccolo?
Il catalogo delle «parole che feriscono», e che un pediatra non deve mai utilizzare proviene direttamente dall’agenda Lgbtqia+. Guai se il medico chiede a un bimbo che si affaccia al suo studio: «Sei maschio o femmina?». Orrore fare a una bimba ben vestita l’apprezzamento: «Sembri una principessa!», così pure vanno bandite frasi del tipo: «Quando avrai dei figli…». Sì, perché secondo la guida la maternità non è un bene da affermare. Meglio optare per una recriminazione: «In Italia coppie dello stesso sesso possono unirsi civilmente e accedere all’ “adozione speciale del figlio del partner”, ma non possono accedere al matrimonio, all’adozione piena di bambini e alla Pma», lamenta il manualetto.
Attenzione a come Sip e Acp descrivono l’utero in affitto, reato universale in Italia: «Nelle coppie maschili, che ricorrono alla Gpa, il padre biologico fornisce il seme, l’altro è il genitore intenzionale; l’ovocita proviene da una donatrice, mentre la gravidanza viene portata avanti dalla gestante (secondo modalità altruistica o contrattuale), la quale rinuncia alla responsabilità genitoriale mantenendo comunque nella maggior parte dei casi rapporti di comunicazione con la famiglia».
Insomma, una pratica clinica neutra, del tutto normale.
Chissà come mai c’è chi si affanna per una moratoria, con il fine di sviluppare un quadro giuridico internazionale per abolire la Gpa in tutto il mondo. Non bastasse, le associazioni dei pediatri italiani dichiarano con assoluta certezza: «La comunità scientifica concorda, i genitori omosessuali sono adeguati quanto quelli eterosessuali». Sottinteso, ma non troppo: fateli usare il corpo delle donne per ottenere bambini da strappare alle loro mamme.
Continua a leggereRiduci
Vista aerea di Lignano Pineta negli anni '50. Nel riquadro, l'architetto Marcello d'Olivo
La riviera adriatica friulana a sud di Latisana, la penisola di Lignano, era stata nei secoli una zona incontaminata la cui parte occidentale, ricoperta da una vasta pineta e da paludi, era stata fino agli anni Venti del secolo XX colpita dalla piaga della febbre malarica e di fatto disabitata. Regno di ginestre e pini marittimi, i suoi bassi fondali sabbiosi ospitavano anguille e rombi, il suo cielo una grande varietà di uccelli acquatici. Solo all’inizio degli anni Cinquanta, con la ripresa del turismo postbellico, si pensò di svilupparla a scopo turistico come la confinante Sabbiadoro. Nel 1952 in seguito alla lottizzazione fu costituita la «Pineta Spa», inizialmente intenzionata a realizzare un grande campeggio all’ombra della macchia mediterranea. Fu l’intervento dell’ingegnere e poeta Leonardo Sinisgalli a cambiare radicalmente i progetti, sostituendoli con lo studio di una città balneare dai tratti futuristici. Per realizzarla, coinvolse l’architetto friulano Marcello D’Olivo, rappresentante dell’architettura organica italiana ispirata a quella dell’americano Frank Lloyd-Wright. L’architetto si era da poco distinto con la realizzazione della sede del Villaggio del Fanciullo di Trieste quando la città era ancora governata dagli Alleati. Sempre nel capoluogo giuliano aveva progettato nel 1951 la sede del nuovo Mercato Ortofrutticolo, realizzando una struttura futuristica a pianta circolare dove i camion potevano caricare all’ultimo piano grazie a rampe a spirale che si arrampicavano lungo la parete dell’edificio. La lottizzazione di Pineta fornì il terreno fertile per applicare la visione organica di D’Olivo su vasta scala, progettando un intero complesso residenziale.
L’architetto friulano fu incaricato nel 1952 e pochi mesi dopo abbozzò quello che sarà un esperimento unico nel panorama urbanistico italiano, caratterizzato dalla struttura a spirale delle strade di Pineta. La scelta della forma è una risultanza del bagaglio culturale dell’autore, che trae le proprie origini sia dai classici come la «spirale di Archimede» e la «Spira Mirabilis» del matematico Jakob Bernoulli, le cui caratteristiche geometriche sono dettate dall’algoritmo, ma anche dalle opere dei futuristi e di Paul Klee. Dall’altra parte la spirale o chiocciola era stata utilizzata anche dall’architetto che più aveva ispirato D’Olivo, Frank Lloyd-Wright, il cui esempio più famoso è forse la scalinata del Gugghenheim Museum di New York. La chiave di volta era stata svelata: oltre ad avere le caratteristiche estetiche e algebriche prima descritte, la forma a spirale era anche funzionale alle specifiche del progetto, che esigevano un totale rispetto della vegetazione. Le linee curve delle strade e la scarsa elevazione degli edifici rendevano possibile una visione continua del verde dei pini marittimi. Anche da un punto di vista della viabilità, la forma a chiocciola delle strade (gli «archi» intervallati da «raggi» che intersecavano le spire procedendo verso il mare) rendevano il traffico molto meno pericoloso evitando incroci perpendicolari e aumentando la visibilità, perché Lignano Pineta fu concepita per accogliere il maggior numero di automobili in un’epoca in cui si affacciava la motorizzazione di massa e l’inquinamento non era considerato un tabù. Lo sviluppo verticale degli edifici era stato rigidamente regolato da D’Olivo. Gli alberghi non potevano superare i 4 piani, come gli edifici commerciali, mentre ville e villette potevano raggiungere al massimo i 3 piani e le piccole case familiari solamente un piano. Anche per queste regole, che permettevano al cemento di integrarsi nella macchia mediterranea in modo armonico, D’Olivo fu attaccato da alcuni costruttori per le limitazioni imposte allo sviluppo in altezza in un periodo di forte speculazione edilizia. Per concludere i servizi erano tutti concentrati in un unico nucleo costruttivo, il cosiddetto «treno», un edificio lungo 110 metri dove si concentravano le principali attività commerciali, che seguiva sinuosamente le linee della spirale. Alla sommità del «treno» l’architetto scelse di realizzare coperture a forma di «tetto di pagoda», che riprendevano l’andamento sinuoso delle fronde della pineta.
La struttura urbanistica di Lignano Pineta fu realizzata tra il 1953 e il 1955 e negli anni successivi completata con la realizzazione di ville, alberghi e abitazioni. Oltre allo stesso D’Olivo, parteciparono alla loro realizzazione architetti di primo piano, seguaci dell’architettura organica che non escludeva punte di brutalismo. Grazie alla soluzione della spirale, l’uso diffuso del cemento armato riuscì nell’integrazione con l’ambiente regalando quello che ancora oggi è un esempio unico di sperimentalismo architettonico. Uniche per stile sono alcune abitazioni come quelle realizzate dallo stesso D’Olivo, come villa Sinisgalli, costruita per l’ingegnere letterato che ispirò il progetto e villa Spezzotti, un’opera che ricorda da vicino le case di Lloyd-Wright.
Lignano Pineta fu apprezzata anche da Ernest Hemingway, che nel 1954 la visitò, battezzandola entusiasticamente la «Florida d’Italia» così come il friulano Pier Paolo Pasolini che nel 1959, dopo averla visitata, dichiarò «Le architetture dei villini sono dignitose e garbate, c'è molto spazio: e l'aria che si respira è veramente degna di una piccola spiaggia europea americanizzante». Anche Alberto Sordi fu affascinato dal progetto di Pineta, dove alla fine degli anni Cinquanta acquistò una villa progettata dall'architetto Aldo Bernardis.
Marcello D’Olivo fu ammirato anche all’estero dopo la realizzazione di Lignano Pineta, soprattutto in Medio Oriente. Fu chiamato nel 1979 dal governo di Saddam Hussein per progettare il più importante monumento di Baghdad, quello del Milite Ignoto, dove l’architetto friulano realizzerà alla sommità di una collina artificiale un grande scudo che sembra fluttuare nell’aria. A Riad partecipò al progetto della città universitaria e propose un piano urbanistico, per la capitale del Gabon, Libreville.
Per chi volesse approfondire la storia del progetto e delle ville di Lignano Pineta, segnaliamo il sito web dell'associazione Raggi e ArchiTetture a questo LINK
Continua a leggereRiduci
Iran, New York socialista e Greenspan: la settimana americana tra diplomazia difficile, sinistra urbana e fine del mito della Fed.