Le elezioni di Tripoli stanno per saltare. La guerra tra milizie è sempre più vicina
  • Formalmente si vota il 24 dicembre ma non ci crede più nessuno. L’Italia deve guardarsi dal doppio gioco della Francia di Emmanuel Macron.
  • In 24 ore in Italia sono sbarcate 227 persone. Solo la Calabria è stata risparmiata dall’ondata.

Lo speciale contiene due articoli.

Il destino delle elezioni in Libia è appeso a un filo, mentre le tensioni continuano a sconvolgere il Paese. La commissione elettorale libica ha posticipato, sabato scorso, la pubblicazione della lista definitiva dei candidati presidenziali. Inoltre, l’altro ieri, gruppi armati hanno circondato l’ufficio del premier a Tripoli, come protesta contro la decisione del Consiglio presidenziale di rimuovere il generale Abdel Basset Marwan dall’incarico di comandante del distretto militare della capitale. In tutto questo, si sono anche registrati degli scontri a Sebha. Frattanto i punti interrogativi restano numerosi.

La prima incognita riguarda la candidatura del figlio di Muammar Gheddafi, Saif al-Islam. «Per quel che ho conosciuto Saif al-Islam», ha detto alla Verità Alberto Michelini, rappresentante personale in Libia dell’allora premier Silvio Berlusconi tra il 2001 e il 2006, «il secondogenito di Gheddafi potrebbe veramente essere il protagonista delle elezioni in Libia. Giovane, risoluto, laurea in architettura, phd alla London school of economics, l’ho incontrato diverse volte a Roma e in Libia come rappresentante personale del presidente del Consiglio. Saif è l’unico capace di riunire le potenti tribù che sostenevano il regime di suo padre. Quanto a Gheddafi infatti, dopo anni di devastante guerra civile, le varie componenti libiche, nonostante le differenze, guardano con nostalgia al passato regime e al figlio del leader libico come all’uomo della riconciliazione».

Del fatto che il figlio del defunto rais abbia chance di vittoria, si è detto convinto anche Thomas Volk, direttore del Regional program political dialogue south Mediterranean presso la Konrad-Adenauer-Stiftung, che alla Verità ha dichiarato: «Molti in Libia sostengono Saif al-Islam: si tratta soprattutto di sostenitori di Gheddafi, ma anche di coloro che sono delusi dagli esiti della rivoluzione, oltre che di giovani libici che lo vedono come loro unico rappresentante, essendo il candidato più giovane». «Sebbene la Libia meridionale sia pesantemente controllata dalle forze del generale Khalifa Haftar, il fatto che gli abbiano dato un accesso sicuro alla commissione elettorale ci dice molto. Una spiegazione di ciò è che la Russia sostiene, o meglio, scommette sia su Saif al Islam che su Haftar», ha aggiunto.

E proprio i tortuosi rapporti tra Russia e Turchia incombono sulle elezioni libiche del 24 dicembre. Dopo il reinserimento di Saif e Haftar nella competizione elettorale, Putin si era mostrato favorevole a sostenere il calendario prefissato. Tutto questo, sebbene il suo ministro degli Esteri, Sergej Lavrov, non abbia escluso un rinvio nelle ultime ore. Un rinvio che sembra invece essere decisamente caldeggiato da Ankara. Non a caso, a favore di una posticipazione si sono detti il Daily Sabah (quotidiano turco considerato vicino a Erdogan) e l’Alto consiglio di stato libico, organo presieduto da Khalid al-Mishri, membro del Partito della giustizia e dello sviluppo, formazione politica legata ai Fratelli musulmani e quindi in buoni rapporti con la Turchia. Quella stessa Turchia che probabilmente guarda comunque con un certo favore alla candidatura dell’attuale premier libico, Abdul Hamid Dbeibeh, il quale – secondo quanto riferito a marzo da Al Jazeera – risulterebbe vicino alla Fratellanza.

Intanto ieri un membro della commissione elettorale, Abu Bakr Marada, ha dichiarato che è impossibile tenere le elezioni alla data fissata. Il rinvio si fa quindi sempre più probabile. «Gli ultimi giorni hanno visto l’ulteriore disfacimento del processo politico libico che, a meno di 10 giorni dalla data del 24 dicembre, rende lo svolgimento delle elezioni nella migliore delle ipotesi improbabile», ha detto alla Verità Oliver Crowley, socio fondatore di Libya Desk. «Diverse fazioni libiche, con il supporto dei rispettivi sostenitori esterni, stanno cercando di formare alleanze per prendere il potere in uno scenario in cui le elezioni vengano cancellate del tutto. In tale contesto, anche se un conflitto su larga scala rimane improbabile, potremmo vedere schermaglie a livello locale che destabilizzerebbero ulteriormente il Paese».

Un’altra incognita riguarda il ruolo di Parigi, che un tempo spalleggiava il generale della Cirenaica. «Sebbene la Francia si sia schierata con Haftar negli anni del governo di accordo nazionale, le cose potrebbero essere diverse ora per i calcoli francesi. La riapertura dell’ambasciata francese a Tripoli potrebbe essere percepita come un passaggio a un nuovo capitolo», ha sottolineato Volk. «Haftar d’altra parte», ha aggiunto, «è apertamente sostenuto dall’Egitto per ovvie ragioni geopolitiche, ma soprattutto per ragioni ideologiche. Il presidente Sisi trarrebbe sicuramente beneficio da un governo militare della porta accanto». A tal proposito, è bene tuttavia notare che Emmanuel Macron ha consolidato notevolmente i rapporti con Sisi, anche in occasione della conferenza sulla Libia, tenutasi a Parigi il mese scorso.

Il rischio di doppiogiochismo da parte della Francia non può quindi essere escluso. «Macron non è Sarkozy», ha notato Michelini, «ma la Francia ha sempre perseguito una politica internazionale pro domo sua. Per cui, nonostante la recuperata credibilità dell’Italia grazie a Draghi, peraltro in ottimi rapporti con il presidente francese, terrei gli occhi ben aperti».


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