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2021-12-17
Le elezioni di Tripoli stanno per saltare. La guerra tra milizie è sempre più vicina
(Getty Images)
Il destino delle elezioni in Libia è appeso a un filo, mentre le tensioni continuano a sconvolgere il Paese. La commissione elettorale libica ha posticipato, sabato scorso, la pubblicazione della lista definitiva dei candidati presidenziali. Inoltre, l’altro ieri, gruppi armati hanno circondato l’ufficio del premier a Tripoli, come protesta contro la decisione del Consiglio presidenziale di rimuovere il generale Abdel Basset Marwan dall’incarico di comandante del distretto militare della capitale. In tutto questo, si sono anche registrati degli scontri a Sebha. Frattanto i punti interrogativi restano numerosi.
La prima incognita riguarda la candidatura del figlio di Muammar Gheddafi, Saif al-Islam. «Per quel che ho conosciuto Saif al-Islam», ha detto alla Verità Alberto Michelini, rappresentante personale in Libia dell’allora premier Silvio Berlusconi tra il 2001 e il 2006, «il secondogenito di Gheddafi potrebbe veramente essere il protagonista delle elezioni in Libia. Giovane, risoluto, laurea in architettura, phd alla London school of economics, l’ho incontrato diverse volte a Roma e in Libia come rappresentante personale del presidente del Consiglio. Saif è l’unico capace di riunire le potenti tribù che sostenevano il regime di suo padre. Quanto a Gheddafi infatti, dopo anni di devastante guerra civile, le varie componenti libiche, nonostante le differenze, guardano con nostalgia al passato regime e al figlio del leader libico come all’uomo della riconciliazione».
Del fatto che il figlio del defunto rais abbia chance di vittoria, si è detto convinto anche Thomas Volk, direttore del Regional program political dialogue south Mediterranean presso la Konrad-Adenauer-Stiftung, che alla Verità ha dichiarato: «Molti in Libia sostengono Saif al-Islam: si tratta soprattutto di sostenitori di Gheddafi, ma anche di coloro che sono delusi dagli esiti della rivoluzione, oltre che di giovani libici che lo vedono come loro unico rappresentante, essendo il candidato più giovane». «Sebbene la Libia meridionale sia pesantemente controllata dalle forze del generale Khalifa Haftar, il fatto che gli abbiano dato un accesso sicuro alla commissione elettorale ci dice molto. Una spiegazione di ciò è che la Russia sostiene, o meglio, scommette sia su Saif al Islam che su Haftar», ha aggiunto.
E proprio i tortuosi rapporti tra Russia e Turchia incombono sulle elezioni libiche del 24 dicembre. Dopo il reinserimento di Saif e Haftar nella competizione elettorale, Putin si era mostrato favorevole a sostenere il calendario prefissato. Tutto questo, sebbene il suo ministro degli Esteri, Sergej Lavrov, non abbia escluso un rinvio nelle ultime ore. Un rinvio che sembra invece essere decisamente caldeggiato da Ankara. Non a caso, a favore di una posticipazione si sono detti il Daily Sabah (quotidiano turco considerato vicino a Erdogan) e l’Alto consiglio di stato libico, organo presieduto da Khalid al-Mishri, membro del Partito della giustizia e dello sviluppo, formazione politica legata ai Fratelli musulmani e quindi in buoni rapporti con la Turchia. Quella stessa Turchia che probabilmente guarda comunque con un certo favore alla candidatura dell’attuale premier libico, Abdul Hamid Dbeibeh, il quale - secondo quanto riferito a marzo da Al Jazeera - risulterebbe vicino alla Fratellanza.
Intanto ieri un membro della commissione elettorale, Abu Bakr Marada, ha dichiarato che è impossibile tenere le elezioni alla data fissata. Il rinvio si fa quindi sempre più probabile. «Gli ultimi giorni hanno visto l’ulteriore disfacimento del processo politico libico che, a meno di 10 giorni dalla data del 24 dicembre, rende lo svolgimento delle elezioni nella migliore delle ipotesi improbabile», ha detto alla Verità Oliver Crowley, socio fondatore di Libya Desk. «Diverse fazioni libiche, con il supporto dei rispettivi sostenitori esterni, stanno cercando di formare alleanze per prendere il potere in uno scenario in cui le elezioni vengano cancellate del tutto. In tale contesto, anche se un conflitto su larga scala rimane improbabile, potremmo vedere schermaglie a livello locale che destabilizzerebbero ulteriormente il Paese».
Un’altra incognita riguarda il ruolo di Parigi, che un tempo spalleggiava il generale della Cirenaica. «Sebbene la Francia si sia schierata con Haftar negli anni del governo di accordo nazionale, le cose potrebbero essere diverse ora per i calcoli francesi. La riapertura dell’ambasciata francese a Tripoli potrebbe essere percepita come un passaggio a un nuovo capitolo», ha sottolineato Volk. «Haftar d’altra parte», ha aggiunto, «è apertamente sostenuto dall’Egitto per ovvie ragioni geopolitiche, ma soprattutto per ragioni ideologiche. Il presidente Sisi trarrebbe sicuramente beneficio da un governo militare della porta accanto». A tal proposito, è bene tuttavia notare che Emmanuel Macron ha consolidato notevolmente i rapporti con Sisi, anche in occasione della conferenza sulla Libia, tenutasi a Parigi il mese scorso.
Il rischio di doppiogiochismo da parte della Francia non può quindi essere escluso. «Macron non è Sarkozy», ha notato Michelini, «ma la Francia ha sempre perseguito una politica internazionale pro domo sua. Per cui, nonostante la recuperata credibilità dell’Italia grazie a Draghi, peraltro in ottimi rapporti con il presidente francese, terrei gli occhi ben aperti».
I migranti assediano le nostre coste. Le Ong lavorano a «pieno regime»
La tregua concessa dal meteo ha dato nuovo impulso all’assalto delle coste meridionali, con 227 sbarcati in un solo giorno tra Sicilia, Sardegna e Puglia. A Lampedusa in 24 ore sono approdati in 144. In giornata, con tre approdi autonomi, sono sbarcati 57, 17 e 24 tunisini. Si aggiungono ai 46 scesi al molo durante la notte, tra i quali c’erano anche un passeggero con gravi ustioni da combustibile e un disabile, entrambi curati nel Poliambulatorio lampedusano.
L’hotspot di Contrada Imbriacola, che era ormai quasi vuoto, ora ospita 164 persone. In Sardegna, invece, gli algerini hanno preso di mira il Sulcis: ieri ne sono sbarcati 65. I primi 14 sono stati intercettati all’alba a bordo di un barchino da una motovedetta del Reparto operativo aeronavale della Guardia di finanza a circa 35 miglia dalle coste dell’Isola. Sono stati trasportati al porto di Sant’Antioco. Un altro barchino con undici passeggeri è approdato in mattinata. Nel corso del pomeriggio, invece, sempre a Sant’Antioco, ne sono sbarcati altri undici. I carabinieri, infine, ne hanno intercettati 19 mentre si allontanavano dalla spiaggia di Porto Pino, nel territorio di Sant'Anna Arresi. Sono finiti tutti nel centro di prima accoglienza di Monastir, in provincia di Cagliari, per la quarantena.
La terza rotta scelta dagli scafisti trafficanti di esseri umani è quella del Salento. Ieri le forze dell’ordine hanno rintracciato a Nardò, in provincia di Lecce, 18 stranieri. Erano già approdati con una barca a vela e stavano cercando di far perdere le loro tracce nelle vicinanze del porticciolo di Santa Maria al Bagno. Altri tre, che erano riusciti a fuggire, sono stati rintracciati a poca distanza. Sono scesi con tutta calma, dopo aver calato in mare un piccolo tender, col quale hanno fatto più viaggi per arrivare a riva. Sono tutti turchi, partiti da Smirne. Nel pomeriggio sono stati trasferiti nel centro di accoglienza Don Tonino Bello di Otranto.
Ci sono state partenze anche dalla costa libica, dove mercoledì, al confine con la tunisia, si è verificato un naufragio con un morto. I sopravvissuti, recuperati dalla Guardia costiera tunisina, sono 78, quasi tutti provenienti da Egitto e Bangladesh. Ma le ricerche di altri dispersi sono ancora in corso. La Ocean viking, invece, ieri mattina ne ha caricati 114 che si trovavano su un gommone in acque territoriali libiche. La nave della tedesca Sea eye, sempre a largo della Libia, ne ha recuperati 126. Ed è facile prevedere che nelle prossime ore, dopo aver fatto il solito giro per le coste maltesi, punteranno verso l’Italia.
La Calabria ieri è stata l’unica meta d’approdo risparmiata dagli scafisti. Lì gli hotspot non sono ancora completamente vuoti, dopo gli assalti di ottobre e novembre. E mentre vanno avanti le inchieste sugli scafisti, è arrivata anche la condanna di un poliziotto dell’ufficio immigrazione della Questura di Crotone (Salvatore Panciotto è stato condannato a 5 anni e 10 mesi di reclusione) e di un funzionario della Prefettura (Gennaro Mazza a 4 anni e 2 mesi) che, secondo l’accusa, avrebbero favorito l’immigrazione clandestina. Entrambi hanno scelto il rito abbreviato nel procedimento denominato Ikaros, che vede coinvolti anche avvocati e pubblici ufficiali e che ha fatto luce su un intreccio di condotte illecite finalizzate a favorire l’ingresso e la permanenza di clandestini nel territorio italiano.
Si è scoperto che gli immigrati senza requisiti riuscivano a ottenere la protezione internazionale per poi lasciare l’Italia e raggiungere altri Paesi europei.
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Formalmente si vota il 24 dicembre ma non ci crede più nessuno. L’Italia deve guardarsi dal doppio gioco della Francia di Emmanuel Macron.In 24 ore in Italia sono sbarcate 227 persone. Solo la Calabria è stata risparmiata dall'ondata.Lo speciale contiene due articoli.Il destino delle elezioni in Libia è appeso a un filo, mentre le tensioni continuano a sconvolgere il Paese. La commissione elettorale libica ha posticipato, sabato scorso, la pubblicazione della lista definitiva dei candidati presidenziali. Inoltre, l’altro ieri, gruppi armati hanno circondato l’ufficio del premier a Tripoli, come protesta contro la decisione del Consiglio presidenziale di rimuovere il generale Abdel Basset Marwan dall’incarico di comandante del distretto militare della capitale. In tutto questo, si sono anche registrati degli scontri a Sebha. Frattanto i punti interrogativi restano numerosi. La prima incognita riguarda la candidatura del figlio di Muammar Gheddafi, Saif al-Islam. «Per quel che ho conosciuto Saif al-Islam», ha detto alla Verità Alberto Michelini, rappresentante personale in Libia dell’allora premier Silvio Berlusconi tra il 2001 e il 2006, «il secondogenito di Gheddafi potrebbe veramente essere il protagonista delle elezioni in Libia. Giovane, risoluto, laurea in architettura, phd alla London school of economics, l’ho incontrato diverse volte a Roma e in Libia come rappresentante personale del presidente del Consiglio. Saif è l’unico capace di riunire le potenti tribù che sostenevano il regime di suo padre. Quanto a Gheddafi infatti, dopo anni di devastante guerra civile, le varie componenti libiche, nonostante le differenze, guardano con nostalgia al passato regime e al figlio del leader libico come all’uomo della riconciliazione». Del fatto che il figlio del defunto rais abbia chance di vittoria, si è detto convinto anche Thomas Volk, direttore del Regional program political dialogue south Mediterranean presso la Konrad-Adenauer-Stiftung, che alla Verità ha dichiarato: «Molti in Libia sostengono Saif al-Islam: si tratta soprattutto di sostenitori di Gheddafi, ma anche di coloro che sono delusi dagli esiti della rivoluzione, oltre che di giovani libici che lo vedono come loro unico rappresentante, essendo il candidato più giovane». «Sebbene la Libia meridionale sia pesantemente controllata dalle forze del generale Khalifa Haftar, il fatto che gli abbiano dato un accesso sicuro alla commissione elettorale ci dice molto. Una spiegazione di ciò è che la Russia sostiene, o meglio, scommette sia su Saif al Islam che su Haftar», ha aggiunto.E proprio i tortuosi rapporti tra Russia e Turchia incombono sulle elezioni libiche del 24 dicembre. Dopo il reinserimento di Saif e Haftar nella competizione elettorale, Putin si era mostrato favorevole a sostenere il calendario prefissato. Tutto questo, sebbene il suo ministro degli Esteri, Sergej Lavrov, non abbia escluso un rinvio nelle ultime ore. Un rinvio che sembra invece essere decisamente caldeggiato da Ankara. Non a caso, a favore di una posticipazione si sono detti il Daily Sabah (quotidiano turco considerato vicino a Erdogan) e l’Alto consiglio di stato libico, organo presieduto da Khalid al-Mishri, membro del Partito della giustizia e dello sviluppo, formazione politica legata ai Fratelli musulmani e quindi in buoni rapporti con la Turchia. Quella stessa Turchia che probabilmente guarda comunque con un certo favore alla candidatura dell’attuale premier libico, Abdul Hamid Dbeibeh, il quale - secondo quanto riferito a marzo da Al Jazeera - risulterebbe vicino alla Fratellanza. Intanto ieri un membro della commissione elettorale, Abu Bakr Marada, ha dichiarato che è impossibile tenere le elezioni alla data fissata. Il rinvio si fa quindi sempre più probabile. «Gli ultimi giorni hanno visto l’ulteriore disfacimento del processo politico libico che, a meno di 10 giorni dalla data del 24 dicembre, rende lo svolgimento delle elezioni nella migliore delle ipotesi improbabile», ha detto alla Verità Oliver Crowley, socio fondatore di Libya Desk. «Diverse fazioni libiche, con il supporto dei rispettivi sostenitori esterni, stanno cercando di formare alleanze per prendere il potere in uno scenario in cui le elezioni vengano cancellate del tutto. In tale contesto, anche se un conflitto su larga scala rimane improbabile, potremmo vedere schermaglie a livello locale che destabilizzerebbero ulteriormente il Paese».Un’altra incognita riguarda il ruolo di Parigi, che un tempo spalleggiava il generale della Cirenaica. «Sebbene la Francia si sia schierata con Haftar negli anni del governo di accordo nazionale, le cose potrebbero essere diverse ora per i calcoli francesi. La riapertura dell’ambasciata francese a Tripoli potrebbe essere percepita come un passaggio a un nuovo capitolo», ha sottolineato Volk. «Haftar d’altra parte», ha aggiunto, «è apertamente sostenuto dall’Egitto per ovvie ragioni geopolitiche, ma soprattutto per ragioni ideologiche. Il presidente Sisi trarrebbe sicuramente beneficio da un governo militare della porta accanto». A tal proposito, è bene tuttavia notare che Emmanuel Macron ha consolidato notevolmente i rapporti con Sisi, anche in occasione della conferenza sulla Libia, tenutasi a Parigi il mese scorso. Il rischio di doppiogiochismo da parte della Francia non può quindi essere escluso. «Macron non è Sarkozy», ha notato Michelini, «ma la Francia ha sempre perseguito una politica internazionale pro domo sua. Per cui, nonostante la recuperata credibilità dell’Italia grazie a Draghi, peraltro in ottimi rapporti con il presidente francese, terrei gli occhi ben aperti». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/libia-elezioni-guerra-migranti-2656059006.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-migranti-assediano-le-nostre-coste-le-ong-lavorano-a-pieno-regime" data-post-id="2656059006" data-published-at="1639737297" data-use-pagination="False"> I migranti assediano le nostre coste. Le Ong lavorano a «pieno regime» La tregua concessa dal meteo ha dato nuovo impulso all’assalto delle coste meridionali, con 227 sbarcati in un solo giorno tra Sicilia, Sardegna e Puglia. A Lampedusa in 24 ore sono approdati in 144. In giornata, con tre approdi autonomi, sono sbarcati 57, 17 e 24 tunisini. Si aggiungono ai 46 scesi al molo durante la notte, tra i quali c’erano anche un passeggero con gravi ustioni da combustibile e un disabile, entrambi curati nel Poliambulatorio lampedusano. L’hotspot di Contrada Imbriacola, che era ormai quasi vuoto, ora ospita 164 persone. In Sardegna, invece, gli algerini hanno preso di mira il Sulcis: ieri ne sono sbarcati 65. I primi 14 sono stati intercettati all’alba a bordo di un barchino da una motovedetta del Reparto operativo aeronavale della Guardia di finanza a circa 35 miglia dalle coste dell’Isola. Sono stati trasportati al porto di Sant’Antioco. Un altro barchino con undici passeggeri è approdato in mattinata. Nel corso del pomeriggio, invece, sempre a Sant’Antioco, ne sono sbarcati altri undici. I carabinieri, infine, ne hanno intercettati 19 mentre si allontanavano dalla spiaggia di Porto Pino, nel territorio di Sant'Anna Arresi. Sono finiti tutti nel centro di prima accoglienza di Monastir, in provincia di Cagliari, per la quarantena. La terza rotta scelta dagli scafisti trafficanti di esseri umani è quella del Salento. Ieri le forze dell’ordine hanno rintracciato a Nardò, in provincia di Lecce, 18 stranieri. Erano già approdati con una barca a vela e stavano cercando di far perdere le loro tracce nelle vicinanze del porticciolo di Santa Maria al Bagno. Altri tre, che erano riusciti a fuggire, sono stati rintracciati a poca distanza. Sono scesi con tutta calma, dopo aver calato in mare un piccolo tender, col quale hanno fatto più viaggi per arrivare a riva. Sono tutti turchi, partiti da Smirne. Nel pomeriggio sono stati trasferiti nel centro di accoglienza Don Tonino Bello di Otranto. Ci sono state partenze anche dalla costa libica, dove mercoledì, al confine con la tunisia, si è verificato un naufragio con un morto. I sopravvissuti, recuperati dalla Guardia costiera tunisina, sono 78, quasi tutti provenienti da Egitto e Bangladesh. Ma le ricerche di altri dispersi sono ancora in corso. La Ocean viking, invece, ieri mattina ne ha caricati 114 che si trovavano su un gommone in acque territoriali libiche. La nave della tedesca Sea eye, sempre a largo della Libia, ne ha recuperati 126. Ed è facile prevedere che nelle prossime ore, dopo aver fatto il solito giro per le coste maltesi, punteranno verso l’Italia. La Calabria ieri è stata l’unica meta d’approdo risparmiata dagli scafisti. Lì gli hotspot non sono ancora completamente vuoti, dopo gli assalti di ottobre e novembre. E mentre vanno avanti le inchieste sugli scafisti, è arrivata anche la condanna di un poliziotto dell’ufficio immigrazione della Questura di Crotone (Salvatore Panciotto è stato condannato a 5 anni e 10 mesi di reclusione) e di un funzionario della Prefettura (Gennaro Mazza a 4 anni e 2 mesi) che, secondo l’accusa, avrebbero favorito l’immigrazione clandestina. Entrambi hanno scelto il rito abbreviato nel procedimento denominato Ikaros, che vede coinvolti anche avvocati e pubblici ufficiali e che ha fatto luce su un intreccio di condotte illecite finalizzate a favorire l’ingresso e la permanenza di clandestini nel territorio italiano. Si è scoperto che gli immigrati senza requisiti riuscivano a ottenere la protezione internazionale per poi lasciare l’Italia e raggiungere altri Paesi europei.
Maurizio Landini (Ansa)
Succeduto a Frans Timmermans, altro gran campione delle suicide politiche green, Hoekstra credo debba farsi perdonare di aver in passato lavorato per la Shell e dunque per questo non perda occasione di dimostrarsi un ambientalista convinto, anche quando il buon senso suggerirebbe di prendersi una pausa. Per il commissario, le temperature elevate vanno guardate con occhio positivo. Che cosa spinga il commissario a essere ottimista quando il termometro supera i 40 gradi è presto detto. «La buona notizia» ha spiegato «consiste nel fatto che questo caldo ha chiarito a tutti la necessità di portare avanti il sistema Ets, mentre la ottima è che proprio quest’anno siamo riusciti a concordare un obiettivo climatico ambizioso per il 2040». Non so quale sia l’obiettivo di Hoekstra, ma so che se si spengono i condizionatori al 2040 rischiano di arrivarci in pochi. Infatti, se nelle fabbriche e negli uffici non ci fosse l’aria condizionata in molte aziende sarebbe impossibile lavorare. E non parlo di operai che sudano in acciaieria, ma anche di semplici impiegati che senza un raffrescamento passerebbero la giornata in una specie di forno.
Ma che cosa vuole Hoekstra? In poche parole, invece di tirare il freno sulle politiche green, per consentire di far fronte all’ondata di calore, il commissario Ue ha spiegato che «il surriscaldamento delle città ci deve indirizzare verso una maggiore ambizione piuttosto che verso una minore». Peccato che nell’immediato, per tenere a bada temperature che hanno fatto impennare la colonnina di mercurio sopra i 40 gradi, non ci siano molte soluzioni se non accendere l’aria condizionata. E siccome gli impianti di raffrescamento funzionano con l’energia elettrica e questa è ancora in gran parte prodotta con le fonti fossili, gli obiettivi di decarbonizzazione non soltanto appaiono poco credibili, ma addirittura rischiano di essere d’ostacolo.
È vero che quattro anni fa, l’allora premier Mario Draghi, rispondendo a una domanda sulle sanzioni alla Russia e lo stop alle importazioni di gas, disse che si trattava di scegliere tra aria condizionata e libertà. Ma in questo caso non siamo di fronte a un bivio tra sostenere un dittatore e abbassare di qualche grado la temperatura. Oggi non c’è nessun tiranno da contrastare, semmai c’è da sopravvivere al brusco innalzamento del termometro e per raggiungere rapidamente l’obiettivo urge mettere da parte le mete ambiziose e accendere l’aria condizionata, senza troppi indugi ideologici.
Però Hoekstra non è il solo ad avere brillanti idee come dare un giro di vite alla transizione green. Anche Greenpeace e la Cgil si sono spremuti le meningi di fronte al gran caldo e hanno trovato la soluzione al problema in una tassa sulle imprese che guadagnano dai combustibili fossili. Siccome, a sentir loro, se si boccheggia la colpa è delle aziende del petrolio e del gas, tocca a queste mettere mano al portafogli e risarcire i lavoratori. «Non è accettabile che i costi della crisi climatica ricadano sulle persone mentre le aziende energetiche continuano ad accumulare profitti miliardari» dicono gli adepti del sindacato guidato da Maurizio Landini. «Chiediamo che siano proprio le industrie fossili a finanziare le misure necessarie a proteggere la popolazione dagli impatti che hanno contribuito a provocare» fa eco l’associazione ambientalista cara alla sinistra.
In pratica, mentre il mondo va a fuoco, l’Ue e i compagni cavalcano la crisi climatica. La prima per dare un’accelerazione al suicidio industriale dell’Europa, magari con lo spegnimento dei condizionatori allo scopo di rispettare la natura. I secondi inventando nuove tasse che puntano a far chiudere le imprese energetiche. Risultato, con Bruxelles e la sinistra rischiamo di avere inverni senza riscaldamento (per rispettare l’ambiente) ed estati roventi (sempre per rispettare l’ambiente). Insomma, con costoro alla guida facciamo prima a tirare le cuoia.
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Peccato che con Repubblica a volte mi capita che vado per voler ridere e invece mi vien da piangere: a voler vivere pericolosamente, si paga pegno. Insomma, com’è, come non è, mi si chiede di scrivere un commento sul fatto che fa caldo e, a quanto pare, la risposta non può essere: è estate. Perché, mi spiegano, non è «caldo» e basta, ma è «allarme caldo», nessun giugno mai come questo.
Per avere l’ispirazione, allora, come dicevo prima, chiedo a Google: «Repubblica caldo». E voilà, puntuale come la morte, arriva la soddisfazione col titolo di Repubblica: «Due bambini morti in Francia per l’ondata di caldo». Una tragedia, e non c’è proprio niente da ridere. Senonché, non bisogna pensare molto per farsi venire in mente la domanda: come mai l’ondata di caldo ha salvato tutti gli altri – bambini, anziani, persone deboli – della zona? Ecco, quando si legge l’articolo si scopre subito che la mamma aveva lasciato i due bambini nell’auto, nel parcheggio al sole di un supermercato, e nel frattempo faceva la spesa. Insomma, l’ondata di calore – vera o presunta – non c’entra. Esposto al sole, l’abitacolo chiuso di un’auto raggiunge rapidamente temperature che possono essere fatali se ci si permane qualche minuto di troppo. Per completezza: a leggere altre cronache, si ipotizza che nell’auto i bambini ci fossero entrati da soli, eludendo la sorveglianza della madre, circostanza che non so quanto solleverebbe le responsabilità della povera donna, visto che l’età dei bimbi era di 2 e 4 anni. Rimane il fatto che Repubblica non ha dubbi: è stata l’ondata di calore. La narrazione di questo quotidiano – in ottima compagnia – è quella di Greta Thunberg: ogni nuovo anno è più caldo del precedente e ogni mese di giugno più caldo del mese di giugno dell’anno precedente.
Ma è così? Per saperlo bisognerebbe leggere i dati delle temperature registrate. Se uno ci prova, scopre subito che l’impresa è titanica: coloro che raccolgono ‘sti dati devono appartenere ad una sorta di setta pitagorica, ché quelle registrazioni non sono di facile accesso. Non solo: ove sembrerebbero disponibili, l’accesso è così macchinoso – direi vischioso – che non si può non pensare che lo facciano apposta. Armato di molta pazienza, ricostruisco alcuni dati, che reputo significativi, relativi alle registrazioni delle temperature da una stazione meteo: devo soltanto scegliere quale e per quanti anni. Sul quale, cerco quella che dovrebbe produrre il maggiore allarme, e per la scelta mi lascio guidare dal mio faro: Repubblica, che mi suggerisce Milano («il gran caldo non vuole mollare Milano», scrivono).
Con Milano siamo fortunati, perché Milano-Linate, avrebbe le registrazioni fin dal 1938. Peccato che non le renda disponibili. Sembrerebbero disponibili dal 1977, il che consentirebbe di guardare gli ultimi 50 anni, ma la disponibilità si interrompe negli anni 1984-96. Alla fine, mi accontento di esplorare gli anni del nuovo millennio, dal 2000 al 2026 e, comunque, mi tocca annotare i dati uno alla volta, ma alla fine ce la faccio. Nella figura 1 potete vedere da soli qual è stata la temperatura massima registrata a Milano Linate nei mesi di giugno dal 2000 a oggi, e potete decidere da soli se il caldo di questo giugno sia misurato percettibilmente maggiore di quello di uno qualunque degli anni precedenti.
Siccome non basta solo la temperatura massima, ma sarebbe utile sapere quanti sono i giorni «caldi», ho deciso di contare quanti, in ogni mese di giugno, sono stati i giorni con temperatura massima superiore a 27 gradi e quanti con temperatura massima superiore a 30. Anche qui, potete decidere da soli. Da parte mia, ho deciso: non c’è nulla che possa essere oggi, per il corpo di chiunque, apprezzabilmente differente di quanto non lo fosse vent’anni fa. A parte il fatto, naturalmente, che, allora, eravamo tutti vent’anni più giovani.
In conclusione? In conclusione, è estate e fa caldo tanto oggi quanto cinquant’anni fa. Leggo (copyright Repubblica, e chi sennò?) che il ministro Schillaci avrebbe convocato un vertice. Colgo l’occasione per due piccoli suggerimenti. Si adoperi, primo, per favorire con dei bonus l’installazione di climatizzatori, soprattutto alle persone anziane: io ne sono dotato da quarant’anni e, finché sto in casa, soprattutto nelle ore più calde, tutto potrà accadermi fuorché il colpo di calore. Secondo, in sede di consiglio dei ministri, caldeggi la riduzione del prezzo dell’elettricità.
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Marco Tronchetti Provera (Ansa)
Ultimamente come vice presidente esecutivo. La nomina formale arriverà la prossima settimana. Più che un rinnovo del consiglio, quello andato in scena ieri è stato un riequilibrio dei rapporti di forza. La lista presentata da Camfin e Mtp & C., che insieme controllano il 26,48% del capitale, ha ottenuto il 58,07% dei voti presenti in assemblea e ha conquistato 12 consiglieri su 15. Al fianco di Tronchetti resterà Andrea Casaluci, confermato amministratore delegato. Una scelta che unisce continuità manageriale e ritorno alla governance storica.
Da una parte il manager che negli ultimi anni ha gestito il gruppo nel passaggio più delicato della sua storia recente; dall'altra l’uomo che di Pirelli è stato il dominus per oltre tre decenni e che ora si prepara a tornare a pieno titolo sulla plancia di comando. Il dato più significativo è politico prima ancora che industriale. Dieci anni fa l’arrivo di ChemChina, poi confluita in Sinochem, sembrava destinato a inaugurare una lunga stagione di influenza cinese. Oggi quella stagione appartiene al passato. Nel precedente consiglio gli uomini riconducibili al socio cinese rappresentavano la componente dominante. Nel nuovo la governance cambia radicalmente: dodici amministratori arrivano dalla lista italiana e ben undici sono indipendenti. Anche l’inclusione dei tre rappresentanti di Assogestioni nella lista di maggioranza è stata letta dal mercato come un segnale di stabilità e di apertura verso gli investitori istituzionali.
Sul fronte opposto, Sinochem, pur restando il primo azionista con il 34,1% del capitale, deve accontentarsi di tre consiglieri. Non è un dettaglio. I due amministratori indipendenti indicati dal gruppo cinese non avranno incarichi esecutivi né ruoli di vertice. Una configurazione che riflette fedelmente le prescrizioni imposte dal governo attraverso il Golden Power. È proprio qui che si trova la ragione del cambiamento. Dietro la battaglia sulle poltrone si nasconde infatti una partita molto più importante. Palazzo Chigi, con il Dpcm approvato nell’aprile scorso, ha deciso di blindare alcuni asset strategici del gruppo.
L’obiettivo è la salvaguardia del Cyber Tyre, il pneumatico intelligente capace di raccogliere, elaborare e trasmettere dati al conducente sulle condizioni di guida. Una tecnologia considerata sensibile sia sotto il profilo industriale sia sotto quello della sicurezza. L'obiettivo del governo è duplice: proteggere il patrimonio tecnologico italiano e garantire a Pirelli la presenza nel mercato americano, oggi uno dei più importanti per il gruppo. Negli Stati Uniti, infatti, il tema dell’influenza cinese nelle aziende tecnologiche è osservato con crescente attenzione e senza il cambio di governance la multinazionale milanese rischiava di essere messa fuori dal mercato. Sinochem ha impugnato il Golden Power davanti al Tar. La partita legale è ancora aperta. Ma sul piano societario il messaggio arrivato dall’assemblea appare piuttosto chiaro: la governance della Bicocca torna a parlare italiano.Per il resto, l’assemblea ha approvato il bilancio 2025.
Ancora una volta con il voto contrario del socio cinese, e ha dato il via libera praticamente all'unanimità al dividendo. A chiudere la giornata c'è poi una conferma che riguarda proprio Andrea Casaluci. L’amministratore delegato si è infatti aggiudicato per il secondo anno consecutivo il titolo di «Best CEO» europeo nel settore Auto & Parts tra le società di media capitalizzazione secondo l’indagine di Extel. Un riconoscimento assegnato dagli investitori sulla base di credibilità, capacità di comunicazione e leadership. Non è un premio qualsiasi. Perché mentre Tronchetti Provera si prepara a tornare sulla poltrona di presidente, il riconoscimento a Casaluci certifica che la nuova Pirelli non vive soltanto di storia e di grandi azionisti.
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