True
2021-12-17
Le elezioni di Tripoli stanno per saltare. La guerra tra milizie è sempre più vicina
(Getty Images)
Il destino delle elezioni in Libia è appeso a un filo, mentre le tensioni continuano a sconvolgere il Paese. La commissione elettorale libica ha posticipato, sabato scorso, la pubblicazione della lista definitiva dei candidati presidenziali. Inoltre, l’altro ieri, gruppi armati hanno circondato l’ufficio del premier a Tripoli, come protesta contro la decisione del Consiglio presidenziale di rimuovere il generale Abdel Basset Marwan dall’incarico di comandante del distretto militare della capitale. In tutto questo, si sono anche registrati degli scontri a Sebha. Frattanto i punti interrogativi restano numerosi.
La prima incognita riguarda la candidatura del figlio di Muammar Gheddafi, Saif al-Islam. «Per quel che ho conosciuto Saif al-Islam», ha detto alla Verità Alberto Michelini, rappresentante personale in Libia dell’allora premier Silvio Berlusconi tra il 2001 e il 2006, «il secondogenito di Gheddafi potrebbe veramente essere il protagonista delle elezioni in Libia. Giovane, risoluto, laurea in architettura, phd alla London school of economics, l’ho incontrato diverse volte a Roma e in Libia come rappresentante personale del presidente del Consiglio. Saif è l’unico capace di riunire le potenti tribù che sostenevano il regime di suo padre. Quanto a Gheddafi infatti, dopo anni di devastante guerra civile, le varie componenti libiche, nonostante le differenze, guardano con nostalgia al passato regime e al figlio del leader libico come all’uomo della riconciliazione».
Del fatto che il figlio del defunto rais abbia chance di vittoria, si è detto convinto anche Thomas Volk, direttore del Regional program political dialogue south Mediterranean presso la Konrad-Adenauer-Stiftung, che alla Verità ha dichiarato: «Molti in Libia sostengono Saif al-Islam: si tratta soprattutto di sostenitori di Gheddafi, ma anche di coloro che sono delusi dagli esiti della rivoluzione, oltre che di giovani libici che lo vedono come loro unico rappresentante, essendo il candidato più giovane». «Sebbene la Libia meridionale sia pesantemente controllata dalle forze del generale Khalifa Haftar, il fatto che gli abbiano dato un accesso sicuro alla commissione elettorale ci dice molto. Una spiegazione di ciò è che la Russia sostiene, o meglio, scommette sia su Saif al Islam che su Haftar», ha aggiunto.
E proprio i tortuosi rapporti tra Russia e Turchia incombono sulle elezioni libiche del 24 dicembre. Dopo il reinserimento di Saif e Haftar nella competizione elettorale, Putin si era mostrato favorevole a sostenere il calendario prefissato. Tutto questo, sebbene il suo ministro degli Esteri, Sergej Lavrov, non abbia escluso un rinvio nelle ultime ore. Un rinvio che sembra invece essere decisamente caldeggiato da Ankara. Non a caso, a favore di una posticipazione si sono detti il Daily Sabah (quotidiano turco considerato vicino a Erdogan) e l’Alto consiglio di stato libico, organo presieduto da Khalid al-Mishri, membro del Partito della giustizia e dello sviluppo, formazione politica legata ai Fratelli musulmani e quindi in buoni rapporti con la Turchia. Quella stessa Turchia che probabilmente guarda comunque con un certo favore alla candidatura dell’attuale premier libico, Abdul Hamid Dbeibeh, il quale - secondo quanto riferito a marzo da Al Jazeera - risulterebbe vicino alla Fratellanza.
Intanto ieri un membro della commissione elettorale, Abu Bakr Marada, ha dichiarato che è impossibile tenere le elezioni alla data fissata. Il rinvio si fa quindi sempre più probabile. «Gli ultimi giorni hanno visto l’ulteriore disfacimento del processo politico libico che, a meno di 10 giorni dalla data del 24 dicembre, rende lo svolgimento delle elezioni nella migliore delle ipotesi improbabile», ha detto alla Verità Oliver Crowley, socio fondatore di Libya Desk. «Diverse fazioni libiche, con il supporto dei rispettivi sostenitori esterni, stanno cercando di formare alleanze per prendere il potere in uno scenario in cui le elezioni vengano cancellate del tutto. In tale contesto, anche se un conflitto su larga scala rimane improbabile, potremmo vedere schermaglie a livello locale che destabilizzerebbero ulteriormente il Paese».
Un’altra incognita riguarda il ruolo di Parigi, che un tempo spalleggiava il generale della Cirenaica. «Sebbene la Francia si sia schierata con Haftar negli anni del governo di accordo nazionale, le cose potrebbero essere diverse ora per i calcoli francesi. La riapertura dell’ambasciata francese a Tripoli potrebbe essere percepita come un passaggio a un nuovo capitolo», ha sottolineato Volk. «Haftar d’altra parte», ha aggiunto, «è apertamente sostenuto dall’Egitto per ovvie ragioni geopolitiche, ma soprattutto per ragioni ideologiche. Il presidente Sisi trarrebbe sicuramente beneficio da un governo militare della porta accanto». A tal proposito, è bene tuttavia notare che Emmanuel Macron ha consolidato notevolmente i rapporti con Sisi, anche in occasione della conferenza sulla Libia, tenutasi a Parigi il mese scorso.
Il rischio di doppiogiochismo da parte della Francia non può quindi essere escluso. «Macron non è Sarkozy», ha notato Michelini, «ma la Francia ha sempre perseguito una politica internazionale pro domo sua. Per cui, nonostante la recuperata credibilità dell’Italia grazie a Draghi, peraltro in ottimi rapporti con il presidente francese, terrei gli occhi ben aperti».
I migranti assediano le nostre coste. Le Ong lavorano a «pieno regime»
La tregua concessa dal meteo ha dato nuovo impulso all’assalto delle coste meridionali, con 227 sbarcati in un solo giorno tra Sicilia, Sardegna e Puglia. A Lampedusa in 24 ore sono approdati in 144. In giornata, con tre approdi autonomi, sono sbarcati 57, 17 e 24 tunisini. Si aggiungono ai 46 scesi al molo durante la notte, tra i quali c’erano anche un passeggero con gravi ustioni da combustibile e un disabile, entrambi curati nel Poliambulatorio lampedusano.
L’hotspot di Contrada Imbriacola, che era ormai quasi vuoto, ora ospita 164 persone. In Sardegna, invece, gli algerini hanno preso di mira il Sulcis: ieri ne sono sbarcati 65. I primi 14 sono stati intercettati all’alba a bordo di un barchino da una motovedetta del Reparto operativo aeronavale della Guardia di finanza a circa 35 miglia dalle coste dell’Isola. Sono stati trasportati al porto di Sant’Antioco. Un altro barchino con undici passeggeri è approdato in mattinata. Nel corso del pomeriggio, invece, sempre a Sant’Antioco, ne sono sbarcati altri undici. I carabinieri, infine, ne hanno intercettati 19 mentre si allontanavano dalla spiaggia di Porto Pino, nel territorio di Sant'Anna Arresi. Sono finiti tutti nel centro di prima accoglienza di Monastir, in provincia di Cagliari, per la quarantena.
La terza rotta scelta dagli scafisti trafficanti di esseri umani è quella del Salento. Ieri le forze dell’ordine hanno rintracciato a Nardò, in provincia di Lecce, 18 stranieri. Erano già approdati con una barca a vela e stavano cercando di far perdere le loro tracce nelle vicinanze del porticciolo di Santa Maria al Bagno. Altri tre, che erano riusciti a fuggire, sono stati rintracciati a poca distanza. Sono scesi con tutta calma, dopo aver calato in mare un piccolo tender, col quale hanno fatto più viaggi per arrivare a riva. Sono tutti turchi, partiti da Smirne. Nel pomeriggio sono stati trasferiti nel centro di accoglienza Don Tonino Bello di Otranto.
Ci sono state partenze anche dalla costa libica, dove mercoledì, al confine con la tunisia, si è verificato un naufragio con un morto. I sopravvissuti, recuperati dalla Guardia costiera tunisina, sono 78, quasi tutti provenienti da Egitto e Bangladesh. Ma le ricerche di altri dispersi sono ancora in corso. La Ocean viking, invece, ieri mattina ne ha caricati 114 che si trovavano su un gommone in acque territoriali libiche. La nave della tedesca Sea eye, sempre a largo della Libia, ne ha recuperati 126. Ed è facile prevedere che nelle prossime ore, dopo aver fatto il solito giro per le coste maltesi, punteranno verso l’Italia.
La Calabria ieri è stata l’unica meta d’approdo risparmiata dagli scafisti. Lì gli hotspot non sono ancora completamente vuoti, dopo gli assalti di ottobre e novembre. E mentre vanno avanti le inchieste sugli scafisti, è arrivata anche la condanna di un poliziotto dell’ufficio immigrazione della Questura di Crotone (Salvatore Panciotto è stato condannato a 5 anni e 10 mesi di reclusione) e di un funzionario della Prefettura (Gennaro Mazza a 4 anni e 2 mesi) che, secondo l’accusa, avrebbero favorito l’immigrazione clandestina. Entrambi hanno scelto il rito abbreviato nel procedimento denominato Ikaros, che vede coinvolti anche avvocati e pubblici ufficiali e che ha fatto luce su un intreccio di condotte illecite finalizzate a favorire l’ingresso e la permanenza di clandestini nel territorio italiano.
Si è scoperto che gli immigrati senza requisiti riuscivano a ottenere la protezione internazionale per poi lasciare l’Italia e raggiungere altri Paesi europei.
Continua a leggereRiduci
Formalmente si vota il 24 dicembre ma non ci crede più nessuno. L’Italia deve guardarsi dal doppio gioco della Francia di Emmanuel Macron.In 24 ore in Italia sono sbarcate 227 persone. Solo la Calabria è stata risparmiata dall'ondata.Lo speciale contiene due articoli.Il destino delle elezioni in Libia è appeso a un filo, mentre le tensioni continuano a sconvolgere il Paese. La commissione elettorale libica ha posticipato, sabato scorso, la pubblicazione della lista definitiva dei candidati presidenziali. Inoltre, l’altro ieri, gruppi armati hanno circondato l’ufficio del premier a Tripoli, come protesta contro la decisione del Consiglio presidenziale di rimuovere il generale Abdel Basset Marwan dall’incarico di comandante del distretto militare della capitale. In tutto questo, si sono anche registrati degli scontri a Sebha. Frattanto i punti interrogativi restano numerosi. La prima incognita riguarda la candidatura del figlio di Muammar Gheddafi, Saif al-Islam. «Per quel che ho conosciuto Saif al-Islam», ha detto alla Verità Alberto Michelini, rappresentante personale in Libia dell’allora premier Silvio Berlusconi tra il 2001 e il 2006, «il secondogenito di Gheddafi potrebbe veramente essere il protagonista delle elezioni in Libia. Giovane, risoluto, laurea in architettura, phd alla London school of economics, l’ho incontrato diverse volte a Roma e in Libia come rappresentante personale del presidente del Consiglio. Saif è l’unico capace di riunire le potenti tribù che sostenevano il regime di suo padre. Quanto a Gheddafi infatti, dopo anni di devastante guerra civile, le varie componenti libiche, nonostante le differenze, guardano con nostalgia al passato regime e al figlio del leader libico come all’uomo della riconciliazione». Del fatto che il figlio del defunto rais abbia chance di vittoria, si è detto convinto anche Thomas Volk, direttore del Regional program political dialogue south Mediterranean presso la Konrad-Adenauer-Stiftung, che alla Verità ha dichiarato: «Molti in Libia sostengono Saif al-Islam: si tratta soprattutto di sostenitori di Gheddafi, ma anche di coloro che sono delusi dagli esiti della rivoluzione, oltre che di giovani libici che lo vedono come loro unico rappresentante, essendo il candidato più giovane». «Sebbene la Libia meridionale sia pesantemente controllata dalle forze del generale Khalifa Haftar, il fatto che gli abbiano dato un accesso sicuro alla commissione elettorale ci dice molto. Una spiegazione di ciò è che la Russia sostiene, o meglio, scommette sia su Saif al Islam che su Haftar», ha aggiunto.E proprio i tortuosi rapporti tra Russia e Turchia incombono sulle elezioni libiche del 24 dicembre. Dopo il reinserimento di Saif e Haftar nella competizione elettorale, Putin si era mostrato favorevole a sostenere il calendario prefissato. Tutto questo, sebbene il suo ministro degli Esteri, Sergej Lavrov, non abbia escluso un rinvio nelle ultime ore. Un rinvio che sembra invece essere decisamente caldeggiato da Ankara. Non a caso, a favore di una posticipazione si sono detti il Daily Sabah (quotidiano turco considerato vicino a Erdogan) e l’Alto consiglio di stato libico, organo presieduto da Khalid al-Mishri, membro del Partito della giustizia e dello sviluppo, formazione politica legata ai Fratelli musulmani e quindi in buoni rapporti con la Turchia. Quella stessa Turchia che probabilmente guarda comunque con un certo favore alla candidatura dell’attuale premier libico, Abdul Hamid Dbeibeh, il quale - secondo quanto riferito a marzo da Al Jazeera - risulterebbe vicino alla Fratellanza. Intanto ieri un membro della commissione elettorale, Abu Bakr Marada, ha dichiarato che è impossibile tenere le elezioni alla data fissata. Il rinvio si fa quindi sempre più probabile. «Gli ultimi giorni hanno visto l’ulteriore disfacimento del processo politico libico che, a meno di 10 giorni dalla data del 24 dicembre, rende lo svolgimento delle elezioni nella migliore delle ipotesi improbabile», ha detto alla Verità Oliver Crowley, socio fondatore di Libya Desk. «Diverse fazioni libiche, con il supporto dei rispettivi sostenitori esterni, stanno cercando di formare alleanze per prendere il potere in uno scenario in cui le elezioni vengano cancellate del tutto. In tale contesto, anche se un conflitto su larga scala rimane improbabile, potremmo vedere schermaglie a livello locale che destabilizzerebbero ulteriormente il Paese».Un’altra incognita riguarda il ruolo di Parigi, che un tempo spalleggiava il generale della Cirenaica. «Sebbene la Francia si sia schierata con Haftar negli anni del governo di accordo nazionale, le cose potrebbero essere diverse ora per i calcoli francesi. La riapertura dell’ambasciata francese a Tripoli potrebbe essere percepita come un passaggio a un nuovo capitolo», ha sottolineato Volk. «Haftar d’altra parte», ha aggiunto, «è apertamente sostenuto dall’Egitto per ovvie ragioni geopolitiche, ma soprattutto per ragioni ideologiche. Il presidente Sisi trarrebbe sicuramente beneficio da un governo militare della porta accanto». A tal proposito, è bene tuttavia notare che Emmanuel Macron ha consolidato notevolmente i rapporti con Sisi, anche in occasione della conferenza sulla Libia, tenutasi a Parigi il mese scorso. Il rischio di doppiogiochismo da parte della Francia non può quindi essere escluso. «Macron non è Sarkozy», ha notato Michelini, «ma la Francia ha sempre perseguito una politica internazionale pro domo sua. Per cui, nonostante la recuperata credibilità dell’Italia grazie a Draghi, peraltro in ottimi rapporti con il presidente francese, terrei gli occhi ben aperti». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/libia-elezioni-guerra-migranti-2656059006.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-migranti-assediano-le-nostre-coste-le-ong-lavorano-a-pieno-regime" data-post-id="2656059006" data-published-at="1639737297" data-use-pagination="False"> I migranti assediano le nostre coste. Le Ong lavorano a «pieno regime» La tregua concessa dal meteo ha dato nuovo impulso all’assalto delle coste meridionali, con 227 sbarcati in un solo giorno tra Sicilia, Sardegna e Puglia. A Lampedusa in 24 ore sono approdati in 144. In giornata, con tre approdi autonomi, sono sbarcati 57, 17 e 24 tunisini. Si aggiungono ai 46 scesi al molo durante la notte, tra i quali c’erano anche un passeggero con gravi ustioni da combustibile e un disabile, entrambi curati nel Poliambulatorio lampedusano. L’hotspot di Contrada Imbriacola, che era ormai quasi vuoto, ora ospita 164 persone. In Sardegna, invece, gli algerini hanno preso di mira il Sulcis: ieri ne sono sbarcati 65. I primi 14 sono stati intercettati all’alba a bordo di un barchino da una motovedetta del Reparto operativo aeronavale della Guardia di finanza a circa 35 miglia dalle coste dell’Isola. Sono stati trasportati al porto di Sant’Antioco. Un altro barchino con undici passeggeri è approdato in mattinata. Nel corso del pomeriggio, invece, sempre a Sant’Antioco, ne sono sbarcati altri undici. I carabinieri, infine, ne hanno intercettati 19 mentre si allontanavano dalla spiaggia di Porto Pino, nel territorio di Sant'Anna Arresi. Sono finiti tutti nel centro di prima accoglienza di Monastir, in provincia di Cagliari, per la quarantena. La terza rotta scelta dagli scafisti trafficanti di esseri umani è quella del Salento. Ieri le forze dell’ordine hanno rintracciato a Nardò, in provincia di Lecce, 18 stranieri. Erano già approdati con una barca a vela e stavano cercando di far perdere le loro tracce nelle vicinanze del porticciolo di Santa Maria al Bagno. Altri tre, che erano riusciti a fuggire, sono stati rintracciati a poca distanza. Sono scesi con tutta calma, dopo aver calato in mare un piccolo tender, col quale hanno fatto più viaggi per arrivare a riva. Sono tutti turchi, partiti da Smirne. Nel pomeriggio sono stati trasferiti nel centro di accoglienza Don Tonino Bello di Otranto. Ci sono state partenze anche dalla costa libica, dove mercoledì, al confine con la tunisia, si è verificato un naufragio con un morto. I sopravvissuti, recuperati dalla Guardia costiera tunisina, sono 78, quasi tutti provenienti da Egitto e Bangladesh. Ma le ricerche di altri dispersi sono ancora in corso. La Ocean viking, invece, ieri mattina ne ha caricati 114 che si trovavano su un gommone in acque territoriali libiche. La nave della tedesca Sea eye, sempre a largo della Libia, ne ha recuperati 126. Ed è facile prevedere che nelle prossime ore, dopo aver fatto il solito giro per le coste maltesi, punteranno verso l’Italia. La Calabria ieri è stata l’unica meta d’approdo risparmiata dagli scafisti. Lì gli hotspot non sono ancora completamente vuoti, dopo gli assalti di ottobre e novembre. E mentre vanno avanti le inchieste sugli scafisti, è arrivata anche la condanna di un poliziotto dell’ufficio immigrazione della Questura di Crotone (Salvatore Panciotto è stato condannato a 5 anni e 10 mesi di reclusione) e di un funzionario della Prefettura (Gennaro Mazza a 4 anni e 2 mesi) che, secondo l’accusa, avrebbero favorito l’immigrazione clandestina. Entrambi hanno scelto il rito abbreviato nel procedimento denominato Ikaros, che vede coinvolti anche avvocati e pubblici ufficiali e che ha fatto luce su un intreccio di condotte illecite finalizzate a favorire l’ingresso e la permanenza di clandestini nel territorio italiano. Si è scoperto che gli immigrati senza requisiti riuscivano a ottenere la protezione internazionale per poi lasciare l’Italia e raggiungere altri Paesi europei.
(Getty Images)
Dalla Farnesina fanno sapere che «tutti i partecipanti alla Flotilla sono in corso di trasferimento da Ketziot a Eilat per l’imbarco sui charter Turkish verso Istanbul».
Ecco cosa racconta Carotenuto. Il deputato mostra il braccialetto con il «numero di matricola», fatto indossare durante il fermo: «Io avevo il numero 147», dice. «A noi è andata bene perché altri sono stati torturati, anche le donne e le persone anziane. Qualcuno ha riportato fratture, altri erano bendati e ricevevano colpi in faccia. Ho sentito donne denunciare violenze sessuali. Sono molto provato, è stata un’esperienza terribile», riferisce il parlamentare al suo arrivo a Fiumicino. Con il parlamentare è atterrato in Italia anche l’inviato del Fatto Quotidiano, Alessandro Mantovani. «Quando ci hanno portati sul container», rivela ancora il deputato, «gli israeliani ci hanno detto: “Welcome to Israe” e ci hanno picchiato. A me hanno dato un pugno in un occhio e per un po’ non ci ho più visto. Molte persone sono state portate in infermeria, alcuni erano messi molto male. A un certo punto ci hanno chiamato, ci hanno fatto avanzare, ci hanno fatto voltare. Avevano i mitra spianati: è stato il momento peggiore della mia vita».
Poi il racconto della cattura: «Gli israeliani sono arrivati a tutta velocità alla nostra barca con tre motoscafi militari e un dispiego di forze impressionante. Ci hanno costretto a salire su gommoni e portati su una nave, dove ci hanno scaraventati a terra, bendati e legati. Ho le ginocchia frantumate, ci hanno messo su di una balaustra di un centimetro, di traverso, con le mani legate, per poi portarci su una nave-carcere. Ci hanno umiliati, facendoci spogliare per prendere freddo e poi per mandarci in un container, una panic room, dove, al buio, tre energumeni ci hanno picchiato».
Mantovani aggiunge: «Ci trovavamo sulla barca, a un certo punto ci hanno sparato addosso non so con quale tipo di proiettili per farci mettere tutti nella parte anteriore. Quindi ci hanno fatto sbarcare: ammanettati e con le caviglie incatenate. Sono stato anche spogliato e mi hanno tolto gli occhiali. Ci hanno anche preso a calci. Eravamo circa 180». Grazie a un telefono messo a disposizione dall’ambasciata italiana, Mantovani ha potuto contattare la famiglia.
Il ministro israeliano della Sicurezza nazionale, Itamar Ben-Gvir, sorride soddisfatto: «Benvenuti in Israele, noi siamo i padroni di casa», dice in ebraico. Anche il ministro dei Trasporti, Miri Regev, li deride: «Attivisti ubriachi e drogati, sostenitori del terrorismo che tentano di violare la sovranità dello Stato d’Israele. Il loro posto è in carcere».
Ma le reazioni non si fanno attendere. Dopo le parole di sdegno del capo dello Stato, Sergio Mattarella, del premier Giorgia Meloni, che definisce questo comportamento «inaccettabile», e la convocazione dell’ambasciatore israeliano a Roma da parte del ministero degli Esteri, Antonio Tajani, lo stesso vicepremier ieri ha annunciato su X che «a nome del governo italiano ho formalmente chiesto all’Alto rappresentante Ue, Kaja Kallas, di includere nella prossima discussione dei ministri degli Esteri europei l’adozione di sanzioni contro il ministro Ben-Gvir “per la violazione dei più elementari diritti umani”». Sulla polemica dei biglietti aerei di ritorno degli attivisti Tajani taglia corto: «Così come potevano sono andati e così come potevano possono ritornare, non è quello il problema, non è lo Stato che deve pagare. Noi li abbiamo assistiti in tutti i modi possibili. Il problema è come sono stati trattati là».
La Procura di Roma ha anche aperto un’indagine acquisendo i video dove si vedono i partecipanti inginocchiati e derisi dal ministro Ben-Gvir. Il filmato finirà nel procedimento nel quale i magistrati allegheranno anche le audizioni dei 29 attivisti già rientrati in Italia che verranno ascoltati dagli inquirenti. Inoltre, il team legale della Flotilla ha presentato un esposto alla Procura di Roma in cui si ipotizza il reato di sequestro di persona.
L’ambasciatore israeliano a Roma, Jonathan Peled, cerca di mediare: «I fatti di ieri non rappresentano i principi e i valori d’Israele».
In tutto questo, la Farnesina fa sapere che negli ultimi due giorni l’Italia ha votato a favore di due risoluzioni sulle «condizioni sanitarie nel territorio palestinese occupato e nel Golan siriano», adottate a Ginevra durante la 79ª Assemblea Mondiale della Sanità. Quel che si chiede all’Oms è di sostenere il sistema sanitario palestinese, rivolgendo un appello a Israele affinché garantisca le operazioni umanitarie e protegga medici e infermieri.
Continua a leggereRiduci
Ansa
Una serie centrata sulle storie delle persone, sui loro disagi e sul desiderio spesso acerbo e contraddittorio di paternità e maternità, tanto più quando alle spalle non ci sono legami profondi e coppie reali. Non è una passeggiata evitare il tranello manicheo di dividere i due (o più) sessi in buono e tossico. E non lo è nemmeno evitare di buttarla platealmente contro il governo delle destre, causa di tutti i mali, sebbene non si risparmi un generico passaggio sulla provenienza di molti pazienti italiani «da un Paese arretrato».
S’intitola In utero lo show in otto episodi su Hbo Max - rilasciati finora i primi due, uno a settimana - prodotta da Cattleya di Riccardo Tozzi e Paramount+ che doveva anche distribuirla ma l’ha tenuta ferma, cedendola infine alla piattaforma di Warner bros Discovery. Chissà, forse a causa del tema scabroso, trattato in modo non mainstream, come automaticamente ci si aspetta quando si parla di gestazione per altri o di gay aspiranti padri e madri. Certamente i sacerdoti della critica diranno che su questi argomenti è facile cedere al ricatto del contenuto. Ed è, effettivamente, un rischio che si può correre volentieri e in modo consapevole. In ogni caso, dal punto di vista estetico, è una serie creata da Margaret Mazzantini, scritta da Enrico Audenino, Teresa Gelli, Vanessa Picciarelli, diretta da Maria Sole Tognazzi e Nicola Sorcinelli e sostenuta da un cast in ottima forma. Tutti insieme mostrano di padroneggiare le sfumature del racconto oltre le trappole dell’ovvio, intarsiandolo di buoni dialoghi e screziature non banali, dalle parti sentimentali ai rapporti tormentati per la loro diversità e la sofferenza delle fecondità complicate, fino ai complessi snodi medico-scientifici. Una serie coraggiosa nell’avventurarsi oltre il medical drama, sui temi etici e dei diritti ma, come detto, sverniciandoli dell’enfasi Lgbtq+.
Al posto dei commissariati di polizia, delle agenzie dei servizi segreti e delle corsie d’ospedale, qui siamo in una clinica moderna ben arredata e intonata all’empatia, indispensabile per trattare con i pazienti che non devono essere chiamati clienti. Alla Creatividad di Barcellona, amministrata dalla pragmatica Teresa (Maria Pia Calzone), suo marito, il direttore sanitario Ruggero Gentile (Sergio Castellitto), si occupa del percorso delle coppie con l’aiuto dell’embriologo Angelo Salemi (Alessio Fiorenza), un trans uomo tendente a credere nei meriti della scienza («sì, la scienza, la scienza…», borbotta Gentile) e il sostegno dell’assistente ai pazienti Dora (Thony).
In questa clinica s’infila la sensibilità della Mazzantini e degli sceneggiatori per raccontare i «travagli» di persone colte in momenti di fragilità e di conflitto. Compreso quello tra marito e moglie, fondatori della Creatividad che combatte in tutti i modi la sterilità e che, paradossalmente, non hanno figli. Per di più, adesso, l’azienda comincia ad avere problemi di sostenibilità economica. Cerchiamo dei nuovi soci, propone lei al compagno riluttante. Ma quando gli presenta gli emissari di un gruppo olandese, Gentile dimentica la sua abituale empatia: «Io non finisco la mia carriera obbedendo alle case farmaceutiche. Ricordatelo». L’uomo è accentratore, votato alla professione, determinato a «fare felici tutti». Anche a costo di non essere totalmente trasparente. Quando arriva la richiesta di una «figlia della clinica» malata di leucemia che vuole trovare il donatore del seme per capire se è compatibile con il trapianto di midollo, il pathos prende a lievitare. Il donatore è lui stesso, ma la legge stabilisce che resti anonimo. Persino sua moglie ne è all’oscuro. Quanto a lui certi paletti cominciano a stargli stretti. Certi colloqui con i pazienti più determinati lo turbano. Alcuni principi, però, li ha chiari in mente. Alla ragazza lesbica che avanza pretese e non si mette in gioco ora che si scopre che la compagna non può essere madre, Gentile dice: «I figli sono un desiderio. Non sono né un diritto né un dovere. Non torni qui». Poi c’è la storia del trans e della sua relazione che scricchiola. Meglio distrarsi con Dora, siciliana come lui. Che, però, quando si accorge della sua transizione, ha un comprensibile momento di smarrimento. «Si sarà sentito umiliato e rifiutato, lasciatelo dire a me che sono gay», commenta l’avventura senza lieto fine il compagno di appartamento. E l’altra inquilina: «E che c’entra? Sono stata rifiutata anch’io che sono etero». Insomma, niente luoghi comuni e comode formule vittimistiche in questa storia. Con i tempi che corrono nella serialità, è un buon risultato, come lo è il trattamento problematico del diritto alla genitorialità a tutti i costi e, per esempio, finora, non c’è nessuno che consideri il piano B dell’adozione. Si aspetta la conferma del rinnovo per la seconda stagione. Ma sarebbe già cosa buona che una serie così trovasse una visibilità diversa da quella avuta da Portobello di Marco Bellocchio, sempre di Hbo Max, forse poco promossa a causa dell’imminenza del referendum sulla giustizia.
Continua a leggereRiduci
La Corea del Sud ha messo a segno una performance che definire «stratosferica» è riduttivo. Il Kospi, l’indice azionario principale coreano, ha guadagnato l’85,6% in un anno, e c’è chi fra i pessimisti lo vede gigante dai piedi d’argilla, o meglio, di silicio. Oltre il 40% della capitalizzazione di mercato è infatti appeso al destino di due soli titoli: Samsung Electronics e SK Hynix. «Certo siamo di fronte a una concentrazione del rischio senza precedenti», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «Samsung che ha corso del +394% e SK Hynix del +800% in un anno. Questi non sono più semplici titoli azionari, sono diventati dei proxy dell’intelligenza artificiale globale. Il mercato sta scommettendo che la domanda di memorie Hbm (High Bandwidth Memory) non finirà mai anche se la storia insegna che il settore dei semiconduttori è ciclico per natura».
Ma c’è un altro motore che spinge Seul: la leva finanziaria. In Corea, i piccoli risparmiatori, soprannominati gaemi (formiche), stanno invadendo il mercato finanziando gli acquisti con il debito. I prestiti a margine hanno superato i 34 trilioni di won. Dall’altra parte del Mar del Giappone, il Nikkei ha toccato il massimo storico di 63.272 punti negli scorsi giorni. Qui la narrazione non è molto diversa: riforme della governance, trasparenza e l’emersione del valore dei vecchi conglomerati. Ma attenzione ai rendimenti: per l’investitore europeo, la valuta è stata la variabile discriminante.
«Il Giappone del 2026 è un mercato a due velocità» sottolinea sempre Gaziano, «dove chi ha investito con copertura del cambio (Eur Hedged) ha portato a casa rendimenti eccezionali, come il +137% del WisdomTree Japan. Chi invece è rimasto esposto allo Yen ha visto i propri guadagni falcidiati dalla svalutazione della moneta nipponica».
Nonostante la guerra in Medio Oriente, Giappone e Corea (nella storia non certo sempre amici) hanno sorpreso tutti non affondando sotto il peso del caro-petrolio. Fra le mosse messe in campo da queste nazioni anche una «diplomazia pragmatica» che sta portando in queste settimane alla creazione di una riserva petrolifera comune tra il premier nipponico Takaichi e il presidente coreano Lee Jae Myung per una riserva energetica comune per ridurre la dipendenza diretta dallo Stretto di Hormuz. «Titoli come Toyota, pur stimando cali di profitto per i costi delle materie prime, restano pilastri che il mercato non vuole mollare, grazie a bilanci che finalmente iniziano a premiare gli azionisti con dividendi e buyback», conclude l’esperto.
Continua a leggereRiduci
Il presidente di Anafe Umberto Roccatti
Agli Stati Generali Adm il presidente Umberto Roccatti attacca le riforme europee su accise e liquidi aromatizzati: «Aumenti fino al 200%, così si favoriscono contrabbando online e mercato illegale». Nel mirino le direttive Ted e Tpd.
Le nuove strette europee sul vaping rischiano di mettere in crisi un settore che in Italia vale circa un miliardo di euro e occupa 50 mila persone. L’allarme arriva da Umberto Roccatti, intervenuto agli Stati Generali dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, dove ha criticato duramente le imminenti revisioni europee delle direttive Ted e Tpd.
Secondo il presidente di Anafe Confindustria, le proposte allo studio a Bruxelles rischiano di produrre un effetto opposto rispetto agli obiettivi dichiarati: meno gettito fiscale, crescita del mercato illegale e difficoltà sempre maggiori per le imprese regolari.
Nel mirino c’è soprattutto la revisione della direttiva Ted sulle accise. Roccatti parla di aumenti «insostenibili» per aziende e consumatori: oltre il 100% per i prodotti con nicotina e circa il 200% per quelli senza. Una stretta che, secondo Anafe, potrebbe riportare il settore alla situazione vissuta nel 2014, quando l’introduzione di una tassazione giudicata eccessiva provocò il crollo del mercato legale.
Il presidente dell’associazione ricorda che allora lo Stato incassò appena 3 milioni di euro contro i 107 previsti e che migliaia di piccole imprese furono costrette a chiudere, mentre gran parte del mercato finì nel contrabbando. Solo dal 2018, sostiene Anafe, il comparto avrebbe ritrovato una certa stabilità grazie a incrementi fiscali più graduali.
L’altra grande preoccupazione riguarda invece la possibile revisione della direttiva Tpd e il cosiddetto «flavour ban», cioè il divieto dei liquidi aromatizzati. Per Roccatti si tratterebbe di una misura «ideologica», destinata a colpire uno degli elementi centrali dei prodotti alternativi alle sigarette tradizionali. Secondo Anafe, gli aromi rappresentano infatti uno strumento importante per i fumatori adulti che cercano di abbandonare il tabacco classico. L’associazione sostiene inoltre che il divieto non risolverebbe il problema dell’accesso dei minori, già regolato da norme e sanzioni esistenti, mentre rischierebbe di far crollare il gettito fiscale legato al settore.
Nel suo intervento agli Stati Generali Adm, Roccatti ha poi puntato il dito contro il commercio illegale online. Il presidente di Anafe ha parlato di un vero e proprio «Far West digitale», alimentato soprattutto da vendite sui social network e da siti esteri che operano all’interno dell’Unione europea aggirando controlli e dogane.Da qui la richiesta al governo italiano di difendere il comparto nei tavoli europei e di concentrare maggiormente i controlli sui canali illegali, evitando – sostiene l’associazione – di scaricare n uovi oneri burocratici soltanto sugli operatori regolari presenti sul territorio.
Continua a leggereRiduci