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2020-10-25
Lezioni a distanza alle superiori. E mancano ancora 900.000 banchi
Ansa
Da domani centinaia di migliaia di ragazzi faranno lezione in pantofole, senza mascherina. Nella cucina di casa o, i più fortunati, in un angolo studio, sempre che abbiano un computer, un tablet e una buona connessione a Internet.
In diverse regioni italiane parte la Dad, acronimo della tanto esecrata didattica a distanza, diventata inevitabile per i governatori che vogliono ridurre i contagi anche a scuola. Ma nella bozza del nuovo Dpcm si vuole che tutte le scuole superiori italiane facciano didattica da remoto per il 75% delle attività. Solo per elementari e medie sarà garantita la presenza. Intanto, da lunedì è certo che non riaprono i cancelli degli istituti superiori di Lombardia, Campania, Calabria, Puglia, Sicilia. Altri territori hanno già deciso lo stop al 50% della presenza, con ricorso alla didattica digitale integrata. L'hanno fatto le ordinanze del Piemonte e del Lazio (per le seconde fino alle quinte), della Liguria, delle Marche, dell'Umbria, della Basilicata. Preannunciate misure analoghe anche in Veneto, Toscana, Sardegna mentre in Alto Adige dal 9 novembre la scuola italiana integrerà la didattica in presenza con il 30% di lezioni online. Perfino la Bocconi lascia fuori dalle aule i suoi 14.500 studenti. «In attesa di possibili provvedimenti che verranno emanati in questi giorni», l'università università dell'establishment «erogherà esclusivamente a distanza la didattica degli insegnamenti afferenti ai corsi di laurea e laurea magistrale», ha comunicato agli iscritti il rettore, Gianmario Verona. Si parte con due settimane di lezioni online, ma è l'inizio di un nuovo stop allo studio in presenza.
Tutti pronti ai collegamenti in remoto? Niente affatto. In Lombardia, solo domani l'Ufficio scolastico regionale comunicherà se gli insegnanti si dovranno recare a scuola, per la Dad, e se i lavoratori fragili potranno impartire lezioni da casa. «In queste ore so che stanno monitorando la situazione degli istituti, per valutare quanti sono quelli pronti a partire. Per il momento c'è ancora confusone», fa sapere Giancarlo Sala, direttore scolastico del liceo classico e scientifico Antonio Banfi, a Vimercate, provincia di Monza e della Brianza. «Nella nostra scuola abbiamo messo la fibra a 300 mega, senza perdere tempo, ma tanti istituti tecnici e professionali non ne hanno avuto la possibilità. Mediamente sono ancora molti gli studenti che dovranno arrangiarsi con lezioni da soli, senza potersi collegare». Nel Lazio, da lunedì 26 ottobre le istituzioni scolastiche secondarie di secondo grado incrementano il ricorso alla didattica digitale integrata per una quota pari al 50% degli studenti, con esclusione degli iscritti al primo anno, mentre le università la utilizzeranno al 75 per cento, come prevede il nuovo Dpcm. «Nelle scuole con più di 1.000 ragazzi e circa 130 docenti, sarà ben difficile pensare che tutti gli insegnanti possano collegarsi con i loro allievi, considerando la qualità delle connessioni a Internet», interviene Mario Rusconi, presidente dell'Associazione presidi (Anp) del Lazio. «Fuori dal Raccordo anulare, centinaia di istituti hanno problemi di fibra. C'è scarsa copertura e non si è ancora pensato a potenziarla. Figuriamoci se devono fare didattica a distanza con ragazzi che abitano ancora più fuori Roma e che sono serviti malissimo dalle telecomunicazioni». Sulla multimedialità rischia di bloccarsi anche la scuola da remoto, dopo lo stop alla frequenza. Se problemi ci sono in Lombardia e Lazio, figuriamoci quale situazione si trovano ad affrontare gli insegnanti della Campania, della Calabria o della Sicilia. «Tutti gli uffici scolastici regionali dovrebbero pubblicare le sofferenze degli istituti, così da rendere ben chiara la situazione della Dad nel nostro Paese», suggerisce Rusconi. Che aggiunge: «Scordiamoci che basti consegnare un computer per rendere un docente esperto di didattica interattiva. In primavera siamo stati tutti costretti ad arrangiarci, ma dopo nulla è stato fatto per formare gli insegnanti. Se non la sai fare, la Dad, dopo due giorni gli studenti si annoiano e non riescono più a seguirti». Prima ancora di stancarsi, è purtroppo certo che per migliaia di ragazzi la scuola si ferma nuovamente.
Il presidente della Sicilia, Nello Musumeci, ieri ha firmato l'ordinanza restrittiva che dispone la sospensione delle lezioni in presenza perché i contagi preoccupano. E adesso chi seguirà i ragazzi a casa?
Secondo un'indagine condotta dalla Sird, la Società italiana di ricerca didattica, la percentuale degli studenti del Sud e delle Isole non raggiunti dalla Dad durante il lockdown è stata del 20%. Un numero preoccupante di giovani non coinvolti nello studio e che si troveranno ancora una volta abbandonati a sé stessi in regioni dove almeno la scuola dovrebbe essere un presidio garantito. A breve anche la Sardegna chiuderà i cancelli degli istituti e prima ancora del nuovo Dpcm, i segnali che arrivano da ogni parte del Paese fanno pensare a un lockdown generalizzato.
A tirare un sospiro di sollievo sarà solo il commissario straordinario per l'emergenza, Domenico Arcuri, che non dovrà rispondere dell'ennesima figuraccia. Sono stati consegnati, infatti, solo 1,5 milioni di banchi dei 2,4 milioni promessi alle scuole entro il 31 ottobre. Ne mancano all'appello ben 900.000. Tra una settimana scatta la scadenza imposta ai produttori, impegnati giorno e notte a realizzare banchi tradizionali e innovative sedute monoposto, cioè quelle ridicole con le rotelle. Forse a fine mese qualche consegna in più sarà stata fatta, ma se tutte le scuole chiuderanno Arcuri non dovrà spiegare perché «gli sono sfuggiti» almeno mezzo milione di banchi.
Franceschini fan del «tutto chiuso» ma con le dovute eccezioni a sinistra
Un appello per la resistenza artistica contro il virus, perché «la cultura non deve tacere mai». A formularlo, ospite giovedì sera a Piazza pulita negli studi di Corrado Formigli, è stato Stefano Massini che, con un intervento intitolato «esistere è resistere», ha condiviso la sua esperienza al Piccolo Teatro di Milano dove la sera prima ha radunato ben 200 presenze di pubblico, facendo il pienone. Non solo. «All'uscita», ha aggiunto Massini, «ho incontrato una persona con una donna molto anziana: la madre». Quest'ultima si è avvicinata al drammaturgo protetta da guanti, visiera e mascherina per dirgli che giammai sarebbe disposta a rinunciare al teatro, «a costo di vestirsi da palombaro».
A partire da questo episodio, Massini, citando il compositore Dmitrij Šostakovič - che nel 1941 continuò a esercitarsi durante l'assedio di Leningrado -, ha rivolto ai telespettatori di La7 un accorato appello, pur osservando i coprifuoco, a continuare a recarsi agli spettacoli perché «il teatro, la cultura e la danza sono il primo vaccino affinché ciò che accade non sia vissuto in modo distruttivo ma costruttivo». «La cultura non deve tacere mai», ha inoltre aggiunto l'ospite di Formigli, «perché la cultura è tutto».
Poche ore e le parole di Massini hanno ricevuto la più istituzionale delle risposte, quella del ministro per i Beni e le attività culturali e per il turismo, Dario Franceschini, che in una nota ha dichiarato: «Grazie a Stefano Massini per il suo bellissimo intervento “Esistere è resistere". Il digitale non sostituirà mai l'esperienza dal vivo, ma in questa fase può sostenere il teatro e tutto lo spettacolo dal vivo. Stasera vedo “Storie" di Stefano in diretta sui social del Piccolo Teatro di Milano».
Ora, se la situazione, ahinoi, non fosse drammatica ci sarebbe quasi da ridere dal momento che, con queste parole, il ministro Franceschini non ha affatto accolto all'appello di Massini, il quale non chiedeva collegarsi «in diretta sui social»; al contrario, la richiesta dello scrittore, peraltro molto esplicita, era quella di recarsi fisicamente a teatro nonostante la pandemia, ed è singolare che il ministro non abbia colto questo aspetto semplicemente centrale.
Allo stesso modo, colpisce che - al di là dell'adesione assai contraddittoria alla richiesta di Massini - il ministro Franceschini che oggi, comprensibilmente, incoraggia il mondo della cultura e del teatro a continuare ad andare avanti, sia lo stesso che, insieme al ministro della Salute Roberto Speranza, è più favorevole alle misure più restrittive per il contrasto alla pandemia da coronavirus. Il che fa sorgere il dubbio che l'esponente del Pd, con la medesima convinzione con cui da un lato sostiene il mondo della cultura, dall'altro dimentichi del fatto che, se la cultura è certamente anche lavoro per tante persone, non tutto il lavoro orbita attorno al mondo della cultura.
Anche i gestori di palestre, per intenderci, alla pari dei ristoratori, degli albergatori, degli autisti di pullman, dei parrucchieri - solo per citare alcune delle categorie economiche più penalizzate sia dal coprifuoco, sia da nuove possibili misure restrittive ormai all'orizzonte - sono lavoratori che hanno il pieno diritto di sbarcare il lunario. Anche se non sono autori chic e da salotti, e magari mai hanno sentito parlare di Šostakovič, né possono contare su appelli in prima serata da parte di uomini di cultura.
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Il nuovo dpcm mira a spedire a casa il 75% degli studenti di liceo. Intanto, sono le Regioni a chiudere gli istituti, dove procede a rilento la consegna dei monoposto. A Milano sospende i corsi in presenza anche la Bocconi.Il ministro Dario Franceschini tifa per le chiusure, ma con le dovute eccezioni a sinistra. Raccoglie l'appello degli attori per i teatri aperti. Perché la cultura fa chic.Lo speciale contiene due articoli.Da domani centinaia di migliaia di ragazzi faranno lezione in pantofole, senza mascherina. Nella cucina di casa o, i più fortunati, in un angolo studio, sempre che abbiano un computer, un tablet e una buona connessione a Internet. In diverse regioni italiane parte la Dad, acronimo della tanto esecrata didattica a distanza, diventata inevitabile per i governatori che vogliono ridurre i contagi anche a scuola. Ma nella bozza del nuovo Dpcm si vuole che tutte le scuole superiori italiane facciano didattica da remoto per il 75% delle attività. Solo per elementari e medie sarà garantita la presenza. Intanto, da lunedì è certo che non riaprono i cancelli degli istituti superiori di Lombardia, Campania, Calabria, Puglia, Sicilia. Altri territori hanno già deciso lo stop al 50% della presenza, con ricorso alla didattica digitale integrata. L'hanno fatto le ordinanze del Piemonte e del Lazio (per le seconde fino alle quinte), della Liguria, delle Marche, dell'Umbria, della Basilicata. Preannunciate misure analoghe anche in Veneto, Toscana, Sardegna mentre in Alto Adige dal 9 novembre la scuola italiana integrerà la didattica in presenza con il 30% di lezioni online. Perfino la Bocconi lascia fuori dalle aule i suoi 14.500 studenti. «In attesa di possibili provvedimenti che verranno emanati in questi giorni», l'università università dell'establishment «erogherà esclusivamente a distanza la didattica degli insegnamenti afferenti ai corsi di laurea e laurea magistrale», ha comunicato agli iscritti il rettore, Gianmario Verona. Si parte con due settimane di lezioni online, ma è l'inizio di un nuovo stop allo studio in presenza. Tutti pronti ai collegamenti in remoto? Niente affatto. In Lombardia, solo domani l'Ufficio scolastico regionale comunicherà se gli insegnanti si dovranno recare a scuola, per la Dad, e se i lavoratori fragili potranno impartire lezioni da casa. «In queste ore so che stanno monitorando la situazione degli istituti, per valutare quanti sono quelli pronti a partire. Per il momento c'è ancora confusone», fa sapere Giancarlo Sala, direttore scolastico del liceo classico e scientifico Antonio Banfi, a Vimercate, provincia di Monza e della Brianza. «Nella nostra scuola abbiamo messo la fibra a 300 mega, senza perdere tempo, ma tanti istituti tecnici e professionali non ne hanno avuto la possibilità. Mediamente sono ancora molti gli studenti che dovranno arrangiarsi con lezioni da soli, senza potersi collegare». Nel Lazio, da lunedì 26 ottobre le istituzioni scolastiche secondarie di secondo grado incrementano il ricorso alla didattica digitale integrata per una quota pari al 50% degli studenti, con esclusione degli iscritti al primo anno, mentre le università la utilizzeranno al 75 per cento, come prevede il nuovo Dpcm. «Nelle scuole con più di 1.000 ragazzi e circa 130 docenti, sarà ben difficile pensare che tutti gli insegnanti possano collegarsi con i loro allievi, considerando la qualità delle connessioni a Internet», interviene Mario Rusconi, presidente dell'Associazione presidi (Anp) del Lazio. «Fuori dal Raccordo anulare, centinaia di istituti hanno problemi di fibra. C'è scarsa copertura e non si è ancora pensato a potenziarla. Figuriamoci se devono fare didattica a distanza con ragazzi che abitano ancora più fuori Roma e che sono serviti malissimo dalle telecomunicazioni». Sulla multimedialità rischia di bloccarsi anche la scuola da remoto, dopo lo stop alla frequenza. Se problemi ci sono in Lombardia e Lazio, figuriamoci quale situazione si trovano ad affrontare gli insegnanti della Campania, della Calabria o della Sicilia. «Tutti gli uffici scolastici regionali dovrebbero pubblicare le sofferenze degli istituti, così da rendere ben chiara la situazione della Dad nel nostro Paese», suggerisce Rusconi. Che aggiunge: «Scordiamoci che basti consegnare un computer per rendere un docente esperto di didattica interattiva. In primavera siamo stati tutti costretti ad arrangiarci, ma dopo nulla è stato fatto per formare gli insegnanti. Se non la sai fare, la Dad, dopo due giorni gli studenti si annoiano e non riescono più a seguirti». Prima ancora di stancarsi, è purtroppo certo che per migliaia di ragazzi la scuola si ferma nuovamente. Il presidente della Sicilia, Nello Musumeci, ieri ha firmato l'ordinanza restrittiva che dispone la sospensione delle lezioni in presenza perché i contagi preoccupano. E adesso chi seguirà i ragazzi a casa? Secondo un'indagine condotta dalla Sird, la Società italiana di ricerca didattica, la percentuale degli studenti del Sud e delle Isole non raggiunti dalla Dad durante il lockdown è stata del 20%. Un numero preoccupante di giovani non coinvolti nello studio e che si troveranno ancora una volta abbandonati a sé stessi in regioni dove almeno la scuola dovrebbe essere un presidio garantito. A breve anche la Sardegna chiuderà i cancelli degli istituti e prima ancora del nuovo Dpcm, i segnali che arrivano da ogni parte del Paese fanno pensare a un lockdown generalizzato. A tirare un sospiro di sollievo sarà solo il commissario straordinario per l'emergenza, Domenico Arcuri, che non dovrà rispondere dell'ennesima figuraccia. Sono stati consegnati, infatti, solo 1,5 milioni di banchi dei 2,4 milioni promessi alle scuole entro il 31 ottobre. Ne mancano all'appello ben 900.000. Tra una settimana scatta la scadenza imposta ai produttori, impegnati giorno e notte a realizzare banchi tradizionali e innovative sedute monoposto, cioè quelle ridicole con le rotelle. Forse a fine mese qualche consegna in più sarà stata fatta, ma se tutte le scuole chiuderanno Arcuri non dovrà spiegare perché «gli sono sfuggiti» almeno mezzo milione di banchi. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lezioni-a-distanza-alle-superiori-e-mancano-ancora-900-000-banchi-2648484210.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="franceschini-fan-del-tutto-chiuso-ma-con-le-dovute-eccezioni-a-sinistra" data-post-id="2648484210" data-published-at="1603566151" data-use-pagination="False"> Franceschini fan del «tutto chiuso» ma con le dovute eccezioni a sinistra Un appello per la resistenza artistica contro il virus, perché «la cultura non deve tacere mai». A formularlo, ospite giovedì sera a Piazza pulita negli studi di Corrado Formigli, è stato Stefano Massini che, con un intervento intitolato «esistere è resistere», ha condiviso la sua esperienza al Piccolo Teatro di Milano dove la sera prima ha radunato ben 200 presenze di pubblico, facendo il pienone. Non solo. «All'uscita», ha aggiunto Massini, «ho incontrato una persona con una donna molto anziana: la madre». Quest'ultima si è avvicinata al drammaturgo protetta da guanti, visiera e mascherina per dirgli che giammai sarebbe disposta a rinunciare al teatro, «a costo di vestirsi da palombaro». A partire da questo episodio, Massini, citando il compositore Dmitrij Šostakovič - che nel 1941 continuò a esercitarsi durante l'assedio di Leningrado -, ha rivolto ai telespettatori di La7 un accorato appello, pur osservando i coprifuoco, a continuare a recarsi agli spettacoli perché «il teatro, la cultura e la danza sono il primo vaccino affinché ciò che accade non sia vissuto in modo distruttivo ma costruttivo». «La cultura non deve tacere mai», ha inoltre aggiunto l'ospite di Formigli, «perché la cultura è tutto». Poche ore e le parole di Massini hanno ricevuto la più istituzionale delle risposte, quella del ministro per i Beni e le attività culturali e per il turismo, Dario Franceschini, che in una nota ha dichiarato: «Grazie a Stefano Massini per il suo bellissimo intervento “Esistere è resistere". Il digitale non sostituirà mai l'esperienza dal vivo, ma in questa fase può sostenere il teatro e tutto lo spettacolo dal vivo. Stasera vedo “Storie" di Stefano in diretta sui social del Piccolo Teatro di Milano». Ora, se la situazione, ahinoi, non fosse drammatica ci sarebbe quasi da ridere dal momento che, con queste parole, il ministro Franceschini non ha affatto accolto all'appello di Massini, il quale non chiedeva collegarsi «in diretta sui social»; al contrario, la richiesta dello scrittore, peraltro molto esplicita, era quella di recarsi fisicamente a teatro nonostante la pandemia, ed è singolare che il ministro non abbia colto questo aspetto semplicemente centrale. Allo stesso modo, colpisce che - al di là dell'adesione assai contraddittoria alla richiesta di Massini - il ministro Franceschini che oggi, comprensibilmente, incoraggia il mondo della cultura e del teatro a continuare ad andare avanti, sia lo stesso che, insieme al ministro della Salute Roberto Speranza, è più favorevole alle misure più restrittive per il contrasto alla pandemia da coronavirus. Il che fa sorgere il dubbio che l'esponente del Pd, con la medesima convinzione con cui da un lato sostiene il mondo della cultura, dall'altro dimentichi del fatto che, se la cultura è certamente anche lavoro per tante persone, non tutto il lavoro orbita attorno al mondo della cultura. Anche i gestori di palestre, per intenderci, alla pari dei ristoratori, degli albergatori, degli autisti di pullman, dei parrucchieri - solo per citare alcune delle categorie economiche più penalizzate sia dal coprifuoco, sia da nuove possibili misure restrittive ormai all'orizzonte - sono lavoratori che hanno il pieno diritto di sbarcare il lunario. Anche se non sono autori chic e da salotti, e magari mai hanno sentito parlare di Šostakovič, né possono contare su appelli in prima serata da parte di uomini di cultura.
Il condominio di Via Paruta 74 a Milano, dove è stato ritrovato il corpo della giovane Aurora Livoli (Getty Images)
In realtà, nel periodo tra la fallita espulsione e la concessione di un passaporto in regola, il presunto assassino (già, fino a che non sia intervenuta una sentenza definitiva, anche nel suo caso, nonostante le telecamere lo abbiano ripreso alle spalle di Aurora l’ultima volta che la giovane è stata vista viva, la colpevolezza è presunta) avrebbe dovuto essere trattenuto nel Cpr di Milano. Però al centro di via Corelli che avrebbe dovuto «ospitarlo» è stato rifiutato «a causa dell’inidoneità alla vita in comunità». Sì, avete letto bene: le forze dell’ordine avrebbero voluto impedirgli di andarsene a spasso per le note ragioni di pericolosità sociale, ma per «un’asserita patologia delle vie urinarie», certificata da un medico, Valdez Velazco è stato lasciato libero di tentare di violentare una ragazza alla fermata della metropolitana e di aggredire, e probabilmente uccidere, Aurora, una giovane che ha avuto il solo torto di incontrarlo.
Vi chiedete come sia possibile rimettere in circolazione una persona già finita in carcere (dove ha scontato solo parte della pena) per violenza sessuale, fermata per altre violenze commesse nel corso degli anni e per rapina aggravata, oltre che per immigrazione clandestina? La domanda va girata non soltanto ai magistrati che quasi sempre, con varie attenuanti, consentono a fior di delinquenti di trovare la scappatoia per non finire dietro le sbarre, ma anche a quella classe politica e giornalistica che ancora insiste a non voler vedere il nesso fra criminalità e immigrazione clandestina. Ogni volta che si mostrano i dati sugli arresti per stupro, per furto e rapina, costoro alzano sempre il ditino per spiegare che la maggioranza dei reati è commessa da italiani. È ovvio che in valore assoluto i connazionali figurano in cima alle classifiche, ma se si confrontano i numeri con la popolazione immigrata, basta un minimo di onestà per comprendere che il fenomeno della delinquenza d’importazione non è una percezione, come ogni tanto qualche «sinistrato» prova a spiegare.
La morte di Aurora, per cui immagino che né magistrati né opinionisti chiederanno scusa, dovrebbe essere di monito per cambiare le leggi sull’immigrazione clandestina, ma soprattutto per far comprendere che estendere dei diritti anche a chi non ha alcun titolo per beneficiarne può essere pericoloso. Le decisioni di rimettere in libertà o accogliere in Italia soggetti a rischio hanno delle conseguenze a carico delle persone più fragili. E Aurora era fra queste. Invece di essere aiutata è stata lasciata sola, nelle mani del suo assassino.
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Aurora Livoli, la giovane trovata morta in via Paruta a Milano il 30 dicembre 2025 (Ansa). Nel riquadro Emilio Gabriel Valdez Velazco, indagato per l’omicidio della diciannovenne
Questa la sua storia. Atterrato nel 2017 a Linate, nel 2019 diventa irregolare. Il prefetto di Milano emette nei suoi confronti il primo provvedimento di espulsione il 4 agosto e dopo due giorni il questore ordina l’accompagnamento coattivo alla frontiera. La storia poteva concludersi qui ma evidentemente il cinquantasettenne peruviano rientra in Italia perché nell’ottobre dello stesso anno commette la prima di una serie di violenze sessuali. Per quel crimine fu arrestato e condannato a nove anni, mai del tutto scontati.
Valdez Velazco che in questi nove anni intorno alla capitale lombarda ha cambiato diversi indirizzi e anche diversi nomi, (per un periodo si è fatto riconoscere come Emilio Gavriel Baldez, di un anno più giovane) ha anche altri precedenti: rapina aggravata, violenza sessuale e immigrazione clandestina. Una risorsa imperdibile per il nostro tessuto sociale insomma. La rapina più recente risale al 30 dicembre 2025, le altre due violenze sessuali a luglio del 2024 e del 2025, il reato di immigrazione clandestina lo commette il 25 marzo 2024. Ma perché l’uomo continuava a girare impunito su suolo italiano?
Il peruviano come se nulla fosse, il 16 giugno del 2023 richiede via posta il rilascio del permesso di soggiorno in quanto fratello di una cittadina italiana. Il permesso gli viene negato dal questore di Milano per motivi di pericolosità sociale, con molta calma, sei mesi dopo: l’11 gennaio 2024. Dopo altri due mesi e mezzo (nel frattempo aveva commesso un altro stupro), viene arrestato perché era rientrato in Italia prima che fossero decorsi cinque anni dall’esecuzione della precedente espulsione. Pertanto, nei suoi confronti viene adottato un nuovo provvedimento di espulsione per motivi di pericolosità sociale. Cacciato di nuovo dal questore, però, questa volta non lascia il Paese per via dell’ennesimo cavillo burocratico.
Non si riesce a farlo imbarcare immediatamente perché il suo passaporto risulta banalmente scaduto. Le autorità, per evitare di lasciarlo a piede libero, ritengono di chiedere l’assegnazione di un posto al Cpr affinché fosse possibile ottenere il lasciapassare da parte dell’autorità consolare. Qui avviene un altro cortocircuito del nostro folle sistema giudiziario. Il posto, assegnato dalla Direzione centrale dell’immigrazione e della Polizia delle frontiere presso il locale Centro di Milano-Corelli, è stato rifiutato per inidoneità alla vita in comunità. Ma non per la sua pericolosità, come ci si potrebbe aspettare, ma per un comune certificato medico. Velazco in quella circostanza dichiarò di avere una patologia urinaria. Ne segue un ordine a lasciare il territorio nazionale entro sette giorni, ma eccoci qui: l’uomo oggi risiede ancora in Italia. Vive a sbafo, in un appartamento a Cologno Monzese, mantenuto da una sua connazionale che fa la colf. Libero di girare per Milano e commettere crimini. Velazco agli inquirenti ha confermato di essere l’uomo nelle immagini della tentata rapina in metro a una studentessa, avvenuta appena un’ora prima delle immagini che lo ritraggono con Aurora la sera della sua morte. «Ero sotto l’effetto di stupefacenti», ha dichiarato di fronte al suo avvocato. Sul caso della diciannovenne ha chiesto invece di poter essere sentito giovedì. Per ora ci sono le immagini delle videocamere che lo ritraggono dietro di lei la notte che è stata strangolata a mani nude (come ricostruito dagli esperti). Ha scontato solo in parte una pena detentiva presso l’istituto penitenziario di Pavia per una violenza sessuale commessa nel 2019. Di certo c’è che Aurora Livoli è morta.
Viveva con i genitori adottivi a Monte San Biagio, in Provincia di Latina. Aveva solo 19 anni, una vita intera davanti, esaurita miseramente in un cortile di Milano.
Quello di Velazco non è il primo caso di irregolari criminali in Italia con decreto di espulsione. Lo denunciava già mesi fa Sara Kelany, deputato e responsabile nazionale del dipartimento Immigrazione di Fratelli d’Italia. «Da quando il governo ha deciso di aprire il Cpr di Gjader anche ai migranti già destinatari in Italia di un provvedimento di espulsione sono giunte alcune sentenze, dal sapore ancora una volta ideologico, che fino ad oggi hanno avuto l’effetto di rimettere a piede libero ben 14 soggetti pericolosi trattenuti nel centro in Albania in attesa di rimpatrio», denunciava già nel maggio 2025. «È bastato che questi signori presentassero una domanda d’asilo perché si trasformassero in rifugiati da tutelare, ignorando sia il fatto che la loro richiesta fosse stata dichiarata manifestamente infondata sia il loro curriculum criminale».
Kelany parla di «soggetti con condanne penali per reati gravissimi: furti, rapine, tentati omicidi, violenze sessuali, pedopornografia». Fatti gravissimi che costringono a domandarsi fino a che punto sono disposte rischiare le toghe politicizzate che da mesi su questi temi fanno la guerra al governo. Sperando che la risposta non sia altre rapine, altre violenze, altri femminicidi.
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Abbiamo lasciato la nostra eroina, Jean Batten, ormai famosissima. Vediamo il resto della sua fantastica vita.