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2020-10-25
Lezioni a distanza alle superiori. E mancano ancora 900.000 banchi
Ansa
Da domani centinaia di migliaia di ragazzi faranno lezione in pantofole, senza mascherina. Nella cucina di casa o, i più fortunati, in un angolo studio, sempre che abbiano un computer, un tablet e una buona connessione a Internet.
In diverse regioni italiane parte la Dad, acronimo della tanto esecrata didattica a distanza, diventata inevitabile per i governatori che vogliono ridurre i contagi anche a scuola. Ma nella bozza del nuovo Dpcm si vuole che tutte le scuole superiori italiane facciano didattica da remoto per il 75% delle attività. Solo per elementari e medie sarà garantita la presenza. Intanto, da lunedì è certo che non riaprono i cancelli degli istituti superiori di Lombardia, Campania, Calabria, Puglia, Sicilia. Altri territori hanno già deciso lo stop al 50% della presenza, con ricorso alla didattica digitale integrata. L'hanno fatto le ordinanze del Piemonte e del Lazio (per le seconde fino alle quinte), della Liguria, delle Marche, dell'Umbria, della Basilicata. Preannunciate misure analoghe anche in Veneto, Toscana, Sardegna mentre in Alto Adige dal 9 novembre la scuola italiana integrerà la didattica in presenza con il 30% di lezioni online. Perfino la Bocconi lascia fuori dalle aule i suoi 14.500 studenti. «In attesa di possibili provvedimenti che verranno emanati in questi giorni», l'università università dell'establishment «erogherà esclusivamente a distanza la didattica degli insegnamenti afferenti ai corsi di laurea e laurea magistrale», ha comunicato agli iscritti il rettore, Gianmario Verona. Si parte con due settimane di lezioni online, ma è l'inizio di un nuovo stop allo studio in presenza.
Tutti pronti ai collegamenti in remoto? Niente affatto. In Lombardia, solo domani l'Ufficio scolastico regionale comunicherà se gli insegnanti si dovranno recare a scuola, per la Dad, e se i lavoratori fragili potranno impartire lezioni da casa. «In queste ore so che stanno monitorando la situazione degli istituti, per valutare quanti sono quelli pronti a partire. Per il momento c'è ancora confusone», fa sapere Giancarlo Sala, direttore scolastico del liceo classico e scientifico Antonio Banfi, a Vimercate, provincia di Monza e della Brianza. «Nella nostra scuola abbiamo messo la fibra a 300 mega, senza perdere tempo, ma tanti istituti tecnici e professionali non ne hanno avuto la possibilità. Mediamente sono ancora molti gli studenti che dovranno arrangiarsi con lezioni da soli, senza potersi collegare». Nel Lazio, da lunedì 26 ottobre le istituzioni scolastiche secondarie di secondo grado incrementano il ricorso alla didattica digitale integrata per una quota pari al 50% degli studenti, con esclusione degli iscritti al primo anno, mentre le università la utilizzeranno al 75 per cento, come prevede il nuovo Dpcm. «Nelle scuole con più di 1.000 ragazzi e circa 130 docenti, sarà ben difficile pensare che tutti gli insegnanti possano collegarsi con i loro allievi, considerando la qualità delle connessioni a Internet», interviene Mario Rusconi, presidente dell'Associazione presidi (Anp) del Lazio. «Fuori dal Raccordo anulare, centinaia di istituti hanno problemi di fibra. C'è scarsa copertura e non si è ancora pensato a potenziarla. Figuriamoci se devono fare didattica a distanza con ragazzi che abitano ancora più fuori Roma e che sono serviti malissimo dalle telecomunicazioni». Sulla multimedialità rischia di bloccarsi anche la scuola da remoto, dopo lo stop alla frequenza. Se problemi ci sono in Lombardia e Lazio, figuriamoci quale situazione si trovano ad affrontare gli insegnanti della Campania, della Calabria o della Sicilia. «Tutti gli uffici scolastici regionali dovrebbero pubblicare le sofferenze degli istituti, così da rendere ben chiara la situazione della Dad nel nostro Paese», suggerisce Rusconi. Che aggiunge: «Scordiamoci che basti consegnare un computer per rendere un docente esperto di didattica interattiva. In primavera siamo stati tutti costretti ad arrangiarci, ma dopo nulla è stato fatto per formare gli insegnanti. Se non la sai fare, la Dad, dopo due giorni gli studenti si annoiano e non riescono più a seguirti». Prima ancora di stancarsi, è purtroppo certo che per migliaia di ragazzi la scuola si ferma nuovamente.
Il presidente della Sicilia, Nello Musumeci, ieri ha firmato l'ordinanza restrittiva che dispone la sospensione delle lezioni in presenza perché i contagi preoccupano. E adesso chi seguirà i ragazzi a casa?
Secondo un'indagine condotta dalla Sird, la Società italiana di ricerca didattica, la percentuale degli studenti del Sud e delle Isole non raggiunti dalla Dad durante il lockdown è stata del 20%. Un numero preoccupante di giovani non coinvolti nello studio e che si troveranno ancora una volta abbandonati a sé stessi in regioni dove almeno la scuola dovrebbe essere un presidio garantito. A breve anche la Sardegna chiuderà i cancelli degli istituti e prima ancora del nuovo Dpcm, i segnali che arrivano da ogni parte del Paese fanno pensare a un lockdown generalizzato.
A tirare un sospiro di sollievo sarà solo il commissario straordinario per l'emergenza, Domenico Arcuri, che non dovrà rispondere dell'ennesima figuraccia. Sono stati consegnati, infatti, solo 1,5 milioni di banchi dei 2,4 milioni promessi alle scuole entro il 31 ottobre. Ne mancano all'appello ben 900.000. Tra una settimana scatta la scadenza imposta ai produttori, impegnati giorno e notte a realizzare banchi tradizionali e innovative sedute monoposto, cioè quelle ridicole con le rotelle. Forse a fine mese qualche consegna in più sarà stata fatta, ma se tutte le scuole chiuderanno Arcuri non dovrà spiegare perché «gli sono sfuggiti» almeno mezzo milione di banchi.
Franceschini fan del «tutto chiuso» ma con le dovute eccezioni a sinistra
Un appello per la resistenza artistica contro il virus, perché «la cultura non deve tacere mai». A formularlo, ospite giovedì sera a Piazza pulita negli studi di Corrado Formigli, è stato Stefano Massini che, con un intervento intitolato «esistere è resistere», ha condiviso la sua esperienza al Piccolo Teatro di Milano dove la sera prima ha radunato ben 200 presenze di pubblico, facendo il pienone. Non solo. «All'uscita», ha aggiunto Massini, «ho incontrato una persona con una donna molto anziana: la madre». Quest'ultima si è avvicinata al drammaturgo protetta da guanti, visiera e mascherina per dirgli che giammai sarebbe disposta a rinunciare al teatro, «a costo di vestirsi da palombaro».
A partire da questo episodio, Massini, citando il compositore Dmitrij Šostakovič - che nel 1941 continuò a esercitarsi durante l'assedio di Leningrado -, ha rivolto ai telespettatori di La7 un accorato appello, pur osservando i coprifuoco, a continuare a recarsi agli spettacoli perché «il teatro, la cultura e la danza sono il primo vaccino affinché ciò che accade non sia vissuto in modo distruttivo ma costruttivo». «La cultura non deve tacere mai», ha inoltre aggiunto l'ospite di Formigli, «perché la cultura è tutto».
Poche ore e le parole di Massini hanno ricevuto la più istituzionale delle risposte, quella del ministro per i Beni e le attività culturali e per il turismo, Dario Franceschini, che in una nota ha dichiarato: «Grazie a Stefano Massini per il suo bellissimo intervento “Esistere è resistere". Il digitale non sostituirà mai l'esperienza dal vivo, ma in questa fase può sostenere il teatro e tutto lo spettacolo dal vivo. Stasera vedo “Storie" di Stefano in diretta sui social del Piccolo Teatro di Milano».
Ora, se la situazione, ahinoi, non fosse drammatica ci sarebbe quasi da ridere dal momento che, con queste parole, il ministro Franceschini non ha affatto accolto all'appello di Massini, il quale non chiedeva collegarsi «in diretta sui social»; al contrario, la richiesta dello scrittore, peraltro molto esplicita, era quella di recarsi fisicamente a teatro nonostante la pandemia, ed è singolare che il ministro non abbia colto questo aspetto semplicemente centrale.
Allo stesso modo, colpisce che - al di là dell'adesione assai contraddittoria alla richiesta di Massini - il ministro Franceschini che oggi, comprensibilmente, incoraggia il mondo della cultura e del teatro a continuare ad andare avanti, sia lo stesso che, insieme al ministro della Salute Roberto Speranza, è più favorevole alle misure più restrittive per il contrasto alla pandemia da coronavirus. Il che fa sorgere il dubbio che l'esponente del Pd, con la medesima convinzione con cui da un lato sostiene il mondo della cultura, dall'altro dimentichi del fatto che, se la cultura è certamente anche lavoro per tante persone, non tutto il lavoro orbita attorno al mondo della cultura.
Anche i gestori di palestre, per intenderci, alla pari dei ristoratori, degli albergatori, degli autisti di pullman, dei parrucchieri - solo per citare alcune delle categorie economiche più penalizzate sia dal coprifuoco, sia da nuove possibili misure restrittive ormai all'orizzonte - sono lavoratori che hanno il pieno diritto di sbarcare il lunario. Anche se non sono autori chic e da salotti, e magari mai hanno sentito parlare di Šostakovič, né possono contare su appelli in prima serata da parte di uomini di cultura.
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Il nuovo dpcm mira a spedire a casa il 75% degli studenti di liceo. Intanto, sono le Regioni a chiudere gli istituti, dove procede a rilento la consegna dei monoposto. A Milano sospende i corsi in presenza anche la Bocconi.Il ministro Dario Franceschini tifa per le chiusure, ma con le dovute eccezioni a sinistra. Raccoglie l'appello degli attori per i teatri aperti. Perché la cultura fa chic.Lo speciale contiene due articoli.Da domani centinaia di migliaia di ragazzi faranno lezione in pantofole, senza mascherina. Nella cucina di casa o, i più fortunati, in un angolo studio, sempre che abbiano un computer, un tablet e una buona connessione a Internet. In diverse regioni italiane parte la Dad, acronimo della tanto esecrata didattica a distanza, diventata inevitabile per i governatori che vogliono ridurre i contagi anche a scuola. Ma nella bozza del nuovo Dpcm si vuole che tutte le scuole superiori italiane facciano didattica da remoto per il 75% delle attività. Solo per elementari e medie sarà garantita la presenza. Intanto, da lunedì è certo che non riaprono i cancelli degli istituti superiori di Lombardia, Campania, Calabria, Puglia, Sicilia. Altri territori hanno già deciso lo stop al 50% della presenza, con ricorso alla didattica digitale integrata. L'hanno fatto le ordinanze del Piemonte e del Lazio (per le seconde fino alle quinte), della Liguria, delle Marche, dell'Umbria, della Basilicata. Preannunciate misure analoghe anche in Veneto, Toscana, Sardegna mentre in Alto Adige dal 9 novembre la scuola italiana integrerà la didattica in presenza con il 30% di lezioni online. Perfino la Bocconi lascia fuori dalle aule i suoi 14.500 studenti. «In attesa di possibili provvedimenti che verranno emanati in questi giorni», l'università università dell'establishment «erogherà esclusivamente a distanza la didattica degli insegnamenti afferenti ai corsi di laurea e laurea magistrale», ha comunicato agli iscritti il rettore, Gianmario Verona. Si parte con due settimane di lezioni online, ma è l'inizio di un nuovo stop allo studio in presenza. Tutti pronti ai collegamenti in remoto? Niente affatto. In Lombardia, solo domani l'Ufficio scolastico regionale comunicherà se gli insegnanti si dovranno recare a scuola, per la Dad, e se i lavoratori fragili potranno impartire lezioni da casa. «In queste ore so che stanno monitorando la situazione degli istituti, per valutare quanti sono quelli pronti a partire. Per il momento c'è ancora confusone», fa sapere Giancarlo Sala, direttore scolastico del liceo classico e scientifico Antonio Banfi, a Vimercate, provincia di Monza e della Brianza. «Nella nostra scuola abbiamo messo la fibra a 300 mega, senza perdere tempo, ma tanti istituti tecnici e professionali non ne hanno avuto la possibilità. Mediamente sono ancora molti gli studenti che dovranno arrangiarsi con lezioni da soli, senza potersi collegare». Nel Lazio, da lunedì 26 ottobre le istituzioni scolastiche secondarie di secondo grado incrementano il ricorso alla didattica digitale integrata per una quota pari al 50% degli studenti, con esclusione degli iscritti al primo anno, mentre le università la utilizzeranno al 75 per cento, come prevede il nuovo Dpcm. «Nelle scuole con più di 1.000 ragazzi e circa 130 docenti, sarà ben difficile pensare che tutti gli insegnanti possano collegarsi con i loro allievi, considerando la qualità delle connessioni a Internet», interviene Mario Rusconi, presidente dell'Associazione presidi (Anp) del Lazio. «Fuori dal Raccordo anulare, centinaia di istituti hanno problemi di fibra. C'è scarsa copertura e non si è ancora pensato a potenziarla. Figuriamoci se devono fare didattica a distanza con ragazzi che abitano ancora più fuori Roma e che sono serviti malissimo dalle telecomunicazioni». Sulla multimedialità rischia di bloccarsi anche la scuola da remoto, dopo lo stop alla frequenza. Se problemi ci sono in Lombardia e Lazio, figuriamoci quale situazione si trovano ad affrontare gli insegnanti della Campania, della Calabria o della Sicilia. «Tutti gli uffici scolastici regionali dovrebbero pubblicare le sofferenze degli istituti, così da rendere ben chiara la situazione della Dad nel nostro Paese», suggerisce Rusconi. Che aggiunge: «Scordiamoci che basti consegnare un computer per rendere un docente esperto di didattica interattiva. In primavera siamo stati tutti costretti ad arrangiarci, ma dopo nulla è stato fatto per formare gli insegnanti. Se non la sai fare, la Dad, dopo due giorni gli studenti si annoiano e non riescono più a seguirti». Prima ancora di stancarsi, è purtroppo certo che per migliaia di ragazzi la scuola si ferma nuovamente. Il presidente della Sicilia, Nello Musumeci, ieri ha firmato l'ordinanza restrittiva che dispone la sospensione delle lezioni in presenza perché i contagi preoccupano. E adesso chi seguirà i ragazzi a casa? Secondo un'indagine condotta dalla Sird, la Società italiana di ricerca didattica, la percentuale degli studenti del Sud e delle Isole non raggiunti dalla Dad durante il lockdown è stata del 20%. Un numero preoccupante di giovani non coinvolti nello studio e che si troveranno ancora una volta abbandonati a sé stessi in regioni dove almeno la scuola dovrebbe essere un presidio garantito. A breve anche la Sardegna chiuderà i cancelli degli istituti e prima ancora del nuovo Dpcm, i segnali che arrivano da ogni parte del Paese fanno pensare a un lockdown generalizzato. A tirare un sospiro di sollievo sarà solo il commissario straordinario per l'emergenza, Domenico Arcuri, che non dovrà rispondere dell'ennesima figuraccia. Sono stati consegnati, infatti, solo 1,5 milioni di banchi dei 2,4 milioni promessi alle scuole entro il 31 ottobre. Ne mancano all'appello ben 900.000. Tra una settimana scatta la scadenza imposta ai produttori, impegnati giorno e notte a realizzare banchi tradizionali e innovative sedute monoposto, cioè quelle ridicole con le rotelle. Forse a fine mese qualche consegna in più sarà stata fatta, ma se tutte le scuole chiuderanno Arcuri non dovrà spiegare perché «gli sono sfuggiti» almeno mezzo milione di banchi. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lezioni-a-distanza-alle-superiori-e-mancano-ancora-900-000-banchi-2648484210.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="franceschini-fan-del-tutto-chiuso-ma-con-le-dovute-eccezioni-a-sinistra" data-post-id="2648484210" data-published-at="1603566151" data-use-pagination="False"> Franceschini fan del «tutto chiuso» ma con le dovute eccezioni a sinistra Un appello per la resistenza artistica contro il virus, perché «la cultura non deve tacere mai». A formularlo, ospite giovedì sera a Piazza pulita negli studi di Corrado Formigli, è stato Stefano Massini che, con un intervento intitolato «esistere è resistere», ha condiviso la sua esperienza al Piccolo Teatro di Milano dove la sera prima ha radunato ben 200 presenze di pubblico, facendo il pienone. Non solo. «All'uscita», ha aggiunto Massini, «ho incontrato una persona con una donna molto anziana: la madre». Quest'ultima si è avvicinata al drammaturgo protetta da guanti, visiera e mascherina per dirgli che giammai sarebbe disposta a rinunciare al teatro, «a costo di vestirsi da palombaro». A partire da questo episodio, Massini, citando il compositore Dmitrij Šostakovič - che nel 1941 continuò a esercitarsi durante l'assedio di Leningrado -, ha rivolto ai telespettatori di La7 un accorato appello, pur osservando i coprifuoco, a continuare a recarsi agli spettacoli perché «il teatro, la cultura e la danza sono il primo vaccino affinché ciò che accade non sia vissuto in modo distruttivo ma costruttivo». «La cultura non deve tacere mai», ha inoltre aggiunto l'ospite di Formigli, «perché la cultura è tutto». Poche ore e le parole di Massini hanno ricevuto la più istituzionale delle risposte, quella del ministro per i Beni e le attività culturali e per il turismo, Dario Franceschini, che in una nota ha dichiarato: «Grazie a Stefano Massini per il suo bellissimo intervento “Esistere è resistere". Il digitale non sostituirà mai l'esperienza dal vivo, ma in questa fase può sostenere il teatro e tutto lo spettacolo dal vivo. Stasera vedo “Storie" di Stefano in diretta sui social del Piccolo Teatro di Milano». Ora, se la situazione, ahinoi, non fosse drammatica ci sarebbe quasi da ridere dal momento che, con queste parole, il ministro Franceschini non ha affatto accolto all'appello di Massini, il quale non chiedeva collegarsi «in diretta sui social»; al contrario, la richiesta dello scrittore, peraltro molto esplicita, era quella di recarsi fisicamente a teatro nonostante la pandemia, ed è singolare che il ministro non abbia colto questo aspetto semplicemente centrale. Allo stesso modo, colpisce che - al di là dell'adesione assai contraddittoria alla richiesta di Massini - il ministro Franceschini che oggi, comprensibilmente, incoraggia il mondo della cultura e del teatro a continuare ad andare avanti, sia lo stesso che, insieme al ministro della Salute Roberto Speranza, è più favorevole alle misure più restrittive per il contrasto alla pandemia da coronavirus. Il che fa sorgere il dubbio che l'esponente del Pd, con la medesima convinzione con cui da un lato sostiene il mondo della cultura, dall'altro dimentichi del fatto che, se la cultura è certamente anche lavoro per tante persone, non tutto il lavoro orbita attorno al mondo della cultura. Anche i gestori di palestre, per intenderci, alla pari dei ristoratori, degli albergatori, degli autisti di pullman, dei parrucchieri - solo per citare alcune delle categorie economiche più penalizzate sia dal coprifuoco, sia da nuove possibili misure restrittive ormai all'orizzonte - sono lavoratori che hanno il pieno diritto di sbarcare il lunario. Anche se non sono autori chic e da salotti, e magari mai hanno sentito parlare di Šostakovič, né possono contare su appelli in prima serata da parte di uomini di cultura.
Friedrich Merz (Ansa)
Il dissenso della gioventù aveva provocato forti tensioni all’interno della maggioranza tanto da far rischiare la prima crisi di governo seria per Merz. Il via libera del parlamento tedesco, dunque, segna di fatto una crisi politica enorme e pure lo scollamento della democrazia tra maggioranza effettiva e maggioranza dopata. Come già era accaduto in Francia, la materia pensionistica è l’iceberg contro cui si schiantano i… Titanic: Macron prima, Merz adesso. Il presidente francese sulle pensioni ha visto la rottura dei suoi governi per l’incalzare di rivolte popolari e questo in carica guidato da Lecornu ha dovuto congelare la materia per non lasciarci le penne. Del resto in Europa non è il solo che naviga a vista, non curante della sfiducia nel Paese: in Spagna il governo Sánchez è in piena crisi di consensi per i casi di corruzione scoppiati nel partito e in casa, e pure l’accordo coi i catalani e coi baschi rischia di far deragliare l’esecutivo sulla finanziaria. In Olanda non c’è ancora un governo. In Belgio il primo ministro De Wever ha chiesto altro tempo al re Filippo per superare lo stallo sulla legge di bilancio che si annuncia lacrime e sangue. In Germania - dicevamo - il governo si è salvato per l’appoggio determinante della sinistra radicale, aprendo quindi un tema politico che lascerà strascichi dei quali beneficerà Afd, partito assai attrattivo proprio tra i giovani.
I tre voti con i quali Merz si è salvato peseranno tantissimo e manterranno acceso il dibattito proprio su una questione ancestrale: l’aumento del debito pubblico. «Questo disegno di legge va contro le mie convinzioni fondamentali, contro tutto ciò per cui sono entrato in politica», ha dichiarato a nome della Junge Union Gruppe Pascal Reddig durante il dibattito. Lui è uno dei diciotto che avrebbe voluto affossare la stabilizzazione previdenziale anche a costo di mandare sotto il governo: il gruppo dei giovani non aveva mai preso in considerazione l’idea di caricare sulle spalle delle future generazioni 115 miliardi di costi aggiuntivi a partire dal 2031.
E senza quei 18 sì, il governo sarebbe finito al tappeto. Quindi ecco la solita minestrina riscaldata della sopravvivenza politica a qualsiasi costo: l’astensione dai banchi dell’opposizione del partito di estrema sinistra Die Linke, per effetto della quale si è ridotto il numero di voti necessari per l'approvazione. E i giovani? E le loro idee?
Merz ha affermato che le preoccupazioni della Junge Union saranno prese in considerazione in una revisione più ampia del sistema pensionistico prevista per il 2026, che affronterà anche la spinosa questione dell'innalzamento dell'età pensionabile. Un bel modo per cercare di salvare il salvabile. Anche se ora arriva pure la tegola della riforma della leva: il parlamento tedesco ha infatti approvato la modernizzazione del servizio militare nel Paese, introducendo una visita medica obbligatoria per i giovani diciottenni e la possibilità di ripristinare la leva obbligatoria in caso di carenza di volontari. Un altro passo verso la piena militarizzazione, materia su cui l’opinione pubblica tedesca è in profondo disaccordo e che Afd sta cavalcando. Sempre che la democrazia non deciderà di fermare Afd…
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«The Rainmaker» (Sky)
The Rainmaker, versione serie televisiva, sarà disponibile su Sky Exclusive a partire dalla prima serata di venerdì 5 dicembre. E allora l'abisso immenso della legalità, i suoi chiaroscuri, le zone d'ombra soggette a manovre e interpretazioni personali torneranno protagonisti. Non a Memphis, dov'era ambientato il romanzo originale, bensì a Charleston, nella Carolina del Sud.
Il rainmaker di Grisham, il ragazzo che - fresco di laurea - aveva fantasticato sulla possibilità di essere l'uomo della pioggia in uno degli studi legali più prestigiosi di Memphis, è lontano dal suo corrispettivo moderno. E non solo per via di una città diversa. Rudy Baylor, stesso nome, stesso percorso dell'originale, ha l'anima candida del giovane di belle speranze, certo che sia tutto possibile, che le idee valgano più dei fatti. Ma quando, appena dopo la laurea in Giurisprudenza, si trova tirocinante all'interno di uno studio fra i più blasonati, capisce bene di aver peccato: troppo romanticismo, troppo incanto. In una parola, troppa ingenuità.
Rudy Baylor avrebbe voluto essere colui che poteva portare più clienti al suddetto studio. Invece, finisce per scontrarsi con un collega più anziano nel giorno dell'esordio, i suoi sogni impacchettati come fossero cosa di poco conto. Rudy deve trovare altro: un altro impiego, un'altra strada. E finisce per trovarla accanto a Bruiser Stone, qui donna, ben lontana dall'essere una professionista integerrima. Qui, i percorsi divergono.
The Rainmaker, versione serie televisiva, si discosta da The Rainmaker versione carta o versione film. Cambia la trama, non, però, la sostanza. Quel che lo show, in dieci episodi, vuole cercare di raccontare quanto complessa possa essere l'applicazione nel mondo reale di categorie di pensiero apprese in astratto. I confini sono labili, ciascuno disposto ad estenderli così da inglobarvi il proprio interesse personale. Quel che dovrebbe essere scontato e oggettivo, la definizione di giusto o sbagliato, sfuma. E non vi è più certezza. Nemmeno quella basilare del singolo, che credeva di aver capito quanto meno se stesso. Rudy Baylor, all'interno di questa serie, a mezza via tra giallo e legal drama, deve, dunque, fare quel che ha fatto il suo predecessore: smettere ogni sua certezza e camminare al di fuori della propria zona di comfort, alla ricerca perpetua di un compromesso che non gli tolga il sonno.
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Mentre l’Europa è strangolata da una crisi industriale senza precedenti, la Commissione europea offre alla casa automobilistica tedesca una tregua dalle misure anti-sovvenzioni. Questo armistizio, richiesto da VW Anhui, che produce il modello Cupra in Cina, rappresenta la chiusura del cerchio della de-industrializzazione europea. Attualmente, la VW paga un dazio anti-sovvenzione del 20,7 per cento sui modelli Cupra fabbricati in Cina, che si aggiunge alla tariffa base del 10 per cento. L’offerta di VW, avanzata attraverso la sua sussidiaria Seat/Cupra, propone, in alternativa al dazio, una quota di importazione annuale e un prezzo minimo di importazione, meccanismi che, se accettati da Bruxelles, esenterebbero il colosso tedesco dal pagare i dazi. Non si tratta di una congiuntura, ma di un disegno premeditato. Pochi giorni fa, la stessa Volkswagen ha annunciato come un trionfo di essere in grado di produrre veicoli elettrici interamente sviluppati e realizzati in Cina per la metà del costo rispetto alla produzione in Europa, grazie alle efficienze della catena di approvvigionamento, all’acquisto di batterie e ai costi del lavoro notevolmente inferiori. Per dare un’idea della voragine competitiva, secondo una analisi Reuters del 2024 un operaio VW tedesco costa in media 59 euro l’ora, contro i soli 3 dollari l’ora in Cina. L’intera base produttiva europea è già in ginocchio. La pressione dei sindacati e dei politici tedeschi per produrre veicoli elettrici in patria, nel tentativo di tutelare i posti di lavoro, si è trasformata in un calice avvelenato, secondo una azzeccata espressione dell’analista Justin Cox.
I dati sono impietosi: l’utilizzo medio della capacità produttiva nelle fabbriche di veicoli leggeri in Europa è sceso al 60% nel 2023, ma nei paesi ad alto costo (Germania, Francia, Italia e Regno Unito) è crollato al 54%. Una capacità di utilizzo inferiore al 70% è considerata il minimo per la redditività.
Il risultato? Centinaia di migliaia di posti di lavoro che rischiano di scomparire in breve tempo. Volkswagen, che ha investito miliardi in Cina nel tentativo di rimanere competitiva su quel mercato, sta tagliando drasticamente l’occupazione in patria. L’accordo con i sindacati prevede la soppressione di 35.000 posti di lavoro entro il 2030 in Germania. Il marchio VW sta già riducendo la capacità produttiva in Germania del 40%, chiudendo linee per 734.000 veicoli. Persino stabilimenti storici come quello di Osnabrück rischiano la chiusura entro il 2027.
Anziché imporre una protezione doganale forte contro la concorrenza cinese, l’Ue si siede al tavolo per negoziare esenzioni personalizzate per le sue stesse aziende che delocalizzano in Oriente.
Questa politica di suicidio economico ha molto padri, tra cui le case automobilistiche tedesche. Mercedes e Bmw, insieme a VW, fecero pressioni a suo tempo contro l’imposizione di dazi Ue più elevati, temendo che una guerra commerciale potesse danneggiare le loro vendite in Cina, il mercato più grande del mondo e cruciale per i loro profitti. L’Associazione dell’industria automobilistica tedesca (Vda) ha definito i dazi «un errore» e ha sostenuto una soluzione negoziata con Pechino.
La disastrosa svolta all’elettrico imposta da Bruxelles si avvia a essere attenuata con l’apertura (forse) alle immatricolazioni di motori a combustione e ibridi anche dopo il 2035, ma ha creato l’instabilità perfetta per l’ingresso trionfale della Cina nel settore. I produttori europei, combattendo con veicoli elettrici ad alto costo che non vendono come previsto (l’Ev più economico di VW, l’ID.3, costa oltre 36.000 euro), hanno perso quote di mercato e hanno dovuto ridimensionare obiettivi, profitti e occupazione in Europa. A tal riguardo, ieri il premier Giorgia Meloni, insieme ai leader di Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Bulgaria e Ungheria, in una lettera ai vertici Ue, ha esortato l’Unione ad abbandonare, una volta per tutte, il dogmatismo ideologico che ha messo in ginocchio interi settori produttivi, senza peraltro apportare benefici tangibili in termini di emissioni globali». Nel testo, si chiede di mantenere anche dopo il 2035 le ibride e di riconoscere i biocarburanti come carburanti a emissioni zero.
L’Ue, che sempre pretende un primato morale, ha in realtà creato le condizioni perfette per svuotare il continente di produzione industriale. Accettare esenzioni dai dazi sull’import dalle aziende che hanno traslocato in Cina è la beatificazione della delocalizzazione. L’Europa si avvia a diventare uno showroom per prodotti asiatici, con le sue fabbriche ridotte a ruderi. Paradossalmente, diverse case automobilistiche cinesi stanno delocalizzando in Europa, dove progettano di assemblare i veicoli e venderli localmente, aggirando così i dazi europei. La Great Wall Motors progetta di aprire stabilimenti in Spagna e Ungheria per assemblare i veicoli. Anche considerando i più alti costi del lavoro europei (16 euro in Ungheria, dato Reuters), i cinesi pensano di riuscire ad essere più competitivi dei concorrenti locali. Per convenienza, i marchi europei vanno in Cina e quelli cinesi vengono in Europa, insomma. A perderci sono i lavoratori europei.
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