True
2020-10-25
Lezioni a distanza alle superiori. E mancano ancora 900.000 banchi
Ansa
Da domani centinaia di migliaia di ragazzi faranno lezione in pantofole, senza mascherina. Nella cucina di casa o, i più fortunati, in un angolo studio, sempre che abbiano un computer, un tablet e una buona connessione a Internet.
In diverse regioni italiane parte la Dad, acronimo della tanto esecrata didattica a distanza, diventata inevitabile per i governatori che vogliono ridurre i contagi anche a scuola. Ma nella bozza del nuovo Dpcm si vuole che tutte le scuole superiori italiane facciano didattica da remoto per il 75% delle attività. Solo per elementari e medie sarà garantita la presenza. Intanto, da lunedì è certo che non riaprono i cancelli degli istituti superiori di Lombardia, Campania, Calabria, Puglia, Sicilia. Altri territori hanno già deciso lo stop al 50% della presenza, con ricorso alla didattica digitale integrata. L'hanno fatto le ordinanze del Piemonte e del Lazio (per le seconde fino alle quinte), della Liguria, delle Marche, dell'Umbria, della Basilicata. Preannunciate misure analoghe anche in Veneto, Toscana, Sardegna mentre in Alto Adige dal 9 novembre la scuola italiana integrerà la didattica in presenza con il 30% di lezioni online. Perfino la Bocconi lascia fuori dalle aule i suoi 14.500 studenti. «In attesa di possibili provvedimenti che verranno emanati in questi giorni», l'università università dell'establishment «erogherà esclusivamente a distanza la didattica degli insegnamenti afferenti ai corsi di laurea e laurea magistrale», ha comunicato agli iscritti il rettore, Gianmario Verona. Si parte con due settimane di lezioni online, ma è l'inizio di un nuovo stop allo studio in presenza.
Tutti pronti ai collegamenti in remoto? Niente affatto. In Lombardia, solo domani l'Ufficio scolastico regionale comunicherà se gli insegnanti si dovranno recare a scuola, per la Dad, e se i lavoratori fragili potranno impartire lezioni da casa. «In queste ore so che stanno monitorando la situazione degli istituti, per valutare quanti sono quelli pronti a partire. Per il momento c'è ancora confusone», fa sapere Giancarlo Sala, direttore scolastico del liceo classico e scientifico Antonio Banfi, a Vimercate, provincia di Monza e della Brianza. «Nella nostra scuola abbiamo messo la fibra a 300 mega, senza perdere tempo, ma tanti istituti tecnici e professionali non ne hanno avuto la possibilità. Mediamente sono ancora molti gli studenti che dovranno arrangiarsi con lezioni da soli, senza potersi collegare». Nel Lazio, da lunedì 26 ottobre le istituzioni scolastiche secondarie di secondo grado incrementano il ricorso alla didattica digitale integrata per una quota pari al 50% degli studenti, con esclusione degli iscritti al primo anno, mentre le università la utilizzeranno al 75 per cento, come prevede il nuovo Dpcm. «Nelle scuole con più di 1.000 ragazzi e circa 130 docenti, sarà ben difficile pensare che tutti gli insegnanti possano collegarsi con i loro allievi, considerando la qualità delle connessioni a Internet», interviene Mario Rusconi, presidente dell'Associazione presidi (Anp) del Lazio. «Fuori dal Raccordo anulare, centinaia di istituti hanno problemi di fibra. C'è scarsa copertura e non si è ancora pensato a potenziarla. Figuriamoci se devono fare didattica a distanza con ragazzi che abitano ancora più fuori Roma e che sono serviti malissimo dalle telecomunicazioni». Sulla multimedialità rischia di bloccarsi anche la scuola da remoto, dopo lo stop alla frequenza. Se problemi ci sono in Lombardia e Lazio, figuriamoci quale situazione si trovano ad affrontare gli insegnanti della Campania, della Calabria o della Sicilia. «Tutti gli uffici scolastici regionali dovrebbero pubblicare le sofferenze degli istituti, così da rendere ben chiara la situazione della Dad nel nostro Paese», suggerisce Rusconi. Che aggiunge: «Scordiamoci che basti consegnare un computer per rendere un docente esperto di didattica interattiva. In primavera siamo stati tutti costretti ad arrangiarci, ma dopo nulla è stato fatto per formare gli insegnanti. Se non la sai fare, la Dad, dopo due giorni gli studenti si annoiano e non riescono più a seguirti». Prima ancora di stancarsi, è purtroppo certo che per migliaia di ragazzi la scuola si ferma nuovamente.
Il presidente della Sicilia, Nello Musumeci, ieri ha firmato l'ordinanza restrittiva che dispone la sospensione delle lezioni in presenza perché i contagi preoccupano. E adesso chi seguirà i ragazzi a casa?
Secondo un'indagine condotta dalla Sird, la Società italiana di ricerca didattica, la percentuale degli studenti del Sud e delle Isole non raggiunti dalla Dad durante il lockdown è stata del 20%. Un numero preoccupante di giovani non coinvolti nello studio e che si troveranno ancora una volta abbandonati a sé stessi in regioni dove almeno la scuola dovrebbe essere un presidio garantito. A breve anche la Sardegna chiuderà i cancelli degli istituti e prima ancora del nuovo Dpcm, i segnali che arrivano da ogni parte del Paese fanno pensare a un lockdown generalizzato.
A tirare un sospiro di sollievo sarà solo il commissario straordinario per l'emergenza, Domenico Arcuri, che non dovrà rispondere dell'ennesima figuraccia. Sono stati consegnati, infatti, solo 1,5 milioni di banchi dei 2,4 milioni promessi alle scuole entro il 31 ottobre. Ne mancano all'appello ben 900.000. Tra una settimana scatta la scadenza imposta ai produttori, impegnati giorno e notte a realizzare banchi tradizionali e innovative sedute monoposto, cioè quelle ridicole con le rotelle. Forse a fine mese qualche consegna in più sarà stata fatta, ma se tutte le scuole chiuderanno Arcuri non dovrà spiegare perché «gli sono sfuggiti» almeno mezzo milione di banchi.
Franceschini fan del «tutto chiuso» ma con le dovute eccezioni a sinistra
Un appello per la resistenza artistica contro il virus, perché «la cultura non deve tacere mai». A formularlo, ospite giovedì sera a Piazza pulita negli studi di Corrado Formigli, è stato Stefano Massini che, con un intervento intitolato «esistere è resistere», ha condiviso la sua esperienza al Piccolo Teatro di Milano dove la sera prima ha radunato ben 200 presenze di pubblico, facendo il pienone. Non solo. «All'uscita», ha aggiunto Massini, «ho incontrato una persona con una donna molto anziana: la madre». Quest'ultima si è avvicinata al drammaturgo protetta da guanti, visiera e mascherina per dirgli che giammai sarebbe disposta a rinunciare al teatro, «a costo di vestirsi da palombaro».
A partire da questo episodio, Massini, citando il compositore Dmitrij Šostakovič - che nel 1941 continuò a esercitarsi durante l'assedio di Leningrado -, ha rivolto ai telespettatori di La7 un accorato appello, pur osservando i coprifuoco, a continuare a recarsi agli spettacoli perché «il teatro, la cultura e la danza sono il primo vaccino affinché ciò che accade non sia vissuto in modo distruttivo ma costruttivo». «La cultura non deve tacere mai», ha inoltre aggiunto l'ospite di Formigli, «perché la cultura è tutto».
Poche ore e le parole di Massini hanno ricevuto la più istituzionale delle risposte, quella del ministro per i Beni e le attività culturali e per il turismo, Dario Franceschini, che in una nota ha dichiarato: «Grazie a Stefano Massini per il suo bellissimo intervento “Esistere è resistere". Il digitale non sostituirà mai l'esperienza dal vivo, ma in questa fase può sostenere il teatro e tutto lo spettacolo dal vivo. Stasera vedo “Storie" di Stefano in diretta sui social del Piccolo Teatro di Milano».
Ora, se la situazione, ahinoi, non fosse drammatica ci sarebbe quasi da ridere dal momento che, con queste parole, il ministro Franceschini non ha affatto accolto all'appello di Massini, il quale non chiedeva collegarsi «in diretta sui social»; al contrario, la richiesta dello scrittore, peraltro molto esplicita, era quella di recarsi fisicamente a teatro nonostante la pandemia, ed è singolare che il ministro non abbia colto questo aspetto semplicemente centrale.
Allo stesso modo, colpisce che - al di là dell'adesione assai contraddittoria alla richiesta di Massini - il ministro Franceschini che oggi, comprensibilmente, incoraggia il mondo della cultura e del teatro a continuare ad andare avanti, sia lo stesso che, insieme al ministro della Salute Roberto Speranza, è più favorevole alle misure più restrittive per il contrasto alla pandemia da coronavirus. Il che fa sorgere il dubbio che l'esponente del Pd, con la medesima convinzione con cui da un lato sostiene il mondo della cultura, dall'altro dimentichi del fatto che, se la cultura è certamente anche lavoro per tante persone, non tutto il lavoro orbita attorno al mondo della cultura.
Anche i gestori di palestre, per intenderci, alla pari dei ristoratori, degli albergatori, degli autisti di pullman, dei parrucchieri - solo per citare alcune delle categorie economiche più penalizzate sia dal coprifuoco, sia da nuove possibili misure restrittive ormai all'orizzonte - sono lavoratori che hanno il pieno diritto di sbarcare il lunario. Anche se non sono autori chic e da salotti, e magari mai hanno sentito parlare di Šostakovič, né possono contare su appelli in prima serata da parte di uomini di cultura.
Continua a leggereRiduci
Il nuovo dpcm mira a spedire a casa il 75% degli studenti di liceo. Intanto, sono le Regioni a chiudere gli istituti, dove procede a rilento la consegna dei monoposto. A Milano sospende i corsi in presenza anche la Bocconi.Il ministro Dario Franceschini tifa per le chiusure, ma con le dovute eccezioni a sinistra. Raccoglie l'appello degli attori per i teatri aperti. Perché la cultura fa chic.Lo speciale contiene due articoli.Da domani centinaia di migliaia di ragazzi faranno lezione in pantofole, senza mascherina. Nella cucina di casa o, i più fortunati, in un angolo studio, sempre che abbiano un computer, un tablet e una buona connessione a Internet. In diverse regioni italiane parte la Dad, acronimo della tanto esecrata didattica a distanza, diventata inevitabile per i governatori che vogliono ridurre i contagi anche a scuola. Ma nella bozza del nuovo Dpcm si vuole che tutte le scuole superiori italiane facciano didattica da remoto per il 75% delle attività. Solo per elementari e medie sarà garantita la presenza. Intanto, da lunedì è certo che non riaprono i cancelli degli istituti superiori di Lombardia, Campania, Calabria, Puglia, Sicilia. Altri territori hanno già deciso lo stop al 50% della presenza, con ricorso alla didattica digitale integrata. L'hanno fatto le ordinanze del Piemonte e del Lazio (per le seconde fino alle quinte), della Liguria, delle Marche, dell'Umbria, della Basilicata. Preannunciate misure analoghe anche in Veneto, Toscana, Sardegna mentre in Alto Adige dal 9 novembre la scuola italiana integrerà la didattica in presenza con il 30% di lezioni online. Perfino la Bocconi lascia fuori dalle aule i suoi 14.500 studenti. «In attesa di possibili provvedimenti che verranno emanati in questi giorni», l'università università dell'establishment «erogherà esclusivamente a distanza la didattica degli insegnamenti afferenti ai corsi di laurea e laurea magistrale», ha comunicato agli iscritti il rettore, Gianmario Verona. Si parte con due settimane di lezioni online, ma è l'inizio di un nuovo stop allo studio in presenza. Tutti pronti ai collegamenti in remoto? Niente affatto. In Lombardia, solo domani l'Ufficio scolastico regionale comunicherà se gli insegnanti si dovranno recare a scuola, per la Dad, e se i lavoratori fragili potranno impartire lezioni da casa. «In queste ore so che stanno monitorando la situazione degli istituti, per valutare quanti sono quelli pronti a partire. Per il momento c'è ancora confusone», fa sapere Giancarlo Sala, direttore scolastico del liceo classico e scientifico Antonio Banfi, a Vimercate, provincia di Monza e della Brianza. «Nella nostra scuola abbiamo messo la fibra a 300 mega, senza perdere tempo, ma tanti istituti tecnici e professionali non ne hanno avuto la possibilità. Mediamente sono ancora molti gli studenti che dovranno arrangiarsi con lezioni da soli, senza potersi collegare». Nel Lazio, da lunedì 26 ottobre le istituzioni scolastiche secondarie di secondo grado incrementano il ricorso alla didattica digitale integrata per una quota pari al 50% degli studenti, con esclusione degli iscritti al primo anno, mentre le università la utilizzeranno al 75 per cento, come prevede il nuovo Dpcm. «Nelle scuole con più di 1.000 ragazzi e circa 130 docenti, sarà ben difficile pensare che tutti gli insegnanti possano collegarsi con i loro allievi, considerando la qualità delle connessioni a Internet», interviene Mario Rusconi, presidente dell'Associazione presidi (Anp) del Lazio. «Fuori dal Raccordo anulare, centinaia di istituti hanno problemi di fibra. C'è scarsa copertura e non si è ancora pensato a potenziarla. Figuriamoci se devono fare didattica a distanza con ragazzi che abitano ancora più fuori Roma e che sono serviti malissimo dalle telecomunicazioni». Sulla multimedialità rischia di bloccarsi anche la scuola da remoto, dopo lo stop alla frequenza. Se problemi ci sono in Lombardia e Lazio, figuriamoci quale situazione si trovano ad affrontare gli insegnanti della Campania, della Calabria o della Sicilia. «Tutti gli uffici scolastici regionali dovrebbero pubblicare le sofferenze degli istituti, così da rendere ben chiara la situazione della Dad nel nostro Paese», suggerisce Rusconi. Che aggiunge: «Scordiamoci che basti consegnare un computer per rendere un docente esperto di didattica interattiva. In primavera siamo stati tutti costretti ad arrangiarci, ma dopo nulla è stato fatto per formare gli insegnanti. Se non la sai fare, la Dad, dopo due giorni gli studenti si annoiano e non riescono più a seguirti». Prima ancora di stancarsi, è purtroppo certo che per migliaia di ragazzi la scuola si ferma nuovamente. Il presidente della Sicilia, Nello Musumeci, ieri ha firmato l'ordinanza restrittiva che dispone la sospensione delle lezioni in presenza perché i contagi preoccupano. E adesso chi seguirà i ragazzi a casa? Secondo un'indagine condotta dalla Sird, la Società italiana di ricerca didattica, la percentuale degli studenti del Sud e delle Isole non raggiunti dalla Dad durante il lockdown è stata del 20%. Un numero preoccupante di giovani non coinvolti nello studio e che si troveranno ancora una volta abbandonati a sé stessi in regioni dove almeno la scuola dovrebbe essere un presidio garantito. A breve anche la Sardegna chiuderà i cancelli degli istituti e prima ancora del nuovo Dpcm, i segnali che arrivano da ogni parte del Paese fanno pensare a un lockdown generalizzato. A tirare un sospiro di sollievo sarà solo il commissario straordinario per l'emergenza, Domenico Arcuri, che non dovrà rispondere dell'ennesima figuraccia. Sono stati consegnati, infatti, solo 1,5 milioni di banchi dei 2,4 milioni promessi alle scuole entro il 31 ottobre. Ne mancano all'appello ben 900.000. Tra una settimana scatta la scadenza imposta ai produttori, impegnati giorno e notte a realizzare banchi tradizionali e innovative sedute monoposto, cioè quelle ridicole con le rotelle. Forse a fine mese qualche consegna in più sarà stata fatta, ma se tutte le scuole chiuderanno Arcuri non dovrà spiegare perché «gli sono sfuggiti» almeno mezzo milione di banchi. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lezioni-a-distanza-alle-superiori-e-mancano-ancora-900-000-banchi-2648484210.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="franceschini-fan-del-tutto-chiuso-ma-con-le-dovute-eccezioni-a-sinistra" data-post-id="2648484210" data-published-at="1603566151" data-use-pagination="False"> Franceschini fan del «tutto chiuso» ma con le dovute eccezioni a sinistra Un appello per la resistenza artistica contro il virus, perché «la cultura non deve tacere mai». A formularlo, ospite giovedì sera a Piazza pulita negli studi di Corrado Formigli, è stato Stefano Massini che, con un intervento intitolato «esistere è resistere», ha condiviso la sua esperienza al Piccolo Teatro di Milano dove la sera prima ha radunato ben 200 presenze di pubblico, facendo il pienone. Non solo. «All'uscita», ha aggiunto Massini, «ho incontrato una persona con una donna molto anziana: la madre». Quest'ultima si è avvicinata al drammaturgo protetta da guanti, visiera e mascherina per dirgli che giammai sarebbe disposta a rinunciare al teatro, «a costo di vestirsi da palombaro». A partire da questo episodio, Massini, citando il compositore Dmitrij Šostakovič - che nel 1941 continuò a esercitarsi durante l'assedio di Leningrado -, ha rivolto ai telespettatori di La7 un accorato appello, pur osservando i coprifuoco, a continuare a recarsi agli spettacoli perché «il teatro, la cultura e la danza sono il primo vaccino affinché ciò che accade non sia vissuto in modo distruttivo ma costruttivo». «La cultura non deve tacere mai», ha inoltre aggiunto l'ospite di Formigli, «perché la cultura è tutto». Poche ore e le parole di Massini hanno ricevuto la più istituzionale delle risposte, quella del ministro per i Beni e le attività culturali e per il turismo, Dario Franceschini, che in una nota ha dichiarato: «Grazie a Stefano Massini per il suo bellissimo intervento “Esistere è resistere". Il digitale non sostituirà mai l'esperienza dal vivo, ma in questa fase può sostenere il teatro e tutto lo spettacolo dal vivo. Stasera vedo “Storie" di Stefano in diretta sui social del Piccolo Teatro di Milano». Ora, se la situazione, ahinoi, non fosse drammatica ci sarebbe quasi da ridere dal momento che, con queste parole, il ministro Franceschini non ha affatto accolto all'appello di Massini, il quale non chiedeva collegarsi «in diretta sui social»; al contrario, la richiesta dello scrittore, peraltro molto esplicita, era quella di recarsi fisicamente a teatro nonostante la pandemia, ed è singolare che il ministro non abbia colto questo aspetto semplicemente centrale. Allo stesso modo, colpisce che - al di là dell'adesione assai contraddittoria alla richiesta di Massini - il ministro Franceschini che oggi, comprensibilmente, incoraggia il mondo della cultura e del teatro a continuare ad andare avanti, sia lo stesso che, insieme al ministro della Salute Roberto Speranza, è più favorevole alle misure più restrittive per il contrasto alla pandemia da coronavirus. Il che fa sorgere il dubbio che l'esponente del Pd, con la medesima convinzione con cui da un lato sostiene il mondo della cultura, dall'altro dimentichi del fatto che, se la cultura è certamente anche lavoro per tante persone, non tutto il lavoro orbita attorno al mondo della cultura. Anche i gestori di palestre, per intenderci, alla pari dei ristoratori, degli albergatori, degli autisti di pullman, dei parrucchieri - solo per citare alcune delle categorie economiche più penalizzate sia dal coprifuoco, sia da nuove possibili misure restrittive ormai all'orizzonte - sono lavoratori che hanno il pieno diritto di sbarcare il lunario. Anche se non sono autori chic e da salotti, e magari mai hanno sentito parlare di Šostakovič, né possono contare su appelli in prima serata da parte di uomini di cultura.
Ansa
Non dimentichiamo che, l’altro ieri, era stato il ministro dell’Interno di Islamabad, Mohsin Naqvi, a visitare la capitale iraniana, per incontrare il comandante dei pasdaran, Ahmad Vahidi. Non solo. Domani, il primo ministro pakistano, Shehbaz Sharif, si recherà in Cina dove vedrà Xi Jinping.
Dal canto suo, il ministero degli Esteri iraniano ha reso noto che Teheran starebbe esaminando i «punti di vista» degli americani. Al contempo, sempre ieri, il segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha cautamente parlato di «segnali positivi» nel processo diplomatico, confermando il viaggio della delegazione pakistana verso la Repubblica islamica ed esprimendo delusione per il comportamento degli alleati della Nato. Tuttavia, segretario di Stato americano, probabilmente per mettere sotto pressione gli ayatollah, non ha escluso il ricorso all’opzione militare. «La preferenza del presidente è quella di concludere un buon accordo, questa è la sua preferenza», ha detto, per poi aggiungere: «Ma se non riusciamo a raggiungere un buon accordo, il presidente è stato chiaro: ha altre opzioni. Non entrerò nei dettagli, ma tutti le conoscono».
Non mancano ciononostante delle difficoltà. Fonti della Repubblica islamica hanno riferito che la Guida Suprema iraniana, Mojtaba Khamenei, avrebbe vietato il trasferimento all’estero dell’uranio in procinto di essere utilizzabile per la realizzazione di armamenti. Un’indiscrezione, quest’ultima, che è stata smentita sia dalla Casa Bianca sia da un alto funzionario di Teheran. Del resto, se fosse confermata, la notizia rischierebbe di mettere seriamente in difficoltà il processo diplomatico: Donald Trump notoriamente auspica che il regime khomeinista ceda le proprie scorte di uranio altamente arricchito. Scorte che, durante il suo recente incontro con Xi a Pechino, Vladimir Putin, secondo Interfax, si sarebbe offerto di ospitare in territorio russo. Si tratta di una proposta, quella dello zar, rispetto a cui la Casa Bianca nutre tuttavia freddezza. Ieri, il presidente americano è infatti tornato a ribadire che l’Iran non può conservare il suo uranio altamente arricchito e che saranno gli Stati Uniti a prenderne possesso. «Una volta che lo avremo, lo distruggeremo. Non lo vogliamo», ha affermato Trump, che ha anche detto che il conflitto finirà «molto presto».
Tutto questo, senza dimenticare il nodo di Hormuz. Ieri, la Repubblica islamica ha fatto sapere che Teheran sta discutendo con l’Oman l’introduzione di un pedaggio permanente per chi voglia usufruire dello Stretto: un’idea che è stata duramente bocciata dal presidente americano e dallo stesso Rubio, secondo cui l’introduzione di gabelle renderebbe impossibile ogni accordo tra Washington e Teheran. Dall’altra parte, Centcom ha reso noto di aver «reindirizzato» 94 navi da quando Washington ha imposto il blocco ai porti della Repubblica islamica. Inoltre, secondo la Cnn, l’intelligence statunitense riterrebbe che Teheran starebbe ricostituendo più rapidamente del previsto le proprie capacità militari e che, a seguito del cessate il fuoco con Washington, avrebbe riavviato la produzione di droni. Insomma, la diplomazia è ripartita. Ma la strada non è ancora in discesa.
Continua a leggereRiduci
Il bombardamento ucraino al quartier generale dell’Fsb russo, nell’oblast di Kherson, ha provocato un centinaio fra vittime e feriti (Ansa)
La base dell’Fsb si trova a Genicheska Hirka, nell’oblast di Kherson. Allegando il video del raid, ha aggiunto che «le perdite russe sono circa un centinaio tra morti e feriti». Anche in questo caso si tratta di un messaggio per «i russi» visto che «devono capire che devono porre fine a questa loro guerra».
Ma non è stato l’unico attacco: il presidente ucraino ha infatti rivendicato un raid contro «la raffineria russa di Sizran, a oltre 800 chilometri dal confine». Inoltre, nella regione russa di Bryansk, un drone ucraino ha colpito una locomotiva, uccidendo tre persone. E anche nella parte della regione di Zaporizhzhia controllata dai russi si contano due vittime dopo che un velivolo senza pilota gialloblù ha attaccato un veicolo.
Che sia poi aumentata la capacità di difesa di Kiev ne è convinto il ministro della Difesa ucraino, Mykhailo Fedorov: ha dichiarato che «la percentuale di abbattimenti dei droni Shahed è raddoppiata negli ultimi quattro mesi, nonostante il numero di Shahed lanciati mensilmente dalla Russia sia in aumento del 35%». Gli attacchi di Mosca sull’Ucraina continuano però a mietere vittime: si contano almeno sette morti a seguito dei raid nel Donetsk, a Kharkiv e nella regione di Cherniv.
Zelensky ha intanto incassato ulteriore sostegno da parte degli alleati. Dopo lo spauracchio suscitato da una licenza commerciale britannica che avrebbe permesso l’importazione del petrolio russo da Paesi terzi, il premier laburista Keir Starmer ha fatto rientrare l’allarme. Stando a una nota diffusa da Downing street, i due leader hanno avuto una conversazione telefonica in cui Starmer «ha ribadito il costante sostegno del Regno Unito all’Ucraina e l’impegno per smantellare la macchina da guerra di Putin».
Un ulteriore appoggio a Kiev è arrivato dal cancelliere tedesco, Friedrich Merz, in tema di integrazione europea. Ha infatti proposto a Bruxelles che l’Ucraina diventi «membro associato» prima della sua completa adesione. Questo tipo di membership includerebbe già la clausola di mutua difesa con l’estensione all’Ucraina dell’articolo 42.7 del Trattato sull’Ue. A commentare l’iniziativa è stato anche il ministro degli Esteri, Antonio Tajani. Pur riconoscendo che «l’Ucraina è un Paese candidato a far parte dell’Ue», ha precisato: «Però non dobbiamo dimenticare i Balcani che sono candidati da prima». Intanto pare che la presidenza cipriota del Consiglio dell’Ue abbia fissato entro giugno l’avvio del primo pacchetto di negoziati per l’adesione. E non è escluso che sul tavolo ci sia anche la proposta di Merz. Un aiuto indirizzato al settore energetico ucraino arriva invece dall’Italia: il ministro dell’Energia Denys Shmyhal ha reso noto che il nostro Paese «fornirà ulteriori 10 milioni di euro per sostenere i lavori di ripristino e riparazione nel settore energetico».
E mentre il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha rimproverato «molti» alleati di «non spendere abbastanza per il sostegno all’Ucraina», c’è invece chi ha redarguito Kiev. La Lituania ha confermato che il drone precipitato sul suo territorio lo scorso 17 maggio è ucraino. Tra l’altro sia mercoledì sia ieri sono stati individuati velivoli senza pilota nei cieli lituani, ma non è stato comunicato l’autore. È in questo contesto che la Polonia ha chiesto a Kiev di usare i droni «con più precisione». La più critica è stata la Grecia: dopo il ritrovamento nelle acque greche di un drone marino ucraino, il ministro ellenico della Difesa, Nikos Dendias, ha affermato: «Ci devono delle scuse e la garanzia assoluta che una cosa del genere non si ripeterà più». Dall’altra parte, la Svezia ha preso le difese di Kiev.
A Mosca, intanto, si traccia l’identikit dei negoziatori europei. La portavoce del ministero degli Esteri, Maria Zakharova, ha affermato che «dovrebbero essere persone che godono della fiducia dei loro cittadini, che non abbiano optato per un nazionalismo esplicito, in particolare per la russofobia». Ma Zakharova si è anche esposta sui cittadini della Transnistria, dopo che Mosca ha assicurato agli abitanti una procedura semplificata per ottenere la cittadinanza russa: «La Russia è pronta a ricorrere a tutti i mezzi necessari per garantire la loro sicurezza».
Per Zelensky è senz’altro un grattacapo che si aggiunge alla questione della Bielorussia. Mentre il presidente russo Vladimir Putin, insieme all’omologo bielorusso Aleksandr Lukashenko, ha assistito ieri in videoconferenza alle esercitazioni nucleari congiunte dei due Paesi, Kiev teme un attacco da Minsk. Così il Servizio di sicurezza ucraino ha annunciato di stare «attuando una serie di misure di sicurezza rafforzate nelle regioni settentrionali» dell’Ucraina. Lukashenko ha cercato di allentare le tensioni con Kiev, sostenendo che Minsk non si farà «trascinare» nella guerra. E si è detto «pronto a incontrare» Zelensky. Ma il presidente ucraino ha già lanciato il suo avvertimento: Lukashenko «deve capire che ci saranno conseguenze se ci sarà l’aggressione contro l’Ucraina».
Continua a leggereRiduci
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 22 maggio con Carlo Cambi