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2020-10-25
Lezioni a distanza alle superiori. E mancano ancora 900.000 banchi
Ansa
Da domani centinaia di migliaia di ragazzi faranno lezione in pantofole, senza mascherina. Nella cucina di casa o, i più fortunati, in un angolo studio, sempre che abbiano un computer, un tablet e una buona connessione a Internet.
In diverse regioni italiane parte la Dad, acronimo della tanto esecrata didattica a distanza, diventata inevitabile per i governatori che vogliono ridurre i contagi anche a scuola. Ma nella bozza del nuovo Dpcm si vuole che tutte le scuole superiori italiane facciano didattica da remoto per il 75% delle attività. Solo per elementari e medie sarà garantita la presenza. Intanto, da lunedì è certo che non riaprono i cancelli degli istituti superiori di Lombardia, Campania, Calabria, Puglia, Sicilia. Altri territori hanno già deciso lo stop al 50% della presenza, con ricorso alla didattica digitale integrata. L'hanno fatto le ordinanze del Piemonte e del Lazio (per le seconde fino alle quinte), della Liguria, delle Marche, dell'Umbria, della Basilicata. Preannunciate misure analoghe anche in Veneto, Toscana, Sardegna mentre in Alto Adige dal 9 novembre la scuola italiana integrerà la didattica in presenza con il 30% di lezioni online. Perfino la Bocconi lascia fuori dalle aule i suoi 14.500 studenti. «In attesa di possibili provvedimenti che verranno emanati in questi giorni», l'università università dell'establishment «erogherà esclusivamente a distanza la didattica degli insegnamenti afferenti ai corsi di laurea e laurea magistrale», ha comunicato agli iscritti il rettore, Gianmario Verona. Si parte con due settimane di lezioni online, ma è l'inizio di un nuovo stop allo studio in presenza.
Tutti pronti ai collegamenti in remoto? Niente affatto. In Lombardia, solo domani l'Ufficio scolastico regionale comunicherà se gli insegnanti si dovranno recare a scuola, per la Dad, e se i lavoratori fragili potranno impartire lezioni da casa. «In queste ore so che stanno monitorando la situazione degli istituti, per valutare quanti sono quelli pronti a partire. Per il momento c'è ancora confusone», fa sapere Giancarlo Sala, direttore scolastico del liceo classico e scientifico Antonio Banfi, a Vimercate, provincia di Monza e della Brianza. «Nella nostra scuola abbiamo messo la fibra a 300 mega, senza perdere tempo, ma tanti istituti tecnici e professionali non ne hanno avuto la possibilità. Mediamente sono ancora molti gli studenti che dovranno arrangiarsi con lezioni da soli, senza potersi collegare». Nel Lazio, da lunedì 26 ottobre le istituzioni scolastiche secondarie di secondo grado incrementano il ricorso alla didattica digitale integrata per una quota pari al 50% degli studenti, con esclusione degli iscritti al primo anno, mentre le università la utilizzeranno al 75 per cento, come prevede il nuovo Dpcm. «Nelle scuole con più di 1.000 ragazzi e circa 130 docenti, sarà ben difficile pensare che tutti gli insegnanti possano collegarsi con i loro allievi, considerando la qualità delle connessioni a Internet», interviene Mario Rusconi, presidente dell'Associazione presidi (Anp) del Lazio. «Fuori dal Raccordo anulare, centinaia di istituti hanno problemi di fibra. C'è scarsa copertura e non si è ancora pensato a potenziarla. Figuriamoci se devono fare didattica a distanza con ragazzi che abitano ancora più fuori Roma e che sono serviti malissimo dalle telecomunicazioni». Sulla multimedialità rischia di bloccarsi anche la scuola da remoto, dopo lo stop alla frequenza. Se problemi ci sono in Lombardia e Lazio, figuriamoci quale situazione si trovano ad affrontare gli insegnanti della Campania, della Calabria o della Sicilia. «Tutti gli uffici scolastici regionali dovrebbero pubblicare le sofferenze degli istituti, così da rendere ben chiara la situazione della Dad nel nostro Paese», suggerisce Rusconi. Che aggiunge: «Scordiamoci che basti consegnare un computer per rendere un docente esperto di didattica interattiva. In primavera siamo stati tutti costretti ad arrangiarci, ma dopo nulla è stato fatto per formare gli insegnanti. Se non la sai fare, la Dad, dopo due giorni gli studenti si annoiano e non riescono più a seguirti». Prima ancora di stancarsi, è purtroppo certo che per migliaia di ragazzi la scuola si ferma nuovamente.
Il presidente della Sicilia, Nello Musumeci, ieri ha firmato l'ordinanza restrittiva che dispone la sospensione delle lezioni in presenza perché i contagi preoccupano. E adesso chi seguirà i ragazzi a casa?
Secondo un'indagine condotta dalla Sird, la Società italiana di ricerca didattica, la percentuale degli studenti del Sud e delle Isole non raggiunti dalla Dad durante il lockdown è stata del 20%. Un numero preoccupante di giovani non coinvolti nello studio e che si troveranno ancora una volta abbandonati a sé stessi in regioni dove almeno la scuola dovrebbe essere un presidio garantito. A breve anche la Sardegna chiuderà i cancelli degli istituti e prima ancora del nuovo Dpcm, i segnali che arrivano da ogni parte del Paese fanno pensare a un lockdown generalizzato.
A tirare un sospiro di sollievo sarà solo il commissario straordinario per l'emergenza, Domenico Arcuri, che non dovrà rispondere dell'ennesima figuraccia. Sono stati consegnati, infatti, solo 1,5 milioni di banchi dei 2,4 milioni promessi alle scuole entro il 31 ottobre. Ne mancano all'appello ben 900.000. Tra una settimana scatta la scadenza imposta ai produttori, impegnati giorno e notte a realizzare banchi tradizionali e innovative sedute monoposto, cioè quelle ridicole con le rotelle. Forse a fine mese qualche consegna in più sarà stata fatta, ma se tutte le scuole chiuderanno Arcuri non dovrà spiegare perché «gli sono sfuggiti» almeno mezzo milione di banchi.
Franceschini fan del «tutto chiuso» ma con le dovute eccezioni a sinistra
Un appello per la resistenza artistica contro il virus, perché «la cultura non deve tacere mai». A formularlo, ospite giovedì sera a Piazza pulita negli studi di Corrado Formigli, è stato Stefano Massini che, con un intervento intitolato «esistere è resistere», ha condiviso la sua esperienza al Piccolo Teatro di Milano dove la sera prima ha radunato ben 200 presenze di pubblico, facendo il pienone. Non solo. «All'uscita», ha aggiunto Massini, «ho incontrato una persona con una donna molto anziana: la madre». Quest'ultima si è avvicinata al drammaturgo protetta da guanti, visiera e mascherina per dirgli che giammai sarebbe disposta a rinunciare al teatro, «a costo di vestirsi da palombaro».
A partire da questo episodio, Massini, citando il compositore Dmitrij Šostakovič - che nel 1941 continuò a esercitarsi durante l'assedio di Leningrado -, ha rivolto ai telespettatori di La7 un accorato appello, pur osservando i coprifuoco, a continuare a recarsi agli spettacoli perché «il teatro, la cultura e la danza sono il primo vaccino affinché ciò che accade non sia vissuto in modo distruttivo ma costruttivo». «La cultura non deve tacere mai», ha inoltre aggiunto l'ospite di Formigli, «perché la cultura è tutto».
Poche ore e le parole di Massini hanno ricevuto la più istituzionale delle risposte, quella del ministro per i Beni e le attività culturali e per il turismo, Dario Franceschini, che in una nota ha dichiarato: «Grazie a Stefano Massini per il suo bellissimo intervento “Esistere è resistere". Il digitale non sostituirà mai l'esperienza dal vivo, ma in questa fase può sostenere il teatro e tutto lo spettacolo dal vivo. Stasera vedo “Storie" di Stefano in diretta sui social del Piccolo Teatro di Milano».
Ora, se la situazione, ahinoi, non fosse drammatica ci sarebbe quasi da ridere dal momento che, con queste parole, il ministro Franceschini non ha affatto accolto all'appello di Massini, il quale non chiedeva collegarsi «in diretta sui social»; al contrario, la richiesta dello scrittore, peraltro molto esplicita, era quella di recarsi fisicamente a teatro nonostante la pandemia, ed è singolare che il ministro non abbia colto questo aspetto semplicemente centrale.
Allo stesso modo, colpisce che - al di là dell'adesione assai contraddittoria alla richiesta di Massini - il ministro Franceschini che oggi, comprensibilmente, incoraggia il mondo della cultura e del teatro a continuare ad andare avanti, sia lo stesso che, insieme al ministro della Salute Roberto Speranza, è più favorevole alle misure più restrittive per il contrasto alla pandemia da coronavirus. Il che fa sorgere il dubbio che l'esponente del Pd, con la medesima convinzione con cui da un lato sostiene il mondo della cultura, dall'altro dimentichi del fatto che, se la cultura è certamente anche lavoro per tante persone, non tutto il lavoro orbita attorno al mondo della cultura.
Anche i gestori di palestre, per intenderci, alla pari dei ristoratori, degli albergatori, degli autisti di pullman, dei parrucchieri - solo per citare alcune delle categorie economiche più penalizzate sia dal coprifuoco, sia da nuove possibili misure restrittive ormai all'orizzonte - sono lavoratori che hanno il pieno diritto di sbarcare il lunario. Anche se non sono autori chic e da salotti, e magari mai hanno sentito parlare di Šostakovič, né possono contare su appelli in prima serata da parte di uomini di cultura.
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Il nuovo dpcm mira a spedire a casa il 75% degli studenti di liceo. Intanto, sono le Regioni a chiudere gli istituti, dove procede a rilento la consegna dei monoposto. A Milano sospende i corsi in presenza anche la Bocconi.Il ministro Dario Franceschini tifa per le chiusure, ma con le dovute eccezioni a sinistra. Raccoglie l'appello degli attori per i teatri aperti. Perché la cultura fa chic.Lo speciale contiene due articoli.Da domani centinaia di migliaia di ragazzi faranno lezione in pantofole, senza mascherina. Nella cucina di casa o, i più fortunati, in un angolo studio, sempre che abbiano un computer, un tablet e una buona connessione a Internet. In diverse regioni italiane parte la Dad, acronimo della tanto esecrata didattica a distanza, diventata inevitabile per i governatori che vogliono ridurre i contagi anche a scuola. Ma nella bozza del nuovo Dpcm si vuole che tutte le scuole superiori italiane facciano didattica da remoto per il 75% delle attività. Solo per elementari e medie sarà garantita la presenza. Intanto, da lunedì è certo che non riaprono i cancelli degli istituti superiori di Lombardia, Campania, Calabria, Puglia, Sicilia. Altri territori hanno già deciso lo stop al 50% della presenza, con ricorso alla didattica digitale integrata. L'hanno fatto le ordinanze del Piemonte e del Lazio (per le seconde fino alle quinte), della Liguria, delle Marche, dell'Umbria, della Basilicata. Preannunciate misure analoghe anche in Veneto, Toscana, Sardegna mentre in Alto Adige dal 9 novembre la scuola italiana integrerà la didattica in presenza con il 30% di lezioni online. Perfino la Bocconi lascia fuori dalle aule i suoi 14.500 studenti. «In attesa di possibili provvedimenti che verranno emanati in questi giorni», l'università università dell'establishment «erogherà esclusivamente a distanza la didattica degli insegnamenti afferenti ai corsi di laurea e laurea magistrale», ha comunicato agli iscritti il rettore, Gianmario Verona. Si parte con due settimane di lezioni online, ma è l'inizio di un nuovo stop allo studio in presenza. Tutti pronti ai collegamenti in remoto? Niente affatto. In Lombardia, solo domani l'Ufficio scolastico regionale comunicherà se gli insegnanti si dovranno recare a scuola, per la Dad, e se i lavoratori fragili potranno impartire lezioni da casa. «In queste ore so che stanno monitorando la situazione degli istituti, per valutare quanti sono quelli pronti a partire. Per il momento c'è ancora confusone», fa sapere Giancarlo Sala, direttore scolastico del liceo classico e scientifico Antonio Banfi, a Vimercate, provincia di Monza e della Brianza. «Nella nostra scuola abbiamo messo la fibra a 300 mega, senza perdere tempo, ma tanti istituti tecnici e professionali non ne hanno avuto la possibilità. Mediamente sono ancora molti gli studenti che dovranno arrangiarsi con lezioni da soli, senza potersi collegare». Nel Lazio, da lunedì 26 ottobre le istituzioni scolastiche secondarie di secondo grado incrementano il ricorso alla didattica digitale integrata per una quota pari al 50% degli studenti, con esclusione degli iscritti al primo anno, mentre le università la utilizzeranno al 75 per cento, come prevede il nuovo Dpcm. «Nelle scuole con più di 1.000 ragazzi e circa 130 docenti, sarà ben difficile pensare che tutti gli insegnanti possano collegarsi con i loro allievi, considerando la qualità delle connessioni a Internet», interviene Mario Rusconi, presidente dell'Associazione presidi (Anp) del Lazio. «Fuori dal Raccordo anulare, centinaia di istituti hanno problemi di fibra. C'è scarsa copertura e non si è ancora pensato a potenziarla. Figuriamoci se devono fare didattica a distanza con ragazzi che abitano ancora più fuori Roma e che sono serviti malissimo dalle telecomunicazioni». Sulla multimedialità rischia di bloccarsi anche la scuola da remoto, dopo lo stop alla frequenza. Se problemi ci sono in Lombardia e Lazio, figuriamoci quale situazione si trovano ad affrontare gli insegnanti della Campania, della Calabria o della Sicilia. «Tutti gli uffici scolastici regionali dovrebbero pubblicare le sofferenze degli istituti, così da rendere ben chiara la situazione della Dad nel nostro Paese», suggerisce Rusconi. Che aggiunge: «Scordiamoci che basti consegnare un computer per rendere un docente esperto di didattica interattiva. In primavera siamo stati tutti costretti ad arrangiarci, ma dopo nulla è stato fatto per formare gli insegnanti. Se non la sai fare, la Dad, dopo due giorni gli studenti si annoiano e non riescono più a seguirti». Prima ancora di stancarsi, è purtroppo certo che per migliaia di ragazzi la scuola si ferma nuovamente. Il presidente della Sicilia, Nello Musumeci, ieri ha firmato l'ordinanza restrittiva che dispone la sospensione delle lezioni in presenza perché i contagi preoccupano. E adesso chi seguirà i ragazzi a casa? Secondo un'indagine condotta dalla Sird, la Società italiana di ricerca didattica, la percentuale degli studenti del Sud e delle Isole non raggiunti dalla Dad durante il lockdown è stata del 20%. Un numero preoccupante di giovani non coinvolti nello studio e che si troveranno ancora una volta abbandonati a sé stessi in regioni dove almeno la scuola dovrebbe essere un presidio garantito. A breve anche la Sardegna chiuderà i cancelli degli istituti e prima ancora del nuovo Dpcm, i segnali che arrivano da ogni parte del Paese fanno pensare a un lockdown generalizzato. A tirare un sospiro di sollievo sarà solo il commissario straordinario per l'emergenza, Domenico Arcuri, che non dovrà rispondere dell'ennesima figuraccia. Sono stati consegnati, infatti, solo 1,5 milioni di banchi dei 2,4 milioni promessi alle scuole entro il 31 ottobre. Ne mancano all'appello ben 900.000. Tra una settimana scatta la scadenza imposta ai produttori, impegnati giorno e notte a realizzare banchi tradizionali e innovative sedute monoposto, cioè quelle ridicole con le rotelle. Forse a fine mese qualche consegna in più sarà stata fatta, ma se tutte le scuole chiuderanno Arcuri non dovrà spiegare perché «gli sono sfuggiti» almeno mezzo milione di banchi. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lezioni-a-distanza-alle-superiori-e-mancano-ancora-900-000-banchi-2648484210.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="franceschini-fan-del-tutto-chiuso-ma-con-le-dovute-eccezioni-a-sinistra" data-post-id="2648484210" data-published-at="1603566151" data-use-pagination="False"> Franceschini fan del «tutto chiuso» ma con le dovute eccezioni a sinistra Un appello per la resistenza artistica contro il virus, perché «la cultura non deve tacere mai». A formularlo, ospite giovedì sera a Piazza pulita negli studi di Corrado Formigli, è stato Stefano Massini che, con un intervento intitolato «esistere è resistere», ha condiviso la sua esperienza al Piccolo Teatro di Milano dove la sera prima ha radunato ben 200 presenze di pubblico, facendo il pienone. Non solo. «All'uscita», ha aggiunto Massini, «ho incontrato una persona con una donna molto anziana: la madre». Quest'ultima si è avvicinata al drammaturgo protetta da guanti, visiera e mascherina per dirgli che giammai sarebbe disposta a rinunciare al teatro, «a costo di vestirsi da palombaro». A partire da questo episodio, Massini, citando il compositore Dmitrij Šostakovič - che nel 1941 continuò a esercitarsi durante l'assedio di Leningrado -, ha rivolto ai telespettatori di La7 un accorato appello, pur osservando i coprifuoco, a continuare a recarsi agli spettacoli perché «il teatro, la cultura e la danza sono il primo vaccino affinché ciò che accade non sia vissuto in modo distruttivo ma costruttivo». «La cultura non deve tacere mai», ha inoltre aggiunto l'ospite di Formigli, «perché la cultura è tutto». Poche ore e le parole di Massini hanno ricevuto la più istituzionale delle risposte, quella del ministro per i Beni e le attività culturali e per il turismo, Dario Franceschini, che in una nota ha dichiarato: «Grazie a Stefano Massini per il suo bellissimo intervento “Esistere è resistere". Il digitale non sostituirà mai l'esperienza dal vivo, ma in questa fase può sostenere il teatro e tutto lo spettacolo dal vivo. Stasera vedo “Storie" di Stefano in diretta sui social del Piccolo Teatro di Milano». Ora, se la situazione, ahinoi, non fosse drammatica ci sarebbe quasi da ridere dal momento che, con queste parole, il ministro Franceschini non ha affatto accolto all'appello di Massini, il quale non chiedeva collegarsi «in diretta sui social»; al contrario, la richiesta dello scrittore, peraltro molto esplicita, era quella di recarsi fisicamente a teatro nonostante la pandemia, ed è singolare che il ministro non abbia colto questo aspetto semplicemente centrale. Allo stesso modo, colpisce che - al di là dell'adesione assai contraddittoria alla richiesta di Massini - il ministro Franceschini che oggi, comprensibilmente, incoraggia il mondo della cultura e del teatro a continuare ad andare avanti, sia lo stesso che, insieme al ministro della Salute Roberto Speranza, è più favorevole alle misure più restrittive per il contrasto alla pandemia da coronavirus. Il che fa sorgere il dubbio che l'esponente del Pd, con la medesima convinzione con cui da un lato sostiene il mondo della cultura, dall'altro dimentichi del fatto che, se la cultura è certamente anche lavoro per tante persone, non tutto il lavoro orbita attorno al mondo della cultura. Anche i gestori di palestre, per intenderci, alla pari dei ristoratori, degli albergatori, degli autisti di pullman, dei parrucchieri - solo per citare alcune delle categorie economiche più penalizzate sia dal coprifuoco, sia da nuove possibili misure restrittive ormai all'orizzonte - sono lavoratori che hanno il pieno diritto di sbarcare il lunario. Anche se non sono autori chic e da salotti, e magari mai hanno sentito parlare di Šostakovič, né possono contare su appelli in prima serata da parte di uomini di cultura.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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