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2019-05-09
L’ex sottosegretario: «Non ho preso soldi. L’eolico lo volevano quelli del Movimento»
Ansa
«Mi sono occupato di eolico in modo del tutto trasparente e rispettando alla lettera il programma del M5s». È questa la sintesi della difesa del senatore Armando Siri davanti ai magistrati. Una difesa in cui non mancano i colpi bassi all'alleato di governo grillino, che ha chiesto e ottenuto che Siri venisse degradato (il premier Giuseppe Conte gli ha revocato l'incarico di sottosegretario durante l'ultimo Cdm). Come anticipato dalla Verità, ieri c'è stato il primo faccia a faccia tra il politico leghista, assistito dall'avvocato Fabio Pinelli, e i magistrati di Roma Mario Palazzi e Paolo Ielo (procuratore aggiunto) che lo accusano di aver asservito la sua funzione agli interessi privati dell'imprenditore Paolo Arata.
L'incontro è avvenuto in un ufficio esterno alla Procura per tenere l'indagato al riparo dalle telecamere ed è stato contraddistinto da toni cordiali; è durato un'oretta ed è consistito nel deposito di oltre 300 pagine di carte, tra memoria e allegati, nella verbalizzazione delle spontanee dichiarazioni preparate da Siri insieme con il suo difensore e in una breve chiacchierata informale. Gli inquirenti non hanno tentato di trasformare le spontanee dichiarazioni in un interrogatorio, forzando l'indagato, e le parti si sono ripromesse di riaggiornarsi per eventuali chiarimenti, probabilmente all'esito della lettura della memoria difensiva da parte degli inquirenti.
Quindi niente botta e risposta. Almeno per il momento. In ogni caso, per la difesa, Siri avrebbe «manifestato ai magistrati la più completa disponibilità ad offrire qualsiasi ulteriore contributo conoscitivo gli venisse ancora richiesto» e sarebbe «fiducioso nell'esito positivo della vicenda che lo vede suo malgrado coinvolto».
In un comunicato firmato dall'avvocato Pinelli si rende noto che Siri «ha ribadito con fermezza di non aver mai ricevuto, né da Paolo Franco Arata, né da chiunque altro, promesse di pagamento o dazioni di denari - che avrebbe rifiutato con sdegno -, facenti riferimento al merito della sua attività di senatore della Repubblica o di sottosegretario di Stato». Il cuore della memoria difensiva è incentrata sulla ricostruzione dei rapporti tra Siri e l'imprenditore Arata, il quale è stato sentito per tre ore dai magistrati martedì scorso e il cui verbale d'interrogatorio è stato segretato sino al 10 maggio per non meglio precisate «esigenze investigative». Il politico leghista, oltre ad aver consegnato ai pubblici ministeri «la documentazione contabile nella sua disponibilità, avente ad oggetto il complesso dei propri movimenti bancari e finanziari», ha voluto dar conto, carte alla mano, di «tutti i rapporti istituzionali incorsi con Arata», definito «tecnico esperto di rango in materia ambientale ed energetica» e che si sarebbe «presentato a lui quale portavoce e rappresentante sostanziale del Consorzio dei produttori di energia da minieolico (Cpem)». Per questo il politico ha depositato «tutti gli scambi di messaggi, telefonici e di posta elettronica, intercorsi con Arata», superando «di propria iniziativa le garanzie sulla riservatezza della corrispondenza e delle comunicazioni dei parlamentari». Siri ha evidenziato che il consorzio a cui stava dando supporto, «è un ente rappresentativo d'interessi collettivi, “accreditato" per tale al registro Trasparenza dei portatori d'interesse, istituito presso il ministero dell'Industria e dello Sviluppo economico, il cui vertice apicale è l'onorevole Luigi Di Maio». Come dire: il vituperato consorzio che secondo il Movimento 5 stelle sarebbe collegato a soggetti in odor di mafia è certificato dal Mise guidato dal vicepremier e capo politico dei grillini.
L'ex sottosegretario ha specificato «di aver solo interloquito con il suddetto Cpem e di aver veicolato, in sede politica, le istanze emendative di categoria che gli erano state rappresentate; e ciò semplicemente trasferendole all'attenzione degli uffici ministeriali competenti, oltreché di altri componenti del Parlamento, per le loro libere valutazioni e determinazioni».
A riprova di ciò ha anche allegato la mail che Antonio Macera, funzionario della segreteria di Siri che si occupa di aspetti normativi, ha inviato il 13 dicembre 2018 a due senatori del Carroccio (il capogruppo Massimiliano Romeo ed Erica Rivolta), a un funzionario dell'ufficio legislativo del gruppo della Lega a Palazzo Madama (Francesco Lucianò) e alla segretaria del partito di Matteo Salvini al Senato (Ornella Rubino) contenente alcuni emendamenti per la legge di Bilancio. Ecco il messaggio: «Per quanto attiene alle prime tre proposte emendative, le stesse hanno a oggetto temi rientranti nelle deleghe conferite al sottosegretario e di competenza del ministero delle infrastrutture e dei trasporti (…) mentre per quanto attiene alla quarta proposta inerente agli incentivi alla produzione di energia da fonti rinnovabili, si pone il testo all'attenzione delle signorie loro ai fini dell'inserimento nel predetto provvedimento».
Alla fine Siri non ha confessato reati e, anzi, ha rivendicato che la sua condotta andrebbe «considerata non solo lecita, ma finanche politicamente doverosa» e che riteneva e ritiene le sue proposte di emendamento, «assolutamente condivisibili, anche perché del tutto coerenti, politicamente, con il cosiddetto contratto di governo e le indicazioni di programma della Lega e del Movimento 5 stelle, tutte orientate, in materia di sostegno del fabbisogno energetico e tutela ambientale, a imprimere una fortissima accelerazione al mercato delle piccole installazioni che producono energia da fonte eolica». Queste ultime righe del comunicato sono state riprese un po' maliziosamente dal programma del M5s, allegato alla memoria, dove, alla voce «produzione elettrica da fonte eolica», si legge: «A tale fine potranno essere previste sia centrali eoliche on-shore che off-shore, definendo meglio i vincoli paesaggistici, ma è al mercato delle piccole e micro installazioni che si richiede una fortissima accelerazione». E, a suo modo, Siri la stava dando.
Salvini incassa e «punta» la Raggi
«Torniamo a lavorare in modo sereno sui dossier sul tavolo. E finalmente torniamo a parlare di cose serie». La breve dichiarazione del ministro delle Politiche agricole, il leghista Gian Marco Centinaio, al termine del Consiglio dei ministri sul caso Siri, riassume lo stato d'animo della stragrande maggioranza dei parlamentari del Carroccio. Più di tanto, è il ragionamento che si fa nei corridoi del palazzo, la corda non si poteva tirare, e del resto, come ci spiega un deputato leghista, «la revoca di Siri è stata uno schiaffo alle istituzioni, non alla Lega. Ripercussioni sul governo non ce ne saranno: senza i voti del M5s, in fondo, non avremmo potuto ottenere i successi su quota 100, sulla legittima difesa, sulla sicurezza. Andiamo avanti».
Nessuno aveva mai pensato che l'affare Siri potesse far cadere il governo, e in fin dei conti la soluzione di questa vicenda consente alla Lega di dedicarsi con tutte le energie alla campagna elettorale per le Europee. Certo, i malumori non mancano, ma la realpolitik prende il sopravvento. Così tocca al leader, Matteo Salvini, risollevare il morale dei leghisti con dichiarazioni tutte rivolte al futuro: «Le elezioni europee», dice Salvini dopo il Consiglio dei ministri, «saranno importanti per salvare l'Europa e per evitare che muoia di fanatismo e disoccupazione. Le elezioni non mi interessano per gli equilibri interni, per me non cambia e non cambierà nulla. Se tutti mantengono la parola data, si andrà avanti. I processi si fanno in tribunale e ritengo ci siano 60 milioni di presunti innocenti fino a prova contraria. Per quello che mi riguarda però abbiamo talmente tante cose da fare che niente mi fa cambiare idea sul fatto che l'Italia abbia bisogno di un governo». Il ministro dell'Interno riserva solo una staffilata al sindaco di Roma, Virginia Raggi, del M5s: «Prendo atto», sottolinea Salvini, «che la Raggi è al suo posto pur essendo indagata da anni. I nostri candidati sono specchiati. Se il sindaco della Capitale è al suo posto evidentemente ci sono colpe di serie A e serie B, presunti colpevoli di serie A serie e serie B. A casa mia se uno vale uno, inchiesta vale inchiesta».
Salvini sa benissimo che le due settimane e mezza che ci separano dalle Europee del 26 maggio vedranno il M5s punzecchiare ancora la Lega sulla legalità: «Non abbiamo nessun tipo di problema, se abbiamo dei problemi li risolviamo noi: la questione morale riguarda altri. L'inchiesta sul presidente della Lombardia? Se c'è una persona al di sopra di ogni sospetto a detta di tutti è Attilio Fontana».
Il vicepremier leghista si concede un'altra frecciata all'alleato di governo: «La droga è un'emergenza nazionale: da domani darò istruzioni agli uomini della sicurezza per andare a controllare uno per uno i presunti negozi turistici di cannabis, luoghi di diseducazione di massa. Vanno sigillati uno per uno e bisogna proibire anche tutte le cosiddette feste della cannabis. Siamo contro ogni sperimentazione», sottolinea Salvini, ben sapendo che il M5s ha una posizione opposta su questo tema. Un argomento molto più spinoso è quello dell'autonomia differenziata: il M5s, che ha il suo granaio elettorale al Sud, sta rallentando l'iter, e arriva nero su bianco la «sveglia» da parte del Carroccio: «L'autonomia», scrivono in una nota congiunta i capigruppo della Lega di Camera e Senato, Riccardo Molinari e Massimiliano Romeo, «rappresenta un passo epocale per tutto il paese e si farà. Da Nord a Sud le nove regioni che vogliono gestire i soldi degli italiani in modo più efficiente, con meno sprechi e burocrazia e più vicino alle esigenze dei cittadini hanno il diritto di avere una risposta concreta. È scritto nella nostra Costituzione», aggiungono Molinari e Romeo, «e il governo ha l'obbligo di rispondere. Chi non vuole la riforma prevista nel contratto di governo non vuole il bene del Paese».
Dunque, si va avanti (quasi) come se nulla fosse. Dopo le Europee, se la Lega dovesse (come prevedono i sondaggi) surclassare il M5s, si aprirà la discussione nella maggioranza sull'eventuale rimpasto.
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Armando Siri ha consegnato ai pm documenti bancari, messaggi e chat. «Consorzio in odor di mafia? Certificato dal Mise di Di Maio».Matteo Salvini apre il fronte su Roma: «Il sindaco è al suo posto da anni eppure mi risulta sia indagata. Evidentemente ci sono colpe di serie A e di serie B».Lo speciale contiene due articoli. «Mi sono occupato di eolico in modo del tutto trasparente e rispettando alla lettera il programma del M5s». È questa la sintesi della difesa del senatore Armando Siri davanti ai magistrati. Una difesa in cui non mancano i colpi bassi all'alleato di governo grillino, che ha chiesto e ottenuto che Siri venisse degradato (il premier Giuseppe Conte gli ha revocato l'incarico di sottosegretario durante l'ultimo Cdm). Come anticipato dalla Verità, ieri c'è stato il primo faccia a faccia tra il politico leghista, assistito dall'avvocato Fabio Pinelli, e i magistrati di Roma Mario Palazzi e Paolo Ielo (procuratore aggiunto) che lo accusano di aver asservito la sua funzione agli interessi privati dell'imprenditore Paolo Arata. L'incontro è avvenuto in un ufficio esterno alla Procura per tenere l'indagato al riparo dalle telecamere ed è stato contraddistinto da toni cordiali; è durato un'oretta ed è consistito nel deposito di oltre 300 pagine di carte, tra memoria e allegati, nella verbalizzazione delle spontanee dichiarazioni preparate da Siri insieme con il suo difensore e in una breve chiacchierata informale. Gli inquirenti non hanno tentato di trasformare le spontanee dichiarazioni in un interrogatorio, forzando l'indagato, e le parti si sono ripromesse di riaggiornarsi per eventuali chiarimenti, probabilmente all'esito della lettura della memoria difensiva da parte degli inquirenti. Quindi niente botta e risposta. Almeno per il momento. In ogni caso, per la difesa, Siri avrebbe «manifestato ai magistrati la più completa disponibilità ad offrire qualsiasi ulteriore contributo conoscitivo gli venisse ancora richiesto» e sarebbe «fiducioso nell'esito positivo della vicenda che lo vede suo malgrado coinvolto». In un comunicato firmato dall'avvocato Pinelli si rende noto che Siri «ha ribadito con fermezza di non aver mai ricevuto, né da Paolo Franco Arata, né da chiunque altro, promesse di pagamento o dazioni di denari - che avrebbe rifiutato con sdegno -, facenti riferimento al merito della sua attività di senatore della Repubblica o di sottosegretario di Stato». Il cuore della memoria difensiva è incentrata sulla ricostruzione dei rapporti tra Siri e l'imprenditore Arata, il quale è stato sentito per tre ore dai magistrati martedì scorso e il cui verbale d'interrogatorio è stato segretato sino al 10 maggio per non meglio precisate «esigenze investigative». Il politico leghista, oltre ad aver consegnato ai pubblici ministeri «la documentazione contabile nella sua disponibilità, avente ad oggetto il complesso dei propri movimenti bancari e finanziari», ha voluto dar conto, carte alla mano, di «tutti i rapporti istituzionali incorsi con Arata», definito «tecnico esperto di rango in materia ambientale ed energetica» e che si sarebbe «presentato a lui quale portavoce e rappresentante sostanziale del Consorzio dei produttori di energia da minieolico (Cpem)». Per questo il politico ha depositato «tutti gli scambi di messaggi, telefonici e di posta elettronica, intercorsi con Arata», superando «di propria iniziativa le garanzie sulla riservatezza della corrispondenza e delle comunicazioni dei parlamentari». Siri ha evidenziato che il consorzio a cui stava dando supporto, «è un ente rappresentativo d'interessi collettivi, “accreditato" per tale al registro Trasparenza dei portatori d'interesse, istituito presso il ministero dell'Industria e dello Sviluppo economico, il cui vertice apicale è l'onorevole Luigi Di Maio». Come dire: il vituperato consorzio che secondo il Movimento 5 stelle sarebbe collegato a soggetti in odor di mafia è certificato dal Mise guidato dal vicepremier e capo politico dei grillini.L'ex sottosegretario ha specificato «di aver solo interloquito con il suddetto Cpem e di aver veicolato, in sede politica, le istanze emendative di categoria che gli erano state rappresentate; e ciò semplicemente trasferendole all'attenzione degli uffici ministeriali competenti, oltreché di altri componenti del Parlamento, per le loro libere valutazioni e determinazioni».A riprova di ciò ha anche allegato la mail che Antonio Macera, funzionario della segreteria di Siri che si occupa di aspetti normativi, ha inviato il 13 dicembre 2018 a due senatori del Carroccio (il capogruppo Massimiliano Romeo ed Erica Rivolta), a un funzionario dell'ufficio legislativo del gruppo della Lega a Palazzo Madama (Francesco Lucianò) e alla segretaria del partito di Matteo Salvini al Senato (Ornella Rubino) contenente alcuni emendamenti per la legge di Bilancio. Ecco il messaggio: «Per quanto attiene alle prime tre proposte emendative, le stesse hanno a oggetto temi rientranti nelle deleghe conferite al sottosegretario e di competenza del ministero delle infrastrutture e dei trasporti (…) mentre per quanto attiene alla quarta proposta inerente agli incentivi alla produzione di energia da fonti rinnovabili, si pone il testo all'attenzione delle signorie loro ai fini dell'inserimento nel predetto provvedimento». Alla fine Siri non ha confessato reati e, anzi, ha rivendicato che la sua condotta andrebbe «considerata non solo lecita, ma finanche politicamente doverosa» e che riteneva e ritiene le sue proposte di emendamento, «assolutamente condivisibili, anche perché del tutto coerenti, politicamente, con il cosiddetto contratto di governo e le indicazioni di programma della Lega e del Movimento 5 stelle, tutte orientate, in materia di sostegno del fabbisogno energetico e tutela ambientale, a imprimere una fortissima accelerazione al mercato delle piccole installazioni che producono energia da fonte eolica». Queste ultime righe del comunicato sono state riprese un po' maliziosamente dal programma del M5s, allegato alla memoria, dove, alla voce «produzione elettrica da fonte eolica», si legge: «A tale fine potranno essere previste sia centrali eoliche on-shore che off-shore, definendo meglio i vincoli paesaggistici, ma è al mercato delle piccole e micro installazioni che si richiede una fortissima accelerazione». E, a suo modo, Siri la stava dando. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lex-sottosegretario-non-ho-preso-soldi-leolico-lo-volevano-quelli-del-movimento-2636638381.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="salvini-incassa-e-punta-la-raggi" data-post-id="2636638381" data-published-at="1770851935" data-use-pagination="False"> Salvini incassa e «punta» la Raggi «Torniamo a lavorare in modo sereno sui dossier sul tavolo. E finalmente torniamo a parlare di cose serie». La breve dichiarazione del ministro delle Politiche agricole, il leghista Gian Marco Centinaio, al termine del Consiglio dei ministri sul caso Siri, riassume lo stato d'animo della stragrande maggioranza dei parlamentari del Carroccio. Più di tanto, è il ragionamento che si fa nei corridoi del palazzo, la corda non si poteva tirare, e del resto, come ci spiega un deputato leghista, «la revoca di Siri è stata uno schiaffo alle istituzioni, non alla Lega. Ripercussioni sul governo non ce ne saranno: senza i voti del M5s, in fondo, non avremmo potuto ottenere i successi su quota 100, sulla legittima difesa, sulla sicurezza. Andiamo avanti». Nessuno aveva mai pensato che l'affare Siri potesse far cadere il governo, e in fin dei conti la soluzione di questa vicenda consente alla Lega di dedicarsi con tutte le energie alla campagna elettorale per le Europee. Certo, i malumori non mancano, ma la realpolitik prende il sopravvento. Così tocca al leader, Matteo Salvini, risollevare il morale dei leghisti con dichiarazioni tutte rivolte al futuro: «Le elezioni europee», dice Salvini dopo il Consiglio dei ministri, «saranno importanti per salvare l'Europa e per evitare che muoia di fanatismo e disoccupazione. Le elezioni non mi interessano per gli equilibri interni, per me non cambia e non cambierà nulla. Se tutti mantengono la parola data, si andrà avanti. I processi si fanno in tribunale e ritengo ci siano 60 milioni di presunti innocenti fino a prova contraria. Per quello che mi riguarda però abbiamo talmente tante cose da fare che niente mi fa cambiare idea sul fatto che l'Italia abbia bisogno di un governo». Il ministro dell'Interno riserva solo una staffilata al sindaco di Roma, Virginia Raggi, del M5s: «Prendo atto», sottolinea Salvini, «che la Raggi è al suo posto pur essendo indagata da anni. I nostri candidati sono specchiati. Se il sindaco della Capitale è al suo posto evidentemente ci sono colpe di serie A e serie B, presunti colpevoli di serie A serie e serie B. A casa mia se uno vale uno, inchiesta vale inchiesta». Salvini sa benissimo che le due settimane e mezza che ci separano dalle Europee del 26 maggio vedranno il M5s punzecchiare ancora la Lega sulla legalità: «Non abbiamo nessun tipo di problema, se abbiamo dei problemi li risolviamo noi: la questione morale riguarda altri. L'inchiesta sul presidente della Lombardia? Se c'è una persona al di sopra di ogni sospetto a detta di tutti è Attilio Fontana». Il vicepremier leghista si concede un'altra frecciata all'alleato di governo: «La droga è un'emergenza nazionale: da domani darò istruzioni agli uomini della sicurezza per andare a controllare uno per uno i presunti negozi turistici di cannabis, luoghi di diseducazione di massa. Vanno sigillati uno per uno e bisogna proibire anche tutte le cosiddette feste della cannabis. Siamo contro ogni sperimentazione», sottolinea Salvini, ben sapendo che il M5s ha una posizione opposta su questo tema. Un argomento molto più spinoso è quello dell'autonomia differenziata: il M5s, che ha il suo granaio elettorale al Sud, sta rallentando l'iter, e arriva nero su bianco la «sveglia» da parte del Carroccio: «L'autonomia», scrivono in una nota congiunta i capigruppo della Lega di Camera e Senato, Riccardo Molinari e Massimiliano Romeo, «rappresenta un passo epocale per tutto il paese e si farà. Da Nord a Sud le nove regioni che vogliono gestire i soldi degli italiani in modo più efficiente, con meno sprechi e burocrazia e più vicino alle esigenze dei cittadini hanno il diritto di avere una risposta concreta. È scritto nella nostra Costituzione», aggiungono Molinari e Romeo, «e il governo ha l'obbligo di rispondere. Chi non vuole la riforma prevista nel contratto di governo non vuole il bene del Paese». Dunque, si va avanti (quasi) come se nulla fosse. Dopo le Europee, se la Lega dovesse (come prevedono i sondaggi) surclassare il M5s, si aprirà la discussione nella maggioranza sull'eventuale rimpasto.
Le vincitrici della medaglia d'oro Andrea Voetter e Marion Oberhofer festeggiano sul podio dopo le gare di doppio femminile di slittino ai Giochi olimpici invernali di Milano-Cortina 2026 (Ansa)
Gold. Anche se pronunciato alla tedesca significa oro, inno di Mameli e tricolore che sventola. Lassù sulle montagne c’è gente che non tradisce mai. È un trionfo totale nello slittino, dove in meno di un’ora l’Italia raddoppia gli ori (da due a quattro) e aumenta le medaglie, domani 13 nella cavalcata verso il record di Lillehammer (20). Il distretto dei miracoli, nei 40 km fra Bolzano e Bressanone, si conferma la nostra Silicon Valley dello Sport. Andrea Voetter e Marion Oberhofer, all’esordio ai Giochi, conquistano il mondo nel doppio femminile davanti a Germania e Austria. Qualche manciata di minuti dopo i due eroici carabinieri Emanuel Rieder e Simon Kainzwaldner fanno lo storico bis lasciandosi alle spalle austriaci e tedeschi. Un trionfo assoluto, l’impresa è completa.
Esulta da lassù anche Eugenio Monti, il Rosso volante, al quale è dedicata la stupenda pista criticata dagli ambientalisti (zitti e mosca almeno oggi). I fenomeni della velocità nella specialità più antica e più cara ai bambini si avvolgono nel tricolore in un gruppo laocoontico che fa il giro del pianeta. Orgoglio italiano in purezza, anche questa volta (come si usa dire per Jannik Sinner) la cicogna non è stata pigra e ha superato le Alpi. Ma al di là del destino, il pensiero corre al genio che ha plasmato questa squadra: Armin Zoeggeler, il cannibale, che vinse sei medaglie olimpiche e 57 gare e oggi è il ds guru di una nazionale senza rivali.
Senza i missili schutzen sugli slittini, la giornata sarebbe un pianto. Sulla pista Stelvio di Bormio si coglie per la prima volta un senso d’impotenza durante il SuperG che si trasforma in MiniG. Giovanni Franzoni è stanco e non riesce a spingere (6°), travolto anche dai brindisi e dagli elogi di un totem come Piero Gros, che prima della gara sottolinea: «Non parlare di sorpresa, ha un istinto da fuoriclasse». Come non detto, in compenso si candida per un’ospitata al festival di Sanremo.
Quanto agli altri, Christof Innerhofer (11º) e Mattia Casse (24°) non pervenuti. Ma il simbolo del momento storto è rappresentato dal destino di Dominik Paris, il più esperto di tutti, costretto al ritiro per una caduta da sciatore della domenica, tradito da un attacco regolato male che si sgancia alla minima pressione. «Quando lo sci è partito per la tangente ho tirato una bestemmia, si è rotto l’attacco oppure è difficile da capire», allarga le braccia Domme, con l’aria di chi non vede l’ora di regolare i conti con lo skiman, anche se in pubblico lo esenta da colpe.
Affondati gli azzurri non resta che ammirare il formidabile esercito svizzero, come da imperdibile saggio di John McPhee. Franjo Von Allmen vince anche qui, terza medaglia d’oro in cinque giorni: relega al terzo posto il connazionale Marco Odermatt - che sale sul podio con l’aria di chi ha perso gli amici e la corriera - e si candida a simbolo dell’Olimpiade. Non lascia scampo a nessuno; solo l’americano Ryan Cochran-Siegle (2º) gli arriva vicino. Franjo è il più elvetico di tutti. Arriva dalla valle della carne Simmenthal e celebra ogni successo facendo il gesto delle corna per salutare le sue mucche.
Azzurri male in SuperG e male nel Biathon, dove l’argentea Lisa Vittozzi sembra appagata e si perde nelle retrovie della 15 km sparando a casaccio. Va meglio Dorothea Wierer, la capofila italiana, che agguanta il quinto posto con una prova dignitosa nel giorno sbagliato («per noi donne una volta al mese é così»), non sufficiente ad impensierire la francese Julia Simon, al secondo oro consecutivo dopo quello in staffetta mista. Argento alla connazionale gentile e tatuatissima Lou Jeanmonnot, bronzo a sorpresa per la bulgara Lora Hristova, paradigma del rimpianto azzurro.
Nel Fondo si accende un caso dal nulla: due sciatrici sudcoreane vengono squalificate per l’uso di una sciolina-doping a base di fluoro, sostanza proibita dal Cio. È la prima volta che il doping viene rilevato non sulle atlete ma sui materiali con un eccesso di zelo fuori dal tempo. Sono anni che le nazionali più ricche e organizzate si portano appresso Tir con almeno un centinaio di diversi tipi di sciolina; la scienza è applicata in tutto e per tutto, sostenuta da investimenti milionari. Niente da fare, quell’unguento da dentifricio è proibito. Per la cronaca, le due non si sarebbe mai neppure avvicinate ai primi dieci.
Se martedì il gesto «umano» del giorno era stata la confessione sul podio del biathleta norvegese Sturla Lagreid («ho tradito la mia fidanzata e sono distrutto dal dolore»), oggi ha fatto emozionare tutti la dedica del pattinatore americano Maxim Naumov, che al termine della sua prova ha mostrato al pubblico del Forum di Milano la foto dei genitori ex campioni della stessa specialità, morti in una sciagura aerea un anno fa. «Mamma e papà, ho pattinato per voi, guardate cosa abbiamo fatto». Nel vedere quel ragazzo pattinare divinamente, guidato dal cielo, si sono commossi tutti.
Domani si torna in pista con donne speciali che hanno l’oro in testa: la mammina Francesca Lollobrigida nel Pattinaggio (5000 metri velocità), la regina Arianna Fontana nello sprint dello Short Track. Identica adrenalina sulle Tofane, dove le ragazze dello squadrone azzurro vanno a caccia di medaglie nel SuperG. Al cancelletto di partenza Federica Brignone, Laura Pirovano, Elena Curtoni e soprattutto Sofia Goggia che oggi ha ricevuto la visita di un portafortuna speciale, il presidente Sergio Mattarella. Molte speranze e un rischio meteo: è prevista nebbia. A Cortina siete pregati di soffiare.
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Ansa
Invece, per le nazioni partecipanti del programma Gcap, Gran Bretagna, Italia e Giappone, l’arrivo di Berlino, sempre che sia approvato e soprattutto ben definito dal Regno Unito come dal Giappone oltre che dall’Italia, avrebbe effetti differenti. Servirà valutare come inserire i tedeschi nella joint-venture trinazionale Edgewing che costruisce il Gcap e l’effetto a lungo termine sarebbe la maggiore suddivisione dei costi tra ogni Paese, certamente un vantaggio come l’accresciuto numero di aerei da costruire. Secondo: a breve termine aprirebbe la porta a più aziende coinvolte nel programma aumentando le possibilità di forniture da parte di piccole e medie imprese. Ma al tempo stesso incrementerebbe la concorrenza tra esse poiché queste, per partecipare alle commesse, sono valutate in termini di qualità, tempi e costi delle forniture. Risultato: le pmi italiane si troverebbero innanzi a più opportunità come a maggiore concorrenza e al tempo stesso anche a dover correre ancora più per ammodernarsi di quanto non facciano già oggi, per soddisfare i requisiti dettati da colossi dell’aerospazio come Bae System e Leonardo.
Airbus intanto sta riorganizzando la divisione Defence and Space con un piano di 2.500 tagli entro la metà dell’anno. A dare speranza per una positiva collaborazione con Berlino è anche il fatto che Regno Unito, Italia, Spagna e Germania già collaborano da quarant’anni nel consorzio Eurofighter Typhoon (BaeSystems 37,5%; Eads Deutschland 30%; Leonardo 19,5%; Eads-Casa 13%), tempo nel quale sono state affrontate e risolte le maggiori criticità apparse all’inizio dell’impresa. Soprattutto, con la Germania nel programma Gcap aumenterebbe la possibilità europea di raggiungere in tempi rapidi la tanto desiderata indipendenza tecnologica dagli Usa che oggi costringe la maggioranza dei Paesi Nato a comprare prodotti della difesa da Washington e tante piccole e medie imprese ad affrontare difficoltà nel reperimento di componenti qualificati per uso militare e aerospaziale. Un piccolo esempio: un semplice micro-interruttore o un connettore elettrico approvati per uso militare, quindi qualificati dal produttore per superare determinate prestazioni (come funzionare a temperature estreme, non essere affetti da corrosione, ecc.), compreso nei cataloghi di parti in standard Nato, con molta probabilità oggi proviene dagli Usa dove viene fornito attraverso i canali ufficiali per 300 dollari con un’attesa di due anni o per mille dollari in sei mesi. Questo sia per la forte domanda interna statunitense, sia per carenza di materie prime, sia per evidente opportunità ma anche per vetustà delle componenti stesse e mancanza di alternative, poiché ha caratteristiche definite al tempo della Guerra fredda e poco aggiornate. Così è arduo per una pmi garantire i tempi previsti senza perdere competitività rispetto a concorrenti inglesi o asiatiche. Moltiplicate l’esempio per le migliaia di parti e lavorazioni necessarie per costruire un caccia o un missile e si ottiene la dimensione della dipendenza tecnologica ancor prima di considerare l’intelligenza artificiale o altre innovazioni delle quali il Gcap sarà portatore. E che avranno grandi e utili ricadute anche in ambito civile.
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Lunedì il quindicenne esce da scuola e sale sull’autobus nel quartiere San Felice, per tornare a casa, che è parecchio distante. Come ha raccontato la mamma al Giornale di Vicenza, «credeva di aver dimenticato l’abbonamento: nella sua completa onestà lo ha detto subito all’autista e lui lo ha fatto scendere». Insomma, una piccola botta di ansia, affrontata «autodenunciandosi», nella speranza di trovare un minimo di umanità. E invece, nulla. Il guidatore è stato inflessibile. Pioveva pure e il minore ha chiamato il nonno per farsi venire a prendere. Poi è stata informata la mamma, stupitissima, perché il figlio ha l’abbonamento, che per altro ha trovato poco dopo. La signora ha protestato con l’azienda locale di trasporti, che promette la solita «rapida inchiesta», ma intanto già si cosparge il capo di cenere. Dice il presidente di Svt, Marco Sandonà: «A nome dell’azienda vorrei scusarmi pubblicamente con lo studente e la sua famiglia per questo increscioso episodio».
L’azienda ha subito aperto una procedura di contestazione nei confronti del proprio dipendente. Possibile che la disabilità non fosse molto evidente, ma non sposta più di tanto i termini della questione perché un quindicenne è un quindicenne.
Se ne rende conto lo stesso Sandonà, che spiega: «Abbiamo una responsabilità nei confronti dei nostri utenti, a maggior ragione quando si tratta di minorenni, che in nessun caso devono essere lasciati a terra». E aggiunge un’osservazione non banale: «La giusta applicazione delle regole deve sempre e comunque tenere conto della persona che abbiamo di fronte, proprio perché trasportiamo persone». Anche la mamma dimostra una certa pacatezza quando dice: «Non capisco perché mio figlio sia stato fatto scendere. Non avrebbero dovuto semplicemente fargli una multa che poi noi avremmo potuto contestare dimostrando che mio figlio è in possesso di un regolare abbonamento?». Si vede che l’autista non aveva tempo di multare un innocuo ragazzino.
Il regolamento dell’azienda di trasporti vicentina prevede che una multa possa essere annullata entro 15 giorni, se l’utente dimostra di avere un biglietto o un abbonamento valido. In ogni caso sul grave infortunio della municipalizzata interviene anche Zaia, per il quale «il rispetto viene prima di ogni procedura. Non è solo un fatto di regole, ma di umanità, di responsabilità e di buon senso».
Tre qualità che sono forse sospese nel Veneto che ospita le Olimpiadi invernali, almeno a bordo dei mezzi pubblici. È incredibile, ma a Vicenza si ripete, in versione anche peggiore, quello che è successo nel Bellunese appena dieci giorni fa, con la notizia che ha fatto il giro d’Italia. Si tratta di quel ragazzino di 11 anni che non aveva il biglietto «olimpico» ma solo biglietti ordinari (avrebbero potuto essere cumulati), ed è stato fatto scendere dall’autobus. Non aveva il cellulare e quindi ha camminato fino a casa per sei chilometri nella neve, dove è arrivato in condizioni pietose.
Questi due episodi, che si spera non siano la punta di un iceberg, confermano che dal Covid in poi questo non è un Paese per bimbi e ragazzini. Prima li hanno rinchiusi a casa senza motivo, ora escono e chiunque abbia un minimo di autorità li bullizza. Tutto intorno, bande di maranza senza biglietto non vengono degnate di uno sguardo. Nessuno chiede gesti di eroismo a chi guida l’autobus spesso in condizioni difficili, ma mostre i muscoli con undicenni e disabili non è il modo di rifarsi.
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Ansa
La rappresentazione dei fatti presentata dai pm, in sostanza, sarebbe stata dolosamente artefatta. L’istruttoria, però, secondo i giudici, pur avendo dimostrato che, all’epoca dei fatti, le operatrici dei servizi sociali non avessero elementi oggettivi da cui desumere che il bambino fosse stato vittima di abusi intrafamiliari, ha stabilito che non avrebbero avuto una tale «convinzione», ancorché infondata. Non solo. Limitano, e di molto, l’azione dei servizi sociali: «La funzione probatoria che connota le relazioni del servizio sociale», scrivono, «non coincide con la funzione probatoria richiesta dalla giurisprudenza per l’individuazione degli atti pubblici dotati di fede privilegiata». Quelle relazioni erano carta straccia? In realtà i giudici, che hanno assolto gli operatori anche dall’accusa di frode processuale, li salvano con questo passaggio: «Difatti, rispetto agli operatori sociali, […] l’istruttoria, oltre ad aver escluso la sussistenza di condotte assimilabili a quelle concepite nelle imputazioni, ha dimostrato come gli stessi abbiano sempre agito su specifico mandato del tribunale per i minorenni, che rendeva quindi doverosa la loro azione (come per gli allontanamenti e le successive collocazioni etero-familiari), oppure nell’ambito di quanto dallo stesso tribunale loro delegato (come di prassi si prevedeva per l’avvio e la gestione degli incontri protetti)».
E non è finita: «Gli stessi hanno sempre, costantemente, aggiornato l’autorità giudiziaria, ovvero proprio il soggetto che, in ipotesi d’accusa, avrebbero voluto ingannare, tramite le proprie relazioni». È il resoconto di un cortocircuito giudiziario. «Sebbene molte di queste (relazioni, ndr) siano state tacciate di falsità», aggiungono i giudici, «non ci si può esimere dal rilevare come anche tali contestazioni risultino smentite, o comunque indimostrate, all’esito della complessa istruttoria svolta». La conclusione: «Da ciò consegue […] che sia le decisioni che l’operato del servizio, diversamente da quanto ipotizzano nei capi in cui si contesta la frode processuale, non erano mossi da alcun fine di inganno ma si basavano, a ben vedere, su valutazioni tecnico-professionali, di competenza propria degli operatori, di cui non si è provata né l’abnormità né l’erroneità, così come neppure si è dimostrata la falsità dei dati di fatto su cui si fondavano».
Ogni volta che la sentenza esamina le condotte attribuite ai genitori o ai familiari (abuso sessuale, maltrattamento, pregiudizio grave), però, la conclusione è sempre la stessa: le ipotesi non reggono alla prova dibattimentale. Le ricostruzioni non superano la soglia «dell’oltre ogni ragionevole dubbio». La formula usata dai giudici è questa: «Non solo non si è dimostrata la sussistenza, in positivo, di condotte di tal fatta (gli abusi, ndr), ma l’istruttoria dibattimentale ha restituito un quadro del tutto divergente». La sentenza chiarisce che le ipotesi di abuso nascono e si sviluppano all’interno di un circuito valutativo, costruito attraverso relazioni, osservazioni, interpretazioni. Ma quando queste ipotesi arrivano in aula non diventano fatti. Restano ipotesi. I giudici spiegano che le valutazioni dei servizi sociali non sono prove. Non hanno «fede privilegiata». E soprattutto non possono trasformarsi, da sole, in accertamenti di eventi storici. Le ricostruzioni prospettate «non trovano riscontro in elementi oggettivi». I rilievi contenuti nelle relazioni poi usate per allontanare i minorenni dai loro genitori, per quanto non provate, stando alle valutazioni del tribunale, avrebbero avuto come fine quello «di tutelare i minori e aiutarli a elaborare i propri vissuti».
Alla fine non ha sbagliato nessuno. La sentenza, però, un passo ulteriore lo fa. Spiega che la partita non è chiusa. Ma che è aperto un altro fronte. Quello civile. In un caso in particolare, argomentano i giudici, «il provvedimento giudiziale di sospensione della responsabilità genitoriale, che ha determinato una lesione ingiusta del diritto» del minorenne «a mantenere un rapporto con i propri genitori e del diritto di questi a esercitare le prerogative connesse alla responsabilità genitoriale», avrebbe causato «un danno patrimoniale e non patrimoniale». Perché anche se l’allontanamento è avvenuto sulla base di presupposti non del tutto provati nel processo, qualcuno comunque dovrà rispondere delle conseguenze.
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