
Mentre in Italia l’opinione pubblica si concentra sul patriarcato, la Cgil programma scioperi a macchia di leopardo e l’opposizione fa caciara sul salario minimo con un approccio al lavoro a dir poco anacronistico, in Europa si sta decidendo il futuro della tecnologia e dell’intelligenza artificiale. Quindi, del modello di società nella quale vivremo almeno per i prossimi 30 anni. Ieri si è tenuta una importante riunione del Consiglio Tte, trasporti, telecomunicazioni ed energia. Sotto la presidenza spagnola i vari Paesi Ue hanno riversato le proprie posizioni al riguardo del cosiddetto Ia act. Oggi si terrà un trilogo altrettanto importante. Commissione, Parlamento e Consiglio vorrebbero trovare la quadra e buttare giù il documento fondativo di indirizzo per lo sviluppo dell’Ia. Sul tavolo, però, ci sono due aspetti delicati. Per via dei quali c’è da scommettere che oggi il trilogo avvii una fumata nera. Primo: quali regole applicare ai modelli fondativi (foundational models), ossia quelle forme di intelligenza artificiale generali in grado di svolgere compiti diversi (come creare un testo o un’immagine) e allenati attraverso un’enorme mole di dati non categorizzati. Come Gpt-4, alla base del chatbot ChatGpt, o Lamda, dietro Google.
Secondo: che strada intraprenderà l’Europa sull’utilizzo dell’Ia per compiti di polizia e di sorveglianza. Il braccio di ferro è tra il Parlamento, determinato a introdurre regole stringenti, e il Consiglio, che vuole un approccio più accomodante e mani libere in materia di polizia. Dopo l’incontro dello scorso 12 novembre molte posizioni si sono limate, altre sono cambiate e alcune come quelle dell’Italia sono diventate nette: niente Far West, regole e sanzioni lasciando spazi sufficienti allo sviluppo tecnologico. A rappresentare l’Italia il sottosegretario a Palazzo Chigi, Alessio Butti, il quale negli ultimi tempi deve aver fatto un gran lavoro si sintesi. Dentro e fuori l’Italia. «A tal fine, il nostro Paese», ha detto Butti, «insiste affinché tutti i modelli e i sistemi Ia rientrino in un quadro di regole certe e semplici, corredate di sanzioni per ogni modello e sistema di Ia, inclusi quelli fondativi (come sottolineato dal presidente del Consiglio Giorgia Meloni, al fine di evitare zone franche o grigie e assicurare che regolazione e innovazione possano procedere insieme, ndr)». Per poi concludere: «L’Italia conferma che il quadro regolatorio possa beneficiare di codici di condotta che, senza sostituirsi alle regole, ne declinino i contenuti e che, ove non rispettati, comportino l’applicazione delle sanzioni previste».
Una delle posizioni più nette e chiare tra quelle riversate ieri all’interno del Consiglio, che resta ancora spaccato ma, come detto sopra, con interessanti evoluzioni. Francia e Germania fino a poco tempo fa erano su altri pianeti. I due Paesi, in poche parole, sostenevano l’approccio opposto alla Commissione e all’Italia, approccio tra l’altro quasi superato pure dagli Stati Uniti. Il modello in questione è quello dei codici di auto condotta. Quindi larghissima libertà alle aziende di manovrare e sviluppare le chiavi di volta dell’architrave dovendo al limite rendere conto a cose fatte. Lo scorso mese il ministro francese, Bruno Le Maire, ha fatto un primo passo indietro, mentre ieri il rappresentante di Parigi, pur rimanendo con varie ambiguità, ha preso atto della necessità di disciplina e di sviluppare un marchio Ce senza il quale una piattaforma non potrà essere commercializzata nel Vecchio continente. Molto più rigida la Germania che guida la fronda della libertà di investimenti.
Berlino ieri ha ribadito la propria contrarietà al modello regolatorio così come impostato dalla Commissione. Sebbene i più ottimisti hanno visto pure nell’intervento tedesco la disponibilità ad avviare una trattativa. «Non tutti i sistemi fondativi potrebbero essere sottoposti a tutte le regole contemporaneamente», ha detto il delegato di Berlino. Sembrano sfumature. In realtà indica che pur rimanendo spaccata l’Ue cerca di darsi una mossa. La Danimarca, ad esempio, ha ricordato che sono i ritardi nella regolamentazione a far scappare gli investitori. Secondo il motto condivisibile che il mondo ci osserva ma non ci aspetta. Come da rito, ieri sono intervenuti anche Irlanda, Grecia, Bulgaria, Belgio, Ungheria e gli altri Paesi. Pochi sono rimasti allineati alla Germania. È chiaro che molto dipenderà da quanto accadrà oggi. Se la Germania dovesse invocare la clausola di sovranità i tempi potrebbero allungarsi. Ma non è detto che per l’Italia sia un male. Anzi. Il governo Meloni su questo tema sta lodevolmente prendendo l’iniziativa. Ieri, a margine, c’è stato un incontro bilaterale tra Butti e l’omologa belga.
A quanto risulta alla Verità sono emersi importanti allineamenti tra i due Paesi. Non secondari visto che a presiedere il prossimo semestre sarà proprio il Belgio. Così se oggi il trilogo si limiterà a scrivere l’impalcatura della legge sull’Ia, è probabilmente che con il nuovo anno i contenuti del documento vadano ad allinearsi con un altro pilastro dello sviluppo digitale, il Digital network act, su cui Roma sta lavorando alacremente e che di fatto dovrebbe superare il Tlc act. Che significa? Che se va così avremo più voce in capitolo su due aspetti. Quello della tutela dei cittadini e dei posti di lavoro tramite normative regolatorie per i colossi big tech. Ma al tempo stesso anche nel controllo dei controllori. Abbiamo più volte sollevato alert. Nessuno desidera che la Commissione con la scusa di regolare i colossi privati travalichi e a sua volta imponga controlli sui cittadini. Alla fine intelligenza artificiale e identità digitali saranno da valutare come due lati della stessa medaglia.






