True
2020-10-29
L’Europa sbugiarda Giuseppi sui vaccini
Ursula von der Leyen (Nicolas Economou/NurPhoto via Getty Images)
«Se le ultime fasi di preparazione del vaccino Oxford-Irbm Pomezia-Astrazeneca saranno completate nelle prossime settimane, le prime dosi saranno disponibili all'inizio di dicembre». Parola di Giuseppe Conte, intervistato da Bruno Vespa per il suo ultimo libro. «Già all'inizio», aggiunge Conte, «avremo i primi due o tre milioni di dosi. Altri milioni ci arriveranno subito dopo. La Commissione europea ha commissionato ad Astrazeneca e ad altre società alcune centinaia di milioni di dosi. Penso che per contenere completamente la pandemia dovremo aspettare comunque la prossima primavera». Maledetta primavera: che fretta c'era di annunciare notizie così importanti, se la realtà è molto diversa da quella comunicata da un uomo che pure di mestiere (precario) fa il presidente del Consiglio di un grande paese? Giuseppi, purtroppo, (anche) sul vaccino farnetica, e a certificarlo non sono i soliti cattivoni dell'opposizione, ma la sua adorata Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, che ieri a Bruxelles ha affrontato anche questo argomento: «Lo sviluppo di un vaccino efficace e sicuro», sostiene la Von der Leyen, «richiederà tempo e non è la soluzione miracolosa che cambia tutto da un giorno all'altro. A un certo punto la prima compagnia farmaceutica arriverà con un vaccino, che poi passerà i trial clinici necessari. Potrebbe volerci fino a fine anno perché una delle compagnie farmaceutiche riesca ad andare in quella fase. Ma ci vorrà tempo», insiste la presidente, «ed è importante comunicarlo con sufficiente anticipo, perché un vaccino venga testato in modo che si accerti che è efficace e sicuro. Con efficace», sottolinea la von der Leyen, «intendo che deve conferire l'immunità, in qualche misura. In altre parole, il vaccino non è l'evento miracoloso che cambia tutto da un giorno all'altro. È la luce in fondo al tunnel, ma ci vorranno diversi passaggi prima di riuscire a vedere la luce piena. Nella migliore delle ipotesi da 20 a 50 milioni di dosi di vaccino saranno consegnate ogni mese, da quando le prime società di produzione saranno pronte e queste prime forniture», avverte la von der Leyen, «dovrebbero iniziare ad aprile». Tra dicembre e aprile passano quattro mesi, che in un momento così drammatico rappresentano un'era geologica. Perché Conte ha mentito, illudendo gli italiani? Non si sa, ma si può immaginare. Con la speranza di un vaccino in arrivo in tempi brevi, le misure di chiusura sarebbero accolte con uno stato d'animo diverso dagli imprenditori, e probabilmente le proteste si placherebbero. Il problema è che non è possibile sparare balle su un tema così importante, perché la smentita è dietro l'angolo e la figuraccia assume proporzioni bibliche.
Non è la prima volta che dal governo piovono annunci miracolistici quanto falsi sui tempi di perfezionamento del vaccino anti-coronavirus. «Il vaccino», diceva Conte lo scorso 16 ottobre, «sarà strategico. Alcuni gruppi prospettano esiti positivi per fine novembre o dicembre, presto potremmo avere 200 o 300 milioni di dosi di vaccini. Saremo in grado di inondare i nostri sistemi sanitari e potremmo donarli anche ad economie più vulnerabili». L'unica inondazione alla quale assistiamo è, purtroppo, quella degli annunci senza fondamento del governo. «La certezza di un vaccino contro il Covid entro la fine dell'anno? La verità», proclamava nelle stesse ore il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, «è che questo potrebbe essere l'ultimo miglio: da fine novembre, inizio dicembre arriveranno in Italia le prime dosi del vaccino e poi da gennaio inizieremo le vaccinazioni». A smentire Conte e Di Maio arriva anche Nicola Magrini, direttore generale dell'Agenzia Italiana del Farmaco: «Il vaccino per il Covid», dice Magrini a Radio24, «si potrebbe avere in uso clinico, cioè a disposizione dei soggetti a rischio a gennaio-febbraio.
Come Agenzia regolatoria europea siamo in attesa dei dati clinici, se arrivano a fine novembre serve una osservazione attenta, siamo in condizione di grande corsa ma anche di valutazione seria» aggiunge Magrini, «avremo i dati degli studi clinici tra fine anno e inizio dell'anno prossimo di tre vaccini che viaggiano insieme come prima velocità e ulteriori tre nel primo semestre del prossimo anno».
Un'ulteriore smentita degli annunci trionfali di Conte arriva anche da Guido Rasi, direttore esecutivo dell'Ema, l'Agenzia europea del farmaco basata ad Amsterdam che dovrà dare il via libera alla commercializzazione dei vaccini in Europa. In un'intervista a Repubblica ha dichiarato: «Tecnicamente è ancora possibile, ma è estremamente difficile se non improbabile che il vaccino contro il coronavirus arrivi entro la fine del 2020. Se tutto andrà liscio potremo autorizzare i primi vaccini tra gennaio e febbraio, ma prima dell'estate non ce ne saranno certo per tutti. Per vaccinare 400 milioni di persone servono 500-600 milioni di dosi e averle entro la fine del prossimo anno non sarà possibile».
Schiaffo a Crisanti: «Falsità su Vo'»
«Siamo come in una turbolenza durante un grande volo intercontinentale, bisogna avere nervi saldi ed essere organizzati», ha detto ieri il presidente del Veneto, Luca Zaia, parlando della curva epidemiologica nella sua Regione. Ben al di là di qualche scossa passeggera è invece la battaglia tra il Doge e Andrea Crisanti, il professore ordinario di Microbiologia dell'Università di Padova, celebrato come il padre del «Modello Vo'» ovvero la politica aggressiva, contrariamente a quella governativa, di tracciamento dei positivi messo in atto nella Regione sin da subito, che ha permesso di arginare i contagi e il focolaio della provincia padovana, dichiarata zona rossa dopo la morte per Covid di Adriano Trevisan, nell'ospedale di Schiavonia, il 21 febbraio.
E proprio attorno al successo veneto, riconosciuto in tutto il mondo, continua lo scontro per intestarsene il merito.
Tra il leghista e lo scienziato c'era già stata più di qualche tensione, alimentata anche dall'onnipresenza del virologo in tv, radio e giornali, e dalle sue lapidarie dichiarazioni, come quella riferita al trionfo di Zaia alle regionali: «È merito mio, magari fra cinque anni mi candido e lo sfido. Se non fosse stato per me avrebbe combinato un disastro». Non c'è da stupirsi dunque dell'ultima battaglia in corso, innescata da uno studio apparso sulla rivista scientifica Nature proprio a firma di Crisanti, in cui il virologo si attribuiva la paternità del primo giro di tamponi a Vo' Euganeo, eseguito invece dall'azienda sanitaria di Padova, per scelta del governatore leghista e finanziata anche dalla Regione, tra il 23 e il 29 febbraio. Ma di Zaia, nell'articolo, nemmeno l'ombra. A prendere le distanze da questa ricostruzione, ci ha pensato la direttrice della Prevenzione della Regione Veneto, Francesca Russo, inviando una lettera a Nature, rivelata ieri da Bruno Vespa nel suo libro Perché l'Italia amò Mussolini: «La pubblicazione ha alterato i fatti, distorcendo la realtà e mistificando quanto è accaduto a Vo'. Tutte le decisioni rilevanti su come affrontare il focolaio hanno avuto origine dall'ospedale di Schiavonia, dove sono stati ricoverati i primi due pazienti residenti a Vo' positivi, e sono state assunte dal presidente della Regione di concerto con la Direzione prevenzione e Sanità pubblica della Regione e con le autorità sanitarie dell'Azienda Ulss 6 Euganea. Tutto questo è accaduto ancor prima che lo studio di Vo' fosse concepito. Il caso di Vo' ha avuto un impatto strategico minimo sull'approccio del Veneto nell'affrontare l'epidemia» scrive perentoria la Russo. Un vero schiaffo in faccia a Crisanti, che ha replicato a stretto giro: «Questa lettura dei fatti è falsa e fuorviante, sto provvedendo a diffidare Vespa. Le prove di come siano andati davvero i fatti sono nelle carte e anche nello scambio di whatsapp con il governatore Zaia, messaggi dell'8 e 9 marzo nei quali gli anticipavo i risultanti sorprendenti dell'esperimento di Vo', proponendo di esportare quel modello di sorveglianza attiva». Versioni contraddittorie, che confermano solo l'evidenza: lo strappo tra Zaia e Crisanti è ormai insanabile, tanto da far definire «dolorosa» la vicenda dallo stesso presidente.
Continua a leggereRiduci
Il premier continua a illudere gli italiani che il rimedio al Covid arriverà a dicembre, ma Ursula von der Leyen e agenzia del farmaco: «Non prima dell'estate». Il Veneto contro l'articolo dove il docente si attesta tutti i meriti per l'iniziale gestione del focolaio: «Realtà distorta, decisioni prese dalla Regione». Luca Zaia: «Storia dolorosa»Lo speciale contiene due articoli.«Se le ultime fasi di preparazione del vaccino Oxford-Irbm Pomezia-Astrazeneca saranno completate nelle prossime settimane, le prime dosi saranno disponibili all'inizio di dicembre». Parola di Giuseppe Conte, intervistato da Bruno Vespa per il suo ultimo libro. «Già all'inizio», aggiunge Conte, «avremo i primi due o tre milioni di dosi. Altri milioni ci arriveranno subito dopo. La Commissione europea ha commissionato ad Astrazeneca e ad altre società alcune centinaia di milioni di dosi. Penso che per contenere completamente la pandemia dovremo aspettare comunque la prossima primavera». Maledetta primavera: che fretta c'era di annunciare notizie così importanti, se la realtà è molto diversa da quella comunicata da un uomo che pure di mestiere (precario) fa il presidente del Consiglio di un grande paese? Giuseppi, purtroppo, (anche) sul vaccino farnetica, e a certificarlo non sono i soliti cattivoni dell'opposizione, ma la sua adorata Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, che ieri a Bruxelles ha affrontato anche questo argomento: «Lo sviluppo di un vaccino efficace e sicuro», sostiene la Von der Leyen, «richiederà tempo e non è la soluzione miracolosa che cambia tutto da un giorno all'altro. A un certo punto la prima compagnia farmaceutica arriverà con un vaccino, che poi passerà i trial clinici necessari. Potrebbe volerci fino a fine anno perché una delle compagnie farmaceutiche riesca ad andare in quella fase. Ma ci vorrà tempo», insiste la presidente, «ed è importante comunicarlo con sufficiente anticipo, perché un vaccino venga testato in modo che si accerti che è efficace e sicuro. Con efficace», sottolinea la von der Leyen, «intendo che deve conferire l'immunità, in qualche misura. In altre parole, il vaccino non è l'evento miracoloso che cambia tutto da un giorno all'altro. È la luce in fondo al tunnel, ma ci vorranno diversi passaggi prima di riuscire a vedere la luce piena. Nella migliore delle ipotesi da 20 a 50 milioni di dosi di vaccino saranno consegnate ogni mese, da quando le prime società di produzione saranno pronte e queste prime forniture», avverte la von der Leyen, «dovrebbero iniziare ad aprile». Tra dicembre e aprile passano quattro mesi, che in un momento così drammatico rappresentano un'era geologica. Perché Conte ha mentito, illudendo gli italiani? Non si sa, ma si può immaginare. Con la speranza di un vaccino in arrivo in tempi brevi, le misure di chiusura sarebbero accolte con uno stato d'animo diverso dagli imprenditori, e probabilmente le proteste si placherebbero. Il problema è che non è possibile sparare balle su un tema così importante, perché la smentita è dietro l'angolo e la figuraccia assume proporzioni bibliche.Non è la prima volta che dal governo piovono annunci miracolistici quanto falsi sui tempi di perfezionamento del vaccino anti-coronavirus. «Il vaccino», diceva Conte lo scorso 16 ottobre, «sarà strategico. Alcuni gruppi prospettano esiti positivi per fine novembre o dicembre, presto potremmo avere 200 o 300 milioni di dosi di vaccini. Saremo in grado di inondare i nostri sistemi sanitari e potremmo donarli anche ad economie più vulnerabili». L'unica inondazione alla quale assistiamo è, purtroppo, quella degli annunci senza fondamento del governo. «La certezza di un vaccino contro il Covid entro la fine dell'anno? La verità», proclamava nelle stesse ore il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, «è che questo potrebbe essere l'ultimo miglio: da fine novembre, inizio dicembre arriveranno in Italia le prime dosi del vaccino e poi da gennaio inizieremo le vaccinazioni». A smentire Conte e Di Maio arriva anche Nicola Magrini, direttore generale dell'Agenzia Italiana del Farmaco: «Il vaccino per il Covid», dice Magrini a Radio24, «si potrebbe avere in uso clinico, cioè a disposizione dei soggetti a rischio a gennaio-febbraio. Come Agenzia regolatoria europea siamo in attesa dei dati clinici, se arrivano a fine novembre serve una osservazione attenta, siamo in condizione di grande corsa ma anche di valutazione seria» aggiunge Magrini, «avremo i dati degli studi clinici tra fine anno e inizio dell'anno prossimo di tre vaccini che viaggiano insieme come prima velocità e ulteriori tre nel primo semestre del prossimo anno».Un'ulteriore smentita degli annunci trionfali di Conte arriva anche da Guido Rasi, direttore esecutivo dell'Ema, l'Agenzia europea del farmaco basata ad Amsterdam che dovrà dare il via libera alla commercializzazione dei vaccini in Europa. In un'intervista a Repubblica ha dichiarato: «Tecnicamente è ancora possibile, ma è estremamente difficile se non improbabile che il vaccino contro il coronavirus arrivi entro la fine del 2020. Se tutto andrà liscio potremo autorizzare i primi vaccini tra gennaio e febbraio, ma prima dell'estate non ce ne saranno certo per tutti. Per vaccinare 400 milioni di persone servono 500-600 milioni di dosi e averle entro la fine del prossimo anno non sarà possibile».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/leuropa-sbugiarda-ancora-conte-i-vaccini-a-natale-sono-un-miraggio-2648536614.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="schiaffo-a-crisanti-falsita-su-vo" data-post-id="2648536614" data-published-at="1603917426" data-use-pagination="False"> Schiaffo a Crisanti: «Falsità su Vo'» «Siamo come in una turbolenza durante un grande volo intercontinentale, bisogna avere nervi saldi ed essere organizzati», ha detto ieri il presidente del Veneto, Luca Zaia, parlando della curva epidemiologica nella sua Regione. Ben al di là di qualche scossa passeggera è invece la battaglia tra il Doge e Andrea Crisanti, il professore ordinario di Microbiologia dell'Università di Padova, celebrato come il padre del «Modello Vo'» ovvero la politica aggressiva, contrariamente a quella governativa, di tracciamento dei positivi messo in atto nella Regione sin da subito, che ha permesso di arginare i contagi e il focolaio della provincia padovana, dichiarata zona rossa dopo la morte per Covid di Adriano Trevisan, nell'ospedale di Schiavonia, il 21 febbraio. E proprio attorno al successo veneto, riconosciuto in tutto il mondo, continua lo scontro per intestarsene il merito. Tra il leghista e lo scienziato c'era già stata più di qualche tensione, alimentata anche dall'onnipresenza del virologo in tv, radio e giornali, e dalle sue lapidarie dichiarazioni, come quella riferita al trionfo di Zaia alle regionali: «È merito mio, magari fra cinque anni mi candido e lo sfido. Se non fosse stato per me avrebbe combinato un disastro». Non c'è da stupirsi dunque dell'ultima battaglia in corso, innescata da uno studio apparso sulla rivista scientifica Nature proprio a firma di Crisanti, in cui il virologo si attribuiva la paternità del primo giro di tamponi a Vo' Euganeo, eseguito invece dall'azienda sanitaria di Padova, per scelta del governatore leghista e finanziata anche dalla Regione, tra il 23 e il 29 febbraio. Ma di Zaia, nell'articolo, nemmeno l'ombra. A prendere le distanze da questa ricostruzione, ci ha pensato la direttrice della Prevenzione della Regione Veneto, Francesca Russo, inviando una lettera a Nature, rivelata ieri da Bruno Vespa nel suo libro Perché l'Italia amò Mussolini: «La pubblicazione ha alterato i fatti, distorcendo la realtà e mistificando quanto è accaduto a Vo'. Tutte le decisioni rilevanti su come affrontare il focolaio hanno avuto origine dall'ospedale di Schiavonia, dove sono stati ricoverati i primi due pazienti residenti a Vo' positivi, e sono state assunte dal presidente della Regione di concerto con la Direzione prevenzione e Sanità pubblica della Regione e con le autorità sanitarie dell'Azienda Ulss 6 Euganea. Tutto questo è accaduto ancor prima che lo studio di Vo' fosse concepito. Il caso di Vo' ha avuto un impatto strategico minimo sull'approccio del Veneto nell'affrontare l'epidemia» scrive perentoria la Russo. Un vero schiaffo in faccia a Crisanti, che ha replicato a stretto giro: «Questa lettura dei fatti è falsa e fuorviante, sto provvedendo a diffidare Vespa. Le prove di come siano andati davvero i fatti sono nelle carte e anche nello scambio di whatsapp con il governatore Zaia, messaggi dell'8 e 9 marzo nei quali gli anticipavo i risultanti sorprendenti dell'esperimento di Vo', proponendo di esportare quel modello di sorveglianza attiva». Versioni contraddittorie, che confermano solo l'evidenza: lo strappo tra Zaia e Crisanti è ormai insanabile, tanto da far definire «dolorosa» la vicenda dallo stesso presidente.
Byung-Chul Han (Getty Images)
Grazie alla quale, dice subito di potere «a quasi cento anni di distanza, fare buon uso dei suoi pensieri per dimostrare che, al di là dell’immanenza della produzione e del consumo, e dell’informazione e comunicazione, vi è un’altra realtà più elevata, una trascendenza, in grado di portarci via, lontano da una vita priva di significato, da una straziante carenza di essere, dalla mera sopravvivenza, offrendoci invece la gioiosa pienezza dell’essere».
Così, tanto per non rendere l’impresa troppo facile, Han, sceglie subito di affrontarla con il tema dell’attenzione, che Simone Weil riteneva fosse «nel suo grado più elevato, la stessa cosa della preghiera». Ricavandone che «la crisi della religione è quindi anche una crisi dell’attenzione, dello scrutare e dell’udire». Dunque: «Dio non è morto. È morto l’uomo al quale Dio si rivelò». Il fatto è che: «la percezione è estremamente ingorda. Le manca qualsiasi ampiezza contemplativa. Non fa che mangiare: il consumo è il suo atteggiamento di base. L’abbuffata di video (binge watching) esprime efficacemente questa ingordigia, binge è: divorare senza freni». Se mangi in continuazione però non puoi più vedere, come appunto diceva Simone Weil, magra come una canna dei marais d’Occitania, specificando: «quaggiù, guardare e mangiare sono due. Bisogna scegliere l’uno o l’altro ma entrambi sono chiamati: amare. Tuttavia solo coloro cui talvolta capita di restare per qualche tempo a guardare invece di mangiare hanno qualche speranza di salvezza». (Simone Weil, Quaderni 4, Adelphi).
«L’anima che continua a mangiare senza scrutare finisce col perdere la capacità di contemplare. Invece dell’autofagia, sviluppa obesità. La sua parte mortale, s’allarga e ingrassa, mentre la parte divina si atrofizza e rimpicciolisce». In Simone Weil, racconta Byung-Chul Han, è l’immaginazione che al servizio dell’Io continua a sognare cibo. Il resto della personalità attivo nel Processo di individuazione viene soffocato dal grasso e da tutti gli elementi di ciò che Simone Weil chiamava «pésanteur» - pesantezza -, che impedisce all’anima di muoversi nella dimensione trascendente. Questo indebolimento degli aspetti spirituali della personalità lacera in profondità l’anima, come ha raccontato Simone Weil in L’ombra e la grazia, tradotto in italiano da Franco Fortini. Solo la pienezza assicurata dall’attenzione dell’intera personalità consente all’essere umano di assicurare la guida agli aspetti più spirituali. «L’attenzione profonda, contemplativa, è rivolta a ciò che persiste, permane tiene il punto. Il vero perdura. Chi è incapace di attenzione contemplativa, incapace di scrutare non ha invece accesso alla verità, al vero, all’ordine perdurante delle cose.
Continua a leggereRiduci
Loperazione chiamata «Luxury Sky» trae origine da mirate analisi di rischio e da un’approfondita valorizzazione del patrimonio informativo disponibile al Corpo, sviluppata attraverso l’incrocio dei dati del traffico aereo con le risultanze delle banche dati istituzionali e con la documentazione fiscale acquisita nel corso degli accertamenti.
Grazie a un accurato lavoro di ricostruzione e analisi, i finanzieri del Comando Provinciale di Firenze hanno esaminato oltre 20.700 movimenti aerei potenzialmente rilevanti sotto il profilo tributario, individuando diffuse irregolarità nel versamento dell’imposta dovuta per i voli privati operati tra il 2020 e il 2023 da oltre 1.000 compagnie aeree estere.
L’attività ispettiva ha consentito di ricostruire nel dettaglio gli spostamenti di oltre 12.900 voli privati transitati sullo scalo fiorentino e di oltre 42.100 passeggeri trasportati, facendo emergere il mancato assolvimento degli obblighi fiscali da parte di numerosi operatori internazionali.
Le verifiche eseguite hanno portato all’individuazione di un’evasione complessiva pari a 4.388.657 euro, riconducibile a 1.052 società risultate irregolari, corrispondenti al 62,32% dei vettori sottoposti a controllo.
Particolarmente significativo il risultato conseguito in termini di recupero delle risorse pubbliche: a seguito degli interventi della Guardia di Finanza, numerose compagnie hanno già provveduto a regolarizzare la propria posizione, consentendo l’effettivo versamento nelle casse dello Stato di oltre 2,6 milioni di euro. Per la quota residua sono in corso le attività di monitoraggio e riscossione previste dalla normativa vigente.
Gli approfondimenti investigativi hanno inoltre evidenziato il frequente ricorso a strutture societarie localizzate in giurisdizioni caratterizzate da elevata opacità fiscale. In numerosi casi, aerei di grande valore economico risultavano formalmente intestati a società domiciliate in territori a fiscalità privilegiata, rendendo particolarmente complessa l’individuazione dei soggetti effettivamente responsabili degli adempimenti tributari.
Continua a leggereRiduci
Ansa
Il Pontefice ha ricordato ai membri della Fondazione Jérôme Lejeune che la scienza «non può decidere sul destino delle persone». Un intervento frontale nel dibattito in corso sulla legge per il suicidio assistito.
In un’epoca in cui l’efficienza tecnica sembra voler dettare le coordinate dell’esistenza umana, le parole pronunciate ieri da papa Leone XIV sono un chiaro antidoto contro la tentazione di trasformare l’arte medica in uno strumento di selezione: «nessun medico dovrebbe mai presumere, basandosi su algoritmi di laboratorio, di decidere il destino di un embrione o di una persona anziana!
La medicina non può mai diventare serva di una morte programmata!». Ricevendo i membri della Fondazione Jérôme Lejeune in occasione del centenario della nascita del suo fondatore, il pontefice ha voluto ribadire che il valore di una persona non dipende mai da ciò che produce o realizza, ma dalla sua intrinseca dignità.
La Fondazione Jérôme Lejeune, nata negli anni Novanta in Francia, è l’erede diretta dell’opera del Venerabile Jérôme Lejeune, scienziato di fama mondiale che nel 1958 scoprì l’anomalia cromosomica all’origine della trisomia 21. Lejeune non fu solo un grande scienziato; fu un medico che vedeva nei suoi pazienti i «poveri tra i poveri», dedicando la vita a cercare una cura che potesse alleviare la loro condizione. Egli comprese precocemente come la sua scoperta potesse essere strumentalizzata per eliminare i nascituri affetti da disabilità, un «eugenismo nuovo» che definì «razzismo cromosomico». Per questo impegno incondizionato a favore della vita, che gli costò ostilità in certi ambienti scientifici, fu chiamato da Giovanni Paolo II a presiedere la neonata Pontificia Accademia per la Vita. Oggi la Fondazione prosegue questa missione attraverso la ricerca scientifica, la cura presso l’Istituto Jérôme Lejeune di Parigi e la difesa dei più fragili nel dibattito pubblico.
Un dibattito che in Francia ha raggiunto un punto di rottura. Proprio in queste ore, l’Assemblea nazionale affronta la terza lettura del disegno di legge che mira a legalizzare l’eutanasia e il suicidio assistito. Di fronte a quella che viene percepita come una deriva etica, i vescovi francesi hanno indetto una novena di preghiera dal 21 al 29 giugno (in vista appunto del voto del 30 giugno), invitando i fedeli a chiedere che lo Spirito Santo «illumini le coscienze» dei legislatori. L’episcopato transalpino ha ricordato che non si protegge la vita mettendovi fine, ma accompagnandola fino al termine naturale. Nel lanciare questo appello, i vescovi d’oltralpe hanno richiamato anche, e non a caso, le parole fondamentali pronunciate dal Papa al Parlamento spagnolo durante il suo recente viaggio apostolico a Madrid. In quell’occasione, il Santo Padre aveva chiarito che «ogni vita umana dev’essere riconosciuta e custodita dal concepimento fino al suo naturale tramonto, in ogni circostanza della sua esistenza». Aggiungendo che «la difesa della vita umana non è una questione di interesse particolare né confessionale: è una meta di civiltà». Si tratta di un richiamo diretto al ruolo della politica: le leggi approvate devono essere verificate sulla loro capacità di rispettare la dignità della persona per capire se stiano davvero perseguendo il bene comune.
Queste riflessioni scavalcano le Alpi e arrivano in Italia, dove il Parlamento si trova in una fase di stallo riguardo alla legge sul suicidio assistito. La discussione in Senato, ripresa il 3 giugno, ha mostrato una maggioranza divisa e una situazione di profonda mutazione politica. Al centro di questo cambiamento c’è la nuova fisionomia di Forza Italia, ora guidata in Senato da Stefania Craxi. Il partito ha intrapreso una netta svolta «liberal» sotto l’influenza di Marina Berlusconi, la quale ha dichiarato apertamente di sentirsi più in sintonia con la sinistra su temi come il fine vita, i diritti Lgbt e l’aborto. Nonostante le resistenze interne nella maggioranza (in particolare Fratelli d’Italia e parte della Lega), Forza Italia sta di fatto spingendo per un accordo con le opposizioni, cercando una mediazione che sblocchi l’impasse. Gli emendamenti proposti dalla Craxi e dalla senatrice Daniela Ternullo riflettono questo nuovo corso: puntano ad ampliare i requisiti per l’accesso al suicidio assistito, in particolare la neo proposta azzurra prevede che l’assistenza al suicidio possa essere resa da medici ospedalieri o di medicina generale su base volontaria in regime di intramoenia, con l’impegno del Cnr nel reperimento dei farmaci letali.
Stefania Craxi ha dichiarato di voler «discutere di una norma di civiltà». Eppure, questa visione appare diametralmente opposta a quanto affermato dal Papa a Madrid e ribadito ieri alla Fondazione Lejeune: se per la Craxi la «civiltà» sembra risiedere nella regolamentazione della morte assistita, per il Pontefice la vera «meta di civiltà» risiede esclusivamente nella difesa della vita senza eccezioni. Questa trasformazione di Forza Italia appare ancora più stridente se confrontata con il pensiero del suo fondatore. È solo del 2021 la lettera di Silvio Berlusconi a Il Giornale: «La vita di ogni essere umano è sacra dal momento del concepimento fino alla morte biologica». A cui aggiungeva una sottolineatura riferita proprio al ruolo della Chiesa. «La Chiesa cattolica», scriveva Berlusconi padre, «ha esercitato ed esercita oggi in Italia e nel mondo una funzione essenziale a difesa dei diritti delle persone, di ogni persona e soprattutto dei più deboli». Oggi la Craxi, spinge per una legge che la Chiesa e i movimenti pro-life considerano una «norma di morte». La sfida lanciata da papa Leone XIV è chiara: la civiltà non si costruisce programmando la morte, ma servendo la vita, specialmente quando essa è più fragile e indifesa. I vescovi francesi hanno risposto «presente», ci sarà qualcuno al di qua delle Alpi pronto a fare altrettanto?