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2020-10-29
L’Europa sbugiarda Giuseppi sui vaccini
Ursula von der Leyen (Nicolas Economou/NurPhoto via Getty Images)
«Se le ultime fasi di preparazione del vaccino Oxford-Irbm Pomezia-Astrazeneca saranno completate nelle prossime settimane, le prime dosi saranno disponibili all'inizio di dicembre». Parola di Giuseppe Conte, intervistato da Bruno Vespa per il suo ultimo libro. «Già all'inizio», aggiunge Conte, «avremo i primi due o tre milioni di dosi. Altri milioni ci arriveranno subito dopo. La Commissione europea ha commissionato ad Astrazeneca e ad altre società alcune centinaia di milioni di dosi. Penso che per contenere completamente la pandemia dovremo aspettare comunque la prossima primavera». Maledetta primavera: che fretta c'era di annunciare notizie così importanti, se la realtà è molto diversa da quella comunicata da un uomo che pure di mestiere (precario) fa il presidente del Consiglio di un grande paese? Giuseppi, purtroppo, (anche) sul vaccino farnetica, e a certificarlo non sono i soliti cattivoni dell'opposizione, ma la sua adorata Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, che ieri a Bruxelles ha affrontato anche questo argomento: «Lo sviluppo di un vaccino efficace e sicuro», sostiene la Von der Leyen, «richiederà tempo e non è la soluzione miracolosa che cambia tutto da un giorno all'altro. A un certo punto la prima compagnia farmaceutica arriverà con un vaccino, che poi passerà i trial clinici necessari. Potrebbe volerci fino a fine anno perché una delle compagnie farmaceutiche riesca ad andare in quella fase. Ma ci vorrà tempo», insiste la presidente, «ed è importante comunicarlo con sufficiente anticipo, perché un vaccino venga testato in modo che si accerti che è efficace e sicuro. Con efficace», sottolinea la von der Leyen, «intendo che deve conferire l'immunità, in qualche misura. In altre parole, il vaccino non è l'evento miracoloso che cambia tutto da un giorno all'altro. È la luce in fondo al tunnel, ma ci vorranno diversi passaggi prima di riuscire a vedere la luce piena. Nella migliore delle ipotesi da 20 a 50 milioni di dosi di vaccino saranno consegnate ogni mese, da quando le prime società di produzione saranno pronte e queste prime forniture», avverte la von der Leyen, «dovrebbero iniziare ad aprile». Tra dicembre e aprile passano quattro mesi, che in un momento così drammatico rappresentano un'era geologica. Perché Conte ha mentito, illudendo gli italiani? Non si sa, ma si può immaginare. Con la speranza di un vaccino in arrivo in tempi brevi, le misure di chiusura sarebbero accolte con uno stato d'animo diverso dagli imprenditori, e probabilmente le proteste si placherebbero. Il problema è che non è possibile sparare balle su un tema così importante, perché la smentita è dietro l'angolo e la figuraccia assume proporzioni bibliche.
Non è la prima volta che dal governo piovono annunci miracolistici quanto falsi sui tempi di perfezionamento del vaccino anti-coronavirus. «Il vaccino», diceva Conte lo scorso 16 ottobre, «sarà strategico. Alcuni gruppi prospettano esiti positivi per fine novembre o dicembre, presto potremmo avere 200 o 300 milioni di dosi di vaccini. Saremo in grado di inondare i nostri sistemi sanitari e potremmo donarli anche ad economie più vulnerabili». L'unica inondazione alla quale assistiamo è, purtroppo, quella degli annunci senza fondamento del governo. «La certezza di un vaccino contro il Covid entro la fine dell'anno? La verità», proclamava nelle stesse ore il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, «è che questo potrebbe essere l'ultimo miglio: da fine novembre, inizio dicembre arriveranno in Italia le prime dosi del vaccino e poi da gennaio inizieremo le vaccinazioni». A smentire Conte e Di Maio arriva anche Nicola Magrini, direttore generale dell'Agenzia Italiana del Farmaco: «Il vaccino per il Covid», dice Magrini a Radio24, «si potrebbe avere in uso clinico, cioè a disposizione dei soggetti a rischio a gennaio-febbraio.
Come Agenzia regolatoria europea siamo in attesa dei dati clinici, se arrivano a fine novembre serve una osservazione attenta, siamo in condizione di grande corsa ma anche di valutazione seria» aggiunge Magrini, «avremo i dati degli studi clinici tra fine anno e inizio dell'anno prossimo di tre vaccini che viaggiano insieme come prima velocità e ulteriori tre nel primo semestre del prossimo anno».
Un'ulteriore smentita degli annunci trionfali di Conte arriva anche da Guido Rasi, direttore esecutivo dell'Ema, l'Agenzia europea del farmaco basata ad Amsterdam che dovrà dare il via libera alla commercializzazione dei vaccini in Europa. In un'intervista a Repubblica ha dichiarato: «Tecnicamente è ancora possibile, ma è estremamente difficile se non improbabile che il vaccino contro il coronavirus arrivi entro la fine del 2020. Se tutto andrà liscio potremo autorizzare i primi vaccini tra gennaio e febbraio, ma prima dell'estate non ce ne saranno certo per tutti. Per vaccinare 400 milioni di persone servono 500-600 milioni di dosi e averle entro la fine del prossimo anno non sarà possibile».
Schiaffo a Crisanti: «Falsità su Vo'»
«Siamo come in una turbolenza durante un grande volo intercontinentale, bisogna avere nervi saldi ed essere organizzati», ha detto ieri il presidente del Veneto, Luca Zaia, parlando della curva epidemiologica nella sua Regione. Ben al di là di qualche scossa passeggera è invece la battaglia tra il Doge e Andrea Crisanti, il professore ordinario di Microbiologia dell'Università di Padova, celebrato come il padre del «Modello Vo'» ovvero la politica aggressiva, contrariamente a quella governativa, di tracciamento dei positivi messo in atto nella Regione sin da subito, che ha permesso di arginare i contagi e il focolaio della provincia padovana, dichiarata zona rossa dopo la morte per Covid di Adriano Trevisan, nell'ospedale di Schiavonia, il 21 febbraio.
E proprio attorno al successo veneto, riconosciuto in tutto il mondo, continua lo scontro per intestarsene il merito.
Tra il leghista e lo scienziato c'era già stata più di qualche tensione, alimentata anche dall'onnipresenza del virologo in tv, radio e giornali, e dalle sue lapidarie dichiarazioni, come quella riferita al trionfo di Zaia alle regionali: «È merito mio, magari fra cinque anni mi candido e lo sfido. Se non fosse stato per me avrebbe combinato un disastro». Non c'è da stupirsi dunque dell'ultima battaglia in corso, innescata da uno studio apparso sulla rivista scientifica Nature proprio a firma di Crisanti, in cui il virologo si attribuiva la paternità del primo giro di tamponi a Vo' Euganeo, eseguito invece dall'azienda sanitaria di Padova, per scelta del governatore leghista e finanziata anche dalla Regione, tra il 23 e il 29 febbraio. Ma di Zaia, nell'articolo, nemmeno l'ombra. A prendere le distanze da questa ricostruzione, ci ha pensato la direttrice della Prevenzione della Regione Veneto, Francesca Russo, inviando una lettera a Nature, rivelata ieri da Bruno Vespa nel suo libro Perché l'Italia amò Mussolini: «La pubblicazione ha alterato i fatti, distorcendo la realtà e mistificando quanto è accaduto a Vo'. Tutte le decisioni rilevanti su come affrontare il focolaio hanno avuto origine dall'ospedale di Schiavonia, dove sono stati ricoverati i primi due pazienti residenti a Vo' positivi, e sono state assunte dal presidente della Regione di concerto con la Direzione prevenzione e Sanità pubblica della Regione e con le autorità sanitarie dell'Azienda Ulss 6 Euganea. Tutto questo è accaduto ancor prima che lo studio di Vo' fosse concepito. Il caso di Vo' ha avuto un impatto strategico minimo sull'approccio del Veneto nell'affrontare l'epidemia» scrive perentoria la Russo. Un vero schiaffo in faccia a Crisanti, che ha replicato a stretto giro: «Questa lettura dei fatti è falsa e fuorviante, sto provvedendo a diffidare Vespa. Le prove di come siano andati davvero i fatti sono nelle carte e anche nello scambio di whatsapp con il governatore Zaia, messaggi dell'8 e 9 marzo nei quali gli anticipavo i risultanti sorprendenti dell'esperimento di Vo', proponendo di esportare quel modello di sorveglianza attiva». Versioni contraddittorie, che confermano solo l'evidenza: lo strappo tra Zaia e Crisanti è ormai insanabile, tanto da far definire «dolorosa» la vicenda dallo stesso presidente.
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Il premier continua a illudere gli italiani che il rimedio al Covid arriverà a dicembre, ma Ursula von der Leyen e agenzia del farmaco: «Non prima dell'estate». Il Veneto contro l'articolo dove il docente si attesta tutti i meriti per l'iniziale gestione del focolaio: «Realtà distorta, decisioni prese dalla Regione». Luca Zaia: «Storia dolorosa»Lo speciale contiene due articoli.«Se le ultime fasi di preparazione del vaccino Oxford-Irbm Pomezia-Astrazeneca saranno completate nelle prossime settimane, le prime dosi saranno disponibili all'inizio di dicembre». Parola di Giuseppe Conte, intervistato da Bruno Vespa per il suo ultimo libro. «Già all'inizio», aggiunge Conte, «avremo i primi due o tre milioni di dosi. Altri milioni ci arriveranno subito dopo. La Commissione europea ha commissionato ad Astrazeneca e ad altre società alcune centinaia di milioni di dosi. Penso che per contenere completamente la pandemia dovremo aspettare comunque la prossima primavera». Maledetta primavera: che fretta c'era di annunciare notizie così importanti, se la realtà è molto diversa da quella comunicata da un uomo che pure di mestiere (precario) fa il presidente del Consiglio di un grande paese? Giuseppi, purtroppo, (anche) sul vaccino farnetica, e a certificarlo non sono i soliti cattivoni dell'opposizione, ma la sua adorata Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, che ieri a Bruxelles ha affrontato anche questo argomento: «Lo sviluppo di un vaccino efficace e sicuro», sostiene la Von der Leyen, «richiederà tempo e non è la soluzione miracolosa che cambia tutto da un giorno all'altro. A un certo punto la prima compagnia farmaceutica arriverà con un vaccino, che poi passerà i trial clinici necessari. Potrebbe volerci fino a fine anno perché una delle compagnie farmaceutiche riesca ad andare in quella fase. Ma ci vorrà tempo», insiste la presidente, «ed è importante comunicarlo con sufficiente anticipo, perché un vaccino venga testato in modo che si accerti che è efficace e sicuro. Con efficace», sottolinea la von der Leyen, «intendo che deve conferire l'immunità, in qualche misura. In altre parole, il vaccino non è l'evento miracoloso che cambia tutto da un giorno all'altro. È la luce in fondo al tunnel, ma ci vorranno diversi passaggi prima di riuscire a vedere la luce piena. Nella migliore delle ipotesi da 20 a 50 milioni di dosi di vaccino saranno consegnate ogni mese, da quando le prime società di produzione saranno pronte e queste prime forniture», avverte la von der Leyen, «dovrebbero iniziare ad aprile». Tra dicembre e aprile passano quattro mesi, che in un momento così drammatico rappresentano un'era geologica. Perché Conte ha mentito, illudendo gli italiani? Non si sa, ma si può immaginare. Con la speranza di un vaccino in arrivo in tempi brevi, le misure di chiusura sarebbero accolte con uno stato d'animo diverso dagli imprenditori, e probabilmente le proteste si placherebbero. Il problema è che non è possibile sparare balle su un tema così importante, perché la smentita è dietro l'angolo e la figuraccia assume proporzioni bibliche.Non è la prima volta che dal governo piovono annunci miracolistici quanto falsi sui tempi di perfezionamento del vaccino anti-coronavirus. «Il vaccino», diceva Conte lo scorso 16 ottobre, «sarà strategico. Alcuni gruppi prospettano esiti positivi per fine novembre o dicembre, presto potremmo avere 200 o 300 milioni di dosi di vaccini. Saremo in grado di inondare i nostri sistemi sanitari e potremmo donarli anche ad economie più vulnerabili». L'unica inondazione alla quale assistiamo è, purtroppo, quella degli annunci senza fondamento del governo. «La certezza di un vaccino contro il Covid entro la fine dell'anno? La verità», proclamava nelle stesse ore il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, «è che questo potrebbe essere l'ultimo miglio: da fine novembre, inizio dicembre arriveranno in Italia le prime dosi del vaccino e poi da gennaio inizieremo le vaccinazioni». A smentire Conte e Di Maio arriva anche Nicola Magrini, direttore generale dell'Agenzia Italiana del Farmaco: «Il vaccino per il Covid», dice Magrini a Radio24, «si potrebbe avere in uso clinico, cioè a disposizione dei soggetti a rischio a gennaio-febbraio. Come Agenzia regolatoria europea siamo in attesa dei dati clinici, se arrivano a fine novembre serve una osservazione attenta, siamo in condizione di grande corsa ma anche di valutazione seria» aggiunge Magrini, «avremo i dati degli studi clinici tra fine anno e inizio dell'anno prossimo di tre vaccini che viaggiano insieme come prima velocità e ulteriori tre nel primo semestre del prossimo anno».Un'ulteriore smentita degli annunci trionfali di Conte arriva anche da Guido Rasi, direttore esecutivo dell'Ema, l'Agenzia europea del farmaco basata ad Amsterdam che dovrà dare il via libera alla commercializzazione dei vaccini in Europa. In un'intervista a Repubblica ha dichiarato: «Tecnicamente è ancora possibile, ma è estremamente difficile se non improbabile che il vaccino contro il coronavirus arrivi entro la fine del 2020. Se tutto andrà liscio potremo autorizzare i primi vaccini tra gennaio e febbraio, ma prima dell'estate non ce ne saranno certo per tutti. Per vaccinare 400 milioni di persone servono 500-600 milioni di dosi e averle entro la fine del prossimo anno non sarà possibile».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/leuropa-sbugiarda-ancora-conte-i-vaccini-a-natale-sono-un-miraggio-2648536614.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="schiaffo-a-crisanti-falsita-su-vo" data-post-id="2648536614" data-published-at="1603917426" data-use-pagination="False"> Schiaffo a Crisanti: «Falsità su Vo'» «Siamo come in una turbolenza durante un grande volo intercontinentale, bisogna avere nervi saldi ed essere organizzati», ha detto ieri il presidente del Veneto, Luca Zaia, parlando della curva epidemiologica nella sua Regione. Ben al di là di qualche scossa passeggera è invece la battaglia tra il Doge e Andrea Crisanti, il professore ordinario di Microbiologia dell'Università di Padova, celebrato come il padre del «Modello Vo'» ovvero la politica aggressiva, contrariamente a quella governativa, di tracciamento dei positivi messo in atto nella Regione sin da subito, che ha permesso di arginare i contagi e il focolaio della provincia padovana, dichiarata zona rossa dopo la morte per Covid di Adriano Trevisan, nell'ospedale di Schiavonia, il 21 febbraio. E proprio attorno al successo veneto, riconosciuto in tutto il mondo, continua lo scontro per intestarsene il merito. Tra il leghista e lo scienziato c'era già stata più di qualche tensione, alimentata anche dall'onnipresenza del virologo in tv, radio e giornali, e dalle sue lapidarie dichiarazioni, come quella riferita al trionfo di Zaia alle regionali: «È merito mio, magari fra cinque anni mi candido e lo sfido. Se non fosse stato per me avrebbe combinato un disastro». Non c'è da stupirsi dunque dell'ultima battaglia in corso, innescata da uno studio apparso sulla rivista scientifica Nature proprio a firma di Crisanti, in cui il virologo si attribuiva la paternità del primo giro di tamponi a Vo' Euganeo, eseguito invece dall'azienda sanitaria di Padova, per scelta del governatore leghista e finanziata anche dalla Regione, tra il 23 e il 29 febbraio. Ma di Zaia, nell'articolo, nemmeno l'ombra. A prendere le distanze da questa ricostruzione, ci ha pensato la direttrice della Prevenzione della Regione Veneto, Francesca Russo, inviando una lettera a Nature, rivelata ieri da Bruno Vespa nel suo libro Perché l'Italia amò Mussolini: «La pubblicazione ha alterato i fatti, distorcendo la realtà e mistificando quanto è accaduto a Vo'. Tutte le decisioni rilevanti su come affrontare il focolaio hanno avuto origine dall'ospedale di Schiavonia, dove sono stati ricoverati i primi due pazienti residenti a Vo' positivi, e sono state assunte dal presidente della Regione di concerto con la Direzione prevenzione e Sanità pubblica della Regione e con le autorità sanitarie dell'Azienda Ulss 6 Euganea. Tutto questo è accaduto ancor prima che lo studio di Vo' fosse concepito. Il caso di Vo' ha avuto un impatto strategico minimo sull'approccio del Veneto nell'affrontare l'epidemia» scrive perentoria la Russo. Un vero schiaffo in faccia a Crisanti, che ha replicato a stretto giro: «Questa lettura dei fatti è falsa e fuorviante, sto provvedendo a diffidare Vespa. Le prove di come siano andati davvero i fatti sono nelle carte e anche nello scambio di whatsapp con il governatore Zaia, messaggi dell'8 e 9 marzo nei quali gli anticipavo i risultanti sorprendenti dell'esperimento di Vo', proponendo di esportare quel modello di sorveglianza attiva». Versioni contraddittorie, che confermano solo l'evidenza: lo strappo tra Zaia e Crisanti è ormai insanabile, tanto da far definire «dolorosa» la vicenda dallo stesso presidente.
La sede dell'Onu a Ginevra (iStock)
Eppure sembra proprio che dei diritti delle donne e dei diritti umani più in generale ci si interessi soltanto quando possono tornare utili a qualche causa progressista: in tutti gli altri casi si possono bellamente ignorare. Anzi, c’è persino chi sostiene che l’utero in affitto, lungi dal ledere i diritti femminili, sia esso stesso un diritto. Anche per questa ragione, ancora troppe nazioni lo permettono, più o meno surrettiziamente.
Di questo e di altri temi si è discusso lunedì a Ginevra, nel corso di una sessione Onu dedicata in particolare ai diritti delle madri, che sono stati oggetto di un nuovo rapporto della Alsalem. Stavolta non si tratta però del solito convegno in cui si sciorinano dati e si forniscono utili quanto velleitari suggerimenti sulle azioni da intraprendere. No, stavolta c’è anche qualcosa di molto concreto e potenzialmente rivoluzionario. A margine della sessione, infatti, si è tenuto un incontro intitolato «Creare slancio verso una moratoria sulla maternità surrogata», promosso da Italia, Cile, Camerun e dalla Santa Sede. Non può sfuggire l’importanza della presenza vaticana: se la Magnifica Humanitas di Leone XIV è un baluardo contro la commercializzazione della vita che ribadisce l’indisponibilità dell’essere umano e la sua irriducibilità alle logiche economiche, allora diventa quasi inevitabile che le parole del Papa si traducano in opere. E l’opera in questione dovrebbe appunto essere una moratoria internazionale sull’utero in affitto.
Come è facile immaginare, il percorso per giungere a un simile risultato non è affatto semplice, anzi è pieno di ostacoli e trappole. Ma intanto un primo passo è stato compiuto, con un fondamentale contributo dell’Italia. In vista, poi, c’è un secondo passaggio determinante. Le nazioni che hanno promosso l’incontro di lunedì, assieme ad altre che hanno partecipato, stanno preparando una dichiarazione politica congiunta sulla surrogazione. Una volta che questa sarà stata completata e firmata dal maggior numero di Paesi possibile si inizierà a lavorare sulla moratoria vera e propria.
«La maternità surrogata non è più una questione limitata alla legislazione nazionale o alle scelte individuali. È diventata un fenomeno globale, sempre più plasmato dai mercati internazionali, da accordi transfrontalieri e da profonde disuguaglianze tra le società e all’interno di esse», ha detto a Ginevra il ministro Eugenia Roccella, presente in rappresentanza dell’Italia. «In qualità di decisori politici, abbiamo la responsabilità di porre una domanda fondamentale: riconosciamo ancora ogni essere umano come una persona da rispettare, o siamo disposti ad accettare situazioni in cui gli esseri umani diventano un mezzo per soddisfare gli interessi e i desideri altrui?».
Le parole di Roccella sono state particolarmente determinate e condivisibili. «Il rapporto del relatore speciale delle Nazioni Unite sulla violenza contro le donne e le ragazze», ha detto il ministro, «ha inserito la maternità surrogata nel contesto della violenza contro le donne e ha evidenziato come gli accordi di surrogazia possano creare condizioni che espongono donne e bambini a sfruttamento, coercizione, tratta e altre gravi preoccupazioni legate ai diritti umani. Quando esistono tali condizioni, la comunità internazionale non può semplicemente voltarsi dall’altra parte. Nel corso degli anni», ha proseguito Roccella, «l’Italia ha tradotto queste preoccupazioni in politiche pubbliche concrete. Il nostro ordinamento giuridico sostiene da tempo che la maternità surrogata sia incompatibile con la tutela della dignità umana e con i diritti delle donne e dei bambini. Più di 20 anni fa, l’Italia ha vietato tale pratica e ha stabilito sanzioni penali contro chi organizza, agevola o trae profitto da accordi di surrogazia. Più di recente, il nostro Parlamento ha rafforzato questo quadro estendendo la portata della legge italiana alla maternità surrogata praticata all’estero da cittadini italiani, riflettendo una semplice convinzione: la dignità umana fondamentale non può dipendere dai confini geografici».
Il punto, tuttavia, è che l’esempio italiano, se si vogliono ottenere risultati concreti, da solo non basta. «La natura sempre più transnazionale della maternità surrogata richiede un dibattito più ampio e una risposta internazionale coordinata», ha dichiarato Roccella. «Riconosciamo che gli Stati possiedono sistemi giuridici e prospettive differenti. Eppure crediamo anche che esista un terreno comune da cui possa emergere un progresso significativo. Questo terreno comune parte dalla convinzione che le donne non dovrebbero mai essere ridotte a strumenti di riproduzione e che i bambini non dovrebbero mai essere trattati come l’oggetto di una transazione. È proprio con questo spirito che verrà presentata una Dichiarazione politica congiunta».
Questa dichiarazione, secondo il ministro, dovrebbe ribadire «principi già sanciti dagli strumenti fondamentali del diritto internazionale dei diritti umani: la dignità intrinseca di ogni essere umano, il diritto delle donne di vivere libere da sfruttamento e coercizione, e i diritti dei bambini all’identità, alla protezione, alla vita familiare e al pieno riconoscimento del loro valore umano». Soprattutto, però, quel testo dovrebbe fissare «un impegno politico condiviso. Un impegno a sostenere l’adozione di una moratoria internazionale sugli accordi di maternità surrogata. E l’impegno ad avviare lo sviluppo progressivo di un quadro giuridico internazionale per abolire la maternità surrogata in tutto il mondo. Questa Dichiarazione», precisa Roccella, «non è la conclusione di un percorso. Ne è l’inizio. Rappresenta un invito a governi, organizzazioni internazionali, esperti e società civile a impegnarsi in un dialogo serio e costruttivo su come affrontare al meglio le sfide poste dalla maternità surrogata, tutelando appieno i diritti di tutte le persone coinvolte».
È arrivato dunque il momento di passare dalle parole ai fatti. Se si vuole mettere fine all’abominio della surrogazione occorre che tutte le nazioni si impegnino a proibirla. L’obiettivo è certo ambizioso, e difficile da raggiungere. Ma un primo passo è stato compiuto. Vedremo, da qui in avanti, chi dimostrerà di avere davvero a cuore i diritti delle donne.
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Le affermazioni del manager confermano ancora una volta come sui vaccini la Commissione europea abbia seguito una strategia che accentrava ogni decisione e potere d’acquisto, tenendo nascosti procedure e contratti. «Sui vaccini non facevamo nulla, nemmeno abbiamo visto i dossier, è stato fatto tutto a livello europeo», ha proseguito Scaccabarozzi, ribadendo più volte di essere stato praticamente all’oscuro di quello che si decideva a Bruxelles e veniva imposto ai Paesi membri, senza che qualche governo si ribellasse.
Dichiarazioni che anche oggi risultano sconcertanti, in quanto rilasciate dall’ex numero uno dell’associazione delle imprese farmaceutiche, che si è fatta un punto d’onore dell’avere rapporti con il mondo scientifico-sanitario «regolati da un codice deontologico a oggi tra i più rigorosi». «Non sapevamo le quantità di vaccini destinati all’Italia, nemmeno ci occupavamo della distribuzione, i vaccini erano recuperati alla frontiera dall’esercito», dice oggi il manager.
Eppure, l’8 luglio 2021, in occasione dell’assemblea pubblica di Farmindustria, nella sua relazione Scaccabarozzi affermava: «La collaborazione avviata in Italia con il ministro della Salute, Roberto Speranza, con la Commissione europea e più in generale con tutti i Paesi occidentali porterà nel mondo circa 11 miliardi di dosi dei vaccini contro il Covid-19 entro il 2021 [...] grazie ad una intuizione del ministro Speranza, oggi facciamo parte di un circuito di prenotazione europeo che, seppur ingiustamente criticato, ha fatto sì che nessuno in Europa rimanesse indietro rispetto ad altri».
Non solo, esprimeva apprezzamento nei confronti delle autorità regolatorie, come Aifa, «che hanno attivato dinamiche di lavoro nuove e senza precedenti. A cominciare dalla rolling review attuata dall’Ema che ha permesso di seguire passo dopo passo lo sviluppo della ricerca verificando sicurezza ed efficacia dei vaccini. Con un confronto continuo con le aziende assolutamente innovativo».
Non è dello stesso parere Maurizio Federico, dirigente di ricerca presso l’Istituto superiore della sanità (Iss), che nella successiva audizione ha portato all’attenzione la quantità di eventi avversi post vaccino Covid ignorati, e l’assenza della farmacovigilanza attiva nel nostro Paese.
Il virologo ha citato diversi studi, che negli anni hanno confermato la certezza e la complessità del problema effetti collaterali. Perfino i ricercatori di Moderna, pur con un database costituito su segnalazioni passiva e su una finestra di 21 giorni, dopo due anni di osservazioni «nel 2024 riportarono decine di migliaia di morti, e soprattutto miocarditi e pericarditi significative tra gli effetti collaterali», ha dichiarato l’esperto.
Per poi aggiungere: «Un anno prima un gruppo dell’Iss aveva pubblicato una revisione con dati presi dalla letteratura scientifica su miocarditi e pericarditi, e per questo subirono un’ispezione e un “procedimento disciplinare interno” da parte dell’Iss». Con una nota, Lucio Malan presidente dei senatori di Fratelli d’Italia e componente della commissione Covid ha evidenziato la gravità di quanto accaduto: «Chiediamo di approfondire la circostanza evocata dal dottor Federico, per fugare i dubbi - legittimi - che il provvedimento dell’Iss sia stato un ammonimento affinché certi studi sugli effetti avversi dei vaccini non intralciassero la campagna vaccinale in corso».
L’intervento del dirigente di ricerca è stato molto articolato. Dall’affermare che «non ha senso porre delle finestre temporali arbitrarie sugli effetti collaterali, ponendo delle limitazioni, perché la realtà biologica è altra cosa», alla «pericolosità» dei vaccini a mRna. «Persistono a livello di linfonodi e di altri tessuti della persona più di 30 giorni dopo la vaccinazione. Almeno fino a 60 giorni dopo il secondo inoculo. Altri studi hanno dimostrato una permanenza maggiore».
La Spike vaccinale «può avere un effetto tossico direttamente sulle cellule del miocardio» e dal 2022 si sa che questi vaccini Covid «sono potentissimi a creare un’enorme quantità di anticorpi, che però vanno a riconoscere proteine del nostro corpo, quindi possono innescare fenomeni di autoimmunità che restano stabili. Non sono facili da combattere».
La capacità della proteina Spike di creare problemi al sistema immunitario, è una delle questioni «mai affrontata in maniera metodica e controllata dalla governance italiana», ha sottolineato il ricercatore, benché i vaccinati in Italia siano almeno 40 milioni e gli mRna «possono in qualche modo influenzare la crescita delle cellule tumorali».
Dura la sua critica: «Va bene metter in commercio questi vaccini, in una situazione di emergenza, ma un ministero della Salute doveva istituire una vigilanza attiva dal primo giorno. È un vulnus gravissimo, le responsabilità politiche sono pesanti», osserva Federico.
Tra le considerazioni conclusive ha ricordato: «Nel nostro istituto c’è un centro delle malattie rare, molto efficiente. Perché tutte le persone che sono state colpite effetti avversi non meritano la stessa attenzione che hanno le persone con malattie rare? Hanno dato fiducia allo Stato eppure si sono sentiti abbandonate, non ottengono risposte». Infine l’amarezza: «Ho mandato almeno tre volte al ministro della Salute una proposta per avviare studi a livello nazionale sugli effetti collaterali del vaccino Covid. Nemmeno mi ha degnato di una risposta».
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Ecco #DimmiLaVerità del 24 giugno 2026. Il professore Antonio Maria Rinaldi di Fn ci parla della cena di stasera con Alemanno e del programma di Vannacci.
Il generale delle Guardie Rivoluzionarie Mohsen Rezaee (Getty Images)
Secondo un rapporto del Csis, Teheran punta a ricostruire capacità navali, missilistiche e industriali dopo gli attacchi subiti. Decisivi il sostegno tecnologico cinese e le nuove rotte commerciali via Pakistan e Mar Caspio per aggirare le restrizioni occidentali.
La guerra può essersi fermata sui campi di battaglia, ma la partita strategica è appena cominciata. Mentre la tregua annunciata tra Stati Uniti e Iran ha congelato almeno temporaneamente le operazioni militari, a Washington cresce una preoccupazione diversa: impedire a Teheran di ricostruire l'apparato militare pesantemente colpito dagli attacchi americani e israeliani. È questo il tema centrale di un nuovo studio pubblicato dal Center for strategic and international Studies (Csis), uno dei più influenti think tank statunitensi, che analizza nel dettaglio ciò che l'Iran ha perso, ciò di cui avrà bisogno per tornare operativo e soprattutto come l'Occidente potrebbe tentare di ostacolarne la rinascita.
Secondo il rapporto, il danno subito dalla Repubblica Islamica è significativo. Le immagini satellitari esaminate dagli analisti mostrano la distruzione di gran parte della flotta navale convenzionale iraniana, il danneggiamento di basi strategiche come Bandar Abbas, Bushehr e Bandar Anzali e la compromissione di importanti infrastrutture industriali e cantieristiche. In diversi casi le navi affondate o gravemente danneggiate avrebbero addirittura bloccato gli accessi ai porti militari, creando un ostacolo logistico che potrebbe rallentare la ricostruzione stessa del Paese.
Anche il comparto missilistico ha subito contraccolpi importanti. Sebbene gran parte degli impianti sia protetta da strutture sotterranee e la reale entità dei danni resti difficile da valutare, gli attacchi hanno colpito siti produttivi per missili balistici e da crociera, fabbriche di propellente e sistemi mobili di lancio. Sul fronte dei droni, arma diventata centrale nella strategia militare iraniana e nelle esportazioni verso gli alleati regionali e la Russia, le stime riportate dal rapporto indicano una perdita di circa il 60% dell'arsenale disponibile prima del conflitto. Per gli analisti americani la priorità immediata di Teheran sarà dunque quadrupla: liberare i porti ostruiti, ripristinare gli impianti industriali, ricostituire le scorte di droni e rafforzare le capacità asimmetriche dei Pasdaran, in particolare motoscafi veloci, droni navali e sistemi destinati a operare nello Stretto di Hormuz. In altre parole, l'Iran potrebbe scegliere di rinviare la ricostruzione di una marina convenzionale e puntare invece su strumenti meno costosi ma estremamente efficaci per minacciare il traffico marittimo internazionale. Il vero nodo, però, riguarda gli approvvigionamenti. Il rapporto sostiene che l'industria militare iraniana, nonostante i progressi compiuti negli ultimi anni verso una maggiore autosufficienza, continui a dipendere dall'estero per una vasta gamma di componenti e tecnologie. Dalle macchine utensili a controllo numerico utilizzate per la produzione di missili e droni ai componenti elettronici, dai motori navali alle apparecchiature per i test industriali, gran parte di ciò che serve a Teheran arriva ancora attraverso reti commerciali internazionali. Ed è qui che entra in gioco la Cina.
Gli autori del rapporto identificano Pechino come il principale candidato a sostenere la ricostruzione militare iraniana. Non necessariamente attraverso la vendita diretta di armamenti, ma fornendo macchinari industriali, componenti elettronici, motori, sistemi di test e attrezzature necessarie per riattivare la produzione. Secondo il CSIS, la tecnologia cinese potrebbe non raggiungere sempre gli standard qualitativi europei o giapponesi, ma sarebbe comunque più che sufficiente per soddisfare gran parte delle esigenze militari iraniane.Il documento evidenzia inoltre come la Cina sia già diventata negli ultimi anni il principale fornitore di macchine utensili CNC destinate all'Iran, sostituendo progressivamente aziende europee penalizzate dalle sanzioni. Parallelamente, numerose componenti per droni e sistemi elettronici continuano ad arrivare attraverso società cinesi o attraverso reti commerciali che transitano da Hong Kong. Ma la ricostruzione non dipenderà soltanto dai fornitori. Saranno decisive anche le rotte commerciali.
Per oltre un decennio gli Emirati Arabi Uniti hanno rappresentato il principale hub di riesportazione verso l'Iran. Secondo i dati citati dal rapporto, il 95% delle esportazioni non petrolifere emiratine verso Teheran era costituito da merci provenienti originariamente da altri Paesi. Tuttavia gli attacchi iraniani contro il territorio degli Emirati durante il conflitto del 2026 rischiano di compromettere questo rapporto privilegiato. Abu Dhabi avrebbe già chiuso la propria ambasciata a Teheran e valutato misure restrittive contro interessi iraniani presenti nel Paese.
Per questo motivo gli analisti americani individuano due nuove direttrici strategiche: il Pakistan e il Mar Caspio. Islamabad avrebbe già autorizzato il passaggio di merci destinate all'Iran attraverso i propri porti e il proprio territorio, offrendo a Teheran un corridoio terrestre alternativo meno vulnerabile alle attività di controllo occidentali. Parallelamente, Russia, Azerbaigian, Kazakistan e Turkmenistan potrebbero trasformarsi nei nuovi nodi logistici di una rete commerciale che attraversa il Mar Caspio e raggiunge direttamente i porti settentrionali iraniani, aggirando il Golfo Persico e le aree dove la presenza navale americana è più forte. La conclusione del rapporto è chiara. Per Washington la guerra contro l'Iran non si conclude con la cessazione dei bombardamenti. La vera sfida sarà impedire che la Repubblica Islamica riesca a ricostruire rapidamente le proprie capacità militari sfruttando la rete globale di forniture commerciali. Per riuscirci, gli Stati Uniti vorrebbero applicare a Teheran lo stesso modello utilizzato contro Mosca dopo l'invasione dell'Ucraina: controlli più severi sulle riesportazioni, pressione diplomatica sui Paesi di transito, monitoraggio delle società di copertura e coinvolgimento diretto delle aziende occidentali nella prevenzione dell'elusione delle sanzioni. In sostanza, il prossimo confronto tra Iran e Occidente potrebbe non essere combattuto con missili e droni, ma con container, componenti elettronici, macchine industriali e rotte commerciali. Una guerra silenziosa, destinata però a influenzare gli equilibri del Medio Oriente per molti anni.
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