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2020-10-29
L’Europa sbugiarda Giuseppi sui vaccini
Ursula von der Leyen (Nicolas Economou/NurPhoto via Getty Images)
«Se le ultime fasi di preparazione del vaccino Oxford-Irbm Pomezia-Astrazeneca saranno completate nelle prossime settimane, le prime dosi saranno disponibili all'inizio di dicembre». Parola di Giuseppe Conte, intervistato da Bruno Vespa per il suo ultimo libro. «Già all'inizio», aggiunge Conte, «avremo i primi due o tre milioni di dosi. Altri milioni ci arriveranno subito dopo. La Commissione europea ha commissionato ad Astrazeneca e ad altre società alcune centinaia di milioni di dosi. Penso che per contenere completamente la pandemia dovremo aspettare comunque la prossima primavera». Maledetta primavera: che fretta c'era di annunciare notizie così importanti, se la realtà è molto diversa da quella comunicata da un uomo che pure di mestiere (precario) fa il presidente del Consiglio di un grande paese? Giuseppi, purtroppo, (anche) sul vaccino farnetica, e a certificarlo non sono i soliti cattivoni dell'opposizione, ma la sua adorata Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, che ieri a Bruxelles ha affrontato anche questo argomento: «Lo sviluppo di un vaccino efficace e sicuro», sostiene la Von der Leyen, «richiederà tempo e non è la soluzione miracolosa che cambia tutto da un giorno all'altro. A un certo punto la prima compagnia farmaceutica arriverà con un vaccino, che poi passerà i trial clinici necessari. Potrebbe volerci fino a fine anno perché una delle compagnie farmaceutiche riesca ad andare in quella fase. Ma ci vorrà tempo», insiste la presidente, «ed è importante comunicarlo con sufficiente anticipo, perché un vaccino venga testato in modo che si accerti che è efficace e sicuro. Con efficace», sottolinea la von der Leyen, «intendo che deve conferire l'immunità, in qualche misura. In altre parole, il vaccino non è l'evento miracoloso che cambia tutto da un giorno all'altro. È la luce in fondo al tunnel, ma ci vorranno diversi passaggi prima di riuscire a vedere la luce piena. Nella migliore delle ipotesi da 20 a 50 milioni di dosi di vaccino saranno consegnate ogni mese, da quando le prime società di produzione saranno pronte e queste prime forniture», avverte la von der Leyen, «dovrebbero iniziare ad aprile». Tra dicembre e aprile passano quattro mesi, che in un momento così drammatico rappresentano un'era geologica. Perché Conte ha mentito, illudendo gli italiani? Non si sa, ma si può immaginare. Con la speranza di un vaccino in arrivo in tempi brevi, le misure di chiusura sarebbero accolte con uno stato d'animo diverso dagli imprenditori, e probabilmente le proteste si placherebbero. Il problema è che non è possibile sparare balle su un tema così importante, perché la smentita è dietro l'angolo e la figuraccia assume proporzioni bibliche.
Non è la prima volta che dal governo piovono annunci miracolistici quanto falsi sui tempi di perfezionamento del vaccino anti-coronavirus. «Il vaccino», diceva Conte lo scorso 16 ottobre, «sarà strategico. Alcuni gruppi prospettano esiti positivi per fine novembre o dicembre, presto potremmo avere 200 o 300 milioni di dosi di vaccini. Saremo in grado di inondare i nostri sistemi sanitari e potremmo donarli anche ad economie più vulnerabili». L'unica inondazione alla quale assistiamo è, purtroppo, quella degli annunci senza fondamento del governo. «La certezza di un vaccino contro il Covid entro la fine dell'anno? La verità», proclamava nelle stesse ore il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, «è che questo potrebbe essere l'ultimo miglio: da fine novembre, inizio dicembre arriveranno in Italia le prime dosi del vaccino e poi da gennaio inizieremo le vaccinazioni». A smentire Conte e Di Maio arriva anche Nicola Magrini, direttore generale dell'Agenzia Italiana del Farmaco: «Il vaccino per il Covid», dice Magrini a Radio24, «si potrebbe avere in uso clinico, cioè a disposizione dei soggetti a rischio a gennaio-febbraio.
Come Agenzia regolatoria europea siamo in attesa dei dati clinici, se arrivano a fine novembre serve una osservazione attenta, siamo in condizione di grande corsa ma anche di valutazione seria» aggiunge Magrini, «avremo i dati degli studi clinici tra fine anno e inizio dell'anno prossimo di tre vaccini che viaggiano insieme come prima velocità e ulteriori tre nel primo semestre del prossimo anno».
Un'ulteriore smentita degli annunci trionfali di Conte arriva anche da Guido Rasi, direttore esecutivo dell'Ema, l'Agenzia europea del farmaco basata ad Amsterdam che dovrà dare il via libera alla commercializzazione dei vaccini in Europa. In un'intervista a Repubblica ha dichiarato: «Tecnicamente è ancora possibile, ma è estremamente difficile se non improbabile che il vaccino contro il coronavirus arrivi entro la fine del 2020. Se tutto andrà liscio potremo autorizzare i primi vaccini tra gennaio e febbraio, ma prima dell'estate non ce ne saranno certo per tutti. Per vaccinare 400 milioni di persone servono 500-600 milioni di dosi e averle entro la fine del prossimo anno non sarà possibile».
Schiaffo a Crisanti: «Falsità su Vo'»
«Siamo come in una turbolenza durante un grande volo intercontinentale, bisogna avere nervi saldi ed essere organizzati», ha detto ieri il presidente del Veneto, Luca Zaia, parlando della curva epidemiologica nella sua Regione. Ben al di là di qualche scossa passeggera è invece la battaglia tra il Doge e Andrea Crisanti, il professore ordinario di Microbiologia dell'Università di Padova, celebrato come il padre del «Modello Vo'» ovvero la politica aggressiva, contrariamente a quella governativa, di tracciamento dei positivi messo in atto nella Regione sin da subito, che ha permesso di arginare i contagi e il focolaio della provincia padovana, dichiarata zona rossa dopo la morte per Covid di Adriano Trevisan, nell'ospedale di Schiavonia, il 21 febbraio.
E proprio attorno al successo veneto, riconosciuto in tutto il mondo, continua lo scontro per intestarsene il merito.
Tra il leghista e lo scienziato c'era già stata più di qualche tensione, alimentata anche dall'onnipresenza del virologo in tv, radio e giornali, e dalle sue lapidarie dichiarazioni, come quella riferita al trionfo di Zaia alle regionali: «È merito mio, magari fra cinque anni mi candido e lo sfido. Se non fosse stato per me avrebbe combinato un disastro». Non c'è da stupirsi dunque dell'ultima battaglia in corso, innescata da uno studio apparso sulla rivista scientifica Nature proprio a firma di Crisanti, in cui il virologo si attribuiva la paternità del primo giro di tamponi a Vo' Euganeo, eseguito invece dall'azienda sanitaria di Padova, per scelta del governatore leghista e finanziata anche dalla Regione, tra il 23 e il 29 febbraio. Ma di Zaia, nell'articolo, nemmeno l'ombra. A prendere le distanze da questa ricostruzione, ci ha pensato la direttrice della Prevenzione della Regione Veneto, Francesca Russo, inviando una lettera a Nature, rivelata ieri da Bruno Vespa nel suo libro Perché l'Italia amò Mussolini: «La pubblicazione ha alterato i fatti, distorcendo la realtà e mistificando quanto è accaduto a Vo'. Tutte le decisioni rilevanti su come affrontare il focolaio hanno avuto origine dall'ospedale di Schiavonia, dove sono stati ricoverati i primi due pazienti residenti a Vo' positivi, e sono state assunte dal presidente della Regione di concerto con la Direzione prevenzione e Sanità pubblica della Regione e con le autorità sanitarie dell'Azienda Ulss 6 Euganea. Tutto questo è accaduto ancor prima che lo studio di Vo' fosse concepito. Il caso di Vo' ha avuto un impatto strategico minimo sull'approccio del Veneto nell'affrontare l'epidemia» scrive perentoria la Russo. Un vero schiaffo in faccia a Crisanti, che ha replicato a stretto giro: «Questa lettura dei fatti è falsa e fuorviante, sto provvedendo a diffidare Vespa. Le prove di come siano andati davvero i fatti sono nelle carte e anche nello scambio di whatsapp con il governatore Zaia, messaggi dell'8 e 9 marzo nei quali gli anticipavo i risultanti sorprendenti dell'esperimento di Vo', proponendo di esportare quel modello di sorveglianza attiva». Versioni contraddittorie, che confermano solo l'evidenza: lo strappo tra Zaia e Crisanti è ormai insanabile, tanto da far definire «dolorosa» la vicenda dallo stesso presidente.
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Il premier continua a illudere gli italiani che il rimedio al Covid arriverà a dicembre, ma Ursula von der Leyen e agenzia del farmaco: «Non prima dell'estate». Il Veneto contro l'articolo dove il docente si attesta tutti i meriti per l'iniziale gestione del focolaio: «Realtà distorta, decisioni prese dalla Regione». Luca Zaia: «Storia dolorosa»Lo speciale contiene due articoli.«Se le ultime fasi di preparazione del vaccino Oxford-Irbm Pomezia-Astrazeneca saranno completate nelle prossime settimane, le prime dosi saranno disponibili all'inizio di dicembre». Parola di Giuseppe Conte, intervistato da Bruno Vespa per il suo ultimo libro. «Già all'inizio», aggiunge Conte, «avremo i primi due o tre milioni di dosi. Altri milioni ci arriveranno subito dopo. La Commissione europea ha commissionato ad Astrazeneca e ad altre società alcune centinaia di milioni di dosi. Penso che per contenere completamente la pandemia dovremo aspettare comunque la prossima primavera». Maledetta primavera: che fretta c'era di annunciare notizie così importanti, se la realtà è molto diversa da quella comunicata da un uomo che pure di mestiere (precario) fa il presidente del Consiglio di un grande paese? Giuseppi, purtroppo, (anche) sul vaccino farnetica, e a certificarlo non sono i soliti cattivoni dell'opposizione, ma la sua adorata Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, che ieri a Bruxelles ha affrontato anche questo argomento: «Lo sviluppo di un vaccino efficace e sicuro», sostiene la Von der Leyen, «richiederà tempo e non è la soluzione miracolosa che cambia tutto da un giorno all'altro. A un certo punto la prima compagnia farmaceutica arriverà con un vaccino, che poi passerà i trial clinici necessari. Potrebbe volerci fino a fine anno perché una delle compagnie farmaceutiche riesca ad andare in quella fase. Ma ci vorrà tempo», insiste la presidente, «ed è importante comunicarlo con sufficiente anticipo, perché un vaccino venga testato in modo che si accerti che è efficace e sicuro. Con efficace», sottolinea la von der Leyen, «intendo che deve conferire l'immunità, in qualche misura. In altre parole, il vaccino non è l'evento miracoloso che cambia tutto da un giorno all'altro. È la luce in fondo al tunnel, ma ci vorranno diversi passaggi prima di riuscire a vedere la luce piena. Nella migliore delle ipotesi da 20 a 50 milioni di dosi di vaccino saranno consegnate ogni mese, da quando le prime società di produzione saranno pronte e queste prime forniture», avverte la von der Leyen, «dovrebbero iniziare ad aprile». Tra dicembre e aprile passano quattro mesi, che in un momento così drammatico rappresentano un'era geologica. Perché Conte ha mentito, illudendo gli italiani? Non si sa, ma si può immaginare. Con la speranza di un vaccino in arrivo in tempi brevi, le misure di chiusura sarebbero accolte con uno stato d'animo diverso dagli imprenditori, e probabilmente le proteste si placherebbero. Il problema è che non è possibile sparare balle su un tema così importante, perché la smentita è dietro l'angolo e la figuraccia assume proporzioni bibliche.Non è la prima volta che dal governo piovono annunci miracolistici quanto falsi sui tempi di perfezionamento del vaccino anti-coronavirus. «Il vaccino», diceva Conte lo scorso 16 ottobre, «sarà strategico. Alcuni gruppi prospettano esiti positivi per fine novembre o dicembre, presto potremmo avere 200 o 300 milioni di dosi di vaccini. Saremo in grado di inondare i nostri sistemi sanitari e potremmo donarli anche ad economie più vulnerabili». L'unica inondazione alla quale assistiamo è, purtroppo, quella degli annunci senza fondamento del governo. «La certezza di un vaccino contro il Covid entro la fine dell'anno? La verità», proclamava nelle stesse ore il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, «è che questo potrebbe essere l'ultimo miglio: da fine novembre, inizio dicembre arriveranno in Italia le prime dosi del vaccino e poi da gennaio inizieremo le vaccinazioni». A smentire Conte e Di Maio arriva anche Nicola Magrini, direttore generale dell'Agenzia Italiana del Farmaco: «Il vaccino per il Covid», dice Magrini a Radio24, «si potrebbe avere in uso clinico, cioè a disposizione dei soggetti a rischio a gennaio-febbraio. Come Agenzia regolatoria europea siamo in attesa dei dati clinici, se arrivano a fine novembre serve una osservazione attenta, siamo in condizione di grande corsa ma anche di valutazione seria» aggiunge Magrini, «avremo i dati degli studi clinici tra fine anno e inizio dell'anno prossimo di tre vaccini che viaggiano insieme come prima velocità e ulteriori tre nel primo semestre del prossimo anno».Un'ulteriore smentita degli annunci trionfali di Conte arriva anche da Guido Rasi, direttore esecutivo dell'Ema, l'Agenzia europea del farmaco basata ad Amsterdam che dovrà dare il via libera alla commercializzazione dei vaccini in Europa. In un'intervista a Repubblica ha dichiarato: «Tecnicamente è ancora possibile, ma è estremamente difficile se non improbabile che il vaccino contro il coronavirus arrivi entro la fine del 2020. Se tutto andrà liscio potremo autorizzare i primi vaccini tra gennaio e febbraio, ma prima dell'estate non ce ne saranno certo per tutti. Per vaccinare 400 milioni di persone servono 500-600 milioni di dosi e averle entro la fine del prossimo anno non sarà possibile».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/leuropa-sbugiarda-ancora-conte-i-vaccini-a-natale-sono-un-miraggio-2648536614.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="schiaffo-a-crisanti-falsita-su-vo" data-post-id="2648536614" data-published-at="1603917426" data-use-pagination="False"> Schiaffo a Crisanti: «Falsità su Vo'» «Siamo come in una turbolenza durante un grande volo intercontinentale, bisogna avere nervi saldi ed essere organizzati», ha detto ieri il presidente del Veneto, Luca Zaia, parlando della curva epidemiologica nella sua Regione. Ben al di là di qualche scossa passeggera è invece la battaglia tra il Doge e Andrea Crisanti, il professore ordinario di Microbiologia dell'Università di Padova, celebrato come il padre del «Modello Vo'» ovvero la politica aggressiva, contrariamente a quella governativa, di tracciamento dei positivi messo in atto nella Regione sin da subito, che ha permesso di arginare i contagi e il focolaio della provincia padovana, dichiarata zona rossa dopo la morte per Covid di Adriano Trevisan, nell'ospedale di Schiavonia, il 21 febbraio. E proprio attorno al successo veneto, riconosciuto in tutto il mondo, continua lo scontro per intestarsene il merito. Tra il leghista e lo scienziato c'era già stata più di qualche tensione, alimentata anche dall'onnipresenza del virologo in tv, radio e giornali, e dalle sue lapidarie dichiarazioni, come quella riferita al trionfo di Zaia alle regionali: «È merito mio, magari fra cinque anni mi candido e lo sfido. Se non fosse stato per me avrebbe combinato un disastro». Non c'è da stupirsi dunque dell'ultima battaglia in corso, innescata da uno studio apparso sulla rivista scientifica Nature proprio a firma di Crisanti, in cui il virologo si attribuiva la paternità del primo giro di tamponi a Vo' Euganeo, eseguito invece dall'azienda sanitaria di Padova, per scelta del governatore leghista e finanziata anche dalla Regione, tra il 23 e il 29 febbraio. Ma di Zaia, nell'articolo, nemmeno l'ombra. A prendere le distanze da questa ricostruzione, ci ha pensato la direttrice della Prevenzione della Regione Veneto, Francesca Russo, inviando una lettera a Nature, rivelata ieri da Bruno Vespa nel suo libro Perché l'Italia amò Mussolini: «La pubblicazione ha alterato i fatti, distorcendo la realtà e mistificando quanto è accaduto a Vo'. Tutte le decisioni rilevanti su come affrontare il focolaio hanno avuto origine dall'ospedale di Schiavonia, dove sono stati ricoverati i primi due pazienti residenti a Vo' positivi, e sono state assunte dal presidente della Regione di concerto con la Direzione prevenzione e Sanità pubblica della Regione e con le autorità sanitarie dell'Azienda Ulss 6 Euganea. Tutto questo è accaduto ancor prima che lo studio di Vo' fosse concepito. Il caso di Vo' ha avuto un impatto strategico minimo sull'approccio del Veneto nell'affrontare l'epidemia» scrive perentoria la Russo. Un vero schiaffo in faccia a Crisanti, che ha replicato a stretto giro: «Questa lettura dei fatti è falsa e fuorviante, sto provvedendo a diffidare Vespa. Le prove di come siano andati davvero i fatti sono nelle carte e anche nello scambio di whatsapp con il governatore Zaia, messaggi dell'8 e 9 marzo nei quali gli anticipavo i risultanti sorprendenti dell'esperimento di Vo', proponendo di esportare quel modello di sorveglianza attiva». Versioni contraddittorie, che confermano solo l'evidenza: lo strappo tra Zaia e Crisanti è ormai insanabile, tanto da far definire «dolorosa» la vicenda dallo stesso presidente.
La Corea del Sud ha messo a segno una performance che definire «stratosferica» è riduttivo. Il Kospi, l’indice azionario principale coreano, ha guadagnato l’85,6% in un anno, e c’è chi fra i pessimisti lo vede gigante dai piedi d’argilla, o meglio, di silicio. Oltre il 40% della capitalizzazione di mercato è infatti appeso al destino di due soli titoli: Samsung Electronics e SK Hynix. «Certo siamo di fronte a una concentrazione del rischio senza precedenti», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «Samsung che ha corso del +394% e SK Hynix del +800% in un anno. Questi non sono più semplici titoli azionari, sono diventati dei proxy dell’intelligenza artificiale globale. Il mercato sta scommettendo che la domanda di memorie Hbm (High Bandwidth Memory) non finirà mai anche se la storia insegna che il settore dei semiconduttori è ciclico per natura».
Ma c’è un altro motore che spinge Seul: la leva finanziaria. In Corea, i piccoli risparmiatori, soprannominati gaemi (formiche), stanno invadendo il mercato finanziando gli acquisti con il debito. I prestiti a margine hanno superato i 34 trilioni di won. Dall’altra parte del Mar del Giappone, il Nikkei ha toccato il massimo storico di 63.272 punti negli scorsi giorni. Qui la narrazione non è molto diversa: riforme della governance, trasparenza e l’emersione del valore dei vecchi conglomerati. Ma attenzione ai rendimenti: per l’investitore europeo, la valuta è stata la variabile discriminante.
«Il Giappone del 2026 è un mercato a due velocità» sottolinea sempre Gaziano, «dove chi ha investito con copertura del cambio (Eur Hedged) ha portato a casa rendimenti eccezionali, come il +137% del WisdomTree Japan. Chi invece è rimasto esposto allo Yen ha visto i propri guadagni falcidiati dalla svalutazione della moneta nipponica».
Nonostante la guerra in Medio Oriente, Giappone e Corea (nella storia non certo sempre amici) hanno sorpreso tutti non affondando sotto il peso del caro-petrolio. Fra le mosse messe in campo da queste nazioni anche una «diplomazia pragmatica» che sta portando in queste settimane alla creazione di una riserva petrolifera comune tra il premier nipponico Takaichi e il presidente coreano Lee Jae Myung per una riserva energetica comune per ridurre la dipendenza diretta dallo Stretto di Hormuz. «Titoli come Toyota, pur stimando cali di profitto per i costi delle materie prime, restano pilastri che il mercato non vuole mollare, grazie a bilanci che finalmente iniziano a premiare gli azionisti con dividendi e buyback», conclude l’esperto.
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Il presidente di Anafe Umberto Roccatti
Agli Stati Generali Adm il presidente Umberto Roccatti attacca le riforme europee su accise e liquidi aromatizzati: «Aumenti fino al 200%, così si favoriscono contrabbando online e mercato illegale». Nel mirino le direttive Ted e Tpd.
Le nuove strette europee sul vaping rischiano di mettere in crisi un settore che in Italia vale circa un miliardo di euro e occupa 50 mila persone. L’allarme arriva da Umberto Roccatti, intervenuto agli Stati Generali dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, dove ha criticato duramente le imminenti revisioni europee delle direttive Ted e Tpd.
Secondo il presidente di Anafe Confindustria, le proposte allo studio a Bruxelles rischiano di produrre un effetto opposto rispetto agli obiettivi dichiarati: meno gettito fiscale, crescita del mercato illegale e difficoltà sempre maggiori per le imprese regolari.
Nel mirino c’è soprattutto la revisione della direttiva Ted sulle accise. Roccatti parla di aumenti «insostenibili» per aziende e consumatori: oltre il 100% per i prodotti con nicotina e circa il 200% per quelli senza. Una stretta che, secondo Anafe, potrebbe riportare il settore alla situazione vissuta nel 2014, quando l’introduzione di una tassazione giudicata eccessiva provocò il crollo del mercato legale.
Il presidente dell’associazione ricorda che allora lo Stato incassò appena 3 milioni di euro contro i 107 previsti e che migliaia di piccole imprese furono costrette a chiudere, mentre gran parte del mercato finì nel contrabbando. Solo dal 2018, sostiene Anafe, il comparto avrebbe ritrovato una certa stabilità grazie a incrementi fiscali più graduali.
L’altra grande preoccupazione riguarda invece la possibile revisione della direttiva Tpd e il cosiddetto «flavour ban», cioè il divieto dei liquidi aromatizzati. Per Roccatti si tratterebbe di una misura «ideologica», destinata a colpire uno degli elementi centrali dei prodotti alternativi alle sigarette tradizionali. Secondo Anafe, gli aromi rappresentano infatti uno strumento importante per i fumatori adulti che cercano di abbandonare il tabacco classico. L’associazione sostiene inoltre che il divieto non risolverebbe il problema dell’accesso dei minori, già regolato da norme e sanzioni esistenti, mentre rischierebbe di far crollare il gettito fiscale legato al settore.
Nel suo intervento agli Stati Generali Adm, Roccatti ha poi puntato il dito contro il commercio illegale online. Il presidente di Anafe ha parlato di un vero e proprio «Far West digitale», alimentato soprattutto da vendite sui social network e da siti esteri che operano all’interno dell’Unione europea aggirando controlli e dogane.Da qui la richiesta al governo italiano di difendere il comparto nei tavoli europei e di concentrare maggiormente i controlli sui canali illegali, evitando – sostiene l’associazione – di scaricare n uovi oneri burocratici soltanto sugli operatori regolari presenti sul territorio.
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Ma la vestale del Green deal Ursula von der Leyen non arretra di un millimetro sugli Ets per limitare le emissioni di Co2. Anche se queste tasse significano mandare fuori mercato le imprese, anche se queste imposte determinano una distorsione abnorme nei prezzi dell’energia. Si è molto preoccupata nelle settimane scorse delle risorse energetiche causa blocco di Hormuz, raccontando diverse favolette sull’approvvigionamento europeo. Ma nulla s’è visto. A Giorgia Meloni che invoca una clausola di salvaguardia del Patto di stabilità per l’emergenza energetica ha risposto che non si può, anzi ha aggiunto: fate con quel che avete. Per la verità Valdis Dombrovskis il lettone (Pil inferiore a quello della Lombardia), commissario all’Economia, ha fatto una minima apertura. Sempre la Von der Leyen, a chi le chiedeva di riaprire i rubinetti del gas russo, diceva di no, salvo poi scoprire che Pedro Sánchez - il massimo alfiere dell’europeismo gauchista duro e puro - compra Gnl a mano franca da Vladimir Putin. Ma una soluzione che sia una la presidente della Commissione europea non l’ha data. E su Ets non si smuove.
In compenso, ha fatto un bel gesto: ha stanziato 450 milioni di euro per aiutare gli agricoltori strozzati da un aumento del 70% dei prezzi dei fertilizzanti per via del blocco di Hormuz. Poi ha aggiunto che prima dell’estate - quando si dice la tempestività - ci sarà un rafforzamento della liquidità temporanea della Pac, consentendo ai Paesi di utilizzare i fondi per fornire agli agricoltori un risarcimento parziale dei costi aggiuntivi dei fertilizzanti. Ora, a parte il fatto che lei dà 71 milioni di soldi della Pac agli emiri di Dubai e che della sicurezza alimentare non si preoccupa (la Cina ha stoccato 151 milioni di tonnellate di grano, in Ue siamo sotto i 20 milioni), resta inevaso il nodo Ets. Gli agricoltori le ricordano che «non voler compiere nessun passo indietro sul Cbam, il meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere, e sull’Ets, il mercato europeo delle quote di emissione di anidride carbonica, sta mettendo in ginocchio le aziende». Il conto è presto fatto: aumenti di costi fino a 250 euro a ettaro, che riducono oltre il livello di guardia i redditi degli agricoltori, mentre aumentano i prezzi per i consumatori, che affrontano un’inflazione alimentare del 4,6% (ma sui prodotti freschi - frutta, verdura, carne e pesce - sfonda il tetto dei 6,2 punti percentuali).
Ursula von der Leyen, quando si parla di ambiente, sembra quel chirurgo che ebbe a vantarsi: l’operazione è riuscita, ma il paziente è morto. E questo le manda a dire la Confcommercio, che ha presentato il suo rapporto in collaborazione col Cer. Stefano Fantacone, direttore del Cer, è esplicito: «Il conflitto del Golfo già oggi toglie il 2% al Pil e aggiunge lo 0,7% all’inflazione per il 2026. Ets con l’attuale situazione dei prezzi dell’energia rischia di essere insostenibile». Lo dicono i numeri. Per il trasporto su strada l’incidenza dell’Ets2 - che entrerà in vigore nel 2028 - è stimata tra i 4,7 e gli 11,3 miliardi di euro annui. Il diesel potrebbe aumentare di oltre il 17% e la benzina di oltre il 14%, con rincari fino a 355 euro l’anno per le auto a gasolio e a 250 euro per le auto a benzina. Ha voglia il governo di rifinanziare il contenimento delle accise! Dal trasporto alla casa e bottega, ecco il regalo Ets2: tra 1,6 e 4 miliardi l’anno circa per le utenze domestiche con un aggravio di 128 euro all’anno per famiglia e costi aggiuntivi per il commercio pari a 400 euro per un bar, 364 euro per un negozio alimentare, 1.090 euro per le grandi superfici di vendita, 1.275 euro per i ristoranti e 3.270 euro per un albergo medio. Basta? No, perché la tassa verde della Von der Leyen si abbatte per circa 713 milioni entro il 2028 sul trasporto marittimo e dunque con un ulteriore effetto inflattivo. Ets2 costa perciò da un minimo di 6,5 a un massimo di 16 miliardi in più. Logico che Pasquale Russo, vicepresidente di Confcommercio e presidente di Conftrasporto, sottolinei: «Il sistema Ets 2 può creare a trasporti, imprese e servizi danni irrimediabili, ci sono elementi distorsivi e incomprensibili». Ma non ditelo a Ursula. Lei pensa che Ets voglia dire: «Erano tutti soddisfatti».
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Ecco #DimmiLaVerità del 21 maggio 2026. Con il nostro Alessandro Rico commentiamo l'ennesima follia della burocrazia europea.