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2020-10-29
L’Europa sbugiarda Giuseppi sui vaccini
Ursula von der Leyen (Nicolas Economou/NurPhoto via Getty Images)
«Se le ultime fasi di preparazione del vaccino Oxford-Irbm Pomezia-Astrazeneca saranno completate nelle prossime settimane, le prime dosi saranno disponibili all'inizio di dicembre». Parola di Giuseppe Conte, intervistato da Bruno Vespa per il suo ultimo libro. «Già all'inizio», aggiunge Conte, «avremo i primi due o tre milioni di dosi. Altri milioni ci arriveranno subito dopo. La Commissione europea ha commissionato ad Astrazeneca e ad altre società alcune centinaia di milioni di dosi. Penso che per contenere completamente la pandemia dovremo aspettare comunque la prossima primavera». Maledetta primavera: che fretta c'era di annunciare notizie così importanti, se la realtà è molto diversa da quella comunicata da un uomo che pure di mestiere (precario) fa il presidente del Consiglio di un grande paese? Giuseppi, purtroppo, (anche) sul vaccino farnetica, e a certificarlo non sono i soliti cattivoni dell'opposizione, ma la sua adorata Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, che ieri a Bruxelles ha affrontato anche questo argomento: «Lo sviluppo di un vaccino efficace e sicuro», sostiene la Von der Leyen, «richiederà tempo e non è la soluzione miracolosa che cambia tutto da un giorno all'altro. A un certo punto la prima compagnia farmaceutica arriverà con un vaccino, che poi passerà i trial clinici necessari. Potrebbe volerci fino a fine anno perché una delle compagnie farmaceutiche riesca ad andare in quella fase. Ma ci vorrà tempo», insiste la presidente, «ed è importante comunicarlo con sufficiente anticipo, perché un vaccino venga testato in modo che si accerti che è efficace e sicuro. Con efficace», sottolinea la von der Leyen, «intendo che deve conferire l'immunità, in qualche misura. In altre parole, il vaccino non è l'evento miracoloso che cambia tutto da un giorno all'altro. È la luce in fondo al tunnel, ma ci vorranno diversi passaggi prima di riuscire a vedere la luce piena. Nella migliore delle ipotesi da 20 a 50 milioni di dosi di vaccino saranno consegnate ogni mese, da quando le prime società di produzione saranno pronte e queste prime forniture», avverte la von der Leyen, «dovrebbero iniziare ad aprile». Tra dicembre e aprile passano quattro mesi, che in un momento così drammatico rappresentano un'era geologica. Perché Conte ha mentito, illudendo gli italiani? Non si sa, ma si può immaginare. Con la speranza di un vaccino in arrivo in tempi brevi, le misure di chiusura sarebbero accolte con uno stato d'animo diverso dagli imprenditori, e probabilmente le proteste si placherebbero. Il problema è che non è possibile sparare balle su un tema così importante, perché la smentita è dietro l'angolo e la figuraccia assume proporzioni bibliche.
Non è la prima volta che dal governo piovono annunci miracolistici quanto falsi sui tempi di perfezionamento del vaccino anti-coronavirus. «Il vaccino», diceva Conte lo scorso 16 ottobre, «sarà strategico. Alcuni gruppi prospettano esiti positivi per fine novembre o dicembre, presto potremmo avere 200 o 300 milioni di dosi di vaccini. Saremo in grado di inondare i nostri sistemi sanitari e potremmo donarli anche ad economie più vulnerabili». L'unica inondazione alla quale assistiamo è, purtroppo, quella degli annunci senza fondamento del governo. «La certezza di un vaccino contro il Covid entro la fine dell'anno? La verità», proclamava nelle stesse ore il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, «è che questo potrebbe essere l'ultimo miglio: da fine novembre, inizio dicembre arriveranno in Italia le prime dosi del vaccino e poi da gennaio inizieremo le vaccinazioni». A smentire Conte e Di Maio arriva anche Nicola Magrini, direttore generale dell'Agenzia Italiana del Farmaco: «Il vaccino per il Covid», dice Magrini a Radio24, «si potrebbe avere in uso clinico, cioè a disposizione dei soggetti a rischio a gennaio-febbraio.
Come Agenzia regolatoria europea siamo in attesa dei dati clinici, se arrivano a fine novembre serve una osservazione attenta, siamo in condizione di grande corsa ma anche di valutazione seria» aggiunge Magrini, «avremo i dati degli studi clinici tra fine anno e inizio dell'anno prossimo di tre vaccini che viaggiano insieme come prima velocità e ulteriori tre nel primo semestre del prossimo anno».
Un'ulteriore smentita degli annunci trionfali di Conte arriva anche da Guido Rasi, direttore esecutivo dell'Ema, l'Agenzia europea del farmaco basata ad Amsterdam che dovrà dare il via libera alla commercializzazione dei vaccini in Europa. In un'intervista a Repubblica ha dichiarato: «Tecnicamente è ancora possibile, ma è estremamente difficile se non improbabile che il vaccino contro il coronavirus arrivi entro la fine del 2020. Se tutto andrà liscio potremo autorizzare i primi vaccini tra gennaio e febbraio, ma prima dell'estate non ce ne saranno certo per tutti. Per vaccinare 400 milioni di persone servono 500-600 milioni di dosi e averle entro la fine del prossimo anno non sarà possibile».
Schiaffo a Crisanti: «Falsità su Vo'»
«Siamo come in una turbolenza durante un grande volo intercontinentale, bisogna avere nervi saldi ed essere organizzati», ha detto ieri il presidente del Veneto, Luca Zaia, parlando della curva epidemiologica nella sua Regione. Ben al di là di qualche scossa passeggera è invece la battaglia tra il Doge e Andrea Crisanti, il professore ordinario di Microbiologia dell'Università di Padova, celebrato come il padre del «Modello Vo'» ovvero la politica aggressiva, contrariamente a quella governativa, di tracciamento dei positivi messo in atto nella Regione sin da subito, che ha permesso di arginare i contagi e il focolaio della provincia padovana, dichiarata zona rossa dopo la morte per Covid di Adriano Trevisan, nell'ospedale di Schiavonia, il 21 febbraio.
E proprio attorno al successo veneto, riconosciuto in tutto il mondo, continua lo scontro per intestarsene il merito.
Tra il leghista e lo scienziato c'era già stata più di qualche tensione, alimentata anche dall'onnipresenza del virologo in tv, radio e giornali, e dalle sue lapidarie dichiarazioni, come quella riferita al trionfo di Zaia alle regionali: «È merito mio, magari fra cinque anni mi candido e lo sfido. Se non fosse stato per me avrebbe combinato un disastro». Non c'è da stupirsi dunque dell'ultima battaglia in corso, innescata da uno studio apparso sulla rivista scientifica Nature proprio a firma di Crisanti, in cui il virologo si attribuiva la paternità del primo giro di tamponi a Vo' Euganeo, eseguito invece dall'azienda sanitaria di Padova, per scelta del governatore leghista e finanziata anche dalla Regione, tra il 23 e il 29 febbraio. Ma di Zaia, nell'articolo, nemmeno l'ombra. A prendere le distanze da questa ricostruzione, ci ha pensato la direttrice della Prevenzione della Regione Veneto, Francesca Russo, inviando una lettera a Nature, rivelata ieri da Bruno Vespa nel suo libro Perché l'Italia amò Mussolini: «La pubblicazione ha alterato i fatti, distorcendo la realtà e mistificando quanto è accaduto a Vo'. Tutte le decisioni rilevanti su come affrontare il focolaio hanno avuto origine dall'ospedale di Schiavonia, dove sono stati ricoverati i primi due pazienti residenti a Vo' positivi, e sono state assunte dal presidente della Regione di concerto con la Direzione prevenzione e Sanità pubblica della Regione e con le autorità sanitarie dell'Azienda Ulss 6 Euganea. Tutto questo è accaduto ancor prima che lo studio di Vo' fosse concepito. Il caso di Vo' ha avuto un impatto strategico minimo sull'approccio del Veneto nell'affrontare l'epidemia» scrive perentoria la Russo. Un vero schiaffo in faccia a Crisanti, che ha replicato a stretto giro: «Questa lettura dei fatti è falsa e fuorviante, sto provvedendo a diffidare Vespa. Le prove di come siano andati davvero i fatti sono nelle carte e anche nello scambio di whatsapp con il governatore Zaia, messaggi dell'8 e 9 marzo nei quali gli anticipavo i risultanti sorprendenti dell'esperimento di Vo', proponendo di esportare quel modello di sorveglianza attiva». Versioni contraddittorie, che confermano solo l'evidenza: lo strappo tra Zaia e Crisanti è ormai insanabile, tanto da far definire «dolorosa» la vicenda dallo stesso presidente.
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Il premier continua a illudere gli italiani che il rimedio al Covid arriverà a dicembre, ma Ursula von der Leyen e agenzia del farmaco: «Non prima dell'estate». Il Veneto contro l'articolo dove il docente si attesta tutti i meriti per l'iniziale gestione del focolaio: «Realtà distorta, decisioni prese dalla Regione». Luca Zaia: «Storia dolorosa»Lo speciale contiene due articoli.«Se le ultime fasi di preparazione del vaccino Oxford-Irbm Pomezia-Astrazeneca saranno completate nelle prossime settimane, le prime dosi saranno disponibili all'inizio di dicembre». Parola di Giuseppe Conte, intervistato da Bruno Vespa per il suo ultimo libro. «Già all'inizio», aggiunge Conte, «avremo i primi due o tre milioni di dosi. Altri milioni ci arriveranno subito dopo. La Commissione europea ha commissionato ad Astrazeneca e ad altre società alcune centinaia di milioni di dosi. Penso che per contenere completamente la pandemia dovremo aspettare comunque la prossima primavera». Maledetta primavera: che fretta c'era di annunciare notizie così importanti, se la realtà è molto diversa da quella comunicata da un uomo che pure di mestiere (precario) fa il presidente del Consiglio di un grande paese? Giuseppi, purtroppo, (anche) sul vaccino farnetica, e a certificarlo non sono i soliti cattivoni dell'opposizione, ma la sua adorata Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, che ieri a Bruxelles ha affrontato anche questo argomento: «Lo sviluppo di un vaccino efficace e sicuro», sostiene la Von der Leyen, «richiederà tempo e non è la soluzione miracolosa che cambia tutto da un giorno all'altro. A un certo punto la prima compagnia farmaceutica arriverà con un vaccino, che poi passerà i trial clinici necessari. Potrebbe volerci fino a fine anno perché una delle compagnie farmaceutiche riesca ad andare in quella fase. Ma ci vorrà tempo», insiste la presidente, «ed è importante comunicarlo con sufficiente anticipo, perché un vaccino venga testato in modo che si accerti che è efficace e sicuro. Con efficace», sottolinea la von der Leyen, «intendo che deve conferire l'immunità, in qualche misura. In altre parole, il vaccino non è l'evento miracoloso che cambia tutto da un giorno all'altro. È la luce in fondo al tunnel, ma ci vorranno diversi passaggi prima di riuscire a vedere la luce piena. Nella migliore delle ipotesi da 20 a 50 milioni di dosi di vaccino saranno consegnate ogni mese, da quando le prime società di produzione saranno pronte e queste prime forniture», avverte la von der Leyen, «dovrebbero iniziare ad aprile». Tra dicembre e aprile passano quattro mesi, che in un momento così drammatico rappresentano un'era geologica. Perché Conte ha mentito, illudendo gli italiani? Non si sa, ma si può immaginare. Con la speranza di un vaccino in arrivo in tempi brevi, le misure di chiusura sarebbero accolte con uno stato d'animo diverso dagli imprenditori, e probabilmente le proteste si placherebbero. Il problema è che non è possibile sparare balle su un tema così importante, perché la smentita è dietro l'angolo e la figuraccia assume proporzioni bibliche.Non è la prima volta che dal governo piovono annunci miracolistici quanto falsi sui tempi di perfezionamento del vaccino anti-coronavirus. «Il vaccino», diceva Conte lo scorso 16 ottobre, «sarà strategico. Alcuni gruppi prospettano esiti positivi per fine novembre o dicembre, presto potremmo avere 200 o 300 milioni di dosi di vaccini. Saremo in grado di inondare i nostri sistemi sanitari e potremmo donarli anche ad economie più vulnerabili». L'unica inondazione alla quale assistiamo è, purtroppo, quella degli annunci senza fondamento del governo. «La certezza di un vaccino contro il Covid entro la fine dell'anno? La verità», proclamava nelle stesse ore il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, «è che questo potrebbe essere l'ultimo miglio: da fine novembre, inizio dicembre arriveranno in Italia le prime dosi del vaccino e poi da gennaio inizieremo le vaccinazioni». A smentire Conte e Di Maio arriva anche Nicola Magrini, direttore generale dell'Agenzia Italiana del Farmaco: «Il vaccino per il Covid», dice Magrini a Radio24, «si potrebbe avere in uso clinico, cioè a disposizione dei soggetti a rischio a gennaio-febbraio. Come Agenzia regolatoria europea siamo in attesa dei dati clinici, se arrivano a fine novembre serve una osservazione attenta, siamo in condizione di grande corsa ma anche di valutazione seria» aggiunge Magrini, «avremo i dati degli studi clinici tra fine anno e inizio dell'anno prossimo di tre vaccini che viaggiano insieme come prima velocità e ulteriori tre nel primo semestre del prossimo anno».Un'ulteriore smentita degli annunci trionfali di Conte arriva anche da Guido Rasi, direttore esecutivo dell'Ema, l'Agenzia europea del farmaco basata ad Amsterdam che dovrà dare il via libera alla commercializzazione dei vaccini in Europa. In un'intervista a Repubblica ha dichiarato: «Tecnicamente è ancora possibile, ma è estremamente difficile se non improbabile che il vaccino contro il coronavirus arrivi entro la fine del 2020. Se tutto andrà liscio potremo autorizzare i primi vaccini tra gennaio e febbraio, ma prima dell'estate non ce ne saranno certo per tutti. Per vaccinare 400 milioni di persone servono 500-600 milioni di dosi e averle entro la fine del prossimo anno non sarà possibile».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/leuropa-sbugiarda-ancora-conte-i-vaccini-a-natale-sono-un-miraggio-2648536614.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="schiaffo-a-crisanti-falsita-su-vo" data-post-id="2648536614" data-published-at="1603917426" data-use-pagination="False"> Schiaffo a Crisanti: «Falsità su Vo'» «Siamo come in una turbolenza durante un grande volo intercontinentale, bisogna avere nervi saldi ed essere organizzati», ha detto ieri il presidente del Veneto, Luca Zaia, parlando della curva epidemiologica nella sua Regione. Ben al di là di qualche scossa passeggera è invece la battaglia tra il Doge e Andrea Crisanti, il professore ordinario di Microbiologia dell'Università di Padova, celebrato come il padre del «Modello Vo'» ovvero la politica aggressiva, contrariamente a quella governativa, di tracciamento dei positivi messo in atto nella Regione sin da subito, che ha permesso di arginare i contagi e il focolaio della provincia padovana, dichiarata zona rossa dopo la morte per Covid di Adriano Trevisan, nell'ospedale di Schiavonia, il 21 febbraio. E proprio attorno al successo veneto, riconosciuto in tutto il mondo, continua lo scontro per intestarsene il merito. Tra il leghista e lo scienziato c'era già stata più di qualche tensione, alimentata anche dall'onnipresenza del virologo in tv, radio e giornali, e dalle sue lapidarie dichiarazioni, come quella riferita al trionfo di Zaia alle regionali: «È merito mio, magari fra cinque anni mi candido e lo sfido. Se non fosse stato per me avrebbe combinato un disastro». Non c'è da stupirsi dunque dell'ultima battaglia in corso, innescata da uno studio apparso sulla rivista scientifica Nature proprio a firma di Crisanti, in cui il virologo si attribuiva la paternità del primo giro di tamponi a Vo' Euganeo, eseguito invece dall'azienda sanitaria di Padova, per scelta del governatore leghista e finanziata anche dalla Regione, tra il 23 e il 29 febbraio. Ma di Zaia, nell'articolo, nemmeno l'ombra. A prendere le distanze da questa ricostruzione, ci ha pensato la direttrice della Prevenzione della Regione Veneto, Francesca Russo, inviando una lettera a Nature, rivelata ieri da Bruno Vespa nel suo libro Perché l'Italia amò Mussolini: «La pubblicazione ha alterato i fatti, distorcendo la realtà e mistificando quanto è accaduto a Vo'. Tutte le decisioni rilevanti su come affrontare il focolaio hanno avuto origine dall'ospedale di Schiavonia, dove sono stati ricoverati i primi due pazienti residenti a Vo' positivi, e sono state assunte dal presidente della Regione di concerto con la Direzione prevenzione e Sanità pubblica della Regione e con le autorità sanitarie dell'Azienda Ulss 6 Euganea. Tutto questo è accaduto ancor prima che lo studio di Vo' fosse concepito. Il caso di Vo' ha avuto un impatto strategico minimo sull'approccio del Veneto nell'affrontare l'epidemia» scrive perentoria la Russo. Un vero schiaffo in faccia a Crisanti, che ha replicato a stretto giro: «Questa lettura dei fatti è falsa e fuorviante, sto provvedendo a diffidare Vespa. Le prove di come siano andati davvero i fatti sono nelle carte e anche nello scambio di whatsapp con il governatore Zaia, messaggi dell'8 e 9 marzo nei quali gli anticipavo i risultanti sorprendenti dell'esperimento di Vo', proponendo di esportare quel modello di sorveglianza attiva». Versioni contraddittorie, che confermano solo l'evidenza: lo strappo tra Zaia e Crisanti è ormai insanabile, tanto da far definire «dolorosa» la vicenda dallo stesso presidente.
Pagamento? Azioni. Naturalmente. Perché il contante, nell’era della finanza quantistica, è archeologia. La preda si chiama Cursor, società che sviluppa intelligenza artificiale capace di scrivere il codice in autonomia. In sostanza un programmatore software che non chiede ferie, non sciopera e non vuole aumenti di stipendio. L’operazione, già di per sé sufficiente a scaldare i grafici, diventa però quasi secondaria rispetto allo spettacolo principale: la capitalizzazione. SpaceX è volata in zona 2,5–2,7 trilioni di dollari, con picchi che sfiorano i 3.000 miliardi. L’azienda di Musk adesso vale quanto il Pil dell’Italia. Per dare un’idea: a un certo punto ha superato Amazon e Microsoft. Il tutto con una struttura da manuale del paradosso: 19 miliardi di ricavi e quasi 5 di perdite, contro i 717 miliardi di fatturato e 78 di utili di Amazon. Ma Wall Street ormai è una narrazione collettiva con pricing dinamico. Elon Musk consolida la sua narrazione di primo trilionario al mondo. Non perché abbia trovato oro su Marte o monetizzato l’aria rarefatta dello spazio, ma perché il mercato ha deciso che la sua equazione personale vale più della somma di molti sistemi economici terrestri. Nel frattempo, un dettaglio tecnico passa quasi inosservato, come sempre accade con le cose che poi diventano fondamentali: sul mercato circola appena il 4% delle azioni. Il resto è vincolato, trattenuto, congelato in accordi e regolamenti. Vuol dire che il prezzo lo fanno pochissimi scambi, ma su quei pochi scambi si costruiscono montagne di trilioni. Una leva perfetta. O pericolosa. Dipende dal punto di osservazione. E così accade l’altra magia: più il titolo sale, meno azioni servono per pagare Cursor. Più il titolo sale, più l’acquisizione da 60 miliardi diventa “economica”. Il mercato si abitua a tutto con la velocità con cui un social network dimentica una notizia: SpaceX diventa valuta. Non solo società, ma moneta. Una moneta che non stampa la banca centrale, ma la fiducia. E mentre qualcuno ancora si chiede se sia sostenibile, Wall Street decide che la domanda è mal posta. Al terzo giorno di contrattazioni, SpaceX continua a correre, passando da 135 a 214 dollari. Per un attimo diventa la quarta società al mondo per capitalizzazione, dietro solo a Nvidia, Alphabet e Apple. Poi ritraccia, perché anche le vertigini hanno bisogno di pause. Come se non bastasse, si apre anche il fronte dei derivati: partono le contrattazioni delle opzioni al Cboe Global Markets e al Nasdaq. Insomma si inizia a scommettere non solo sul futuro dell’azienda, ma sul futuro delle scommesse sul futuro dell’azienda. Una specie di matrioska finanziaria dove l’ultimo strato non è mai l’ultimo.
Nel mezzo di questo spettacolo orbitale, il pezzo industriale viene quasi schiacciato dalla narrativa. Cursor entra come tassello strategico: servirebbe ad ampliare le capacità di Grok nello sviluppo software. L’intelligenza artificiale che scrive codice per un’altra intelligenza artificiale che già scrive codice. Un dialogo tra automi che, per ora, non chiede ancora la pensione. Almeno per ora. E poi ci sono loro, gli altri due poli del nuovo triangolo tecnologico.
OpenAI chiude il 2025 con 13 miliardi di ricavi e una perdita da 38,5 miliardi. Un rosso che, in qualunque altro settore, verrebbe definito emergenza industriale; nell’intelligenza artificiale viene archiviato come «fase di investimento strategico». L’emorragia è impressionante: due miliardi di dollari al mese, ChatGPT come motore principale, progetti secondari come Sora ridimensionati per concentrare fuoco e capitale. Valutazione: 730 miliardi. Obiettivo dichiarato: mille miliardi. Perché ormai anche i numeri hanno un piano industriale. E dietro, come ombra competitiva ma speculare, Anthropic si muove nello stesso perimetro: collocamento riservato, capitali in arrivo, corsa alla scala globale dell’intelligenza artificiale. Non è più una gara tra aziende, ma tra ecosistemi cognitivi.
Alla fine resta una sensazione semplice, quasi banale: la Borsa non sta più prezzando aziende. Sta prezzando un futuro per il momento solo frutto di immaginazione e speranza. E mentre qualcuno ancora cerca il confine tra economia reale e finanza narrativa, il mercato ha già deciso che quel confine non serve più.
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Le risorse per affrontare l’emergenza casa potranno arrivare a circa 10 miliardi entro il 2034, considerando sia i fondi nazionali - per un apporto pari a 7,3 miliardi - sia i fondi europei della politica di coesione, per 3,3 miliardi. È questo uno dei temi toccati dall’Ance (l’organizzazione dei costruttori associata a Confindustria) in occasione dell’ottantesimo anniversario dalla fondazione. All’evento, guidato dalla presidente Federica Brancaccio nella splendida cornice di Villa Giulia a Roma, sede del Museo Etrusco, hanno preso parte con un videomessaggio il premier Giorgia Meloni e il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, mentre erano presenti i ministri dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratini e della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo.
Il Piano Casa, ha detto Brancaccio, «era un’emergenza di cui parlavamo da anni. Ma», ha ammonito la presidente Ance, «sono centrali le tempistiche che devono essere veloci». Nelle interlocuzioni con la politica, l’Ance ha sempre chiesto di fissare tempi anche sulla governance. «Sappiamo che c’è un commissario ma ci vogliono i decreti attuativi e non si dice entro quando queste nomine ci saranno», ha sottolineato la presidente. Ieri, il ministro Salvini ha detto che «il nuovo commissario nazionale aiuterà nell’arco di un anno a recuperare 61.000 appartamenti di edilizia residenziale pubblica ad oggi non assegnati perché vanno risistemati, con una spesa media valutata tra 20 e 25.000 euro ciascuno». La nomina, fa sapere il vicepremier, avverrà nelle prossime ore.
Brancaccio ha sottolineato che «quasi il 90% degli appalti in qualche modo è sottratto alla gara classica, alla trasparenza totale». Inoltre, «sappiamo che c’è uno sforzo da parte del governo per anticipare la cassa e usare questi 10 miliardi, facendo ricorso a un mutuo da un’istituzione finanziaria. Se questo avesse esiti positivi, le risorse attivabili nel 2027 sarebbero più di un miliardo».
La presidente ha poi evidenziato che «c’è la bolla del mercato libero che ha delle enormi variabili a seconda di dove si realizzano le abitazioni. Quindi, le percentuali previste dall’attuale Piano Casa per gli investimenti dei privati (70% da destinare all’edilizia convenzionata e il restante 30% da vendere o affittare a prezzo di mercato libero) dovrebbero essere riviste». Una soluzione potrebbe essere quella di «dare un ruolo a chi amministra gli enti territoriali, che hanno ben presente le esigenze locali». E ha chiosato: «Sappiamo che questo piano partirà così com’è ma anche che ci saranno in corso d’opera degli aggiustamenti. Ora c’è il testo unico dell’edilizia in revisione, ma si deve andare per deroghe e commissari».
L’Ance ha tracciato un quadro positivo per le costruzioni, uno dei settori industriali che meglio ha sfruttato il Pnrr. Ad aprile, il 76% dei cantieri risultava concluso o in stato avanzato e, secondo la Banca d’Italia, i tempi di avvio delle opere si sono ridotti del 19%, mentre la probabilità di aggiudicazione è maggiore del 20% rispetto alle opere non Pnrr.
Intanto, Dl Piano Casa entra nel vivo alla Camera con il voto sui 275 emendamenti in commissione Ambiente. Il testo definitivo è atteso in Aula questo venerdì, giornata in cui il governo dovrebbe porre la questione di fiducia. Subito dopo passerà all’esame del Senato: la conversione definitiva in legge dovrà avvenire entro la scadenza del 6 luglio.
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