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2020-10-29
L’Europa sbugiarda Giuseppi sui vaccini
Ursula von der Leyen (Nicolas Economou/NurPhoto via Getty Images)
«Se le ultime fasi di preparazione del vaccino Oxford-Irbm Pomezia-Astrazeneca saranno completate nelle prossime settimane, le prime dosi saranno disponibili all'inizio di dicembre». Parola di Giuseppe Conte, intervistato da Bruno Vespa per il suo ultimo libro. «Già all'inizio», aggiunge Conte, «avremo i primi due o tre milioni di dosi. Altri milioni ci arriveranno subito dopo. La Commissione europea ha commissionato ad Astrazeneca e ad altre società alcune centinaia di milioni di dosi. Penso che per contenere completamente la pandemia dovremo aspettare comunque la prossima primavera». Maledetta primavera: che fretta c'era di annunciare notizie così importanti, se la realtà è molto diversa da quella comunicata da un uomo che pure di mestiere (precario) fa il presidente del Consiglio di un grande paese? Giuseppi, purtroppo, (anche) sul vaccino farnetica, e a certificarlo non sono i soliti cattivoni dell'opposizione, ma la sua adorata Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, che ieri a Bruxelles ha affrontato anche questo argomento: «Lo sviluppo di un vaccino efficace e sicuro», sostiene la Von der Leyen, «richiederà tempo e non è la soluzione miracolosa che cambia tutto da un giorno all'altro. A un certo punto la prima compagnia farmaceutica arriverà con un vaccino, che poi passerà i trial clinici necessari. Potrebbe volerci fino a fine anno perché una delle compagnie farmaceutiche riesca ad andare in quella fase. Ma ci vorrà tempo», insiste la presidente, «ed è importante comunicarlo con sufficiente anticipo, perché un vaccino venga testato in modo che si accerti che è efficace e sicuro. Con efficace», sottolinea la von der Leyen, «intendo che deve conferire l'immunità, in qualche misura. In altre parole, il vaccino non è l'evento miracoloso che cambia tutto da un giorno all'altro. È la luce in fondo al tunnel, ma ci vorranno diversi passaggi prima di riuscire a vedere la luce piena. Nella migliore delle ipotesi da 20 a 50 milioni di dosi di vaccino saranno consegnate ogni mese, da quando le prime società di produzione saranno pronte e queste prime forniture», avverte la von der Leyen, «dovrebbero iniziare ad aprile». Tra dicembre e aprile passano quattro mesi, che in un momento così drammatico rappresentano un'era geologica. Perché Conte ha mentito, illudendo gli italiani? Non si sa, ma si può immaginare. Con la speranza di un vaccino in arrivo in tempi brevi, le misure di chiusura sarebbero accolte con uno stato d'animo diverso dagli imprenditori, e probabilmente le proteste si placherebbero. Il problema è che non è possibile sparare balle su un tema così importante, perché la smentita è dietro l'angolo e la figuraccia assume proporzioni bibliche.
Non è la prima volta che dal governo piovono annunci miracolistici quanto falsi sui tempi di perfezionamento del vaccino anti-coronavirus. «Il vaccino», diceva Conte lo scorso 16 ottobre, «sarà strategico. Alcuni gruppi prospettano esiti positivi per fine novembre o dicembre, presto potremmo avere 200 o 300 milioni di dosi di vaccini. Saremo in grado di inondare i nostri sistemi sanitari e potremmo donarli anche ad economie più vulnerabili». L'unica inondazione alla quale assistiamo è, purtroppo, quella degli annunci senza fondamento del governo. «La certezza di un vaccino contro il Covid entro la fine dell'anno? La verità», proclamava nelle stesse ore il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, «è che questo potrebbe essere l'ultimo miglio: da fine novembre, inizio dicembre arriveranno in Italia le prime dosi del vaccino e poi da gennaio inizieremo le vaccinazioni». A smentire Conte e Di Maio arriva anche Nicola Magrini, direttore generale dell'Agenzia Italiana del Farmaco: «Il vaccino per il Covid», dice Magrini a Radio24, «si potrebbe avere in uso clinico, cioè a disposizione dei soggetti a rischio a gennaio-febbraio.
Come Agenzia regolatoria europea siamo in attesa dei dati clinici, se arrivano a fine novembre serve una osservazione attenta, siamo in condizione di grande corsa ma anche di valutazione seria» aggiunge Magrini, «avremo i dati degli studi clinici tra fine anno e inizio dell'anno prossimo di tre vaccini che viaggiano insieme come prima velocità e ulteriori tre nel primo semestre del prossimo anno».
Un'ulteriore smentita degli annunci trionfali di Conte arriva anche da Guido Rasi, direttore esecutivo dell'Ema, l'Agenzia europea del farmaco basata ad Amsterdam che dovrà dare il via libera alla commercializzazione dei vaccini in Europa. In un'intervista a Repubblica ha dichiarato: «Tecnicamente è ancora possibile, ma è estremamente difficile se non improbabile che il vaccino contro il coronavirus arrivi entro la fine del 2020. Se tutto andrà liscio potremo autorizzare i primi vaccini tra gennaio e febbraio, ma prima dell'estate non ce ne saranno certo per tutti. Per vaccinare 400 milioni di persone servono 500-600 milioni di dosi e averle entro la fine del prossimo anno non sarà possibile».
Schiaffo a Crisanti: «Falsità su Vo'»
«Siamo come in una turbolenza durante un grande volo intercontinentale, bisogna avere nervi saldi ed essere organizzati», ha detto ieri il presidente del Veneto, Luca Zaia, parlando della curva epidemiologica nella sua Regione. Ben al di là di qualche scossa passeggera è invece la battaglia tra il Doge e Andrea Crisanti, il professore ordinario di Microbiologia dell'Università di Padova, celebrato come il padre del «Modello Vo'» ovvero la politica aggressiva, contrariamente a quella governativa, di tracciamento dei positivi messo in atto nella Regione sin da subito, che ha permesso di arginare i contagi e il focolaio della provincia padovana, dichiarata zona rossa dopo la morte per Covid di Adriano Trevisan, nell'ospedale di Schiavonia, il 21 febbraio.
E proprio attorno al successo veneto, riconosciuto in tutto il mondo, continua lo scontro per intestarsene il merito.
Tra il leghista e lo scienziato c'era già stata più di qualche tensione, alimentata anche dall'onnipresenza del virologo in tv, radio e giornali, e dalle sue lapidarie dichiarazioni, come quella riferita al trionfo di Zaia alle regionali: «È merito mio, magari fra cinque anni mi candido e lo sfido. Se non fosse stato per me avrebbe combinato un disastro». Non c'è da stupirsi dunque dell'ultima battaglia in corso, innescata da uno studio apparso sulla rivista scientifica Nature proprio a firma di Crisanti, in cui il virologo si attribuiva la paternità del primo giro di tamponi a Vo' Euganeo, eseguito invece dall'azienda sanitaria di Padova, per scelta del governatore leghista e finanziata anche dalla Regione, tra il 23 e il 29 febbraio. Ma di Zaia, nell'articolo, nemmeno l'ombra. A prendere le distanze da questa ricostruzione, ci ha pensato la direttrice della Prevenzione della Regione Veneto, Francesca Russo, inviando una lettera a Nature, rivelata ieri da Bruno Vespa nel suo libro Perché l'Italia amò Mussolini: «La pubblicazione ha alterato i fatti, distorcendo la realtà e mistificando quanto è accaduto a Vo'. Tutte le decisioni rilevanti su come affrontare il focolaio hanno avuto origine dall'ospedale di Schiavonia, dove sono stati ricoverati i primi due pazienti residenti a Vo' positivi, e sono state assunte dal presidente della Regione di concerto con la Direzione prevenzione e Sanità pubblica della Regione e con le autorità sanitarie dell'Azienda Ulss 6 Euganea. Tutto questo è accaduto ancor prima che lo studio di Vo' fosse concepito. Il caso di Vo' ha avuto un impatto strategico minimo sull'approccio del Veneto nell'affrontare l'epidemia» scrive perentoria la Russo. Un vero schiaffo in faccia a Crisanti, che ha replicato a stretto giro: «Questa lettura dei fatti è falsa e fuorviante, sto provvedendo a diffidare Vespa. Le prove di come siano andati davvero i fatti sono nelle carte e anche nello scambio di whatsapp con il governatore Zaia, messaggi dell'8 e 9 marzo nei quali gli anticipavo i risultanti sorprendenti dell'esperimento di Vo', proponendo di esportare quel modello di sorveglianza attiva». Versioni contraddittorie, che confermano solo l'evidenza: lo strappo tra Zaia e Crisanti è ormai insanabile, tanto da far definire «dolorosa» la vicenda dallo stesso presidente.
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Il premier continua a illudere gli italiani che il rimedio al Covid arriverà a dicembre, ma Ursula von der Leyen e agenzia del farmaco: «Non prima dell'estate». Il Veneto contro l'articolo dove il docente si attesta tutti i meriti per l'iniziale gestione del focolaio: «Realtà distorta, decisioni prese dalla Regione». Luca Zaia: «Storia dolorosa»Lo speciale contiene due articoli.«Se le ultime fasi di preparazione del vaccino Oxford-Irbm Pomezia-Astrazeneca saranno completate nelle prossime settimane, le prime dosi saranno disponibili all'inizio di dicembre». Parola di Giuseppe Conte, intervistato da Bruno Vespa per il suo ultimo libro. «Già all'inizio», aggiunge Conte, «avremo i primi due o tre milioni di dosi. Altri milioni ci arriveranno subito dopo. La Commissione europea ha commissionato ad Astrazeneca e ad altre società alcune centinaia di milioni di dosi. Penso che per contenere completamente la pandemia dovremo aspettare comunque la prossima primavera». Maledetta primavera: che fretta c'era di annunciare notizie così importanti, se la realtà è molto diversa da quella comunicata da un uomo che pure di mestiere (precario) fa il presidente del Consiglio di un grande paese? Giuseppi, purtroppo, (anche) sul vaccino farnetica, e a certificarlo non sono i soliti cattivoni dell'opposizione, ma la sua adorata Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, che ieri a Bruxelles ha affrontato anche questo argomento: «Lo sviluppo di un vaccino efficace e sicuro», sostiene la Von der Leyen, «richiederà tempo e non è la soluzione miracolosa che cambia tutto da un giorno all'altro. A un certo punto la prima compagnia farmaceutica arriverà con un vaccino, che poi passerà i trial clinici necessari. Potrebbe volerci fino a fine anno perché una delle compagnie farmaceutiche riesca ad andare in quella fase. Ma ci vorrà tempo», insiste la presidente, «ed è importante comunicarlo con sufficiente anticipo, perché un vaccino venga testato in modo che si accerti che è efficace e sicuro. Con efficace», sottolinea la von der Leyen, «intendo che deve conferire l'immunità, in qualche misura. In altre parole, il vaccino non è l'evento miracoloso che cambia tutto da un giorno all'altro. È la luce in fondo al tunnel, ma ci vorranno diversi passaggi prima di riuscire a vedere la luce piena. Nella migliore delle ipotesi da 20 a 50 milioni di dosi di vaccino saranno consegnate ogni mese, da quando le prime società di produzione saranno pronte e queste prime forniture», avverte la von der Leyen, «dovrebbero iniziare ad aprile». Tra dicembre e aprile passano quattro mesi, che in un momento così drammatico rappresentano un'era geologica. Perché Conte ha mentito, illudendo gli italiani? Non si sa, ma si può immaginare. Con la speranza di un vaccino in arrivo in tempi brevi, le misure di chiusura sarebbero accolte con uno stato d'animo diverso dagli imprenditori, e probabilmente le proteste si placherebbero. Il problema è che non è possibile sparare balle su un tema così importante, perché la smentita è dietro l'angolo e la figuraccia assume proporzioni bibliche.Non è la prima volta che dal governo piovono annunci miracolistici quanto falsi sui tempi di perfezionamento del vaccino anti-coronavirus. «Il vaccino», diceva Conte lo scorso 16 ottobre, «sarà strategico. Alcuni gruppi prospettano esiti positivi per fine novembre o dicembre, presto potremmo avere 200 o 300 milioni di dosi di vaccini. Saremo in grado di inondare i nostri sistemi sanitari e potremmo donarli anche ad economie più vulnerabili». L'unica inondazione alla quale assistiamo è, purtroppo, quella degli annunci senza fondamento del governo. «La certezza di un vaccino contro il Covid entro la fine dell'anno? La verità», proclamava nelle stesse ore il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, «è che questo potrebbe essere l'ultimo miglio: da fine novembre, inizio dicembre arriveranno in Italia le prime dosi del vaccino e poi da gennaio inizieremo le vaccinazioni». A smentire Conte e Di Maio arriva anche Nicola Magrini, direttore generale dell'Agenzia Italiana del Farmaco: «Il vaccino per il Covid», dice Magrini a Radio24, «si potrebbe avere in uso clinico, cioè a disposizione dei soggetti a rischio a gennaio-febbraio. Come Agenzia regolatoria europea siamo in attesa dei dati clinici, se arrivano a fine novembre serve una osservazione attenta, siamo in condizione di grande corsa ma anche di valutazione seria» aggiunge Magrini, «avremo i dati degli studi clinici tra fine anno e inizio dell'anno prossimo di tre vaccini che viaggiano insieme come prima velocità e ulteriori tre nel primo semestre del prossimo anno».Un'ulteriore smentita degli annunci trionfali di Conte arriva anche da Guido Rasi, direttore esecutivo dell'Ema, l'Agenzia europea del farmaco basata ad Amsterdam che dovrà dare il via libera alla commercializzazione dei vaccini in Europa. In un'intervista a Repubblica ha dichiarato: «Tecnicamente è ancora possibile, ma è estremamente difficile se non improbabile che il vaccino contro il coronavirus arrivi entro la fine del 2020. Se tutto andrà liscio potremo autorizzare i primi vaccini tra gennaio e febbraio, ma prima dell'estate non ce ne saranno certo per tutti. Per vaccinare 400 milioni di persone servono 500-600 milioni di dosi e averle entro la fine del prossimo anno non sarà possibile».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/leuropa-sbugiarda-ancora-conte-i-vaccini-a-natale-sono-un-miraggio-2648536614.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="schiaffo-a-crisanti-falsita-su-vo" data-post-id="2648536614" data-published-at="1603917426" data-use-pagination="False"> Schiaffo a Crisanti: «Falsità su Vo'» «Siamo come in una turbolenza durante un grande volo intercontinentale, bisogna avere nervi saldi ed essere organizzati», ha detto ieri il presidente del Veneto, Luca Zaia, parlando della curva epidemiologica nella sua Regione. Ben al di là di qualche scossa passeggera è invece la battaglia tra il Doge e Andrea Crisanti, il professore ordinario di Microbiologia dell'Università di Padova, celebrato come il padre del «Modello Vo'» ovvero la politica aggressiva, contrariamente a quella governativa, di tracciamento dei positivi messo in atto nella Regione sin da subito, che ha permesso di arginare i contagi e il focolaio della provincia padovana, dichiarata zona rossa dopo la morte per Covid di Adriano Trevisan, nell'ospedale di Schiavonia, il 21 febbraio. E proprio attorno al successo veneto, riconosciuto in tutto il mondo, continua lo scontro per intestarsene il merito. Tra il leghista e lo scienziato c'era già stata più di qualche tensione, alimentata anche dall'onnipresenza del virologo in tv, radio e giornali, e dalle sue lapidarie dichiarazioni, come quella riferita al trionfo di Zaia alle regionali: «È merito mio, magari fra cinque anni mi candido e lo sfido. Se non fosse stato per me avrebbe combinato un disastro». Non c'è da stupirsi dunque dell'ultima battaglia in corso, innescata da uno studio apparso sulla rivista scientifica Nature proprio a firma di Crisanti, in cui il virologo si attribuiva la paternità del primo giro di tamponi a Vo' Euganeo, eseguito invece dall'azienda sanitaria di Padova, per scelta del governatore leghista e finanziata anche dalla Regione, tra il 23 e il 29 febbraio. Ma di Zaia, nell'articolo, nemmeno l'ombra. A prendere le distanze da questa ricostruzione, ci ha pensato la direttrice della Prevenzione della Regione Veneto, Francesca Russo, inviando una lettera a Nature, rivelata ieri da Bruno Vespa nel suo libro Perché l'Italia amò Mussolini: «La pubblicazione ha alterato i fatti, distorcendo la realtà e mistificando quanto è accaduto a Vo'. Tutte le decisioni rilevanti su come affrontare il focolaio hanno avuto origine dall'ospedale di Schiavonia, dove sono stati ricoverati i primi due pazienti residenti a Vo' positivi, e sono state assunte dal presidente della Regione di concerto con la Direzione prevenzione e Sanità pubblica della Regione e con le autorità sanitarie dell'Azienda Ulss 6 Euganea. Tutto questo è accaduto ancor prima che lo studio di Vo' fosse concepito. Il caso di Vo' ha avuto un impatto strategico minimo sull'approccio del Veneto nell'affrontare l'epidemia» scrive perentoria la Russo. Un vero schiaffo in faccia a Crisanti, che ha replicato a stretto giro: «Questa lettura dei fatti è falsa e fuorviante, sto provvedendo a diffidare Vespa. Le prove di come siano andati davvero i fatti sono nelle carte e anche nello scambio di whatsapp con il governatore Zaia, messaggi dell'8 e 9 marzo nei quali gli anticipavo i risultanti sorprendenti dell'esperimento di Vo', proponendo di esportare quel modello di sorveglianza attiva». Versioni contraddittorie, che confermano solo l'evidenza: lo strappo tra Zaia e Crisanti è ormai insanabile, tanto da far definire «dolorosa» la vicenda dallo stesso presidente.
Silvia Salis (Ansa)
C’è chi sceglie di raggiungere la montagna insieme ai partigiani e chi, invece, preferisce raggiungere il lago, per combattere una guerra disperata sotto le bandiere della Repubblica sociale italiana. Ognuno arriva alla propria conclusione dopo enormi sofferenze. Lo stesso fanno gli Alpini. Chi va da una parte e chi dall’altra.
Portava però la penna nera Nuto Revelli che, dopo l’Armistizio di Cassibile, è tra i fondatori delle formazioni di Giustizia e Libertà, diventando poi un testimone chiave della lotta partigiana. Lo stesso fa Mario Rigoni Stern, tornato miracolosamente vivo dalla campagna di Russia per poi combattere sull’Altipiano di Asiago. E pure Enrico Martini Mauri, una delle 62 medaglie d’oro, e attivo in Piemonte. Scrive di lui l’Anpi: «Di sentimenti monarchici, con la mentalità del militare, Mauri (che, grazie ai rapporti preferenziali instaurati con la missione inglese del maggiore «Temple», riceve lanci regolari di armi, munizioni e vettovagliamento), tende a tenere sotto il suo controllo tutta la zona». È un militare di professione. Sa fare la guerra. Difende la sua terra, anche scontrandosi con i partigiani della Brigata Garibaldi. A Genova, attorno al partigiano cattolico e medaglia d’oro Aldo Gastaldi (morto in uno strano incidente a guerra finita a cui Giampaolo Pansa dedicò il libro Uccidete il comandante bianco) si radunano moltissimi alpini. Sanno muoversi e combattere in montagna, del resto. Sono il corpo più adatto per la guerriglia. Sono valorosi e lo dimostreranno in battaglia.
A distanza di 80 anni le Penne nere stanno per tornare a Genova, città medaglia d’oro della Resistenza. Città che si è liberata da sola, prima ancora che arrivassero gli alleati, anche grazie al contributo di quei combattenti che provenivano dalle truppe alpine che oggi pare disprezzare. L’adunata annuale delle Penne nere è stata anticipata dalle solite polemiche. Le femministe di Non una di meno che vedono negli Alpini l’ultimo baluardo del patriarcato e la candidata di Alleanza verdi e sinistra che chiede che le Penne nere vadano altrove. Ma c’è anche chi, come l’alpino e consigliere comunale a Genova, Sergio Gambino, ha firmato un ordine del giorno per chiedere ufficialmente che, dopo le denigrazioni, la città valorizzasse gli Alpini. Una richiesta semplice in cui si domandava al sindaco Silvia Salis di «ribadire pubblicamente il valore sociale e culturale dell’Adunata, respingendo ogni tentativo di strumentalizzazione ideologica volta a dividere la cittadinanza». Ma soprattutto si chiedeva di «prendere pubblicamente le distanze, manifestando solidarietà agli Alpini, da quanto di grave è stato affermato sulle pagine social di Non una di meno».
La risposta che è arrivata dalla giunta della Salis, però, è stata un secco no. Questa la cronaca politica. Che è cronaca, quindi destinata a passare. A differenza delle 62 medaglie d’oro degli Alpini.
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Sono 337 i beni culturali rimpatriati dagli Stati Uniti e presentati alla Caserma «La Marmora», sede del reparto operativo dei Carabinieri TPC (Tutela Patrimonio Culturale), alla presenza del ministro della Cultura Alessandro Giuli e dell’ambasciatore Usa in Italia Tilman J. Fertitta.
Tra i reperti figurano oggetti archeologici di epoca romana, bizantina e della Magna Grecia, oltre a opere d’arte e materiali d’archivio, in larga parte provenienti da scavi clandestini o sottratti a istituzioni. Tra i pezzi più rilevanti anche una testa di Alessandro Magno proveniente dalla Basilica Aemilia del Foro Romano. Il rimpatrio è il risultato di operazioni concluse tra dicembre e aprile 2026. Dei 337 beni, 221 sono stati recuperati grazie alla collaborazione con il Manhattan District Attorney’s Office, mentre gli altri 116 sono stati restituiti attraverso attività congiunte di FBI e Homeland Security Investigations.
L'amministratore delegato di Italo, Gianbattista La Rocca (Imagoeconomica)
La Germania, spiega, non è una suggestione ma il primo passo di una strategia di internazionalizzazione. E non si parte da zero: la società tedesca è già stata costituita, la licenza ferroviaria è stata ottenuta e il percorso per il certificato di sicurezza è in corso. La macchina, insomma ha acceso il motore e non è più parcheggiata in garage.
C’è poi un altro elemento chiave che rende l’operazione particolarmente solida: l’accordo già impostato con Siemens per la fornitura dei treni. Qui entra in gioco uno dei passaggi più delicati di tutta la partita: i tempi. La Rocca lo dice chiaramente: entro maggio devono arrivare le autorizzazioni dall’Autorithy del settore. Servono indicazioni precise sugli orari e sugli spazi nelle stazioni. In altre parole: quando e dove potranno circolare i treni. Senza queste informazioni, non si può firmare con Siemens entro giugno. E quella scadenza non è negoziabile: se salta, non partirà l’ordine per acquistare i teni e l’intero progetto rischia di perdere sostenibilità economica. Un effetto domino che nessuno vuole innescare. Il piano industriale è ampio. Si parte con 26 convogli, con la possibilità di arrivare a 40 grazie a un’opzione già prevista. L’investimento iniziale per l’acquisto dell’armamenti è di circa 1,2 miliardi di euro. Ma è solo una parte del quadro: altri 2,4 miliardi serviranno per la manutenzione trentennale, la formazione del personale, i sistemi informatici e tutta l’organizzazione necessaria a far funzionare il servizio. Non si tratta quindi solo di comprare treni, ma di costruire un sistema. Anche la rete su cui opererà Italo in Germania è pensata per avere un impatto significativo. Il progetto prevede collegamenti tra 18 città, su circa 1.300 chilometri di rete, con 50 servizi giornalieri. Due le direttrici principali: Monaco di Baviera-Colonia-Dortmund e Monaco di Baviera-Berlino-Amburgo. Corridoi strategici, che attraversano alcune delle aree più importanti del Paese e intercettano una domanda già molto forte.
A dare una lettura più ampia dell’operazione è Luca Montezemolo, presidente e fondatore di Italo. Spiega che il mercato tedesco oggi ricorda quello italiano prima dell’arrivo della concorrenza. Un sistema dominato da un unico grande operatore, con margini di miglioramento evidenti. Ed è proprio in questo spazio che Italo vede un’opportunità.
Montezemolo sottolinea un aspetto spesso poco evidenziato: l’Italia è l’unico Paese europeo in cui l’alta velocità è gestita anche da un operatore interamente privato. Un modello che ha funzionato, al punto da essere preso come riferimento a livello europeo. L’introduzione della concorrenza, insieme a un sistema di regolazione più strutturato, ha portato a un miglioramento della qualità del servizio. Naturalmente, il percorso non è stato lineare. «Abbiamo imparato molto dagli errori», ammette Montezemolo. Ed è proprio questo uno degli elementi più interessanti dell’espansione in Germania: Italo non arriva come un operatore nuovo, ma come un’azienda che ha già attraversato una fase complessa di crescita, aggiustamenti e consolidamento. Un bagaglio di esperienza che ora diventa parte integrante dell’offerta.
L’obiettivo è chiaro: costruire fin dall’inizio un’attività sostenibile, evitando gli errori tipici delle fasi di avvio. E per farlo, oltre agli investimenti, sarà fondamentale il radicamento locale. Non a caso, l’azienda prevede di iniziare già nei prossimi mesi ad assumere personale in Germania, costruendo progressivamente la propria struttura operativa.
Il debutto è fissato tra aprile e metà del 2028. Una scadenza che sembra lontana, ma che in realtà richiede decisioni immediate. Perché progetti di questa dimensione non si improvvisano: hanno bisogno di preparazione, coordinamento e investimenti. Sullo sfondo resta una domanda che rende tutta la vicenda ancora più interessante: c’è spazio, in Germania, per un nuovo operatore ferroviario ad alta velocità? La risposta arriverà dal mercato, ma anche dalla capacità del sistema di aprirsi davvero alla concorrenza.
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l segretario generale della UIL, Pierpaolo Bombardieri, ha espresso soddisfazione per il nuovo decreto sul cosiddetto «salario giusto», a margine della conferenza stampa di presentazione del Concerto del 1° maggio.
«Siamo molto soddisfatti perché per la prima volta c’è un intervento legislativo che identifica il salario giusto con i contratti di Cgil, Cisl e Uil», ha dichiarato. Bombardieri ha ricordato il tema dei cosiddetti «contratti pirata», firmati da sigle non rappresentative che — secondo il sindacato — avrebbero contribuito ad abbassare i salari. Il nuovo impianto normativo, ha spiegato, punta invece a valorizzare i contratti comparativamente più rappresentativi e a condizionare gli sgravi fiscali al loro utilizzo.