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2023-12-05
Il Pd battezza il sindacato formato Ue per frenare il governo da Bruxelles
Enrico Letta e Maurizio Landini (Getty Images)
La Cgil ha disseminato il calendario di novembre e dicembre di giorni barrati con il rosso. Sono tutti scioperi. L’obiettivo è farli a macchia di leopardo per creare il massimo disagio possibile. Ai cittadini e al governo. Le motivazioni sono prettamente politiche. Nessun obiettivo. Lo dimostrano due fatti. Il primo è che il pacchetto è stato indetto prima che si conoscessero i contenuti della legge finanziaria. Secondo, la Cgil non ha più platea. Tolte le poche fabbriche rimaste come roccaforti, le adesioni non superano il 5/6%. Proseguendo su questa strada, Maurizio Landini sa bene di condannarsi a non avere peso specifico. Al massimo a farsi odiare, per via dei disagi, da chi a lavorare deve andarci davvero.
Al leader della Cgil però il fiuto politico non manca. Così se non ha più platea in Italia si sposta in Europa e, con la stretta collaborazione del Pd, progetta di contare a Bruxelles. Per lanciare una alleanza utile a bypassare l’Italia e il governo di Giorgia Meloni. D’altronde a Bruxelles i voti non servono. Se la Cgil non ha più aderenti, il Pd non ha più elettori. La coppia perfetta per Bruxelles dove per comandare fino a oggi non sono serviti né gli uni né gli altri. Non è un caso dunque se oggi Landini si reca a Bruxelles dove, alle 18, verrà inaugurato l’Ufficio Europa della Cgil, presso la sede Inca Belgio. L’Ufficio sarà punto di riferimento, informazione e collegamento tra la Cgil e tutto l’ambito sindacale e istituzionale europeo. «La cerimonia d’inaugurazione verrà aperta dai saluti del presidente dell’Inca, del direttore della Camera di Commercio italo-belga, dai segretari generali della Ces (Confederazione europea dei sindacati), dell’Ituc Csi (Confederazione sindacale internazionale) e dal presidente del Cese (Comitato economico sociale europeo)», si legge in una nota diffusa ieri. Una serie altisonante di sigle che stanno a indicare l’obiettivo ramificato della sinistra di porsi come parte sociale a livello europeo. E come diretto interlocutore del prossimo Consiglio e della prossima Commissione. L’obiettivo è diventare partner se dalle elezioni di giugno spuntasse di nuovo una maggioranza Ppe e socialisti. Opposizione se dovesse vincere il centrodestra.
Intanto Landini si porta avanti e nella due giorni di Bruxelles, oltre a siglare accordi con i pari grado di Belgio e Francia, stringerà la mano al commissario Paolo Gentiloni e alla deputata dem, Irene Tinagli. Mentre domani durante i lavori del Ces (all’opera per organizzare uno sciopero Ue il 12 dicembre) scambierà il palco con Enrico Letta. Quest’ultimo è impegnato su mandato del Consiglio nel redigere uno studio sulla riforma del mercato comune. Il documento sarà presentato a fine aprile e, a quanto risulta alla Verità, conterrà un ampio capitolo sulle parti sociali e sulla rappresentanza. Insomma, il filotto Landini-Pd è già pronto a raccogliere i frutti della strategia congiunta, dimenticando bellamente che la congiunzione tra dem e sindacati in Ue al momento ha prodotto vicende come il Qatargate. Poco edificanti, per usare un eufemismo.
Per fortuna corre l’obbligo di dire che non tutto è definito. Innanzitutto a muoversi su un terreno contiguo c’è addirittura Mario Draghi. L’ex premier e governatore della Bce ha ricevuto il medesimo incarico di Letta. Non dal Consiglio ma dalla Commissione. Anche Draghi si sta occupando della riforma del mercato unico e potenzialmente lo studio (che sarà presentato anch’esso a fine aprile) potrebbe confliggere con quello di Letta. Inoltre c’è un elemento sorpresa, a cui forse Landini non pensa. Si chiama Confindustria. Non ci pensa perché è abituato ad avere a che fare con Carlo Bonomi, impegnato su dossier molto locali e per nulla europei. Ma da gennaio parte la campagna elettorale per il successore. Viale dell’Astronomia è ai livelli di gradimento più bassi mai sperimentati. L’effetto può essere di riscatto e il riscatto dovrà necessariamente passare per l’Europa. Dove i futuri confindustriali dovranno muoversi con coraggio, investimenti e pure aggressività, se vorranno tutelare l’industria italiana.
A quel punto Landini, al fianco del Pd, si troverebbe spiazzato. Si accorgerebbe di essere andato a Bruxelles per fare esclusivamente politica e si ritroverebbe costretto a fare di nuovo il sindacalista. Fantapolitica? No, da parte nostra un augurio che le rappresentanze di lavoratori e imprese tornino a scontri costruttivi in modo di lasciare in mano ai governi i dossier che gli competono. Il risultato sarebbe un accenno di democrazia anche a Bruxelles. E soprattutto una tutela degli elettori italiani. I quali ci sembrano stanchi di votare a casa, per poi scoprire che qualcuno sistematicamente vuole cancellare la loro voce. La sinistra smetta di rubare il pallone quando capisce che sta perdendo la partita. Ma se non lo capisce bisogna attivare degli anticorpi. E non spetta solo al governo di centrodestra agire. Nemmeno solo ai cittadini. Spetta anche al mondo produttivo e alle associazioni che lo rappresentano. Confindustria e affini. Serve un riscatto.
Landini torna sul luogo del Qatargate
Concluso il road show, la cinque giorni di scioperi in giro per l’Italia, proclamati insieme al segretario della Uil, Pierpaolo Bombardieri, il numero uno della Cgil, Maurizio Landini, non ha nessuna intenzione di fermarsi.
Si è preso il palcoscenico della sinistra (basti vedere gli ultimi sondaggi che lo danno come l’uomo nuovo nel Pd al posto della Schlein) e non lo molla certo adesso. In attesa che la manovra venga approvata, dopodiché avrà gioco facile per scatenarsi contro i provvedimenti già dichiarati sbagliati a prescindere mesi fa, deve continuare a battere il ferro. Che c’è di meglio, in vista del voto europeo di giugno 2024, di Bruxelles? Nulla. E infatti Landini si trova nella Capitale belga, dove alle ore 18 viene inaugurato l’ufficio Europa della Cgil, presso la sede Inca Belgio (Rue de la Loi 26/b). A cosa serve? L’ufficio Cgil Europa, spiega il sindacato, sarà punto di riferimento, informazione e collegamento tra la Cgil e tutto l’ambito sindacale e istituzionale europeo. La cerimonia d’inaugurazione verrà aperta dai saluti del presidente dell’Inca, del direttore della Camera di commercio italo-belga, dai segretari generali della Ces, la confederazione europea dei sindacati. Saranno presenti all’evento celebrativo numerose delegazioni dei sindacati europei, delle associazioni, deputati del Parlamento europeo e rappresentanti di partiti politici. Previsti anche vertici più politici. Landini incontrerà l’ex premier e oggi commissario europeo per gli affari economici e monetari, Paolo Gentiloni (considerato da molti il suo maggior avversario per la leadership della sinistra) e l’eurodeputata neanche a dirlo dem Irene Tinagli. Domani, invece, parteciperà ai lavori del Comitato Esecutivo Ces, dove alle 14 e 30 è previsto l’intervento di Enrico Letta.
Insomma, il segretario sarà di nuovo al centro dell’attenzione. Proviamo a fare i facili profeti e scommettiamo su un Landini pronto a dire peste e corna della manifestazione fiorentina organizzata dalla Lega e da Matteo Salvini, che ha avuto l’ardire di criticare le politiche europee, e a non dirà neanche una parola, figurarsi un minimo di autocritica sindacale, sullo scandalo Qatargate, una sorta di eurotangentopoli (europarlamentari e lobbisti che avrebbero ricevuto denaro e regalie in cambio della difesa degli interessi del Qatar) ruotata intorno alla figura Antonio Panzeri. Panzeri (che aveva parlato anche di finanziamenti per la campagna elettorale dell’ex segretario della Cgil Susanna Camusso) è stato per anni responsabile delle politiche europee della Cgil, salvo fare poi il salto in politica nella lista Uniti nell’Ulivo. Un altro giro lo fa nelle liste del Pd e poi passa ad Articolo 1. Insomma, rappresenta tutti gli aspetti controversi e paradossali del legame incestuoso tra i partiti di sinistra e le politiche del lavoro del sindacato rosso.
Ma non finisce qui. Perché non può sfuggire che Landini si trovi Bruxelles per inaugurare l’ufficio Europa del suo sindacato presso la sede Inca. La sede di un patronato e i patronati sono di recente entrati nell’occhio del ciclone (soprattutto Brasile, Argentina, Canada, Svizzera, Stati Uniti e Austria) per le pratiche gonfiate. Visto che con i soldi pubblici ricevuti per le pratiche fiscali, previdenziali ecc, la Cgil ci paga (bilanci alla mano) l’apparato della comunicazione mai benevolo nei confronti del centrodestra, anche su questo aspetto ci sarebbe da dire e da spiegare. Il segretario sempre pronto a puntare il dito contro i provvedimenti del governo Meloni, potrebbe approfittare della location per fare chiarezza su alcuni legami «pericolosi» a sinistra.
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Oggi il capo della Cgil inaugura l’Ufficio Europa a due passi dai palazzi del potere dell’Unione. Obiettivo negoziare direttamente con il Consiglio, con la sponda dei dem. Ora servirebbe il risveglio di Confindustria.Maurizio Landini, l’uomo che sbaraglia Elly Schlein nei sondaggi, incontrerà Paolo Gentiloni e Enrico Letta. Ma farà finta di non aver mai conosciuto Panzeri, al centro dell’eurotangentopoli rossa.Lo speciale contiene due articoli.La Cgil ha disseminato il calendario di novembre e dicembre di giorni barrati con il rosso. Sono tutti scioperi. L’obiettivo è farli a macchia di leopardo per creare il massimo disagio possibile. Ai cittadini e al governo. Le motivazioni sono prettamente politiche. Nessun obiettivo. Lo dimostrano due fatti. Il primo è che il pacchetto è stato indetto prima che si conoscessero i contenuti della legge finanziaria. Secondo, la Cgil non ha più platea. Tolte le poche fabbriche rimaste come roccaforti, le adesioni non superano il 5/6%. Proseguendo su questa strada, Maurizio Landini sa bene di condannarsi a non avere peso specifico. Al massimo a farsi odiare, per via dei disagi, da chi a lavorare deve andarci davvero. Al leader della Cgil però il fiuto politico non manca. Così se non ha più platea in Italia si sposta in Europa e, con la stretta collaborazione del Pd, progetta di contare a Bruxelles. Per lanciare una alleanza utile a bypassare l’Italia e il governo di Giorgia Meloni. D’altronde a Bruxelles i voti non servono. Se la Cgil non ha più aderenti, il Pd non ha più elettori. La coppia perfetta per Bruxelles dove per comandare fino a oggi non sono serviti né gli uni né gli altri. Non è un caso dunque se oggi Landini si reca a Bruxelles dove, alle 18, verrà inaugurato l’Ufficio Europa della Cgil, presso la sede Inca Belgio. L’Ufficio sarà punto di riferimento, informazione e collegamento tra la Cgil e tutto l’ambito sindacale e istituzionale europeo. «La cerimonia d’inaugurazione verrà aperta dai saluti del presidente dell’Inca, del direttore della Camera di Commercio italo-belga, dai segretari generali della Ces (Confederazione europea dei sindacati), dell’Ituc Csi (Confederazione sindacale internazionale) e dal presidente del Cese (Comitato economico sociale europeo)», si legge in una nota diffusa ieri. Una serie altisonante di sigle che stanno a indicare l’obiettivo ramificato della sinistra di porsi come parte sociale a livello europeo. E come diretto interlocutore del prossimo Consiglio e della prossima Commissione. L’obiettivo è diventare partner se dalle elezioni di giugno spuntasse di nuovo una maggioranza Ppe e socialisti. Opposizione se dovesse vincere il centrodestra. Intanto Landini si porta avanti e nella due giorni di Bruxelles, oltre a siglare accordi con i pari grado di Belgio e Francia, stringerà la mano al commissario Paolo Gentiloni e alla deputata dem, Irene Tinagli. Mentre domani durante i lavori del Ces (all’opera per organizzare uno sciopero Ue il 12 dicembre) scambierà il palco con Enrico Letta. Quest’ultimo è impegnato su mandato del Consiglio nel redigere uno studio sulla riforma del mercato comune. Il documento sarà presentato a fine aprile e, a quanto risulta alla Verità, conterrà un ampio capitolo sulle parti sociali e sulla rappresentanza. Insomma, il filotto Landini-Pd è già pronto a raccogliere i frutti della strategia congiunta, dimenticando bellamente che la congiunzione tra dem e sindacati in Ue al momento ha prodotto vicende come il Qatargate. Poco edificanti, per usare un eufemismo. Per fortuna corre l’obbligo di dire che non tutto è definito. Innanzitutto a muoversi su un terreno contiguo c’è addirittura Mario Draghi. L’ex premier e governatore della Bce ha ricevuto il medesimo incarico di Letta. Non dal Consiglio ma dalla Commissione. Anche Draghi si sta occupando della riforma del mercato unico e potenzialmente lo studio (che sarà presentato anch’esso a fine aprile) potrebbe confliggere con quello di Letta. Inoltre c’è un elemento sorpresa, a cui forse Landini non pensa. Si chiama Confindustria. Non ci pensa perché è abituato ad avere a che fare con Carlo Bonomi, impegnato su dossier molto locali e per nulla europei. Ma da gennaio parte la campagna elettorale per il successore. Viale dell’Astronomia è ai livelli di gradimento più bassi mai sperimentati. L’effetto può essere di riscatto e il riscatto dovrà necessariamente passare per l’Europa. Dove i futuri confindustriali dovranno muoversi con coraggio, investimenti e pure aggressività, se vorranno tutelare l’industria italiana. A quel punto Landini, al fianco del Pd, si troverebbe spiazzato. Si accorgerebbe di essere andato a Bruxelles per fare esclusivamente politica e si ritroverebbe costretto a fare di nuovo il sindacalista. Fantapolitica? No, da parte nostra un augurio che le rappresentanze di lavoratori e imprese tornino a scontri costruttivi in modo di lasciare in mano ai governi i dossier che gli competono. Il risultato sarebbe un accenno di democrazia anche a Bruxelles. E soprattutto una tutela degli elettori italiani. I quali ci sembrano stanchi di votare a casa, per poi scoprire che qualcuno sistematicamente vuole cancellare la loro voce. La sinistra smetta di rubare il pallone quando capisce che sta perdendo la partita. Ma se non lo capisce bisogna attivare degli anticorpi. E non spetta solo al governo di centrodestra agire. Nemmeno solo ai cittadini. Spetta anche al mondo produttivo e alle associazioni che lo rappresentano. Confindustria e affini. Serve un riscatto.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/letta-landini-2666434148.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="landini-torna-sul-luogo-del-qatargate" data-post-id="2666434148" data-published-at="1701725041" data-use-pagination="False"> Landini torna sul luogo del Qatargate Concluso il road show, la cinque giorni di scioperi in giro per l’Italia, proclamati insieme al segretario della Uil, Pierpaolo Bombardieri, il numero uno della Cgil, Maurizio Landini, non ha nessuna intenzione di fermarsi. Si è preso il palcoscenico della sinistra (basti vedere gli ultimi sondaggi che lo danno come l’uomo nuovo nel Pd al posto della Schlein) e non lo molla certo adesso. In attesa che la manovra venga approvata, dopodiché avrà gioco facile per scatenarsi contro i provvedimenti già dichiarati sbagliati a prescindere mesi fa, deve continuare a battere il ferro. Che c’è di meglio, in vista del voto europeo di giugno 2024, di Bruxelles? Nulla. E infatti Landini si trova nella Capitale belga, dove alle ore 18 viene inaugurato l’ufficio Europa della Cgil, presso la sede Inca Belgio (Rue de la Loi 26/b). A cosa serve? L’ufficio Cgil Europa, spiega il sindacato, sarà punto di riferimento, informazione e collegamento tra la Cgil e tutto l’ambito sindacale e istituzionale europeo. La cerimonia d’inaugurazione verrà aperta dai saluti del presidente dell’Inca, del direttore della Camera di commercio italo-belga, dai segretari generali della Ces, la confederazione europea dei sindacati. Saranno presenti all’evento celebrativo numerose delegazioni dei sindacati europei, delle associazioni, deputati del Parlamento europeo e rappresentanti di partiti politici. Previsti anche vertici più politici. Landini incontrerà l’ex premier e oggi commissario europeo per gli affari economici e monetari, Paolo Gentiloni (considerato da molti il suo maggior avversario per la leadership della sinistra) e l’eurodeputata neanche a dirlo dem Irene Tinagli. Domani, invece, parteciperà ai lavori del Comitato Esecutivo Ces, dove alle 14 e 30 è previsto l’intervento di Enrico Letta. Insomma, il segretario sarà di nuovo al centro dell’attenzione. Proviamo a fare i facili profeti e scommettiamo su un Landini pronto a dire peste e corna della manifestazione fiorentina organizzata dalla Lega e da Matteo Salvini, che ha avuto l’ardire di criticare le politiche europee, e a non dirà neanche una parola, figurarsi un minimo di autocritica sindacale, sullo scandalo Qatargate, una sorta di eurotangentopoli (europarlamentari e lobbisti che avrebbero ricevuto denaro e regalie in cambio della difesa degli interessi del Qatar) ruotata intorno alla figura Antonio Panzeri. Panzeri (che aveva parlato anche di finanziamenti per la campagna elettorale dell’ex segretario della Cgil Susanna Camusso) è stato per anni responsabile delle politiche europee della Cgil, salvo fare poi il salto in politica nella lista Uniti nell’Ulivo. Un altro giro lo fa nelle liste del Pd e poi passa ad Articolo 1. Insomma, rappresenta tutti gli aspetti controversi e paradossali del legame incestuoso tra i partiti di sinistra e le politiche del lavoro del sindacato rosso. Ma non finisce qui. Perché non può sfuggire che Landini si trovi Bruxelles per inaugurare l’ufficio Europa del suo sindacato presso la sede Inca. La sede di un patronato e i patronati sono di recente entrati nell’occhio del ciclone (soprattutto Brasile, Argentina, Canada, Svizzera, Stati Uniti e Austria) per le pratiche gonfiate. Visto che con i soldi pubblici ricevuti per le pratiche fiscali, previdenziali ecc, la Cgil ci paga (bilanci alla mano) l’apparato della comunicazione mai benevolo nei confronti del centrodestra, anche su questo aspetto ci sarebbe da dire e da spiegare. Il segretario sempre pronto a puntare il dito contro i provvedimenti del governo Meloni, potrebbe approfittare della location per fare chiarezza su alcuni legami «pericolosi» a sinistra.
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In venti contro 4 li aggrediscono armati di spranghe. Le immagini sono al vaglio della Digos. Uno dei quattro militanti è stato trasportato in ospedale in codice giallo.
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Domani 9 gennaio a Milano arrivano migliaia di trattori per dire no all’accordo; si mobilitano da Rivolta agricola, agli allevatori piemontesi, fino ai Comitati degli agricoltori ormai diffusi in tutto il Nord e Centro Italia. Fanno quello che sta succedendo in Francia dove da settimane il Paese è bloccato dalle proteste, in Polonia dove alla fine dell’anno i trattori hanno bloccato le autostrade, in Ungheria, in Romania e in Repubblica Ceca dove oltre al no al trattato commerciale con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay a cui si aggiunge la Bolivia, c’è anche il no all’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Queste proteste stanno raffreddando i governi e l’intesa che appena 48 ore fa era data per fatta dopo che Giorgia Meloni aveva ottenuto la disponibilità di Ursula von der Leyen a mettere sulla prossima Pac 45 miliardi (all’Italia ne andrebbero 10 con un miliardo di vantaggio rispetto alla quota consolidata) è tornata in discussione.
Ieri il presidente della Commissione aveva favorito una riunione dei ministri agricoli dei 27 con i commissari all’agricoltura e al commercio per arrivare alla ratifica del Mercosur. Il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha detto: «Firmiamo solo se ci sono delle garanzie. Guardiamo agli accordi che eliminano le barriere tariffarie e non tariffarie con uno sguardo positivo, ma non si può mettere in discussione il nostro sistema economico o una parte di questo». Tradotto: senza clausola di reciprocità (sui fitofarmaci, sui controlli sanitari e di qualità, sull’utilizzo di manodopera regolare) il Mercosur non passa. Lollobrigida ha rivendicato che la Commissione si è «convinta ad accettare la proposta italiana sulla Pac che torna centrale nelle politiche europee. La dotazione finanziaria», ha specificato, «deve garantire alcuni settori rispetto alle fluttuazioni di mercato. Ma non ci interessa pagare il funerale a qualcuno, ci interessa che qualcuno resti in vita e continui a produrre». La preoccupazione è per un’invasione di prodotti del Sudamerica (il Brasile è già il primo fornitore dell’Ue di materia agricola per quasi 10 miliardi): dalla carne alla soia, dal riso allo zucchero.
Ieri si è svolto anche un vertice dei Paesi di Visegrad. I ministri di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno detto: «Siamo qui per difendere i nostri agricoltori, la sicurezza alimentare non deve essere oggetto dei giochi politici». L’ungherese Itsvan Nagy ha aggiunto: «Sono a Bruxelles sul campo di battaglia, le preoccupazioni degli agricoltori sono giustificate». Gianmarco Centinaio, vicepresidente del Senato (Lega, ex ministro agricolo) annuncia: «La Commissione europea non può pensare che le garanzie chieste dai nostri agricoltori siano in vendita. Un conto sono le risorse per la Pac, finalmente aumentate grazie al governo italiano, un altro conto è l’accordo Mercosur, per il quale serve reciprocità. Condivido la richiesta degli agricoltori e venerdì andrò ad ascoltare quanti scenderanno in piazza a Milano».
Del pari la Coldiretti sta in guardia sul Mercosur: un sì dell’Italia senza clausola di reciprocità è inaccettabile. Ettore Prandini, presidente, e Vincenzo Gesmundo, segretario, in una nota sostengono: l’annuncio dei 10 miliardi in più sulla Pac «ottenuto grazie al ruolo determinante svolto dal governo e dal ministro Lollobrigida» così come la marcia indietro sui tagli e le modifiche al fondo sulle aree rurali sono positivi, ma ora «devono seguire atti legislativi europei». Coldiretti non si fida della «tecnocrazia di Bruxelles» e annuncia: «Proseguiamo la mobilitazione permanente: dal 20 gennaio e fino alla fine del mese manifestazioni coinvolgeranno oltre 100.000 soci; inizieremo con Lombardia, Piemonte, Veneto e Lazio e si proseguirà in Emilia-Romagna, Toscana, Puglia, Campania, Sicilia e Sardegna. Saranno le occasioni per difendere le conquiste ottenute sulla Pac e chiarire la nostra contrarietà a un accordo Mercosur che non garantisca parità di trattamento tra agricoltori europei e sudamericani».
In Francia i trattori stanno preparando l’assedio di Parigi. Ieri è stato approvato un decreto che blocca l’import dal Sudamerica e l’ex ministro dell’Interno Bruno Retailleau ha detto: «Se Emmanuel Macron firma il Mercosur presento la mozione di sfiducia al governo». La baronessa Von der Leyen deve attendere.
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Ansa
Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
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Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».