2019-07-09
Ansa
Le famiglie ricevono conti fino a 75.000 euro per 15 ore di ricovero nella Confederazione.
Dolore e rabbia non riescono a placarsi. A quasi quattro mesi dalla strage di Crans-Montana (il rogo del Constellation, bar dei coniugi Jessica e Jacques Moretti, ove la notte di Capodanno morirono 41 giovani tra cui sei italiani e oltre 100 rimasero feriti) le prassi della Svizzera continuano a tormentare genitori straziati.
Le famiglie dei feriti - alcuni molto gravi e ancora in riabilitazione - denunciano che «gli ospedali svizzeri non ci mandano le cartelle sanitarie (fondamentali per i processi, ndr) bensì le fatture per le cure ricevute poco dopo l’incendio». A far indignare anche le cifre: per un ricovero di appena 15 ore, prima del trasferimento in elicottero verso l’ospedale Niguarda di Milano, vengono contabilizzati dai 17.000 ai 75.000 euro. Sui documenti, inviati via mail, è indicato che quelle somme non dovranno essere pagate dalle famiglie, ma sono ben spiegati i dettagli economici relativi alle prime ore di ricovero in strutture come quella di Sion, dove i ragazzi furono soccorsi prima che venisse messo in moto il ponte aereo fra Svizzera e Italia. «Oltre il danno la beffa», commenta Umberto Marcucci, papà del sedicenne Manfredi sopravvissuto al rogo, «per tutti noi è stato uno choc vedere quella mail, arrivata senza nessun avvertimento, con cifre senza nessuna spiegazione che somigliano più che altro a una tariffa oraria». Intanto le famiglie sono sempre in attesa delle cartelle cliniche, che però non arrivano, e che invece sarebbero necessarie considerato che molti ragazzi sono ancora ricoverati o in fase di riabilitazione dopo ustioni gravissime e danni polmonari in virtù dei quali, per proseguire il percorso di ripresa, è utile sapere nel dettaglio le cure effettuate nelle prime ore successive all’incendio.
Nel frattempo, la postilla sui documenti contabili che specifica come il pagamento non vada effettuato, non rassicura mamme e papà di casa nostra che chiedono chiarezza e garanzie: vogliono la certezza che i costi saranno interamente coperti dal Cantone Vallese e che lo Stato italiano non debba intervenire. Per discutere di questa delicata questione l’ambasciatore italiano in Svizzera, Gian Lorenzo Cornado, nei prossimi giorni avrà una serie di incontri con le autorità elvetiche, tra Berna e il Vallese, proprio per una conferma ufficiale di quanto già stabilito: le spese sanitarie sono interamente a carico delle autorità svizzere, non di quelle italiane né delle famiglie delle vittime. L’ambasciatore si fa portavoce dell’indignazione dei genitori: «Di fronte a una tragedia spaventosa, capisco che ricevere un documento del genere possa far male e far ripiombare nella tragedia, ma è prassi ricorrente in Svizzera».
Pià netto l’avvocato Domenico Radice, legale di diverse famiglie di feriti italiani, che parla apertamente di gestione inadeguata: «Al di là di chi dovrà pagare, l’invio delle fatture in un contesto del genere è abbastanza scandaloso e avrebbe richiesto maggiore attenzione. Per le famiglie la misura è colma».
Sul fronte delle indagini salgono a 13 gli indagati per la strage di Crans-Montana, provocata dal rogo innescato da fontane luminose pirotecniche, che incendiarono i pannelli fonoassorbenti del soffitto nel seminterrato. La Procura di Sion oltre al Comune di Crans-Montana ha coinvolto anche i vertici politici della vecchia amministrazione di Chermignon, in carica fino al 2017, prima della fusione tra le due comunità.
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Keir Starmer (Ansa)
Il premier britannico sotto assedio: «Non mi riferirono del vetting fallito da Mandelson». I Tories: «Ha mentito all'Aula, deve dimettersi». Bordate anche dall'ala sinistra del Labour.
«Voglio essere molto chiaro con la Camera: anche se questa dichiarazione si concentrerà sul processo riguardante il vetting e la nomina di Peter Mandelson, al centro di tutto c’è anche un giudizio che ho espresso e che era sbagliato. Non avrei dovuto nominare Peter Mandelson. Mi assumo la piena responsabilità di quella decisione. E chiedo nuovamente scusa alle vittime del pedofilo Jeffrey Epstein, che sono state chiaramente deluse dalla mia decisione». Inizia con un mea culpa l’intervento di Keir Starmer, ieri alla Camera dei Comuni, dopo che la settimana scorsa è emerso che Mandelson era stato nominato ambasciatore negli Stati Uniti nonostante non avesse superato i controlli di sicurezza.
Un mea culpa che molti giudicano strumentale: mentre il premier ammette l’errore di giudizio, il resto del discorso punta a dimostrare che lui non era stato informato dell’esito negativo del vetting, un processo di indagine approfondita condotto dai servizi di sicurezza britannici prima di assegnare incarichi sensibili. Starmer punta il dito contro Olly Robbins, il sottosegretario permanente al Foreign Office costretto alle dimissioni la settimana scorsa. Robbins, però, ha dichiarato davanti alla commissione parlamentare: «Starmer voleva Mandelson. Noi abbiamo agito sulla base della sua decisione». Fonti vicine a Robbins, citate da Sky News, riferiscono inoltre che Starmer e l’allora capo dello staff Morgan McSweeney avevano fatto capire chiaramente ai funzionari che «non erano interessati a obiezioni» e che la nomina «doveva andare avanti a tutti i costi».
«La raccomandazione relativa al caso di Mandelson avrebbe potuto e dovuto essere condivisa con me prima che assumesse l’incarico», dichiara Starmer in Parlamento. «È incredibile che», aggiunge, «durante tutto questo susseguirsi di eventi, i funzionari del ministero degli Esteri abbiano ritenuto opportuno nascondere queste informazioni ai ministri di più alto livello del nostro governo». In pochi nel Regno Unito, però, credono a questa ricostruzione. La leader dei Conservatori, Kemi Badenoch, ha ribadito la richiesta di dimissioni del premier, accusandolo di aver mentito al Parlamento e ricordandogli le sue stesse parole pronunciate contro Boris Johnson durante il Partygate: «Conferma le sue parole di allora, o vale una regola per lei e un’altra per tutti gli altri?». Prima dell’affondo, Badenoch aveva rivolto a Starmer sei domande scomode sulla vicenda, ricordando tra l’altro le indiscrezioni sul mancato superamento del vetting da parte di Mandelson, pubblicate già a settembre dello scorso anno dal giornalista David Maddox dell’Independent.
Maddox aveva reso pubblica la chat Whatsapp con Tim Allan, allora direttore della Comunicazione di Downing Street (un’altra figura sacrificata nello scandalo per cercare di salvare la faccia a Starmer), il quale aveva risposto alle sue domande: «Il vetting è stato effettuato dal Foreign Office nel modo normale». Questa risposta, insieme alla pubblicazione della notizia sette mesi fa, rende poco credibile la versione secondo cui Starmer sarebbe venuto a conoscenza del problema solo la settimana scorsa. Prima del discorso in Parlamento, inoltre, Sky News aveva pubblicato un documento che dimostrerebbe come il premier fosse stato informato della procedura di controllo necessaria per la nomina, suggerendogli di rinviare l’assegnazione all’espletamento delle verifiche.
Ma le critiche non arrivano solo dall’opposizione. Il deputato laburista John McDonnell in Aula afferma che «il messaggio non detto ai funzionari civili era: quello che vuole Mandelson, Mandelson lo ottiene». L’anziano esponente della sinistra laburista ha sottolineato la dipendenza di Starmer da Mandelson e McSweeney per finanziare e organizzare la sua campagna da leader: «Quando è diventato primo ministro, la ricompensa per McSweeney è stata il controllo di Downing Street, e per Mandelson il più alto incarico diplomatico». Il portavoce del premier, tuttavia, aveva già avvisato prima della seduta in Aula: Starmer non si dimetterà. Per ora, verrebbe da aggiungere.
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Il centro per migranti di Gjader, in Albania (Getty Images)
Finora rispediti a casa 83 stranieri. Pronta anche la struttura che dovrebbe valutare le domande d’asilo, bloccata dai giudici.
Una collina costeggia il centro di permanenza per il rimpatrio di Gjader. Erba, arbusti e rocce. Sotto di essa, un’alta barriera d’acciaio. È il primo anello, quello più esterno, che separa i migranti dal resto del villaggio, una piccola frazione del comune di Lezhë (Alessio), nel nord dell’Albania. Dentro, strade e cancelli che si aprono o chiudono a seconda delle necessità di sicurezza. Un villaggio nel villaggio. Reso necessario dal fatto che l’80% delle persone che è transitato da qui ha compiuto dei reati, spesso molto gravi. Non è quindi solo una questione di permessi di soggiorno e di carte bollate ma, soprattutto, di criminalità. Che va arginata e allontanata dal nostro Paese.
di Matteo Carnieletto, inviato a Gjader (Albania)
Quando entriamo, gli ospiti del centro di permanenza per i rimpatri, che ha una capienza massima di 96 posti, sono 83. Altre 82 persone - l’ultima, di nazionalità algerina, è stata rimpatriata proprio questa notte - sono state rimandate nei loro Paesi di origine. In totale, da quando è stato aperto il centro (aprile 2025), sono passati 536 migranti da Gjader. Tra questi, la metà è stata rilasciata per non convalida del trattenimento da parte dell’autorità giudiziaria. Altri 40, invece, sono stati dimessi per motivi sanitari e inidoneità alla vita ristretta. Il centro quindi, nonostante gli ostacoli di una certa magistratura, funziona. Come spiega - mentre è in visita al centro insieme a Giovanni Donzelli, Galeazzo Bignami, Lucio Malan, Augusta Montaruli, Raffaele Speranzon, Salvatore Sallemi, Francesco Filini e Marco Lisei - Sara Kelany, responsabile immigrazione di Fratelli d’Italia che, alla Verità, dichiara: «Siamo venuti a smentire la narrazione falsa e distorta delle sinistre. Il Cpr in Albania funziona a pieno regime. Qui transitano migranti con profili di altissima pericolosità sociale. In questo modo, noi difendiamo la sicurezza dei cittadini, a differenza delle sinistre che addirittura vorrebbero chiudere i Cpr».
Sulla stessa lunghezza d’onda anche il vice capogruppo di Fdl alla Camera, Augusta Montaruli: «Mentre la sinistra vuole smantellare il modello Albania del governo Meloni, Fratelli d’Italia e qui per difenderlo e per continuare quella lotta all’immigrazione clandestina che ha già portato a una riduzione di oltre il 70% degli sbarchi».
Al momento, i fondi assegnati per l’attuazione del protocollo tra Italia e Albania ammontano a circa 670 milioni euro nell’arco del primo quinquennio (2024-2028): 134 milioni l’anno, ovvero il 7,5% delle spese riguardanti l’accoglienza dei migranti in Italia se paragonati a quelli del 2023. Una cifra non così «monstre» come una certa sinistra vorrebbe far credere. Questi i numeri.
Oggi, quindi, la parte di Gjader che ospita il Cpr funziona a pieno regime. Quella invece che dovrebbe servire a facilitare la richiesta (o il respingimento) delle domande di asilo è ancora vuota a causa del blocco dei giudici. Eppure qui tutto è pronto, come sottolineano i rappresentanti di Fdi mentre attraversano l’area: «Il Centro per l’espletamento per le procedure accelerate di frontiera è già pronto per entrare in funzione non appena sarà in vigore il nuovo Patto per la migrazione e l’asilo». Del resto, le camere per accogliere gli ospiti ci sono già. Lo stesso per il centro medico dove è possibile fare anche piccole operazioni chirurgiche (e una è già stata fatta dopo che un migrante ha aggredito un operatore). Gli psicologi sono già operativi 24 ore su 24 e sono già state allestite anche le stanze in cui gli ospiti potrebbero incontrare i loro avvocati. Tutto pronto, eppure congelato. Nessuno entra. Anche se a giugno le cose dovrebbero cambiare. Del resto, l’Unione europea ha recepito l’indirizzo sui Paesi sicuri e anche il cosiddetto «modello Albania» è stato apprezzato da altri membri Ue ottenendo parecchi consensi.
La vita all’interno del Cpr è monotona ma comunque dignitosa. L’area è però inaccessibile e gli ospiti non si possono incontrare. Ma si intravedono i panni stesi, il vociare continuo dei migranti che mischiano parole straniere e italiane. Ogni tanto, poi, si sente qualche protesta non appena i migranti sentono qualche passo in lontananza. Ogni giorno, però, i migranti presenti nel Cpr ricevono una piccola mancia di 2,50 euro per qualche sfizio o per le sigarette. I pasti sono regolari, le aree a disposizione sono tutto sommato confortevoli. Non si tratta di un lager, come è stato descritto da una certa stampa. È semplicemente un centro di permanenza per i rimpatri che funziona. Con buona pace di chi ha cercato di sabotarlo.
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Ansa
Al centro dell’indagine Giuseppe Del Deo, ex numero due dell’Aisi. Coinvolti pure imprenditori amici. C’è un altro filone sui dossieraggi.
Due nuove inchieste toccano la cybersecurity e attraversano i rapporti tra società private e apparati dello Stato. I decreti di perquisizione emessi dalla Procura di Roma ed eseguiti dai carabinieri del Ros riguardano undici persone. Da una parte la cosiddetta Squadra Fiore, dall’altra «i neri» di Giuseppe Del Deo, ex numero due del Dis e dell’Aisi, ora presidente esecutivo «autosospeso» di Cerved (società che si occupa di informazioni economiche e creditizie sulle imprese e che non è coinvolta nel procedimento).
Gola profonda
A intrecciare le due indagini è il «pentito» della Equalize Samuele Calamucci. Sono state le sue dichiarazioni a dare impulso a entrambe le inchieste. Nel primo filone i pm descrivono un gruppo «che acquisiva e commercializzava informazioni riservate illecitamente esfiltrate dalle banche dati nazionali protette», utilizzando strumenti «analoghi a quelli in uso alle forze dell’ordine». Con tanto di operazioni di bonifica negli uffici della Banca popolare di Bari (per mesi al centro di indagini della Procura del capoluogo pugliese). Il link con l’istituto dovrebbe essere Rosario Bonomo, ex finanziere ed ex agente segreto, passato a occuparsi di sicurezza privata alle dipendenze dell’imprenditore Lorenzo Sbraccia, indagato nell’inchiesta Equalize e in istretti rapporti con i vecchi manager della Popolare. Sotto inchiesta è anche l’ex capo struttura dell’Aisi Luigi Ciro De Lisi, ex generale della Guardia di finanza ed capo di Bonomo nei servizi (quest’ultimo era l’autista dell’alto ufficiale).
Spunta anche una società di copertura, la Galima Srls, nella quale compare anche Giuliano Tavaroli (indagato e perquisito pure lui), ex capo della Sicurezza di Pirelli e del Gruppo Telecom Italia e già coinvolto nello scandalo Telecom-Sismi. In questo filone compare pure un investigatore privato proveniente dal Sisde, ex Aisi, Francesco Rossi. È l’uomo che emette le fatture e che mantiene i rapporti con i clienti. Perché l’attività del gruppo più che concentrarsi su spionaggio e dossieraggi sembra interessata a ottenere remunerativi ritorni economici. Qui entra in scena Del Deo.
La prima parte del decreto di perquisizione che lo riguarda è suggestiva: secondo i pm, quando era dirigente del reparto economico-finanziario dell’Aisi si sarebbe «avvalso di una squadra di collaboratori denominati convenzionalmente “i neri”» per attività clandestine, utilizzando «per fini non istituzionali gli schedari informativi» dell’intelligence. Ma l’interesse degli inquirenti pare orientarsi su «un ammanco di denaro dai fondi dell’Agenzia». Che costa a Del Deo un’accusa di peculato da 5 milioni di euro. Una testimone, M. M., addetta alla segreteria di un reparto dei Servizi di sicurezza, lo stesso in cui operava Del Deo, ha raccontato che «fosse notorio, in ambiente dei servizi, che Del Deo avesse una grande disponibilità di soldi» e «ampio potere di disposizione di risorse pubbliche» e che si parlasse di «ammanchi di denaro». Per poi aggiungere: «Ho pensato, come altri, che Del Deo portasse i soldi all’estero».
Prepensionamento
Quelle «voci» probabilmente erano arrivate in alto, visto che, all’improvviso, Del Deo è stato prepensionato con un decreto ad hoc, nonostante tra i suoi estimatori ci fosse il ministro Guido Crosetto, mentre molto critico sul suo operato sarebbe stato Alfredo Mantovano, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega ai servizi segreti.
Nei mesi scorsi le cronache avevano già raccontato come Del Deo fosse stato coinvolto nel caso dell’auto dell’ex compagno della premier Andrea Giambruno, che, secondo le prime indagini, sarebbe stata presa di mira da alcune barbe finte poi trasferite (una versione mai confermata in modo ufficiale), e in quello delle intercettazioni (eseguite dai Servizi) al capo di gabinetto della presidenza del Consiglio Gaetano Caputi. Stando all’accusa, Del Deo avrebbe «pilotato» milioni di euro pubblici verso una società, la Sind, specializzata nei software di riconoscimento facciale, e gestita dall’imprenditore indagato Enrico Fincati, consigliere d’amministrazione della società. Un contratto di fornitura, di fatto mai eseguito. In un colloquio carpito nel gennaio del 2025 dagli inquirenti si fa riferimento a «un ammanco di denaro di circa 7-8 milioni, che si sarebbe verificato nell’epoca in cui Del Deo era in Aisi e la cui sparizione sarebbe a lui riferibile».
E, così, dopo la prima indagine per corruzione in Sogei, che si è conclusa con una condanna patteggiata a tre anni ciascuno dall’imprenditore Massimo Rossi e dall’ex dirigente di Sogei Paolino Iorio, colto in flagranza mentre intascava una mazzetta da 15 mila di euro, e un ulteriore sviluppo sugli appalti della Difesa e di Telecom e successivamente di Terna e delle Ferrovie, il cuore della nuova inchiesta è il contratto «Nexus». Una piattaforma per la gestione e l’analisi di dati venduta alla presidenza del Consiglio per circa 10 milioni. Secondo i pm, però, il valore reale sarebbe molto più basso. Nelle carte si legge che le fatture (una da oltre 5,5 milioni e una da oltre 4,6) riguarderebbero «forniture mai rese per il valore nominale dichiarato». È qui che scatta l’accusa di peculato: appropriazione di risorse pubbliche attraverso sovrafatturazione.
Altro personaggio chiave dell’indagine è il presidente del Cda di Sind, Carmine Saladino, proprietario, come hanno ricostruito alcuni media, dell’abitazione in cui vive Crosetto. Saladino è anche collegato al contenitore societario attraverso cui passa la valutazione economica del software Nexus, ovvero la Maticmind: è stato il presidente del Cda fino al marzo 2025. L’accusa nei suoi confronti è doppia. Da una parte il concorso nel meccanismo Nexus, dall’altra una ipotesi di truffa aggravata legata all’operazione di cessione di Maticmind. Secondo i pm, Saladino avrebbe gonfiato i conti del 2023 «per oltre 40 milioni di euro», incassando così «circa 8 milioni non dovuti». Il danno viene collegato dagli investigatori dritto a un soggetto pubblico: Cassa depositi e prestiti. È dentro questa cornice che si muove l’operazione di acquisizione avviata da Mozart HoldCo, partecipata anche da Cdp Equity, cioè Cassa depositi e prestiti. Un passaggio finanziario costruito con una clausola precisa, «l’earn out»: una parte del prezzo sarebbe stata legata ai risultati futuri, «all’Ebitda (indicatore finanziario che misura la redditività operativa di un’azienda, ndr)».
È qui che, secondo l’accusa, il meccanismo si piega. Con «artifici e raggiri». Nel bilancio 2023 sarebbero stati inseriti «valori fittizi di fatturato» per gonfiare i conti. L’effetto è diretto: un Ebitda aumentato artificialmente per oltre 40 milioni. Un numero che cambia tutto. Perché su quel numero si calcola il prezzo finale della cessione. Il punto dei magistrati è netto: quei dati avrebbero «indotto in errore» Cdp nella determinazione del valore dell’operazione. Le testimonianze di F. R. e G. B., strette collaboratrici di Del Deo, poi, avrebbero confermato che «il medesimo aveva un grande potere nello svolgimento della sua attività, anche negoziando con i fornitori le condizioni economiche di alcuni rapporti stabiliti dall’agenzia».
Il sistema Nexus
Ma anche che «a seguito del pensionamento anticipato di Del Deo, l’agenzia aveva dismesso il sistema Nexus, la cui fornitura era stata negoziata dal funzionario». Nel luglio 2024 la presidenza del Consiglio recede dal contratto Nexus: la prestazione, per come era stata eseguita, non convince. Si apre una frattura dentro la società. Tra i soci. FraFin da una parte e Maticmind dall’altra. Per i soldi che non arrivano. Le riserve accantonate come utili 2022 non vengono distribuite. Il motivo è uno: il mancato incasso di una delle due fatture legate al contratto con il «cliente principale pubblico».
È stato Lorenzo Forina, attuale amministratore delegato di Maticmind, a spiegare al pm che la presidenza del Consiglio era anche l’unico cliente. Maticmind sceglie quindi un’altra strada: far valutare il prodotto con una perizia per capire quanto valga davvero. Il valore reale del software sarebbe «notevolmente inferiore» rispetto a quello indicato in fattura. Inferiore, quindi, anche rispetto al prezzo pagato dalla pubblica amministrazione. Nexus, nelle conversazioni, perde il profilo di grande piattaforma strategica e assume contorni diversi. Molto più modesti. Viene definito «una sorta di software universitario opensource». Ma venduto per circa 10 milioni di euro. Uno scarto che trasforma il contratto in un contenzioso.
Lo stesso Forina ha poi svelato che Enrico Fincati e Nicola Franzoso, consiglieri del Cda della Sind, «gli avevano fatto capire che il mandante della commessa fosse Del Deo». È a questo punto che compare il nome di Saladino, patron della Sind. Sarebbe stato lui a parlargli di «frequentazioni tra Fincati e Franzoso e Del Deo in un agriturismo in Umbria»: il Relais degli ulivi. Che è risultato di proprietà dei due tramite la società agricola Residenza degli ulivi. Il nome dell’agriturismo compare nel decreto di perquisizione tra le parole che i pm chiedono ai carabinieri di cercare negli apparati informatici sequestrati. Una sequenza che comprende, oltre ai nomi degli indagati e delle società coinvolte, una sfilza di soprannomi («cinghiale», «befana», «sciamannata», «naufrago», «legno», «legnetto») e anche le parole «presidenza del Consiglio», «Montecarlo» e «Vaticano». Quest’ultima in particolare, perché in una conversazione intercettata si parla dei «neri di Del Deo» che avrebbero fatto «casini dal Vaticano».
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