Ansa
Identificati 8 membri della banda che ha ammazzato Ibarra Silvera. C’è pure un trapper.
Sono almeno 17 le persone coinvolte nell’omicidio, che gli inquirenti considerano premeditato, di Gianluca Ibarra Silvera, il ventiduenne aggredito e ucciso alla stazione Milano Certosa tra il 26 e il 27 maggio scorso da un gruppo di giovani di origine sudamericana.
La vittima, dopo una lite avvenuta circa mezz’ora prima, è stata colpita con coltelli o cocci di bottiglia almeno una trentina di volte. Lo si legge nel decreto di fermo emesso nei confronti di uno degli indagati, un giovane peruviano, dal pm Elio Ramondini che coordina le indagini sul delitto. Il decreto di fermo di indiziato di delitto emesso dalla Procura riguarda anche un secondo indagato, un ventunenne argentino, che al momento risulta irreperibile. Sono in corso le ricerche della polizia per rintracciarlo. Dalle prime informazioni la persona ricercata si troverebbe all’estero. Complessivamente gli indagati identificati sono 8, tutti residenti a Milano o in comuni limitrofi, mentre per le altre 9 persone gli investigatori sono al lavoro per ricostruire la loro identità. Oltre al fermo sono state effettuate anche 7 perquisizioni. Complessivamente gli indagati identificati sono 8, tutti residenti a Milano o in comuni limitrofi, mentre per le altre 9 persone gli investigatori sono al lavoro per ricostruire la loro identità. Oltre al fermo sono state effettuate anche 7 perquisizioni.
Tra gli indagati c’è anche un giovare trapper, che è stato riconosciuto da alcuni testimoni che si trovavano alla stazione Milano Certosa la sera dell’omicidio. Si tratta di Oma Jair Rey Cordova, 20 anni, popolare sui social come Reyomar su Tiktok e Yo-Rey su Instagram oppure come Reystreetbandana con oltre 10.000 follower. Il ragazzo, raccontano i video delle telecamere, è stato ripreso oltre che notato da persone che hanno assistito in parte all’aggressione.
Dopo un diverbio con la vittima, suo fratello e un amico avvenuto alle 21.50 nel sottopasso e fuori dalla stazione, i 17 complici, che si definivano appartenenti ai Latin King, nome che evoca le gang sudamericane che controllano interi pezzi delle periferie degradate delle metropoli americane, avrebbero messo in atto una «azione preordinata dell’intero gruppo», muovendosi «in modo unitario e compatto».
Secondo la ricostruzione della Procura, che come detto contesta la premeditazione, il gruppo degli aggressori, dopo aver rincorso la vittima, il fratello e un amico «urlando in lingua spagnola “fermatevi, figli di puttana, stronzi”», ha iniziato a lanciare «sassi, bottiglie e coltelli» facendo cadere a terra il ventiduenne, sul quale si sono accaniti «accoltellandolo circa una trentina di volte». Successivamente il giovane ucciso sarebbe stato trascinato e scaraventato «nell’intercapedine esistente tra la sponda dei binari ferroviari e la parete di cinta della stazione ferroviaria».
Lo scenario ricostruito dagli inquirenti si basa il larga misura sulla testimonianza del fratello della vittima il quale dal «suo nascondiglio, attratto dalle urla del fratello aggredito, vedeva a pochi metri di distanza che il gruppo aveva raggiunto» Gianluca «facendolo cadere in avanti e circondandolo, colpendolo con pietre, coltelli e cocci di bottiglie, e dopo che si era girato dalla posizione prona a quella supina, attingendolo ulteriormente con fendenti al tronco ed agli arti superiori e inferiori e, alla fine dell’aggressione, trascinandolo per alcuni metri per buttarlo all’interno di una stretta e profonda intercapedine».
Inquirenti e investigatori stanno cercando di far luce sui motivi che hanno scatenato la furia omicida. Il dato da cui partono è il fatto che durante il diverbio tra due gruppi, gli aggressori, come detto, si sarebbero accreditati come componenti dei Latin King. Sulla loro appartenenza alla pandillas sono in corso approfondimenti.
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La newsletter di Feltrinelli accusa gli italiani di razzismo, accollando a noi persino la colpa dei reati commessi dagli stranieri. È questa criminalizzazione di un’intera società che porta degli agenti a snobbare la sofferenza di un giovane bianco accoltellato.
Come si arriva al punto in cui degli agenti di polizia ammanettano e trattano da criminale un ragazzo moribondo, che sputa sangue e dice di non riuscire a respirare, soltanto perché è bianco? È quanto accaduto a Henry Nowak, e purtroppo non è difficile comprendere perché si sia giunti a questo livello di abiezione.
Il punto è che da anni, sistematicamente, si cerca di mettere in croce quello che Pascal Bruckner ha definito «il colpevole quasi perfetto», ovvero l’uomo bianco. Apprendiamo dai giornali inglesi che la polizia dell’Hampshire e dell’Isola di Wight - cioè quella di cui fanno parte gli agenti che hanno fermando Nowak - ha costretto il personale a seguire corsi di formazione sulla cosiddetta «diversità». Il programma obbligatorio dedicato a «uguaglianza e inclusione» è costato complessivamente 861.737 sterline in tre anni. Vi hanno partecipato 6.250 membri del corpo di polizia dell’Hampshire, che sono stati allenati a a riconoscere il razzismo, a combattere i pregiudizi (compresi quelli «inconsci») e a riconoscere i «privilegi» in base alla nota «teoria critica della razza». Questo è esattamente il problema: le idee infettive sulla colpevolezza occidentale, sul «razzismo sistemico» e il «privilegio bianco» vengono alimentate da decenni e negli ultimi anni hanno raggiunto un livello micidiale di diffusione. All’inizio erano presenti soltanto nelle università, poi ne sono strisciate fuori e hanno invaso i media, l’industria dell’intrattenimento, i social network, le strutture pubbliche. E si potrebbe pensare che queste storture siano soltanto statunitensi e anglosassoni, ma non è esattamente così. È certamente vero che in Italia il fenomeno woke non ha attecchito come altrove. Ma comunque è arrivato e si è saldato con la già nota e antica pretesa di superiorità morale e antropologica della sinistra, oltre che all’atavica ossessione per il «fascismo eterno». In più, negli ambienti accademici e a livello mediatico, anche le temibili teorie critiche della razza si manifestano da un po’ e contagiano anche il discorso progressista dominante sui social network.
Un piccolo ma efficace esempio lo offre in questi giorni la prestigiosa Fondazione Feltrinelli, tempietto della cultura progressista, tramite la newsletter Pubblico, una rivista online che ospita interventi di intellettuali anche molto noti. L’ultimo numero è dedicato proprio al razzismo e l’editoriale sul tema è affidato a Djarah Kan, scrittrice italo-ghanese, nata in Italia e cresciuta a Castel Volturno (terra nota per le tensioni feroci anche a sfondo etnico). Ebbene, la tesi dell’autrice in questione è che «siamo ancora razzisti». Lo siamo noi italiani, e lo dimostra il fatto che a Taranto è stato ucciso da un gruppo di adolescenti italiani l’operaio agricolo straniero Bakary Sako. Chiaro: in questo caso non valgono le spiegazioni sociologiche sul disagio, l’adolescenza problematica e il malessere sociale. Qui è chiaramente razzismo, perché appunto gli aggressori sono bianchi. E va bene. Il problema vero sorge quando la Kan si mette a parlare di Salim El Koudry, lo stragista di Modena. «L’aggressore è italiano ma le sue origini contano - forse - più delle sue azioni scellerate», spiega la scrittrice. «L’idea che uno “straniero” commetta crimini esiste già a monte. Ha solo bisogno di scendere a valle, tra la rabbia della gente che vede nella presenza degli stranieri la principale minaccia alla sicurezza pubblica». La responsabilità dell’omicidio di Taranto di chi è? Forse di un gruppo di giovani criminali razzisti? No, di tutta la destra, di tutti gli italiani. Quell’atto omicida deriva «da anni di dichiarazioni pubbliche in cui si è parlato liberamente di bombardare i barconi, di affondarli con il loro carico umano ancora a bordo, di disfarsi di persone ridotte allo stato di “risorse”, di sostituzione etnica e invasioni. [...] Quelle parole, in qualche modo, hanno contribuito a creare un clima. E che quel clima ha lasciato tracce ben oltre i confini del dibattito politico». A parte che a definire gli immigrati risorse non è certo stata la destra, è curioso notare come la responsabilità di un omicidio venga attribuita al contesto soltanto se serve a dimostrare la crudeltà degli italiani bianchi. Sul caso di Modena, ovviamente, il contesto non si può richiamare. Il problema è uno e uno soltanto: la pelle bianca. «Il razzismo, a oggi, è uno dei più efficaci strumenti di controllo dell’opinione pubblica», dice Kan. «Chi lo interiorizza si sente sveglio, lucido, emancipato. Non percepisce di stare obbedendo a una narrazione costruita da altri. Percepisce di stare seguendo il proprio istinto, il proprio buon senso, la propria lettura onesta di una realtà scevra da buonismi e ipocrisie. La bianchezza è il contenitore dentro cui tutto questo prende forma: l’identità che giustifica la paura, che trasforma il pregiudizio in appartenenza, che fa sentire chi odia come se stesse difendendo qualcosa, lavora dentro le viscere di chi ha sempre considerato la propria bianchezza come un fatto dato, naturale, e non politico».
Ed eccoci finalmente al nodo centrale: la bianchezza. Causa di ogni male, ricettacolo di ogni orrore. Gli stranieri che commettono omicidi, stupri e reati non contano: anzi anche loro sono vittime in qualche modo del razzismo sistemico. Si comincia così, dalla critica della bianchezza. E si finisce a lasciare morire un ragazzo bianco che sputa sangue proprio perché, in quanto bianco, è da considerarsi esponente del male assoluto.
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D’accordo non c’è di meglio che cogliere dalla pinta e mangiarsele perché è vero che una tira l’altra, eppure alle ciliegie si può rendere omaggio in cucina in mille modi: ci si fa il risotto, si usano per arricchire le carni, se trovate le marasche belle acide potete tranquillamente acconciarci un pesce (con calamari, seppie, scampi sono ottime) e poi c’è la destinazione più naturale: i dolci. Ve ne suggeriamo uno facilissimo da preparare (ci vuole un po’ di pazienza, però) e dal risultato garantito.
Ingredienti – 450 gr di ciliegie denocciolate (considerate circa 6 etti), 110 grammi di farina 00, 75 gr di fecola di patate, 90 gr di burro fuso, 1 bacca di vaniglia, 1 arancia non trattata, 170 gr di zucchero semolato, 3 uova di generose dimensioni, mezza bustina di lievito per dolci, un cucchiaino di sale.
Procedimento – Per prima cosa lavate e poi dividete a metà le ciliegie una ad una privandole del nocciolo. Qui ci vuole un po’ di pazienza! Ora nella planetaria o se volete in una ciotola molto capiente sbattete a bianco le uova con lo zucchero di cui terrete da parte un paio di cucchiai. Setacciate le polveri (farina, fecola, lievito) e miscelatele. Quando le uova sono ben montate aggiungete le polveri, la bacca di vaniglia che avrete diviso per la lunghezza estraendone polpa e semi che sono quelli che danno l’aroma e vanno aggiunti all’impasto, e alla fine fate cadere sempre girando nell’impasto a filo il burro fuso. Ora in una tortiera a cerniera mettete sul fondo facendolo risalire sui bordi un disco di carta forno. Polverizzate di zucchero. Sistemate con la calotta rivolta verso il basso le ciliegie sul fondo della tortiera in modo da ricoprirlo come fosse un mosaico. Il resto delle ciliegie versatelo nell’impasto, amalgamate bene aggiungendo la buccia dell’arancia grattugiata. Ora fate cadere delicatamente l’impasto nella tortiera e passate in forno pre-riscaldato a circa 190 gradi per 40/45 minuti. Sfornate e rigirate la torna in modo che si vedano le ciliegie he avevamo messo sul fondo. Se volete il massimo della golosità servite la torta che farete intiepidire con una pallina di gelato alla vaniglia.
Come far divertire i bambini – Fate sistemare a loro le ciliegie sul fondo della tortiera, se sono grandicelli dite loro di aiutarvi a denocciolare i frutti.
Abbinamento – Per competenza geografica visto che la Puglia e l’Emilia-Romagna hanno ciliegie favolose abbiamo scelto il raro Moscato di Trani o l’Albana passita.
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Il re di Spagna Felipe VI, la regina Letizia, la principessa Leonor e la principessa Sofia accolgono Papa Leone XIV al Palazzo Reale di Madrid (Ansa)
Leone XIV, in viaggio apostolico in Spagna, rifà la predica a Vance: «Secoli fa non c’erano armi capaci di distruggere l’uomo». Fronte ucraino, appello ai leader per «spingere» i negoziati e far finire il conflitto.
L’inizio, ieri, della visita di papa Leone XIV in Spagna che durerà fino al 12 giugno, è stato segnato dall’ennesima, feroce condanna dei conflitti, in particolare di quello scatenato da Usa e Israele contro l’Iran, peraltro con obiettivi fumosi. Mentre atterrava all’aeroporto di Madrid, Robert Prevost è tornato sulle polemiche tra Vaticano e Stati Uniti respingendo l’interpretazione del vicepresidente Usa, JD Vance, circa il fatto che la guerra all’Iran sarebbe «giusta».
Il pontefice americano, come riportato dal giornale iberico El País, ha scandito: «Lì non c’è una guerra giusta. Il problema è che la teoria della guerra giusta proviene dai secoli passati; non contemplava nemmeno le armi e la capacità di distruzione di cui dispone l’essere umano al giorno d’oggi».
Criticato più volte nelle scorse settimane dal presidente Donald Trump e da Vance, che forse si aspettavano da lui, in quanto anch’egli cittadino americano, almeno un tacito assenso all’offensiva contro Teheran, il Santo Padre non indietreggia, né china il capo di fronte «all’imperatore», evocando lo spettro di un’antica contrapposizione tradizionale nella storia della cristianità. Appena arrivato nella capitale spagnola, accolto dal re Felipe VI, dalla regina Letizia, dal premier Pedro Sánchez e da vari ministri del governo, ha non a caso lodato la posizione ufficiale della Spagna, contraria al conflitto nel Golfo Persico: «Esprimo il mio apprezzamento alla Spagna per la fedeltà al diritto internazionale e al multilateralismo, che si traduce in un attivo impegno per la pace e la solidarietà fra i popoli». Allo stesso modo, ha anche espresso la speranza per negoziati di pace fra Russia e Ucraina e assicurato che la Chiesa cattolica monitora la situazione in Libano.
Prevost, dapprima ospite a Palazzo reale, ha avuto un colloquio privato con il sovrano nel Salón de los espejos, per poi incontrare le altre autorità e il corpo diplomatico nel Salón de columnas. La visita pontificia avviene in un contesto particolare, con un governo di sinistra che su molti temi ha visioni diverse da quelle della Chiesa, mentre il clero spagnolo ha recentemente fatto i conti con uno scandalo legato a prelati pedofili. Il tutto in una nazione, la Spagna, per secoli campione del mondo cattolico anche in fatto di espansione nelle Americhe, ma che negli ultimi 150 anni ha subito spesso spaccature politico-sociali per l’avvento di correnti anticlericali e progressiste.
Basti ricordare la guerra civile del 1936-1939, con la contrapposizione feroce tra «rossi» e «franchisti», per non parlare delle precedenti rivoluzioni. Re Felipe ha assicurato al Papa: «La fede cattolica è radicata nel nostro Paese e senza di essa la nostra storia e la nostra cultura non si comprenderebbero. I casi di abuso nella Chiesa non sono rappresentativi, né possono essere rappresentativi, della vasta comunità ecclesiale». Prevost gli ha ribattuto che la pedofilia «è una ferita ancora aperta» e che nel corso della visita «incontrerò alcune vittime dei sacerdoti pedofili». Il pontefice aveva già anticipato che fra gli scopi della sua visita in Spagna ci sono «evangelizzazione e riconciliazione», riferimento alle contrapposizioni interne al Paese. Prima di lui, bisogna risalire indietro di 15 anni, al 2011, con l’arrivo di Benedetto XVI per la Giornata mondiale della gioventù, per l’ultima visita papale. Fra gli impegni previsti, Prevost terrà un discorso al Parlamento di Madrid, primo Papa in assoluto, e inaugurerà la Torre di Gesù Cristo, la più alta della Sagrada Familia di Barcellona, il 10 giugno, nel centesimo anniversario della morte dell’architetto Antoni Gaudí che progettò il tempio.
Farà tappa anche alle Canarie, incontrando un gruppo di migranti al molo di Arguineguín, nell’isola di Gran Canaria, detto «molo della vergogna». Il premier socialista Sánchez ha auspicato che la visita «serva a continuare a costruire ponti di dialogo, comprensione e speranza». Ma non sono mancate le polemiche politiche, legate alle indagini per corruzione su molti esponenti del Partito socialista spagnolo, fra cui l’ex-premier José Zapatero. Il presidente del partito di destra Vox, Santiago Abascal, non ha usato mezze misure: «È abbastanza vergognoso dover ricevere Leone XIV con un governo che sguazza nella corruzione e mafia. Ed è grottesco come P.S. (Pedro Sánchez, ndr) tenti di ripulirsi, mentendo, e nascondendosi dietro la visita». Più cauto il commento del leader del Partito popolare, Alberto Núñez Feijóo: «Il mondo e la Spagna di oggi hanno bisogno di punti di riferimento morali e il Papa è uno di questi. La sua voce non grida nel deserto: viene ascoltata e infonde speranza». Lasciato il Palazzo reale, Leone XIV è poi sfilato con la Papamobile per Madrid, attorniato da 130.000 persone, facendo fermare il veicolo per benedire un bambino e arrivando infine al Centro di informazione e accoglienza Cedia 24 Horas, che aiuta i senzatetto. Spazio anche per una confessione sportiva. Leone XIV tiferà Usa ai Mondiali e, stuzzicato in aereo dalla cronista iberica sull’eterna contesa tra Real e Barcellona, se l’è cavata così: «Il Papa è per tutte le squadre, ma Prevost è del Real Madrid».
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