2026-04-22
Leicester, dalla favola al crollo: le Foxies tornano in League One
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Claudio Ranieri (Getty Images)
Dieci anni dopo il capolavoro di Claudio Ranieri e lo storico trionfo in Premier League, la squadra simbolo del calcio romantico sprofonda in terza serie tra difficoltà economiche e risultati deludenti.
Torna a casa Leicester. La bella «Cenerentola» inglese è stata rispedita nei bassifondi del calcio professionistico, la periferia grigia dopo la ribalta: dieci anni fa entrò nella storia (e nei cuori della gente) conquistando una storica Premier League sulle spalle dei giganti, i club più ricchi e titolati; martedì, invece, è retrocessa in League One, l’equivalente della nostra Serie C. Una favola diventata incubo con due salti all’indietro consecutivi.
Decisivo l’inutile pareggio casalingo contro l’Hull City in uno stadio mezzo vuoto, ma la vera condanna sono stati i 6 punti di penalizzazione per aver sforato i limiti di spesa affossando il bilancio. Facile punire le «piccole» che provano a darsi un tono, vien da dire, perché quando sgarrano le «big» volano al massimo ammonizioni: il Manchester City degli sceicchi, per esempio, nel 2023 è stato accusato di oltre 100 violazioni finanziarie ma ad oggi non c’è ancora un verdetto.
Se siamo emotivamente coinvolti nella caduta delle Foxes (nella contea del Leicestershire andava di moda la caccia alla volpe) è perché nel 2016 avevano restituito un po’ di romanticismo al mondo del pallone, dove vincono quasi sempre le corazzate e dove gli outsider guardano solo alla salvezza. Un disco rotto. Basti pensare che i bookmaker, all’inizio di quell’epica stagione, quotavano il Leicester campione d’Inghilterra 5.000 a 1: un falegname tifoso in preda all’alcol scommise 5 sterline e ne incassò 20.000. La scalata al trono favorì anche un turismo calcistico voglioso di respirare quella rivoluzione, per non parlare dei fan club stranieri messi in piedi nottetempo a diverse latitudini. Una sorta di Chievo Verona che ce l’ha fatta, sebbene la proprietà thailandese del Leicester (King Power) sia un colosso del duty free che gestisce negozi negli aeroporti.
Ne siamo coinvolti, poi, perché quel Leicester era guidato da Claudio Ranieri, che da buon italiano «allenò» i calciatori pure in pizzeria. Team building, direbbero i capi delle Risorse umane. «Subivamo troppi gol, allora, prima di una gara contro il Crystal Palace, ho detto ai ragazzi che se non ne avessero presi avrei offerto la pizza», ha svelato il tecnico romano a chi lo interrogava sul segreto della squadra. Risultato? 1 a 0 per le Foxes e calciatori... in cucina. Altro che escort e champagne. «Voi dovete sempre lavorare duramente, per tutto, e lavorerete anche per la pizza, ognuno farà la sua», il messaggio di sir Claudio agli anti eroi, che da quel momento alzarono in campo un muro invalicabile. E per la grande festa allo stadio ecco il tenore Andrea Bocelli: Nessun dorma, il sogno è realtà.
Già, gli anti eroi, from zero to hero. Una favola nella favola. Il simbolo nonché trascinatore della squadra, fino alla scorsa stagione, è stato Jamie Vardy, un trangugiatore di Red Bull approdato al calcio professionistico a 25 anni e che prima campava soprattutto con il lavoro da metalmeccanico: 200 gol in 500 presenze con il Leicester, quindi beniamino indiscusso della working class e oggi, alla soglia dei 40 anni, leggenda sportiva «adottata» dalla Cremonese. Indimenticabile anche il «motore» di quel Leicester, il francese N’Golo Kanté, infaticabile corridore (tascabile) ammirato anche per la presunta allergia alle auto di lusso. Forever umile, ma poi ha ceduto alle sirene arabe. Ranieri lo adorava: «Si alzava di primo mattino, andava a farsi la sua corsetta di 4 chilometri, poi arrivava al centro sportivo e ricominciava tutto da capo», confessò l’allenatore, «gli ho sempre detto di riposarsi, di non sprecare energie, ma lui mi rispondeva: ‘Mister, io a Boulogne venivo denigrato da tutti. Mi hanno sempre detto che non ero fatto per giocare a calcio. Oggi mi alleno praticamente sempre per dimostrare che non ci vuole solo talento, ma anche tanta forza di volontà e passione’». In mediana gli faceva compagnia Danny Drinkwater, uno che dopo il ritiro si è messo a sgobbare nei cantieri inglesi: muratore. A ricamare il gioco, il mancino algerino di Riyad Mahrez.
Non è stata una meteora, il Leicester. Dopo il clamoroso trionfo in Premier ha ben figurato pure in Champions League (alla sua prima e unica partecipazione) raggiungendo i quarti di finale. Eppure, siccome in campionato i risultati erano tornati «normali», Ranieri fu esonerato. L’altro anno magico, per la città che conta circa 370.000 abitanti, è stato il 2021, salutato con due prestigiosi trofei in bacheca: FA Cup e Community Shield. Nel 2023 il primo scivolone verso il purgatorio della Serie B, subito abbandonato grazie a mister Enzo Maresca: italians do it better. Emozioni ma anche una tragedia: la morte del presidente thailandese Vichai Srivaddhanaprabha, il 27 ottobre 2018, precipitato a bordo dell’aereo appena decollato dal King Power Stadium. Gli è subentrato il figlio, Aiyawatt, che dopo la retrocessione ha rivolto un messaggio ai tifosi: «Abbiamo vissuto momenti di grande gioia e ora di profonda tristezza, lavoreremo per ricostruire, migliorare e ripristinare gli standard che ci si aspetta dal Leicester. Il nostro obiettivo è reagire con forza e riportare questo club ai vertici». Sullo sfondo resta un centro sportivo ultra moderno costato 100 milioni, un vero lusso per una Cenerentola tornata sulla terra.
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Dieci anni dopo il capolavoro di Claudio Ranieri e lo storico trionfo in Premier League, la squadra simbolo del calcio romantico sprofonda in terza serie tra difficoltà economiche e risultati deludenti.Torna a casa Leicester. La bella «Cenerentola» inglese è stata rispedita nei bassifondi del calcio professionistico, la periferia grigia dopo la ribalta: dieci anni fa entrò nella storia (e nei cuori della gente) conquistando una storica Premier League sulle spalle dei giganti, i club più ricchi e titolati; martedì, invece, è retrocessa in League One, l’equivalente della nostra Serie C. Una favola diventata incubo con due salti all’indietro consecutivi. Decisivo l’inutile pareggio casalingo contro l’Hull City in uno stadio mezzo vuoto, ma la vera condanna sono stati i 6 punti di penalizzazione per aver sforato i limiti di spesa affossando il bilancio. Facile punire le «piccole» che provano a darsi un tono, vien da dire, perché quando sgarrano le «big» volano al massimo ammonizioni: il Manchester City degli sceicchi, per esempio, nel 2023 è stato accusato di oltre 100 violazioni finanziarie ma ad oggi non c’è ancora un verdetto. Se siamo emotivamente coinvolti nella caduta delle Foxes (nella contea del Leicestershire andava di moda la caccia alla volpe) è perché nel 2016 avevano restituito un po’ di romanticismo al mondo del pallone, dove vincono quasi sempre le corazzate e dove gli outsider guardano solo alla salvezza. Un disco rotto. Basti pensare che i bookmaker, all’inizio di quell’epica stagione, quotavano il Leicester campione d’Inghilterra 5.000 a 1: un falegname tifoso in preda all’alcol scommise 5 sterline e ne incassò 20.000. La scalata al trono favorì anche un turismo calcistico voglioso di respirare quella rivoluzione, per non parlare dei fan club stranieri messi in piedi nottetempo a diverse latitudini. Una sorta di Chievo Verona che ce l’ha fatta, sebbene la proprietà thailandese del Leicester (King Power) sia un colosso del duty free che gestisce negozi negli aeroporti.Ne siamo coinvolti, poi, perché quel Leicester era guidato da Claudio Ranieri, che da buon italiano «allenò» i calciatori pure in pizzeria. Team building, direbbero i capi delle Risorse umane. «Subivamo troppi gol, allora, prima di una gara contro il Crystal Palace, ho detto ai ragazzi che se non ne avessero presi avrei offerto la pizza», ha svelato il tecnico romano a chi lo interrogava sul segreto della squadra. Risultato? 1 a 0 per le Foxes e calciatori... in cucina. Altro che escort e champagne. «Voi dovete sempre lavorare duramente, per tutto, e lavorerete anche per la pizza, ognuno farà la sua», il messaggio di sir Claudio agli anti eroi, che da quel momento alzarono in campo un muro invalicabile. E per la grande festa allo stadio ecco il tenore Andrea Bocelli: Nessun dorma, il sogno è realtà.Già, gli anti eroi, from zero to hero. Una favola nella favola. Il simbolo nonché trascinatore della squadra, fino alla scorsa stagione, è stato Jamie Vardy, un trangugiatore di Red Bull approdato al calcio professionistico a 25 anni e che prima campava soprattutto con il lavoro da metalmeccanico: 200 gol in 500 presenze con il Leicester, quindi beniamino indiscusso della working class e oggi, alla soglia dei 40 anni, leggenda sportiva «adottata» dalla Cremonese. Indimenticabile anche il «motore» di quel Leicester, il francese N’Golo Kanté, infaticabile corridore (tascabile) ammirato anche per la presunta allergia alle auto di lusso. Forever umile, ma poi ha ceduto alle sirene arabe. Ranieri lo adorava: «Si alzava di primo mattino, andava a farsi la sua corsetta di 4 chilometri, poi arrivava al centro sportivo e ricominciava tutto da capo», confessò l’allenatore, «gli ho sempre detto di riposarsi, di non sprecare energie, ma lui mi rispondeva: ‘Mister, io a Boulogne venivo denigrato da tutti. Mi hanno sempre detto che non ero fatto per giocare a calcio. Oggi mi alleno praticamente sempre per dimostrare che non ci vuole solo talento, ma anche tanta forza di volontà e passione’». In mediana gli faceva compagnia Danny Drinkwater, uno che dopo il ritiro si è messo a sgobbare nei cantieri inglesi: muratore. A ricamare il gioco, il mancino algerino di Riyad Mahrez. Non è stata una meteora, il Leicester. Dopo il clamoroso trionfo in Premier ha ben figurato pure in Champions League (alla sua prima e unica partecipazione) raggiungendo i quarti di finale. Eppure, siccome in campionato i risultati erano tornati «normali», Ranieri fu esonerato. L’altro anno magico, per la città che conta circa 370.000 abitanti, è stato il 2021, salutato con due prestigiosi trofei in bacheca: FA Cup e Community Shield. Nel 2023 il primo scivolone verso il purgatorio della Serie B, subito abbandonato grazie a mister Enzo Maresca: italians do it better. Emozioni ma anche una tragedia: la morte del presidente thailandese Vichai Srivaddhanaprabha, il 27 ottobre 2018, precipitato a bordo dell’aereo appena decollato dal King Power Stadium. Gli è subentrato il figlio, Aiyawatt, che dopo la retrocessione ha rivolto un messaggio ai tifosi: «Abbiamo vissuto momenti di grande gioia e ora di profonda tristezza, lavoreremo per ricostruire, migliorare e ripristinare gli standard che ci si aspetta dal Leicester. Il nostro obiettivo è reagire con forza e riportare questo club ai vertici». Sullo sfondo resta un centro sportivo ultra moderno costato 100 milioni, un vero lusso per una Cenerentola tornata sulla terra.
Soldati paramilitari indiani presidiano la città di Pahalgam nel distretto di Anantnag, il 23 aprile 2025, il giorno dopo l'attacco terroristico che ha provocato 26 morti (Ansa)
A distanza di dodici mesi, Islamabad tenta di riscrivere il proprio ruolo. Non più attore del conflitto, ma presunto mediatore di pace in un teatro completamente diverso. Il Pakistan si è proposto come perno nei tentativi di dialogo tra Iran, Stati Uniti e, indirettamente, Israele, ospitando colloqui, facilitando contatti e costruendo un’immagine di rilevanza diplomatica, pur avendo a lungo qualificato il terrorismo islamista contro Israele come «resistenza».
A prima vista, la trasformazione sembra quasi paradossale. Uno Stato segnato da instabilità interna e tensioni croniche nel proprio vicinato che ambisce a stabilizzare uno dei conflitti più esplosivi del Medio Oriente. Un Paese che ha favorito l’ascesa dei talebani, che ha dato rifugio a Osama bin Laden mentre collaborava formalmente con la guerra americana al terrorismo, ora pretende di presentarsi come attore di pace in un conflitto che Teheran stessa definisce una guerra religiosa. Il tutto mentre il capo dell’esercito, Asim Munir, insiste sulla dimensione islamica del potere pakistano, promuove l’immagine di una potenza nucleare islamica e lavora alla costruzione di un asse sunnita con Arabia Saudita, Turchia ed Egitto.
Guardando più da vicino, la contraddizione non è solo evidente. È insanabile. L’attacco di Pahalgam resta il punto di riferimento. Militanti legati a reti radicate nell’ecosistema di sicurezza pakistano hanno compiuto uno degli attacchi più gravi contro civili in India negli ultimi anni, provocando non solo indignazione ma una risposta strategica netta. L’Operazione Sindoor non è stata una semplice rappresaglia. Ha segnato un cambio dottrinale, indicando che il terrorismo transfrontaliero avrebbe comportato conseguenze militari dirette e calibrate.Quel momento ha alterato l’equilibrio regionale e ha mostrato i limiti della negazione plausibile. Che si tratti di sostegno diretto, tolleranza o incapacità di smantellare reti consolidate, il legame del Pakistan con attori militanti resta una costante della sua postura strategica.È in questo quadro che va letta l’attuale ambizione diplomatica. Il tentativo di mediazione nella crisi iraniana non è irrilevante. Islamabad ha ospitato incontri ad alto livello, facilitato comunicazioni tra avversari e cercato di sostenere un fragile processo di de-escalation. Il capo dell’esercito si è ritagliato un ruolo centrale, muovendosi tra Washington, Teheran e le capitali regionali. Ma i risultati contano più delle intenzioni.
I negoziati si sono arenati. Le divergenze di fondo restano intatte. Stati Uniti e Iran continuano a scontrarsi su dossier essenziali, dal nucleare alla sicurezza regionale. Le tregue, quando arrivano, sono precarie, condizionate, reversibili. Il Pakistan può convocare. Non può imporre. Non può convincere. La diplomazia non si fonda solo sull’accesso. Si fonda sulla credibilità. Un mediatore deve essere percepito come neutrale o quantomeno coerente. Il Pakistan non è né l’uno né l’altro. La sua politica estera procede su binari paralleli. In Medio Oriente invoca moderazione e dialogo, perché una guerra più ampia minaccerebbe direttamente la sua sicurezza e la sua economia. In Asia meridionale, invece, la persistenza del terrorismo transfrontaliero continua a funzionare come leva strategica. Questa ambivalenza non sfugge agli interlocutori. Per l’Iran è un vicino necessario ma ambiguo. Per gli Stati Uniti un partner utile ma inaffidabile. Per Israele un attore apertamente ostile. La stessa retorica di Islamabad rende difficile sostenere qualsiasi pretesa di neutralità.Il risultato è una mediazione che esiste nei fatti ma non nella sostanza. Accesso senza fiducia. L’anniversario di Pahalgam rende questa contraddizione ancora più evidente. Ricorda che il principale teatro di instabilità del Pakistan resta il suo immediato vicinato e che il divario tra ambizione globale e comportamento regionale continua ad allargarsi. La lezione è più ampia e riguarda la natura del sistema internazionale.
L’Operazione Sindoor ha segnalato una crescente disponibilità degli Stati a rispondere direttamente alle minacce asimmetriche. La crisi iraniana dimostra quanto i conflitti siano ormai interconnessi, con effetti che vanno dall’energia alla sicurezza marittima. In questo contesto, la mediazione diventa al tempo stesso più necessaria e più difficile. La credibilità non è compartimentabile. Uno Stato percepito come fattore di instabilità in un teatro non può rivendicare autorevolezza in un altro. Il costo reputazionale si accumula e si trasferisce. Il tentativo del Pakistan di proporsi come arbitro tra Iran, Stati Uniti e Israele non è solo un’iniziativa diplomatica. È una prova di maturità strategica. Finora, è una prova fallita. A un anno da Pahalgam, questa non è una valutazione polemica. È una constatazione strutturale.
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L’andamento del turismo italiano in questa prima parte del 2026 è positivo e incoraggiante.
Nel primo trimestre, secondo la fonte amministrativa Alloggiati Web, gli arrivi turistici risultano in aumento del 5,5%, mentre le presenze registrano un incremento del 6,8%. I dati emergono dalle rilevazioni dell’ufficio di statistica del Ministero del Turismo.