
In questo momento il più efficace alleato di Donald Trump, e anche dell’inconsistente Europa, nel conflitto iraniano sono i Paesi del Golfo, che fanno fare un passo avanti alla crisi internazionale con una mossa a sorpresa: l’Opec plus ha deciso di aumentare per la quarta volta dall’inizio della crisi con Teheran la produzione di petrolio di 188.000 barili al giorno.
Per tre motivi: dribblare il blocco di Hormuz, compensare la minore capacità di raffinazione della Russia colpita dai droni ucraini - ieri ci sono stati nuovi sviluppi sia militari che diplomatici, ma per ora non c’è alle viste l’incontro con Vladimir Putin sollecitato da Volodymyr Zelensky che, scrive il Financial Times, avrebbe chiesto aiuto al magnate Roman Abramovič per un abboccamento con il leader del Cremlino - e compensare l’uscita degli Emirati Arabi dall’organizzazione.
Il fatto che la decisione sia dell’Opec plus significa che anche Mosca ha la possibilità d’incrementare la produzione. L’obbiettivo è soddisfare comunque la richiesta di greggio tentando di raffreddare i prezzi.
Nonostante i sette principali Paesi del cartello abbiano aumentato da aprile a giugno le quote di produzione di 600.000 barili al giorno, i tagli alle esportazioni - causa Hormuz - dei Paesi del Golfo hanno ridotto nel mese di aprile scorso la produzione in media a 33,19 milioni di barili al giorno a fronte dei quasi 43 milioni giorno di febbraio.
C’è da tenere presente anche un altro fattore geopolitico: l’Iran non risparmia attacchi ai pesi arabi. Appena tre giorni fa il porto di Al-Fahal, in Oman, è stato attaccato con i droni degli Ayatollah che hanno puntato anche istallazioni petrolifere dell’Arabia Saudita. Proprio da Riad è partita la proposta di aumentare la produzione di petrolio per mettere in ginocchio l’Iran.
Appare abbastanza evidente che la lega sunnita abbia ormai deciso di muovere una guerra sotterranea agli sciiti di Teheran, che ieri sono tornati a tuonare contro Israele dopo che l’Idf ha attaccato a Dahyeh, la roccaforte di Hezbollah nel Sud di Beirut per la prima volta dal cessate il fuoco temporaneo. «Questo cane rabbioso deve essere disciplinato e rimesso al suo posto», ha scritto su X Ebrahim Rezaei, presidente della Commissione parlamentare per la politica estera e la sicurezza nazionale dell’Iran a proposito d’Israele: «Risponderemo colpo su colpo». Questo avrebbe indotto Donald Trump - che ha lodato Mojtaba Khamenei dicendo che è «più razionale» del suo predecessore in vista di una riapertura di Hormuz che però Teheran dilaziona a trenta giorni dopo il definitivo cessate il fuoco - a chiedere a Benjamin Netanyahu attacchi più chirurgici. Che non pare essere la caratteristica di quelli russi sull’Ucraina.
Mentre il presidente Volodymyr Zelensky era atteso a Londra per incontrare i leader di Francia, Gran Bretagna e Germania, ci sono state massicce incursioni aeree russe. Droni hanno bombardato un villaggio nella regione di Zaporizhzhia e hanno ucciso tre persone ferendone altre tre. C’è forte preoccupazione dell’Agenzia internazionale dell’atomo perché un attacco di droni russi ha «parzialmente distrutto» un sito di stoccaggio centralizzato di combustibile nucleare esaurito nella zona di Chernobyl, anche se al momento non ci sono state impennate di radiazioni.
Per loro conto gli ucraini hanno risposto attaccando 26 obiettivi tra Lugansk, Donetsk e Zaporizhzhia che sono territori occupati dai russi. Incursioni ci sono state anche in Crimea e nella zona russa di Bryansk. Se i due conflitti sembrano in stallo c’è chi sta lavorando per crearsi uno spazio diplomatico. È per questo che oggi Xi Jinping vaa incontrare Kim Jong-un. La Corea del Nord non concorda con la Cina sulla denuclearizzazione e non ha apprezzato il distacco di Pechino dall’alleanza di Pyongyang con Mosca. è possibile che dal vertice sino-coreano esca una proposta rivolta a Vladimir Putin per la gestione della guerra in Ucraina.






