Occhio, la questione morale inganna
Imagoeconomica

Sarebbe ingenuo pensare che qualcosa, nelle intenzioni della politica, possa sfuggire alla propaganda elettorale, in particolare in prossimità delle elezioni. Tuttavia le discussioni di questi giorni nate attorno all’iter di approvazione della legge elettorale ci offrono la possibilità di riflettere su alcune finzioni alle quali la democrazia rappresentativa fa spesso ricorso.

La legittima possibilità di formalizzare una legge elettorale avendo alcuni precisi obiettivi funzionali incarna una caratteristica intrinseca del potere che riflette l’esistenza di élite capaci di strutturare l’offerta politica come operazione a monte del processo elettorale e non, al contrario, come frutto di una elaborazione politica espressa dagli elettori alla fine di un processo «dal basso». Furono Gaetano Mosca, Roberto Michels e, soprattutto, Vilfredo Pareto ad approfondire questi concetti sviluppando, agli inizi del Novecento, la fondamentale Teoria delle élite o Scuola italiana, con il dichiarato fine teorico di smascherare le illusioni illuministiche di una sovranità popolare diretta e trasparente, illusioni che il dibattito di questi giorni ha mostrato come ancora vive. L’istituto della preferenza, ad esempio, non disciplina il rapporto di rappresentatività tra elettore ed eletto ma i legami di fedeltà e dipendenza tra élite maggiori, intese come i vertici politici che decidono le candidature, ed élite minori cioè i candidati. In questo senso il voto di preferenza funziona come legittimo meccanismo di selezione delle candidature e non come canale di trasmissione di «istanze dal basso» né tantomeno come espressione di una fantasmatica e libera «volontà del popolo». In generale è bene non dimenticare che il modello classico di democrazia rappresentativa presuppone dimensioni demografiche e territoriali contenute, nelle quali sia ancora possibile una qualche prossimità tra rappresentanti e rappresentati in un quadro comunitario, culturale, sociale e identitario omogeneo. Superata tale omogeneità la rappresentanza diretta cessa di esistere per cedere il posto a dinamiche di massa governate da logiche di comunicazione, finanziamento e organizzazione che sfuggono per definizione al controllo diretto degli elettori. Questa trasformazione derivata dal salto dimensionale era già chiara a Jean-Jacques Rousseau che nel Contratto sociale ammetteva come negli Stati grandi si renda inevitabile una forma di rappresentanza che alteri profondamente la natura del governo popolare e anche Montesquieu, nello Spirito delle leggi, aveva a sua volta collegato la forma repubblicana alle dimensioni del territorio. Fu poi James Madison a indicare chiaramente nell’estensione dello spazio politico un mezzo per diluire le fazioni e attuare quella «mediazione elitaria» che rende la rappresentanza un processo strutturato dall’alto.

In sostanza nella democrazia rappresentativa di grandi dimensioni il popolo non elabora né sceglie il contenuto dell’offerta politica ma si limita a ratificare, attraverso il voto, un menù già stabilito in una cucina elitaria, lontana e in gran parte impenetrabile e ignota, basata da sempre sulla contraddizione tra l’apparenza di un’autodeterminazione popolare e la realtà di una selezione preventiva delle alternative. Meccanismo indicato chiaramente da Joseph Schumpeter quando, in Capitalismo, socialismo e democrazia, afferma che nella democrazia rappresentativa il popolo non decide le questioni politiche né governa ma si limita a scegliere, mediante il voto competitivo, quali politici debbano vincere la gara. Ecco dunque come l’errore più grossolano e fuorviante sia credere di applicare categorie morali ai meccanismi formali della competizione sostituendo il giudizio sulla funzionalità dei mezzi della politica – e la legge elettorale ne è forse il principale -con quello sulla loro capacità di miglioramento etico della società quando, al contrario, l’unico criterio valido di valutazione di un meccanismo consiste nella constatazione della sua funzionalità.

Le «quote rosa», ad esempio, rappresentano un caso paradigmatico di criterio etico calato dall’alto sulla base di un’ingenua o strumentale visione novecentesca che concepiva la società come somma di gruppi da «equilibrare» per via amministrativa. I risultati concreti delle politiche di inclusione forzata della «diversità» – sempre stabilita a priori e in modo esclusivo – hanno mostrato, ovunque esse siano state introdotte, un progressivo scollamento tra obiettivi dichiarati ed effetti prodotti, ottenendo più danni che benefici in termini di polarizzazione interna, riduzione della fiducia nelle istituzioni e abbandono del merito.

Poiché ogni sistema è intrinsecamente imperfetto e genera distorsioni, la pretesa di renderlo «giusto» secondo criteri etici mostra in realtà una narrazione finalizzata al conseguimento di un interesse di parte mascherato da universalismo morale. Da questa consapevolezza deriva la necessità di valutare le riforme elettorali esclusivamente sulla base della loro capacità di stabilizzare o destabilizzare il rapporto tra élite e masse, senza illusioni sulla possibilità di risolvere attraverso di esse la contraddizione strutturale della democrazia rappresentativa e giungendo così a pretendere molto poco da essa. Sperando di ottenere almeno quel poco.

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