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2018-05-12
Indagate in Pakistan la madre e la zia di Sana
ANSA
A un certo punto, mentre i media italiani cercavano di vedere la luce oltre la cortina fumogena alzata dalla famiglia di Sana Cheema sulla morte della giovane italopakistana, sembrò che almeno un membro del clan si fosse distinto dalla furia oscurantista degli altri: la madre. Il 22 aprile, infatti, il Giornale di Brescia diede la notizia che il padre e il fratello della giovane, allora solo sospettati di averla uccisa, fossero stati denunciati dalla donna. Un gesto di grande coraggio, tanto più se compiuto lì, in Pakistan.
Oggi, tuttavia, delle ombre si addensano anche sulla componente femminile della famiglia Cheema. È sempre la testata locale, infatti, a riferire che anche la madre e una zia della ragazza risultano indagate. Anche per questo, gli inquirenti hanno chiesto una proroga di 15 giorni delle indagini, in attesa del risultato di tutti gli esami sul corpo della vittima. Nei giorni di liti, discussioni, incomprensioni, culminati nell'aggressione che le è costata la vita, quindi, Sana non ha trovato alcuna sponda amica nella sua comunità familiare.
Nessuna voce improntata alla comprensione, nessuna mediazione fra le pretese del padre padrone, legato ai dettami tribali, e la legittima volontà di una giovane che, per il proprio futuro, aveva ben altri progetti in testa. Al contrario: secondo quanto dichiarato dal padre di Sana, la madre aveva più volte insistito con la ragazza affinché lasciasse il suo ragazzo. Un pakistano anche lui, peraltro, ma meno controllabile, occidentalizzato, abituato a vivere come gli infedeli. «Mia moglie ha provato a mettere quel ragazzo alle strette: o la sposi o smettete di vedervi, gli aveva detto. E infatti dopo quel colloqui Sana si è convinta a tornare qui al villaggio». Un viaggio, quello di Sana, che non deve aver dato i risultati sperati dalla famiglia, se si è concluso con la rottura del suo osso del collo.
«Un disegno di Allah», replica Ghulam Mustafa Cheema, il padre cinquantacinquenne della ragazza. Quell'osso del collo si è rotto così, per caso, per fatalità, per il volere di Dio. «Non è vero che abbiamo confessato», dice Ghulam. «Se il referto dei medici legali dice che Sana aveva l'osso del collo rotto è perché deve aver battuto contro il bordo del letto o del divano». Intervistato da un inviato di Repubblica nell'ufficio di polizia di Kunjah, l'uomo nega persino di aver confessato alcunché, anche se le autorità locali confermano che l'ammissione di colpa c'è stata. Sana sarebbe morta strangolata dal padre con una sciarpa, mentre il fratello le avrebbe messo una mano sulla bocca per non farla gridare. Mentendo a dispetto delle evidenze emerse dagli esami autoptici e dalle incongruenze palesi nella versione della famiglia, il padre di Sana ha inoltre giocato la carta del razzismo: i bresciani, dice, erano loro ostili. Le attività di Sana andavano così bene da suscitare l'invidia e il boicottaggio verso gli immigrati di successo, tant'è che, assicura il genitore, la ragazza alla fine si era convinta ad accettare i consigli della famiglia. Sarà pure un bigotto tradizionalista legato alle sue tradizioni più retrive, il signor Cheema, ma una cosa, qui, sembra averla imparata: se c'è qualche problema, la chiave del razzismo apre qualsiasi porta.
Perché fare autocritica, quando si può comodamente dare la colpa alla cattiveria della società occidentale? La stessa comunità musulmana di Brescia, che pure finora aveva espresso parole di condanna ferma nei confronti dell'omicidio, arrivando a far diffondere per prima, dai suoi stessi rappresentanti, i risultati dell'autopsia che inchiodavano i parenti di Sana, ora comincia a virare verso un'ambiguità insopportabile. Ed ecco, quindi, che la manifestazione di domani pomeriggio sarà comunque «contro la violenza sulle donne», ma anche contro le «strumentalizzazioni».
L'iniziativa è promossa da alcune compagne di classe di Sana del liceo De André e, appunto, dalla comunità pachistana locale. I dettagli dell'iniziativa saranno presentati oggi, in una conferenza stampa alla moschea di via Volta, dalle associazioni che gestiscono la moschea e il centro culturale islamico di viale Piave con l'associazione Pak Brescia. L'obiettivo, comunque, sarà quello di «esprimere il dolore e la più ferma condanna nei confronti dell'orribile omicidio della giovane bresciana, contro ogni forma di violenza nei confronti delle donne e per rifiutare qualsiasi generalizzazione e strumentalizzazione contro gli immigrati in generale e quelli di religione musulmana nello specifico». Già che ci siamo chiediamo pure più immigrazione, non si sa mai. Del resto si sa: in Italia, dove dicono che abbiamo un problema culturale col patriarcato che genera femminicidi, negli ultimi cinque anni si sono registrati 774 casi di omicidio di donne, una media di circa 150 all'anno. E sono, ovviamente, 774 morti di troppo, intendiamoci. Desta però più di qualche perplessità la velocità con cui, invece, il migliaio di «delitti d'onore» che avvengono ogni anno in Pakistan debbano essere derubricati a tragedie singole, episodiche, che, per carità, non riconducono a nessuna cultura, religione o ideologia. In Italia è il patriarcato a uccidere le donne. In Pakistan è il destino cinico e baro. O forse, come dice Ghulma, il bordo di un letto o di un divano.
Adriano Scianca
Vene tagliate a 14 anni per le nozze combinate
Promessa sposa a 10 anni, matrimonio combinato in patria a 14, ratifica secondo le leggi italiane a 18: sembrava un destino già scritto, quello dell'adolescente di Lecce, originaria dello Sri Lanka, che ha deciso di tagliarsi le vene per sfuggire al copione che i suoi genitori avevano in mente per la sua vita. Il fatto è avvenuto un mese fa.
La quattordicenne aveva confessato alla propria insegnante di essersi tagliata i polsi perché il papà le aveva tolto lo smartphone. Per quella confessione erano intervenuti i servizi sociali che avevano allontanato la ragazza dalla famiglia. Solo ora però la ragazzina ha avuto il coraggio di raccontare le vere ragioni di quel gesto: temeva un matrimonio combinato dal padre quando lei aveva appena 10 anni, secondo quanto scrive il Nuovo Quotidiano di Puglia.
Il caso è ora all'esame del giudice del tribunale per i minorenni, Silvia Minerva, che dovrà decidere se convalidare o meno il provvedimento di allontanamento adottato dai servizi sociali, anche alla luce dei nuovi elementi emersi. Lo smartphone c'entrava, certamente, e così il pessimo rapporto con il padre, decisamente apprensivo e sospettoso nei confronti dei contatti intrattenuti dalla figlia con le sue amicizie italiane via social e via telefono. Ma quella che potrebbe sembrare una banale storia di incomprensione familiare legata all'adolescenza aveva in realtà a che fare con i progetti dei genitori nei confronti della ragazza, che in quest'ultima generavano un'ansia crescente. E, chissà, una volontà di ribellarsi all'imposizione che, agli occhi del padre, sembrava intollerabile. Già promessa sposa a 10 anni con un lontano parente della loro cerchia familiare, la quattordicenne avrebbe dovuto a breve ufficializzare le nozze imminenti con una festa in famiglia. Poi, probabilmente, sarebbe dovuta tornare nello Sri Lanka, dove contrarre l'unione secondo le leggi locali. Poi, a 18 anni, sarebbe forse tornata in Italia, per ratificare anche secondo il nostro diritto quel matrimonio mai voluto.
Una pratica ancora molto diffusa, nel mondo, quella delle nozze combinate. E, con l'immigrazione, l'usanza è arrivata anche da noi. Un anno fa, era finita nelle cronache la notizia di una quindicenne egiziana, ma residente a Torino, che aveva contattato il numero dell'emergenza infanzia: «Vogliono farmi sposare un uomo di 10 anni più grande di me. Ho solo 15 anni. Non voglio. Non lo amo. Non lo conosco nemmeno. Mia madre ha detto che lascerò la scuola perché a una moglie l'istruzione non serve», aveva detto. L'uomo, dopo averla sposata, l'avrebbe portata in Egitto, in casa della suocera, dove sarebbe stata tenuta sotto controllo e al riparo da qualsiasi tentazione ribellistica. Anche lei, vedendo il vestito da sposa già pronto, aveva tentato il suicidio tagliandosi i polsi.
Fabrizio La Rocca
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Secondo le autorità locali, anche la componente femminile della famiglia avrebbe avuto un ruolo nell'omicidio della giovane. Intanto i musulmani di Brescia manifestano, però contro le «strumentalizzazioni» e in favore dell'immigrazione e dell'islam.E a Lecce una ragazzina originaria dello Sri Lanka si è tagliata le vene per un matrimonio combinato: avrebbe dovuto lasciare l'Italia con lo sposo.Lo speciale contiene due articoli.A un certo punto, mentre i media italiani cercavano di vedere la luce oltre la cortina fumogena alzata dalla famiglia di Sana Cheema sulla morte della giovane italopakistana, sembrò che almeno un membro del clan si fosse distinto dalla furia oscurantista degli altri: la madre. Il 22 aprile, infatti, il Giornale di Brescia diede la notizia che il padre e il fratello della giovane, allora solo sospettati di averla uccisa, fossero stati denunciati dalla donna. Un gesto di grande coraggio, tanto più se compiuto lì, in Pakistan. Oggi, tuttavia, delle ombre si addensano anche sulla componente femminile della famiglia Cheema. È sempre la testata locale, infatti, a riferire che anche la madre e una zia della ragazza risultano indagate. Anche per questo, gli inquirenti hanno chiesto una proroga di 15 giorni delle indagini, in attesa del risultato di tutti gli esami sul corpo della vittima. Nei giorni di liti, discussioni, incomprensioni, culminati nell'aggressione che le è costata la vita, quindi, Sana non ha trovato alcuna sponda amica nella sua comunità familiare. Nessuna voce improntata alla comprensione, nessuna mediazione fra le pretese del padre padrone, legato ai dettami tribali, e la legittima volontà di una giovane che, per il proprio futuro, aveva ben altri progetti in testa. Al contrario: secondo quanto dichiarato dal padre di Sana, la madre aveva più volte insistito con la ragazza affinché lasciasse il suo ragazzo. Un pakistano anche lui, peraltro, ma meno controllabile, occidentalizzato, abituato a vivere come gli infedeli. «Mia moglie ha provato a mettere quel ragazzo alle strette: o la sposi o smettete di vedervi, gli aveva detto. E infatti dopo quel colloqui Sana si è convinta a tornare qui al villaggio». Un viaggio, quello di Sana, che non deve aver dato i risultati sperati dalla famiglia, se si è concluso con la rottura del suo osso del collo. «Un disegno di Allah», replica Ghulam Mustafa Cheema, il padre cinquantacinquenne della ragazza. Quell'osso del collo si è rotto così, per caso, per fatalità, per il volere di Dio. «Non è vero che abbiamo confessato», dice Ghulam. «Se il referto dei medici legali dice che Sana aveva l'osso del collo rotto è perché deve aver battuto contro il bordo del letto o del divano». Intervistato da un inviato di Repubblica nell'ufficio di polizia di Kunjah, l'uomo nega persino di aver confessato alcunché, anche se le autorità locali confermano che l'ammissione di colpa c'è stata. Sana sarebbe morta strangolata dal padre con una sciarpa, mentre il fratello le avrebbe messo una mano sulla bocca per non farla gridare. Mentendo a dispetto delle evidenze emerse dagli esami autoptici e dalle incongruenze palesi nella versione della famiglia, il padre di Sana ha inoltre giocato la carta del razzismo: i bresciani, dice, erano loro ostili. Le attività di Sana andavano così bene da suscitare l'invidia e il boicottaggio verso gli immigrati di successo, tant'è che, assicura il genitore, la ragazza alla fine si era convinta ad accettare i consigli della famiglia. Sarà pure un bigotto tradizionalista legato alle sue tradizioni più retrive, il signor Cheema, ma una cosa, qui, sembra averla imparata: se c'è qualche problema, la chiave del razzismo apre qualsiasi porta. Perché fare autocritica, quando si può comodamente dare la colpa alla cattiveria della società occidentale? La stessa comunità musulmana di Brescia, che pure finora aveva espresso parole di condanna ferma nei confronti dell'omicidio, arrivando a far diffondere per prima, dai suoi stessi rappresentanti, i risultati dell'autopsia che inchiodavano i parenti di Sana, ora comincia a virare verso un'ambiguità insopportabile. Ed ecco, quindi, che la manifestazione di domani pomeriggio sarà comunque «contro la violenza sulle donne», ma anche contro le «strumentalizzazioni». L'iniziativa è promossa da alcune compagne di classe di Sana del liceo De André e, appunto, dalla comunità pachistana locale. I dettagli dell'iniziativa saranno presentati oggi, in una conferenza stampa alla moschea di via Volta, dalle associazioni che gestiscono la moschea e il centro culturale islamico di viale Piave con l'associazione Pak Brescia. L'obiettivo, comunque, sarà quello di «esprimere il dolore e la più ferma condanna nei confronti dell'orribile omicidio della giovane bresciana, contro ogni forma di violenza nei confronti delle donne e per rifiutare qualsiasi generalizzazione e strumentalizzazione contro gli immigrati in generale e quelli di religione musulmana nello specifico». Già che ci siamo chiediamo pure più immigrazione, non si sa mai. Del resto si sa: in Italia, dove dicono che abbiamo un problema culturale col patriarcato che genera femminicidi, negli ultimi cinque anni si sono registrati 774 casi di omicidio di donne, una media di circa 150 all'anno. E sono, ovviamente, 774 morti di troppo, intendiamoci. Desta però più di qualche perplessità la velocità con cui, invece, il migliaio di «delitti d'onore» che avvengono ogni anno in Pakistan debbano essere derubricati a tragedie singole, episodiche, che, per carità, non riconducono a nessuna cultura, religione o ideologia. In Italia è il patriarcato a uccidere le donne. In Pakistan è il destino cinico e baro. O forse, come dice Ghulma, il bordo di un letto o di un divano.Adriano Scianca<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lecce-matrimonio-combinato-sri-lanka-2567972518.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="vene-tagliate-a-14-anni-per-le-nozze-combinate" data-post-id="2567972518" data-published-at="1774137854" data-use-pagination="False"> Vene tagliate a 14 anni per le nozze combinate Promessa sposa a 10 anni, matrimonio combinato in patria a 14, ratifica secondo le leggi italiane a 18: sembrava un destino già scritto, quello dell'adolescente di Lecce, originaria dello Sri Lanka, che ha deciso di tagliarsi le vene per sfuggire al copione che i suoi genitori avevano in mente per la sua vita. Il fatto è avvenuto un mese fa. La quattordicenne aveva confessato alla propria insegnante di essersi tagliata i polsi perché il papà le aveva tolto lo smartphone. Per quella confessione erano intervenuti i servizi sociali che avevano allontanato la ragazza dalla famiglia. Solo ora però la ragazzina ha avuto il coraggio di raccontare le vere ragioni di quel gesto: temeva un matrimonio combinato dal padre quando lei aveva appena 10 anni, secondo quanto scrive il Nuovo Quotidiano di Puglia. Il caso è ora all'esame del giudice del tribunale per i minorenni, Silvia Minerva, che dovrà decidere se convalidare o meno il provvedimento di allontanamento adottato dai servizi sociali, anche alla luce dei nuovi elementi emersi. Lo smartphone c'entrava, certamente, e così il pessimo rapporto con il padre, decisamente apprensivo e sospettoso nei confronti dei contatti intrattenuti dalla figlia con le sue amicizie italiane via social e via telefono. Ma quella che potrebbe sembrare una banale storia di incomprensione familiare legata all'adolescenza aveva in realtà a che fare con i progetti dei genitori nei confronti della ragazza, che in quest'ultima generavano un'ansia crescente. E, chissà, una volontà di ribellarsi all'imposizione che, agli occhi del padre, sembrava intollerabile. Già promessa sposa a 10 anni con un lontano parente della loro cerchia familiare, la quattordicenne avrebbe dovuto a breve ufficializzare le nozze imminenti con una festa in famiglia. Poi, probabilmente, sarebbe dovuta tornare nello Sri Lanka, dove contrarre l'unione secondo le leggi locali. Poi, a 18 anni, sarebbe forse tornata in Italia, per ratificare anche secondo il nostro diritto quel matrimonio mai voluto. Una pratica ancora molto diffusa, nel mondo, quella delle nozze combinate. E, con l'immigrazione, l'usanza è arrivata anche da noi. Un anno fa, era finita nelle cronache la notizia di una quindicenne egiziana, ma residente a Torino, che aveva contattato il numero dell'emergenza infanzia: «Vogliono farmi sposare un uomo di 10 anni più grande di me. Ho solo 15 anni. Non voglio. Non lo amo. Non lo conosco nemmeno. Mia madre ha detto che lascerò la scuola perché a una moglie l'istruzione non serve», aveva detto. L'uomo, dopo averla sposata, l'avrebbe portata in Egitto, in casa della suocera, dove sarebbe stata tenuta sotto controllo e al riparo da qualsiasi tentazione ribellistica. Anche lei, vedendo il vestito da sposa già pronto, aveva tentato il suicidio tagliandosi i polsi. Fabrizio La Rocca
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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