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2018-05-12
Indagate in Pakistan la madre e la zia di Sana
ANSA
A un certo punto, mentre i media italiani cercavano di vedere la luce oltre la cortina fumogena alzata dalla famiglia di Sana Cheema sulla morte della giovane italopakistana, sembrò che almeno un membro del clan si fosse distinto dalla furia oscurantista degli altri: la madre. Il 22 aprile, infatti, il Giornale di Brescia diede la notizia che il padre e il fratello della giovane, allora solo sospettati di averla uccisa, fossero stati denunciati dalla donna. Un gesto di grande coraggio, tanto più se compiuto lì, in Pakistan.
Oggi, tuttavia, delle ombre si addensano anche sulla componente femminile della famiglia Cheema. È sempre la testata locale, infatti, a riferire che anche la madre e una zia della ragazza risultano indagate. Anche per questo, gli inquirenti hanno chiesto una proroga di 15 giorni delle indagini, in attesa del risultato di tutti gli esami sul corpo della vittima. Nei giorni di liti, discussioni, incomprensioni, culminati nell'aggressione che le è costata la vita, quindi, Sana non ha trovato alcuna sponda amica nella sua comunità familiare.
Nessuna voce improntata alla comprensione, nessuna mediazione fra le pretese del padre padrone, legato ai dettami tribali, e la legittima volontà di una giovane che, per il proprio futuro, aveva ben altri progetti in testa. Al contrario: secondo quanto dichiarato dal padre di Sana, la madre aveva più volte insistito con la ragazza affinché lasciasse il suo ragazzo. Un pakistano anche lui, peraltro, ma meno controllabile, occidentalizzato, abituato a vivere come gli infedeli. «Mia moglie ha provato a mettere quel ragazzo alle strette: o la sposi o smettete di vedervi, gli aveva detto. E infatti dopo quel colloqui Sana si è convinta a tornare qui al villaggio». Un viaggio, quello di Sana, che non deve aver dato i risultati sperati dalla famiglia, se si è concluso con la rottura del suo osso del collo.
«Un disegno di Allah», replica Ghulam Mustafa Cheema, il padre cinquantacinquenne della ragazza. Quell'osso del collo si è rotto così, per caso, per fatalità, per il volere di Dio. «Non è vero che abbiamo confessato», dice Ghulam. «Se il referto dei medici legali dice che Sana aveva l'osso del collo rotto è perché deve aver battuto contro il bordo del letto o del divano». Intervistato da un inviato di Repubblica nell'ufficio di polizia di Kunjah, l'uomo nega persino di aver confessato alcunché, anche se le autorità locali confermano che l'ammissione di colpa c'è stata. Sana sarebbe morta strangolata dal padre con una sciarpa, mentre il fratello le avrebbe messo una mano sulla bocca per non farla gridare. Mentendo a dispetto delle evidenze emerse dagli esami autoptici e dalle incongruenze palesi nella versione della famiglia, il padre di Sana ha inoltre giocato la carta del razzismo: i bresciani, dice, erano loro ostili. Le attività di Sana andavano così bene da suscitare l'invidia e il boicottaggio verso gli immigrati di successo, tant'è che, assicura il genitore, la ragazza alla fine si era convinta ad accettare i consigli della famiglia. Sarà pure un bigotto tradizionalista legato alle sue tradizioni più retrive, il signor Cheema, ma una cosa, qui, sembra averla imparata: se c'è qualche problema, la chiave del razzismo apre qualsiasi porta.
Perché fare autocritica, quando si può comodamente dare la colpa alla cattiveria della società occidentale? La stessa comunità musulmana di Brescia, che pure finora aveva espresso parole di condanna ferma nei confronti dell'omicidio, arrivando a far diffondere per prima, dai suoi stessi rappresentanti, i risultati dell'autopsia che inchiodavano i parenti di Sana, ora comincia a virare verso un'ambiguità insopportabile. Ed ecco, quindi, che la manifestazione di domani pomeriggio sarà comunque «contro la violenza sulle donne», ma anche contro le «strumentalizzazioni».
L'iniziativa è promossa da alcune compagne di classe di Sana del liceo De André e, appunto, dalla comunità pachistana locale. I dettagli dell'iniziativa saranno presentati oggi, in una conferenza stampa alla moschea di via Volta, dalle associazioni che gestiscono la moschea e il centro culturale islamico di viale Piave con l'associazione Pak Brescia. L'obiettivo, comunque, sarà quello di «esprimere il dolore e la più ferma condanna nei confronti dell'orribile omicidio della giovane bresciana, contro ogni forma di violenza nei confronti delle donne e per rifiutare qualsiasi generalizzazione e strumentalizzazione contro gli immigrati in generale e quelli di religione musulmana nello specifico». Già che ci siamo chiediamo pure più immigrazione, non si sa mai. Del resto si sa: in Italia, dove dicono che abbiamo un problema culturale col patriarcato che genera femminicidi, negli ultimi cinque anni si sono registrati 774 casi di omicidio di donne, una media di circa 150 all'anno. E sono, ovviamente, 774 morti di troppo, intendiamoci. Desta però più di qualche perplessità la velocità con cui, invece, il migliaio di «delitti d'onore» che avvengono ogni anno in Pakistan debbano essere derubricati a tragedie singole, episodiche, che, per carità, non riconducono a nessuna cultura, religione o ideologia. In Italia è il patriarcato a uccidere le donne. In Pakistan è il destino cinico e baro. O forse, come dice Ghulma, il bordo di un letto o di un divano.
Adriano Scianca
Vene tagliate a 14 anni per le nozze combinate
Promessa sposa a 10 anni, matrimonio combinato in patria a 14, ratifica secondo le leggi italiane a 18: sembrava un destino già scritto, quello dell'adolescente di Lecce, originaria dello Sri Lanka, che ha deciso di tagliarsi le vene per sfuggire al copione che i suoi genitori avevano in mente per la sua vita. Il fatto è avvenuto un mese fa.
La quattordicenne aveva confessato alla propria insegnante di essersi tagliata i polsi perché il papà le aveva tolto lo smartphone. Per quella confessione erano intervenuti i servizi sociali che avevano allontanato la ragazza dalla famiglia. Solo ora però la ragazzina ha avuto il coraggio di raccontare le vere ragioni di quel gesto: temeva un matrimonio combinato dal padre quando lei aveva appena 10 anni, secondo quanto scrive il Nuovo Quotidiano di Puglia.
Il caso è ora all'esame del giudice del tribunale per i minorenni, Silvia Minerva, che dovrà decidere se convalidare o meno il provvedimento di allontanamento adottato dai servizi sociali, anche alla luce dei nuovi elementi emersi. Lo smartphone c'entrava, certamente, e così il pessimo rapporto con il padre, decisamente apprensivo e sospettoso nei confronti dei contatti intrattenuti dalla figlia con le sue amicizie italiane via social e via telefono. Ma quella che potrebbe sembrare una banale storia di incomprensione familiare legata all'adolescenza aveva in realtà a che fare con i progetti dei genitori nei confronti della ragazza, che in quest'ultima generavano un'ansia crescente. E, chissà, una volontà di ribellarsi all'imposizione che, agli occhi del padre, sembrava intollerabile. Già promessa sposa a 10 anni con un lontano parente della loro cerchia familiare, la quattordicenne avrebbe dovuto a breve ufficializzare le nozze imminenti con una festa in famiglia. Poi, probabilmente, sarebbe dovuta tornare nello Sri Lanka, dove contrarre l'unione secondo le leggi locali. Poi, a 18 anni, sarebbe forse tornata in Italia, per ratificare anche secondo il nostro diritto quel matrimonio mai voluto.
Una pratica ancora molto diffusa, nel mondo, quella delle nozze combinate. E, con l'immigrazione, l'usanza è arrivata anche da noi. Un anno fa, era finita nelle cronache la notizia di una quindicenne egiziana, ma residente a Torino, che aveva contattato il numero dell'emergenza infanzia: «Vogliono farmi sposare un uomo di 10 anni più grande di me. Ho solo 15 anni. Non voglio. Non lo amo. Non lo conosco nemmeno. Mia madre ha detto che lascerò la scuola perché a una moglie l'istruzione non serve», aveva detto. L'uomo, dopo averla sposata, l'avrebbe portata in Egitto, in casa della suocera, dove sarebbe stata tenuta sotto controllo e al riparo da qualsiasi tentazione ribellistica. Anche lei, vedendo il vestito da sposa già pronto, aveva tentato il suicidio tagliandosi i polsi.
Fabrizio La Rocca
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Secondo le autorità locali, anche la componente femminile della famiglia avrebbe avuto un ruolo nell'omicidio della giovane. Intanto i musulmani di Brescia manifestano, però contro le «strumentalizzazioni» e in favore dell'immigrazione e dell'islam.E a Lecce una ragazzina originaria dello Sri Lanka si è tagliata le vene per un matrimonio combinato: avrebbe dovuto lasciare l'Italia con lo sposo.Lo speciale contiene due articoli.A un certo punto, mentre i media italiani cercavano di vedere la luce oltre la cortina fumogena alzata dalla famiglia di Sana Cheema sulla morte della giovane italopakistana, sembrò che almeno un membro del clan si fosse distinto dalla furia oscurantista degli altri: la madre. Il 22 aprile, infatti, il Giornale di Brescia diede la notizia che il padre e il fratello della giovane, allora solo sospettati di averla uccisa, fossero stati denunciati dalla donna. Un gesto di grande coraggio, tanto più se compiuto lì, in Pakistan. Oggi, tuttavia, delle ombre si addensano anche sulla componente femminile della famiglia Cheema. È sempre la testata locale, infatti, a riferire che anche la madre e una zia della ragazza risultano indagate. Anche per questo, gli inquirenti hanno chiesto una proroga di 15 giorni delle indagini, in attesa del risultato di tutti gli esami sul corpo della vittima. Nei giorni di liti, discussioni, incomprensioni, culminati nell'aggressione che le è costata la vita, quindi, Sana non ha trovato alcuna sponda amica nella sua comunità familiare. Nessuna voce improntata alla comprensione, nessuna mediazione fra le pretese del padre padrone, legato ai dettami tribali, e la legittima volontà di una giovane che, per il proprio futuro, aveva ben altri progetti in testa. Al contrario: secondo quanto dichiarato dal padre di Sana, la madre aveva più volte insistito con la ragazza affinché lasciasse il suo ragazzo. Un pakistano anche lui, peraltro, ma meno controllabile, occidentalizzato, abituato a vivere come gli infedeli. «Mia moglie ha provato a mettere quel ragazzo alle strette: o la sposi o smettete di vedervi, gli aveva detto. E infatti dopo quel colloqui Sana si è convinta a tornare qui al villaggio». Un viaggio, quello di Sana, che non deve aver dato i risultati sperati dalla famiglia, se si è concluso con la rottura del suo osso del collo. «Un disegno di Allah», replica Ghulam Mustafa Cheema, il padre cinquantacinquenne della ragazza. Quell'osso del collo si è rotto così, per caso, per fatalità, per il volere di Dio. «Non è vero che abbiamo confessato», dice Ghulam. «Se il referto dei medici legali dice che Sana aveva l'osso del collo rotto è perché deve aver battuto contro il bordo del letto o del divano». Intervistato da un inviato di Repubblica nell'ufficio di polizia di Kunjah, l'uomo nega persino di aver confessato alcunché, anche se le autorità locali confermano che l'ammissione di colpa c'è stata. Sana sarebbe morta strangolata dal padre con una sciarpa, mentre il fratello le avrebbe messo una mano sulla bocca per non farla gridare. Mentendo a dispetto delle evidenze emerse dagli esami autoptici e dalle incongruenze palesi nella versione della famiglia, il padre di Sana ha inoltre giocato la carta del razzismo: i bresciani, dice, erano loro ostili. Le attività di Sana andavano così bene da suscitare l'invidia e il boicottaggio verso gli immigrati di successo, tant'è che, assicura il genitore, la ragazza alla fine si era convinta ad accettare i consigli della famiglia. Sarà pure un bigotto tradizionalista legato alle sue tradizioni più retrive, il signor Cheema, ma una cosa, qui, sembra averla imparata: se c'è qualche problema, la chiave del razzismo apre qualsiasi porta. Perché fare autocritica, quando si può comodamente dare la colpa alla cattiveria della società occidentale? La stessa comunità musulmana di Brescia, che pure finora aveva espresso parole di condanna ferma nei confronti dell'omicidio, arrivando a far diffondere per prima, dai suoi stessi rappresentanti, i risultati dell'autopsia che inchiodavano i parenti di Sana, ora comincia a virare verso un'ambiguità insopportabile. Ed ecco, quindi, che la manifestazione di domani pomeriggio sarà comunque «contro la violenza sulle donne», ma anche contro le «strumentalizzazioni». L'iniziativa è promossa da alcune compagne di classe di Sana del liceo De André e, appunto, dalla comunità pachistana locale. I dettagli dell'iniziativa saranno presentati oggi, in una conferenza stampa alla moschea di via Volta, dalle associazioni che gestiscono la moschea e il centro culturale islamico di viale Piave con l'associazione Pak Brescia. L'obiettivo, comunque, sarà quello di «esprimere il dolore e la più ferma condanna nei confronti dell'orribile omicidio della giovane bresciana, contro ogni forma di violenza nei confronti delle donne e per rifiutare qualsiasi generalizzazione e strumentalizzazione contro gli immigrati in generale e quelli di religione musulmana nello specifico». Già che ci siamo chiediamo pure più immigrazione, non si sa mai. Del resto si sa: in Italia, dove dicono che abbiamo un problema culturale col patriarcato che genera femminicidi, negli ultimi cinque anni si sono registrati 774 casi di omicidio di donne, una media di circa 150 all'anno. E sono, ovviamente, 774 morti di troppo, intendiamoci. Desta però più di qualche perplessità la velocità con cui, invece, il migliaio di «delitti d'onore» che avvengono ogni anno in Pakistan debbano essere derubricati a tragedie singole, episodiche, che, per carità, non riconducono a nessuna cultura, religione o ideologia. In Italia è il patriarcato a uccidere le donne. In Pakistan è il destino cinico e baro. O forse, come dice Ghulma, il bordo di un letto o di un divano.Adriano Scianca<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lecce-matrimonio-combinato-sri-lanka-2567972518.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="vene-tagliate-a-14-anni-per-le-nozze-combinate" data-post-id="2567972518" data-published-at="1782222635" data-use-pagination="False"> Vene tagliate a 14 anni per le nozze combinate Promessa sposa a 10 anni, matrimonio combinato in patria a 14, ratifica secondo le leggi italiane a 18: sembrava un destino già scritto, quello dell'adolescente di Lecce, originaria dello Sri Lanka, che ha deciso di tagliarsi le vene per sfuggire al copione che i suoi genitori avevano in mente per la sua vita. Il fatto è avvenuto un mese fa. La quattordicenne aveva confessato alla propria insegnante di essersi tagliata i polsi perché il papà le aveva tolto lo smartphone. Per quella confessione erano intervenuti i servizi sociali che avevano allontanato la ragazza dalla famiglia. Solo ora però la ragazzina ha avuto il coraggio di raccontare le vere ragioni di quel gesto: temeva un matrimonio combinato dal padre quando lei aveva appena 10 anni, secondo quanto scrive il Nuovo Quotidiano di Puglia. Il caso è ora all'esame del giudice del tribunale per i minorenni, Silvia Minerva, che dovrà decidere se convalidare o meno il provvedimento di allontanamento adottato dai servizi sociali, anche alla luce dei nuovi elementi emersi. Lo smartphone c'entrava, certamente, e così il pessimo rapporto con il padre, decisamente apprensivo e sospettoso nei confronti dei contatti intrattenuti dalla figlia con le sue amicizie italiane via social e via telefono. Ma quella che potrebbe sembrare una banale storia di incomprensione familiare legata all'adolescenza aveva in realtà a che fare con i progetti dei genitori nei confronti della ragazza, che in quest'ultima generavano un'ansia crescente. E, chissà, una volontà di ribellarsi all'imposizione che, agli occhi del padre, sembrava intollerabile. Già promessa sposa a 10 anni con un lontano parente della loro cerchia familiare, la quattordicenne avrebbe dovuto a breve ufficializzare le nozze imminenti con una festa in famiglia. Poi, probabilmente, sarebbe dovuta tornare nello Sri Lanka, dove contrarre l'unione secondo le leggi locali. Poi, a 18 anni, sarebbe forse tornata in Italia, per ratificare anche secondo il nostro diritto quel matrimonio mai voluto. Una pratica ancora molto diffusa, nel mondo, quella delle nozze combinate. E, con l'immigrazione, l'usanza è arrivata anche da noi. Un anno fa, era finita nelle cronache la notizia di una quindicenne egiziana, ma residente a Torino, che aveva contattato il numero dell'emergenza infanzia: «Vogliono farmi sposare un uomo di 10 anni più grande di me. Ho solo 15 anni. Non voglio. Non lo amo. Non lo conosco nemmeno. Mia madre ha detto che lascerò la scuola perché a una moglie l'istruzione non serve», aveva detto. L'uomo, dopo averla sposata, l'avrebbe portata in Egitto, in casa della suocera, dove sarebbe stata tenuta sotto controllo e al riparo da qualsiasi tentazione ribellistica. Anche lei, vedendo il vestito da sposa già pronto, aveva tentato il suicidio tagliandosi i polsi. Fabrizio La Rocca
Il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti
Nessun attrito con il ministro della Difesa Guido Crosetto sul tema dei fondi per il comparto militare. Lo ha chiarito il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti intervenendo al «Giorno della Verità», rispondendo a una domanda sulle presunte tensioni interne al governo.
«Il mestiere del ministro dell’Economia è vedere che tutti i ministri, legittimamente, chiedono stanziamenti e finanziamenti, e chi deve quadrare il bilancio deve utilizzare in modo saggio e opportuno le risorse», ha spiegato Giorgetti, sottolineando come non vi sia «nessun conflitto in particolare».
Nel suo intervento il titolare del Mef ha richiamato anche il contesto internazionale e gli impegni dell’Italia, che hanno inciso sulle scelte di bilancio e sul confronto con le istituzioni europee. In questo quadro, ha ricordato, si è sviluppato un negoziato con la Commissione Ue, che avrebbe recepito le richieste italiane legate alla gestione della spesa e alla considerazione di alcuni capitoli come parte del più ampio concetto di sicurezza nazionale.
Giorgetti ha insistito sulla necessità di una gestione «saggia» delle risorse pubbliche, soprattutto in una fase in cui le richieste di spesa aumentano in diversi settori e i margini di bilancio restano limitati.
Ampio spazio anche al tema dei conti pubblici e del debito, con riferimento alle dinamiche legate alle revisioni statistiche e agli effetti delle politiche fiscali adottate negli ultimi anni. Il ministro ha ricordato come alcuni dati siano ancora provvisori e soggetti a revisione da parte di Istat ed Eurostat, con una definizione attesa nei prossimi mesi.
Nel corso del dialogo è emersa anche la questione del Superbonus, richiamato da Giorgetti come esempio di misura che ha avuto un impatto rilevante sui conti pubblici e che ha richiesto successivi interventi correttivi. Una scelta che, nelle sue parole, si inserisce nel contesto delle decisioni prese in fase emergenziale e poi ritarate dai governi successivi.
Più in generale, il ministro ha ribadito l’esigenza di tenere insieme crescita, sostenibilità del debito e rispetto dei vincoli europei, in un quadro che resta complesso e condizionato da variabili economiche e geopolitiche. Le previsioni, ha osservato, dipendono infatti da molteplici fattori e possono cambiare in base all’evoluzione dello scenario internazionale.
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Guido Crosetto e Maurizio Belpietro
,Il ministro della Difesa Guido Crosetto intervistato dal direttore Maurizio Belpietro al Giorno della Verità spiega: «Nessun problema con Giorgetti, mai litigato con lui fondi per la Difesa».
Per gli Usa non esiste alcuna ragione per lamentarsi dell'Italia. Il ministro della Difesa liquida così la questione Roma Washington e la presunta rottura dei rapporti tra Giorgia Meloni e Donald Trump dovuta alla famosa telefonata sfogo del presidente degli Stati Uniti. Crosetto, incalzato dal direttore Belpietro, ha riconosciuto che esiste da parte degli Stati Uniti un malessere dovuto al fatto che l'Europa negli ultimi anni ha speso troppo poco per la Difesa. Un argomento che però «aveva già sollevato Obama prima e Biden poi, prima di lui». Crosetto ha spiegato che non esiste l'impegno di portare le spese per la difesa al 3,5% e che «il 5 comprende la parte di sicurezza, quindi le forze di polizia. Un impegno fatto al 2035. L'impegno che esiste è preso dal Parlamento: un aumento dello 0,15 ogni anno». E «quest'anno non c'è stato», ha riconosciuto il ministro, spiegando: mi è chiaro: «non siamo usciti dalla procedura di infrazione». Crosetto ha però detto di aspettarsi che nella finanziaria del prossimo anno «l'impegno che ci siamo presi, che ripeto non è il 3,5, ma è lo 0,15 per anno, sarà portato avanti. Il ministro si è detto convinto che «Giorgetti è assolutamente consapevole di questa cosa».
In questa occasione a Belpietro spiega che con Giorgetti non c'è alcun tipo di discussione e non c'è mai stata. «So che Giancarlo (Giorgetti, ndr) sa perfettamente quali sarebbero le cose che io vorrei. Io so perfettamente quali sono le cose che lui può fare e i tempi con cui può farle, per cui è impossibile che noi litighiamo» ma «sul Safe dipende dalla possibilità che lui ha». Poi si chiede: «I paesi del nord e est Europa sono spaventati da Putin, non so se a torto o a ragione, ma stanno spendendo in difesa più di chiunque altro. Putin arriverà a 2,4 milioni di soldati. Qualcuno mi deve spiegare a cosa servono visto che sono troppi anche per l'Ucraina».
Per Crosetto le crisi e le guerre sono dovute alla «sfida degli Usa con la Cina, iniziata 15-20 anni che sta arrivando a un punto di rottura". D'altro canto la guerra ha cambiato faccia e questa sfida «sarà sempre di più sull'intelligenza artificiale, chi arriva prima, sulla quantistica, sul computer quantistico, sullo spazio», ha detto Crosetto, osservando che la Cina ha «un'unica regia e un unico attore che è lo Stato", con una strategia centrale e investimenti massicci. Gli Stati uniti, al contrario, stanno fondando una parte della propria risposta su grandi multinazionali tecnologiche, alcune delle quali hanno ormai capacità superiori a quelle degli Stati. «Perché è la prima volta nella storia dell'umanità che ci sono aziende private che dispongono di strumenti tecnologici superiori a quelli di cui dispongono gli Stati» ha precisato Crosetto, riferendosi a Space X di Elon Musk. Per Crosetto il nodo per Trump resta Israele, perché «la capacità militare di Israele non può reggere senza l'aiuto degli Usa. Israele è ossessionato dall'eliminazione di Hezbollah in Libano. Ma eliminare Hezbollah significa eliminare il Libano. Quindi non è possibile».
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Il direttore de «La Verità» Maurizio Belpietro e il ministro degli Esteri Antonio Tajani
La terza edizione de Il giorno della Verità si è aperta con l'intervista del direttore Maurizio Belpietro al ministro degli Esteri Antonio Tajani. In merito allo scontro degli ultimi giorni fra Meloni e Trump, Tajani ha ribadito come sia «inaccettabile che vi siano offese nei confronti della premier». Eppure, ha sottolineato che «dobbiamo preservare la nostra alleanza con gli Usa: non possiamo pensare di dividere l'Occidente, che deve essere sempre più unito di fronte alle sfide odierne con Russia, CIna, India. Altrimenti sarà difficile essere competitivi da soli. Anche gli Usa hanno bisogno di noi: ricordiamo che l'Italia è la seconda manifattura europea».
Sempre riguardo alla querelle con gli Stati Uniti, il ministro degli Esteri ritiene che «non bisogna fare la guerra a nessuno, ma dobbiamo farci rispettare. Abbiamo dato dei segnali politici forti, annullando la mia missione negli Usa. Continuiamo comunque a lavorare su tutti i dossier che riguardano le materie prime e la Nato. Guardiamo avanti come alleati».
Belpietro ha introdotto quindi la situazione del conflitto russo-ucraino, in vista di un possibile accordo di pace. «Bisogna trovare una figura che parli per tutti. Ma dobbiamo sceglierla noi, non Putin. E deve essere una figura credibile a livello istituzionale, possibilmente che abbia buone relazioni con il Cremlino», sostiene Tajani. Sul gas russo, l'Italia deve rimanere coerente con quanto ha scelto secondo il ministro degli Esteri: «Abbiamo fatto una scelta e dobbiamo essere coerenti, abbiamo alternative e le stiamo perseguendo. Lavoreremo anche sul nucleare. Ma se vogliamo spingere Putin a sedersi al tavolo, bisogna mandargli dei messaggi chiari. Non può valere la regola del più forte».
A livello geopolitico, Tajani ha ribadito con vigore la posizione in cui l'Italia si colloca sullo scacchiere geopolitico: «Non abbiamo alternativa all'Europa, non possiamo competere a livello globale con Cina, Usa, Russia. L'Europa, oltretutto, condivide le radici comuni cristiane. Il problema è che manca di una leadership forte. L'Italia, in questo contesto, è il Paese più stabile: si tratta del secondo governo più longevo di tutti i tempi. Per migliorare come Unione europea, dobbiamo creare un mercato unico dei capitali e dell'energia.»
Il soggetto si è poi spostato sulla politica interna, in particolare su Roberto Vannacci e il suo partito, Futuro nazionale, come nuovo soggetto politico: La coalizione di centrodestra si è sempre mostrata solida, anche se apparteniamo a famiglie diverse. Siamo un'alleanza strategica che offre all'elettorato opportunità e sfumature diverse con lo stesso obiettivo. Governiamo quindi bene insieme. Per quanto riguarda Vannacci, è lui che si è messo contro il centrodestra. Aveva detto che non avrebbe mai creato un nuovo partito, che era un'insinuazione di Conte e Schlein per dividere il centrodestra. Poi, invece, ha fatto tutto il contrario. È lui, quindi, che esclude qualsiasi alleanza con il centrodestra, perché fa il gioco della sinistra. Deve trovare un accordo con se stesso».
Il tema di un allargamento della coalizione verso il centro trova invece terreno fertile nella visione strategica di Forza Italia: «In alcuni casi è possibile, magari nelle grandi città. Aggregarsi aiuta a vincere le elezioni. Su alcune questioni abbiamo idee simili. Nello specifico, se a Milano ci fosse Cottarelli come civico potrebbe essere vincente, e mettere la sinistra all'opposizione dopo la pessima gestione dell'attuale giunta. Credo che nel capoluogo lombardo serva proprio un alleato civico che allarghi i confini del centrodestra».
Infine, il direttore della Verità chiama in causa il presunto conflitto di Tajani con la famiglia Berlusconi. «Assolutamente no, sono i giornali di sinistra che cercano di mettere in risalto qualsiasi cosa come se fosse una guerra civile. In realtà» spiega il ministro «non c'è mai stata nessuna polemica. Ascolto i loro consigli perché forniscono idee preziose, perché hanno a cuore Forza Italia. Ma il mio compito è far sì che il partito vada avanti, non sia legato alla storia. Io sono stato la guida in questa fase e continuerò a esserlo».
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