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2018-05-12
Indagate in Pakistan la madre e la zia di Sana
ANSA
A un certo punto, mentre i media italiani cercavano di vedere la luce oltre la cortina fumogena alzata dalla famiglia di Sana Cheema sulla morte della giovane italopakistana, sembrò che almeno un membro del clan si fosse distinto dalla furia oscurantista degli altri: la madre. Il 22 aprile, infatti, il Giornale di Brescia diede la notizia che il padre e il fratello della giovane, allora solo sospettati di averla uccisa, fossero stati denunciati dalla donna. Un gesto di grande coraggio, tanto più se compiuto lì, in Pakistan.
Oggi, tuttavia, delle ombre si addensano anche sulla componente femminile della famiglia Cheema. È sempre la testata locale, infatti, a riferire che anche la madre e una zia della ragazza risultano indagate. Anche per questo, gli inquirenti hanno chiesto una proroga di 15 giorni delle indagini, in attesa del risultato di tutti gli esami sul corpo della vittima. Nei giorni di liti, discussioni, incomprensioni, culminati nell'aggressione che le è costata la vita, quindi, Sana non ha trovato alcuna sponda amica nella sua comunità familiare.
Nessuna voce improntata alla comprensione, nessuna mediazione fra le pretese del padre padrone, legato ai dettami tribali, e la legittima volontà di una giovane che, per il proprio futuro, aveva ben altri progetti in testa. Al contrario: secondo quanto dichiarato dal padre di Sana, la madre aveva più volte insistito con la ragazza affinché lasciasse il suo ragazzo. Un pakistano anche lui, peraltro, ma meno controllabile, occidentalizzato, abituato a vivere come gli infedeli. «Mia moglie ha provato a mettere quel ragazzo alle strette: o la sposi o smettete di vedervi, gli aveva detto. E infatti dopo quel colloqui Sana si è convinta a tornare qui al villaggio». Un viaggio, quello di Sana, che non deve aver dato i risultati sperati dalla famiglia, se si è concluso con la rottura del suo osso del collo.
«Un disegno di Allah», replica Ghulam Mustafa Cheema, il padre cinquantacinquenne della ragazza. Quell'osso del collo si è rotto così, per caso, per fatalità, per il volere di Dio. «Non è vero che abbiamo confessato», dice Ghulam. «Se il referto dei medici legali dice che Sana aveva l'osso del collo rotto è perché deve aver battuto contro il bordo del letto o del divano». Intervistato da un inviato di Repubblica nell'ufficio di polizia di Kunjah, l'uomo nega persino di aver confessato alcunché, anche se le autorità locali confermano che l'ammissione di colpa c'è stata. Sana sarebbe morta strangolata dal padre con una sciarpa, mentre il fratello le avrebbe messo una mano sulla bocca per non farla gridare. Mentendo a dispetto delle evidenze emerse dagli esami autoptici e dalle incongruenze palesi nella versione della famiglia, il padre di Sana ha inoltre giocato la carta del razzismo: i bresciani, dice, erano loro ostili. Le attività di Sana andavano così bene da suscitare l'invidia e il boicottaggio verso gli immigrati di successo, tant'è che, assicura il genitore, la ragazza alla fine si era convinta ad accettare i consigli della famiglia. Sarà pure un bigotto tradizionalista legato alle sue tradizioni più retrive, il signor Cheema, ma una cosa, qui, sembra averla imparata: se c'è qualche problema, la chiave del razzismo apre qualsiasi porta.
Perché fare autocritica, quando si può comodamente dare la colpa alla cattiveria della società occidentale? La stessa comunità musulmana di Brescia, che pure finora aveva espresso parole di condanna ferma nei confronti dell'omicidio, arrivando a far diffondere per prima, dai suoi stessi rappresentanti, i risultati dell'autopsia che inchiodavano i parenti di Sana, ora comincia a virare verso un'ambiguità insopportabile. Ed ecco, quindi, che la manifestazione di domani pomeriggio sarà comunque «contro la violenza sulle donne», ma anche contro le «strumentalizzazioni».
L'iniziativa è promossa da alcune compagne di classe di Sana del liceo De André e, appunto, dalla comunità pachistana locale. I dettagli dell'iniziativa saranno presentati oggi, in una conferenza stampa alla moschea di via Volta, dalle associazioni che gestiscono la moschea e il centro culturale islamico di viale Piave con l'associazione Pak Brescia. L'obiettivo, comunque, sarà quello di «esprimere il dolore e la più ferma condanna nei confronti dell'orribile omicidio della giovane bresciana, contro ogni forma di violenza nei confronti delle donne e per rifiutare qualsiasi generalizzazione e strumentalizzazione contro gli immigrati in generale e quelli di religione musulmana nello specifico». Già che ci siamo chiediamo pure più immigrazione, non si sa mai. Del resto si sa: in Italia, dove dicono che abbiamo un problema culturale col patriarcato che genera femminicidi, negli ultimi cinque anni si sono registrati 774 casi di omicidio di donne, una media di circa 150 all'anno. E sono, ovviamente, 774 morti di troppo, intendiamoci. Desta però più di qualche perplessità la velocità con cui, invece, il migliaio di «delitti d'onore» che avvengono ogni anno in Pakistan debbano essere derubricati a tragedie singole, episodiche, che, per carità, non riconducono a nessuna cultura, religione o ideologia. In Italia è il patriarcato a uccidere le donne. In Pakistan è il destino cinico e baro. O forse, come dice Ghulma, il bordo di un letto o di un divano.
Adriano Scianca
Vene tagliate a 14 anni per le nozze combinate
Promessa sposa a 10 anni, matrimonio combinato in patria a 14, ratifica secondo le leggi italiane a 18: sembrava un destino già scritto, quello dell'adolescente di Lecce, originaria dello Sri Lanka, che ha deciso di tagliarsi le vene per sfuggire al copione che i suoi genitori avevano in mente per la sua vita. Il fatto è avvenuto un mese fa.
La quattordicenne aveva confessato alla propria insegnante di essersi tagliata i polsi perché il papà le aveva tolto lo smartphone. Per quella confessione erano intervenuti i servizi sociali che avevano allontanato la ragazza dalla famiglia. Solo ora però la ragazzina ha avuto il coraggio di raccontare le vere ragioni di quel gesto: temeva un matrimonio combinato dal padre quando lei aveva appena 10 anni, secondo quanto scrive il Nuovo Quotidiano di Puglia.
Il caso è ora all'esame del giudice del tribunale per i minorenni, Silvia Minerva, che dovrà decidere se convalidare o meno il provvedimento di allontanamento adottato dai servizi sociali, anche alla luce dei nuovi elementi emersi. Lo smartphone c'entrava, certamente, e così il pessimo rapporto con il padre, decisamente apprensivo e sospettoso nei confronti dei contatti intrattenuti dalla figlia con le sue amicizie italiane via social e via telefono. Ma quella che potrebbe sembrare una banale storia di incomprensione familiare legata all'adolescenza aveva in realtà a che fare con i progetti dei genitori nei confronti della ragazza, che in quest'ultima generavano un'ansia crescente. E, chissà, una volontà di ribellarsi all'imposizione che, agli occhi del padre, sembrava intollerabile. Già promessa sposa a 10 anni con un lontano parente della loro cerchia familiare, la quattordicenne avrebbe dovuto a breve ufficializzare le nozze imminenti con una festa in famiglia. Poi, probabilmente, sarebbe dovuta tornare nello Sri Lanka, dove contrarre l'unione secondo le leggi locali. Poi, a 18 anni, sarebbe forse tornata in Italia, per ratificare anche secondo il nostro diritto quel matrimonio mai voluto.
Una pratica ancora molto diffusa, nel mondo, quella delle nozze combinate. E, con l'immigrazione, l'usanza è arrivata anche da noi. Un anno fa, era finita nelle cronache la notizia di una quindicenne egiziana, ma residente a Torino, che aveva contattato il numero dell'emergenza infanzia: «Vogliono farmi sposare un uomo di 10 anni più grande di me. Ho solo 15 anni. Non voglio. Non lo amo. Non lo conosco nemmeno. Mia madre ha detto che lascerò la scuola perché a una moglie l'istruzione non serve», aveva detto. L'uomo, dopo averla sposata, l'avrebbe portata in Egitto, in casa della suocera, dove sarebbe stata tenuta sotto controllo e al riparo da qualsiasi tentazione ribellistica. Anche lei, vedendo il vestito da sposa già pronto, aveva tentato il suicidio tagliandosi i polsi.
Fabrizio La Rocca
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Secondo le autorità locali, anche la componente femminile della famiglia avrebbe avuto un ruolo nell'omicidio della giovane. Intanto i musulmani di Brescia manifestano, però contro le «strumentalizzazioni» e in favore dell'immigrazione e dell'islam.E a Lecce una ragazzina originaria dello Sri Lanka si è tagliata le vene per un matrimonio combinato: avrebbe dovuto lasciare l'Italia con lo sposo.Lo speciale contiene due articoli.A un certo punto, mentre i media italiani cercavano di vedere la luce oltre la cortina fumogena alzata dalla famiglia di Sana Cheema sulla morte della giovane italopakistana, sembrò che almeno un membro del clan si fosse distinto dalla furia oscurantista degli altri: la madre. Il 22 aprile, infatti, il Giornale di Brescia diede la notizia che il padre e il fratello della giovane, allora solo sospettati di averla uccisa, fossero stati denunciati dalla donna. Un gesto di grande coraggio, tanto più se compiuto lì, in Pakistan. Oggi, tuttavia, delle ombre si addensano anche sulla componente femminile della famiglia Cheema. È sempre la testata locale, infatti, a riferire che anche la madre e una zia della ragazza risultano indagate. Anche per questo, gli inquirenti hanno chiesto una proroga di 15 giorni delle indagini, in attesa del risultato di tutti gli esami sul corpo della vittima. Nei giorni di liti, discussioni, incomprensioni, culminati nell'aggressione che le è costata la vita, quindi, Sana non ha trovato alcuna sponda amica nella sua comunità familiare. Nessuna voce improntata alla comprensione, nessuna mediazione fra le pretese del padre padrone, legato ai dettami tribali, e la legittima volontà di una giovane che, per il proprio futuro, aveva ben altri progetti in testa. Al contrario: secondo quanto dichiarato dal padre di Sana, la madre aveva più volte insistito con la ragazza affinché lasciasse il suo ragazzo. Un pakistano anche lui, peraltro, ma meno controllabile, occidentalizzato, abituato a vivere come gli infedeli. «Mia moglie ha provato a mettere quel ragazzo alle strette: o la sposi o smettete di vedervi, gli aveva detto. E infatti dopo quel colloqui Sana si è convinta a tornare qui al villaggio». Un viaggio, quello di Sana, che non deve aver dato i risultati sperati dalla famiglia, se si è concluso con la rottura del suo osso del collo. «Un disegno di Allah», replica Ghulam Mustafa Cheema, il padre cinquantacinquenne della ragazza. Quell'osso del collo si è rotto così, per caso, per fatalità, per il volere di Dio. «Non è vero che abbiamo confessato», dice Ghulam. «Se il referto dei medici legali dice che Sana aveva l'osso del collo rotto è perché deve aver battuto contro il bordo del letto o del divano». Intervistato da un inviato di Repubblica nell'ufficio di polizia di Kunjah, l'uomo nega persino di aver confessato alcunché, anche se le autorità locali confermano che l'ammissione di colpa c'è stata. Sana sarebbe morta strangolata dal padre con una sciarpa, mentre il fratello le avrebbe messo una mano sulla bocca per non farla gridare. Mentendo a dispetto delle evidenze emerse dagli esami autoptici e dalle incongruenze palesi nella versione della famiglia, il padre di Sana ha inoltre giocato la carta del razzismo: i bresciani, dice, erano loro ostili. Le attività di Sana andavano così bene da suscitare l'invidia e il boicottaggio verso gli immigrati di successo, tant'è che, assicura il genitore, la ragazza alla fine si era convinta ad accettare i consigli della famiglia. Sarà pure un bigotto tradizionalista legato alle sue tradizioni più retrive, il signor Cheema, ma una cosa, qui, sembra averla imparata: se c'è qualche problema, la chiave del razzismo apre qualsiasi porta. Perché fare autocritica, quando si può comodamente dare la colpa alla cattiveria della società occidentale? La stessa comunità musulmana di Brescia, che pure finora aveva espresso parole di condanna ferma nei confronti dell'omicidio, arrivando a far diffondere per prima, dai suoi stessi rappresentanti, i risultati dell'autopsia che inchiodavano i parenti di Sana, ora comincia a virare verso un'ambiguità insopportabile. Ed ecco, quindi, che la manifestazione di domani pomeriggio sarà comunque «contro la violenza sulle donne», ma anche contro le «strumentalizzazioni». L'iniziativa è promossa da alcune compagne di classe di Sana del liceo De André e, appunto, dalla comunità pachistana locale. I dettagli dell'iniziativa saranno presentati oggi, in una conferenza stampa alla moschea di via Volta, dalle associazioni che gestiscono la moschea e il centro culturale islamico di viale Piave con l'associazione Pak Brescia. L'obiettivo, comunque, sarà quello di «esprimere il dolore e la più ferma condanna nei confronti dell'orribile omicidio della giovane bresciana, contro ogni forma di violenza nei confronti delle donne e per rifiutare qualsiasi generalizzazione e strumentalizzazione contro gli immigrati in generale e quelli di religione musulmana nello specifico». Già che ci siamo chiediamo pure più immigrazione, non si sa mai. Del resto si sa: in Italia, dove dicono che abbiamo un problema culturale col patriarcato che genera femminicidi, negli ultimi cinque anni si sono registrati 774 casi di omicidio di donne, una media di circa 150 all'anno. E sono, ovviamente, 774 morti di troppo, intendiamoci. Desta però più di qualche perplessità la velocità con cui, invece, il migliaio di «delitti d'onore» che avvengono ogni anno in Pakistan debbano essere derubricati a tragedie singole, episodiche, che, per carità, non riconducono a nessuna cultura, religione o ideologia. In Italia è il patriarcato a uccidere le donne. In Pakistan è il destino cinico e baro. O forse, come dice Ghulma, il bordo di un letto o di un divano.Adriano Scianca<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lecce-matrimonio-combinato-sri-lanka-2567972518.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="vene-tagliate-a-14-anni-per-le-nozze-combinate" data-post-id="2567972518" data-published-at="1774933570" data-use-pagination="False"> Vene tagliate a 14 anni per le nozze combinate Promessa sposa a 10 anni, matrimonio combinato in patria a 14, ratifica secondo le leggi italiane a 18: sembrava un destino già scritto, quello dell'adolescente di Lecce, originaria dello Sri Lanka, che ha deciso di tagliarsi le vene per sfuggire al copione che i suoi genitori avevano in mente per la sua vita. Il fatto è avvenuto un mese fa. La quattordicenne aveva confessato alla propria insegnante di essersi tagliata i polsi perché il papà le aveva tolto lo smartphone. Per quella confessione erano intervenuti i servizi sociali che avevano allontanato la ragazza dalla famiglia. Solo ora però la ragazzina ha avuto il coraggio di raccontare le vere ragioni di quel gesto: temeva un matrimonio combinato dal padre quando lei aveva appena 10 anni, secondo quanto scrive il Nuovo Quotidiano di Puglia. Il caso è ora all'esame del giudice del tribunale per i minorenni, Silvia Minerva, che dovrà decidere se convalidare o meno il provvedimento di allontanamento adottato dai servizi sociali, anche alla luce dei nuovi elementi emersi. Lo smartphone c'entrava, certamente, e così il pessimo rapporto con il padre, decisamente apprensivo e sospettoso nei confronti dei contatti intrattenuti dalla figlia con le sue amicizie italiane via social e via telefono. Ma quella che potrebbe sembrare una banale storia di incomprensione familiare legata all'adolescenza aveva in realtà a che fare con i progetti dei genitori nei confronti della ragazza, che in quest'ultima generavano un'ansia crescente. E, chissà, una volontà di ribellarsi all'imposizione che, agli occhi del padre, sembrava intollerabile. Già promessa sposa a 10 anni con un lontano parente della loro cerchia familiare, la quattordicenne avrebbe dovuto a breve ufficializzare le nozze imminenti con una festa in famiglia. Poi, probabilmente, sarebbe dovuta tornare nello Sri Lanka, dove contrarre l'unione secondo le leggi locali. Poi, a 18 anni, sarebbe forse tornata in Italia, per ratificare anche secondo il nostro diritto quel matrimonio mai voluto. Una pratica ancora molto diffusa, nel mondo, quella delle nozze combinate. E, con l'immigrazione, l'usanza è arrivata anche da noi. Un anno fa, era finita nelle cronache la notizia di una quindicenne egiziana, ma residente a Torino, che aveva contattato il numero dell'emergenza infanzia: «Vogliono farmi sposare un uomo di 10 anni più grande di me. Ho solo 15 anni. Non voglio. Non lo amo. Non lo conosco nemmeno. Mia madre ha detto che lascerò la scuola perché a una moglie l'istruzione non serve», aveva detto. L'uomo, dopo averla sposata, l'avrebbe portata in Egitto, in casa della suocera, dove sarebbe stata tenuta sotto controllo e al riparo da qualsiasi tentazione ribellistica. Anche lei, vedendo il vestito da sposa già pronto, aveva tentato il suicidio tagliandosi i polsi. Fabrizio La Rocca
(Imagoeconomica)
Erano convinti che a Palazzo Chigi sarebbe stato una docile marionetta nelle loro mani, una bella statuina da girare e raggirare con facilità.
La storia ha dimostrato che si sbagliavano e il primo a fare la sgradita scoperta fu lo stesso Salvini, che nell’estate del 2019 decise di far cadere il governo e di invocare le elezioni anticipate per capitalizzare il 34% preso alle Europee. Purtroppo, l’allora ministro dell’Interno non aveva fatto i conti con le capacità camaleontiche di Conte il quale, abbandonati i toni felpati assunti fino ad allora, mostrò il suo vero volto. Con una ferocia inaspettata, il fu Avvocato del popolo attaccò Salvini nell’aula del Senato avendolo accanto. Tanta crudeltà nascondeva una giravolta già decisa, che consentì al professore di Volturara Appula di passare senza soluzione di continuità da un esecutivo spostato a destra, con la Lega, a uno spostato a sinistra, con il Pd. Ma sempre con lui premier.
Ecco, quella fu la prima volta in cui si capì che il vero caimano non era Silvio Berlusconi, a cui la stampa di sinistra aveva affibbiato il soprannome, ma Giuseppe Conte, uno con l’aria mite ma le mascelle d’acciaio, capaci di triturare qualsiasi avversario. Da alligatore voracissimo, in otto anni - tanti ne ha finora accumulati sulla scena politica - il Camaleconte ha ingoiato senza batter ciglio Luigi Di Maio e Davide Casaleggio, Alessandro Di Battista e Virginia Raggi, Danilo Toninelli e Vincenzo Spadafora e, da ultima, Chiara Appendino. Nell’elenco delle vittime del professore, cresciuto nelle grazie di Villa Nazareth, collegio vigilato dalla segreteria di Stato vaticana, non può certo essere dimenticato il fondatore dei 5 stelle, ovvero Beppe Grillo, che pur avendo provato a contrastare l’avanzata di Conte, alla fine ha dovuto ripiegare, costretto a lasciare campo largo all’ex premier.
Ecco, appunto, il campo largo. Da quando l’Anm ha sconfitto il governo sulla riforma della giustizia, l’avvocato di Volturara Appula sogna un ritorno trionfale a Palazzo Chigi. Prima ancora che gli altri leader di centrosinistra parlassero, lunedì scorso lui si era già preso la scena, convocando una conferenza stampa per commentare il risultato del referendum. Da allora, ed è passata una settimana, Conte non ha più smesso di dichiarare, passando dalle interviste ai talk show e viceversa, ma soprattutto aggiustando il tiro con una serie di capriole: non più contrario ad aiutare l’Ucraina e nemmeno più ostile alle regole europee, e magari, presto, pure non più a ostile Trump. In campagna elettorale prima ancora che siano indette le elezioni, Conte si è subito candidato alle primarie della coalizione, convinto che in un duello con Elly Schlein - ma anche con Silvia Salis, Ernesto Maria Ruffini e chiunque altro volesse sfidarlo - non ci sarebbe partita. Quelli che se ne intendono, in effetti, dicono che il Caimano a 5 stelle ingoierebbe tutti gli avversari. Prova ne sia che Matteo Renzi non soltanto si guarda bene dall’intralciargli la strada, ma addirittura si è affrettato a dire che non c’è alcuna preclusione nei confronti del leader pentastellato e le primarie per la sinistra sarebbero una benedizione.
Ma c’è chi va anche oltre. Paolo Mieli, ad esempio. L’ex direttore del Corriere ieri ha vergato un editoriale per suggerire a Elly Schlein di lasciare a Conte il ruolo di competitore contro Giorgia Meloni. L’ex premier avrebbe il vantaggio di essere già stato a Palazzo Chigi con una coalizione di cui faceva parte il Pd. «Cedendogli lo scettro eviterebbe una contesa insidiosa, dai probabili risvolti destabilizzanti», ha scritto l’inventore del cerchiobottismo. «Sarebbe una prova di saggezza da parte sua cedere il passo a un leader che ha 20 anni più di lei. Il futuro, ne siamo certi, la ripagherebbe». Non sono sicuro, al contrario di Mieli, che il futuro o Conte ripagherebbero il passo indietro. Però sono certo che gli italiani ricordano bene i guasti provocati dall’ex presidente del Consiglio, a cominciare dal reddito di cittadinanza per finire con il Superbonus. Ma ancor di più credo che abbiano memoria dei lockdown e della gestione dell’emergenza Covid, con l’Italia messa in stand by, i punti Primula di Domenico Arcuri, i banchi a rotelle, eccetera. Così come penso non abbiamo dimenticato i voltafaccia sulle misure anti migranti. Per questo mi viene spontanea una domanda: rimettereste il Paese nelle mani di costui?
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Il cancelliere tedesco Merz con il presidente siriano al-Sharaa (Getty Images)
È l’accordo che il governo tedesco ha raggiunto a Berlino, dove lo stesso Merz e il presidente della Repubblica, Frank-Walter Steinmeier, hanno ricevuto - tra proteste e malumori - il leader di Damasco. L’uomo che, deposta la scimitarra, ha cambiato anche nome: non è più il combattente Abu Muhammad al-Jolani, bensì il politico in giacca e cravatta Ahmad Husayn al-Sharaa.
È stato lui a coniare il neologismo che indica il rientro a casa volontario dei siriani: un modello che permetta loro, ha detto al-Sharaa, «di contribuire alla ricostruzione della loro patria senza dover abbandonare la vita stabile che si sono costruiti» in Germania. Per la verità, il principale contributo alla ricostruzione del Paese, reduce da anni di guerra civile, lo darà proprio la Germania: Merz ha accettato di stanziare, già quest’anno, 200 milioni per adeguare la rete idrica e ristrutturare gli ospedali siriani. È il prezzo da pagare per rispedire indietro gli immigrati che Angela Merkel, undici anni fa, aveva iniziato ad accogliere a braccia aperte, all’apice della crisi umanitaria in Medio Oriente.
Il 31 agosto 2015, dopo aver visitato un centro per rifugiati a Dresda, la cancelliera cristiano-democratica pronunciò una frase passata alla storia: «Wir schaffen das!», «Possiamo farcela!». Fu lo «Yes, we can!» con i crauti, pensato per convincere i cittadini ad accettare l’ingresso di 1 milione e 200.000 richiedenti asilo nel biennio 2015-2016, il 35-40% dei quali provenienti dalla Siria. Dietro l’afflato di carità, si celavano motivazioni ben più materialistiche: la Merkel aveva intravisto la possibilità di importare la manodopera a basso costo di cui l’industria tedesca aveva bisogno per rimanere competitiva sui mercati. Ma nel giro di pochi mesi, iniziarono i guai: la notte di Capodanno, i nuovi arrivati, in primis nordafricani e afgani, ringraziarono per l’ospitalità organizzando molestie e stupri di gruppo in varie città. Gli episodi più gravi avvennero a Colonia, ma aggressioni analoghe si verificarono pure altrove, da Amburgo a Stoccarda. Le autorità fecero di tutto per occultare la notizia, finendo per indignare ancora di più l’opinione pubblica.
In seguito, vennero le ondate di attentati e di assalti all’arma bianca, che costrinsero persino il socialdemocratico Olaf Scholz a un giro di vite: sospensione di Schengen, reintroduzione dei controlli ai confini, espulsione dei criminali anche in Paesi che si farebbe fatica a considerare sicuri, tipo l’Afghanistan. È la stessa strada battuta dal governo in carica di Cdu e Spd, che ha attivato un canale con Kabul e adesso, pur di mandar via i siriani, sdogana l’ex miliziano di Damasco. Reduce da trasferte di successo negli Stati Uniti di Trump e nella Francia di Emmanuel Macron.
Così, l’intesa di ieri completa il matricidio cristiano-democratico: Merz rinnega la Merkel. La quale, nel 2024, in occasione della presentazione della sua autobiografia, Libertà, insisteva: «Fu giusto accogliere quei rifugiati. Quale sarebbe stata l’alternativa? Respingere i profughi alle frontiere con gli idranti?». Intanto, rivendicava l’altra furbata tedesca: l’accordo da 6 miliardi di euro con la Turchia di Recep Erdogan, che consentì al Paese, una volta soddisfatte le richieste delle imprese, di chiudere le porte e scaricare sulle nazioni mediterranee barconi e naufragi. Un esempio che deve aver convinto Merz ad allentare i cordoni della borsa a beneficio del collega mediorientale.
Il cancelliere, ieri, ha dichiarato che «la maggior parte dei siriani desidera tornare nel proprio Paese». Tutto sta a instaurare anche lì uno «Stato di diritto» e garantire la tutela dei cittadini, «indipendentemente dalla loro religione, etnia o genere». A Berlino, però, hanno talmente fretta di sgomberare le strade dagli indesiderati, che sembrano disposti ad accontentarsi di impegni puramente verbali. Al-Sharaa ha giurato: «Vogliamo diventare uno Stato di istituzioni, in cui tutte le componenti della società possano vivere senza paura». «Tutte le minoranze», ha proclamato, «dovranno godere dei diritti». Nel frattempo, però, i cristiani continuano a essere oggetto di abusi.
Gli ultimi episodi si sono verificati, in questi giorni, ad Al-Suqaylabiyah, l’unico centro del governatorato di Hama a maggioranza greco-ortodossa. Una lite scoppiata per la vendita di alcolici in un negozio, che per gli islamici va proibita e che è stata già bandita quasi ovunque a Damasco, ha provocato pesanti rappresaglie: orde di giovani radicalizzati, a bordo di motociclette, hanno devastato vetrine, locali e una statua della Madonna, per poi aggredire e insultare ragazze cristiane. La comunità è stata costretta a celebrare in modo molto discreto la Domenica delle Palme. E i crimini restano impuniti. Ad Asia News, monsignor Jacques Mourad, arcivescovo siro-cattolico di Homs, ha riferito che, nella sua città, «quasi ogni giorno vi sono uccisioni», specie di alawiti. «Nessuno dice nulla o fa nulla per fermare questo circolo di vendetta», ha sospirato il prelato.
Sono le premesse adeguate per ordinare rimpatri di massa. In Germania esisterà Magistratura democratica?
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Ilaria Salis (Ansa)
Fratelli d’Italia porta il caso dentro le istituzioni europee. L’eurodeputato Stefano Cavedagna ha inviato una lettera urgente alla presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola. Il terreno è quello del rispetto delle regole interne. La premessa è che al controllo di polizia l’eurodeputata era in stanza con «un suo assistente parlamentare accreditato, il quale», scrive Cavedagna, «risulterebbe già condannato per reati connessi a episodi di attivismo violento». Il punto, invece, è questo: «La stretta vicinanza tra l’eurodeputata e l’assistente presente sul posto, alla luce dei presunti precedenti penali dello stesso, potrebbe sollevare dubbi sull’adeguatezza delle procedure di selezione, nonché su eventuali rapporti interpersonali particolarmente stretti o, quantomeno, inopportuni, stante che i deputati non possono assumere personale con il quale si è legati da relazioni stabili, coniugali o di convivenza».
L’assistente è Ivan Bonnin, segnalato nel 2014 per i picchetti del collettivo Hobo davanti agli ingressi dell’ateneo di Bologna e condannato a pagare una multa da 90.000 euro divisa in sei parti, tra studenti e ricercatori (15.000 euro a testa), con un decreto di condanna per interruzione di pubblico servizio e violenza privata. Cavedagna ricorda che «le linee guida prevedono la consegna di un estratto del casellario giudiziale non anteriore a sei mesi». Poi parte con le richieste: «La presidenza è a conoscenza dei fatti esposti? Com’è stato possibile procedere all’assunzione in apparente presenza di una condanna definitiva? Sono state rispettate le procedure di verifica? Il casellario giudiziale è stato effettivamente consegnato oppure ci sono state carenze nei controlli o anomalie nella documentazione presentata?». Infine l’esponente di Fdi chiede «se il contratto tra l’eurodeputata Salis e il suo assistente sia in ottemperanza» delle norme che regolano assunzioni e relazioni affettive, «dato che», rimarca Cavedagna, «è espressamente vietato assumere coniugi, conviventi e persone con cui si ha una relazione stabile». La vicecapogruppo di Fdi alla Camera, Elisabetta Gardini, parla di «intreccio inquietante»: «Le notizie emerse sul ruolo e sui precedenti dell’assistente dell’eurodeputata delineano un intreccio inquietante tra estremismo politico, incarichi pubblici e denaro dei contribuenti». Poi aggiunge: «È inaccettabile che soggetti con simili precedenti operino nelle istituzioni europee». Per il capogruppo alla Camera, Galeazzo Bignami, la Salis deve «chiarire» sul «suo collaboratore pregiudicato»: «Davvero ha assunto un personaggio che gli stessi giudici ritengono un violento?». La risposta della Salis arriva via radio, a Un giorno da pecora: «Bonnin ha un dottorato in Scienze politiche internazionali, quindi qualificato per svolgere l’incarico che gli ho affidato». Ma, evocando errori di gioventù, ammette: «Ha qualche piccolo precedente legato a manifestazioni, risalenti a più di dieci anni fa, in quanto faceva parte dei collettivi studenteschi». Infine tenta di rimandare la palla nel campo avversario: «Direi a Fdi di guardare prima in casa propria». Ma le critiche non si fermano. La Lega, con Gianluca Cantalamessa, chiede: «Salis faccia chiarezza sul suo assistente. Ha precedenti penali? Ha con lui una relazione? Affetti privati e incarichi pubblici non possono andare insieme. I soldi dei contribuenti non possono essere utilizzati per pagare il proprio partner. Se non è in grado di fare luce, si faccia da parte».
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Andrea Delmastro (Imagoeconomica)
Per il «Delma» le cose non si mettono bene. La Direzione distrettuale antimafia sospetta che l’ex sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro Delle Vedove, abbia agito come prestanome per il clan romano dei Senese, contribuendo a costruire una rete di attività formalmente regolari ma funzionali a ripulire capitali illeciti. Le cosiddette «lavatrici di soldi sporchi». Al centro dell’inchiesta c’è la Bisteccheria d’Italia, un ristorante in via Tuscolana a Roma che, secondo gli inquirenti, sarebbe stato utilizzato per riciclare il denaro riconducibile al clan guidato da Michele Senese, detto «o’ pazz». L’indagine coinvolge Miriam Caroccia, figlia di Mauro Caroccia, condannato a febbraio 2026 a quattro anni di carcere per intestazione fittizia di beni aggravata da favoreggiamento del clan Senese. Miriam è incensurata ed è amministratrice unica della società costituita a Biella il 16 dicembre 2024 insieme a Delmastro, che deteneva il 25%, e ad altri tre esponenti Fdi piemontesi che detenevano quote minoritarie. L’accusa è di aver «trasferito e reinvestito» nella società, soldi delle attività illecite del clan. Si ipotizzano i reati di riciclaggio e intestazione fittizia dei beni. Un’attività illecita aggravata dal fatto di averla «commessa al fine di agevolare l'associazione di stampo mafioso» del gruppo criminale. Nel mirino anche una cena alla Bisteccheria d’Italia alla quale avrebbero preso parte figure di vertice dell’amministrazione penitenziaria di cui Delmastro aveva le deleghe e del ministero della Giustizia.
Delmastro ha tentato frettolosamente e maldestramente di uscirne cedendo le sue quote prima a un’altra delle sue società (novembre 2025) e poi a un’altra socia, Donatella Pelle (febbraio 2026). La stessa Pelle aveva poi rimesso le quote alla socia di maggioranza, Miriam Caroccia, rendendo tutta la situazione ancor più sospetta.
Delmastro, che per questa storia è stato costretto alle dimissioni, ha sempre sostenuto di aver investito in buona fede, dichiarandosi ignaro di qualsiasi collegamento con ambienti criminali e sottolineando di essersi ritirato non appena sono emersi i primi dubbi. Anche l’avvocato Fabrizio Gallo, che assiste Mauro e Miriam Caroccia, respingono le accuse: «In quella società non c’erano soldi della camorra».
Ma il quadro delineato dagli inquirenti racconta una storia diversa. Secondo gli investigatori la Bisteccheria d’Italia, rappresenta l’evoluzione di un modello già noto: attività di ristorazione apparentemente ordinarie, con volumi d’affari sproporzionati rispetto alle dimensioni del locale, utilizzate per immettere nel circuito legale denaro di provenienza illecita. Un meccanismo che, negli anni, avrebbe consentito al clan Senese di riciclare enormi somme di denaro. Il caso ovviamente è diventato politico e istituzionale. Il leader del M5s, Giuseppe Conte, sbraita: «Meloni qual è la tua responsabilità politica? Te lo tieni nel partito? Vieni a riferire in Parlamento».
Ieri si è riunito l’ufficio di presidenza della commissione parlamentare Antimafia che ha approvato all’unanimità l’avvio di un ciclo di audizioni: della Procura di Roma, delle forze dell’ordine, del Dap, dell’Ucis, della scorta coinvolta e, ovviamente, dello stesso Delmastro. Entro questa settimana saranno sentiti dai pm della Dda di piazzale Clodio, Mauro Caroccia e la figlia Miriam. Domani si riunisce anche il comitato etico di Montecitorio, presieduto dal deputato di Fdi, Riccardo Zucconi. Tra i componenti dell’organismo c’è anche l’altra meloniana, Carolina Varchi, candidabile al posto di Delmastro. Se il comitato segnalerà la cattiva condotta dell’ex sottosegretario, spetterà al presidente della Camera, Lorenzo Fontana, leggere pubblicamente in aula una dichiarazione di censura nei suoi confronti. Un caso senza precedenti. Ma il caso ha ricadute anche in Piemonte. Ieri sera la vicepresidente della Regione, Elena Chiorino, coinvolta nell’affaire Delmastro, si è dimessa anche da assessore.
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