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2019-07-23
Le truppe leghiste sono pronte: «Se Salvini dà l’ordine si va tutti a casa»
Ansa
Ancora 24 ore e sapremo se il governo Lega-M5s, guidato da Giuseppe Conte, sarà archiviato. Domani alle 16.30 Conte andrà in Senato a riferire sull'affaire Savoini. Subito dopo, intervenendo dai banchi della Lega, Matteo Salvini potrebbe far calare il sipario sul governo. Le truppe sul territorio sono mobilitate da settimane, ma nelle ultime ore l'attività è diventata frenetica: si disegnano organigrammi, si discute di collegi. Il 34% della Lega alle Europee è stato il risultato per la maggior parte dell'appeal di Salvini, ma anche dell'impegno di una nuova classe dirigente che ora aspira a entrare in parlamento e al governo. Il «pressing» sul quartier generale è estenuante.
Venerdì scorso Giancarlo Giorgetti è salito al Quirinale: non per comunicare al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, il suo ritiro dalla corsa per la nomina a Commissario europeo, ma per anticipargli che la crisi è vicina, vicinissima. Venerdì scorso, il leader della Lega ha attaccato direttamente due ministri del M5s, Danilo Toninelli ed Elisabetta Trenta (ieri è toccato ad Alfonso Bonafede, seppure non esplicitamente) e poi ha fatto in modo che il premier Conte venisse pesantemente criticato - nell'ordine - dai governatori di Lombardia e Veneto, Attilio Fontana e Luca Zaia, sulle autonomie, e dai capigruppo alla Camera e al Senato, Riccardo Molinari e Massimiliano Romeo per la sua difesa di Toninelli e Trenta. Un percorso lineare, come fanno notare alla Verità autorevoli esponenti del Carroccio, che sottolineano come nessuno potrà accusare Salvini di aver fatto tutto da solo.
Tra la crisi e il voto a ottobre c'è solo un ostacolo: la tentazione del «partito di Mattarella» di trovare in Parlamento una maggioranza alternativa, partendo da Pd e M5s. Dario Franceschini, che di Mattarella è uno dei fedelissimi, ieri al Corriere della Sera ha detto che un'alleanza tra Pd e M5s potrebbe essere possibile, parlando delle prossime elezioni ma pensando anche a questa legislatura. «Conte non è Salvini», ha aggiunto Franceschini, mettendo il timbro sul fatto che ormai, nel M5s, Luigi Di Maio conta assai meno dell'attuale primo ministro, e che sarebbe Conte, se si andasse al voto a ottobre, il candidato del fronte antileghista.
C'è da star certi che Pd e M5s, insieme a Forza Italia, le tenteranno tutte per impedire a Salvini di correre alle elezioni e, probabilmente, trionfare in solitudine, come anticipato già alcune settimane fa dalla Verità: si registra infatti freddezza in casa Lega anche verso Giorgia Meloni, per le sue resistenze sull'autonomia e per gli appetiti politici dei suoi colonnelli, mentre con Forza Italia ogni discorso è chiuso.
Se la Lega andrà da sola, è il ragionamento, in nome del voto utile gli elettori di centrodestra sceglieranno in massa Salvini. Infine, il sospetto che il Russiagate sia un'arma per dissuadere Salvini dal far cadere il governo, facendogli prevedere una campagna elettorale tutta audio, foto e intercettazioni, si rafforza tra analisti e osservatori internazionali, secondo i quali i cosiddetti poteri forti preferiscono a Palazzo Chigi uno come Conte, ormai pienamente arruolato nell'establishment europeo, piuttosto che il leader del Carroccio con una super maggioranza leghista in Parlamento. Ma c'è un aspetto della vicenda tutt'altro che secondario. La proverbiale ritrosia dei parlamentari ad avallare scelte dei leader che portano a elezioni anticipate, stavolta ha un antidoto: il taglio di deputati e senatori. Far crollare tutto prima dell'approvazione definitiva della legge, darebbe una speranza anche ai peones più terrorizzati dall'idea di dire addio, dopo appena un anno, a velluti, arazzi e stipendioni.
«Stiamo al governo», ha ribadito ieri Salvini, «solo per fare le cose importanti. Se non riusciamo, andremo da soli ma non ci fermiamo. Non accettiamo un no, il governo passa dalle autonomie. Sono contento di quello che abbiamo fatto in questo ultimo anno ma ultimamente gli italiani hanno notato troppi no e coi no l'Italia non decolla. Sulla riforma della giustizia abbiamo letto una proposta troppo timida, non risolutiva da parte del M5s. C'è da dimezzare i tempi dei processi», ha aggiunto Salvini, «separare le carriere, selezionare in maniera diversa chi va a amministrare la giustizia. Non è il momento dell'arretramento, delle mezze misure, della timidezza Se penso ad andare a Palazzo Chigi senza le elezioni? No. Se andrò in aula a parlare del caso Russia? Mi occupo di vita reale: la vita reale è questa, l'antimafia, l'antidroga, l'anticamorra, l'antiracket, non le fantasie o film di spionaggio senza nessun fondamento concreto».
A chi gli ha chiesto se in caso di caduta del governo ipotizzi un governo tecnico, il leader del Carroccio ha risposto così: «Faccio quello che penso serva agli italiani, non ho secondi fini o pensieri negativi. Il presidente della Repubblica svolge un ruolo di garanzia, e su questo dubbi non ne ho. Non ho incontri in agenda con Luigi Di Maio. Per il futuro», ha sottolineato Salvini, «siamo nelle mani del buon Dio».
Carlo Tarallo
Ok alle alleanze e «mandato zero». I pentastellati cambiano pelle
Dopo le batoste amministrative ed europea e prima di una quasi crisi? Certo è che la grande «riorganizzazione del M5s» (cancellati i fallimentari meetup) annunciata dal leader Luigi Di Maio sembra un po' una prova tecnica per non trovarsi impreparato soprattutto a livello politico nazionale, non certo amministrativo, dove il «latte» è stato già versato. Per la verità, già all'indomani delle sconfitte elettorali erano state fatte alcune «aperture» ma ora sembra proprio iniziare una nuova fase costituente del Movimento 5 stelle, sempre più partito. E allora ecco l'annuncio sul Blog delle stelle di una riorganizzazione su base territoriale che poggia sulla sperimentazione del «mandato zero» per i consiglieri comunali e sull'alleanza con liste civiche e associazioni per le elezioni regionali e comunali.
Cos'è il mandato zero? «È un mandato, il primo, che non conta nella regola dei due mandati, cioè un mandato che non vale». Insomma, il nobile obiettivo riorganizzatore non è nel restare a casa dopo due mandati come decise il «padre fondatore» Roberto Casaleggio, ma «non disperdere l'esperienza che un consigliere matura e può portare in altri consessi: Regione, Parlamento, Europarlamento». Nel dettaglio, spiega il vicepremier agli iscritti perché, come sempre, prima di entrare in vigore le nuove norme saranno sottoposte alla piattaforma Rousseau, «il mandato zero varrà solo e soltanto per i consiglieri comunali e municipali, non per i sindaci, che gestiscono potere, e la regola dei due mandati è nata per non far gestire troppo potere in mani di poche persone per troppo tempo». In sostanza, dice Di Maio «Parliamo dei nostri eletti sul territorio, consiglieri comunali e di municipio, che portano avanti le battaglie spesso da soli, con decine di atti da studiare e da seguire. A seguito di questa grande riorganizzazione potremmo dargli più supporto legale e di esperti ma ora mi interessa non disperdere l'esperienza che un consigliere matura». Come sottolinea il numero uno del M5s, contestato da molti dei suoi dopo i flop elettorali, «questa regola del mandato zero per me è molto importante perché i nostri consiglieri comunali oggi rappresentano una parte di quell'esercito silenzioso che ogni giorno combatte e che merita di poter mettere a disposizione tutta questa esperienza portata avanti con querele subite, denunce continue, lavoro sul territorio con gettoni di presenza irrisori».
Altro passaggio importante sembra essere la fine del M5s «isolazionista» con l'apertura a liste civiche perché, scrive il capo politico pentastellato, «sono serbatoi di voti che nascono due mesi prima delle comunali o delle regionali e scompaiono il giorno dopo le elezioni comunali o regionali, ma se ci troviamo su un territorio in cui abbiamo lavorato fianco a fianco con un comitato, un'associazione, un movimento, per anni abbiamo lavorato insieme, ha senso secondo voi poi andare alle comunali e candidarci gli uni contro gli altri?» Di conseguenza il leader propone di «avviare delle sperimentazioni con associazioni e movimenti che conosciamo da sempre, dove siamo pronti». Nessuno escluso, dunque, neanche quelli di sinistra.
Tra le novità non manca neanche l'innesto di «nuove figure di coordinamento delle aree tematiche, denominate facilitatori», da affiancare a capi politici e probiviri.
Dopo l'illustrazione della nuova organizzazione, Di Maio lascia agli iscritti «votare in parti separate tutti i concetti che vi ho raccontato». L'assemblea degli iscritti è convocata virtualmente per il voto giovedì 25 luglio.
Sarina Biraghi
Conte, da Signor Nessuno a nuovo Aldo Moro
È lungo, molto lungo il passo da «Signor Nessuno» a grande statista, così com'è alto il gradino che porta un «Uomo senza qualità» a diventare un genio della politica. Ma a Giuseppe Conte, per la clamorosa trasformazione, sono bastati 14 mesi e soprattutto qualche mossa, apprezzata dai quotidiani e soprattutto da alcuni. Ci vorrebbe la profondità di un indagatore dell'anima come Franz Kafka, per descrivere la metamorfosi della grande stampa verso il presidente del Consiglio pro tempore…
Qualcuno ricorda come Conte era stato sbeffeggiato dalla Repubblica nel maggio 2018, dopo il suo modesto discorso d'insediamento a capo del governo? Mario Calabresi l'aveva sgretolato con uno sfottò al curaro: «Il fatto che sia un Signor Nessuno», aveva scritto Calabresi, «è una scelta ben precisa, utile a sottolineare che a Palazzo Chigi non ci sarà più un membro dell'élite ma un cittadino qualunque. Non importa che (…) non abbia nessuna esperienza politica, non conosca il Parlamento e i dossier europei. Nel nuovo mondo tutto ciò è titolo di merito e lo rende più credibile».
A rendere ancor più chiara la stroncatura, a nome del gruppo editoriale Gedi che fa capo agli eredi di Carlo De Benedetti, era stata Lucia Annunziata sulla Stampa, che del discorso di Conte aveva massacrato soprattutto la frase in cui il premier si proponeva come «avvocato del popolo». Non c'era andata lieve, l'Annunziata: «Conte dà voce alla aspirazione neomoderna della politica», aveva scritto, spiegando che «a ogni svolta ambiziosa della storia l'uomo che prende in mano i diritti dei cittadini fa la sua ricomparsa. Soprattutto negli Stati moderni: nella Rivoluzione francese, in età napoleonica (…). Compare in Locke e in Rousseau ma anche in Lenin». Insomma, il povero Conte non era solo un «quisque de populo», improvvisamente (e improvvidamente) catapultato al potere come capo di una banda di scriteriati, ma al tempo stesso un demagogo pericoloso, a metà strada tra Robespierre e Masaniello.
Bene. È bastato che Signor Nessuno spingesse il Movimento 5 stelle ad appoggiare la tedesca Ursula Von der Leyen alla presidenza della Commissione europea, e soprattutto che si mettesse di traverso bloccando le richieste della Lega di Matteo Salvini lasciando balenare la possibilità di un'intesa tra grillini e sinistra, ed ecco che per miracolo a Repubblica tutto è cambiato. Il 17 luglio Eugenio Scalfari ha accarezzato Conte con un affetto di cui nemmeno suo padre sarebbe capace: «È un avvocato e professore di vasta esperienza (…) un giurista laureato con lode (…) e ha dichiarato di essere stato un elettore della sinistra prima di avvicinarsi al M5s».
Già: perché ora Conte è «di sinistra», ed è questo che cambia la prospettiva. Una settimana fa, Scalfari aggiungeva che il premier «non è più un pupazzo manovrato dai due capi ballerini, Salvini e Luigi Di Maio, ma improvvisamente diventa il burattinaio». E quindi ora potrebbe «creare un'altra soluzione», ovviamente «subordinandola agli interessi generali del Paese»: cioè portare i grillini (magari affidati al leader che incarna la loro anima più rossa, Alessandro Di Battista) all'alleanza con il Pd di Nicola Zingaretti. Sopraffatto dall'entusiasmo, Scalfari arrivava addirittura ad accostare Conte e Aldo Moro: «Non è affatto escluso pensare che ripeta in qualche modo le idee di Moro», scriveva, «e comunque a me sembra che oggi sia l'uomo del giorno, e che possa creare un'Italia europea, degna di essere positivamente valutata dai suoi alleati».
Due giorni fa, nella sua articolessa domenicale, Scalfari ha fatto nuovamente capire che Conte è la sola speranza dell'Italia progressista. Per questo ha insistito con Moro, e con quella che continua a considerare la provvidenziale alleanza tra la Democrazia cristiana e il Partito comunista. Come tutti i poveri orfani del compromesso storico, oggi quel che resta della Repubblica spinge disperatamente per il compromesso tra Pd e grillini.
Ma anche al Corriere della Sera non la pensano tanto diversamente. Un anno fa, se possibile, in via Solferino avevano strapazzato Conte ancor peggio di Repubblica: «Per la prima volta nella storia, a Palazzo Chigi c'è al timone un uomo con un profilo da marziano», si leggeva nelle cronache. Un marziano opaco, per di più: «Il passato e i particolari privati della vita di Conte» aggiungevano al Corriere «sono protetti dalla sua lontananza politica e dal cordone dei colleghi giuristi che per rispetto istituzionale non parlano volentieri delle possibili malefatte del collega». Possibili malefatte, addirittura.
Nel suo editoriale di ieri, invece, l'ex direttore Paolo Mieli ha descritto un genio della politica contemporanea: «Conte con grande agilità ha preso le redini di un M5s in stato confusionale (…) e l'ha trascinato ponendosi in sintonia con il tradizionale establishment italiano, quello europeo, l'intero mondo economico e il Quirinale». E ha aggiunto che Conte («che una frettolosa vulgata di fine maggio descriveva come re in procinto di essere umiliato e detronizzato dal leader del Carroccio») ora «si ritrova in un Parlamento dove, leghisti a parte, praticamente non ha oppositori», e quindi può essere «il capo di un governo che, grazie alla maggioranza di ricambio, è in grado di mantenere la barra dritta». Insomma, per Mieli e per il Corriere l'unità nazionale è alle porte. Grazie al «compagno» Conte, che per certe anime belle della sinistra è quasi meglio di una versione aggiornata di Palmiro Togliatti. Finiranno per chiamarlo «Il Migliorissimo»?
Maurizio Tortorella
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Domani il premier riferirà in aula sui russi. Il Carroccio non esclude di calare il sipario e ripresentarsi alle elezioni da solo.Le amministrative portano novità: un giro in più agli eletti e apertura alle civiche.La stampa progressista lo ha sempre sbeffeggiato. Poi però lui ha aperto a sinistra, diventando uno statista.Lo speciale contiene tre articoli Ancora 24 ore e sapremo se il governo Lega-M5s, guidato da Giuseppe Conte, sarà archiviato. Domani alle 16.30 Conte andrà in Senato a riferire sull'affaire Savoini. Subito dopo, intervenendo dai banchi della Lega, Matteo Salvini potrebbe far calare il sipario sul governo. Le truppe sul territorio sono mobilitate da settimane, ma nelle ultime ore l'attività è diventata frenetica: si disegnano organigrammi, si discute di collegi. Il 34% della Lega alle Europee è stato il risultato per la maggior parte dell'appeal di Salvini, ma anche dell'impegno di una nuova classe dirigente che ora aspira a entrare in parlamento e al governo. Il «pressing» sul quartier generale è estenuante. Venerdì scorso Giancarlo Giorgetti è salito al Quirinale: non per comunicare al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, il suo ritiro dalla corsa per la nomina a Commissario europeo, ma per anticipargli che la crisi è vicina, vicinissima. Venerdì scorso, il leader della Lega ha attaccato direttamente due ministri del M5s, Danilo Toninelli ed Elisabetta Trenta (ieri è toccato ad Alfonso Bonafede, seppure non esplicitamente) e poi ha fatto in modo che il premier Conte venisse pesantemente criticato - nell'ordine - dai governatori di Lombardia e Veneto, Attilio Fontana e Luca Zaia, sulle autonomie, e dai capigruppo alla Camera e al Senato, Riccardo Molinari e Massimiliano Romeo per la sua difesa di Toninelli e Trenta. Un percorso lineare, come fanno notare alla Verità autorevoli esponenti del Carroccio, che sottolineano come nessuno potrà accusare Salvini di aver fatto tutto da solo.Tra la crisi e il voto a ottobre c'è solo un ostacolo: la tentazione del «partito di Mattarella» di trovare in Parlamento una maggioranza alternativa, partendo da Pd e M5s. Dario Franceschini, che di Mattarella è uno dei fedelissimi, ieri al Corriere della Sera ha detto che un'alleanza tra Pd e M5s potrebbe essere possibile, parlando delle prossime elezioni ma pensando anche a questa legislatura. «Conte non è Salvini», ha aggiunto Franceschini, mettendo il timbro sul fatto che ormai, nel M5s, Luigi Di Maio conta assai meno dell'attuale primo ministro, e che sarebbe Conte, se si andasse al voto a ottobre, il candidato del fronte antileghista. C'è da star certi che Pd e M5s, insieme a Forza Italia, le tenteranno tutte per impedire a Salvini di correre alle elezioni e, probabilmente, trionfare in solitudine, come anticipato già alcune settimane fa dalla Verità: si registra infatti freddezza in casa Lega anche verso Giorgia Meloni, per le sue resistenze sull'autonomia e per gli appetiti politici dei suoi colonnelli, mentre con Forza Italia ogni discorso è chiuso. Se la Lega andrà da sola, è il ragionamento, in nome del voto utile gli elettori di centrodestra sceglieranno in massa Salvini. Infine, il sospetto che il Russiagate sia un'arma per dissuadere Salvini dal far cadere il governo, facendogli prevedere una campagna elettorale tutta audio, foto e intercettazioni, si rafforza tra analisti e osservatori internazionali, secondo i quali i cosiddetti poteri forti preferiscono a Palazzo Chigi uno come Conte, ormai pienamente arruolato nell'establishment europeo, piuttosto che il leader del Carroccio con una super maggioranza leghista in Parlamento. Ma c'è un aspetto della vicenda tutt'altro che secondario. La proverbiale ritrosia dei parlamentari ad avallare scelte dei leader che portano a elezioni anticipate, stavolta ha un antidoto: il taglio di deputati e senatori. Far crollare tutto prima dell'approvazione definitiva della legge, darebbe una speranza anche ai peones più terrorizzati dall'idea di dire addio, dopo appena un anno, a velluti, arazzi e stipendioni. «Stiamo al governo», ha ribadito ieri Salvini, «solo per fare le cose importanti. Se non riusciamo, andremo da soli ma non ci fermiamo. Non accettiamo un no, il governo passa dalle autonomie. Sono contento di quello che abbiamo fatto in questo ultimo anno ma ultimamente gli italiani hanno notato troppi no e coi no l'Italia non decolla. Sulla riforma della giustizia abbiamo letto una proposta troppo timida, non risolutiva da parte del M5s. C'è da dimezzare i tempi dei processi», ha aggiunto Salvini, «separare le carriere, selezionare in maniera diversa chi va a amministrare la giustizia. Non è il momento dell'arretramento, delle mezze misure, della timidezza Se penso ad andare a Palazzo Chigi senza le elezioni? No. Se andrò in aula a parlare del caso Russia? Mi occupo di vita reale: la vita reale è questa, l'antimafia, l'antidroga, l'anticamorra, l'antiracket, non le fantasie o film di spionaggio senza nessun fondamento concreto». A chi gli ha chiesto se in caso di caduta del governo ipotizzi un governo tecnico, il leader del Carroccio ha risposto così: «Faccio quello che penso serva agli italiani, non ho secondi fini o pensieri negativi. Il presidente della Repubblica svolge un ruolo di garanzia, e su questo dubbi non ne ho. Non ho incontri in agenda con Luigi Di Maio. Per il futuro», ha sottolineato Salvini, «siamo nelle mani del buon Dio». Carlo Tarallo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/le-truppe-leghiste-sono-pronte-se-salvini-da-lordine-si-va-tutti-a-casa-2639307577.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ok-alle-alleanze-e-mandato-zero-i-pentastellati-cambiano-pelle" data-post-id="2639307577" data-published-at="1774155303" data-use-pagination="False"> Ok alle alleanze e «mandato zero». I pentastellati cambiano pelle Dopo le batoste amministrative ed europea e prima di una quasi crisi? Certo è che la grande «riorganizzazione del M5s» (cancellati i fallimentari meetup) annunciata dal leader Luigi Di Maio sembra un po' una prova tecnica per non trovarsi impreparato soprattutto a livello politico nazionale, non certo amministrativo, dove il «latte» è stato già versato. Per la verità, già all'indomani delle sconfitte elettorali erano state fatte alcune «aperture» ma ora sembra proprio iniziare una nuova fase costituente del Movimento 5 stelle, sempre più partito. E allora ecco l'annuncio sul Blog delle stelle di una riorganizzazione su base territoriale che poggia sulla sperimentazione del «mandato zero» per i consiglieri comunali e sull'alleanza con liste civiche e associazioni per le elezioni regionali e comunali. Cos'è il mandato zero? «È un mandato, il primo, che non conta nella regola dei due mandati, cioè un mandato che non vale». Insomma, il nobile obiettivo riorganizzatore non è nel restare a casa dopo due mandati come decise il «padre fondatore» Roberto Casaleggio, ma «non disperdere l'esperienza che un consigliere matura e può portare in altri consessi: Regione, Parlamento, Europarlamento». Nel dettaglio, spiega il vicepremier agli iscritti perché, come sempre, prima di entrare in vigore le nuove norme saranno sottoposte alla piattaforma Rousseau, «il mandato zero varrà solo e soltanto per i consiglieri comunali e municipali, non per i sindaci, che gestiscono potere, e la regola dei due mandati è nata per non far gestire troppo potere in mani di poche persone per troppo tempo». In sostanza, dice Di Maio «Parliamo dei nostri eletti sul territorio, consiglieri comunali e di municipio, che portano avanti le battaglie spesso da soli, con decine di atti da studiare e da seguire. A seguito di questa grande riorganizzazione potremmo dargli più supporto legale e di esperti ma ora mi interessa non disperdere l'esperienza che un consigliere matura». Come sottolinea il numero uno del M5s, contestato da molti dei suoi dopo i flop elettorali, «questa regola del mandato zero per me è molto importante perché i nostri consiglieri comunali oggi rappresentano una parte di quell'esercito silenzioso che ogni giorno combatte e che merita di poter mettere a disposizione tutta questa esperienza portata avanti con querele subite, denunce continue, lavoro sul territorio con gettoni di presenza irrisori». Altro passaggio importante sembra essere la fine del M5s «isolazionista» con l'apertura a liste civiche perché, scrive il capo politico pentastellato, «sono serbatoi di voti che nascono due mesi prima delle comunali o delle regionali e scompaiono il giorno dopo le elezioni comunali o regionali, ma se ci troviamo su un territorio in cui abbiamo lavorato fianco a fianco con un comitato, un'associazione, un movimento, per anni abbiamo lavorato insieme, ha senso secondo voi poi andare alle comunali e candidarci gli uni contro gli altri?» Di conseguenza il leader propone di «avviare delle sperimentazioni con associazioni e movimenti che conosciamo da sempre, dove siamo pronti». Nessuno escluso, dunque, neanche quelli di sinistra. Tra le novità non manca neanche l'innesto di «nuove figure di coordinamento delle aree tematiche, denominate facilitatori», da affiancare a capi politici e probiviri. Dopo l'illustrazione della nuova organizzazione, Di Maio lascia agli iscritti «votare in parti separate tutti i concetti che vi ho raccontato». L'assemblea degli iscritti è convocata virtualmente per il voto giovedì 25 luglio. Sarina Biraghi <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/le-truppe-leghiste-sono-pronte-se-salvini-da-lordine-si-va-tutti-a-casa-2639307577.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="conte-da-signor-nessuno-a-nuovo-aldo-moro" data-post-id="2639307577" data-published-at="1774155303" data-use-pagination="False"> Conte, da Signor Nessuno a nuovo Aldo Moro È lungo, molto lungo il passo da «Signor Nessuno» a grande statista, così com'è alto il gradino che porta un «Uomo senza qualità» a diventare un genio della politica. Ma a Giuseppe Conte, per la clamorosa trasformazione, sono bastati 14 mesi e soprattutto qualche mossa, apprezzata dai quotidiani e soprattutto da alcuni. Ci vorrebbe la profondità di un indagatore dell'anima come Franz Kafka, per descrivere la metamorfosi della grande stampa verso il presidente del Consiglio pro tempore… Qualcuno ricorda come Conte era stato sbeffeggiato dalla Repubblica nel maggio 2018, dopo il suo modesto discorso d'insediamento a capo del governo? Mario Calabresi l'aveva sgretolato con uno sfottò al curaro: «Il fatto che sia un Signor Nessuno», aveva scritto Calabresi, «è una scelta ben precisa, utile a sottolineare che a Palazzo Chigi non ci sarà più un membro dell'élite ma un cittadino qualunque. Non importa che (…) non abbia nessuna esperienza politica, non conosca il Parlamento e i dossier europei. Nel nuovo mondo tutto ciò è titolo di merito e lo rende più credibile». A rendere ancor più chiara la stroncatura, a nome del gruppo editoriale Gedi che fa capo agli eredi di Carlo De Benedetti, era stata Lucia Annunziata sulla Stampa, che del discorso di Conte aveva massacrato soprattutto la frase in cui il premier si proponeva come «avvocato del popolo». Non c'era andata lieve, l'Annunziata: «Conte dà voce alla aspirazione neomoderna della politica», aveva scritto, spiegando che «a ogni svolta ambiziosa della storia l'uomo che prende in mano i diritti dei cittadini fa la sua ricomparsa. Soprattutto negli Stati moderni: nella Rivoluzione francese, in età napoleonica (…). Compare in Locke e in Rousseau ma anche in Lenin». Insomma, il povero Conte non era solo un «quisque de populo», improvvisamente (e improvvidamente) catapultato al potere come capo di una banda di scriteriati, ma al tempo stesso un demagogo pericoloso, a metà strada tra Robespierre e Masaniello. Bene. È bastato che Signor Nessuno spingesse il Movimento 5 stelle ad appoggiare la tedesca Ursula Von der Leyen alla presidenza della Commissione europea, e soprattutto che si mettesse di traverso bloccando le richieste della Lega di Matteo Salvini lasciando balenare la possibilità di un'intesa tra grillini e sinistra, ed ecco che per miracolo a Repubblica tutto è cambiato. Il 17 luglio Eugenio Scalfari ha accarezzato Conte con un affetto di cui nemmeno suo padre sarebbe capace: «È un avvocato e professore di vasta esperienza (…) un giurista laureato con lode (…) e ha dichiarato di essere stato un elettore della sinistra prima di avvicinarsi al M5s». Già: perché ora Conte è «di sinistra», ed è questo che cambia la prospettiva. Una settimana fa, Scalfari aggiungeva che il premier «non è più un pupazzo manovrato dai due capi ballerini, Salvini e Luigi Di Maio, ma improvvisamente diventa il burattinaio». E quindi ora potrebbe «creare un'altra soluzione», ovviamente «subordinandola agli interessi generali del Paese»: cioè portare i grillini (magari affidati al leader che incarna la loro anima più rossa, Alessandro Di Battista) all'alleanza con il Pd di Nicola Zingaretti. Sopraffatto dall'entusiasmo, Scalfari arrivava addirittura ad accostare Conte e Aldo Moro: «Non è affatto escluso pensare che ripeta in qualche modo le idee di Moro», scriveva, «e comunque a me sembra che oggi sia l'uomo del giorno, e che possa creare un'Italia europea, degna di essere positivamente valutata dai suoi alleati». Due giorni fa, nella sua articolessa domenicale, Scalfari ha fatto nuovamente capire che Conte è la sola speranza dell'Italia progressista. Per questo ha insistito con Moro, e con quella che continua a considerare la provvidenziale alleanza tra la Democrazia cristiana e il Partito comunista. Come tutti i poveri orfani del compromesso storico, oggi quel che resta della Repubblica spinge disperatamente per il compromesso tra Pd e grillini. Ma anche al Corriere della Sera non la pensano tanto diversamente. Un anno fa, se possibile, in via Solferino avevano strapazzato Conte ancor peggio di Repubblica: «Per la prima volta nella storia, a Palazzo Chigi c'è al timone un uomo con un profilo da marziano», si leggeva nelle cronache. Un marziano opaco, per di più: «Il passato e i particolari privati della vita di Conte» aggiungevano al Corriere «sono protetti dalla sua lontananza politica e dal cordone dei colleghi giuristi che per rispetto istituzionale non parlano volentieri delle possibili malefatte del collega». Possibili malefatte, addirittura. Nel suo editoriale di ieri, invece, l'ex direttore Paolo Mieli ha descritto un genio della politica contemporanea: «Conte con grande agilità ha preso le redini di un M5s in stato confusionale (…) e l'ha trascinato ponendosi in sintonia con il tradizionale establishment italiano, quello europeo, l'intero mondo economico e il Quirinale». E ha aggiunto che Conte («che una frettolosa vulgata di fine maggio descriveva come re in procinto di essere umiliato e detronizzato dal leader del Carroccio») ora «si ritrova in un Parlamento dove, leghisti a parte, praticamente non ha oppositori», e quindi può essere «il capo di un governo che, grazie alla maggioranza di ricambio, è in grado di mantenere la barra dritta». Insomma, per Mieli e per il Corriere l'unità nazionale è alle porte. Grazie al «compagno» Conte, che per certe anime belle della sinistra è quasi meglio di una versione aggiornata di Palmiro Togliatti. Finiranno per chiamarlo «Il Migliorissimo»? Maurizio Tortorella
Piercamillo Davigo (Imagoeconomica)
Quest’ultimo ha alle spalle una lunga carriera da pubblico ministero e, per ricordare le principali inchieste, è sufficiente citare le indagini sul movimento No Tav e quelle sulla tragedia di piazza San Carlo, a Torino, dove morirono tre persone e 1.600 rimasero ferite. Oltre a questo di lui si sa poco, ma del suo avversario invece si sa molto, perché per oltre 30 anni ha incarnato l’immagine di un giustizialismo senza confini e, talvolta, anche senza ragioni. Piercavillo, così lo soprannominarono i cronisti nell’epoca di Tangentopoli, era uno dei quattro moschettieri di Mani Pulite che si opposero al decreto Biondi: Antonio Di Pietro, Gherardo Colombo, Francesco Greco e lui. Tutti uniti contro la limitazione della carcerazione preventiva. A Davigo il Pool aveva affidato il compito di trovare la formulazione corretta per motivare le imputazioni da rivolgere agli indagati. E di questo suo ruolo di fine accusatore, l’ex pm per anni si è fatto vanto, diventando un testimonial delle Procure in molti talk show. Un eloquio da giurista e uno sproloquio da novello Torquemada.
Restano famose alcune sue frasi. La più celebre è la promessa che pronunciò all’inizio dell’inchiesta milanese: «Rivolteremo l’Italia come un calzino». E che cosa intendesse con quel proponimento lo si capì dopo poco, quando aggiunse: «Non esistono innocenti, esistono solo colpevoli non ancora scoperti». Le massime di Davigo pronunciate in maniera perentoria davanti alle telecamere erano sentenze inappellabili: «Non abbiamo eliminato la corruzione», disse qualche anno dopo: «abbiamo solo selezionato la specie». E tanto per far capire come fosse cambiato il Paese, aggiunse: «I politici non hanno smesso di rubare, hanno smesso di vergognarsi». E a proposito dell’immagine da lui percepita dell’Italia, spiegò: «Non ci sono troppi prigionieri, ci sono troppo poche prigioni». Insomma, più che una Repubblica fondata sul lavoro, una nazione che si regge sul furto, sull’abuso e la corruzione.
In questo furore giustizialista però, a un certo punto Davigo è incespicato. È accaduto quando, lasciata la Procura e raggiunta la Cassazione, decise di intraprendere anche la carriera di sindacalista delle toghe, fondando una corrente e poi addirittura facendosi eleggere segretario dell’Anm, l’associazione di categoria, una scelta che lo portò anche a farsi nominare nel Consiglio superiore della magistratura. Ecco, questo è stato l’ultimo atto del Grande accusatore, perché giunto alla fine della carriera e alle soglie della pensione è incappato in un guaio. Nel 2020, il pm di Milano Paolo Storari gli consegnò gli atti di un’indagine su una presunta loggia massonica denominata Ungheria. Non si sa che fine fecero quelle carte, ma una manina le recapitò, invece che davanti a un giudice, alla redazione del Fatto quotidiano. Risultato, l’uomo che voleva rivoltare l’Italia come un calzino e teorizzava l’inesistenza di innocenti ma solo di colpevoli ancora non scoperti, è stato condannato a un anno e tre mesi di reclusione per rivelazione del segreto d’ufficio, sentenza confermata in secondo grado e pure in Cassazione, dove addirittura per ricorso pretestuoso l’ex pm è stato costretto a pagare una multa, oltre a dover risarcire un collega con 20.000 euro.
Ecco, lui venerdì sera a Milano ha rappresentato i sostenitori del No alla riforma. Il personaggio perfetto per smentire la tesi di Nicola Gratteri, il quale per giustificare il suo sostegno alla campagna contro la separazione delle carriere ha detto che condannati e massoni avrebbero votato Sì. Ma il Davigo condannato è testimonial del No. E, a quanto pare, anche altri pregiudicati.
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Asaad al-Shaibani, ministro degli Esteri siriano (Ansa)
Nel luglio scorso Tel Aviv aveva ripetutamente colpito il Sud della nazione confinante e diversi obiettivi nella capitale Damasco, prendendo per la prima volta le difese dei drusi, un gruppo etno-religioso che vive in Siria, Libano, Giordania e anche in Israele. I drusi israeliani sono parte integrante della società e prestano servizio nell’esercito, con un battaglione dedicato. Sono cittadini perfettamente inseriti e come i loro fratelli oltre frontiera non hanno nessuna rivendicazione territoriale o nazionalista. In Siria però tutte le minoranze sono sotto attacco da quando Ahmad al Shara ha preso il potere abbattendo il regime di Bashar al Assad. Prima gli alawiti, colpevoli di essere ancora fedeli alla famiglia Assad, poi i drusi, contro i quali sono stati usati i beduini del deserto e anche la minoranza cristiana, ridotta ad un quinto della popolazione originaria, vive nella preoccupazione. Asaad al Shaibani è il ministro degli Esteri di Damasco da quando gli ex miliziani di al Qaeda hanno preso il potere. Vecchio sodale e compagno d’armi dell’attuale presidente, al Shaibani ha cercato di cambiare la politica estera della sua nazione aprendo ai Paesi del Golfo, alla Turchia, visitando Russia e Cina e creando un canale anche con Israele.
Ministro al Shaibani, Israele ha attaccato ancora una volta il Sud della Siria, accusando l’esercito nazionale di aver ucciso alcuni membri della minoranza drusa.
«Il governo siriano si è impegnato a difendere tutte le minoranze che compongono il mosaico della nostra nazione. I fatti avvenuti con gli alawiti erano giustificati perché stavano organizzando un colpo di Stato, mentre con i drusi, gli armeni, i circassi e i cristiani vogliamo convivere pacificamente. Nella scorsa estate la violenza è scoppiata per questioni di pascolo con alcune tribù beduine ed è falso che l’esercito li avesse armati per uccidere i drusi. Oggi la situazione è sotto controllo e Israele deve cessare immediatamente ogni tipo di attacco. L’aggressione israeliana è in flagrante violazione del diritto internazionale e della sovranità siriana».
Una milizia drusa indipendente ha parlato di nove morti, arresti e addirittura di rapimenti, accusando le forze armate di Damasco.
«Si tratta di propaganda fatta da chi ha soltanto interesse a spaccare la Siria. Questi sedicenti miliziani sono dei criminali senza nessuna credibilità e lo dimostra il fatto che nessun leader druso ha appoggiato le loro dichiarazioni. Stiamo ricostruendo il paese dopo decenni di dittatura e in troppi hanno interessi a dividerci per mantenerci deboli».
A luglio scorso ha avuto un incontro con alcuni funzionari israeliani, mediato dall’inviato speciale di Washington Tom Barrack. Quali sono i rapporti con Tel Aviv oggi?
«Il meeting serviva ad aprire una trattativa per pacificare il confine meridionale, ma gli equilibri restano estremamente precari. In Israele c’è chi non crede alla buona fede del nostro governo, ma noi siamo disposti a parlare anche delle alture del Golan, una questione che rimane in sospeso dal 1967».
In molti dicono che la vostra politica estera sia mediata dalla Turchia che ha enormi interessi in Siria
«La Turchia è una nazione amica che ha accettato di addestrare le nostre forze armate. Ankara ha il secondo esercito più grande della Nato e una grande esperienza militare. Ma la Siria resta indipendente e sovrana, senza essere subalterna a nessuno. Non prendiamo ordini e confermo quello che ha detto l’ambasciatore Tom Barrack sul nostro coinvolgimento in Libano, nessuno ce lo ha chiesto e nessuno può imporcelo».
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Mario Fresa (Imagoeconomica)
Da parte sua il procuratore generale della Cassazione, Piero Gaeta, non aveva ritenuto necessario avviare l’azione disciplinare (che deve valutare anche il possibile vulnus all’immagine della magistratura, a prescindere dai risvolti penali), nonostante la controversa vicenda che coinvolgeva una donna ucraina che, dopo una serata passata in compagnia del magistrato, contemporaneamente amante e datore di lavoro, era stata trovata ferita sul lungomare di Fregene.
Le carte del procedimento aperto a Civitavecchia avevano registrato una vicenda con punti oscuri, che, però, non avevano portato al rinvio a giudizio di Fresa soprattutto per mancanza di denuncia. Alla fine l’uomo ha incassato 12 voti a favore e 7 contrari, mentre sei consiglieri si sono astenuti. All’epoca il togato del Csm Marco Bisogni aveva ammesso che la delibera lasciava «la porta aperta se dovessero esserci sviluppi». Mentre per la collega laica Isabella Bertolini aveva sottolineato che «su questa vicenda occorre una riflessione profonda».
silenzio d’attesa
Ieri nessuno dei consiglieri del Csm ha accettato di rilasciare dichiarazioni ufficiali sul caso per evitare accuse di violazione del silenzio elettorale connesso al referendum sulla riforma dell’ordinamento giudiziario. Ma, comunque, un paio di membri di Palazzo Bachelet ci hanno confessato che, subito dopo il voto di oggi e domani, chiederanno l’apertura di una pratica sulla complessa vicenda per capire se Fresa sia ancora in grado di svolgere con serenità il proprio lavoro.
Intanto prosegue la battaglia legale tra Fresa e l’ex coniuge, che chiameremo B.. La donna, di origine sudamericana, il 16 marzo, è stata convocata dai carabinieri per l’identificazione e la nomina del difensore in quanto indagata per inosservanza al provvedimento del giudice civile che ha prescritto l’affido condiviso del figlio. Infatti da luglio la signora sta provando a impedire all’uomo di vedere il bambino di sette anni, temendo, sostiene, per l’incolumità del piccolo. Ma, come vedremo, assistenti sociali e Tribunale non hanno ravvisato situazioni di pericolo.
L’estate scorsa il bambino era tornato da casa del padre con un bernoccolo. B., per questo, lo aveva portato al Pronto soccorso e, il 26 luglio, aveva presentato denuncia presso la stazione dei carabinieri. «Mio figlio mi ha raccontato che erano venuti degli agenti […] presso l’abitazione […] forse allertati dai vicini che avevano sentito il signor Fresa litigare con la signora N.. Il bambino gli era vicino mentre litigavano e, credo accidentalmente, ha ricevuto un forte colpo con il gomito dalla signora», fa mettere a verbale B.
Ma è lo stesso Fresa, in una chat con la moglie, sostanzialmente, ad ammettere il fatto, almeno in parte: «Ciao, ti tranquillizzo nel senso che» il bambino «non ha assistito ad alcuna colluttazione. Stava tranquillamente giocando con N. quando, accidentalmente, le ha dato una testata. N. a quel punto si è messa a urlare e i vicini hanno chiamato il 118. Hanno quindi constatato che» il piccolo «non aveva nulla e sono andati via. N. insisteva che si era fatta male, ma pure lei non aveva alcun segno. Anche il referto che leggo conferma che» il bambino «sta bene e non ha nulla».
Certo, non tutti i vicini chiamano la polizia o il 118 se nell’appartamento a fianco un ragazzino si scontra fortuitamente con una signora di cinquant’anni. Le urla di quest’ultima devono essere state davvero forti per indurre i vicini a chiamare i soccorsi e forse difficilmente spiegabili con la ricostruzione offerta da Fresa. Detto questo, i giudici devono avere creduto più al loro collega che all’ex moglie sudamericana, definita da Fresa, nota toga progressista, «straniera morta di fame».
Il gip di Roma, Giuseppe Boccarato, il 22 ottobre 2025, ha accolto la richiesta di archiviazione della pm Valentina Bifulco del procedimento nato dalla denuncia presentata da B. il 30 gennaio 2024 e delle integrazioni di querela del 22 febbraio e del 12 marzo 2024, evidenziando che, «escussa a sommarie informazioni testimoniali il 3 luglio 2024, S. B., già collaboratrice domestica di Fresa, dichiarava di non aver mai assistito a umiliazioni della querelante da parte dell’indagato ma, al contrario, di aver riscontrato l’esatto contrario», dal momento che sarebbe stata l’ex consorte «che dava fastidio al signor Fresa quotidianamente». Il gip ammetteva che «le 28 registrazioni effettuate dalla querelante nel corso di circa 4 anni» documentavano «il coinvolgimento del minore nelle dinamiche conflittuali che agitavano i genitori», ma sosteneva che «alcune frasi obiettivamente ingiuriose e denigratorie pronunciate da Fresa nei confronti» dell’ex moglie, «in alcune occasioni anche alla presenza del figlio o della collaboratrice domestica», non consentivano, «per la loro episodicità e per la valutazione resa dal consulente tecnico d’ufficio nel giudizio civile, di […] ricondurre le condotte nell’ambito dell’ipotesi delittuosa di maltrattamenti in famiglia».
Da parte sua, il giudice Francesca Cosentino della sezione famiglia del Tribunale civile della Capitale ha rigettato la richiesta di modifica delle condizioni della separazione avanzata da B. evidenziando come «non si ravvisino gli estremi per sospendere o limitare la frequentazione di Fresa con il figlio non riscontrandosi provati elementi di criticità tali da dover assumere un provvedimento di modifica delle statuizioni vigenti sul punto, anche considerando il ridimensionamento della vicenda per come si desume dalle stesse deduzioni della difesa» di B. «che chiedeva, in un secondo momento, di escludere solo i pernotti». Il giudice ha anche raccomandato ai genitori di «evitare di coinvolgere il figlio minore nelle dinamiche conflittuali, all’evidenza ancora esistenti tra loro» e a B. di osservare «le disposizioni stabilite nella sentenza di separazione». Che, però, la donna non avrebbe rispettato.
sesso con altre donne
L’ex moglie, però, non si è demoralizzata e il 30 gennaio è tornata alla carica con un’altra denuncia, convinta della pericolosità dell’ex marito, chiedendo ai magistrati di Roma di valutare una eventuale responsabilità penale di Fresa per «maltrattamenti, almeno sotto il profilo psicologico, in danno di un bambino» e ha denunciato «l’ambiente e le condizioni di vita che lo stesso Fresa ha creato e tollera nella sua abitazione di Roma, tali da porre a rischio lo sviluppo armonico e ordinato della personalità morale e psicologica» del bambino.
Nella querela, B. ricostruisce gli anni del matrimonio: «Sebbene Fresa abbia tenuto relazioni sessuali con altre donne, imponendomi una convivenza con esse nella stessa casa coniugale, malgrado le violenze fisiche e le ingiurie quotidiane, avrei continuato, soprattutto nell’interesse di nostro figlio, a sforzarmi di smussare gli spigoli del suo carattere, purtroppo facile ad esplosioni di violenza. Per questa ragione ho cooperato affinché fosse archiviata una prima denunzia per maltrattamenti». Il rapporto sarebbe stato definitivamente interrotto nel marzo del 2024 dopo l’amara constatazione che una donna «assunta come badante» sarebbe, in realtà, diventata la sua «concubina». B. ammette di avere valutato male l’ex marito: «Avrei dovuto da prima comprendere la sua distorta struttura psicologica sul piano strettamente sessuale dalla proposta, ripetuta, di un rapporto a tre con una escort convocata al bisogno». Fresa le avrebbe rivolto pressoché quotidianamente «espressioni offensive improntate a un disprezzo venato da superiorità razziale», minacciando anche di farla espellere dall’Italia, essendo lei una cittadina extracomunitaria «incapace di sostentamento autonomo».
B. si è dilungata anche sul rapporto tra Fresa e N., che avrebbe evitato di denunciare il compagno per il rapporto economico che la lega a lui, poiché percepirebbe «una retribuzione di oltre 2.000 euro mensili quale infermiera personale». Accuse gravi tutte da verificare. Nella denuncia, la donna riporta la presunta confidenza, raccolta de relato, di una baby sitter brasiliana che avrebbe stazionato a casa Fresa per pochi giorni, prima di darsela a gambe: «La donna aveva lasciato il lavoro dopo che Mario e N. si erano introdotti di notte nella sua stanza completamente nudi, proponendo un incontro a tre».
insulti alla docente
L’ex moglie ritiene significativi anche alcuni comportamenti tenuti da Fresa durante le sedute di psicoterapia famigliare previste nella sentenza di separazione. Durante uno degli incontri con una docente universitaria Fresa ha perso il controllo e, a voce alta, è sbottato: «Ma come lavora professoressa?». E accusandola di non sapere riconoscere gli atti, si è rivolto alla professionista in modo poco urbano: «Ma questa è una sentenza secondo lei?». La donna, giustamente, si inalbera: «Le chiedo di riparare rispetto a quello che mi ha detto altrimenti oggi chiudiamo e io relazionerò (il Tribunale, ndr) sul motivo per cui chiudiamo […] Lei mi ha detto che io non so lavorare».
Fresa si rimette a gridare: «A me lo dicono tutti i giorni che non so lavorare, però, c’è gente anche che mi ringrazia. Lo sa di che cosa mi sono occupato io oggi? Mi sono occupato di 47 minori stuprati dalle suore e adesso mi devo occupare anche di queste stupidaggini. E mi hanno anche ringraziato i padri e le madri perché li ho salvati dopo che la Chiesa per anni...». In teoria i pm della Cassazione non devono occuparsi di salvare nessuno, al massimo devono accogliere o respingere ricorsi e la notizia delle «suore stupratrici» non l’abbiamo trovata su nessun giornale. Ma forse abbiamo cercato male noi.
lo scontro
A questo punto Fresa si prende gioco della docente («È bravissima, è la migliore psicoterapeuta del mondo») e la specialista lo rimette al suo posto: «Non usi il sarcasmo con me che non me lo merito». Quindi chiede al magistrato di riconoscere «il grave errore». In un’altra seduta, Fresa fa ascoltare alla professoressa una registrazione realizzata durante un colloquio con il figlio in cui gli pone domande come queste: «Ti ha tolto il giocattolo per metterti in punizione, mamma?»; «Ma tu le hai detto che non avevi fatto niente, perché t’ha trattato così male, mamma?»; «Ma s’è arrabbiata, ti ha dato degli schiaffi, mamma?»; «Tu stai soffrendo molto in questi tempi, anche perché non vedi papà, stai soffrendo?». La psicoterapeuta prima le definisce «domande induttive», poi prova ad arginare il magistrato: «Oddio, guardi… glielo dico nel suo interesse… se lei fa sentire queste registrazioni…». L’uomo insiste e allora lei è costretta a fermarlo con risolutezza: «Basta… non voglio più sentire niente, le consiglio di far ascoltare (le registrazioni, ndr)» alla sua consulente tecnica di parte, «la quale le consiglierà di non farle sentire perché sono piene di domande induttive…». La professoressa suggerisce anche il parent training dove «un professionista dà informazioni ai genitori sulle conseguenze dei loro comportamenti», concedendo che anche «nelle migliori famiglie può capitare che non si osservi un confine giusto tra adulti e bambini». B. conclude: «Questa è una cosa grave nei confronti del bambino, e il papà lo sa essendo magistrato da 38 anni».
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Getty Images
Da quanto hanno confermato i militari del Comando Centrale delle Operazioni Usa (Centcom), il velivolo sarebbe stato agganciato da un missile terra-aria con sistema di ricerca a raggi infrarossi che ha puntato l’emissione di calore del motore. I missili di questo tipo, contrariamente a quelli a guida radar, non emettono alcuna radiazione «rilevabile» e a fare la differenza sono diversi aspetti: la posizione dell’aereo, la disponibilità di falsi bersagli a incandescenza (flares) e la capacità del pilota di accorgersi della minaccia ed evitarla. La riserva di flares poteva essere terminata per la missione compiuta e nell’analisi dell’accaduto che viene fatta a terra «scaricando» i dati di missione si comprenderà anche se l’F-35 avrebbe potuto essere avvistato e «scovato» nonostante sia un aereo a bassa visibilità radar. Magari dalle trasmissioni del sistema di bordo «Link-16», proprio uno di quelli che gli consentono di essere collegato a una rete informativa e che lo rendono temibile. Un missile a ricerca di calore esplode quando il bersaglio è in prossimità e non quando lo colpisce, così diventa plausibile la tesi che l’F-35 sia stato danneggiato ma non al punto da precipitare, né da farne perdere il controllo, riuscendo a rientrare in una base non specificata del Kuwait. Ma facendo i conti con il proprio stato (pare fosse ferito), con il carburante residuo e con l’avaria. Inizialmente le Guardie rivoluzionarie iraniane avevano diffuso il video di una telecamera a infrarossi che mostrava un F-35, un missile in avvicinamento e l’esplosione, ma la genuinità delle riprese è dubbia. Nell’ultimo fotogramma c’è una seconda traccia termica accanto al motore, ma tanto piccola da far pensare a una perdita di carburante. Una cosa è certa: talune difese antiaeree iraniane sono ancora attive dopo 20 giorni di guerra ed è interessante capire quale abbia preso di mira l’F-35. Da qui la deduzione che la Russia sia coinvolta, poiché la gamma di missili che avrebbero potuto usare è limitata. Se il caccia Usa si trovava a bassa quota e lento, gli iraniani avrebbero potuto usare un lanciatore spalleggiabile (Manpads); se invece si trovava ad alta quota sono noti altri sistemi: i missili anti-drone 358 o 359 come mostrerebbe il video, ma piccoli, lenti e con testate di piccole dimensioni. Ma poiché essi utilizzano un sistema di guida visiva simile a quello dei droni, è improbabile che abbiano intercettato quell’aereo. Se il video è falso e l’F-35 è stato colpito da un missile ad alta velocità, nell’arsenale Irgc ci sono vecchi sistemi di tipo Raad e Khordad, i missili S-300 e 400 o i Sam, tutti russi. Oltre allo spionaggio, a esportare informazioni e dettagli su come fare missili in grado di aggredire gli F-35 potrebbero essere stati i turchi. Ricordiamo che Trump, durante il suo primo mandato, li escluse dal programma mentre costruivano parte del motore e altre componenti, e dal quel momento in Turchia erano frequenti le visite di tecnici cinesi e russi. A oggi l’operazione Epic Fury ha comportato la perdita di tre F-15E abbattuti da fuoco amico; tre aerocisterne KC-135 Stratotanker (sei morti), due per una collisione in volo e una per un drone iraniano che l’ha colpita a terra. Oltre a questi, gli Usa hanno perso almeno sei droni, e a giustificare in parte tali perdite è il ritmo degli attacchi: 5.700 sortite da parte di Israele e 6.500 quelle degli Usa.
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