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2019-07-23
Le truppe leghiste sono pronte: «Se Salvini dà l’ordine si va tutti a casa»
Ansa
Ancora 24 ore e sapremo se il governo Lega-M5s, guidato da Giuseppe Conte, sarà archiviato. Domani alle 16.30 Conte andrà in Senato a riferire sull'affaire Savoini. Subito dopo, intervenendo dai banchi della Lega, Matteo Salvini potrebbe far calare il sipario sul governo. Le truppe sul territorio sono mobilitate da settimane, ma nelle ultime ore l'attività è diventata frenetica: si disegnano organigrammi, si discute di collegi. Il 34% della Lega alle Europee è stato il risultato per la maggior parte dell'appeal di Salvini, ma anche dell'impegno di una nuova classe dirigente che ora aspira a entrare in parlamento e al governo. Il «pressing» sul quartier generale è estenuante.
Venerdì scorso Giancarlo Giorgetti è salito al Quirinale: non per comunicare al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, il suo ritiro dalla corsa per la nomina a Commissario europeo, ma per anticipargli che la crisi è vicina, vicinissima. Venerdì scorso, il leader della Lega ha attaccato direttamente due ministri del M5s, Danilo Toninelli ed Elisabetta Trenta (ieri è toccato ad Alfonso Bonafede, seppure non esplicitamente) e poi ha fatto in modo che il premier Conte venisse pesantemente criticato - nell'ordine - dai governatori di Lombardia e Veneto, Attilio Fontana e Luca Zaia, sulle autonomie, e dai capigruppo alla Camera e al Senato, Riccardo Molinari e Massimiliano Romeo per la sua difesa di Toninelli e Trenta. Un percorso lineare, come fanno notare alla Verità autorevoli esponenti del Carroccio, che sottolineano come nessuno potrà accusare Salvini di aver fatto tutto da solo.
Tra la crisi e il voto a ottobre c'è solo un ostacolo: la tentazione del «partito di Mattarella» di trovare in Parlamento una maggioranza alternativa, partendo da Pd e M5s. Dario Franceschini, che di Mattarella è uno dei fedelissimi, ieri al Corriere della Sera ha detto che un'alleanza tra Pd e M5s potrebbe essere possibile, parlando delle prossime elezioni ma pensando anche a questa legislatura. «Conte non è Salvini», ha aggiunto Franceschini, mettendo il timbro sul fatto che ormai, nel M5s, Luigi Di Maio conta assai meno dell'attuale primo ministro, e che sarebbe Conte, se si andasse al voto a ottobre, il candidato del fronte antileghista.
C'è da star certi che Pd e M5s, insieme a Forza Italia, le tenteranno tutte per impedire a Salvini di correre alle elezioni e, probabilmente, trionfare in solitudine, come anticipato già alcune settimane fa dalla Verità: si registra infatti freddezza in casa Lega anche verso Giorgia Meloni, per le sue resistenze sull'autonomia e per gli appetiti politici dei suoi colonnelli, mentre con Forza Italia ogni discorso è chiuso.
Se la Lega andrà da sola, è il ragionamento, in nome del voto utile gli elettori di centrodestra sceglieranno in massa Salvini. Infine, il sospetto che il Russiagate sia un'arma per dissuadere Salvini dal far cadere il governo, facendogli prevedere una campagna elettorale tutta audio, foto e intercettazioni, si rafforza tra analisti e osservatori internazionali, secondo i quali i cosiddetti poteri forti preferiscono a Palazzo Chigi uno come Conte, ormai pienamente arruolato nell'establishment europeo, piuttosto che il leader del Carroccio con una super maggioranza leghista in Parlamento. Ma c'è un aspetto della vicenda tutt'altro che secondario. La proverbiale ritrosia dei parlamentari ad avallare scelte dei leader che portano a elezioni anticipate, stavolta ha un antidoto: il taglio di deputati e senatori. Far crollare tutto prima dell'approvazione definitiva della legge, darebbe una speranza anche ai peones più terrorizzati dall'idea di dire addio, dopo appena un anno, a velluti, arazzi e stipendioni.
«Stiamo al governo», ha ribadito ieri Salvini, «solo per fare le cose importanti. Se non riusciamo, andremo da soli ma non ci fermiamo. Non accettiamo un no, il governo passa dalle autonomie. Sono contento di quello che abbiamo fatto in questo ultimo anno ma ultimamente gli italiani hanno notato troppi no e coi no l'Italia non decolla. Sulla riforma della giustizia abbiamo letto una proposta troppo timida, non risolutiva da parte del M5s. C'è da dimezzare i tempi dei processi», ha aggiunto Salvini, «separare le carriere, selezionare in maniera diversa chi va a amministrare la giustizia. Non è il momento dell'arretramento, delle mezze misure, della timidezza Se penso ad andare a Palazzo Chigi senza le elezioni? No. Se andrò in aula a parlare del caso Russia? Mi occupo di vita reale: la vita reale è questa, l'antimafia, l'antidroga, l'anticamorra, l'antiracket, non le fantasie o film di spionaggio senza nessun fondamento concreto».
A chi gli ha chiesto se in caso di caduta del governo ipotizzi un governo tecnico, il leader del Carroccio ha risposto così: «Faccio quello che penso serva agli italiani, non ho secondi fini o pensieri negativi. Il presidente della Repubblica svolge un ruolo di garanzia, e su questo dubbi non ne ho. Non ho incontri in agenda con Luigi Di Maio. Per il futuro», ha sottolineato Salvini, «siamo nelle mani del buon Dio».
Carlo Tarallo
Ok alle alleanze e «mandato zero». I pentastellati cambiano pelle
Dopo le batoste amministrative ed europea e prima di una quasi crisi? Certo è che la grande «riorganizzazione del M5s» (cancellati i fallimentari meetup) annunciata dal leader Luigi Di Maio sembra un po' una prova tecnica per non trovarsi impreparato soprattutto a livello politico nazionale, non certo amministrativo, dove il «latte» è stato già versato. Per la verità, già all'indomani delle sconfitte elettorali erano state fatte alcune «aperture» ma ora sembra proprio iniziare una nuova fase costituente del Movimento 5 stelle, sempre più partito. E allora ecco l'annuncio sul Blog delle stelle di una riorganizzazione su base territoriale che poggia sulla sperimentazione del «mandato zero» per i consiglieri comunali e sull'alleanza con liste civiche e associazioni per le elezioni regionali e comunali.
Cos'è il mandato zero? «È un mandato, il primo, che non conta nella regola dei due mandati, cioè un mandato che non vale». Insomma, il nobile obiettivo riorganizzatore non è nel restare a casa dopo due mandati come decise il «padre fondatore» Roberto Casaleggio, ma «non disperdere l'esperienza che un consigliere matura e può portare in altri consessi: Regione, Parlamento, Europarlamento». Nel dettaglio, spiega il vicepremier agli iscritti perché, come sempre, prima di entrare in vigore le nuove norme saranno sottoposte alla piattaforma Rousseau, «il mandato zero varrà solo e soltanto per i consiglieri comunali e municipali, non per i sindaci, che gestiscono potere, e la regola dei due mandati è nata per non far gestire troppo potere in mani di poche persone per troppo tempo». In sostanza, dice Di Maio «Parliamo dei nostri eletti sul territorio, consiglieri comunali e di municipio, che portano avanti le battaglie spesso da soli, con decine di atti da studiare e da seguire. A seguito di questa grande riorganizzazione potremmo dargli più supporto legale e di esperti ma ora mi interessa non disperdere l'esperienza che un consigliere matura». Come sottolinea il numero uno del M5s, contestato da molti dei suoi dopo i flop elettorali, «questa regola del mandato zero per me è molto importante perché i nostri consiglieri comunali oggi rappresentano una parte di quell'esercito silenzioso che ogni giorno combatte e che merita di poter mettere a disposizione tutta questa esperienza portata avanti con querele subite, denunce continue, lavoro sul territorio con gettoni di presenza irrisori».
Altro passaggio importante sembra essere la fine del M5s «isolazionista» con l'apertura a liste civiche perché, scrive il capo politico pentastellato, «sono serbatoi di voti che nascono due mesi prima delle comunali o delle regionali e scompaiono il giorno dopo le elezioni comunali o regionali, ma se ci troviamo su un territorio in cui abbiamo lavorato fianco a fianco con un comitato, un'associazione, un movimento, per anni abbiamo lavorato insieme, ha senso secondo voi poi andare alle comunali e candidarci gli uni contro gli altri?» Di conseguenza il leader propone di «avviare delle sperimentazioni con associazioni e movimenti che conosciamo da sempre, dove siamo pronti». Nessuno escluso, dunque, neanche quelli di sinistra.
Tra le novità non manca neanche l'innesto di «nuove figure di coordinamento delle aree tematiche, denominate facilitatori», da affiancare a capi politici e probiviri.
Dopo l'illustrazione della nuova organizzazione, Di Maio lascia agli iscritti «votare in parti separate tutti i concetti che vi ho raccontato». L'assemblea degli iscritti è convocata virtualmente per il voto giovedì 25 luglio.
Sarina Biraghi
Conte, da Signor Nessuno a nuovo Aldo Moro
È lungo, molto lungo il passo da «Signor Nessuno» a grande statista, così com'è alto il gradino che porta un «Uomo senza qualità» a diventare un genio della politica. Ma a Giuseppe Conte, per la clamorosa trasformazione, sono bastati 14 mesi e soprattutto qualche mossa, apprezzata dai quotidiani e soprattutto da alcuni. Ci vorrebbe la profondità di un indagatore dell'anima come Franz Kafka, per descrivere la metamorfosi della grande stampa verso il presidente del Consiglio pro tempore…
Qualcuno ricorda come Conte era stato sbeffeggiato dalla Repubblica nel maggio 2018, dopo il suo modesto discorso d'insediamento a capo del governo? Mario Calabresi l'aveva sgretolato con uno sfottò al curaro: «Il fatto che sia un Signor Nessuno», aveva scritto Calabresi, «è una scelta ben precisa, utile a sottolineare che a Palazzo Chigi non ci sarà più un membro dell'élite ma un cittadino qualunque. Non importa che (…) non abbia nessuna esperienza politica, non conosca il Parlamento e i dossier europei. Nel nuovo mondo tutto ciò è titolo di merito e lo rende più credibile».
A rendere ancor più chiara la stroncatura, a nome del gruppo editoriale Gedi che fa capo agli eredi di Carlo De Benedetti, era stata Lucia Annunziata sulla Stampa, che del discorso di Conte aveva massacrato soprattutto la frase in cui il premier si proponeva come «avvocato del popolo». Non c'era andata lieve, l'Annunziata: «Conte dà voce alla aspirazione neomoderna della politica», aveva scritto, spiegando che «a ogni svolta ambiziosa della storia l'uomo che prende in mano i diritti dei cittadini fa la sua ricomparsa. Soprattutto negli Stati moderni: nella Rivoluzione francese, in età napoleonica (…). Compare in Locke e in Rousseau ma anche in Lenin». Insomma, il povero Conte non era solo un «quisque de populo», improvvisamente (e improvvidamente) catapultato al potere come capo di una banda di scriteriati, ma al tempo stesso un demagogo pericoloso, a metà strada tra Robespierre e Masaniello.
Bene. È bastato che Signor Nessuno spingesse il Movimento 5 stelle ad appoggiare la tedesca Ursula Von der Leyen alla presidenza della Commissione europea, e soprattutto che si mettesse di traverso bloccando le richieste della Lega di Matteo Salvini lasciando balenare la possibilità di un'intesa tra grillini e sinistra, ed ecco che per miracolo a Repubblica tutto è cambiato. Il 17 luglio Eugenio Scalfari ha accarezzato Conte con un affetto di cui nemmeno suo padre sarebbe capace: «È un avvocato e professore di vasta esperienza (…) un giurista laureato con lode (…) e ha dichiarato di essere stato un elettore della sinistra prima di avvicinarsi al M5s».
Già: perché ora Conte è «di sinistra», ed è questo che cambia la prospettiva. Una settimana fa, Scalfari aggiungeva che il premier «non è più un pupazzo manovrato dai due capi ballerini, Salvini e Luigi Di Maio, ma improvvisamente diventa il burattinaio». E quindi ora potrebbe «creare un'altra soluzione», ovviamente «subordinandola agli interessi generali del Paese»: cioè portare i grillini (magari affidati al leader che incarna la loro anima più rossa, Alessandro Di Battista) all'alleanza con il Pd di Nicola Zingaretti. Sopraffatto dall'entusiasmo, Scalfari arrivava addirittura ad accostare Conte e Aldo Moro: «Non è affatto escluso pensare che ripeta in qualche modo le idee di Moro», scriveva, «e comunque a me sembra che oggi sia l'uomo del giorno, e che possa creare un'Italia europea, degna di essere positivamente valutata dai suoi alleati».
Due giorni fa, nella sua articolessa domenicale, Scalfari ha fatto nuovamente capire che Conte è la sola speranza dell'Italia progressista. Per questo ha insistito con Moro, e con quella che continua a considerare la provvidenziale alleanza tra la Democrazia cristiana e il Partito comunista. Come tutti i poveri orfani del compromesso storico, oggi quel che resta della Repubblica spinge disperatamente per il compromesso tra Pd e grillini.
Ma anche al Corriere della Sera non la pensano tanto diversamente. Un anno fa, se possibile, in via Solferino avevano strapazzato Conte ancor peggio di Repubblica: «Per la prima volta nella storia, a Palazzo Chigi c'è al timone un uomo con un profilo da marziano», si leggeva nelle cronache. Un marziano opaco, per di più: «Il passato e i particolari privati della vita di Conte» aggiungevano al Corriere «sono protetti dalla sua lontananza politica e dal cordone dei colleghi giuristi che per rispetto istituzionale non parlano volentieri delle possibili malefatte del collega». Possibili malefatte, addirittura.
Nel suo editoriale di ieri, invece, l'ex direttore Paolo Mieli ha descritto un genio della politica contemporanea: «Conte con grande agilità ha preso le redini di un M5s in stato confusionale (…) e l'ha trascinato ponendosi in sintonia con il tradizionale establishment italiano, quello europeo, l'intero mondo economico e il Quirinale». E ha aggiunto che Conte («che una frettolosa vulgata di fine maggio descriveva come re in procinto di essere umiliato e detronizzato dal leader del Carroccio») ora «si ritrova in un Parlamento dove, leghisti a parte, praticamente non ha oppositori», e quindi può essere «il capo di un governo che, grazie alla maggioranza di ricambio, è in grado di mantenere la barra dritta». Insomma, per Mieli e per il Corriere l'unità nazionale è alle porte. Grazie al «compagno» Conte, che per certe anime belle della sinistra è quasi meglio di una versione aggiornata di Palmiro Togliatti. Finiranno per chiamarlo «Il Migliorissimo»?
Maurizio Tortorella
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Domani il premier riferirà in aula sui russi. Il Carroccio non esclude di calare il sipario e ripresentarsi alle elezioni da solo.Le amministrative portano novità: un giro in più agli eletti e apertura alle civiche.La stampa progressista lo ha sempre sbeffeggiato. Poi però lui ha aperto a sinistra, diventando uno statista.Lo speciale contiene tre articoli Ancora 24 ore e sapremo se il governo Lega-M5s, guidato da Giuseppe Conte, sarà archiviato. Domani alle 16.30 Conte andrà in Senato a riferire sull'affaire Savoini. Subito dopo, intervenendo dai banchi della Lega, Matteo Salvini potrebbe far calare il sipario sul governo. Le truppe sul territorio sono mobilitate da settimane, ma nelle ultime ore l'attività è diventata frenetica: si disegnano organigrammi, si discute di collegi. Il 34% della Lega alle Europee è stato il risultato per la maggior parte dell'appeal di Salvini, ma anche dell'impegno di una nuova classe dirigente che ora aspira a entrare in parlamento e al governo. Il «pressing» sul quartier generale è estenuante. Venerdì scorso Giancarlo Giorgetti è salito al Quirinale: non per comunicare al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, il suo ritiro dalla corsa per la nomina a Commissario europeo, ma per anticipargli che la crisi è vicina, vicinissima. Venerdì scorso, il leader della Lega ha attaccato direttamente due ministri del M5s, Danilo Toninelli ed Elisabetta Trenta (ieri è toccato ad Alfonso Bonafede, seppure non esplicitamente) e poi ha fatto in modo che il premier Conte venisse pesantemente criticato - nell'ordine - dai governatori di Lombardia e Veneto, Attilio Fontana e Luca Zaia, sulle autonomie, e dai capigruppo alla Camera e al Senato, Riccardo Molinari e Massimiliano Romeo per la sua difesa di Toninelli e Trenta. Un percorso lineare, come fanno notare alla Verità autorevoli esponenti del Carroccio, che sottolineano come nessuno potrà accusare Salvini di aver fatto tutto da solo.Tra la crisi e il voto a ottobre c'è solo un ostacolo: la tentazione del «partito di Mattarella» di trovare in Parlamento una maggioranza alternativa, partendo da Pd e M5s. Dario Franceschini, che di Mattarella è uno dei fedelissimi, ieri al Corriere della Sera ha detto che un'alleanza tra Pd e M5s potrebbe essere possibile, parlando delle prossime elezioni ma pensando anche a questa legislatura. «Conte non è Salvini», ha aggiunto Franceschini, mettendo il timbro sul fatto che ormai, nel M5s, Luigi Di Maio conta assai meno dell'attuale primo ministro, e che sarebbe Conte, se si andasse al voto a ottobre, il candidato del fronte antileghista. C'è da star certi che Pd e M5s, insieme a Forza Italia, le tenteranno tutte per impedire a Salvini di correre alle elezioni e, probabilmente, trionfare in solitudine, come anticipato già alcune settimane fa dalla Verità: si registra infatti freddezza in casa Lega anche verso Giorgia Meloni, per le sue resistenze sull'autonomia e per gli appetiti politici dei suoi colonnelli, mentre con Forza Italia ogni discorso è chiuso. Se la Lega andrà da sola, è il ragionamento, in nome del voto utile gli elettori di centrodestra sceglieranno in massa Salvini. Infine, il sospetto che il Russiagate sia un'arma per dissuadere Salvini dal far cadere il governo, facendogli prevedere una campagna elettorale tutta audio, foto e intercettazioni, si rafforza tra analisti e osservatori internazionali, secondo i quali i cosiddetti poteri forti preferiscono a Palazzo Chigi uno come Conte, ormai pienamente arruolato nell'establishment europeo, piuttosto che il leader del Carroccio con una super maggioranza leghista in Parlamento. Ma c'è un aspetto della vicenda tutt'altro che secondario. La proverbiale ritrosia dei parlamentari ad avallare scelte dei leader che portano a elezioni anticipate, stavolta ha un antidoto: il taglio di deputati e senatori. Far crollare tutto prima dell'approvazione definitiva della legge, darebbe una speranza anche ai peones più terrorizzati dall'idea di dire addio, dopo appena un anno, a velluti, arazzi e stipendioni. «Stiamo al governo», ha ribadito ieri Salvini, «solo per fare le cose importanti. Se non riusciamo, andremo da soli ma non ci fermiamo. Non accettiamo un no, il governo passa dalle autonomie. Sono contento di quello che abbiamo fatto in questo ultimo anno ma ultimamente gli italiani hanno notato troppi no e coi no l'Italia non decolla. Sulla riforma della giustizia abbiamo letto una proposta troppo timida, non risolutiva da parte del M5s. C'è da dimezzare i tempi dei processi», ha aggiunto Salvini, «separare le carriere, selezionare in maniera diversa chi va a amministrare la giustizia. Non è il momento dell'arretramento, delle mezze misure, della timidezza Se penso ad andare a Palazzo Chigi senza le elezioni? No. Se andrò in aula a parlare del caso Russia? Mi occupo di vita reale: la vita reale è questa, l'antimafia, l'antidroga, l'anticamorra, l'antiracket, non le fantasie o film di spionaggio senza nessun fondamento concreto». A chi gli ha chiesto se in caso di caduta del governo ipotizzi un governo tecnico, il leader del Carroccio ha risposto così: «Faccio quello che penso serva agli italiani, non ho secondi fini o pensieri negativi. Il presidente della Repubblica svolge un ruolo di garanzia, e su questo dubbi non ne ho. Non ho incontri in agenda con Luigi Di Maio. Per il futuro», ha sottolineato Salvini, «siamo nelle mani del buon Dio». Carlo Tarallo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/le-truppe-leghiste-sono-pronte-se-salvini-da-lordine-si-va-tutti-a-casa-2639307577.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ok-alle-alleanze-e-mandato-zero-i-pentastellati-cambiano-pelle" data-post-id="2639307577" data-published-at="1780568094" data-use-pagination="False"> Ok alle alleanze e «mandato zero». I pentastellati cambiano pelle Dopo le batoste amministrative ed europea e prima di una quasi crisi? Certo è che la grande «riorganizzazione del M5s» (cancellati i fallimentari meetup) annunciata dal leader Luigi Di Maio sembra un po' una prova tecnica per non trovarsi impreparato soprattutto a livello politico nazionale, non certo amministrativo, dove il «latte» è stato già versato. Per la verità, già all'indomani delle sconfitte elettorali erano state fatte alcune «aperture» ma ora sembra proprio iniziare una nuova fase costituente del Movimento 5 stelle, sempre più partito. E allora ecco l'annuncio sul Blog delle stelle di una riorganizzazione su base territoriale che poggia sulla sperimentazione del «mandato zero» per i consiglieri comunali e sull'alleanza con liste civiche e associazioni per le elezioni regionali e comunali. Cos'è il mandato zero? «È un mandato, il primo, che non conta nella regola dei due mandati, cioè un mandato che non vale». Insomma, il nobile obiettivo riorganizzatore non è nel restare a casa dopo due mandati come decise il «padre fondatore» Roberto Casaleggio, ma «non disperdere l'esperienza che un consigliere matura e può portare in altri consessi: Regione, Parlamento, Europarlamento». Nel dettaglio, spiega il vicepremier agli iscritti perché, come sempre, prima di entrare in vigore le nuove norme saranno sottoposte alla piattaforma Rousseau, «il mandato zero varrà solo e soltanto per i consiglieri comunali e municipali, non per i sindaci, che gestiscono potere, e la regola dei due mandati è nata per non far gestire troppo potere in mani di poche persone per troppo tempo». In sostanza, dice Di Maio «Parliamo dei nostri eletti sul territorio, consiglieri comunali e di municipio, che portano avanti le battaglie spesso da soli, con decine di atti da studiare e da seguire. A seguito di questa grande riorganizzazione potremmo dargli più supporto legale e di esperti ma ora mi interessa non disperdere l'esperienza che un consigliere matura». Come sottolinea il numero uno del M5s, contestato da molti dei suoi dopo i flop elettorali, «questa regola del mandato zero per me è molto importante perché i nostri consiglieri comunali oggi rappresentano una parte di quell'esercito silenzioso che ogni giorno combatte e che merita di poter mettere a disposizione tutta questa esperienza portata avanti con querele subite, denunce continue, lavoro sul territorio con gettoni di presenza irrisori». Altro passaggio importante sembra essere la fine del M5s «isolazionista» con l'apertura a liste civiche perché, scrive il capo politico pentastellato, «sono serbatoi di voti che nascono due mesi prima delle comunali o delle regionali e scompaiono il giorno dopo le elezioni comunali o regionali, ma se ci troviamo su un territorio in cui abbiamo lavorato fianco a fianco con un comitato, un'associazione, un movimento, per anni abbiamo lavorato insieme, ha senso secondo voi poi andare alle comunali e candidarci gli uni contro gli altri?» Di conseguenza il leader propone di «avviare delle sperimentazioni con associazioni e movimenti che conosciamo da sempre, dove siamo pronti». Nessuno escluso, dunque, neanche quelli di sinistra. Tra le novità non manca neanche l'innesto di «nuove figure di coordinamento delle aree tematiche, denominate facilitatori», da affiancare a capi politici e probiviri. Dopo l'illustrazione della nuova organizzazione, Di Maio lascia agli iscritti «votare in parti separate tutti i concetti che vi ho raccontato». L'assemblea degli iscritti è convocata virtualmente per il voto giovedì 25 luglio. Sarina Biraghi <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/le-truppe-leghiste-sono-pronte-se-salvini-da-lordine-si-va-tutti-a-casa-2639307577.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="conte-da-signor-nessuno-a-nuovo-aldo-moro" data-post-id="2639307577" data-published-at="1780568094" data-use-pagination="False"> Conte, da Signor Nessuno a nuovo Aldo Moro È lungo, molto lungo il passo da «Signor Nessuno» a grande statista, così com'è alto il gradino che porta un «Uomo senza qualità» a diventare un genio della politica. Ma a Giuseppe Conte, per la clamorosa trasformazione, sono bastati 14 mesi e soprattutto qualche mossa, apprezzata dai quotidiani e soprattutto da alcuni. Ci vorrebbe la profondità di un indagatore dell'anima come Franz Kafka, per descrivere la metamorfosi della grande stampa verso il presidente del Consiglio pro tempore… Qualcuno ricorda come Conte era stato sbeffeggiato dalla Repubblica nel maggio 2018, dopo il suo modesto discorso d'insediamento a capo del governo? Mario Calabresi l'aveva sgretolato con uno sfottò al curaro: «Il fatto che sia un Signor Nessuno», aveva scritto Calabresi, «è una scelta ben precisa, utile a sottolineare che a Palazzo Chigi non ci sarà più un membro dell'élite ma un cittadino qualunque. Non importa che (…) non abbia nessuna esperienza politica, non conosca il Parlamento e i dossier europei. Nel nuovo mondo tutto ciò è titolo di merito e lo rende più credibile». A rendere ancor più chiara la stroncatura, a nome del gruppo editoriale Gedi che fa capo agli eredi di Carlo De Benedetti, era stata Lucia Annunziata sulla Stampa, che del discorso di Conte aveva massacrato soprattutto la frase in cui il premier si proponeva come «avvocato del popolo». Non c'era andata lieve, l'Annunziata: «Conte dà voce alla aspirazione neomoderna della politica», aveva scritto, spiegando che «a ogni svolta ambiziosa della storia l'uomo che prende in mano i diritti dei cittadini fa la sua ricomparsa. Soprattutto negli Stati moderni: nella Rivoluzione francese, in età napoleonica (…). Compare in Locke e in Rousseau ma anche in Lenin». Insomma, il povero Conte non era solo un «quisque de populo», improvvisamente (e improvvidamente) catapultato al potere come capo di una banda di scriteriati, ma al tempo stesso un demagogo pericoloso, a metà strada tra Robespierre e Masaniello. Bene. È bastato che Signor Nessuno spingesse il Movimento 5 stelle ad appoggiare la tedesca Ursula Von der Leyen alla presidenza della Commissione europea, e soprattutto che si mettesse di traverso bloccando le richieste della Lega di Matteo Salvini lasciando balenare la possibilità di un'intesa tra grillini e sinistra, ed ecco che per miracolo a Repubblica tutto è cambiato. Il 17 luglio Eugenio Scalfari ha accarezzato Conte con un affetto di cui nemmeno suo padre sarebbe capace: «È un avvocato e professore di vasta esperienza (…) un giurista laureato con lode (…) e ha dichiarato di essere stato un elettore della sinistra prima di avvicinarsi al M5s». Già: perché ora Conte è «di sinistra», ed è questo che cambia la prospettiva. Una settimana fa, Scalfari aggiungeva che il premier «non è più un pupazzo manovrato dai due capi ballerini, Salvini e Luigi Di Maio, ma improvvisamente diventa il burattinaio». E quindi ora potrebbe «creare un'altra soluzione», ovviamente «subordinandola agli interessi generali del Paese»: cioè portare i grillini (magari affidati al leader che incarna la loro anima più rossa, Alessandro Di Battista) all'alleanza con il Pd di Nicola Zingaretti. Sopraffatto dall'entusiasmo, Scalfari arrivava addirittura ad accostare Conte e Aldo Moro: «Non è affatto escluso pensare che ripeta in qualche modo le idee di Moro», scriveva, «e comunque a me sembra che oggi sia l'uomo del giorno, e che possa creare un'Italia europea, degna di essere positivamente valutata dai suoi alleati». Due giorni fa, nella sua articolessa domenicale, Scalfari ha fatto nuovamente capire che Conte è la sola speranza dell'Italia progressista. Per questo ha insistito con Moro, e con quella che continua a considerare la provvidenziale alleanza tra la Democrazia cristiana e il Partito comunista. Come tutti i poveri orfani del compromesso storico, oggi quel che resta della Repubblica spinge disperatamente per il compromesso tra Pd e grillini. Ma anche al Corriere della Sera non la pensano tanto diversamente. Un anno fa, se possibile, in via Solferino avevano strapazzato Conte ancor peggio di Repubblica: «Per la prima volta nella storia, a Palazzo Chigi c'è al timone un uomo con un profilo da marziano», si leggeva nelle cronache. Un marziano opaco, per di più: «Il passato e i particolari privati della vita di Conte» aggiungevano al Corriere «sono protetti dalla sua lontananza politica e dal cordone dei colleghi giuristi che per rispetto istituzionale non parlano volentieri delle possibili malefatte del collega». Possibili malefatte, addirittura. Nel suo editoriale di ieri, invece, l'ex direttore Paolo Mieli ha descritto un genio della politica contemporanea: «Conte con grande agilità ha preso le redini di un M5s in stato confusionale (…) e l'ha trascinato ponendosi in sintonia con il tradizionale establishment italiano, quello europeo, l'intero mondo economico e il Quirinale». E ha aggiunto che Conte («che una frettolosa vulgata di fine maggio descriveva come re in procinto di essere umiliato e detronizzato dal leader del Carroccio») ora «si ritrova in un Parlamento dove, leghisti a parte, praticamente non ha oppositori», e quindi può essere «il capo di un governo che, grazie alla maggioranza di ricambio, è in grado di mantenere la barra dritta». Insomma, per Mieli e per il Corriere l'unità nazionale è alle porte. Grazie al «compagno» Conte, che per certe anime belle della sinistra è quasi meglio di una versione aggiornata di Palmiro Togliatti. Finiranno per chiamarlo «Il Migliorissimo»? Maurizio Tortorella
Ursula von der Leyen e Giorgia Meloni (Ansa)
Paletti che possono essere riassunti così: questi soldi (comunque debito, ricordiamolo) potranno essere spesi per investimenti in energie rinnovabili, ma non per interventi di «pronto soccorso», come ad esempio il taglio delle accise, che scade dopodomani, 6 giugno. Non è escluso tuttavia che il governo possa dare vita a qualche operazione di «maquillage» contabile, in modo da impegnare i fondi ricavati da questa nuova flessibilità in progetti già finanziati, e liberare così risorse per le esigenze immediate degli italiani.
È questa la strada che probabilmente verrà percorsa, come del resto si può intuire dalle parole di Giorgia Meloni: «La Commissione europea», commenta il presidente del Consiglio in un video diffuso ieri sera, «ha accolto la richiesta italiana di avere maggiore flessibilità di bilancio per affrontare la crisi energetica. Questo ci consentirà di spendere 14 miliardi di euro nei prossimi tre anni per mitigare l’impatto dell’aumento dei prezzi dell’energia che colpisce chiaramente le famiglie vulnerabili, le imprese energivore, che colpisce gli italiani. Nei giorni scorsi avevo scritto alla presidente Von der Leyen per affrontare la questione», aggiunge la Meloni, «e ribadire come in questa fase fosse prioritario consentire maggiore deficit non solo per le spese in sicurezza e difesa ma anche per gli interventi sul caro energia. È quindi un risultato estremamente importante, che in molti consideravano impossibile ma che abbiamo costruito con determinazione e pazienza che conferma la capacità dell’Italia di far valere i propri interessi e di proporre soluzioni efficaci e di buon senso all’intera Europa».
La novità è compresa nel pacchetto-primavera del Semestre europeo, presentato ieri. «Proponiamo una flessibilità fiscale limitata per affrontare le sfide della crisi energetica», spiega il commissario Ue all’Economia, Valdis Dombrovskis, «che consiste nell’estendere l’ambito di applicazione della Clausola nazionale di salvaguardia per la difesa, includendo anche misure che accelerino la transizione e l’uscita dalla dipendenza dai combustibili fossili. Nello specifico, proponiamo la possibilità di usare fino allo 0,3% del Pil all’anno nel 2026, 2027 e 2028 per misure che rafforzino la resilienza strutturale del sistema energetico con un limite cumulato pari allo 0,6% del Pil nell'arco dei 3 anni». Questi soldi potranno essere utilizzati per «misure volte a ridurre la nostra dipendenza dai combustibili fossili, come per esempio grandi progetti di investimento nelle reti elettriche, nel migliorare l’utilizzo delle rinnovabili, ma anche per sussidi per le famiglie e per le imprese, come ad esempio l’acquisto di veicoli elettrici o di sistemi di riscaldamento a migliore efficienza energetica, impianti solari, batterie per conservare l’energia elettrica». Quindi, niente taglio delle accise? «No. Questa flessibilità fiscale aggiuntiva», sottolinea ancora Dombrovskis, «che uno Stato può decidere se usare o meno, non copre le misure di sostegno che sovvenzionano l’uso di combustibili fossili, come ad esempio le riduzioni mirate delle accise. Stiamo affrontando uno shock dell’offerta, e non si può affrontare uno choc dell’offerta stimolando la domanda, perché se molti paesi lo facessero, ciò non farebbe altro che sostenere prezzi dell’energia più elevati per petrolio e gas, e di conseguenza, gli Stati membri spenderebbero molti soldi per un vantaggio limitato. La flessibilità sarà disponibile per le misure intraprese a partire da febbraio 2026».
«Sono soddisfatto», commenta il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, «perché la Commissione, impensabile fino a qualche mese fa, ha recepito le nostre proposte, frutto di un lavoro lungo, serio e riservato. Nel momento in cui verranno precisati i limiti di utilizzo il Mef si riserva di fare le proposte più mirate a tutela di imprese e famiglie. Naturalmente la valutazione deve essere fatta complessivamente e dovrà tener conto anche delle ultime stime fornite dalla Commissione e degli elementi contenuti nelle raccomandazioni della Commissione che testimoniano lo sforzo e la serietà della finanza pubblica italiana».
Ma c’è un altro capitolo: la stangata sugli immobili. «I valori catastali in Italia», sottolinea la Commissione europea nelle raccomandazioni per il nostro Paese, «non sono ancora stati sistematicamente avvicinati ai valori di mercato». Bruxelles evidenzia che le abitazioni principali sono esentate dalla tassazione «per quasi tutte le classi di proprietà», il che porta a «basse entrate derivanti dagli immobili a livello locale anche nelle città che affrontano problemi di accessibilità abitativa». Non solo: la Commissione evidenzia pure che «in circa un decimo delle province italiane i costi degli affitti rappresentano più di un terzo dei salari medi e la quota di edilizia sociale è bassa con un patrimonio abitativo pubblico limitato e liste d'attesa molto lunghe». Riflettori accesi anche «sull’elevata quota di abitazioni non occupate e la forte presenza di affitti a breve termine». Caustico il presidente di Confedilizia, Giorgio Spaziani Testa: «Sempre peggio. Le raccomandazioni all’Italia diffuse oggi dalla Commissione europea», scrive Spaziani Testa su X, «sembrano scritte da Ilaria Salis. Stavolta, nelle sue raccomandazioni all’Italia, non si è limitata a suggerire al nostro governo, a due settimane dal termine per il pagamento della patrimoniale sugli immobili da 22-23 miliardi di euro l’anno, di aumentare ulteriormente le tasse sulla casa. Ha fatto di più: ha messo esplicitamente in relazione l’esenzione dall’Imu della gran parte delle abitazioni principali con i problemi di accesso all’alloggio. Inoltre, ha collegato le difficoltà abitative al fatto che l’Italia sarebbe caratterizzata da un’elevata quota di abitazioni non occupate e da una “forte presenza” di affitti brevi. Si tratta di una lettura ideologica e che ignora la realtà italiana. Ancora una volta, si preferisce individuare nella proprietà privata il problema anziché riconoscerla come parte della soluzione».
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Donald Trump e Benjamin Netanyahu (Ansa)
Secondo i media della Repubblica islamica, le detonazioni sarebbero state causate da un’operazione militare americana contro infrastrutture presenti sull’isola. L’allarme si è rapidamente esteso ai Paesi del Golfo. Nel Bahrein sono risuonate le sirene d’allarme mentre le batterie antiaeree intercettavano i vettori diretti verso il Paese. In Kuwait si registra un morto e numerosi feriti. A rivendicare gli attacchi è stato il Corpo delle Guardie della rivoluzione islamica. I pasdaran hanno confermato il lancio di missili e droni contro obiettivi militari regionali, sostenendo di aver reagito a una precedente aggressione americana contro Qeshm. Il Comando centrale degli Stati Uniti ha spiegato che le sue forze sono intervenute per autodifesa dopo aver individuato preparativi offensivi iraniani contro interessi statunitensi e alleati della regione. Secondo la versione americana, nessuno dei missili lanciati da Teheran avrebbe raggiunto il bersaglio e diversi droni diretti contro il traffico commerciale nel Golfo sarebbero stati intercettati.
Ibrahim Rezaei, portavoce della Commissione per la Sicurezza nazionale del Parlamento iraniano, ha scritto sui social che «gli americani hanno dimostrato di capire meglio il linguaggio dei missili che quello dei diplomatici». Teheran ha inoltre accusato Kuwait e Bahrein di aver facilitato le operazioni statunitensi consentendo l’utilizzo delle proprie basi militari. Il ministero degli Esteri iraniano ha parlato di una «responsabilità diretta e chiara» dei due Paesi negli attacchi contro la Repubblica islamica. Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha dichiarato che le forze armate di Teheran stanno conducendo «azioni difensive» contro siti utilizzati dagli Stati Uniti per operazioni che, secondo l’Iran, minacciano il traffico marittimo civile e violano il cessate il fuoco. Sul fronte diplomatico, il segretario di Stato americano Marco Rubio ha rivelato alcuni segnali di apertura da parte dell’Iran sul dossier nucleare. «Hanno accettato di negoziare aspetti del loro programma nucleare che un mese fa, un anno fa, si rifiutavano persino di menzionare», ha dichiarato davanti alla commissione Esteri della Camera, precisando però che ciò non garantisce il successo dei colloqui. Rubio ha inoltre affermato che Mojtaba Khamenei (che Donald Trump vorrebbe incontrare), «è vivo e sempre più attivo», sottolineando che tutte le comunicazioni tra Washington e la leadership iraniana «sono avvenute in forma scritta e tramite intermediari». Rubio ha inoltre sostenuto che «l’operazione militare americana contro l’Iran si è conclusa» e che eventuali future azioni degli Stati Uniti avranno «carattere puramente difensivo», con l’obiettivo di proteggere il traffico marittimo civile nello Stretto di Hormuz. Nel frattempo continua a far discutere il rapporto tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu. Il presidente americano ha confermato di aver definito il premier israeliano «fottutamente pazzo» durante una telefonata dedicata agli sviluppi della crisi regionale. Trump ha inoltre respinto le accuse di chi sostiene che sarebbe stato trascinato da Netanyahu nello scontro con Teheran. Intervistato dal New York Post, ha dichiarato: «Mi ha ingannato? Sono stato io a cominciare. Ho iniziato perché non possiamo permettere che l’Iran si doti di un’arma nucleare». Il presidente ha poi aggiunto: «Questo riguarda Israele, perché probabilmente sarebbero stati i primi a essere colpiti. Sapete cosa? Se non ci fossi stato io, Israele non esisterebbe adesso». Trump ha ribadito la solidità dell’alleanza con Israele: «Mi piace molto Bibi. Lavoro molto bene con lui. Io sono un presidente in tempo di guerra e lui è un primo ministro in tempo di guerra». Netanyahu ha cercato di smorzare le polemiche. «A volte, come nelle migliori famiglie, abbiamo divergenze tattiche. Troviamo sempre il modo di risolverle», ha dichiarato alla Cnbc. Il premier israeliano ha ribadito la convergenza strategica tra Gerusalemme e Washington: «Siamo d’accordo sulle questioni principali», aggiungendo che «Israele è pronto e anche le forze statunitensi sono pronte» qualora la situazione dovesse precipitare nuovamente. Netanyahu ha attaccato alcuni leader europei, in particolare il presidente francese Emmanuel Macron. «Il modo in cui i leader europei assecondano le minoranze islamiche radicali nei propri Paesi è vergognoso», ha affermato. «Sanno che stiamo proteggendo anche loro, ma non hanno il fegato di alzarsi in piedi e schierarsi dalla parte giusta, quella che salverà la nostra civiltà contro questi barbari».
Nel frattempo l’Ue valuta un ruolo più attivo nello Stretto di Hormuz. L’Alto rappresentante Kaja Kallas propone di affidare all’operazione Aspides un ruolo centrale nelle attività di sminamento come contributo europeo agli sforzi della coalizione franco-britannica. La proposta sarà esaminata dai ministri della Difesa dell’Ue nel prossimo incontro informale a Cipro.
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