True
2020-04-16
I 200 miliardi di Conte? sono 5
Giuseppe Conte (Ansa)
«Abbiamo liberato poderose risorse. Per le imprese, anche piccolissime, arrivano 200 miliardi di garanzie sui prestiti e 200 miliardi per l'export», esultava in conferenza stampa Giuseppe Conte anticipando un decreto che non sarebbe entrato in Gazzetta ufficiale se non con 72 ore di ritardo rispetto all'annuncio in mondo visione. I primi due giorni di attesa sono da collegare all'esito dell'Eurogruppo. L'esecutivo sperava che da lì sarebbero arrivati fondi per riempire il decreto imprese di soldi veri. Quando il governo ha dovuto ammettere a sé stesso che da Bruxelles non sarebbe arrivato nulla, il testo è stato approvato e pubblicato in Gazzetta nel pieno della notte. L'indomani si è scoperto che che le uniche coperture sottostanti valevano 2,72 miliardi di euro. Un miliardo destinato a Sace, impegnata a favorire l'export, e il rimanente miliardo e 720 milioni per il Mediocredito centrale che a sua volta gestisce il Fondo di garanzia a cui spetta il compito di erogare i prestiti per le imprese impegnate sul mercato italiano e per le partite Iva.
Per capire l'effettiva portata delle promesse di Conte si è dovuto però attendere che si riunisse il consiglio di gestione del Fondo e che a sua volta Sace definisse la leva di credito.
Adesso basta un pallottoliere per mettere in fila i numeri e le erogazioni. E si ha la certezza che il mondo delle conferenze stampa del premier non coincide per nulla con la realtà del Paese.
Dei 200 miliardi promessi da Conte per il mercato interno soltanto 5,18 sono reali. Gli altri 194,82 restano un desiderio destinato a non realizzarsi. Il consiglio del Fondo di garanzia ha, infatti, deciso che i prestiti fino a 25.000 euro (garantiti al 100% dallo Stato) sono molto rischiosi e quindi per ogni euro erogato ne andranno accantonati tre. Tradotto, la leva che il Fondo deciderà di utilizzare si ferma a tre volte. E quindi basta fare 1,72 miliardi per tre e si arriva a 5,16 miliardi. Il Fondo ha deciso di non prendere altri rischi per un semplice motivo: dare soldi senza garanzia significa molto spesso non rivederli indietro e se il Fondo poi andasse a gambe all'aria toccherebbe agli amministratori risponderne penalmente. Non certo al ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri, o al premier. Inventarsi promesse fasulle in conferenza stampa non è ancora un reato. Così con i soldi che potranno essere erogati il Fondo darà risposta a 200.000 pratiche o, se consideriamo una cifra mediana di 15.000 euro per pratica, a un massimo di 350.000 aziende. Solo le partite Iva sono 5 milioni e le Pmi 4,3 milioni. Soddisfarne solo 350.000 rischia di essere un tremendo boomerang per Conte che prima o poi, almeno politicamente, dovrà rispondere dei danni che sta facendo alla nostra economia.
Senza contare che se il budget disponibile venisse subito esaurito dalle richieste inferiori a 25.000 euro (molto probabile) il fondo del Mediocredito non potrebbe più erogare le garanzie con copertura al 90%. Si tratta dei pacchetti per le imprese più grandi che a loro volta vedono coinvolte le banche che dovranno garantire il 10% rimanente. Su queste pratiche il Fondo utilizzerà la leva tradizionale di 12,5 volte che, di fatto, corrisponde al classico accantonamento dell'8% rispetto al totale erogato. In pratica, siamo di fronte a una bufala politica. Calmierata solo un po' dalla parte del decreto relativa all'export.
Sul versante di Sace, i fondi sottostanti si fermano a un miliardo ma la leva che sarà messa in campo sale a 20 volte il plafond. In pratica, le aziende impegnate a esportare i propri prodotti potranno chieder garanzie fino a 20 miliardi. Quattro volte tanto il pacchetto del Fondo gestito da Mcc, ma pur sempre dieci volte meno le promesse di Conte. Che in conferenza stampa valevano 400 miliardi e nella realtà solo 25,18. «Nel magico mondo del premier», commenta Enrico Zanetti responsabile di Eutekne.info ed ex viceministro all'Economia, «i commi che contano sono quelli che fissano le cifre massime, ma nella realtà bancaria e imprenditoriale ciò che conta sono i commi che fissano i plafond reali di spesa. Altrimenti promettere 400 miliardi su una base di 2,7 è come promettere di abolire la povertà. Tanto più che tutte le responsabilità non sono in capo ai politici ma scaricate su enti pubblici che devono rispondere dei bilanci e della governance».
Il riferimento è al fatto che le garanzie non vengono erogate direttamente dal Tesoro. Così come si fa con i bonus dell'Inps e la cassa integrazione Covid-19. Evidentemente si spera che gli intoppi burocratici o logistici possano deviare l'attenzione dai fallimenti politici. Basti pensare che il Fondo di garanzia nel 2019 ha evaso circa 120.000 pratiche, confermando il trend degli anni precedenti. Ora in 4-5 settimane si troverà a rispondere a un numero compreso tra le 200 e le 350.000 richieste. Andrà in tilt? Probabilmente. E anche questo servirà a Conte a far dimenticare l'altro gioco delle tre carte presente nel decreto imprese. I 2,72 miliardi sottostanti sono in realtà a saldo zero. Il miliardo destinato a Sace è stato pescato da un fondo messo in pista nel 2014 - in pieno governo Renzi - per sostenere quelle aziende in attesa di ricevere i pagamenti della pubblica amministrazione. Degli 1,7 miliardi per il Fondo di garanzia, 1,5 erano stati stanziati nell'articolo 49 del Cura Italia di marzo. L'articolo è stato abrogato e i fondi sono riapparsi carsicamente nell'articolo 13 del decreto imprese. Ma sono sempre gli stessi. Così come i rimanenti 220 milioni girati all'ente del Mediocredito centrale provengono da un altro articolo del Cura Italia. Per Conte nulla si crea e nulla si distrugge. Solo le aziende falliscono.
Le banche ne hanno già liberati 50
Mentre sui rubinetti del Dl liquidità comincia a spuntare la ruggine della burocrazia, le banche hanno già fatto più del governo. L'alleggerimento delle misure prudenziali sul capitale degli istituti italiani, unito alla mancata distribuzione di 5,5 miliardi di dividendi questa primavera ha infatti liberato 50 miliardi di capitale «utilizzabile o per i prestiti o per far fronte a future perdite». Lo ha detto ieri Paolo Angelini, capo della Vigilanza della Banca d'Italia, in audizione davanti alla commissione bicamerale d'inchiesta sul settore del credito. Fornendo anche nuovi dati: le domande di moratoria da parte di imprese e famiglie alla data del 3 aprile riguardavano oltre 660.000 prestiti e avevano raggiunto i 75 miliardi di debito residuo di cui due terzi da parte delle imprese e un terzo dalle famiglie.
E nella relazione presentata in commissione le stime di Via Nazionale indicano che tra marzo e luglio il fabbisogno aggiuntivo di liquidità delle imprese possa raggiungere i 50 miliardi. «Le banche dopo uno sbandamento iniziale hanno preso accorgimenti organizzativi per reagire all'emergenza e hanno preso risorse dal back office per gestire questioni e domande poi hanno rivisto i sistemi di delega per sveltire le procedure per le moratorie; la sensazione è che dopo una fase iniziale faticosa ora si siano ridotti i tempi di gestione delle richieste e l'insoddisfazione della clientela», ha spiegato Angelini.
Intanto è al lavoro la task force per la liquidità del sistema bancario alla quale partecipano Mef, Abi, Mediocredito centrale e la stessa Bankitalia, ai quali si sono poi aggiunti il Mise e la Sace. Ma l'impressione, ha detto il capo della Vigilanza, «è che per alcune misure dei decreti la parte discrezionale lasciata alle banche è molto molto modesta e in alcuni casi anche inesistente. Ciononostante questo è un tema importante e ovviamente la task force farà del suo meglio per monitorare questo aspetto e fare in modo che la liquidità affluisca fino all'ultimo miglio e non si fermi per la strada». Per assicurare un rapido dispiegamento degli strumenti di contrasto dell'emergenza approvati dal governo, i tecnici di Bankitalia suggeriscono di considerare modalità di tracciamento dei finanziamenti erogati, come l'obbligo di convogliare i prstiti con garanzia pubblica su conti dedicati.
Ma, come nel caso delle imprese, pure nel mondo del credito non tutti gli istituti hanno le spalle abbastanza larghe per resistere all'impatto dell'emergenza. Anche perché lo shock macroeconomico generato dalla pandemia da Covid-19 potrebbe generare un forte aumento del tasso di deterioramento dei prestiti. «Per le banche che già presentavano elementi di fragilità», hanno detto i rappresentanti di Bankitalia, «è possibile che le azioni poste in essere dal governo e dalle autorità di vigilanza non siano sufficienti a permettere loro di sostenere le conseguenze. Sarà necessario, in questi casi, valutare tempestivamente la possibilità di indirizzare il sostegno pubblico per favorire processi aggregativi anche degli intermediari di minore dimensione e maggiormente a rischio».
Nel frattempo, però, tutti gli istituti hanno bisogno «di avere certezze giuridiche su strumenti e modalità operative», sottolinea una nota del comitato esecutivo dell'Abi riunito ieri in videoconferenza. Elencando le difficoltà nelle quali le banche si trovano a operare: «Le dichiarazioni di immediata disponibilità delle forme di anticipazione di liquidità non hanno tenuto infatti in conto degli adempimenti, non dipendenti dalle banche, non sempre ancora completati e che impediscono alle banche di attuare, fino a ora, le misure di liquidità, che necessiterebbero di semplificazioni», aggiunge l'associazione dei banchieri. Che, ad esempio, attendono dal Mediocredito centrale l'attivazione delle procedure di trasmissione delle domande per l'accesso alle relative garanzie sui prestiti fino a 25.000 euro per piccole imprese e partite Iva.
Continua a leggereRiduci
Per ogni euro erogato ne andranno accantonati 3: i fondi garantiti basteranno per 350.000 imprese ma ci sono 9,3 milioni di Pmi e partite Iva attive. Pure le pratiche in capo a Sace per l'export non supereranno i 20 miliardi.Via Nazionale spiega che i denari arrivano da taglio dei dividendi e alleggerimento delle misure sul capitale. Presentate 660.000 domande di moratoria sui prestiti.Lo speciale contiene due articoli«Abbiamo liberato poderose risorse. Per le imprese, anche piccolissime, arrivano 200 miliardi di garanzie sui prestiti e 200 miliardi per l'export», esultava in conferenza stampa Giuseppe Conte anticipando un decreto che non sarebbe entrato in Gazzetta ufficiale se non con 72 ore di ritardo rispetto all'annuncio in mondo visione. I primi due giorni di attesa sono da collegare all'esito dell'Eurogruppo. L'esecutivo sperava che da lì sarebbero arrivati fondi per riempire il decreto imprese di soldi veri. Quando il governo ha dovuto ammettere a sé stesso che da Bruxelles non sarebbe arrivato nulla, il testo è stato approvato e pubblicato in Gazzetta nel pieno della notte. L'indomani si è scoperto che che le uniche coperture sottostanti valevano 2,72 miliardi di euro. Un miliardo destinato a Sace, impegnata a favorire l'export, e il rimanente miliardo e 720 milioni per il Mediocredito centrale che a sua volta gestisce il Fondo di garanzia a cui spetta il compito di erogare i prestiti per le imprese impegnate sul mercato italiano e per le partite Iva.Per capire l'effettiva portata delle promesse di Conte si è dovuto però attendere che si riunisse il consiglio di gestione del Fondo e che a sua volta Sace definisse la leva di credito.Adesso basta un pallottoliere per mettere in fila i numeri e le erogazioni. E si ha la certezza che il mondo delle conferenze stampa del premier non coincide per nulla con la realtà del Paese.Dei 200 miliardi promessi da Conte per il mercato interno soltanto 5,18 sono reali. Gli altri 194,82 restano un desiderio destinato a non realizzarsi. Il consiglio del Fondo di garanzia ha, infatti, deciso che i prestiti fino a 25.000 euro (garantiti al 100% dallo Stato) sono molto rischiosi e quindi per ogni euro erogato ne andranno accantonati tre. Tradotto, la leva che il Fondo deciderà di utilizzare si ferma a tre volte. E quindi basta fare 1,72 miliardi per tre e si arriva a 5,16 miliardi. Il Fondo ha deciso di non prendere altri rischi per un semplice motivo: dare soldi senza garanzia significa molto spesso non rivederli indietro e se il Fondo poi andasse a gambe all'aria toccherebbe agli amministratori risponderne penalmente. Non certo al ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri, o al premier. Inventarsi promesse fasulle in conferenza stampa non è ancora un reato. Così con i soldi che potranno essere erogati il Fondo darà risposta a 200.000 pratiche o, se consideriamo una cifra mediana di 15.000 euro per pratica, a un massimo di 350.000 aziende. Solo le partite Iva sono 5 milioni e le Pmi 4,3 milioni. Soddisfarne solo 350.000 rischia di essere un tremendo boomerang per Conte che prima o poi, almeno politicamente, dovrà rispondere dei danni che sta facendo alla nostra economia. Senza contare che se il budget disponibile venisse subito esaurito dalle richieste inferiori a 25.000 euro (molto probabile) il fondo del Mediocredito non potrebbe più erogare le garanzie con copertura al 90%. Si tratta dei pacchetti per le imprese più grandi che a loro volta vedono coinvolte le banche che dovranno garantire il 10% rimanente. Su queste pratiche il Fondo utilizzerà la leva tradizionale di 12,5 volte che, di fatto, corrisponde al classico accantonamento dell'8% rispetto al totale erogato. In pratica, siamo di fronte a una bufala politica. Calmierata solo un po' dalla parte del decreto relativa all'export. Sul versante di Sace, i fondi sottostanti si fermano a un miliardo ma la leva che sarà messa in campo sale a 20 volte il plafond. In pratica, le aziende impegnate a esportare i propri prodotti potranno chieder garanzie fino a 20 miliardi. Quattro volte tanto il pacchetto del Fondo gestito da Mcc, ma pur sempre dieci volte meno le promesse di Conte. Che in conferenza stampa valevano 400 miliardi e nella realtà solo 25,18. «Nel magico mondo del premier», commenta Enrico Zanetti responsabile di Eutekne.info ed ex viceministro all'Economia, «i commi che contano sono quelli che fissano le cifre massime, ma nella realtà bancaria e imprenditoriale ciò che conta sono i commi che fissano i plafond reali di spesa. Altrimenti promettere 400 miliardi su una base di 2,7 è come promettere di abolire la povertà. Tanto più che tutte le responsabilità non sono in capo ai politici ma scaricate su enti pubblici che devono rispondere dei bilanci e della governance». Il riferimento è al fatto che le garanzie non vengono erogate direttamente dal Tesoro. Così come si fa con i bonus dell'Inps e la cassa integrazione Covid-19. Evidentemente si spera che gli intoppi burocratici o logistici possano deviare l'attenzione dai fallimenti politici. Basti pensare che il Fondo di garanzia nel 2019 ha evaso circa 120.000 pratiche, confermando il trend degli anni precedenti. Ora in 4-5 settimane si troverà a rispondere a un numero compreso tra le 200 e le 350.000 richieste. Andrà in tilt? Probabilmente. E anche questo servirà a Conte a far dimenticare l'altro gioco delle tre carte presente nel decreto imprese. I 2,72 miliardi sottostanti sono in realtà a saldo zero. Il miliardo destinato a Sace è stato pescato da un fondo messo in pista nel 2014 - in pieno governo Renzi - per sostenere quelle aziende in attesa di ricevere i pagamenti della pubblica amministrazione. Degli 1,7 miliardi per il Fondo di garanzia, 1,5 erano stati stanziati nell'articolo 49 del Cura Italia di marzo. L'articolo è stato abrogato e i fondi sono riapparsi carsicamente nell'articolo 13 del decreto imprese. Ma sono sempre gli stessi. Così come i rimanenti 220 milioni girati all'ente del Mediocredito centrale provengono da un altro articolo del Cura Italia. Per Conte nulla si crea e nulla si distrugge. Solo le aziende falliscono.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/le-risorse-poderose-per-le-aziende-sono-5-miliardi-contro-i-200-promessi-2645726756.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="le-banche-ne-hanno-gia-liberati-50" data-post-id="2645726756" data-published-at="1586976960" data-use-pagination="False"> Le banche ne hanno già liberati 50 Mentre sui rubinetti del Dl liquidità comincia a spuntare la ruggine della burocrazia, le banche hanno già fatto più del governo. L'alleggerimento delle misure prudenziali sul capitale degli istituti italiani, unito alla mancata distribuzione di 5,5 miliardi di dividendi questa primavera ha infatti liberato 50 miliardi di capitale «utilizzabile o per i prestiti o per far fronte a future perdite». Lo ha detto ieri Paolo Angelini, capo della Vigilanza della Banca d'Italia, in audizione davanti alla commissione bicamerale d'inchiesta sul settore del credito. Fornendo anche nuovi dati: le domande di moratoria da parte di imprese e famiglie alla data del 3 aprile riguardavano oltre 660.000 prestiti e avevano raggiunto i 75 miliardi di debito residuo di cui due terzi da parte delle imprese e un terzo dalle famiglie. E nella relazione presentata in commissione le stime di Via Nazionale indicano che tra marzo e luglio il fabbisogno aggiuntivo di liquidità delle imprese possa raggiungere i 50 miliardi. «Le banche dopo uno sbandamento iniziale hanno preso accorgimenti organizzativi per reagire all'emergenza e hanno preso risorse dal back office per gestire questioni e domande poi hanno rivisto i sistemi di delega per sveltire le procedure per le moratorie; la sensazione è che dopo una fase iniziale faticosa ora si siano ridotti i tempi di gestione delle richieste e l'insoddisfazione della clientela», ha spiegato Angelini. Intanto è al lavoro la task force per la liquidità del sistema bancario alla quale partecipano Mef, Abi, Mediocredito centrale e la stessa Bankitalia, ai quali si sono poi aggiunti il Mise e la Sace. Ma l'impressione, ha detto il capo della Vigilanza, «è che per alcune misure dei decreti la parte discrezionale lasciata alle banche è molto molto modesta e in alcuni casi anche inesistente. Ciononostante questo è un tema importante e ovviamente la task force farà del suo meglio per monitorare questo aspetto e fare in modo che la liquidità affluisca fino all'ultimo miglio e non si fermi per la strada». Per assicurare un rapido dispiegamento degli strumenti di contrasto dell'emergenza approvati dal governo, i tecnici di Bankitalia suggeriscono di considerare modalità di tracciamento dei finanziamenti erogati, come l'obbligo di convogliare i prstiti con garanzia pubblica su conti dedicati. Ma, come nel caso delle imprese, pure nel mondo del credito non tutti gli istituti hanno le spalle abbastanza larghe per resistere all'impatto dell'emergenza. Anche perché lo shock macroeconomico generato dalla pandemia da Covid-19 potrebbe generare un forte aumento del tasso di deterioramento dei prestiti. «Per le banche che già presentavano elementi di fragilità», hanno detto i rappresentanti di Bankitalia, «è possibile che le azioni poste in essere dal governo e dalle autorità di vigilanza non siano sufficienti a permettere loro di sostenere le conseguenze. Sarà necessario, in questi casi, valutare tempestivamente la possibilità di indirizzare il sostegno pubblico per favorire processi aggregativi anche degli intermediari di minore dimensione e maggiormente a rischio». Nel frattempo, però, tutti gli istituti hanno bisogno «di avere certezze giuridiche su strumenti e modalità operative», sottolinea una nota del comitato esecutivo dell'Abi riunito ieri in videoconferenza. Elencando le difficoltà nelle quali le banche si trovano a operare: «Le dichiarazioni di immediata disponibilità delle forme di anticipazione di liquidità non hanno tenuto infatti in conto degli adempimenti, non dipendenti dalle banche, non sempre ancora completati e che impediscono alle banche di attuare, fino a ora, le misure di liquidità, che necessiterebbero di semplificazioni», aggiunge l'associazione dei banchieri. Che, ad esempio, attendono dal Mediocredito centrale l'attivazione delle procedure di trasmissione delle domande per l'accesso alle relative garanzie sui prestiti fino a 25.000 euro per piccole imprese e partite Iva.
La debolezza del comparto si trascina da diversi anni ed è stata aggravata dalle tensioni geopolitiche in Medio Oriente, che hanno frenato i flussi turistici e colpito alcuni scali aeroportuali strategici. Il risultato è stato un forte calo delle vendite nel canale duty-free, da sempre una componente cruciale per i grandi gruppi della moda e dell’accessorio.
Ma la crisi non dipende solo dai passeggeri mancati. Il nodo è più profondo e riguarda quella che gli addetti ai lavori definiscono luxury fatigue: una stanchezza da lusso che segnala una perdita di fiducia del consumatore. Dal 2019 a oggi molti prodotti di fascia alta hanno visto aumenti di prezzo del 40-50%, mentre l’esclusività percepita - e in alcuni casi anche la qualità - pare indebolita. «Il settore si trova in una vera e propria trappola autoinflitta», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «poiché le politiche di prezzo eccessivamente aggressive degli ultimi anni hanno progressivamente allontanato la classe media, che costituiva la reale base volumetrica delle vendite. Al contempo, quello che per anni è stato considerato il Bengodi indiscutibile del settore, ovvero il mercato cinese, ha visto contrarsi la domanda a causa della debolezza dei consumi privati e delle rinnovate tensioni nel comparto immobiliare, lasciando le maison senza il consueto paracadute».
I mercati finanziari stanno fotografando con chiarezza questa fase. Lvmh, leader mondiale del settore, mostra una flessione pesante da inizio anno e una correzione ancora più marcata nell’arco degli ultimi tre anni. A pesare sono stati l’indebolimento della domanda, gli effetti valutari sfavorevoli e lo spostamento della spesa verso le esperienze, a scapito dei beni fisici. Anche Christian Dior riflette la stessa fase di stallo, nonostante i tentativi di rilancio creativo.
Il segnale più sorprendente arriva però da Hermès, per anni simbolo assoluto dell’esclusività. La maison ha registrato una forte correzione in Borsa. Secondo un’analisi di Bernstein, persino alcune borse Birkin e Kelly sul mercato secondario vengono oggi scambiate a prezzi inferiori rispetto a pochi anni fa.
«Il fatto che perfino i modelli usati di Hermès subiscano un ridimensionamento dei prezzi dimostra che nessuno è immune al ciclo di boom e sgonfiamento del lusso», continua Gaziano, «e questa consapevolezza ha ridotto il premio di valutazione storico del titolo rispetto ai concorrenti ai minimi degli ultimi dieci anni». Non tutto, però, arretra. Richemont continua a distinguersi grazie alla forza della gioielleria, trainata da marchi come Cartier, Van Cleef & Arpels e Buccellati, mentre gli orologi di alta gamma restano resilienti. Segnali positivi arrivano anche da Hugo Boss, sostenuta dall’offerta del gruppo Frasers.
Continua a leggereRiduci
Ecco #DimmiLaVerità del 18 giugno 2026. L'esperto di geopolitica Daniele Ruvinetti spiega perché l'Iran è uscito rafforzato dall'accordo con gli Usa.
Michele De Pascale (Imagoeconomica)
Peccato che sotto il suo mandato dem, per otto anni (dal 2016 al 2024) la Provincia di Ravenna (tra le più colpite dalle alluvioni del 2023 e 2024) abbia accentuato problematiche geologiche, territoriali e produttive come segnalava nel maggio dello scorso anno il 1° Rapporto Cassa di Ravenna-Censis che analizzava la situazione post-emergenza. «Il suolo è saturo e la provincia presenta un’urbanizzazione abbastanza fragile», si leggeva. «Il consumo di suolo a Ravenna, cioè quel fenomeno associato alla perdita di una risorsa ambientale fondamentale, dovuta all’occupazione di superficie originariamente agricola, naturale o seminaturale e, quindi, l’incremento della copertura artificiale di terreno legato alle dinamiche insediative, è pari al 10,3%, rispetto all’8,9% dell’Emilia-Romagna e al 7,2% a livello nazionale. Il ritmo di crescita del suolo impermeabilizzato è del +2,8% tra il 2017 e il 2023, contro l’1,8% della media italiana. Il 7,7% del suolo consumato si trova proprio in aree a pericolosità idraulica frequente». Che cosa faceva, allora, De Pascale? «Negli ultimi dieci anni», guarda proprio durante il suo mandato, «le imprese attive in provincia di Ravenna sono calate del 9,4%, più della media regionale (-5,9%) e nazionale (-1,9%)». E «la fragilità sociale si è intrecciata con quella ambientale».
Acqua, anzi alluvione passata, sembra pensare il presidente, che ha lanciato con orgoglio la nuova Agenzia regionale per la sicurezza territoriale e la Protezione civile. Si occuperà di post emergenza e ricostruzione in supporto alle gestioni commissariali e sub-commissariali, gestirà i 919 milioni di euro stanziati dal governo in 10 anni per opere di prevenzione come casse di espansione. «Lavoreremo insieme ai Comuni e alla struttura commissariale per realizzare opere strategiche attese da molti anni», annuncia il presidente della Regione, perché «la messa in sicurezza del nostro territorio sarà il cuore della nostra azione amministrativa». Alla buon’ora, dopo anni di mancata manutenzione dei corsi d’acqua delle aree più fragili e delle frane, lasciando vivere indisturbate le nutrie.
«Il problema della fauna non si risolve, va gestito, mentre su tutto il resto abbiamo le competenze per intervenire. Bisogna iniziare ad affrontare il problema con una visione almeno ventennale e non di rattoppo, e di conseguenza comportarsi», spiegava tre anni fa Paride Antolini, presidente dell’Ordine dei geologi dell’Emilia-Romagna. Uno studio del 2021, dell’Università di Modena e Reggio, l’aveva spiegato bene: l’argine di un fiume in condizioni ordinarie regge cent’anni, ma se in quel tratto vivono animali come tassi, istrici o nutrie, la vita di quell’opera essenziale per la sicurezza idraulica cala a 10 anni al massimo.
Oggi De Pascale vuole fare da solo e se il Pd è sempre stato contrario alla decentralizzazione, il presidente della Regione rossa chiede, invece, per l’Emilia-Romagna autonomia di risorse finanziarie, materiali e umane, necessarie a espletare competenze diversificate su materie di grande importanza.
Lo fa con critiche nette. «L’intervento da Roma funziona male», dice, e attribuisce scarsa competenza alle agenzie statali coinvolte nella ricostruzione. «Sono in difficoltà, perché questo mestiere non l’hanno mai fatto. Bisogna avere veramente gli stivali sul campo, oggi stiamo anche pensando di “riprendere” alcune opere». Il presidente non si è messo gli stivali nemmeno durante i sopralluoghi lungo il corso del torrente Marzeno, un affluente del Lamone che era esondato in più punti, anche per tre volte. «L’intero corso d’acqua non è arginato», ammetteva a maggio 2025 controllando i lavori.
«Sul post-alluvione stiamo ancora attendendo che la Regione Emilia-Romagna inizi a fare la propria parte. Le risorse ci sono, gli indirizzi della struttura commissariale ci sono, le scadenze sono chiare: quello che ancora manca sono le proposte operative della Regione, le rimodulazioni delle risorse già stanziate e l’apertura delle piattaforme necessarie per continuare a procedere con le opere di ricostruzione», hanno dichiarato le onorevoli di FdI Alice Buonguerrieri e Beatriz Colombo, rispettivamente segretario e capogruppo in commissione d’inchiesta sul rischio idrogeologico.
Hanno poi aggiunto: «La Regione ha chiuso la piattaforma informatica delle richieste il 30 aprile e non ha ancora avanzato la proposta di rimodulazione delle risorse alla struttura commissariale per l’emissione della relativa ordinanza» e per i nuovi interventi, «con risorse pari a 100 milioni di euro per gli eventi del 2024 e 400 milioni per quelli del 2023 e 2024 […] la Regione non ha ancora aperto la piattaforma per consentire ai soggetti attuatori di inserire le richieste per poi procedere alla definizione dell’elenco delle opere ulteriormente finanziabili».
Continua a leggereRiduci
Eugenio Giani (Imagoeconomica)
La sanità è un colabrodo, con ospedali al collasso e liste d’attesa infinite. I trasporti un terno all’otto, non si sa né quando si parte né se si torna. Firenze, grazie anche alla «bravura» della sua sodale sindaca, Sara Funaro, è una cloaca a cielo aperto, con sporcizia, degrado e insicurezza che partono dalla stazione e finiscono di là d’Arno.
Ad aggiungersi a tutto questo, Giani insieme al suo assessore ai Trasporti, Filippo Boni, ha avuto la brillante idea di aumentare il costo dei biglietti e abbonamenti del bus. Amento a dir poco ingiustificato visto il servizio inadeguato e scadente, con tempi di percorrenza lunghissimi, corse soppresse o saltate, mezzi vetusti e carenti di manutenzione, vetture continuamente ferme per guasti. Ma ecco come si giustifica il poliedrico Giani: «Questo aumento è nel contratto, non l’ho fatto io. Il costo dei biglietti deve essere relazionato all’inflazione e agli aumenti Istat».
La cosa buffa è che anche l’assessore alla mobilità del Comune di Firenze, Andrea Giorgio, della sua stessa area politica, giudica inaccettabili quegli aumenti. Perplessi anche Anci Toscana e diversi sindaci Pd, tra cui il primo cittadino di Prato, Matteo Biffoni. Contrari i sindacati rossi. Cgil e Filt chiedono maggiori tutele per i pendolari mentre Fit Cisl definisce la misura socialmente ingiusta. E così, dal 1° agosto i biglietti passeranno da 1,70 euro a 2 euro. Il governatore rigira la frittata verso un maggiore contributo economico da parte dei Comuni. «La Regione Toscana», dice, «ogni anno per tenere bassi i biglietti stanzia 145 milioni di euro; i Comuni e le Province ne mettono 44: serve uno sforzo anche da parte loro». E dà poi la colpa al caro carburanti: «Una persona di buon senso si rende conto che un ritocco fosse naturale quando, solo in questo anno, il carburante è aumentato del 40%».
Naturale per lui. I consiglieri regionali toscani di Forza Italia, Marco Stella e Jacopo Ferri, avviano gazebo in tutta la Regione per raccogliere le firme contro questo aumento. «Dietro a questo aumento ci sono solo incapacità gestionali. Dopo l’aumento dell’Irpef regionale, un’altra tassa per i toscani, che colpisce i ceti più poveri». Il presidente della Provincia di Prato, Simone Calamai, afferma che è «necessario individuare soluzioni alternative. Si tratta di una misura che rischia di gravare sulle fasce più fragili della popolazione per le quali i servizi di mobilità rappresentano uno strumento essenziale per gli spostamenti quotidiani». All’attacco anche i Cobas: «Aumenti ingiustificati e vergognosi».
Ma questo non è il solo problema per Giani e per la sua giunta che da ottobre non ne ha fatta una come si deve. «La crisi della moda, della pelle, del tessile, della meccanica e della componentistica automotive sta colpendo duramente territori che rappresentano da decenni il cuore produttivo della Toscana», dicono Cgil, Cisl e Uil Toscana che proclamano per il 9 luglio uno sciopero regionale dell’intera giornata, dei settori industriali e manifatturieri.
Come ciliegina sulla torta la tegola degli affitti brevi. Il consiglio regionale ha approvato il nuovo testo unico del turismo, introducendo una estensione delle norme che consentono ai Comuni di limitare le locazioni. In totale saranno 165 i Comuni che potranno adottare misure restrittive sugli affitti brevi (fino a ora erano 91). «La legge sul turismo significa valorizzazione, promozione e senso di accoglienza», si giustifica Giani. L’assessore al Turismo, Leonardo Marras, fa peggio: «L’obiettivo non è combattere il turismo, ma la rendita». Il portavoce dell’opposizione, Alessandro Tomasi, avverte: «Questo testo non modificherà il fenomeno».
Continua a leggereRiduci