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2020-04-16
I 200 miliardi di Conte? sono 5
Giuseppe Conte (Ansa)
«Abbiamo liberato poderose risorse. Per le imprese, anche piccolissime, arrivano 200 miliardi di garanzie sui prestiti e 200 miliardi per l'export», esultava in conferenza stampa Giuseppe Conte anticipando un decreto che non sarebbe entrato in Gazzetta ufficiale se non con 72 ore di ritardo rispetto all'annuncio in mondo visione. I primi due giorni di attesa sono da collegare all'esito dell'Eurogruppo. L'esecutivo sperava che da lì sarebbero arrivati fondi per riempire il decreto imprese di soldi veri. Quando il governo ha dovuto ammettere a sé stesso che da Bruxelles non sarebbe arrivato nulla, il testo è stato approvato e pubblicato in Gazzetta nel pieno della notte. L'indomani si è scoperto che che le uniche coperture sottostanti valevano 2,72 miliardi di euro. Un miliardo destinato a Sace, impegnata a favorire l'export, e il rimanente miliardo e 720 milioni per il Mediocredito centrale che a sua volta gestisce il Fondo di garanzia a cui spetta il compito di erogare i prestiti per le imprese impegnate sul mercato italiano e per le partite Iva.
Per capire l'effettiva portata delle promesse di Conte si è dovuto però attendere che si riunisse il consiglio di gestione del Fondo e che a sua volta Sace definisse la leva di credito.
Adesso basta un pallottoliere per mettere in fila i numeri e le erogazioni. E si ha la certezza che il mondo delle conferenze stampa del premier non coincide per nulla con la realtà del Paese.
Dei 200 miliardi promessi da Conte per il mercato interno soltanto 5,18 sono reali. Gli altri 194,82 restano un desiderio destinato a non realizzarsi. Il consiglio del Fondo di garanzia ha, infatti, deciso che i prestiti fino a 25.000 euro (garantiti al 100% dallo Stato) sono molto rischiosi e quindi per ogni euro erogato ne andranno accantonati tre. Tradotto, la leva che il Fondo deciderà di utilizzare si ferma a tre volte. E quindi basta fare 1,72 miliardi per tre e si arriva a 5,16 miliardi. Il Fondo ha deciso di non prendere altri rischi per un semplice motivo: dare soldi senza garanzia significa molto spesso non rivederli indietro e se il Fondo poi andasse a gambe all'aria toccherebbe agli amministratori risponderne penalmente. Non certo al ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri, o al premier. Inventarsi promesse fasulle in conferenza stampa non è ancora un reato. Così con i soldi che potranno essere erogati il Fondo darà risposta a 200.000 pratiche o, se consideriamo una cifra mediana di 15.000 euro per pratica, a un massimo di 350.000 aziende. Solo le partite Iva sono 5 milioni e le Pmi 4,3 milioni. Soddisfarne solo 350.000 rischia di essere un tremendo boomerang per Conte che prima o poi, almeno politicamente, dovrà rispondere dei danni che sta facendo alla nostra economia.
Senza contare che se il budget disponibile venisse subito esaurito dalle richieste inferiori a 25.000 euro (molto probabile) il fondo del Mediocredito non potrebbe più erogare le garanzie con copertura al 90%. Si tratta dei pacchetti per le imprese più grandi che a loro volta vedono coinvolte le banche che dovranno garantire il 10% rimanente. Su queste pratiche il Fondo utilizzerà la leva tradizionale di 12,5 volte che, di fatto, corrisponde al classico accantonamento dell'8% rispetto al totale erogato. In pratica, siamo di fronte a una bufala politica. Calmierata solo un po' dalla parte del decreto relativa all'export.
Sul versante di Sace, i fondi sottostanti si fermano a un miliardo ma la leva che sarà messa in campo sale a 20 volte il plafond. In pratica, le aziende impegnate a esportare i propri prodotti potranno chieder garanzie fino a 20 miliardi. Quattro volte tanto il pacchetto del Fondo gestito da Mcc, ma pur sempre dieci volte meno le promesse di Conte. Che in conferenza stampa valevano 400 miliardi e nella realtà solo 25,18. «Nel magico mondo del premier», commenta Enrico Zanetti responsabile di Eutekne.info ed ex viceministro all'Economia, «i commi che contano sono quelli che fissano le cifre massime, ma nella realtà bancaria e imprenditoriale ciò che conta sono i commi che fissano i plafond reali di spesa. Altrimenti promettere 400 miliardi su una base di 2,7 è come promettere di abolire la povertà. Tanto più che tutte le responsabilità non sono in capo ai politici ma scaricate su enti pubblici che devono rispondere dei bilanci e della governance».
Il riferimento è al fatto che le garanzie non vengono erogate direttamente dal Tesoro. Così come si fa con i bonus dell'Inps e la cassa integrazione Covid-19. Evidentemente si spera che gli intoppi burocratici o logistici possano deviare l'attenzione dai fallimenti politici. Basti pensare che il Fondo di garanzia nel 2019 ha evaso circa 120.000 pratiche, confermando il trend degli anni precedenti. Ora in 4-5 settimane si troverà a rispondere a un numero compreso tra le 200 e le 350.000 richieste. Andrà in tilt? Probabilmente. E anche questo servirà a Conte a far dimenticare l'altro gioco delle tre carte presente nel decreto imprese. I 2,72 miliardi sottostanti sono in realtà a saldo zero. Il miliardo destinato a Sace è stato pescato da un fondo messo in pista nel 2014 - in pieno governo Renzi - per sostenere quelle aziende in attesa di ricevere i pagamenti della pubblica amministrazione. Degli 1,7 miliardi per il Fondo di garanzia, 1,5 erano stati stanziati nell'articolo 49 del Cura Italia di marzo. L'articolo è stato abrogato e i fondi sono riapparsi carsicamente nell'articolo 13 del decreto imprese. Ma sono sempre gli stessi. Così come i rimanenti 220 milioni girati all'ente del Mediocredito centrale provengono da un altro articolo del Cura Italia. Per Conte nulla si crea e nulla si distrugge. Solo le aziende falliscono.
Le banche ne hanno già liberati 50
Mentre sui rubinetti del Dl liquidità comincia a spuntare la ruggine della burocrazia, le banche hanno già fatto più del governo. L'alleggerimento delle misure prudenziali sul capitale degli istituti italiani, unito alla mancata distribuzione di 5,5 miliardi di dividendi questa primavera ha infatti liberato 50 miliardi di capitale «utilizzabile o per i prestiti o per far fronte a future perdite». Lo ha detto ieri Paolo Angelini, capo della Vigilanza della Banca d'Italia, in audizione davanti alla commissione bicamerale d'inchiesta sul settore del credito. Fornendo anche nuovi dati: le domande di moratoria da parte di imprese e famiglie alla data del 3 aprile riguardavano oltre 660.000 prestiti e avevano raggiunto i 75 miliardi di debito residuo di cui due terzi da parte delle imprese e un terzo dalle famiglie.
E nella relazione presentata in commissione le stime di Via Nazionale indicano che tra marzo e luglio il fabbisogno aggiuntivo di liquidità delle imprese possa raggiungere i 50 miliardi. «Le banche dopo uno sbandamento iniziale hanno preso accorgimenti organizzativi per reagire all'emergenza e hanno preso risorse dal back office per gestire questioni e domande poi hanno rivisto i sistemi di delega per sveltire le procedure per le moratorie; la sensazione è che dopo una fase iniziale faticosa ora si siano ridotti i tempi di gestione delle richieste e l'insoddisfazione della clientela», ha spiegato Angelini.
Intanto è al lavoro la task force per la liquidità del sistema bancario alla quale partecipano Mef, Abi, Mediocredito centrale e la stessa Bankitalia, ai quali si sono poi aggiunti il Mise e la Sace. Ma l'impressione, ha detto il capo della Vigilanza, «è che per alcune misure dei decreti la parte discrezionale lasciata alle banche è molto molto modesta e in alcuni casi anche inesistente. Ciononostante questo è un tema importante e ovviamente la task force farà del suo meglio per monitorare questo aspetto e fare in modo che la liquidità affluisca fino all'ultimo miglio e non si fermi per la strada». Per assicurare un rapido dispiegamento degli strumenti di contrasto dell'emergenza approvati dal governo, i tecnici di Bankitalia suggeriscono di considerare modalità di tracciamento dei finanziamenti erogati, come l'obbligo di convogliare i prstiti con garanzia pubblica su conti dedicati.
Ma, come nel caso delle imprese, pure nel mondo del credito non tutti gli istituti hanno le spalle abbastanza larghe per resistere all'impatto dell'emergenza. Anche perché lo shock macroeconomico generato dalla pandemia da Covid-19 potrebbe generare un forte aumento del tasso di deterioramento dei prestiti. «Per le banche che già presentavano elementi di fragilità», hanno detto i rappresentanti di Bankitalia, «è possibile che le azioni poste in essere dal governo e dalle autorità di vigilanza non siano sufficienti a permettere loro di sostenere le conseguenze. Sarà necessario, in questi casi, valutare tempestivamente la possibilità di indirizzare il sostegno pubblico per favorire processi aggregativi anche degli intermediari di minore dimensione e maggiormente a rischio».
Nel frattempo, però, tutti gli istituti hanno bisogno «di avere certezze giuridiche su strumenti e modalità operative», sottolinea una nota del comitato esecutivo dell'Abi riunito ieri in videoconferenza. Elencando le difficoltà nelle quali le banche si trovano a operare: «Le dichiarazioni di immediata disponibilità delle forme di anticipazione di liquidità non hanno tenuto infatti in conto degli adempimenti, non dipendenti dalle banche, non sempre ancora completati e che impediscono alle banche di attuare, fino a ora, le misure di liquidità, che necessiterebbero di semplificazioni», aggiunge l'associazione dei banchieri. Che, ad esempio, attendono dal Mediocredito centrale l'attivazione delle procedure di trasmissione delle domande per l'accesso alle relative garanzie sui prestiti fino a 25.000 euro per piccole imprese e partite Iva.
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Per ogni euro erogato ne andranno accantonati 3: i fondi garantiti basteranno per 350.000 imprese ma ci sono 9,3 milioni di Pmi e partite Iva attive. Pure le pratiche in capo a Sace per l'export non supereranno i 20 miliardi.Via Nazionale spiega che i denari arrivano da taglio dei dividendi e alleggerimento delle misure sul capitale. Presentate 660.000 domande di moratoria sui prestiti.Lo speciale contiene due articoli«Abbiamo liberato poderose risorse. Per le imprese, anche piccolissime, arrivano 200 miliardi di garanzie sui prestiti e 200 miliardi per l'export», esultava in conferenza stampa Giuseppe Conte anticipando un decreto che non sarebbe entrato in Gazzetta ufficiale se non con 72 ore di ritardo rispetto all'annuncio in mondo visione. I primi due giorni di attesa sono da collegare all'esito dell'Eurogruppo. L'esecutivo sperava che da lì sarebbero arrivati fondi per riempire il decreto imprese di soldi veri. Quando il governo ha dovuto ammettere a sé stesso che da Bruxelles non sarebbe arrivato nulla, il testo è stato approvato e pubblicato in Gazzetta nel pieno della notte. L'indomani si è scoperto che che le uniche coperture sottostanti valevano 2,72 miliardi di euro. Un miliardo destinato a Sace, impegnata a favorire l'export, e il rimanente miliardo e 720 milioni per il Mediocredito centrale che a sua volta gestisce il Fondo di garanzia a cui spetta il compito di erogare i prestiti per le imprese impegnate sul mercato italiano e per le partite Iva.Per capire l'effettiva portata delle promesse di Conte si è dovuto però attendere che si riunisse il consiglio di gestione del Fondo e che a sua volta Sace definisse la leva di credito.Adesso basta un pallottoliere per mettere in fila i numeri e le erogazioni. E si ha la certezza che il mondo delle conferenze stampa del premier non coincide per nulla con la realtà del Paese.Dei 200 miliardi promessi da Conte per il mercato interno soltanto 5,18 sono reali. Gli altri 194,82 restano un desiderio destinato a non realizzarsi. Il consiglio del Fondo di garanzia ha, infatti, deciso che i prestiti fino a 25.000 euro (garantiti al 100% dallo Stato) sono molto rischiosi e quindi per ogni euro erogato ne andranno accantonati tre. Tradotto, la leva che il Fondo deciderà di utilizzare si ferma a tre volte. E quindi basta fare 1,72 miliardi per tre e si arriva a 5,16 miliardi. Il Fondo ha deciso di non prendere altri rischi per un semplice motivo: dare soldi senza garanzia significa molto spesso non rivederli indietro e se il Fondo poi andasse a gambe all'aria toccherebbe agli amministratori risponderne penalmente. Non certo al ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri, o al premier. Inventarsi promesse fasulle in conferenza stampa non è ancora un reato. Così con i soldi che potranno essere erogati il Fondo darà risposta a 200.000 pratiche o, se consideriamo una cifra mediana di 15.000 euro per pratica, a un massimo di 350.000 aziende. Solo le partite Iva sono 5 milioni e le Pmi 4,3 milioni. Soddisfarne solo 350.000 rischia di essere un tremendo boomerang per Conte che prima o poi, almeno politicamente, dovrà rispondere dei danni che sta facendo alla nostra economia. Senza contare che se il budget disponibile venisse subito esaurito dalle richieste inferiori a 25.000 euro (molto probabile) il fondo del Mediocredito non potrebbe più erogare le garanzie con copertura al 90%. Si tratta dei pacchetti per le imprese più grandi che a loro volta vedono coinvolte le banche che dovranno garantire il 10% rimanente. Su queste pratiche il Fondo utilizzerà la leva tradizionale di 12,5 volte che, di fatto, corrisponde al classico accantonamento dell'8% rispetto al totale erogato. In pratica, siamo di fronte a una bufala politica. Calmierata solo un po' dalla parte del decreto relativa all'export. Sul versante di Sace, i fondi sottostanti si fermano a un miliardo ma la leva che sarà messa in campo sale a 20 volte il plafond. In pratica, le aziende impegnate a esportare i propri prodotti potranno chieder garanzie fino a 20 miliardi. Quattro volte tanto il pacchetto del Fondo gestito da Mcc, ma pur sempre dieci volte meno le promesse di Conte. Che in conferenza stampa valevano 400 miliardi e nella realtà solo 25,18. «Nel magico mondo del premier», commenta Enrico Zanetti responsabile di Eutekne.info ed ex viceministro all'Economia, «i commi che contano sono quelli che fissano le cifre massime, ma nella realtà bancaria e imprenditoriale ciò che conta sono i commi che fissano i plafond reali di spesa. Altrimenti promettere 400 miliardi su una base di 2,7 è come promettere di abolire la povertà. Tanto più che tutte le responsabilità non sono in capo ai politici ma scaricate su enti pubblici che devono rispondere dei bilanci e della governance». Il riferimento è al fatto che le garanzie non vengono erogate direttamente dal Tesoro. Così come si fa con i bonus dell'Inps e la cassa integrazione Covid-19. Evidentemente si spera che gli intoppi burocratici o logistici possano deviare l'attenzione dai fallimenti politici. Basti pensare che il Fondo di garanzia nel 2019 ha evaso circa 120.000 pratiche, confermando il trend degli anni precedenti. Ora in 4-5 settimane si troverà a rispondere a un numero compreso tra le 200 e le 350.000 richieste. Andrà in tilt? Probabilmente. E anche questo servirà a Conte a far dimenticare l'altro gioco delle tre carte presente nel decreto imprese. I 2,72 miliardi sottostanti sono in realtà a saldo zero. Il miliardo destinato a Sace è stato pescato da un fondo messo in pista nel 2014 - in pieno governo Renzi - per sostenere quelle aziende in attesa di ricevere i pagamenti della pubblica amministrazione. Degli 1,7 miliardi per il Fondo di garanzia, 1,5 erano stati stanziati nell'articolo 49 del Cura Italia di marzo. L'articolo è stato abrogato e i fondi sono riapparsi carsicamente nell'articolo 13 del decreto imprese. Ma sono sempre gli stessi. Così come i rimanenti 220 milioni girati all'ente del Mediocredito centrale provengono da un altro articolo del Cura Italia. Per Conte nulla si crea e nulla si distrugge. Solo le aziende falliscono.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/le-risorse-poderose-per-le-aziende-sono-5-miliardi-contro-i-200-promessi-2645726756.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="le-banche-ne-hanno-gia-liberati-50" data-post-id="2645726756" data-published-at="1586976960" data-use-pagination="False"> Le banche ne hanno già liberati 50 Mentre sui rubinetti del Dl liquidità comincia a spuntare la ruggine della burocrazia, le banche hanno già fatto più del governo. L'alleggerimento delle misure prudenziali sul capitale degli istituti italiani, unito alla mancata distribuzione di 5,5 miliardi di dividendi questa primavera ha infatti liberato 50 miliardi di capitale «utilizzabile o per i prestiti o per far fronte a future perdite». Lo ha detto ieri Paolo Angelini, capo della Vigilanza della Banca d'Italia, in audizione davanti alla commissione bicamerale d'inchiesta sul settore del credito. Fornendo anche nuovi dati: le domande di moratoria da parte di imprese e famiglie alla data del 3 aprile riguardavano oltre 660.000 prestiti e avevano raggiunto i 75 miliardi di debito residuo di cui due terzi da parte delle imprese e un terzo dalle famiglie. E nella relazione presentata in commissione le stime di Via Nazionale indicano che tra marzo e luglio il fabbisogno aggiuntivo di liquidità delle imprese possa raggiungere i 50 miliardi. «Le banche dopo uno sbandamento iniziale hanno preso accorgimenti organizzativi per reagire all'emergenza e hanno preso risorse dal back office per gestire questioni e domande poi hanno rivisto i sistemi di delega per sveltire le procedure per le moratorie; la sensazione è che dopo una fase iniziale faticosa ora si siano ridotti i tempi di gestione delle richieste e l'insoddisfazione della clientela», ha spiegato Angelini. Intanto è al lavoro la task force per la liquidità del sistema bancario alla quale partecipano Mef, Abi, Mediocredito centrale e la stessa Bankitalia, ai quali si sono poi aggiunti il Mise e la Sace. Ma l'impressione, ha detto il capo della Vigilanza, «è che per alcune misure dei decreti la parte discrezionale lasciata alle banche è molto molto modesta e in alcuni casi anche inesistente. Ciononostante questo è un tema importante e ovviamente la task force farà del suo meglio per monitorare questo aspetto e fare in modo che la liquidità affluisca fino all'ultimo miglio e non si fermi per la strada». Per assicurare un rapido dispiegamento degli strumenti di contrasto dell'emergenza approvati dal governo, i tecnici di Bankitalia suggeriscono di considerare modalità di tracciamento dei finanziamenti erogati, come l'obbligo di convogliare i prstiti con garanzia pubblica su conti dedicati. Ma, come nel caso delle imprese, pure nel mondo del credito non tutti gli istituti hanno le spalle abbastanza larghe per resistere all'impatto dell'emergenza. Anche perché lo shock macroeconomico generato dalla pandemia da Covid-19 potrebbe generare un forte aumento del tasso di deterioramento dei prestiti. «Per le banche che già presentavano elementi di fragilità», hanno detto i rappresentanti di Bankitalia, «è possibile che le azioni poste in essere dal governo e dalle autorità di vigilanza non siano sufficienti a permettere loro di sostenere le conseguenze. Sarà necessario, in questi casi, valutare tempestivamente la possibilità di indirizzare il sostegno pubblico per favorire processi aggregativi anche degli intermediari di minore dimensione e maggiormente a rischio». Nel frattempo, però, tutti gli istituti hanno bisogno «di avere certezze giuridiche su strumenti e modalità operative», sottolinea una nota del comitato esecutivo dell'Abi riunito ieri in videoconferenza. Elencando le difficoltà nelle quali le banche si trovano a operare: «Le dichiarazioni di immediata disponibilità delle forme di anticipazione di liquidità non hanno tenuto infatti in conto degli adempimenti, non dipendenti dalle banche, non sempre ancora completati e che impediscono alle banche di attuare, fino a ora, le misure di liquidità, che necessiterebbero di semplificazioni», aggiunge l'associazione dei banchieri. Che, ad esempio, attendono dal Mediocredito centrale l'attivazione delle procedure di trasmissione delle domande per l'accesso alle relative garanzie sui prestiti fino a 25.000 euro per piccole imprese e partite Iva.
Mentre la Borsa corre come un maratoneta finalmente allenato, lo spread fa una cosa rivoluzionaria per l’Italia. Sta lì, intorno ai 70 punti base, stabile, composto, educato. Niente crisi di nervi, niente scatti d’orgoglio, niente improvvisi ritorni di fiamma. Per anni è stato un incubo. L’indice della paura. Oggi è diventato quasi un rumore di fondo. E quando in Italia una cosa smette di fare notizia, vuol dire che non è più un’emergenza. Un evento raro, quasi commovente. Questo doppio movimento – Borsa su, spread giù – non è piovuto dal cielo, né è frutto di un allineamento benevolo dei pianeti. Ha una data precisa, che conviene segnare sul calendario per evitare le amnesie a intermittenza. Venerdì 23 settembre 2022, ultima seduta prima delle elezioni politiche. Il Ftse Mib chiudeva a 21.066 punti. Un livello che oggi sembra archeologia finanziaria. Da allora ha guadagnato il 115%. Più che raddoppiato. Altro che «Italia ferma». È da lì che parte la storia, dall’insediamento del governo Meloni. Non perché i mercati abbiano simpatie politiche – non ne hanno - ma perché parlano una lingua semplice e spietata: stabilità e conti. Meno ideologia, più numeri. Meno proclami, più disciplina di bilancio. La stabilità politica, concetto quasi esotico alle nostre latitudini, ha fatto il resto. I mercati non chiedono miracoli, chiedono prevedibilità. E quando vedono che la linea non cambia ogni tre mesi, tirano un sospiro di sollievo. Poi fanno quello che sanno fare meglio: comprano. Il risultato è che Piazza Affari ha cambiato narrazione. Da eterno malato d’Europa a sorpresa positiva. Da sorvegliato speciale a studente diligente. Lo spread, che per anni ci ha fatto sentire sotto esame permanente. Non siamo guariti. Ma almeno siamo usciti dalla terapia intensiva. C’è però un effetto ancora più rilevante, meno rumoroso ma molto concreto: la ricchezza degli italiani. Perché la Borsa non è solo un grafico che sale o scende nelle sale operative, è anche patrimonio che cresce. In tre anni la ricchezza delle famiglie italiane è aumentata di circa 1.250 miliardi. Dal 2022 il patrimonio complessivo è salito da 9.749 miliardi fino a sfiorare quota 11.000 miliardi (analisi Fondazione Fiba di First Cisl sui dati forniti dalla Bce). Un numero che impressiona, soprattutto se messo accanto alle litanie sull’impoverimento continuo. Merito anche del rally di Piazza Affari, che ha gonfiato – in senso buono – il valore di azioni, fondi, risparmi gestiti. A questo si è aggiunto il rialzo dei valori immobiliari, altro pilastro della ricchezza italiana. Il risultato è un balzo del 13% della ricchezza finanziaria delle famiglie in tre anni. Una crescita robusta, quasi inattesa, dopo un decennio di austerità, paure e narrazioni catastrofiste. Naturalmente non significa che tutti siano diventati improvvisamente più ricchi. La ricchezza cresce, ma non arriva in modo uniforme. E soprattutto c’è un nemico silenzioso che ha continuato a lavorare senza dare nell’occhio: l’inflazione. Quella non fa sconti. Ha eroso il potere d’acquisto come una tassa invisibile. Oggi cento euro del 2022 valgono 93. Sette euro evaporati senza ricevuta. Un colpo che pesa soprattutto sui salari, rimasti indietro come un treno regionale che guarda sfrecciare un Frecciarossa. E allora il quadro è questo, ed è più complesso di come spesso lo si racconta. La Borsa vola, lo spread è addomesticato, il patrimonio delle famiglie complessiva cresce. Ma il carrello della spesa costa di più e le buste paga arrancano. Non è il Paese delle meraviglie, ma nemmeno il disastro permanente che per anni ci siamo ripetuti. Forse la vera notizia è proprio questa: l’Italia non è più solo un caso clinico da analizzare con il sopracciglio alzato. È un Paese che i mercati guardano con rispetto. Con cautela, certo. Con diffidenza, quella non manca mai. Ma anche con una fiducia crescente. E quando la fiducia torna, succedono cose che sembravano impossibili: record che resistono per un quarto di secolo vengono agganciati, e obiettivi che parevano barzellette diventano ipotesi di lavoro. Quota 50 mila punti, insomma, non è più una battuta da bar. È un numero cerchiato in rosso. Poi la Borsa farà come sempre la Borsa: salirà, scenderà, si contraddirà. Ma una cosa è ormai chiara: l’Italia finanziaria non è più ferma al 2000. Ci è tornata solo per prendere la rincorsa.
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Christine Lagarde (Ansa)
Uno scandalo che, oltre a far vibrare di indignazione il grattacielo in cui ha sede la Banca centrale, rischia di spettinare un po’ anche la sempre perfetta acconciatura di madame Lagarde. Di lei, oltre alle lettere imbarazzanti spedite quando era ministro dell’Economia ai tempi della presidenza di Nicolas Sarkozy, sono note le molte prese di posizione contro l’aumento dei salari. «Stanno aumentando troppo velocemente», diceva agitando il foulard Hermes che è ormai parte integrante del suo abbigliamento insieme con i tailleur Chanel. «Non possiamo permettere che le aspettative inflazionistiche si disancorino o che i salari abbiano un effetto inflazionistico», spiegava fino all’altro ieri per giustificare il mancato taglio dei tassi d’interesse. Ma mentre dichiarava guerra agli aumenti di stipendio, la banchiera che ha preso il posto di Mario Draghi provvedeva a incrementare il suo. A suscitare reazioni disgustate è anche il fatto che, pur essendo alla guida di un’istituzione pubblica, Lagarde sui suoi emolumenti sia stata a dir poco reticente. Fabio De Masi, eurodeputato e presidente del partito di sinistra tedesco Bsw, infatti ha attaccato la presidente della Bce dicendo di trovare sorprendente che l’amministratore delegato della Deutsche Bank, istituto privato quotato in Borsa, fornisca al pubblico informazioni più dettagliate sulla sua retribuzione rispetto a madame Lagarde.
Di certo c’è che il solo stipendio base, cioè senza benefit e compensi per altre funzioni connesse, rende la numero uno della Banca centrale il funzionario più pagato della Ue, con un salario superiore di oltre il 20% rispetto a quello di Ursula von der Leyen. Secondo il Financial Times, ai 446.000 euro vanno aggiunti 135.000 euro in benefit per l’alloggio e altre spese. Poi a questi si deve sommare la remunerazione per l’incarico di consigliere della Bri, vale a dire la Banca dei regolamenti internazionali, che in gergo è definita la banca delle banche centrali, ovvero una specie di succursale della Bce.
Occorre però chiarire che le somme riportate non sono lorde, come per i comuni mortali, ma nette, e che al conto complessivo mancano diverse voci. Infatti il quotidiano inglese, bibbia della finanza europea, non è riuscito ad alzare il velo sull’intero importo percepito da Lagarde, ma solo su ciò che ha potuto accertare spulciando atti ufficiali. Siccome la Bce ha rifiutato di rispondere alle richieste del Financial Times, i suoi giornalisti non sono riusciti ad appurare quale sia il valore dei contributi versati dalla Banca centrale per la pensione di Lagarde, né il costo del suo piano sanitario e delle assicurazioni stipulate a suo favore. Insomma, la sensazione è che il saldo sia molto più consistente. L’esborso totale per gli otto anni di presidenza Lagarde dovrebbe dunque assestarsi intorno ai 6,5 milioni, mentre dal 2030, quando andrà in pensione, la signora della moneta che vuole tenere bassi i salari per sconfiggere l’inflazione dovrebbe percepire 178.000 euro. Se Draghi è passato alla storia per una frase che prometteva di sostenere l’euro a qualunque costo, lei passerà alla storia per quanto ci costa.
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Zohran Mamdani (Ansa)
I dettami del Corano costituiscono infatti un sistema etico-giuridico a cui si deve attenere un buon musulmano - dalla morale alla sfera pubblica - incompatibile sia con le costituzioni occidentali che con il programma politico di Mamdani, che tra l’altro promette tolleranza, diritti civili (anche quelli attinenti la sfera sessuale), parità di genere e tutto l’armamentario woke caro ai progressisti. Giurare sul Corano di rendere gli uomini più liberi - nel senso occidentale del termine - è un ossimoro, perché il libro sacro dell’islam nega, a differenza delle sacre scritture cristiane, la dimensione della ragione. Nel Corano la donna è concepita come un essere inferiore da sottomettere all’uomo; il Corano condanna ebrei e cristiani come miscredenti e addirittura ne legittima la morte; il Corano sostiene che l’islam è l’unica vera religione che deve non solo diffondersi bensì imporsi sull’intera umanità.
Certamente qualcuno obietterà: attenzione, non è così, esiste un islam moderato. Certamente esiste, ma non è quello che porta il Corano a mo’ di Libretto rosso di Mao nel cuore delle istituzioni occidentali. Già nel 2000 non un reazionario, ma uno dei più prestigiosi politologi caro alla sinistra, Giovanni Sartori, aveva messo in guardia la sua parte politica su un distorto concetto di multiculturalismo: «Una società sana riconosce sì il valore della diversità, ma si dissolve se apre le porte a nemici culturali che ne rifiutano i principi, il primo dei quali è la separazione tra politica e religione».
Insomma, girala come ti pare ma una cosa è certa: l’Occidente o resterà cristiano o non sarà più il luogo degli uomini liberi. A farmi paura non è tanto il giuramento di Mamdani: sono quelli che anche da questi parti lo seguono come i topolini della famosa fiaba seguirono il suono suadente del pifferaio magico, chiamato dagli abitanti a liberare la città dai molesti roditori. Come noto i topi finirono nello stagno avvelenato, ma anche gli abitanti non fecero una bella fine.
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