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2020-04-16
I 200 miliardi di Conte? sono 5
Giuseppe Conte (Ansa)
«Abbiamo liberato poderose risorse. Per le imprese, anche piccolissime, arrivano 200 miliardi di garanzie sui prestiti e 200 miliardi per l'export», esultava in conferenza stampa Giuseppe Conte anticipando un decreto che non sarebbe entrato in Gazzetta ufficiale se non con 72 ore di ritardo rispetto all'annuncio in mondo visione. I primi due giorni di attesa sono da collegare all'esito dell'Eurogruppo. L'esecutivo sperava che da lì sarebbero arrivati fondi per riempire il decreto imprese di soldi veri. Quando il governo ha dovuto ammettere a sé stesso che da Bruxelles non sarebbe arrivato nulla, il testo è stato approvato e pubblicato in Gazzetta nel pieno della notte. L'indomani si è scoperto che che le uniche coperture sottostanti valevano 2,72 miliardi di euro. Un miliardo destinato a Sace, impegnata a favorire l'export, e il rimanente miliardo e 720 milioni per il Mediocredito centrale che a sua volta gestisce il Fondo di garanzia a cui spetta il compito di erogare i prestiti per le imprese impegnate sul mercato italiano e per le partite Iva.
Per capire l'effettiva portata delle promesse di Conte si è dovuto però attendere che si riunisse il consiglio di gestione del Fondo e che a sua volta Sace definisse la leva di credito.
Adesso basta un pallottoliere per mettere in fila i numeri e le erogazioni. E si ha la certezza che il mondo delle conferenze stampa del premier non coincide per nulla con la realtà del Paese.
Dei 200 miliardi promessi da Conte per il mercato interno soltanto 5,18 sono reali. Gli altri 194,82 restano un desiderio destinato a non realizzarsi. Il consiglio del Fondo di garanzia ha, infatti, deciso che i prestiti fino a 25.000 euro (garantiti al 100% dallo Stato) sono molto rischiosi e quindi per ogni euro erogato ne andranno accantonati tre. Tradotto, la leva che il Fondo deciderà di utilizzare si ferma a tre volte. E quindi basta fare 1,72 miliardi per tre e si arriva a 5,16 miliardi. Il Fondo ha deciso di non prendere altri rischi per un semplice motivo: dare soldi senza garanzia significa molto spesso non rivederli indietro e se il Fondo poi andasse a gambe all'aria toccherebbe agli amministratori risponderne penalmente. Non certo al ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri, o al premier. Inventarsi promesse fasulle in conferenza stampa non è ancora un reato. Così con i soldi che potranno essere erogati il Fondo darà risposta a 200.000 pratiche o, se consideriamo una cifra mediana di 15.000 euro per pratica, a un massimo di 350.000 aziende. Solo le partite Iva sono 5 milioni e le Pmi 4,3 milioni. Soddisfarne solo 350.000 rischia di essere un tremendo boomerang per Conte che prima o poi, almeno politicamente, dovrà rispondere dei danni che sta facendo alla nostra economia.
Senza contare che se il budget disponibile venisse subito esaurito dalle richieste inferiori a 25.000 euro (molto probabile) il fondo del Mediocredito non potrebbe più erogare le garanzie con copertura al 90%. Si tratta dei pacchetti per le imprese più grandi che a loro volta vedono coinvolte le banche che dovranno garantire il 10% rimanente. Su queste pratiche il Fondo utilizzerà la leva tradizionale di 12,5 volte che, di fatto, corrisponde al classico accantonamento dell'8% rispetto al totale erogato. In pratica, siamo di fronte a una bufala politica. Calmierata solo un po' dalla parte del decreto relativa all'export.
Sul versante di Sace, i fondi sottostanti si fermano a un miliardo ma la leva che sarà messa in campo sale a 20 volte il plafond. In pratica, le aziende impegnate a esportare i propri prodotti potranno chieder garanzie fino a 20 miliardi. Quattro volte tanto il pacchetto del Fondo gestito da Mcc, ma pur sempre dieci volte meno le promesse di Conte. Che in conferenza stampa valevano 400 miliardi e nella realtà solo 25,18. «Nel magico mondo del premier», commenta Enrico Zanetti responsabile di Eutekne.info ed ex viceministro all'Economia, «i commi che contano sono quelli che fissano le cifre massime, ma nella realtà bancaria e imprenditoriale ciò che conta sono i commi che fissano i plafond reali di spesa. Altrimenti promettere 400 miliardi su una base di 2,7 è come promettere di abolire la povertà. Tanto più che tutte le responsabilità non sono in capo ai politici ma scaricate su enti pubblici che devono rispondere dei bilanci e della governance».
Il riferimento è al fatto che le garanzie non vengono erogate direttamente dal Tesoro. Così come si fa con i bonus dell'Inps e la cassa integrazione Covid-19. Evidentemente si spera che gli intoppi burocratici o logistici possano deviare l'attenzione dai fallimenti politici. Basti pensare che il Fondo di garanzia nel 2019 ha evaso circa 120.000 pratiche, confermando il trend degli anni precedenti. Ora in 4-5 settimane si troverà a rispondere a un numero compreso tra le 200 e le 350.000 richieste. Andrà in tilt? Probabilmente. E anche questo servirà a Conte a far dimenticare l'altro gioco delle tre carte presente nel decreto imprese. I 2,72 miliardi sottostanti sono in realtà a saldo zero. Il miliardo destinato a Sace è stato pescato da un fondo messo in pista nel 2014 - in pieno governo Renzi - per sostenere quelle aziende in attesa di ricevere i pagamenti della pubblica amministrazione. Degli 1,7 miliardi per il Fondo di garanzia, 1,5 erano stati stanziati nell'articolo 49 del Cura Italia di marzo. L'articolo è stato abrogato e i fondi sono riapparsi carsicamente nell'articolo 13 del decreto imprese. Ma sono sempre gli stessi. Così come i rimanenti 220 milioni girati all'ente del Mediocredito centrale provengono da un altro articolo del Cura Italia. Per Conte nulla si crea e nulla si distrugge. Solo le aziende falliscono.
Le banche ne hanno già liberati 50
Mentre sui rubinetti del Dl liquidità comincia a spuntare la ruggine della burocrazia, le banche hanno già fatto più del governo. L'alleggerimento delle misure prudenziali sul capitale degli istituti italiani, unito alla mancata distribuzione di 5,5 miliardi di dividendi questa primavera ha infatti liberato 50 miliardi di capitale «utilizzabile o per i prestiti o per far fronte a future perdite». Lo ha detto ieri Paolo Angelini, capo della Vigilanza della Banca d'Italia, in audizione davanti alla commissione bicamerale d'inchiesta sul settore del credito. Fornendo anche nuovi dati: le domande di moratoria da parte di imprese e famiglie alla data del 3 aprile riguardavano oltre 660.000 prestiti e avevano raggiunto i 75 miliardi di debito residuo di cui due terzi da parte delle imprese e un terzo dalle famiglie.
E nella relazione presentata in commissione le stime di Via Nazionale indicano che tra marzo e luglio il fabbisogno aggiuntivo di liquidità delle imprese possa raggiungere i 50 miliardi. «Le banche dopo uno sbandamento iniziale hanno preso accorgimenti organizzativi per reagire all'emergenza e hanno preso risorse dal back office per gestire questioni e domande poi hanno rivisto i sistemi di delega per sveltire le procedure per le moratorie; la sensazione è che dopo una fase iniziale faticosa ora si siano ridotti i tempi di gestione delle richieste e l'insoddisfazione della clientela», ha spiegato Angelini.
Intanto è al lavoro la task force per la liquidità del sistema bancario alla quale partecipano Mef, Abi, Mediocredito centrale e la stessa Bankitalia, ai quali si sono poi aggiunti il Mise e la Sace. Ma l'impressione, ha detto il capo della Vigilanza, «è che per alcune misure dei decreti la parte discrezionale lasciata alle banche è molto molto modesta e in alcuni casi anche inesistente. Ciononostante questo è un tema importante e ovviamente la task force farà del suo meglio per monitorare questo aspetto e fare in modo che la liquidità affluisca fino all'ultimo miglio e non si fermi per la strada». Per assicurare un rapido dispiegamento degli strumenti di contrasto dell'emergenza approvati dal governo, i tecnici di Bankitalia suggeriscono di considerare modalità di tracciamento dei finanziamenti erogati, come l'obbligo di convogliare i prstiti con garanzia pubblica su conti dedicati.
Ma, come nel caso delle imprese, pure nel mondo del credito non tutti gli istituti hanno le spalle abbastanza larghe per resistere all'impatto dell'emergenza. Anche perché lo shock macroeconomico generato dalla pandemia da Covid-19 potrebbe generare un forte aumento del tasso di deterioramento dei prestiti. «Per le banche che già presentavano elementi di fragilità», hanno detto i rappresentanti di Bankitalia, «è possibile che le azioni poste in essere dal governo e dalle autorità di vigilanza non siano sufficienti a permettere loro di sostenere le conseguenze. Sarà necessario, in questi casi, valutare tempestivamente la possibilità di indirizzare il sostegno pubblico per favorire processi aggregativi anche degli intermediari di minore dimensione e maggiormente a rischio».
Nel frattempo, però, tutti gli istituti hanno bisogno «di avere certezze giuridiche su strumenti e modalità operative», sottolinea una nota del comitato esecutivo dell'Abi riunito ieri in videoconferenza. Elencando le difficoltà nelle quali le banche si trovano a operare: «Le dichiarazioni di immediata disponibilità delle forme di anticipazione di liquidità non hanno tenuto infatti in conto degli adempimenti, non dipendenti dalle banche, non sempre ancora completati e che impediscono alle banche di attuare, fino a ora, le misure di liquidità, che necessiterebbero di semplificazioni», aggiunge l'associazione dei banchieri. Che, ad esempio, attendono dal Mediocredito centrale l'attivazione delle procedure di trasmissione delle domande per l'accesso alle relative garanzie sui prestiti fino a 25.000 euro per piccole imprese e partite Iva.
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Per ogni euro erogato ne andranno accantonati 3: i fondi garantiti basteranno per 350.000 imprese ma ci sono 9,3 milioni di Pmi e partite Iva attive. Pure le pratiche in capo a Sace per l'export non supereranno i 20 miliardi.Via Nazionale spiega che i denari arrivano da taglio dei dividendi e alleggerimento delle misure sul capitale. Presentate 660.000 domande di moratoria sui prestiti.Lo speciale contiene due articoli«Abbiamo liberato poderose risorse. Per le imprese, anche piccolissime, arrivano 200 miliardi di garanzie sui prestiti e 200 miliardi per l'export», esultava in conferenza stampa Giuseppe Conte anticipando un decreto che non sarebbe entrato in Gazzetta ufficiale se non con 72 ore di ritardo rispetto all'annuncio in mondo visione. I primi due giorni di attesa sono da collegare all'esito dell'Eurogruppo. L'esecutivo sperava che da lì sarebbero arrivati fondi per riempire il decreto imprese di soldi veri. Quando il governo ha dovuto ammettere a sé stesso che da Bruxelles non sarebbe arrivato nulla, il testo è stato approvato e pubblicato in Gazzetta nel pieno della notte. L'indomani si è scoperto che che le uniche coperture sottostanti valevano 2,72 miliardi di euro. Un miliardo destinato a Sace, impegnata a favorire l'export, e il rimanente miliardo e 720 milioni per il Mediocredito centrale che a sua volta gestisce il Fondo di garanzia a cui spetta il compito di erogare i prestiti per le imprese impegnate sul mercato italiano e per le partite Iva.Per capire l'effettiva portata delle promesse di Conte si è dovuto però attendere che si riunisse il consiglio di gestione del Fondo e che a sua volta Sace definisse la leva di credito.Adesso basta un pallottoliere per mettere in fila i numeri e le erogazioni. E si ha la certezza che il mondo delle conferenze stampa del premier non coincide per nulla con la realtà del Paese.Dei 200 miliardi promessi da Conte per il mercato interno soltanto 5,18 sono reali. Gli altri 194,82 restano un desiderio destinato a non realizzarsi. Il consiglio del Fondo di garanzia ha, infatti, deciso che i prestiti fino a 25.000 euro (garantiti al 100% dallo Stato) sono molto rischiosi e quindi per ogni euro erogato ne andranno accantonati tre. Tradotto, la leva che il Fondo deciderà di utilizzare si ferma a tre volte. E quindi basta fare 1,72 miliardi per tre e si arriva a 5,16 miliardi. Il Fondo ha deciso di non prendere altri rischi per un semplice motivo: dare soldi senza garanzia significa molto spesso non rivederli indietro e se il Fondo poi andasse a gambe all'aria toccherebbe agli amministratori risponderne penalmente. Non certo al ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri, o al premier. Inventarsi promesse fasulle in conferenza stampa non è ancora un reato. Così con i soldi che potranno essere erogati il Fondo darà risposta a 200.000 pratiche o, se consideriamo una cifra mediana di 15.000 euro per pratica, a un massimo di 350.000 aziende. Solo le partite Iva sono 5 milioni e le Pmi 4,3 milioni. Soddisfarne solo 350.000 rischia di essere un tremendo boomerang per Conte che prima o poi, almeno politicamente, dovrà rispondere dei danni che sta facendo alla nostra economia. Senza contare che se il budget disponibile venisse subito esaurito dalle richieste inferiori a 25.000 euro (molto probabile) il fondo del Mediocredito non potrebbe più erogare le garanzie con copertura al 90%. Si tratta dei pacchetti per le imprese più grandi che a loro volta vedono coinvolte le banche che dovranno garantire il 10% rimanente. Su queste pratiche il Fondo utilizzerà la leva tradizionale di 12,5 volte che, di fatto, corrisponde al classico accantonamento dell'8% rispetto al totale erogato. In pratica, siamo di fronte a una bufala politica. Calmierata solo un po' dalla parte del decreto relativa all'export. Sul versante di Sace, i fondi sottostanti si fermano a un miliardo ma la leva che sarà messa in campo sale a 20 volte il plafond. In pratica, le aziende impegnate a esportare i propri prodotti potranno chieder garanzie fino a 20 miliardi. Quattro volte tanto il pacchetto del Fondo gestito da Mcc, ma pur sempre dieci volte meno le promesse di Conte. Che in conferenza stampa valevano 400 miliardi e nella realtà solo 25,18. «Nel magico mondo del premier», commenta Enrico Zanetti responsabile di Eutekne.info ed ex viceministro all'Economia, «i commi che contano sono quelli che fissano le cifre massime, ma nella realtà bancaria e imprenditoriale ciò che conta sono i commi che fissano i plafond reali di spesa. Altrimenti promettere 400 miliardi su una base di 2,7 è come promettere di abolire la povertà. Tanto più che tutte le responsabilità non sono in capo ai politici ma scaricate su enti pubblici che devono rispondere dei bilanci e della governance». Il riferimento è al fatto che le garanzie non vengono erogate direttamente dal Tesoro. Così come si fa con i bonus dell'Inps e la cassa integrazione Covid-19. Evidentemente si spera che gli intoppi burocratici o logistici possano deviare l'attenzione dai fallimenti politici. Basti pensare che il Fondo di garanzia nel 2019 ha evaso circa 120.000 pratiche, confermando il trend degli anni precedenti. Ora in 4-5 settimane si troverà a rispondere a un numero compreso tra le 200 e le 350.000 richieste. Andrà in tilt? Probabilmente. E anche questo servirà a Conte a far dimenticare l'altro gioco delle tre carte presente nel decreto imprese. I 2,72 miliardi sottostanti sono in realtà a saldo zero. Il miliardo destinato a Sace è stato pescato da un fondo messo in pista nel 2014 - in pieno governo Renzi - per sostenere quelle aziende in attesa di ricevere i pagamenti della pubblica amministrazione. Degli 1,7 miliardi per il Fondo di garanzia, 1,5 erano stati stanziati nell'articolo 49 del Cura Italia di marzo. L'articolo è stato abrogato e i fondi sono riapparsi carsicamente nell'articolo 13 del decreto imprese. Ma sono sempre gli stessi. Così come i rimanenti 220 milioni girati all'ente del Mediocredito centrale provengono da un altro articolo del Cura Italia. Per Conte nulla si crea e nulla si distrugge. 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Lo ha detto ieri Paolo Angelini, capo della Vigilanza della Banca d'Italia, in audizione davanti alla commissione bicamerale d'inchiesta sul settore del credito. Fornendo anche nuovi dati: le domande di moratoria da parte di imprese e famiglie alla data del 3 aprile riguardavano oltre 660.000 prestiti e avevano raggiunto i 75 miliardi di debito residuo di cui due terzi da parte delle imprese e un terzo dalle famiglie. E nella relazione presentata in commissione le stime di Via Nazionale indicano che tra marzo e luglio il fabbisogno aggiuntivo di liquidità delle imprese possa raggiungere i 50 miliardi. «Le banche dopo uno sbandamento iniziale hanno preso accorgimenti organizzativi per reagire all'emergenza e hanno preso risorse dal back office per gestire questioni e domande poi hanno rivisto i sistemi di delega per sveltire le procedure per le moratorie; la sensazione è che dopo una fase iniziale faticosa ora si siano ridotti i tempi di gestione delle richieste e l'insoddisfazione della clientela», ha spiegato Angelini. Intanto è al lavoro la task force per la liquidità del sistema bancario alla quale partecipano Mef, Abi, Mediocredito centrale e la stessa Bankitalia, ai quali si sono poi aggiunti il Mise e la Sace. Ma l'impressione, ha detto il capo della Vigilanza, «è che per alcune misure dei decreti la parte discrezionale lasciata alle banche è molto molto modesta e in alcuni casi anche inesistente. Ciononostante questo è un tema importante e ovviamente la task force farà del suo meglio per monitorare questo aspetto e fare in modo che la liquidità affluisca fino all'ultimo miglio e non si fermi per la strada». Per assicurare un rapido dispiegamento degli strumenti di contrasto dell'emergenza approvati dal governo, i tecnici di Bankitalia suggeriscono di considerare modalità di tracciamento dei finanziamenti erogati, come l'obbligo di convogliare i prstiti con garanzia pubblica su conti dedicati. Ma, come nel caso delle imprese, pure nel mondo del credito non tutti gli istituti hanno le spalle abbastanza larghe per resistere all'impatto dell'emergenza. Anche perché lo shock macroeconomico generato dalla pandemia da Covid-19 potrebbe generare un forte aumento del tasso di deterioramento dei prestiti. «Per le banche che già presentavano elementi di fragilità», hanno detto i rappresentanti di Bankitalia, «è possibile che le azioni poste in essere dal governo e dalle autorità di vigilanza non siano sufficienti a permettere loro di sostenere le conseguenze. Sarà necessario, in questi casi, valutare tempestivamente la possibilità di indirizzare il sostegno pubblico per favorire processi aggregativi anche degli intermediari di minore dimensione e maggiormente a rischio». Nel frattempo, però, tutti gli istituti hanno bisogno «di avere certezze giuridiche su strumenti e modalità operative», sottolinea una nota del comitato esecutivo dell'Abi riunito ieri in videoconferenza. Elencando le difficoltà nelle quali le banche si trovano a operare: «Le dichiarazioni di immediata disponibilità delle forme di anticipazione di liquidità non hanno tenuto infatti in conto degli adempimenti, non dipendenti dalle banche, non sempre ancora completati e che impediscono alle banche di attuare, fino a ora, le misure di liquidità, che necessiterebbero di semplificazioni», aggiunge l'associazione dei banchieri. Che, ad esempio, attendono dal Mediocredito centrale l'attivazione delle procedure di trasmissione delle domande per l'accesso alle relative garanzie sui prestiti fino a 25.000 euro per piccole imprese e partite Iva.
iStock
Secondo il report dell’Ufficio Studi di idealista, nel primo trimestre 2026 i prezzi delle abitazioni in Lombardia crescono dello 0,7% e raggiungono 2.380 euro al metro quadrato. Lodi guida i rialzi tra le province, Milano e Como ai massimi storici. Tutti i capoluoghi chiudono il trimestre in aumento.
Il mercato immobiliare lombardo continua a crescere anche nel primo trimestre del 2026, confermando un trend positivo che si protrae ormai da tempo. Secondo l’ultimo report dell’Ufficio Studi di idealista, i prezzi delle abitazioni nella regione segnano un aumento dello 0,7%, portando il valore medio a 2.380 euro al metro quadro. Un livello che resta superiore alla media nazionale, pari a 1.891 euro al metro quadrato.
Su base annua la crescita è del 9,8%, mentre rispetto al trimestre precedente l’incremento è dell’1,4%, a conferma di un mercato che continua a mostrare una certa solidità, trainato da una dinamica dei prezzi diffusa su gran parte del territorio.
A livello provinciale il quadro è quasi interamente positivo. L’aumento più marcato si registra a Lodi, con un +4,3%, seguita da Sondrio (+4%), Como (+2,5%), Monza-Brianza (+2,3%), Cremona (+2,2%) e Brescia (+2%). Crescite più contenute si osservano a Lecco (+1,8%), Varese (+1,2%), Milano (+1,1%), Pavia (+0,9%) e Bergamo (+0,8%). L’unica eccezione è Mantova, che chiude il trimestre in calo del 2,2%.
Sul fronte dei valori assoluti, Milano si conferma la provincia più cara della Lombardia con 3.751 euro al metro quadro, seguita da Como (2.348 euro/m²), Brescia (2.233 euro/m²) e Monza-Brianza (2.156 euro/m²). Più bassi i valori a Bergamo (1.568 euro/m²), Lodi (1.504 euro/m²) e Varese (1.621 euro/m²), mentre Pavia (1.117 euro/m²) e Mantova (1.121 euro/m²) restano le province più accessibili. Milano e Como raggiungono inoltre i massimi storici dall’inizio delle rilevazioni.
Anche nei capoluoghi lombardi prevale un andamento positivo, con tutti i mercati in crescita nel trimestre. L’incremento più forte si registra a Cremona (+6,9%), seguita da Lecco (+6,4%) e Monza (+5%). Più contenuti i rialzi a Lodi (+3,5%), Bergamo (+1,9%) e Brescia (+1,7%). Crescite più moderate riguardano Varese (+1,1%), Pavia (+1%), Como (+0,4%), Milano (+0,2%) e Mantova (+0,1%).
Milano si conferma nettamente il capoluogo più caro della regione con 5.192 euro al metro quadro, davanti a Como (2.956 euro/m²), Monza (2.819 euro/m²) e Bergamo (2.796 euro/m²). Seguono Lecco (2.457 euro/m²) e Pavia (2.429 euro/m²), poi Brescia (2.127 euro/m²). Più contenuti i prezzi a Lodi (1.977 euro/m²), Varese (1.777 euro/m²), Mantova (1.550 euro/m²) e Cremona (1.440 euro/m²). Anche in questo caso emergono nuovi massimi storici per Como, Bergamo e Brescia.
Il quadro nazionale conferma una dinamica analoga, con un aumento dell’1,5% dei prezzi delle abitazioni usate nel primo trimestre e un valore medio di 1.891 euro al metro quadro. La crescita interessa la maggioranza del territorio, con l’80% dei capoluoghi e il 76% delle province in aumento. Secondo l’Ufficio Studi di idealista, il mercato residenziale italiano continua dunque a mostrare segnali di espansione, anche se nei prossimi mesi potrebbe risentire di fattori macroeconomici legati all’andamento dei tassi d’interesse.
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6 aprile 2009, L'Aquila: le macerie riempiono una strada nel centro dopo il devastante terremoto che ha colpito la città (Ansa)
«Il 6 aprile di 17 anni fa il terremoto in Abruzzo, la ferita resta aperta», ha dichiarato il ministro. «Oggi ricordiamo commossi le 309 persone la cui vita fu spezzata dalla violenza del terremoto che nel 2009 colpì l’Abruzzo». Piantedosi ha rivolto il proprio pensiero anche ai feriti e a chi ha dovuto affrontare le conseguenze del sisma, sottolineando la reazione della popolazione nei giorni successivi. «Il mio pensiero va anche a tutti coloro che rimasero feriti e a chi, con dignità e determinazione, ha affrontato il dolore e la devastazione che seguirono al sisma», ha aggiunto. Il ministro ha poi voluto ringraziare le strutture impegnate nei soccorsi: «Rinnovo la mia gratitudine alle Forze dell’ordine, ai Vigili del fuoco, ai militari, ai volontari della Protezione Civile e a tutti i soccorritori che, fin dalle prime ore, hanno lavorato senza sosta per salvare vite umane e assistere la popolazione colpita». Infine, ha richiamato l’impegno sul fronte della prevenzione e della sicurezza dei territori.
A L’Aquila, la commemorazione si è svolta tra la sera del 5 e la notte del 6 aprile, in una forma diversa rispetto al tradizionale corteo, ma con una partecipazione diffusa e raccolta. La città si è fermata nel silenzio, accompagnata dalla musica dei Solisti Aquilani, che all’Emiciclo hanno eseguito brani di Händel, Vivaldi e Bach durante la cerimonia. Accanto alle istituzioni, con il sindaco Pierluigi Biondi e rappresentanti locali, erano presenti cittadini, forze dell’ordine e associazioni.
Al centro della commemorazione il telo con i nomi delle vittime, stampati in rosso, e lo striscione dei familiari con la scritta: «Per loro. Per tutti i familiari delle vittime. L’Aquila 6 aprile 2009». La notte del ricordo è proseguita al Parco della Memoria, dove è stato acceso il braciere dal funzionario comunale Daniele Ciuffetelli, in rappresentanza dei dipendenti del Comune. Qui si è svolta anche la lettura dei nomi delle 309 vittime e la deposizione dei fiori sulla fontana monumentale.
Nel corso della cerimonia è intervenuto Vincenzo Vittorini, in rappresentanza dei familiari, che ha ricordato «la notte più lunga per gli aquilani» e il valore della memoria come responsabilità condivisa. «Abbiamo scelto di non sfilare, ma di ritrovarci», ha spiegato, richiamando anche la figura di Antonietta Centofanti e citando José Saramago: «Noi siamo la memoria che abbiamo e la responsabilità che ci assumiamo». Un appello, rivolto soprattutto ai più giovani, a farsi «sentinelle della memoria» per non disperdere il ricordo nel tempo. La commemorazione si è chiusa nel segno della sobrietà, tra musica, fiori e silenzio, mentre sui social il sindaco Biondi ha scritto: «Onoriamo la nostra notte più lunga, la luce fa sperare. Onoriamo il dolore, attraversiamo il buio, camminiamo nel silenzio verso il giorno».
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Gli sfollati fuggono dal campo di Zamzam a causa del conflitto in corso nel Darfur settentrionale in Sudan (Ansa)
Dopo oltre 150.000 morti e 13 milioni di profughi, il conflitto tra il capo dell’esercito al Burhan e il leader paramilitare Hemeti resta senza sbocco. I governativi riconquistano la capitale, mentre i paramilitari dominano il Darfur e sono accusati di pulizia etnica. Paese diviso e crisi umanitaria fuori controllo.
Da ormai tre anni il Sudan è dilaniato da una sanguinosa guerra civile che ha causato oltre 150.000 vittime e quasi 13 milioni di profughi. La nazione africana ha una popolazione di 46 milioni di abitanti e oltre la metà di questi hanno urgente bisogno di assistenza umanitaria, mentre 20 milioni sono a rischio di carestia.
Questo conflitto è iniziato all’interno del Consiglio Sovrano, nato dopo il colpo di stato del 25 ottobre del 2021, per il tentativo di integrare nell’esercito nazionale il gruppo paramilitare delle Forze di Supporto Rapido. Il generale Mohamed Hamdam Dagalo, detto Hemeti, capo di questi miliziani, aveva chiesto un lungo periodo di transizione per non perdere il suo potere, ma al rifiuto del capo della giunta militare era iniziato il conflitto. Le Forze di Supporto Rapido avevano agito all’alba del 13 aprile prendendo di sorpresa l’esercito del generale Abdel-Fattah al Burhan, che aveva perso il controllo di interi quartieri di Khartoum. I governativi avevano reagito utilizzando l’aviazione sudanese e martellando la capitale con centinaia di vittime fra la popolazione civile. Intanto lo scontro fra i due generali aveva coinvolto tutto il paese con i paramilitari che avevano dilagato in Darfur, la loro regione di provenienza. Le Forze di Supporto Rapido sono infatti gli eredi dei miliziani Janjaweed ( diavoli a cavallo), i genocidiari che nei primi anni del 2000 avevano massacrato la popolazione africana del Darfur.
Lo stesso Hemeti aveva fatto parte di queste bande irregolari,utilizzate dal governo del presidente Omar al Bashir per effettuare un’autentica pulizia etnica dei popoli non arabi. Il conflitto ha vissuto molte fasi alterne nell’arco di questi tre anni, ma oggi le Forze armate Sudanesi hanno stabilmente ripreso il controllo di Khartoum, riportando il governo nella capitale dopo essersi spostati a Port Sudan, eletta come capitale provvisoria. Nel Kordofan, una regione a sud, si continua combattere e le Forze di Supporto Rapido hanno siglato un’alleanza con un signore della guerra locale Abdelaziz al Hilu, che con i suoi mercenari ha preso il controllo del Kordofan settentrionale. Le milizie, create sia su base etnica che politica, hanno un ruolo sempre più importante nella guerra civile sudanese che coinvolge direttamente o indirettamente diverse nazioni dell’area. Il generale al Burhan ogni settimana vola al Cairo dove prende ordini dal presidente egiziano al Sisi, che è il suo principale mentore e che ha rifornito l’esercito sudanese di armi ed istruttori. Le Forze di Supporto Rapido sono invece economicamente sostenute dagli Emirati Arabi Uniti, e parzialmente dall’Arabia Saudita, che attraverso il poroso confine con il Ciad permette ai paramilitari di avere armi e soldi. Con il passare dei mesi i paramilitari hanno perso terreno, ma hanno preso il controllo della totalità del Darfur, la regione occidentale. Qui per espugnare l’ultima città difesa da un milizia alleata dei governativi hanno bloccato ogni via di accesso prendendo el Fasher per fame. Una volta entrate le Forze di Supporto Rapido hanno giustiziato i notabili della città, costringendo alla fuga migliaia di persone.
Le Nazioni Unite hanno aperto una serie di inchieste per indagare sui crimini di guerra commessi sia dai ribelli che dai governativi, in una nazione nella quale lo stupro è diventato un’arma di guerra. Le Forze di Supporto Rapido sono infatti accusate di pulizia etnica in Darfur, dove vivono diverse tribù africane come i Fur e i Masalit, che questi miliziani vogliono sterminare per arabizzare la regione. Questa operazione viene portata avanti da anni utilizzando uomini delle tribù beduine dei Baggara e degli Abbala, da cui provengono la maggioranza dei fedelissimi di Hemeti. Al terzo anno di combattimenti le forze del governo ed i suoi alleati controllano circa il 70% del Sudan, mentre i ribelli l’altro 30%. Il generale Hemeti ha anche formato un governo parallelo nelle aree sotto il suo controllo ed ha minacciato una secessione nel martoriato Darfur, tutto mentre il popolo del Sudan continua a morire nell’indifferenza del mondo.
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