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2019-08-04
Le indagini sui bimbi rubati partono male
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selezionano accuratamente le figure a cui attribuire compiti di controllo. Facciamo qualche esempio. In Emilia Romagna si è appena insediata la commissione d'inchiesta su Bibbiano. La presidenza è stata affidata a Giuseppe Boschini del Partito democratico. I vicepresidenti sono Raffaella Sensoli (M5s) e Igor Taruffi (Sinistra italiana).
Il Pd, a livello politico, è totalmente coinvolto nella vicenda di Bibbiano. Non è un'illazione, è un fatto. Lo dimostra la decisione appena presa dal tribunale del riesame. Il gip ha confermato gli arresti domiciliari per Andrea Carletti, ex sindaco pd di Bibbiano che la prefettura ha sospeso dall'incarico (e che si è autosospeso dal partito nonostante i suoi compagni l'abbiano sempre difeso).
Ora, pensate davvero che una commissione a guida Pd possa andare a fondo in una storia che tocca profondamente proprio il Pd? Andiamo. Per altro, i 5 stelle e Sinistra italiana, in Emilia, non è che siano esattamente ostili ai democratici, anzi. Che nella Regione rossa le cose sarebbero andate così, tuttavia, era prevedibile. Lascia un poco più perplessi quanto sta avvenendo a livello nazionale. Nei giorni scorsi sono partiti i lavori della «squadra speciale» voluta dal ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, per indagare sui fatti della Val d'Enza. Un'ottima idea, la sua.
Di questa commissione fanno parte alcuni stretti collaboratori del ministro e alcuni esperti che da tempo operano nelle istituzioni (sempre a livello ministeriale). Si aggiungono poi Silvia Albano dell'Associazione nazionale magistrati, Maria Francesca Pricoco, presidente dell'Associazione italiana magistrati minorenni e di famiglia, Gianmario Gazzi, presidente dell'Ordine degli assistenti sociali, Fulvio Giardina, presidente dell'Ordine degli psicologi, Maria Masi, vice presidente del Consiglio nazionale forense e il commissario straordinario del Forteto e Garante per l'infanzia e adolescenza della Regione Lazio, Jacopo Marzetti.
Quest'ultimo è noto per l'ottimo lavoro svolto al Forteto, e non ci sono dubbi che, se fosse stato nominato commissario straordinario per Bibbiano, avrebbe ribaltato la macchina emiliana come un calzino. Sugli altri membri, invece, viene da esprimere qualche dubbio. Soprattutto, ad avanzare perplessità sono le associazioni che con i minorenni lavorano ogni giorno. Alfia Milazzo, stimata presidente della fondazione La città invisibile, ha pubblicato un comunicato durissimo. «Leggiamo, sgomenti e increduli la lunga lista di nomi di questa squadra speciale “inflessibile" che dovrebbe escludere, assicura il ministro, altre Bibbiano in Italia», ha scritto. «Presidente ordine psicologi, presidente tribunali minorili, presidente ordine servizi sociali. [...] Ma i genitori di figli rubati e gli avvocati delle famiglie distrutte, dove sono? Non ci sono! Troviamo invece sempre loro, quelle personalità istituzionali note e arcinote, che a volte abbiamo visto presenti alle inaugurazioni di case famiglia».
Secondo la Milazzo, «una domanda almeno Bonafede se la dovrebbe porre: tutti questi presidenti non erano in carica mentre si svolgevano i fatti di Forteto, Veleno, Bibbiano eccetera, eccetera? Tanto per fare un esempio, il presidente dell'ordine dei psicologi non ha mai letto le carte del processo Veleno in cui era coinvolto lo stesso Claudio Foti che gestiva l'associazione “Hansel e Gretel" prima che scoppiasse l'indagine di Bibbiano? [...] E il presidente dell'Ordine degli assistenti sociali che tipo di rigore e accertamenti avrà prodotto all'interno del corpo professionale?».
Direte: così è un processo alle intenzioni. E invece no. Subito dopo aver partecipato al primo incontro della squadra ministeriale, il Consiglio nazionale dell'ordine degli assistenti sociali ha diffuso su Facebook un comunicato stampa in cui dice che prenderà provvedimenti quando il lavoro della magistratura su Bibbiano sarà finito. Ma intanto ne approfitta per chiedere più «risorse per il welfare, formazione per i professionisti, stabilità dei rapporti di lavoro per dare continuità nei rapporti in situazioni delicatissime». Insomma, batte cassa. Non solo. Gli assistenti sociali pretendono dal governo un «abbassamento di toni e un cambio di strategia nell'affrontare il tema dei minori, della famiglia, dei servizi sociali».
Fino ad oggi, dicono, si è pensato più «a individuare nemici - politici, ma anche professionisti - da additare, piuttosto che cercare soluzioni o prevenire drammi e dolori». Ma certo, chiedere verità su Bibbiano significa fare «propaganda sulla pelle dei bambini. I giornali che se ne occupano portano avanti una una «campagna mediatica senza controllo».
Di fronte ai fatti indegni della Val d'Enza, l'ordine degli assistenti sociali si premura di criticare i media e i politici. Vi sembra l'atteggiamento di chi vuole trovare la verità a ogni costo?
Se a controllare devono essere istituzioni che fino all'altro ieri hanno dormito, beh, forse è meglio lasciare perdere i controlli, perché il rischio è davvero che creino solo più confusione.
Dietro Bibbiano l’eterno tentativo di smontare la famiglia naturale
I fatti di Bibbiano non sono un increscioso incidente, ma la rappresentazione accurata di uno dei fenomeni più significativi del nostro tempo: l'impegno attivo di parti importanti della classe politica e amministrativa dello Stato nello smontare la famiglia naturale; uno degli obiettivi dei totalitarismi del Novecento non abbandonato neppure oggi. La Verità sta quotidianamente documentando il coinvolgimento delle istituzioni in questa azione devastante. Togliere i bambini ai genitori accusati di inadeguatezza educativa fu uno dei modi dello stalinismo e del nazismo per creare «figli» del socialismo o del III Reich, sottraendoli alle perversioni della «famiglia borghese», considerata sorpassata e decadente. In Urss questa pratica pluridecennale, abbinata al divorzio indiscriminato, diede un durissimo colpo all'istituzione famigliare, che non se ne è ancora del tutto rimessa. Una buona parte della politica di Vladimir Putin, come la sua salda alleanza con la Chiesa ortodossa, dimostra la necessità vitale per la nazione di ricostruire un tessuto famigliare forte, sostenuto dall'alleanza convinta dello Stato. In ciò non c'è nulla di ideologico: semplicemente senza famiglia non c'è comunità e non c'è Stato. Putin è un uomo di Stato, e lo sa.
In Italia, invece, nei decenni di governi di alleanza tra socialdemocrazia e mondo cattolico di sinistra si è sviluppato lo sforzo contrario. L'intento fu quello di smontare la famiglia naturale, sia gestendo separazioni e divorzi in modo da mettere fuori gioco il padre, affidato alla gestione della Caritas dopo accordi coniugali sanguisuga, sia portando via direttamente i figli, come dimostrato con la rete di «intervento sociale» della val d'Enza, esperimento pilota per la costruzione di una nuova genitorialità. Velleitario oltre che delinquenziale, ma rivelatore di un disegno non così stupido. Nella loro fumosa preparazione, questi distruttori di famiglie sapevano comunque che qualsiasi società alla fine si regge sempre sulla famiglia, primo luogo dove si formano i legami con gli altri. Quindi ne progettavano una nuova. Che avrebbe dovuto «fare fuori la natura» diventando «più cattiva di lei», come già nel programma di Alphonse Donatien, marchese di Sade, uno dei principali ispiratori dell'affettività e del gusto della modernità post illuminista.
Basta dunque genitori naturali ed educazioni sviluppate secondo i bisogni fisici, istintuali e affettivi del bambino cui provvede chi l'ha generato. Questo mondo andava sostituito con uno sguardo lucido, freddo, dove non conta l'empatia e la solidarietà umana ma il pensiero ideologico, sostitutivo dell'umanità. È l' orizzonte (ad esempio) che ispira il commento comparso su in sito internet di una docente di storia dell'arte dopo l'uccisione a Roma del carabiniere Mario Cerciello Rega, 35 anni: «Uno di meno, e chiaramente con uno sguardo poco intelligente, non ne sentiremo la mancanza». Questa visione sadica, gelida, con ambizioni intellettuali e confusione tra valore umano e intelligenza (frequente nei piazzisti dell'avverbio «chiaramente»), opposta allo «sguardo selvatico» rispettoso della vita e dei valori naturali, è la stessa che ispira il trasferimento dei figli dalle famiglie dove sono nati ad altre più in sintonia con le burocrazie del potere.
Per questa mentalità, diffusa in gruppi sociali che si ritengono «intellettualmente superiori», togliere il bambino dal luogo della nascita e collocarlo poi altrove, meglio se in situazioni affettive e sessuali lontane dalla volgare e sorpassata «natura» (sospettata tra l'altro di essere di origine divina), diventava così il primo passo per poi smontare la famiglia. Via da lì dunque, per portare i bimbi più lontano possibile da dove si genera la vita: l'incontro affettivo e sessuale tra l'uomo e la donna. È nell'esecuzione di questo programma che il piano novecentesco di distruzione della famiglia incontrò Sigmund Freud con i suoi problemi famigliari. L'attrazione per la madre, vissuta morbosamente e trasformata in «complesso» universale (smentito però subito dall'antropologia di Bronislaw Malinowski), e il suo ostinato rancore per un padre incapace negli affari e libertino e forse peggio. Poco dopo la morte del padre, Freud gli rimprovererà (in una lettera al dottor Fliess del 8 febbraio 1897) di aver abusato di uno dei suoi molti figli e di alcune delle sue figli minori.
Alle sfide della famiglia naturale Freud, insofferente all'affettività come buona parte del pensiero post illuminista, contrappone «l'ideale di una comunità umana che assoggetti la vita pulsionale alla dittatura della ragione». Un razionalismo autoritario, anzi proprio dittatoriale, che sostituisca insomma la precisione dell'interesse ai chiaroscuri della mobile affettività. Il suo ideale (che ammette «difficile») sarebbe quello di sostituire l'ordine naturale, la famiglia e la patria («non credo alle nazioni», dichiara), con un ordine ideologico, razionale, che sostituisca le complicazioni dei sentimenti con valutazioni utilitarie e razionali. A cominciare dal guadagno, campo nel quale Freud era ferratissimo. Secondo i calcoli del filosofo Michel Onfray, nel suo Crepuscolo di un idolo, il fondatore della psicoanalisi con le sue otto sedute quotidiane pagate l'equivalente di 415 euro all'ora raccoglieva infatti 3.600 euro al giorno, abbastanza da consolarlo per gli insuccessi economici del padre. Solo per «valutazioni utilitarie e razionali», scriveva, l'uomo potrebbe forse resistere ai disturbanti e «vicendevoli legami emotivi»: gli affetti che tanto infastidiscono i razionalisti fanatici.
A opporsi alla famiglia naturale come luogo della nascita e della prima formazione di legami non sono solo però le ambizioni delle politiche autoritarie di ieri e di oggi e il pessimismo piuttosto cinico del freudismo. A questi si è aggiunta negli ultimi anni l'ondata tecnologica, finanziaria e politica delle biotecnologie che riducono ancora di più lo spazio delle spinte affettive nella sessualità e la riproduzione, allargando quello delle decisioni prese a tavolino, con valutazioni burocratiche, di convenienza e di potere. Ne parla la psicoanalista Paola Marion in Il disagio del desiderio (Donzelli editore). Nel mondo delle biotecnologie particolarmente amate dalla politica progressista i bambini sono sempre meno il frutto di uno slancio affettivo o sessuale, di dono, e sempre di più di considerazioni narcisistiche e mentali. Questi altri «bambini rubati», non vengono più solo portati via da casa e collocati in altre famiglie come nel «sistema Bibbiano», ma presi dalle madri biologiche o materiali procreativi assemblati insieme (sperma, ovuli, uteri) e collocati nella nuova coppia (anche qui spesso omosessuale) che li acquista. Anche in questa situazione lo sguardo narcisistico, freddamente calcolante, aiutato dalle istituzioni, ha la meglio sulla natura, per ora messa ai margini.
Ma non disperiamoci. Come in ogni narrazione storica, quindi di «lunga durata», non finisce qui.
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La commissione d'inchiesta regionale sugli affidi facili è gestita dal Pd, che ha messo il cappello politico sul sistema emiliano. Nella squadra di Alfonso Bonafede ci sono i rappresentanti di psicologi e assistenti sociali. Che parlano solo di persecuzione ai loro danni.Dietro Bibbiano l'eterno tentativo di smontare la famiglia naturale. Quanto accaduto non è un increscioso incidente, ma un preciso disegno già perseguito dai totalitarismi. Togliere i bimbi ai genitori è stato a lungo uno dei sistemi utilizzati in Urss per dare una prole al socialismo.Lo speciale comprende due articoli. selezionano accuratamente le figure a cui attribuire compiti di controllo. Facciamo qualche esempio. In Emilia Romagna si è appena insediata la commissione d'inchiesta su Bibbiano. La presidenza è stata affidata a Giuseppe Boschini del Partito democratico. I vicepresidenti sono Raffaella Sensoli (M5s) e Igor Taruffi (Sinistra italiana). Il Pd, a livello politico, è totalmente coinvolto nella vicenda di Bibbiano. Non è un'illazione, è un fatto. Lo dimostra la decisione appena presa dal tribunale del riesame. Il gip ha confermato gli arresti domiciliari per Andrea Carletti, ex sindaco pd di Bibbiano che la prefettura ha sospeso dall'incarico (e che si è autosospeso dal partito nonostante i suoi compagni l'abbiano sempre difeso). Ora, pensate davvero che una commissione a guida Pd possa andare a fondo in una storia che tocca profondamente proprio il Pd? Andiamo. Per altro, i 5 stelle e Sinistra italiana, in Emilia, non è che siano esattamente ostili ai democratici, anzi. Che nella Regione rossa le cose sarebbero andate così, tuttavia, era prevedibile. Lascia un poco più perplessi quanto sta avvenendo a livello nazionale. Nei giorni scorsi sono partiti i lavori della «squadra speciale» voluta dal ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, per indagare sui fatti della Val d'Enza. Un'ottima idea, la sua. Di questa commissione fanno parte alcuni stretti collaboratori del ministro e alcuni esperti che da tempo operano nelle istituzioni (sempre a livello ministeriale). Si aggiungono poi Silvia Albano dell'Associazione nazionale magistrati, Maria Francesca Pricoco, presidente dell'Associazione italiana magistrati minorenni e di famiglia, Gianmario Gazzi, presidente dell'Ordine degli assistenti sociali, Fulvio Giardina, presidente dell'Ordine degli psicologi, Maria Masi, vice presidente del Consiglio nazionale forense e il commissario straordinario del Forteto e Garante per l'infanzia e adolescenza della Regione Lazio, Jacopo Marzetti. Quest'ultimo è noto per l'ottimo lavoro svolto al Forteto, e non ci sono dubbi che, se fosse stato nominato commissario straordinario per Bibbiano, avrebbe ribaltato la macchina emiliana come un calzino. Sugli altri membri, invece, viene da esprimere qualche dubbio. Soprattutto, ad avanzare perplessità sono le associazioni che con i minorenni lavorano ogni giorno. Alfia Milazzo, stimata presidente della fondazione La città invisibile, ha pubblicato un comunicato durissimo. «Leggiamo, sgomenti e increduli la lunga lista di nomi di questa squadra speciale “inflessibile" che dovrebbe escludere, assicura il ministro, altre Bibbiano in Italia», ha scritto. «Presidente ordine psicologi, presidente tribunali minorili, presidente ordine servizi sociali. [...] Ma i genitori di figli rubati e gli avvocati delle famiglie distrutte, dove sono? Non ci sono! Troviamo invece sempre loro, quelle personalità istituzionali note e arcinote, che a volte abbiamo visto presenti alle inaugurazioni di case famiglia». Secondo la Milazzo, «una domanda almeno Bonafede se la dovrebbe porre: tutti questi presidenti non erano in carica mentre si svolgevano i fatti di Forteto, Veleno, Bibbiano eccetera, eccetera? Tanto per fare un esempio, il presidente dell'ordine dei psicologi non ha mai letto le carte del processo Veleno in cui era coinvolto lo stesso Claudio Foti che gestiva l'associazione “Hansel e Gretel" prima che scoppiasse l'indagine di Bibbiano? [...] E il presidente dell'Ordine degli assistenti sociali che tipo di rigore e accertamenti avrà prodotto all'interno del corpo professionale?». Direte: così è un processo alle intenzioni. E invece no. Subito dopo aver partecipato al primo incontro della squadra ministeriale, il Consiglio nazionale dell'ordine degli assistenti sociali ha diffuso su Facebook un comunicato stampa in cui dice che prenderà provvedimenti quando il lavoro della magistratura su Bibbiano sarà finito. Ma intanto ne approfitta per chiedere più «risorse per il welfare, formazione per i professionisti, stabilità dei rapporti di lavoro per dare continuità nei rapporti in situazioni delicatissime». Insomma, batte cassa. Non solo. Gli assistenti sociali pretendono dal governo un «abbassamento di toni e un cambio di strategia nell'affrontare il tema dei minori, della famiglia, dei servizi sociali». Fino ad oggi, dicono, si è pensato più «a individuare nemici - politici, ma anche professionisti - da additare, piuttosto che cercare soluzioni o prevenire drammi e dolori». Ma certo, chiedere verità su Bibbiano significa fare «propaganda sulla pelle dei bambini. I giornali che se ne occupano portano avanti una una «campagna mediatica senza controllo». Di fronte ai fatti indegni della Val d'Enza, l'ordine degli assistenti sociali si premura di criticare i media e i politici. Vi sembra l'atteggiamento di chi vuole trovare la verità a ogni costo? Se a controllare devono essere istituzioni che fino all'altro ieri hanno dormito, beh, forse è meglio lasciare perdere i controlli, perché il rischio è davvero che creino solo più confusione. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/le-indagini-che-rischiano-di-insabbiare-tutto-2639632111.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="dietro-bibbiano-leterno-tentativo-di-smontare-la-famiglia-naturale" data-post-id="2639632111" data-published-at="1767909128" data-use-pagination="False"> Dietro Bibbiano l’eterno tentativo di smontare la famiglia naturale I fatti di Bibbiano non sono un increscioso incidente, ma la rappresentazione accurata di uno dei fenomeni più significativi del nostro tempo: l'impegno attivo di parti importanti della classe politica e amministrativa dello Stato nello smontare la famiglia naturale; uno degli obiettivi dei totalitarismi del Novecento non abbandonato neppure oggi. La Verità sta quotidianamente documentando il coinvolgimento delle istituzioni in questa azione devastante. Togliere i bambini ai genitori accusati di inadeguatezza educativa fu uno dei modi dello stalinismo e del nazismo per creare «figli» del socialismo o del III Reich, sottraendoli alle perversioni della «famiglia borghese», considerata sorpassata e decadente. In Urss questa pratica pluridecennale, abbinata al divorzio indiscriminato, diede un durissimo colpo all'istituzione famigliare, che non se ne è ancora del tutto rimessa. Una buona parte della politica di Vladimir Putin, come la sua salda alleanza con la Chiesa ortodossa, dimostra la necessità vitale per la nazione di ricostruire un tessuto famigliare forte, sostenuto dall'alleanza convinta dello Stato. In ciò non c'è nulla di ideologico: semplicemente senza famiglia non c'è comunità e non c'è Stato. Putin è un uomo di Stato, e lo sa. In Italia, invece, nei decenni di governi di alleanza tra socialdemocrazia e mondo cattolico di sinistra si è sviluppato lo sforzo contrario. L'intento fu quello di smontare la famiglia naturale, sia gestendo separazioni e divorzi in modo da mettere fuori gioco il padre, affidato alla gestione della Caritas dopo accordi coniugali sanguisuga, sia portando via direttamente i figli, come dimostrato con la rete di «intervento sociale» della val d'Enza, esperimento pilota per la costruzione di una nuova genitorialità. Velleitario oltre che delinquenziale, ma rivelatore di un disegno non così stupido. Nella loro fumosa preparazione, questi distruttori di famiglie sapevano comunque che qualsiasi società alla fine si regge sempre sulla famiglia, primo luogo dove si formano i legami con gli altri. Quindi ne progettavano una nuova. Che avrebbe dovuto «fare fuori la natura» diventando «più cattiva di lei», come già nel programma di Alphonse Donatien, marchese di Sade, uno dei principali ispiratori dell'affettività e del gusto della modernità post illuminista. Basta dunque genitori naturali ed educazioni sviluppate secondo i bisogni fisici, istintuali e affettivi del bambino cui provvede chi l'ha generato. Questo mondo andava sostituito con uno sguardo lucido, freddo, dove non conta l'empatia e la solidarietà umana ma il pensiero ideologico, sostitutivo dell'umanità. È l' orizzonte (ad esempio) che ispira il commento comparso su in sito internet di una docente di storia dell'arte dopo l'uccisione a Roma del carabiniere Mario Cerciello Rega, 35 anni: «Uno di meno, e chiaramente con uno sguardo poco intelligente, non ne sentiremo la mancanza». Questa visione sadica, gelida, con ambizioni intellettuali e confusione tra valore umano e intelligenza (frequente nei piazzisti dell'avverbio «chiaramente»), opposta allo «sguardo selvatico» rispettoso della vita e dei valori naturali, è la stessa che ispira il trasferimento dei figli dalle famiglie dove sono nati ad altre più in sintonia con le burocrazie del potere. Per questa mentalità, diffusa in gruppi sociali che si ritengono «intellettualmente superiori», togliere il bambino dal luogo della nascita e collocarlo poi altrove, meglio se in situazioni affettive e sessuali lontane dalla volgare e sorpassata «natura» (sospettata tra l'altro di essere di origine divina), diventava così il primo passo per poi smontare la famiglia. Via da lì dunque, per portare i bimbi più lontano possibile da dove si genera la vita: l'incontro affettivo e sessuale tra l'uomo e la donna. È nell'esecuzione di questo programma che il piano novecentesco di distruzione della famiglia incontrò Sigmund Freud con i suoi problemi famigliari. L'attrazione per la madre, vissuta morbosamente e trasformata in «complesso» universale (smentito però subito dall'antropologia di Bronislaw Malinowski), e il suo ostinato rancore per un padre incapace negli affari e libertino e forse peggio. Poco dopo la morte del padre, Freud gli rimprovererà (in una lettera al dottor Fliess del 8 febbraio 1897) di aver abusato di uno dei suoi molti figli e di alcune delle sue figli minori. Alle sfide della famiglia naturale Freud, insofferente all'affettività come buona parte del pensiero post illuminista, contrappone «l'ideale di una comunità umana che assoggetti la vita pulsionale alla dittatura della ragione». Un razionalismo autoritario, anzi proprio dittatoriale, che sostituisca insomma la precisione dell'interesse ai chiaroscuri della mobile affettività. Il suo ideale (che ammette «difficile») sarebbe quello di sostituire l'ordine naturale, la famiglia e la patria («non credo alle nazioni», dichiara), con un ordine ideologico, razionale, che sostituisca le complicazioni dei sentimenti con valutazioni utilitarie e razionali. A cominciare dal guadagno, campo nel quale Freud era ferratissimo. Secondo i calcoli del filosofo Michel Onfray, nel suo Crepuscolo di un idolo, il fondatore della psicoanalisi con le sue otto sedute quotidiane pagate l'equivalente di 415 euro all'ora raccoglieva infatti 3.600 euro al giorno, abbastanza da consolarlo per gli insuccessi economici del padre. Solo per «valutazioni utilitarie e razionali», scriveva, l'uomo potrebbe forse resistere ai disturbanti e «vicendevoli legami emotivi»: gli affetti che tanto infastidiscono i razionalisti fanatici. A opporsi alla famiglia naturale come luogo della nascita e della prima formazione di legami non sono solo però le ambizioni delle politiche autoritarie di ieri e di oggi e il pessimismo piuttosto cinico del freudismo. A questi si è aggiunta negli ultimi anni l'ondata tecnologica, finanziaria e politica delle biotecnologie che riducono ancora di più lo spazio delle spinte affettive nella sessualità e la riproduzione, allargando quello delle decisioni prese a tavolino, con valutazioni burocratiche, di convenienza e di potere. Ne parla la psicoanalista Paola Marion in Il disagio del desiderio (Donzelli editore). Nel mondo delle biotecnologie particolarmente amate dalla politica progressista i bambini sono sempre meno il frutto di uno slancio affettivo o sessuale, di dono, e sempre di più di considerazioni narcisistiche e mentali. Questi altri «bambini rubati», non vengono più solo portati via da casa e collocati in altre famiglie come nel «sistema Bibbiano», ma presi dalle madri biologiche o materiali procreativi assemblati insieme (sperma, ovuli, uteri) e collocati nella nuova coppia (anche qui spesso omosessuale) che li acquista. Anche in questa situazione lo sguardo narcisistico, freddamente calcolante, aiutato dalle istituzioni, ha la meglio sulla natura, per ora messa ai margini. Ma non disperiamoci. Come in ogni narrazione storica, quindi di «lunga durata», non finisce qui.
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In venti contro 4 li aggrediscono armati di spranghe. Le immagini sono al vaglio della Digos. Uno dei quattro militanti è stato trasportato in ospedale in codice giallo.
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Domani 9 gennaio a Milano arrivano migliaia di trattori per dire no all’accordo; si mobilitano da Rivolta agricola, agli allevatori piemontesi, fino ai Comitati degli agricoltori ormai diffusi in tutto il Nord e Centro Italia. Fanno quello che sta succedendo in Francia dove da settimane il Paese è bloccato dalle proteste, in Polonia dove alla fine dell’anno i trattori hanno bloccato le autostrade, in Ungheria, in Romania e in Repubblica Ceca dove oltre al no al trattato commerciale con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay a cui si aggiunge la Bolivia, c’è anche il no all’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Queste proteste stanno raffreddando i governi e l’intesa che appena 48 ore fa era data per fatta dopo che Giorgia Meloni aveva ottenuto la disponibilità di Ursula von der Leyen a mettere sulla prossima Pac 45 miliardi (all’Italia ne andrebbero 10 con un miliardo di vantaggio rispetto alla quota consolidata) è tornata in discussione.
Ieri il presidente della Commissione aveva favorito una riunione dei ministri agricoli dei 27 con i commissari all’agricoltura e al commercio per arrivare alla ratifica del Mercosur. Il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha detto: «Firmiamo solo se ci sono delle garanzie. Guardiamo agli accordi che eliminano le barriere tariffarie e non tariffarie con uno sguardo positivo, ma non si può mettere in discussione il nostro sistema economico o una parte di questo». Tradotto: senza clausola di reciprocità (sui fitofarmaci, sui controlli sanitari e di qualità, sull’utilizzo di manodopera regolare) il Mercosur non passa. Lollobrigida ha rivendicato che la Commissione si è «convinta ad accettare la proposta italiana sulla Pac che torna centrale nelle politiche europee. La dotazione finanziaria», ha specificato, «deve garantire alcuni settori rispetto alle fluttuazioni di mercato. Ma non ci interessa pagare il funerale a qualcuno, ci interessa che qualcuno resti in vita e continui a produrre». La preoccupazione è per un’invasione di prodotti del Sudamerica (il Brasile è già il primo fornitore dell’Ue di materia agricola per quasi 10 miliardi): dalla carne alla soia, dal riso allo zucchero.
Ieri si è svolto anche un vertice dei Paesi di Visegrad. I ministri di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno detto: «Siamo qui per difendere i nostri agricoltori, la sicurezza alimentare non deve essere oggetto dei giochi politici». L’ungherese Itsvan Nagy ha aggiunto: «Sono a Bruxelles sul campo di battaglia, le preoccupazioni degli agricoltori sono giustificate». Gianmarco Centinaio, vicepresidente del Senato (Lega, ex ministro agricolo) annuncia: «La Commissione europea non può pensare che le garanzie chieste dai nostri agricoltori siano in vendita. Un conto sono le risorse per la Pac, finalmente aumentate grazie al governo italiano, un altro conto è l’accordo Mercosur, per il quale serve reciprocità. Condivido la richiesta degli agricoltori e venerdì andrò ad ascoltare quanti scenderanno in piazza a Milano».
Del pari la Coldiretti sta in guardia sul Mercosur: un sì dell’Italia senza clausola di reciprocità è inaccettabile. Ettore Prandini, presidente, e Vincenzo Gesmundo, segretario, in una nota sostengono: l’annuncio dei 10 miliardi in più sulla Pac «ottenuto grazie al ruolo determinante svolto dal governo e dal ministro Lollobrigida» così come la marcia indietro sui tagli e le modifiche al fondo sulle aree rurali sono positivi, ma ora «devono seguire atti legislativi europei». Coldiretti non si fida della «tecnocrazia di Bruxelles» e annuncia: «Proseguiamo la mobilitazione permanente: dal 20 gennaio e fino alla fine del mese manifestazioni coinvolgeranno oltre 100.000 soci; inizieremo con Lombardia, Piemonte, Veneto e Lazio e si proseguirà in Emilia-Romagna, Toscana, Puglia, Campania, Sicilia e Sardegna. Saranno le occasioni per difendere le conquiste ottenute sulla Pac e chiarire la nostra contrarietà a un accordo Mercosur che non garantisca parità di trattamento tra agricoltori europei e sudamericani».
In Francia i trattori stanno preparando l’assedio di Parigi. Ieri è stato approvato un decreto che blocca l’import dal Sudamerica e l’ex ministro dell’Interno Bruno Retailleau ha detto: «Se Emmanuel Macron firma il Mercosur presento la mozione di sfiducia al governo». La baronessa Von der Leyen deve attendere.
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Ansa
Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
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