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2019-08-04
Le indagini sui bimbi rubati partono male
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selezionano accuratamente le figure a cui attribuire compiti di controllo. Facciamo qualche esempio. In Emilia Romagna si è appena insediata la commissione d'inchiesta su Bibbiano. La presidenza è stata affidata a Giuseppe Boschini del Partito democratico. I vicepresidenti sono Raffaella Sensoli (M5s) e Igor Taruffi (Sinistra italiana).
Il Pd, a livello politico, è totalmente coinvolto nella vicenda di Bibbiano. Non è un'illazione, è un fatto. Lo dimostra la decisione appena presa dal tribunale del riesame. Il gip ha confermato gli arresti domiciliari per Andrea Carletti, ex sindaco pd di Bibbiano che la prefettura ha sospeso dall'incarico (e che si è autosospeso dal partito nonostante i suoi compagni l'abbiano sempre difeso).
Ora, pensate davvero che una commissione a guida Pd possa andare a fondo in una storia che tocca profondamente proprio il Pd? Andiamo. Per altro, i 5 stelle e Sinistra italiana, in Emilia, non è che siano esattamente ostili ai democratici, anzi. Che nella Regione rossa le cose sarebbero andate così, tuttavia, era prevedibile. Lascia un poco più perplessi quanto sta avvenendo a livello nazionale. Nei giorni scorsi sono partiti i lavori della «squadra speciale» voluta dal ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, per indagare sui fatti della Val d'Enza. Un'ottima idea, la sua.
Di questa commissione fanno parte alcuni stretti collaboratori del ministro e alcuni esperti che da tempo operano nelle istituzioni (sempre a livello ministeriale). Si aggiungono poi Silvia Albano dell'Associazione nazionale magistrati, Maria Francesca Pricoco, presidente dell'Associazione italiana magistrati minorenni e di famiglia, Gianmario Gazzi, presidente dell'Ordine degli assistenti sociali, Fulvio Giardina, presidente dell'Ordine degli psicologi, Maria Masi, vice presidente del Consiglio nazionale forense e il commissario straordinario del Forteto e Garante per l'infanzia e adolescenza della Regione Lazio, Jacopo Marzetti.
Quest'ultimo è noto per l'ottimo lavoro svolto al Forteto, e non ci sono dubbi che, se fosse stato nominato commissario straordinario per Bibbiano, avrebbe ribaltato la macchina emiliana come un calzino. Sugli altri membri, invece, viene da esprimere qualche dubbio. Soprattutto, ad avanzare perplessità sono le associazioni che con i minorenni lavorano ogni giorno. Alfia Milazzo, stimata presidente della fondazione La città invisibile, ha pubblicato un comunicato durissimo. «Leggiamo, sgomenti e increduli la lunga lista di nomi di questa squadra speciale “inflessibile" che dovrebbe escludere, assicura il ministro, altre Bibbiano in Italia», ha scritto. «Presidente ordine psicologi, presidente tribunali minorili, presidente ordine servizi sociali. [...] Ma i genitori di figli rubati e gli avvocati delle famiglie distrutte, dove sono? Non ci sono! Troviamo invece sempre loro, quelle personalità istituzionali note e arcinote, che a volte abbiamo visto presenti alle inaugurazioni di case famiglia».
Secondo la Milazzo, «una domanda almeno Bonafede se la dovrebbe porre: tutti questi presidenti non erano in carica mentre si svolgevano i fatti di Forteto, Veleno, Bibbiano eccetera, eccetera? Tanto per fare un esempio, il presidente dell'ordine dei psicologi non ha mai letto le carte del processo Veleno in cui era coinvolto lo stesso Claudio Foti che gestiva l'associazione “Hansel e Gretel" prima che scoppiasse l'indagine di Bibbiano? [...] E il presidente dell'Ordine degli assistenti sociali che tipo di rigore e accertamenti avrà prodotto all'interno del corpo professionale?».
Direte: così è un processo alle intenzioni. E invece no. Subito dopo aver partecipato al primo incontro della squadra ministeriale, il Consiglio nazionale dell'ordine degli assistenti sociali ha diffuso su Facebook un comunicato stampa in cui dice che prenderà provvedimenti quando il lavoro della magistratura su Bibbiano sarà finito. Ma intanto ne approfitta per chiedere più «risorse per il welfare, formazione per i professionisti, stabilità dei rapporti di lavoro per dare continuità nei rapporti in situazioni delicatissime». Insomma, batte cassa. Non solo. Gli assistenti sociali pretendono dal governo un «abbassamento di toni e un cambio di strategia nell'affrontare il tema dei minori, della famiglia, dei servizi sociali».
Fino ad oggi, dicono, si è pensato più «a individuare nemici - politici, ma anche professionisti - da additare, piuttosto che cercare soluzioni o prevenire drammi e dolori». Ma certo, chiedere verità su Bibbiano significa fare «propaganda sulla pelle dei bambini. I giornali che se ne occupano portano avanti una una «campagna mediatica senza controllo».
Di fronte ai fatti indegni della Val d'Enza, l'ordine degli assistenti sociali si premura di criticare i media e i politici. Vi sembra l'atteggiamento di chi vuole trovare la verità a ogni costo?
Se a controllare devono essere istituzioni che fino all'altro ieri hanno dormito, beh, forse è meglio lasciare perdere i controlli, perché il rischio è davvero che creino solo più confusione.
Dietro Bibbiano l’eterno tentativo di smontare la famiglia naturale
I fatti di Bibbiano non sono un increscioso incidente, ma la rappresentazione accurata di uno dei fenomeni più significativi del nostro tempo: l'impegno attivo di parti importanti della classe politica e amministrativa dello Stato nello smontare la famiglia naturale; uno degli obiettivi dei totalitarismi del Novecento non abbandonato neppure oggi. La Verità sta quotidianamente documentando il coinvolgimento delle istituzioni in questa azione devastante. Togliere i bambini ai genitori accusati di inadeguatezza educativa fu uno dei modi dello stalinismo e del nazismo per creare «figli» del socialismo o del III Reich, sottraendoli alle perversioni della «famiglia borghese», considerata sorpassata e decadente. In Urss questa pratica pluridecennale, abbinata al divorzio indiscriminato, diede un durissimo colpo all'istituzione famigliare, che non se ne è ancora del tutto rimessa. Una buona parte della politica di Vladimir Putin, come la sua salda alleanza con la Chiesa ortodossa, dimostra la necessità vitale per la nazione di ricostruire un tessuto famigliare forte, sostenuto dall'alleanza convinta dello Stato. In ciò non c'è nulla di ideologico: semplicemente senza famiglia non c'è comunità e non c'è Stato. Putin è un uomo di Stato, e lo sa.
In Italia, invece, nei decenni di governi di alleanza tra socialdemocrazia e mondo cattolico di sinistra si è sviluppato lo sforzo contrario. L'intento fu quello di smontare la famiglia naturale, sia gestendo separazioni e divorzi in modo da mettere fuori gioco il padre, affidato alla gestione della Caritas dopo accordi coniugali sanguisuga, sia portando via direttamente i figli, come dimostrato con la rete di «intervento sociale» della val d'Enza, esperimento pilota per la costruzione di una nuova genitorialità. Velleitario oltre che delinquenziale, ma rivelatore di un disegno non così stupido. Nella loro fumosa preparazione, questi distruttori di famiglie sapevano comunque che qualsiasi società alla fine si regge sempre sulla famiglia, primo luogo dove si formano i legami con gli altri. Quindi ne progettavano una nuova. Che avrebbe dovuto «fare fuori la natura» diventando «più cattiva di lei», come già nel programma di Alphonse Donatien, marchese di Sade, uno dei principali ispiratori dell'affettività e del gusto della modernità post illuminista.
Basta dunque genitori naturali ed educazioni sviluppate secondo i bisogni fisici, istintuali e affettivi del bambino cui provvede chi l'ha generato. Questo mondo andava sostituito con uno sguardo lucido, freddo, dove non conta l'empatia e la solidarietà umana ma il pensiero ideologico, sostitutivo dell'umanità. È l' orizzonte (ad esempio) che ispira il commento comparso su in sito internet di una docente di storia dell'arte dopo l'uccisione a Roma del carabiniere Mario Cerciello Rega, 35 anni: «Uno di meno, e chiaramente con uno sguardo poco intelligente, non ne sentiremo la mancanza». Questa visione sadica, gelida, con ambizioni intellettuali e confusione tra valore umano e intelligenza (frequente nei piazzisti dell'avverbio «chiaramente»), opposta allo «sguardo selvatico» rispettoso della vita e dei valori naturali, è la stessa che ispira il trasferimento dei figli dalle famiglie dove sono nati ad altre più in sintonia con le burocrazie del potere.
Per questa mentalità, diffusa in gruppi sociali che si ritengono «intellettualmente superiori», togliere il bambino dal luogo della nascita e collocarlo poi altrove, meglio se in situazioni affettive e sessuali lontane dalla volgare e sorpassata «natura» (sospettata tra l'altro di essere di origine divina), diventava così il primo passo per poi smontare la famiglia. Via da lì dunque, per portare i bimbi più lontano possibile da dove si genera la vita: l'incontro affettivo e sessuale tra l'uomo e la donna. È nell'esecuzione di questo programma che il piano novecentesco di distruzione della famiglia incontrò Sigmund Freud con i suoi problemi famigliari. L'attrazione per la madre, vissuta morbosamente e trasformata in «complesso» universale (smentito però subito dall'antropologia di Bronislaw Malinowski), e il suo ostinato rancore per un padre incapace negli affari e libertino e forse peggio. Poco dopo la morte del padre, Freud gli rimprovererà (in una lettera al dottor Fliess del 8 febbraio 1897) di aver abusato di uno dei suoi molti figli e di alcune delle sue figli minori.
Alle sfide della famiglia naturale Freud, insofferente all'affettività come buona parte del pensiero post illuminista, contrappone «l'ideale di una comunità umana che assoggetti la vita pulsionale alla dittatura della ragione». Un razionalismo autoritario, anzi proprio dittatoriale, che sostituisca insomma la precisione dell'interesse ai chiaroscuri della mobile affettività. Il suo ideale (che ammette «difficile») sarebbe quello di sostituire l'ordine naturale, la famiglia e la patria («non credo alle nazioni», dichiara), con un ordine ideologico, razionale, che sostituisca le complicazioni dei sentimenti con valutazioni utilitarie e razionali. A cominciare dal guadagno, campo nel quale Freud era ferratissimo. Secondo i calcoli del filosofo Michel Onfray, nel suo Crepuscolo di un idolo, il fondatore della psicoanalisi con le sue otto sedute quotidiane pagate l'equivalente di 415 euro all'ora raccoglieva infatti 3.600 euro al giorno, abbastanza da consolarlo per gli insuccessi economici del padre. Solo per «valutazioni utilitarie e razionali», scriveva, l'uomo potrebbe forse resistere ai disturbanti e «vicendevoli legami emotivi»: gli affetti che tanto infastidiscono i razionalisti fanatici.
A opporsi alla famiglia naturale come luogo della nascita e della prima formazione di legami non sono solo però le ambizioni delle politiche autoritarie di ieri e di oggi e il pessimismo piuttosto cinico del freudismo. A questi si è aggiunta negli ultimi anni l'ondata tecnologica, finanziaria e politica delle biotecnologie che riducono ancora di più lo spazio delle spinte affettive nella sessualità e la riproduzione, allargando quello delle decisioni prese a tavolino, con valutazioni burocratiche, di convenienza e di potere. Ne parla la psicoanalista Paola Marion in Il disagio del desiderio (Donzelli editore). Nel mondo delle biotecnologie particolarmente amate dalla politica progressista i bambini sono sempre meno il frutto di uno slancio affettivo o sessuale, di dono, e sempre di più di considerazioni narcisistiche e mentali. Questi altri «bambini rubati», non vengono più solo portati via da casa e collocati in altre famiglie come nel «sistema Bibbiano», ma presi dalle madri biologiche o materiali procreativi assemblati insieme (sperma, ovuli, uteri) e collocati nella nuova coppia (anche qui spesso omosessuale) che li acquista. Anche in questa situazione lo sguardo narcisistico, freddamente calcolante, aiutato dalle istituzioni, ha la meglio sulla natura, per ora messa ai margini.
Ma non disperiamoci. Come in ogni narrazione storica, quindi di «lunga durata», non finisce qui.
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La commissione d'inchiesta regionale sugli affidi facili è gestita dal Pd, che ha messo il cappello politico sul sistema emiliano. Nella squadra di Alfonso Bonafede ci sono i rappresentanti di psicologi e assistenti sociali. Che parlano solo di persecuzione ai loro danni.Dietro Bibbiano l'eterno tentativo di smontare la famiglia naturale. Quanto accaduto non è un increscioso incidente, ma un preciso disegno già perseguito dai totalitarismi. Togliere i bimbi ai genitori è stato a lungo uno dei sistemi utilizzati in Urss per dare una prole al socialismo.Lo speciale comprende due articoli. selezionano accuratamente le figure a cui attribuire compiti di controllo. Facciamo qualche esempio. In Emilia Romagna si è appena insediata la commissione d'inchiesta su Bibbiano. La presidenza è stata affidata a Giuseppe Boschini del Partito democratico. I vicepresidenti sono Raffaella Sensoli (M5s) e Igor Taruffi (Sinistra italiana). Il Pd, a livello politico, è totalmente coinvolto nella vicenda di Bibbiano. Non è un'illazione, è un fatto. Lo dimostra la decisione appena presa dal tribunale del riesame. Il gip ha confermato gli arresti domiciliari per Andrea Carletti, ex sindaco pd di Bibbiano che la prefettura ha sospeso dall'incarico (e che si è autosospeso dal partito nonostante i suoi compagni l'abbiano sempre difeso). Ora, pensate davvero che una commissione a guida Pd possa andare a fondo in una storia che tocca profondamente proprio il Pd? Andiamo. Per altro, i 5 stelle e Sinistra italiana, in Emilia, non è che siano esattamente ostili ai democratici, anzi. Che nella Regione rossa le cose sarebbero andate così, tuttavia, era prevedibile. Lascia un poco più perplessi quanto sta avvenendo a livello nazionale. Nei giorni scorsi sono partiti i lavori della «squadra speciale» voluta dal ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, per indagare sui fatti della Val d'Enza. Un'ottima idea, la sua. Di questa commissione fanno parte alcuni stretti collaboratori del ministro e alcuni esperti che da tempo operano nelle istituzioni (sempre a livello ministeriale). Si aggiungono poi Silvia Albano dell'Associazione nazionale magistrati, Maria Francesca Pricoco, presidente dell'Associazione italiana magistrati minorenni e di famiglia, Gianmario Gazzi, presidente dell'Ordine degli assistenti sociali, Fulvio Giardina, presidente dell'Ordine degli psicologi, Maria Masi, vice presidente del Consiglio nazionale forense e il commissario straordinario del Forteto e Garante per l'infanzia e adolescenza della Regione Lazio, Jacopo Marzetti. Quest'ultimo è noto per l'ottimo lavoro svolto al Forteto, e non ci sono dubbi che, se fosse stato nominato commissario straordinario per Bibbiano, avrebbe ribaltato la macchina emiliana come un calzino. Sugli altri membri, invece, viene da esprimere qualche dubbio. Soprattutto, ad avanzare perplessità sono le associazioni che con i minorenni lavorano ogni giorno. Alfia Milazzo, stimata presidente della fondazione La città invisibile, ha pubblicato un comunicato durissimo. «Leggiamo, sgomenti e increduli la lunga lista di nomi di questa squadra speciale “inflessibile" che dovrebbe escludere, assicura il ministro, altre Bibbiano in Italia», ha scritto. «Presidente ordine psicologi, presidente tribunali minorili, presidente ordine servizi sociali. [...] Ma i genitori di figli rubati e gli avvocati delle famiglie distrutte, dove sono? Non ci sono! Troviamo invece sempre loro, quelle personalità istituzionali note e arcinote, che a volte abbiamo visto presenti alle inaugurazioni di case famiglia». Secondo la Milazzo, «una domanda almeno Bonafede se la dovrebbe porre: tutti questi presidenti non erano in carica mentre si svolgevano i fatti di Forteto, Veleno, Bibbiano eccetera, eccetera? Tanto per fare un esempio, il presidente dell'ordine dei psicologi non ha mai letto le carte del processo Veleno in cui era coinvolto lo stesso Claudio Foti che gestiva l'associazione “Hansel e Gretel" prima che scoppiasse l'indagine di Bibbiano? [...] E il presidente dell'Ordine degli assistenti sociali che tipo di rigore e accertamenti avrà prodotto all'interno del corpo professionale?». Direte: così è un processo alle intenzioni. E invece no. Subito dopo aver partecipato al primo incontro della squadra ministeriale, il Consiglio nazionale dell'ordine degli assistenti sociali ha diffuso su Facebook un comunicato stampa in cui dice che prenderà provvedimenti quando il lavoro della magistratura su Bibbiano sarà finito. Ma intanto ne approfitta per chiedere più «risorse per il welfare, formazione per i professionisti, stabilità dei rapporti di lavoro per dare continuità nei rapporti in situazioni delicatissime». Insomma, batte cassa. Non solo. Gli assistenti sociali pretendono dal governo un «abbassamento di toni e un cambio di strategia nell'affrontare il tema dei minori, della famiglia, dei servizi sociali». Fino ad oggi, dicono, si è pensato più «a individuare nemici - politici, ma anche professionisti - da additare, piuttosto che cercare soluzioni o prevenire drammi e dolori». Ma certo, chiedere verità su Bibbiano significa fare «propaganda sulla pelle dei bambini. I giornali che se ne occupano portano avanti una una «campagna mediatica senza controllo». Di fronte ai fatti indegni della Val d'Enza, l'ordine degli assistenti sociali si premura di criticare i media e i politici. Vi sembra l'atteggiamento di chi vuole trovare la verità a ogni costo? Se a controllare devono essere istituzioni che fino all'altro ieri hanno dormito, beh, forse è meglio lasciare perdere i controlli, perché il rischio è davvero che creino solo più confusione. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/le-indagini-che-rischiano-di-insabbiare-tutto-2639632111.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="dietro-bibbiano-leterno-tentativo-di-smontare-la-famiglia-naturale" data-post-id="2639632111" data-published-at="1778860571" data-use-pagination="False"> Dietro Bibbiano l’eterno tentativo di smontare la famiglia naturale I fatti di Bibbiano non sono un increscioso incidente, ma la rappresentazione accurata di uno dei fenomeni più significativi del nostro tempo: l'impegno attivo di parti importanti della classe politica e amministrativa dello Stato nello smontare la famiglia naturale; uno degli obiettivi dei totalitarismi del Novecento non abbandonato neppure oggi. La Verità sta quotidianamente documentando il coinvolgimento delle istituzioni in questa azione devastante. Togliere i bambini ai genitori accusati di inadeguatezza educativa fu uno dei modi dello stalinismo e del nazismo per creare «figli» del socialismo o del III Reich, sottraendoli alle perversioni della «famiglia borghese», considerata sorpassata e decadente. In Urss questa pratica pluridecennale, abbinata al divorzio indiscriminato, diede un durissimo colpo all'istituzione famigliare, che non se ne è ancora del tutto rimessa. Una buona parte della politica di Vladimir Putin, come la sua salda alleanza con la Chiesa ortodossa, dimostra la necessità vitale per la nazione di ricostruire un tessuto famigliare forte, sostenuto dall'alleanza convinta dello Stato. In ciò non c'è nulla di ideologico: semplicemente senza famiglia non c'è comunità e non c'è Stato. Putin è un uomo di Stato, e lo sa. In Italia, invece, nei decenni di governi di alleanza tra socialdemocrazia e mondo cattolico di sinistra si è sviluppato lo sforzo contrario. L'intento fu quello di smontare la famiglia naturale, sia gestendo separazioni e divorzi in modo da mettere fuori gioco il padre, affidato alla gestione della Caritas dopo accordi coniugali sanguisuga, sia portando via direttamente i figli, come dimostrato con la rete di «intervento sociale» della val d'Enza, esperimento pilota per la costruzione di una nuova genitorialità. Velleitario oltre che delinquenziale, ma rivelatore di un disegno non così stupido. Nella loro fumosa preparazione, questi distruttori di famiglie sapevano comunque che qualsiasi società alla fine si regge sempre sulla famiglia, primo luogo dove si formano i legami con gli altri. Quindi ne progettavano una nuova. Che avrebbe dovuto «fare fuori la natura» diventando «più cattiva di lei», come già nel programma di Alphonse Donatien, marchese di Sade, uno dei principali ispiratori dell'affettività e del gusto della modernità post illuminista. Basta dunque genitori naturali ed educazioni sviluppate secondo i bisogni fisici, istintuali e affettivi del bambino cui provvede chi l'ha generato. Questo mondo andava sostituito con uno sguardo lucido, freddo, dove non conta l'empatia e la solidarietà umana ma il pensiero ideologico, sostitutivo dell'umanità. È l' orizzonte (ad esempio) che ispira il commento comparso su in sito internet di una docente di storia dell'arte dopo l'uccisione a Roma del carabiniere Mario Cerciello Rega, 35 anni: «Uno di meno, e chiaramente con uno sguardo poco intelligente, non ne sentiremo la mancanza». Questa visione sadica, gelida, con ambizioni intellettuali e confusione tra valore umano e intelligenza (frequente nei piazzisti dell'avverbio «chiaramente»), opposta allo «sguardo selvatico» rispettoso della vita e dei valori naturali, è la stessa che ispira il trasferimento dei figli dalle famiglie dove sono nati ad altre più in sintonia con le burocrazie del potere. Per questa mentalità, diffusa in gruppi sociali che si ritengono «intellettualmente superiori», togliere il bambino dal luogo della nascita e collocarlo poi altrove, meglio se in situazioni affettive e sessuali lontane dalla volgare e sorpassata «natura» (sospettata tra l'altro di essere di origine divina), diventava così il primo passo per poi smontare la famiglia. Via da lì dunque, per portare i bimbi più lontano possibile da dove si genera la vita: l'incontro affettivo e sessuale tra l'uomo e la donna. È nell'esecuzione di questo programma che il piano novecentesco di distruzione della famiglia incontrò Sigmund Freud con i suoi problemi famigliari. L'attrazione per la madre, vissuta morbosamente e trasformata in «complesso» universale (smentito però subito dall'antropologia di Bronislaw Malinowski), e il suo ostinato rancore per un padre incapace negli affari e libertino e forse peggio. Poco dopo la morte del padre, Freud gli rimprovererà (in una lettera al dottor Fliess del 8 febbraio 1897) di aver abusato di uno dei suoi molti figli e di alcune delle sue figli minori. Alle sfide della famiglia naturale Freud, insofferente all'affettività come buona parte del pensiero post illuminista, contrappone «l'ideale di una comunità umana che assoggetti la vita pulsionale alla dittatura della ragione». Un razionalismo autoritario, anzi proprio dittatoriale, che sostituisca insomma la precisione dell'interesse ai chiaroscuri della mobile affettività. Il suo ideale (che ammette «difficile») sarebbe quello di sostituire l'ordine naturale, la famiglia e la patria («non credo alle nazioni», dichiara), con un ordine ideologico, razionale, che sostituisca le complicazioni dei sentimenti con valutazioni utilitarie e razionali. A cominciare dal guadagno, campo nel quale Freud era ferratissimo. Secondo i calcoli del filosofo Michel Onfray, nel suo Crepuscolo di un idolo, il fondatore della psicoanalisi con le sue otto sedute quotidiane pagate l'equivalente di 415 euro all'ora raccoglieva infatti 3.600 euro al giorno, abbastanza da consolarlo per gli insuccessi economici del padre. Solo per «valutazioni utilitarie e razionali», scriveva, l'uomo potrebbe forse resistere ai disturbanti e «vicendevoli legami emotivi»: gli affetti che tanto infastidiscono i razionalisti fanatici. A opporsi alla famiglia naturale come luogo della nascita e della prima formazione di legami non sono solo però le ambizioni delle politiche autoritarie di ieri e di oggi e il pessimismo piuttosto cinico del freudismo. A questi si è aggiunta negli ultimi anni l'ondata tecnologica, finanziaria e politica delle biotecnologie che riducono ancora di più lo spazio delle spinte affettive nella sessualità e la riproduzione, allargando quello delle decisioni prese a tavolino, con valutazioni burocratiche, di convenienza e di potere. Ne parla la psicoanalista Paola Marion in Il disagio del desiderio (Donzelli editore). Nel mondo delle biotecnologie particolarmente amate dalla politica progressista i bambini sono sempre meno il frutto di uno slancio affettivo o sessuale, di dono, e sempre di più di considerazioni narcisistiche e mentali. Questi altri «bambini rubati», non vengono più solo portati via da casa e collocati in altre famiglie come nel «sistema Bibbiano», ma presi dalle madri biologiche o materiali procreativi assemblati insieme (sperma, ovuli, uteri) e collocati nella nuova coppia (anche qui spesso omosessuale) che li acquista. Anche in questa situazione lo sguardo narcisistico, freddamente calcolante, aiutato dalle istituzioni, ha la meglio sulla natura, per ora messa ai margini. Ma non disperiamoci. Come in ogni narrazione storica, quindi di «lunga durata», non finisce qui.
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Nell’era della digitalizzazione e dell’Intelligenza artificiale, però, gli sprovveduti sono una platea molto più numerosa e facilmente aggirabile per la perfezione dell’inganno. Ieri vi abbiamo raccontato della truffa ai danni dei risparmiatori realizzata clonando la mia identità e immaginando uno scontro con il ceo di Intesa Sanpaolo negli studi di Porta a Porta. Nella trasmissione di Bruno Vespa avrei «sbugiardato» il banchiere cattivo, nella fattispecie Carlo Messina, e lanciato una piattaforma di trading online che, al contrario del sistema creditizio, avrebbe in cura i risparmi degli italiani e con un investimento minimo di 250 euro avrebbe assicurato una buona rendita.
Questa truffa - per la quale mi sto muovendo legalmente con il mio avvocato Eugenio Piccolo, anche a tutela del giornale - l’abbiamo raccontata perché ne avevamo trovato traccia in un banner pubblicitario inserito nella homepage di Repubblica (come da foto pubblicate). Cliccando si apriva l’articolo fake con la grafica di Repubblica altrettanto fake e le foto della finta trasmissione di Vespa. Ovviamente tutti i protagonisti sono all’oscuro: da me a Messina, da Vespa ai colleghi di Repubblica.
Abbiamo anche spiegato il meccanismo. Un’azienda anonima (nel mio caso la Url riporta a una certa «woodupp«) carica la sua pubblicità su uno o più network pubblicitari internazionali. Qui si tratta di MediaGo, di proprietà del colosso cinese Baidu, il secondo motore di ricerca dopo Google. In automatico MediaGo distribuisce su molti grandi siti italiani con cui ha accordi commerciali, inclusa Repubblica, attraverso aste in tempo reale (programmatic advertising) che «atterrano» sulla base del cliente meglio profilato. È il meccanismo con cui lavorano tutti i top player del settore. Repubblica non sceglie quella pubblicità: la riceve automaticamente. La redazione di Repubblica non sa nemmeno che qualcuno ha creato un articolo «come se fosse di Repubblica»: lo sa a segnalazione avvenuta. Però Repubblica incassa perché la raccolta pubblicitaria si contrae e la prende come tutti dai «predatori», i cosiddetti Ott, gli Over the Top (Amazon, Meta, Google…) che raccolgono tutto e smistano alle condizioni di mercato che vogliono. Nel calderone pubblicitario c’è tutto, anche le truffe che quand’anche non fossero create da loro, nei loro vettori viaggiano che è una bellezza, quindi indirettamente ci guadagnano. Perché questo è il far west del Capitalismo della sorveglianza, generato secondo la legge del più forte.
Lo stesso meccanismo distorto è la linfa dell’Intelligenza artificiale, la quale si sta imponendo esattamente replicando la pirateria delle Big Tech quando cominciarono a lavorare sui nostri dati senza avere il permesso di farlo.
Sì può fare qualcosa? Si deve, ma la classe dirigente è troppo impegnata a difendere se stessa. Alcuni mesi fa, Marina Berlusconi, nel ruolo di presidente di Mondadori, aveva lanciato un monito scrivendo una lettera al Corriere e pubblicando contemporaneamente tre titoli per i tipi della Silvio Berlusconi Editore, tre «pezzi» per capire le potenzialità e le minacce della nuova frontiera digitale: Careless People, Gente che se ne frega» (libro boicottato da Zuckerberg) di Sarah Wynn-Williams; La Repubblica tecnologica, di Alex Karp, ceo di Palantir, socio di Peter Thiel (quello delle lezioni sull’anticristo), e La Società Tecnologica», un libro del filosofo e teologo Jacques Ellul.
Vi riporto alcune riflessioni di Marina Berlusconi in quella lettera di presentazione. «Oggi le prime cinque Big Tech assieme - Nvidia, Microsoft, Apple, Alphabet, Amazon - sono arrivate a superare il Pil dell’area euro. Ma attenzione: ridurre tutto ai valori economici non basta, il potere dei giganti della tecnologia va ben oltre. È un potere che rifiuta le regole, cioè la base di qualsiasi società davvero funzionante. Noi editori tradizionali paghiamo le tasse, rispettiamo le leggi, tuteliamo il diritto d’autore e i posti di lavoro - basti pensare che in Italia le piattaforme occupano appena un trentesimo dei lavoratori del settore. Eppure, quasi due terzi del mercato pubblicitario globale vengono inghiottiti dai colossi della Silicon Valley, che fanno esattamente il contrario: per dirla con il titolo del saggio firmato dalla ex-Meta Sarah Wynn-Williams, sono Careless People, “gente che se ne frega”. È concorrenza sleale bella e buona».
E ancora: «I giganti del Tech mettono sul piatto generosi finanziamenti e i dati di miliardi di persone […] Questi colossi non sono più solo aziende private, sono attori politici». Ha ragione!
Si può fare qualcosa, per contrastare questo mondo messo in piedi da predoni e pirati, di cui noi siamo vittime più o meno consapevoli? Sì. E lo dico al governo di centrodestra, al governo «sovranista»: mettete un tetto alla raccolta pubblicitaria di questi Ott, oppure obbligateli a destinare delle quote all’editoria che stanno uccidendo. Lo dice Marina Berlusconi, lo dice la Confindustria del settore col presidente Antonio Marano, lo dicono i grandi, i medi e i piccoli editori. Proprio discutendo di Careless People, Gente che se frega con il deputato di Forza Italia, Francesco Battistoni, riflettevamo che tutti siamo coinvolti, dalla politica alle università, dal giornalismo ai centri studi e persino alla Chiesa: è un tema di libertà, di sicurezza, di resistenza rispetto a questi nuovi Padroni. Che si credono dio.
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Per Keir Starmer, già travolto dal disastroso risultato delle amministrative e dall’avanzata di Nigel Farage, si tratta probabilmente del momento più difficile da quando è arrivato a Downing Street. Anche perché Streeting non è un oppositore interno qualsiasi: appartiene, infatti, alla stessa ala moderata e «blairiana» del premier. E proprio per questo il suo attacco rischia di essere devastante.
Nella lunga lettera inviata a Starmer, l’ormai ex ministro della Sanità ha spiegato di avere «perso fiducia» nella sua leadership e, quindi, di non poter restare nel governo «per questione di principio e di onore». Non solo: «Dove servirebbe una visione, abbiamo il vuoto. Dove servirebbe una direzione, siamo alla deriva», ha scritto Streeting, attribuendo direttamente all’impopolarità dell’esecutivo le pesanti sconfitte subite dai laburisti in Inghilterra, Scozia e Galles. Ancora più clamoroso il passaggio finale della lettera: «È ormai chiaro che non sarai tu a guidare il Partito laburista alle prossime elezioni». Un necrologio anticipato.
Streeting, inoltre, ha attaccato duramente la gestione dell’immigrazione da parte del premier, citando polemicamente il controverso discorso sull’«isola di stranieri», con cui Starmer aveva inaugurato la linea dura del Labour (più a parole, invero, che nei fatti), nel tentativo di fermare l’emorragia di consensi verso Reform Uk. Secondo l’ex ministro, però, quella strategia avrebbe contribuito a lasciare il Paese «senza capire chi siamo e che cosa rappresentiamo davvero». In pratica, il premier è riuscito in un colpo solo a non sottrarre voti a Farage e ad alienarsi una parte della propria base progressista.
Per scalzare di Starmer, tuttavia, non basteranno le sole dimissioni dei ministri, seppur eccellenti. Le regole del partito, infatti, prevedono che, per candidarsi alla leadership, serve il sostegno del 20% dei deputati laburisti: oggi significa almeno 81 parlamentari. Solo dopo scatterebbe il voto degli iscritti e dei sindacati. Ed è proprio qui che iniziano i problemi dei possibili successori. Lo stesso Streeting, che presto dovrebbe annunciare formalmente la propria candidatura, ha sì acceso la miccia della rivolta interna, ma non sembra avere numeri sufficienti per conquistare davvero il partito: molti iscritti continuano a considerarlo troppo vicino alla stessa linea moderata che oggi viene contestata a Starmer.
Più insidiosa potrebbe rivelarsi, invece, la candidatura di Angela Rayner, ex vicepremier ed esponente dell’ala sindacale del Labour, appena scagionata nell’inchiesta fiscale che l’aveva costretta alle dimissioni lo scorso anno. Il vero e più credibile antagonista di Starmer, tuttavia, resta Andy Burnham, il popolarissimo sindaco di Manchester soprannominato «il re del Nord». Secondo diversi sondaggi interni, sarebbe proprio Burnham l’unico in grado di battere nettamente Starmer tra gli iscritti del partito. Il problema è che, per candidarsi, dovrebbe prima tornare ai Comuni attraverso un’elezione suppletiva, dato che attualmente non è deputato.
A Westminster, insomma, regna ancora la massima incertezza. Nessuno sa davvero se Starmer riuscirà a resistere o chi, eventualmente, riuscirà a prenderne il posto. Ma una cosa appare ormai chiara a tutti: la partita per il dopo-Starmer è ufficialmente iniziata.
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L’attività ha preso il via nel 2025 quando, a seguito di un ordinario controllo di polizia in mare, si è deciso di procedere velocemente ad una capillare ricognizione nei porti sardi. Nel mirino delle Fiamme gialle il fenomeno del cosiddetto flagging out, una strategia spesso utilizzata da italiani per aggirare il sistema fiscale nazionale con l’immatricolazione di yacht e navi da diporto in registri esteri. Questa pratica, mirata all'abbattimento di costi gestionali e assicurativi, viene frequentemente utilizzata per sottrarsi anche agli obblighi di trasparenza verso il fisco.
Il cuore dell'operazione è stata la verifica del rispetto della normativa sul monitoraggio fiscale, che impone ai residenti in Italia di dichiarare puntualmente, nel quadro denominato «RW» della dichiarazione dei redditi, il possesso di beni mobili registrati all'estero. In sostanza, l’omessa indicazione nella dichiarazione dei redditi del bene immatricolato in uno Stato estero costituisce una violazione finalizzata a nascondere al fisco la reale capacità contributiva ed è sanzionata dalle norme vigenti in misura proporzionale al valore del bene.
L’attività operativa svolta dalla Stazione Navale della Guardia di finanza di Cagliari ha assunto vaste proporzioni anche per la residenza fiscale dei proprietari delle barche da diporto. La meticolosa ricostruzione ha permesso di risalire ai soggetti omissivi nella dichiarazione dei redditi, distribuiti sull’intero territorio nazionale, tramite un'azione mirata da parte di diversi reparti del Corpo. Per perfezionare gli accertamenti, la Stazione Navale di Cagliari ha collaborato con i Reparti territoriali, in base alla residenza dei proprietari, tramite l’incrocio dei dati rilevati durante i riscontri diretti con le banche dati, per garantire la massima precisione nella ricostruzione delle posizioni fiscali.
I risultati finali delineano un quadro di eccezionale rilievo, individuando imbarcazioni e navi da diporto per un valore di mercato complessivo superiore ai 48 milioni di euro. Altrettanto significative le sanzioni amministrative contestate, che potranno raggiungere i 23 milioni di euro, in relazione al valore d’acquisto o di mercato dei beni non dichiarati.
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