Gli attori Lino Musella, Romana Maggiora Vergano, Fabrizio Gifuni, il regista Marco Bellocchio e l'attrice Barbora Bobulova alla première di «Portobello» durante l'82ª Mostra del Cinema di Venezia (Ansa)
Presentata alla Mostra di Venezia, la miniserie di Marco Bellocchio debutta oggi su Hbo Max. In sei episodi ricostruisce l’arresto, il processo e l’assoluzione di Enzo Tortora, simbolo di un errore giudiziario che segnò il Paese.
Marco Bellocchio l'ha portata al Festival del Cinema di Venezia, a settembre, ben prima di lasciare che altri, oltre critica e colleghi, la vedessero. Portobello, miniserie televisiva in sei episodi, è stata presentata in pompa magna tra i fasti della Mostra. Una parabola, ha spiegato il regista, che potesse essere d'interesse per un pubblico composito, per un pubblico estero, estraneo a fatti che, in Italia, sono diventati tristemente noti.
Portobello, disponibile sulla nuovissima Hbo Max a partire da venerdì 20 febbraio, è la storia di un errore giudiziario, reso clamoroso dalla notorietà di colui che vi è rimasto implicato. Enzo Tortora era sulla bocca di tutti, nel 1982, conduttore d'oro, capace di raccontare il Paese e divertirlo. Aveva un pappagallo, con sé. Sorrideva, ordinato e composto. Non c'era italiano che non lo conoscesse. Era un divo. Eppure, non è scampato all'infamia, alla menzogna, alla crudeltà di chi non s'è fatto scrupolo nel gettargli addosso un inferno di bugie.
Bellocchio ha detto aver scelto la sua storia per la potenza delle immagini: lo sguardo spaesato di un uomo che, pur abituato alla messa in scena, non riusciva a spiegarsi cosa gli stesse succedendo, in manette fuori da una caserma. Tortora, che nella serie, la prima italiana a debuttare sulla piattaforma, è interpretato da Fabrizio Gifuni, è stato arrestato il 17 giugno 1983, dopo che un pentito della Camorra, uomo di fiducia del boss Raffaele Cutolo, ne ha fatto il nome. Lo ha fatto dalla propria cella, quando il terremoto dell'Irpinia ha fatto scricchiolare l'organizzazione che la Camorra s'era data. Tortora, allora, è stato accusato di avere legami con il clan mafioso, di aver le mani in pasta, traffico di droga, piccoli e grandi orrori. Lo hanno portato in galera, poi processato.
Ed è di questo, dei suoi proclami di innocenza, degli occhi colmi di paura, del processo, che racconta Portobello, arrivando ad un'assoluzione che, però, non ha potuto restituire al conduttore tv la vita che gli era stata strappata.«C’erano reali contraddizioni, o anche apparenti, in Tortora. Era un antipatico di successo. Così popolare da arrivare a 28 milioni di Italiani, ma c’era una buona parte di Italia che con lui non simpatizzava. In parte era carattere, in parte certe posizioni che ha preso. Ci accorgiamo che le cose succedono quando finiscono di accadere. Lui si batteva all’interno dell’unica azienda di Stato. Non c’era nemmeno Rai Tre e lui si batteva in solitaria per la fine del monopolio dell’emittenza. Non apparteneva a nessuna delle due “grandi Chiese” a cui poi si sarebbe aggiunta la massoneria, è un laico in un paese molto cattolico. Tutto questo non spiega il caso ma ci fa capire perché il paese era pronto a voltargli le spalle.
Le cadute dei potenti attirano sempre, oggi lo vediamo coi social. Ma tutto questo spiega perché non si risveglia da quell’incubo. Era un fiero, orgoglioso che non ammiccava al pubblico. Non aveva la "furbizia" di Bongiorno e Pippo Baudo. Perfino le gaffes di Mike erano un modo per essere ricordato. Tortora parlava perfettamente, manteneva l’ambizione di un signore distaccato ammirato dall’Inghilterra. Così lo spavento diventa una furia interna. Non perse mai la calma, o quasi. Si sente tradito, comunque, il che lo accomuna ad Aldo Moro», ha provato a sintetizzare Gifuni, la cui interpretazione è stata datata al 20 febbraio per ricordare il giorno del 1987 in cui Tortora è tornato a condurre Portobello, uomo a metà in un'Italia di malagiustizia.
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Lo scorso 12 gennaio è stato registrato negli Stati Uniti il dominio «freedom.gov» che, abbinato a una Vpn, permetterebbe di consultare il Web aggirando le tante limitazioni dettate da Bruxelles in tema di politica, gender, Covid e immigrazione.
Il Dipartimento di Stato Usa si prepara a venire incontro alla libertà di espressione e informazione di noi europei e l’Unione europea si offende. Lo scorso 12 gennaio è stato registrato negli Stati Uniti il dominio «freedom.gov», che abbinato a una normale Vpn permetterebbe di aggirare agevolmente le tante censure Ue su vari temi storici, politici, sanitari ed economici. Ti bannano un contenuto su un certo tema, per esempio i vaccini o i file Epstein? Semplice: se sei un creatore di contenuti con sede legale negli Stati Uniti, puoi usare l’indirizzo freedom.gov e gli utenti europei potranno leggere tutto quanto.
Ieri pomeriggio, per dire la complessità degli interessi in gioco, un utente italiano che si fosse collegato al sito Internet di una nota tv inglese che trasmette anche da noi avrebbe potuto tranquillamente leggere questa notizia della Reuters, adeguatamente tradotta e contestualizzata. Il primo banner pubblicitario che illustrava l’articolo era quello di Proton, la Vpn tedesca più utilizzata in Europa, che esortava: «Abbandonare la tua casella Gmail è la mossa più potente». Privacy, libertà, sovranità nazionale e giurisdizioni sfuggenti: che cocktail. L’importante è non illudersi che qualcuno stia lottando gratis per la nostra libertà.
Con la navigazione non tracciabile e il dominio Internet che inneggia alla libertà made in Usa, contenuti classificati dalla legislazione di Bruxelles o dei singoli Paesi membri (o anche della Gran Bretagna) come incitamento all’odio o propaganda terrorista potranno essere letti e scaricati.
Secondo l’agenzia inglese, alla guida del progetto, che doveva essere presentato la scorsa settimana alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, ma il cui annuncio sarebbe poi stato rinviato per le perplessità emerse anche da parte di funzionari e legali dello stesso Dipartimento, c’è Sarah Rogers, sottosegretario per la Diplomazia pubblica.
Un portavoce del Dipartimento di Stato ha ribattuto che il governo Usa «non ha un programma specifico per l’Europa» per aggirare la censura, ma ha confermato che «la libertà digitale è una priorità» e che comprende la diffusione di tecnologie per la privacy e l’elusione dei blocchi, come le Vpn.
La Casa Bianca di Donald Trump si è più volte espressa contro norme (altrui) che considera troppo restrittive, come il Digital Services Act (Dsa) europeo e l’Online Safety Act britannico, sostenendo che limiterebbero la libertà di parola. E nel progetto del nuovo portale sarebbe coinvolto anche Edward Coristine, ex membro del Doge di Elon Musk.
Tra Usa e Ue le tensioni non mancano, tra controllo della Groenlandia, dazi, guerra in Ucraina, Medio Oriente, budget Nato e interpretazione degli Epstein file. Così, da Bruxelles è arrivata subito una risposta stizzita. «Nessuna giurisdizione al mondo ha lezioni da dare all’Ue in materia di libertà di espressione», ha ringhiato il portavoce Thomas Regnier, aggiungendo che i Paesi europei sono quelli che più rispettano la libertà di espressione in tutto il mondo. Vero, ma si è dimenticato che gli stessi Paesi europei sono in prima fila nel fare affari con una serie di nazioni dove non c’è alcuna libertà di espressione, a cominciare dalla Cina. In ogni caso, lo stesso portavoce ha invitato tutti alla calma e ha assicurato che «l’Ue non prende di mira nessuna azienda» ( riferimento era a Google, Meta e compagnia) in base al suo passaporto.
Il Dsa ha dato più di un dispiacere ai big Usa, tutti grandi finanziatori di Trump. Ma ha un vizio di origine: crede che il popolo che vota come non piace a Bruxelles (vedi Romania, Polonia o, un domani, la Francia) sia un popolo bue, fuorviato dalle diaboliche piattaforma americane.
Come ricordava ieri la Reuters, «l’amministrazione Trump ha fatto del free speech, specialmente laddove lo vede come un possibile rafforzamento delle voci conservatrici online, un punto nodale della sua politica estera in Europa e in Brasile». Mentre l’approccio Ue al medesimo tema è assai differente, perché mentre la Costituzione americana protegge in teoria ogni tipo di espressione, «i limiti imposti dall’Unione europea sono aumentati nel tempo, per combattere l’insorgenza di ogni probanda estremista, dal nazismo alla demonizzazione degli ebrei, degli stranieri e delle minoranze», conclude l’agenzia britannica.
Negli ultimi vent’anni, in Europa, ci sono stati vari «discorsi unici», demonizzazioni e penalizzazioni a tutela, di volta in volta, di vaccini, moneta unica, parametri di Maastricht, austerità economica, immigrazione clandestina, teorie gender e patenti di democrazia. E già solo la vicenda dei vaccini obbligatori e del green pass ai tempi del Covid, con relativa criminalizzazione delle manifestazioni contrarie, ha incrinato parecchio questa immagine di un’Europa come patria delle libertà, ancora degna di dare lezioni di democrazia agli Stati Uniti.
E in una giornata già sufficientemente contraddittoria si scopre che la Francia di Emmanuel Macron copierà Trump sui divieti social per i minori. «Sono i governi a prendersi questa responsabilità e avrò questo scambio con il presidente Trump», ha proclamato Macron ai giornalisti, a margine di un vertice mondiale sull’Intelligenza artificiale a Nuova Delhi.
Il presidente francese ha osservato che «Non c’è un genitore che non veda che questi giovani, adolescenti o bambini, subiscono pressione e penso quindi che anche lui (Trump, ndr.) debba vederlo. E credo nell’opinione pubblica americana». Ci crede, ma non si sa quanto sia ricambiato.
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