Francesca Scopelliti, compagna del celebre giornalista ed ex senatrice, oggi presiede il comitato «Cittadini per il sì» al referendum sulla riforma della giustizia. E portando avanti la memoria del conduttore, non nasconde lo stupore: «Non immaginavo che questa campagna referendaria sarebbe stata segnata da un tale livello di volgarità. E invece mi trovo costretta a ribadire, ancora una volta, “giù le mani da Tortora”».
La campagna per il referendum si è incattivita. Sul Fatto Quotidiano, Marco Travaglio ha scritto: «Il mantra è che separando le carriere non avremo più un caso Tortora. E il guaio è che lo raccontano anche i congiunti del presentatore».
«Mi infastidisce molto che Travaglio si permetta di mettere il naso nella vicenda di Tortora. Non è degno neanche di nominarlo. I sostenitori del no al referendum hanno impostato la loro campagna sul capovolgimento della realtà e su interpretazioni strumentali dei fatti».
Si pensava che almeno sul caso Tortora vi fosse uniformità di vedute. Invece?
«La storia di Enzo, che è ancora molto amato dalla gente, attraverso i racconti dei padri e dei nonni, non si presta alle interpretazioni. È il paradigma della malagiustizia, e per questo disturba profondamente gli oppositori della riforma. Riflettere ancora oggi sul caso Tortora induce naturalmente a desiderare un vero cambiamento, attraverso la separazione delle carriere dei magistrati».
Un tema, quello della separazione delle carriere, che si pose con forza anche ai tempi del processo Tortora?
«Certo, Tortora fu condannato in primo grado perché un giudice era in combutta con i procuratori. Fu condannato sulla base delle dichiarazioni “concordanti” di 18 pentiti, e poi assolto perché quelle dichiarazioni erano semmai “concordate”. Venne dichiarato innocente perché un giudice veramente imparziale si prese la briga di verificare. Solo per fare un esempio: un pentito raccontò di aver consegnato a Tortora chili di droga. Ma si scoprì che nel periodo contestato era rinchiuso in un carcere di massima sicurezza. Non era vero nulla».
Sembra che anche Giovanni Falcone sia stato arruolato, suo malgrado, dai sostenitori del No alla separazione delle carriere.
«In questo crescendo di volgarità, ho sentito il procuratore Gratteri, che in quanto a presenzialismo televisivo mi ricorda Wanda Osiris, attribuire a Falcone frasi non vere. Nei giorni successivi ha ammesso l’errore, ammettendo di essere stato mal consigliato. Spero che Gratteri non applichi gli stessi metodi alle sue indagini. Altrimenti poveri cittadini».
È sorpresa dalla potenza di fuoco dell’Anm e del comitato del No?
«Hanno affisso dei manifesti propagandistici 3 per 6, che costano 1.000 euro l’uno. Immagino che per la campagna referendaria valgano le stesse regole della campagna elettorale, ci saranno dei tetti di spesa, e questa spesa dovrebbero giustificarla. Chi finanzia il comitato per il No? Forse l’Anm, che è un’associazione privata?».
Immagina dei finanziatori?
«Se hanno trovato i soldi sono stati bravissimi, ma dovrebbero dichiararlo. Temo invece che il comitato del No faccia un po’ quello che vuole: d’altro canto, se dovessi denunciarli, dovrei fare un esposto presso i loro colleghi, il che sarebbe paradossale. Insomma, sono intoccabili».
In occasione del referendum, il «partito delle toghe» è uscito allo scoperto?
«Mi occupo di giustizia in prima persona da 37 anni. E oggi hanno svelato la loro vera anima. Si vestono da partito politico, e questo non credo sia consentito dalla Costituzione. All’inizio hanno persino adoperato siti istituzionali e palazzi di giustizia per le loro manifestazioni. C’è un abuso di potere senza limiti. E mi spavento ancora di più, se mi fermo a pensare che potrebbe vincere il No, il che per me equivarrebbe a un golpe».
Anche lei è convinta che ci sia un’avanguardia politicizzata della magistratura che tiene in scacco l’intera categoria?
«Questa distinzione la faceva anche Tortora. Scelse di dimettersi dal Parlamento europeo, rinunciando all’immunità, e finì poi agli arresti domiciliari, per rispetto “ai magistrati di giustizia che onorano la toga che indossano”. Molto diversi dall’altra categoria, quelli che lui definiva “magistrati di potere”, contro i quali diresse l’impegno politico».
Chi sono i magistrati di potere?
«Si identificano soprattutto con i procuratori, i più famosi, i più visibili. I due procuratori che arrestarono Enzo furono definiti “i Maradona del diritto”. Finirono sulle copertine dei settimanali mentre giocavano a pallone. Ecco, questa minoranza di magistrati ha in mano il potere istituzionale e mediatico: gli altri preferiscono lavorare nel silenzio, subendo la situazione».
Il sistema fondato sulle correnti si sente minacciato da questa riforma?
«Non vogliono che qualcuno interferisca nel loro sistema di potere, che poi è quello raccontato da Luca Palamara. Le correnti fanno il loro gioco, difendono i loro interessi«.
L’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga fu uno dei primi a denunciare lo strapotere delle correnti, e lei lo conosceva bene.
«Cossiga diceva che il ruolo delle correnti era di tipo mafioso, e aveva ragione. Decidono tutto, promozioni, punizioni e trasferimenti. Cossiga mi raccontò che, nella prima seduta del Csm, gli si parò davanti Francesco Di Persia, uno dei procuratori che condussero l’inchiesta contro Tortora. Cossiga gli disse: “La mano non gliela stringo, perché lei ha fatto morire un uomo perbene”».
Il sorteggio per il nuovo Csm è stato bersagliato da critiche. Dicono che non è un metodo in grado di garantire rappresentatività.
«Cosa significa: ci sono magistrati bravi e meno bravi? Quelli meno rappresentativi non possono arrivare al Csm, ma li lasciamo nelle aule dei tribunali, magari a condannare e comminare ergastoli?».
Il giustizialismo è un virus ancora presente nella società italiana?
«Il comitato che presiedo ha organizzato una bellissima manifestazione a Napoli. C’erano tanti ragazzi che indossavano magliette con stampati i nomi, più o meno illustri, delle vittime della giustizia. Ecco, in Italia c’è ancora qualcuno che considera queste vittime non innocenti, ma solo colpevoli che l’hanno fatta franca».
Lei ha avuto anche una breve esperienza politica, prima con Pannella e poi con Forza Italia. Si stupisce del fatto che quasi tutti, a sinistra, sono contrari a questa riforma?
«La sinistra ormai ha perso la sua capacità riformista. E di questo mi dispiaccio molto. Anche volersi allargare a tutti i costi nel campo dei 5 stelle, che restano il partito del vaffa, legato a doppio filo alla magistratura, lo considero un suicidio politico. Hanno perduto la loro identità. Per un periodo sono stata contattata dal partito di Renzi, ma alla fine sono rimasta delusa. La politica non ha ancora capito che la battaglia sulla giustizia non è una crociata di parte. Non riguarda “io”, ma tutti noi».
Enzo Tortora scriveva: «Solo i pazzi, i bambini e i magistrati non pagano mai per i loro crimini». Frasi ancora attuali?
«Il processo Tortora non è mai finito, perché non abbiamo ancora avuto una classe politica che sia riuscita a far tesoro dell’esperienza di Enzo, con il coraggio e la cultura giusta, accompagnando le riforme necessarie per cambiare davvero le cose. È incredibile pensare che abbiamo dovuto attendere fino al 2026 per promuovere la riforma della svolta. Voglio sperare che, nel segreto dell’urna, i cittadini e anche i magistrati votino sì. Perché il “sì” protegge le persone e non il potere, e ci consentirà di liberarci della cupola mafiosa delle correnti della magistratura. Rendendo onore alla memoria di Enzo Tortora».