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2019-09-21
L’avvocato invisibile gestiva la cassaforte
Ansa
Se il renzismo fosse un edificio, il ruolo di capocantiere andrebbe sicuramente all'avvocato Alberto Bianchi. Pistoiese, 65 anni, tesoriere della fondazione Open e instancabile fabbricatore di pilastri e puntelli a sostegno del ben più giovane amico Matteo. Bianchi è da tre giorni indagato dalla Procura di Firenze per traffico di influenze illecite. La guardia di finanza ha perquisito il suo studio sequestrando gli atti dell'ente, che organizza la Leopolda, e la lista dei finanziatori. L'ipotesi dei pm Luca Turco e Giuseppina Mione è che alcune prestazioni professionali a favore di un importante imprenditore possano essere state camuffate per agganciare la politica e ottenerne favori. «Sono rattristato e arrabbiato», ha detto Bianchi agli amici nelle ultime ore. Non certo dimentico che lo spettro dei conflitti d'interesse, tra ruolo pubblico al fianco di Matteo Renzi e impegno privato come amministrativista tra i più quotati del capoluogo toscano, lo insegue da quasi 10 anni. «Le domande fondate sul sospetto o sulla mera illazione aprono praterie sterminate a chi desidera inquinare ogni sistema di relazione», si difese in una intervista, tempo fa. «Il commento che sembra suggerire prudenza di comportamenti dà la stura all'inarrestabile cultura del sospetto onnipervasivo, anticamera della tirannia».
Allievo del giurista Alberto Pradieri, Bianchi è stato una presenza costante nell'escalation del Giglio magico nonostante un inizio un po' traballante. Alle primarie del Pd per il sindaco di Firenze nel 2009, che vedranno trionfare a sorpresa il giovane Matteo Renzi, è infatti il braccio destro dello sfidante Lapo Pistelli. In precedenza, Bianchi è stato vicino alla Margherita e al presidente della Regione Claudio Martini che lo ha nominato presidente di Firenze Fiera. Con Renzi a Palazzo Vecchio, l'avvocato ottiene una consulenza legale da 11.000 euro e il ruolo di segretario del Maggio Musicale Fiorentino, di cui il fratello Francesco diventerà commissario straordinario. In quegli anni - siamo nel 2013 - difende il sindaco rottamatore davanti alla Corte dei Conti e cementa rapporti di amicizia con Marco Carrai, l'imprenditore che di Renzi è stato il generoso finanziatore immobiliare avendogli pagato per circa tre anni il fitto di 900 euro al mese nell'appartamento di via degli Alfani 8. Di Carrai, l'avvocato diventa socio nella K-Cube, che si occupa di brevetti farmaceutici, e testimone di nozze, insieme all'ex Rottamatore. Nello studio Bianchi di Firenze, è stata praticante la moglie di Carrai, Francesca Campana Comparini, ed ha lavorato la di lei sorella, Cristina.
L'avvocato toscano si muove con scioltezza nel mondo della politica, e non solo per i trascorsi familiari che videro il papà Angiolo, commercialista, numero uno della Cassa di risparmio di Pistoia e Pescia, in quota Dc. L'ex ministro dell'Economia Giulio Tremonti lo volle come liquidatore del carrozzone di Stato Efim (18.000 miliardi di debiti) nel 2001. Incarico che gli costò una condanna in primo grado, poi annullata in appello, davanti alla Corte dei Conti per il pagamento di maxiparcelle professionali. Nel 2011 Bianchi diventa membro dell'organismo di vigilanza di Terna e, nel 2014, durante il governo Renzi, viene indicato nel consiglio di amministrazione di Enel, e riconfermato nel 2017 con l'esecutivo Gentiloni.
Nel frattempo, il ruolo di presidente della fondazione Open, che ha preso il posto della precedente Big Bang, e di tesoriere del renzismo gli assicurano una presenza costante nelle dinamiche del potere toscano e romano. Anche se è particolarmente attento a non invadere mai i campi d'influenza e di azione degli altri petali del Giglio, come Maria Elena Boschi e Luca Lotti.
L'attività professionale gli regala soddisfazioni e sostanziosi bonifici. Assume la difesa di importanti aziende pubbliche come Ferrovie dello Stato, Firenze parcheggi e di società private come Snai e Siram. Vincitrice, quest'ultima, di un lotto da quasi 100 milioni di euro con Consip, la centrale d'acquisto della pubblica amministrazione. Di cui Bianchi è anche consulente legale per un totale, nel periodo 2014-2017, di 756.000 euro di onorari. Circostanza che dà adito a qualche accusa di conflitto d'interessi. Molti incarichi in Consip (come spiega più diffusamente l'articolo nella pagina accanto, ndr), l'avvocato di Renzi, li ottiene dopo la nomina di Luigi Marroni ad amministratore delegato. Marroni è considerato il teste chiave della Procura di Roma nell'inchiesta sui presunti casi di corruzione in seno alla centrale d'acquisto. Filone in cui è indagato, con una richiesta di archiviazione rigettata a luglio dal gip, proprio Tiziano Renzi per traffico di influenze illecite. Per il babbo di Rignano sull'Arno, Bianchi usò parole di stima all'infuriare della tempesta giudiziaria: «Non nutro il minimo dubbio circa la specchiata onestà del signor Tiziano Renzi», spiegò, «il suo nome non può essere accostato a presunti traffici illeciti. Il tempo lo risarcirà dell'infamia di questi giorni». In totale, nei due anni di governo di Matteo Renzi, Bianchi ha percepito 800.000 euro da due società pubbliche controllate dal ministero dell'Economia, Enel e Consip.
Bianchi nell’era renziana di Consip ha avuto 756.000 euro di consulenze
Come tanti accorti uomini di potere, Alberto Bianchi ha sempre tentato di dissimulare il potere. Poche parole, molte relazioni, una caterva di discrezione. Eppure non è la prima volta che l'ex presidente della Fondazione Open viene coinvolto in un'inchiesta. Due anni fa la Corte dei conti decide di verificare le consulenze Consip, la centrale acquisti statale. Tra cui quelle avute dell'avvocato pistoiese, adesso sospettato di traffico d'influenze in un'indagine sulla cassaforte del renzismo. Dal 2015, calcolano i finanzieri, avrebbe incassato oltre 390.000 euro di parcelle professionali: i magistrati contabili stanno verificando se questi affidamenti abbiano causato o meno un danno all'erario. La Verità ha però compulsato la banca dati Consip. E il totale è ben più cospicuo. Tra il 2014 e la metà del 2017 l'amministrativista e i suoi soci hanno ottenuto 756.000 euro, al netto dell'Iva. In cambio, si sono adoperati per seguire 70 contenziosi legali. Ossia beghe giudiziarie sulle gare pubbliche bandite dalla società.
Occhio alle date, però. Dopo qualche sporadico mandato avuto in precedenza, è all'inizio del 2014 che Bianchi e l'omonimo studio associato cominciano a macinare incarichi. Proprio quando Matteo Renzi diventa premier. Bianchi e colleghi, in quell'anno, s'accaparrano 15 consulenze, per poco più di 140.000 euro. Va ancora meglio l'anno seguente: 28 cause, in cambio di quasi 206.000 euro. È un periodo di transizione per Consip. A giugno 2015 il governo dell'ex Rottamatore nomina il nuovo amministratore delegato della società. È il fedelissimo Luigi Marroni. Che poi, con un intricato colpo di scena, diventerà il grande accusatore di Tiziano Renzi, padre di Matteo, e di Luca Lotti, ex ministro dello Sport e quintessenza del Giglio magico. Entrambi sono ora indagati dalla Procura di Roma, proprio in un'inchiesta sul sistema Consip.
Torniamo però all'estate del 2015, quando il vento del consenso gonfia le vele renziane. E, con Marroni al comando, pure gli incarichi a Bianchi prendono il volo: 14 in sei mesi, da luglio a dicembre. L'anno seguente, nel 2016, sono 19: 237.000 euro in totale. Altri otto vengono conferiti nella prima metà del 2017: 173.000 euro. L'ultimo affidamento, rivelano gli archivi Consip, è del 30 maggio 2017. Due settimane dopo, Marroni è costretto a lasciare la guida della società. Da quel momento, negli annali della megacentrale per le commesse statali di Bianchi non c'è più traccia. Ergo, non sarebbe più stato scelto come legale di fiducia.
Questa sequela di consulenze era già stata svelata da Panorama. Ma si trattava ancora di una conta parziale. E l'amministratore delegato scelto dall'ex premier, che si dimette a dicembre 2016, è ancora in sella. Bianchi però, mentre puntualizza di non aver incassato molti dei compensi, rilancia: «Consip ha iniziato ad affidarmi il contenzioso di alcune gare ben prima che Renzi fosse presidente del Consiglio. Ho lavorato di più in passato e non ho beneficiato di alcunché». Il legale aggiunge: «Faccio l'avvocato dal 1986 e ho un percorso che parla per me. Quando Renzi ancora studiava io ero già commissario all'Efim...». Verissimo. Il suo curriculum è già strapieno di medaglie professionali. Così come di ortodossia renziana.
Nato 65 anni fa a Pistoia, il padre è un notabile democristiano. Lui ne eredita simpatie politiche e s'avvicina alla Margherita. Elegante e riservato, già titolare di un avviato studio a Firenze, Bianchi diventa lo storico stratega del Giglio magico: discreto, distinto, ottime frequentazioni. Renzi lo considera il suo alfiere nei rapporti con banche e aziende di stato. Tanto da nominarlo, a maggio nel 2014, nel cda di Enel. Poltrona prestigiosa, strategica e molto ben retribuita.
I primi approcci tra i due si segnalano però oltre un decennio fa: tra maggio 2008 e gennaio 2009. Renzi, all'epoca, è il giovane e arrembante presidente della provincia di Firenze. In otto mesi, decide di affidare 14 incarichi ad «Alberto Bianchi e associati studio legale», per un totale di 37.000 euro. Servigi certamente apprezzati. Nell'autunno del 2010 Renzi, diventato nel mentre sindaco di Firenze, viene indagato dalla Corte dei conti per un danno erariale di oltre due milioni di euro. E a difenderlo dalle accuse dei magistrati contabili rispunta Bianchi. Negli anni seguenti, l'avvocato continua a seguire le beghe del politico e ad accumulare prestigiose consulenze: tra cui quelle conferite da Firenze parcheggi, società controllata dal comune guidato da Renzi, per 85.000 euro.
Il rapporto con Renzi diventa talmente fiduciario da convincere l'ex premier a consegnare al professionista pistoiese persino le chiavi della sua cassaforte. È nello studio di Bianchi che, il 2 febbraio 2012, è firmato l'atto costitutivo della Fondazione Big Bang, poi ribattezzata Open. Il legale viene nominato presidente e diventa il principale artefice del fortunato fundraising che lancerà l'amico Matteo nel firmamento politico nazionale. Convention, primarie, sponsorizzazioni. Tutto passa dalle sapienti e abili mani di Bianchi, compresi i 6,7 milioni donati alla fondazione da amici e imprenditori: ruolo per cui adesso è indagato dalla procura di Firenze.
È pure il periodo in cui s'intensifica la collaborazione con Consip. Le parcelle pagate dalla società statale continuano a lievitare: 754.000 euro in tre anni e mezzo. Ma era davvero indispensabile dare una caterva di incarichi a professionisti esterni? Alla Corte dei conti l'ardua sentenza.
E ora lo scissionista si fa l’aziendina. Farà fruttare le sue doti di parolaio
Nonostante l'aria che tira attorno al Giglio magico per le inchieste nelle quali viene ipotizzato il traffico di influenze illecite, Matteo Renzi apre una società tutta sua che nello statuto presenta un capitolo ambiguo.
A leggerlo sembrerebbe la descrizione di un'attività da lobby in stile Usa: «Attività di consulenza nell'ambito delle pubbliche relazioni e del marketing strategico al fine di migliorare il posizionamento dell'impresa o del singolo imprenditore nel settore di riferimento, ampliare la presenza sui mercati, rafforzare la reputation aziendale».
Ma il fu Rottamatore, in realtà, la Digistart Srl (10.000 euro di capitale versato), l'ha fondata anche per poter fatturare. La sua attività di conferenziere internazionale è ormai nota. La presenza sul portale Celebrity speakers, che ha come obiettivo quello di offrire oratori per qualsiasi genere di conferenza (e che parlino a peso d'oro di qualsiasi cosa), gli ha dato ampia visibilità, gli ha fruttato qualche viaggetto all'estero (Qatar, Stati Uniti e Sudafrica) e lo aiuterà, vista la dichiarazione 2018 (29.315 euro per i redditi percepiti nel 2017), a incrementare il reddito annuale. E, così, il giorno 11 maggio 2019 nasce la Digistart Srl. Lo scissionista del Partito democratico ha scelto come sede un ufficio in un bel palazzotto fiorentino al civico 47 di via Giuseppe La Farina. Coincidenza: è lo stesso domicilio scelto dalla Carfin Srl del fidatissimo Marco Carrai. Il 18 giugno la Digistart Srl viene iscritta nel Registro delle imprese. E l'avventura può cominciare. Al primo posto tra le attività che l'amministratore unico Matteo Renzi prevede di mettere in campo, stando allo statuto, c'è «l'analisi dei processi comunicativi che collegano cittadini e imprese». Ma anche «l'analisi della comunicazione mediante l'organizzazione o la partecipazione a convegni, seminari e incontri sia in Italia che all'estero». Ed è proprio il quadro A dello statuto che spiega a cosa gli sia utile la Srl. Renzi aveva bisogno di fatturare i compensi per le conferenze. Poi, però, l'ex premier si è fatto prendere la mano. E siccome le sue vecchie passioni non sono ancora sopite, si è tenuto qualche porta aperta. Al quadro B, infatti, lo statuto prevede che l'impresa Renzi possa occuparsi di «consulenza aziendale e assistenza nella pianificazione strategica a favore di imprese. In particolare l'elaborazione di piani strategici industriali». Al quadro C la Digistart Srl si trasforma in un'attività da broker: «Consulenza tecnica (business advisor) nell'ambito delle operazioni straordinarie d'impresa quali, a titolo semplificativo e non esaustivo, fusioni, acquisizioni, joint ventures industriali e commerciali, attività di attrazione e ricerca investimenti». In più, ma bisgona fare un salto al paragrafo F, la società del Bullo prevede di poter individuare «possibili partner e sinergie». Qualche strada, a dire il vero, la Srl di Renzi se l'è preclusa: niente attività bancarie, niente intermediazioni finanziarie, niente attività riservate agli iscritti ad albi professionali. «Il tutto», è precisato in fondo allo statuto», «nei limiti di legge». E ci mancherebbe.
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Schivo e riservato, Alberto Bianchi tirava le fila della fondazione che ha pompato il denaro fondamentale per il decollo del renzismo, Con l'ascesa di Matteo, di cui ha sempre difeso il babbo sul caso Consip, ha ottenuto nomine pesanti come quella nel cda Enel. Bianchi nell'era renziana di Consip ha avuto 756.000 euro di consulenze. Nel 2017 la Corte dei conti passò ai raggi x 390.000 euro di commesse della centrale acquisti statale al legale che finanziava la Leopolda. Gli incarichi lievitarono quando il dg era Luigi Marroni, manager in quota Rottamatore. E ora lo scissionista si fa l'aziendina. Farà fruttare le sue doti di parolaio. La Digistart srl serve per fatturare i compensi per le conferenze in Qatar e Sudafrica. Lo speciale comprende tre articoli. Se il renzismo fosse un edificio, il ruolo di capocantiere andrebbe sicuramente all'avvocato Alberto Bianchi. Pistoiese, 65 anni, tesoriere della fondazione Open e instancabile fabbricatore di pilastri e puntelli a sostegno del ben più giovane amico Matteo. Bianchi è da tre giorni indagato dalla Procura di Firenze per traffico di influenze illecite. La guardia di finanza ha perquisito il suo studio sequestrando gli atti dell'ente, che organizza la Leopolda, e la lista dei finanziatori. L'ipotesi dei pm Luca Turco e Giuseppina Mione è che alcune prestazioni professionali a favore di un importante imprenditore possano essere state camuffate per agganciare la politica e ottenerne favori. «Sono rattristato e arrabbiato», ha detto Bianchi agli amici nelle ultime ore. Non certo dimentico che lo spettro dei conflitti d'interesse, tra ruolo pubblico al fianco di Matteo Renzi e impegno privato come amministrativista tra i più quotati del capoluogo toscano, lo insegue da quasi 10 anni. «Le domande fondate sul sospetto o sulla mera illazione aprono praterie sterminate a chi desidera inquinare ogni sistema di relazione», si difese in una intervista, tempo fa. «Il commento che sembra suggerire prudenza di comportamenti dà la stura all'inarrestabile cultura del sospetto onnipervasivo, anticamera della tirannia». Allievo del giurista Alberto Pradieri, Bianchi è stato una presenza costante nell'escalation del Giglio magico nonostante un inizio un po' traballante. Alle primarie del Pd per il sindaco di Firenze nel 2009, che vedranno trionfare a sorpresa il giovane Matteo Renzi, è infatti il braccio destro dello sfidante Lapo Pistelli. In precedenza, Bianchi è stato vicino alla Margherita e al presidente della Regione Claudio Martini che lo ha nominato presidente di Firenze Fiera. Con Renzi a Palazzo Vecchio, l'avvocato ottiene una consulenza legale da 11.000 euro e il ruolo di segretario del Maggio Musicale Fiorentino, di cui il fratello Francesco diventerà commissario straordinario. In quegli anni - siamo nel 2013 - difende il sindaco rottamatore davanti alla Corte dei Conti e cementa rapporti di amicizia con Marco Carrai, l'imprenditore che di Renzi è stato il generoso finanziatore immobiliare avendogli pagato per circa tre anni il fitto di 900 euro al mese nell'appartamento di via degli Alfani 8. Di Carrai, l'avvocato diventa socio nella K-Cube, che si occupa di brevetti farmaceutici, e testimone di nozze, insieme all'ex Rottamatore. Nello studio Bianchi di Firenze, è stata praticante la moglie di Carrai, Francesca Campana Comparini, ed ha lavorato la di lei sorella, Cristina. L'avvocato toscano si muove con scioltezza nel mondo della politica, e non solo per i trascorsi familiari che videro il papà Angiolo, commercialista, numero uno della Cassa di risparmio di Pistoia e Pescia, in quota Dc. L'ex ministro dell'Economia Giulio Tremonti lo volle come liquidatore del carrozzone di Stato Efim (18.000 miliardi di debiti) nel 2001. Incarico che gli costò una condanna in primo grado, poi annullata in appello, davanti alla Corte dei Conti per il pagamento di maxiparcelle professionali. Nel 2011 Bianchi diventa membro dell'organismo di vigilanza di Terna e, nel 2014, durante il governo Renzi, viene indicato nel consiglio di amministrazione di Enel, e riconfermato nel 2017 con l'esecutivo Gentiloni. Nel frattempo, il ruolo di presidente della fondazione Open, che ha preso il posto della precedente Big Bang, e di tesoriere del renzismo gli assicurano una presenza costante nelle dinamiche del potere toscano e romano. Anche se è particolarmente attento a non invadere mai i campi d'influenza e di azione degli altri petali del Giglio, come Maria Elena Boschi e Luca Lotti. L'attività professionale gli regala soddisfazioni e sostanziosi bonifici. Assume la difesa di importanti aziende pubbliche come Ferrovie dello Stato, Firenze parcheggi e di società private come Snai e Siram. Vincitrice, quest'ultima, di un lotto da quasi 100 milioni di euro con Consip, la centrale d'acquisto della pubblica amministrazione. Di cui Bianchi è anche consulente legale per un totale, nel periodo 2014-2017, di 756.000 euro di onorari. Circostanza che dà adito a qualche accusa di conflitto d'interessi. Molti incarichi in Consip (come spiega più diffusamente l'articolo nella pagina accanto, ndr), l'avvocato di Renzi, li ottiene dopo la nomina di Luigi Marroni ad amministratore delegato. Marroni è considerato il teste chiave della Procura di Roma nell'inchiesta sui presunti casi di corruzione in seno alla centrale d'acquisto. Filone in cui è indagato, con una richiesta di archiviazione rigettata a luglio dal gip, proprio Tiziano Renzi per traffico di influenze illecite. Per il babbo di Rignano sull'Arno, Bianchi usò parole di stima all'infuriare della tempesta giudiziaria: «Non nutro il minimo dubbio circa la specchiata onestà del signor Tiziano Renzi», spiegò, «il suo nome non può essere accostato a presunti traffici illeciti. Il tempo lo risarcirà dell'infamia di questi giorni». In totale, nei due anni di governo di Matteo Renzi, Bianchi ha percepito 800.000 euro da due società pubbliche controllate dal ministero dell'Economia, Enel e Consip. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lavvocato-invisibile-gestiva-la-cassaforte-2640458797.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="bianchi-nellera-renziana-di-consip-ha-avuto-756-000-euro-di-consulenze" data-post-id="2640458797" data-published-at="1771499213" data-use-pagination="False"> Bianchi nell’era renziana di Consip ha avuto 756.000 euro di consulenze Come tanti accorti uomini di potere, Alberto Bianchi ha sempre tentato di dissimulare il potere. Poche parole, molte relazioni, una caterva di discrezione. Eppure non è la prima volta che l'ex presidente della Fondazione Open viene coinvolto in un'inchiesta. Due anni fa la Corte dei conti decide di verificare le consulenze Consip, la centrale acquisti statale. Tra cui quelle avute dell'avvocato pistoiese, adesso sospettato di traffico d'influenze in un'indagine sulla cassaforte del renzismo. Dal 2015, calcolano i finanzieri, avrebbe incassato oltre 390.000 euro di parcelle professionali: i magistrati contabili stanno verificando se questi affidamenti abbiano causato o meno un danno all'erario. La Verità ha però compulsato la banca dati Consip. E il totale è ben più cospicuo. Tra il 2014 e la metà del 2017 l'amministrativista e i suoi soci hanno ottenuto 756.000 euro, al netto dell'Iva. In cambio, si sono adoperati per seguire 70 contenziosi legali. Ossia beghe giudiziarie sulle gare pubbliche bandite dalla società. Occhio alle date, però. Dopo qualche sporadico mandato avuto in precedenza, è all'inizio del 2014 che Bianchi e l'omonimo studio associato cominciano a macinare incarichi. Proprio quando Matteo Renzi diventa premier. Bianchi e colleghi, in quell'anno, s'accaparrano 15 consulenze, per poco più di 140.000 euro. Va ancora meglio l'anno seguente: 28 cause, in cambio di quasi 206.000 euro. È un periodo di transizione per Consip. A giugno 2015 il governo dell'ex Rottamatore nomina il nuovo amministratore delegato della società. È il fedelissimo Luigi Marroni. Che poi, con un intricato colpo di scena, diventerà il grande accusatore di Tiziano Renzi, padre di Matteo, e di Luca Lotti, ex ministro dello Sport e quintessenza del Giglio magico. Entrambi sono ora indagati dalla Procura di Roma, proprio in un'inchiesta sul sistema Consip. Torniamo però all'estate del 2015, quando il vento del consenso gonfia le vele renziane. E, con Marroni al comando, pure gli incarichi a Bianchi prendono il volo: 14 in sei mesi, da luglio a dicembre. L'anno seguente, nel 2016, sono 19: 237.000 euro in totale. Altri otto vengono conferiti nella prima metà del 2017: 173.000 euro. L'ultimo affidamento, rivelano gli archivi Consip, è del 30 maggio 2017. Due settimane dopo, Marroni è costretto a lasciare la guida della società. Da quel momento, negli annali della megacentrale per le commesse statali di Bianchi non c'è più traccia. Ergo, non sarebbe più stato scelto come legale di fiducia. Questa sequela di consulenze era già stata svelata da Panorama. Ma si trattava ancora di una conta parziale. E l'amministratore delegato scelto dall'ex premier, che si dimette a dicembre 2016, è ancora in sella. Bianchi però, mentre puntualizza di non aver incassato molti dei compensi, rilancia: «Consip ha iniziato ad affidarmi il contenzioso di alcune gare ben prima che Renzi fosse presidente del Consiglio. Ho lavorato di più in passato e non ho beneficiato di alcunché». Il legale aggiunge: «Faccio l'avvocato dal 1986 e ho un percorso che parla per me. Quando Renzi ancora studiava io ero già commissario all'Efim...». Verissimo. Il suo curriculum è già strapieno di medaglie professionali. Così come di ortodossia renziana. Nato 65 anni fa a Pistoia, il padre è un notabile democristiano. Lui ne eredita simpatie politiche e s'avvicina alla Margherita. Elegante e riservato, già titolare di un avviato studio a Firenze, Bianchi diventa lo storico stratega del Giglio magico: discreto, distinto, ottime frequentazioni. Renzi lo considera il suo alfiere nei rapporti con banche e aziende di stato. Tanto da nominarlo, a maggio nel 2014, nel cda di Enel. Poltrona prestigiosa, strategica e molto ben retribuita. I primi approcci tra i due si segnalano però oltre un decennio fa: tra maggio 2008 e gennaio 2009. Renzi, all'epoca, è il giovane e arrembante presidente della provincia di Firenze. In otto mesi, decide di affidare 14 incarichi ad «Alberto Bianchi e associati studio legale», per un totale di 37.000 euro. Servigi certamente apprezzati. Nell'autunno del 2010 Renzi, diventato nel mentre sindaco di Firenze, viene indagato dalla Corte dei conti per un danno erariale di oltre due milioni di euro. E a difenderlo dalle accuse dei magistrati contabili rispunta Bianchi. Negli anni seguenti, l'avvocato continua a seguire le beghe del politico e ad accumulare prestigiose consulenze: tra cui quelle conferite da Firenze parcheggi, società controllata dal comune guidato da Renzi, per 85.000 euro. Il rapporto con Renzi diventa talmente fiduciario da convincere l'ex premier a consegnare al professionista pistoiese persino le chiavi della sua cassaforte. È nello studio di Bianchi che, il 2 febbraio 2012, è firmato l'atto costitutivo della Fondazione Big Bang, poi ribattezzata Open. Il legale viene nominato presidente e diventa il principale artefice del fortunato fundraising che lancerà l'amico Matteo nel firmamento politico nazionale. Convention, primarie, sponsorizzazioni. Tutto passa dalle sapienti e abili mani di Bianchi, compresi i 6,7 milioni donati alla fondazione da amici e imprenditori: ruolo per cui adesso è indagato dalla procura di Firenze. È pure il periodo in cui s'intensifica la collaborazione con Consip. Le parcelle pagate dalla società statale continuano a lievitare: 754.000 euro in tre anni e mezzo. Ma era davvero indispensabile dare una caterva di incarichi a professionisti esterni? Alla Corte dei conti l'ardua sentenza. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lavvocato-invisibile-gestiva-la-cassaforte-2640458797.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="e-ora-lo-scissionista-si-fa-laziendina-fara-fruttare-le-sue-doti-di-parolaio" data-post-id="2640458797" data-published-at="1771499213" data-use-pagination="False"> E ora lo scissionista si fa l’aziendina. Farà fruttare le sue doti di parolaio Nonostante l'aria che tira attorno al Giglio magico per le inchieste nelle quali viene ipotizzato il traffico di influenze illecite, Matteo Renzi apre una società tutta sua che nello statuto presenta un capitolo ambiguo. A leggerlo sembrerebbe la descrizione di un'attività da lobby in stile Usa: «Attività di consulenza nell'ambito delle pubbliche relazioni e del marketing strategico al fine di migliorare il posizionamento dell'impresa o del singolo imprenditore nel settore di riferimento, ampliare la presenza sui mercati, rafforzare la reputation aziendale». Ma il fu Rottamatore, in realtà, la Digistart Srl (10.000 euro di capitale versato), l'ha fondata anche per poter fatturare. La sua attività di conferenziere internazionale è ormai nota. La presenza sul portale Celebrity speakers, che ha come obiettivo quello di offrire oratori per qualsiasi genere di conferenza (e che parlino a peso d'oro di qualsiasi cosa), gli ha dato ampia visibilità, gli ha fruttato qualche viaggetto all'estero (Qatar, Stati Uniti e Sudafrica) e lo aiuterà, vista la dichiarazione 2018 (29.315 euro per i redditi percepiti nel 2017), a incrementare il reddito annuale. E, così, il giorno 11 maggio 2019 nasce la Digistart Srl. Lo scissionista del Partito democratico ha scelto come sede un ufficio in un bel palazzotto fiorentino al civico 47 di via Giuseppe La Farina. Coincidenza: è lo stesso domicilio scelto dalla Carfin Srl del fidatissimo Marco Carrai. Il 18 giugno la Digistart Srl viene iscritta nel Registro delle imprese. E l'avventura può cominciare. Al primo posto tra le attività che l'amministratore unico Matteo Renzi prevede di mettere in campo, stando allo statuto, c'è «l'analisi dei processi comunicativi che collegano cittadini e imprese». Ma anche «l'analisi della comunicazione mediante l'organizzazione o la partecipazione a convegni, seminari e incontri sia in Italia che all'estero». Ed è proprio il quadro A dello statuto che spiega a cosa gli sia utile la Srl. Renzi aveva bisogno di fatturare i compensi per le conferenze. Poi, però, l'ex premier si è fatto prendere la mano. E siccome le sue vecchie passioni non sono ancora sopite, si è tenuto qualche porta aperta. Al quadro B, infatti, lo statuto prevede che l'impresa Renzi possa occuparsi di «consulenza aziendale e assistenza nella pianificazione strategica a favore di imprese. In particolare l'elaborazione di piani strategici industriali». Al quadro C la Digistart Srl si trasforma in un'attività da broker: «Consulenza tecnica (business advisor) nell'ambito delle operazioni straordinarie d'impresa quali, a titolo semplificativo e non esaustivo, fusioni, acquisizioni, joint ventures industriali e commerciali, attività di attrazione e ricerca investimenti». In più, ma bisgona fare un salto al paragrafo F, la società del Bullo prevede di poter individuare «possibili partner e sinergie». Qualche strada, a dire il vero, la Srl di Renzi se l'è preclusa: niente attività bancarie, niente intermediazioni finanziarie, niente attività riservate agli iscritti ad albi professionali. «Il tutto», è precisato in fondo allo statuto», «nei limiti di legge». E ci mancherebbe.
Silvia Salis, sindaco di Genova (Ansa)
Genova potrebbe essere la prima città in cui un’ingiunzione di sfratto arriva non per morosità, finita locazione o inadempimento ma perché l’inquilino non piace a primo cittadino e antifascisti di professione. L’inquilino in questione è Casapound, l’immobile è la sede occupata dall’associazione in via Montevideo e la richiesta della Salis è stata messa nero su bianco in una lettera a questore e prefetto, chiedendo loro di «prendere provvedimenti» verso il sodalizio che, per Salis, è una «presenza non gradita dall’amministrazione in città». «Siamo in un Paese democratico dove anche grazie alla storia che loro respingono è permesso loro di potere, diciamo, esistere liberamente», ha attaccato ancora la Salis dopo un incontro a Palazzo Tursi con una delegazione del movimento Genova antifascista, incentrato sul tema delle problematiche legate alla presenza della sede di Casapound in città, nel quartiere della Foce, teatro delle ripetute manifestazioni degli antifascisti che costituiscono un disagio per i residenti della zona che si sono definiti continuamente «sotto assedio». «Chiaramente non posso agire come sindaca sulla libertà di manifestazione, legittima, ho portato una mia preoccupazione che è quella di un quartiere che si sente assediato, di una serie di tematiche relative non solo all’ordine pubblico, ma anche alla vivibilità. Io mi sono schierata completamente contro la presenza di Casapound nella nostra città ma da sindaca devo tutelare la mia cittadinanza sul fronte della sicurezza e dell’ordine pubblico», ha proseguito la Salis nella sua arringa.
C’è un piccolo particolare, però. La Salis lo rivela a microfoni di GoodMorning Genova: «Il contratto (di affitto, ndr) è regolare. È un tema di opportunità, di posizionamento e, per quanto mi riguarda, di presenza di Casapound in città. Non è gradita», ha ripetuto. Insomma, piacciano o meno le idee di Casapound, l’associazione politica ha tutto il diritto di stare nello stabile che ha scelto come propria sede. Solo che, per Salis, i diritti si interrompono davanti all’ideologia: a lei e ai manifestanti riuniti nel comitato Genova antifascista i «fascisti» di Casapound non piacciono, se ne devono andare subito perché, con il loro operato, provocano le reazioni dei sinceri democratici che cingono d’assedio il quartiere per manifestare contro il gruppo avversario.
Una contraddizione che non è sfuggita a Federico Mollicone, deputato di Fdi: «Solo pochi giorni fa, in occasione del 10 febbraio», quelli di Genova antifascista hanno «diffuso immagini delle bandiere della Jugoslavia di Tito con la scritta “no foibe no party”, definendo vergognosamente il Giorno del ricordo come una “giornata della menzogna”. Gli stessi esponenti, inoltre, hanno rivendicato la distruzione della targa in onore di Norma Cossetto, celebrato l’anniversario della nascita della terrorista delle Brigate rosse, Mara Cagol, e postato i volti dei rappresentanti della destra locale e nazionale a testa in giù, alimentando un clima di odio inaccettabile. È con questi interlocutori che la Salis ha instaurato il dialogo?», si chiede Mollicone. Secondo il deputato, l’apertura delle sedi istituzionali a tali realtà rappresenta un segnale pericoloso: «Il comitato Genova antifascista è stato protagonista negli anni di numerosi scontri con le forze dell’ordine. Questo sodalizio si distingue per un atteggiamento violento e antidemocratico. Come già sottolineato per Askatasuna, collettivi di questo tipo continuano a essere alimentati e giustificati dalle giunte di sinistra e l’incontro di Genova ne è un’ulteriore prova. Auspichiamo che il sindaco Salis e i partiti che la sostengono si dissocino da queste gravissime posizioni».
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Raphaël Arnault, deputato de La France insoumise (Ansa)
Il cerchio si stringe sempre di più attorno al partito dell’estrema sinistra transalpina, La France insoumise. Ieri sono arrivate altre prove del coinvolgimento a vario titolo di alcuni suoi simpatizzanti legati anche al movimento de La Jeune garde nel linciaggio che ha provocato giovedì scorso la morte del ventitreenne Quentin Deranque. Le indagini hanno portato al fermo di 11 persone, che è stato prolungato di ventiquattro ore. Alcuni di questi sarebbero coinvolti in maniera più importante nel pestaggio di Quentin, altri avrebbero invece avuto ruoli più «logistici». Tra i fermati ci sarebbe, come scritto da Le Parisien, anche un ex stagista di Raphaël Arnault, deputato de La France insoumise (Lfi) e fondatore della Jeune garde. Per Bfm Tv, l’ex stagista si chiamerebbe Adrien B. Tra i fermati ci sarebbe anche Robin C. che, secondo quanto ricostruito dal quotidiano parigino, sarebbe un altro assistente parlamentare di Arnault. Questo collaboratore è stato assunto l’anno scorso usando lo pseudonimo di Robin Michel. L’uomo avrebbe ricoperto incarichi nel collegio elettorale del deputato Lfi e sarebbe legato a movimenti dell’ultrasinistra. Per questo motivo, Robin C. risulterebbe essere fiché S, cioè schedato nel registro degli individui considerati pericolosi per la sicurezza dello Stato. Anche a lui sono stati proibiti gli accessi all’Assemblea nazionale.
Ma il nome che, anche ieri, era sulla bocca di tutti è quello di Jacques-Élie Favrot, il primo degli assistenti parlamentari di Arnault. L’avvocato di Favrot ha riferito a Bfm tv che il suo assistito «riconosce le violenze» ma non «l’omicidio» di Quentin Deranque.
Una fonte anonima citata da Le Figaro, ha definito Favrot come «uno dei grossi obiettivi» degli arresti compiuti martedì sera e che non poteva essere considerato come «un sospetto accessorio o secondario» nel pestaggio di Lione. Lo stesso quotidiano ha ricordato che Favrot era già noto alla polizia per «furto», «detenzione di un’arma» e «colpi e ferite». Dopo la conferma del fermo del suo assistente parlamentare, Arnault ha reso noto di aver avviato «le procedure per porre fine al suo contratto» all’Assemblea nazionale.
L’annuncio del licenziamento di Favrot non è bastato però a spegnere l’incendio che divampa tra le file de La France insoumise. Per gli esponenti di vari partiti, chi dovrebbe dimettersi è Raphäel Arnault. Altri politici chiedono invece a Lfi di espellere il deputato che, va ricordato, non è coinvolto nei tragici fatti di Lione che hanno provocato la morte del giovane Deranque. A favore dell’esclusione, almeno temporanea, di Arnault dal suo partito si è espressa ieri Maud Bregeon, la portavoce del governo, per la quale serve un «chiarimento, per dire no alla violenza». La risposta del coordinatore nazionale Lfi, Manuel Bompard, non si è fatta attendere : «La portavoce di un governo illegittimo pretende ormai di decidere l’organizzazione dei gruppi politici dell’opposizione», per lui «Arnault non ha alcuna responsabilità nel dramma accaduto a Lione [...] l’inchiesta in corso non lo riguarda assolutamente». Un altro onorevole Lfi, Eric Coquerel, ha invitato Bregeon a «rispettare la separazione dei poteri» e ha rivelato di aver ricevuto minacce di morte. Il presidente del Rassemblement national, Jordan Bardella, ha dichiarato che «Arnault è fuori posto all’Assemblea» e chiesto la creazione di un cordone sanitario attorno a La France insoumise.
A sinistra, anche ieri, vari esponenti hanno cercato di relativizzare la loro prossimità a Lfi. L’ex presidente francese, il socialista François Hollande ha dichiarato ai microfoni di radio Rmc che «non può esserci un’alleanza tra il Ps e Lfi». Il segretario socialista Olivier Faure pur invitando Lfi a fare un «esame di coscienza», è riuscito a lamentarsi per l’«insopportabile inversione» secondo la quale «l’antifascismo sarebbe il nuovo fascismo». La deputata di sinistra (ex Lfi) Clémentine Autain ha criticato una cultura politica francese «intrisa di virilismo». La leader dei Verdi, Marine Tondellier, ha espresso la propria emozione per la morte di Quentin ma ha anche protestato perché riceve «solo domande su La France insoumise» invece «non sento la gente di destra ricevere domane sull’ultradestra, anch’essa estremamente violenta».
La morte di Quentin Deranque ha assunto anche una dimensione internazionale. Ai media francesi non è sfuggito il post su Instagram di Giorgia Meloni. Il presidente del Consiglio ha scritto che «la morte di un ragazzo poco più che ventenne, aggredito da gruppi riconducibili all’estremismo di sinistra e travolto da un clima di odio ideologico che attraversa diverse nazioni, è una ferita per l’intera Europa». Per Meloni «nessuna idea politica, nessuna contrapposizione ideologica può giustificare la violenza o trasformare il confronto in aggressione fisica. Quando l’odio e la violenza prendono il posto del dialogo, a perdere è sempre la democrazia». Sempre all’estero, la deputata Ue dei Républcains, Cécile Imart ha reso noto di aver presentato una risoluzione volta alla creazione di una «lista nera» dei movimenti ultra violenti.
E proprio per evitare violenze, il prefetto della Loira Atlantica ha vietato lo svolgimento di una manifestazione in memoria di Quentin, che avrebbe dovuto tenersi a Nantes. Invece, il sindacato del personale de l'École Normale Supérieure di Paris-Saclay ha annullato l’invito che aveva rivolto alla parlamentare europea Lfi, Rima Hassan.
Allarme bomba da Mélenchon Che prova a passare da vittima
Un allarme (politicamente) provvidenziale. Nel momento più buio per La France insoumise di Jean-Luc Mélenchon, l’evacuazione della sede per il falso annuncio di una bomba permette al partito di estrema sinistra di rifiatare. La pressione di questi giorni, dopo l’uccisione del giovane Quentin Deranque, per la quale sono stati arrestati diversi giovani organici al gruppo parlamentare mélenchonista, si può così allentare per mezza giornata. «La sede nazionale de La France insoumise è stata evacuata in seguito alla minaccia di una bomba. La polizia è sul posto», ha postato ieri sui social il coordinatore del movimento, Manuel Bompard. L’ispezione dei locali da parte delle forze dell’ordine ha dato esito negativo: nessun ordigno. Si è trattato di una intimidazione o di una bravata.
Il movimento non ha comunque perso tempo, prendendo la palla al balzo per uscire dall’angolo e passare da complice dei carnefici a vittima: «Un limite è stato superato. Chi sfrutta la tragedia e la morte di un giovane per attaccare La France insoumise deve cessare le sue spregevoli manovre», ha dichiarato Clémence Guetté, vicepresidente del partito all’Assemblea nazionale. Un altro parlamentare, Paul Vannier, ha tuonato: «Tutti coloro che, attraverso spregevoli manovre politiche, stanno indirizzando le loro calunnie contro Lfi - Lecornu, Darmanin, Hollande, Bardella e Le Pen - sono responsabili dell’ondata di violenza di cui siamo vittime». Un’ottima strategia diversiva, per un partito duramente attaccato dalla portavoce del governo, Maud Bregeon, che aveva apertamente parlato di «responsabilità morale» dei mélenchonisti dopo l’assassinio di Quentin. Nelle scorse ore anche l’ex presidente François Hollande aveva contribuito a porre un cordone sanitario attorno al movimento: «Non ci può essere, per le prossime elezioni, alcuna alleanza fra i socialisti e La France insoumise».
Nel frattempo, parte della stampa francese di estrema sinistra sta provando ad applicare il protocollo «Primavalle». Il riferimento è a Primavalle, incendio a porte chiuse, il libello con cui, dopo l’omicidio dei fratelli Mattei, parte dell’estrema sinistra provò a caldeggiare la tesi della faida interna nell’estrema destra, mentre i veri responsabili della strage pasteggiavano a champagne con intellettuali e giornalisti di grido. Se negli anni Settanta i missini romani potevano morire per autocombustione, nella Lione del 2026 gli identitari possono evidentemente linciarsi da soli.
La presunta prova chiave delle «controinchieste» (in Italia ripresa da Dinamo Press) è un nuovo video, diffuso dal sito della testata Le Progrès, in cui, pochi minuti prima che Deranque venisse colpito a morte, si vedono due gruppi fronteggiarsi in strada, a una cinquantina di metri da dove poi verrà trovato il corpo del ventitreenne. Un filmato da cui è comunque impossibile capire la dinamica dei fatti: come si sono incrociati i due gruppi? Chi stava aspettando chi? Il video non spiega nulla. Che si sia trattato di un agguato da parte dell’estrema sinistra è stato affermato con nettezza dalle autorità. E comunque la morte di Quentin è sopraggiunta dopo un bestiale accanimento sul suo corpo già disteso a terra, cosa documentata dal primo video uscito dopo i fatti. La Jeune garde antifasciste, movimento disciolto a cui sono legati diversi dei fermati, ha del resto una lunga tradizione di violenza per nulla dissimulata. Nei giorni scorsi abbiamo già ricordato le pagine Instagram in cui il gruppo si vantava degli assalti, spesso in sovrannumero e infierendo su persone a terra. Un vero marchio di fabbrica.
In tutto questo, è comunque Repubblica a far presente la vera tragedia in questa vicenda: «La morte di Deranque complica la sfida delle sinistre ai lepeniani», titolava ieri il quotidiano. Dannati identitari, le trovano tutte pur di indebolire il fronte repubblicano, Persino farsi ammazzare.
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